lunedì 2 Marzo 2026
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Il secondo Triumvirato di Antonio, Ottaviano e Lepido

Il secondo triumvirato fu un’alleanza politica e istituzionale tra le tre figure più potenti della fine della repubblica romana: Marco Antonio, Lepido e Ottaviano.

Dopo l’assassinio di Giulio Cesare e la conseguente guerra civile che scoppiò violentemente, queste tre personalità politiche vennero incaricate di stabilizzare la repubblica romana, sconfiggere Bruto e Cassio, ispiratori della congiura contro Cesare che si stavano riorganizzando militarmente in Oriente, e riportare il funzionamento dello Stato romano ad un livello accettabile.

Eccetto Lepido, una figura di garanzia dal ruolo marginale, la collaborazione fra Ottaviano e Marco Antonio ebbe breve durata e culminò nella battaglia di Azio, che vide la sconfitta di Marco Antonio e la definitiva assegnazione del potere in favore di Ottaviano.

La morte di Giulio Cesare

Alle idi di marzo del 44 avanti Cristo, il dittatore a vita Giulio Cesare venne ucciso da una congiura. Il potere assoluto di Cesare aveva cominciato a suscitare paura in gran parte dell’aristocrazia romana e le sue riforme stavano colpendo una vasta serie di interessi economici e politici nella fazione degli ottimati.

Persino alcuni stretti amici di Cesare divennero congiurati contro di lui. Dopo la sua morte, la repubblica romana precipitò nel caos e, dopo un primo tentativo da parte di Marco Antonio di conciliare delle posizioni troppo lontane, i possibili successori di Cesare erano due.

Lo stesso Marco Antonio, il braccio destro di Cesare, e Gaio Ottaviano, un giovane rampollo della famiglia di Cesare, che egli aveva nominato a sorpresa suo successore nel testamento depositato poco tempo prima della morte, presso il tempio delle Vergini Vestali.

Marco Antonio e Ottaviano avevano tutte le ragioni per diffidare uno dell’altro. Nonostante i primi tentativi di collaborazione, Marco Antonio si era creato una forza militare personale, bloccando, in qualità di console, l’accesso di Ottaviano ai soldi del suo patrigno.

Queste tensioni sfociarono in una nuova fase di guerre civili, che videro Marco Antonio fronteggiare le truppe dei consoli Irzio e Pansa, alleati di Ottaviano.

I combattimenti si risolsero con un nulla di fatto. Se da un lato Marco Antonio era stato formalmente sconfitto, era riuscito a fuggire e a riorganizzarsi in Spagna con nuovi legionari a lui fedeli, rimanendo una pedina fondamentale nello scacchiere politico del suo tempo.

Nonostante la sua giovane età, il diciannovenne Ottaviano aveva il sostegno di una parte significativa dell’esercito, specialmente dei legionari che erano stati fedeli a Cesare. Nel 43 a.C, mentre stazionava fuori Roma con il suo esercito, Ottaviano chiese al Senato di concedergli l’autorità politica di cui aveva bisogno, cioè un consolato.

Ottaviano era molto al di sotto dell’età minima richiesta di 33 anni ma quando i soldati fedeli a Ottaviano entrarono in Senato armati, i senatori concessero il consolato ad Ottaviano, insieme a suo cugino Quinto Pedio.

La formazione del secondo triumvirato

Ma il pericolo delle forze armate che Bruto e Cassio andavamo accumulando in Oriente, costrinsero Marco Antonio e Ottaviano ad una pace di comodo.

Nell’ottobre del 43 a.C Lepido e Antonio incontrarono Ottaviano vicino a Bologna per formare un triumvirato – una commissione costituzionale – con poteri simili a quelli di un console. Accanto alle normali funzioni del governo, che avrebbero garantito la gestione ordinaria, i triumviri avevano lo scopo di ripristinare la stabilità della Repubblica.

Questa nuova autorità permise loro di emanare leggi senza l’approvazione del Senato Romano. Il triumvirato venne formalmente riconosciuto dal Senato nella Lex Titia nel novembre del 43 a.C, concedendo ai tre l’autorità suprema per cinque anni (fino al 1 ° gennaio 37 a.C) e assegnando l’importante compito di affrontare Bruto e Cassio.

Il nuovo triumvirato aveva bisogno di eliminare parecchi oppositori politici che avrebbero potuto costituire un problema: 300 senatori e oltre 2.000 cavalieri vennero inseriti nelle liste di proscrizione, per essere uccisi.

Molti scelsero di fuggire da Roma, abbandonando tutte le loro proprietà, mentre la vendita dei beni sequestrati ai coscritti venne utilizzata per finanziare la spedizione militare in Oriente.

La fine di Cicerone e di Decimo

Sebbene non fosse direttamente coinvolto nell’assassinio di Cesare, uno dei nomi inseriti nelle liste di proscrizione era quello di Cicerone, forse il più noto oratore e avvocato romano. Alcune fonti riferiscono dell’intermediazione di Ottaviano per salvare Cicerone, ma le orazioni scritte da Cicerone, con cui aveva attaccato Marco Antonio, lo avevano definitivamente condannato.

Cicerone aveva sempre vissuto secondo un codice personale: il bene più grande era vivere al servizio dello Stato e opporsi a chiunque lo minacciasse. Credeva fermamente che Antonio fosse un nemico dello stato e sarebbe dovuto morire insieme a Cesare.

Così, Cicerone divenne una delle prime vittime del triumvirato. Fu sorpreso mentre cercava di scappare dalla sua villa fuori Napoli. Le mani con cui aveva scritto le orazioni contro Antonio furono mozzate, mentre la sua testa venne decapitata e inviata a Roma.

Oltre a Cicerone, un altro cospiratore che incontrò la morte fu Decimo, che fallì nel suo tentativo di unirsi a Bruto in Macedonia. Era stato Decimo a convincere Cesare a recarsi al Teatro di Pompeo dove sarebbe stato assassinato. Dopo essere stato catturato in Gallia e decapitato, la sua testa fu inviata ad Antonio.

La resa dei conti con Bruto e Cassio

Dopo aver eliminato un consistente numero di nemici politici, il triumvirato rivolse la propria attenzione a Bruto, Cassio. Nel giugno del 42 a.C, Bruto e Cassio unirono le loro forze in Oriente. Mentre Lepido occupava la Sicilia, Ottaviano e Antonio attraversarono il mare Adriatico e incontrarono i due congiurati a Filippi, nella Macedonia orientale, per dare battaglia.

Mentre Ottaviano si dimostrò un generale particolarmente incapace, Antonio vinse grazie alla sua esperienza sul campo di battaglia, maturata durante le campagne con Giulio Cesare. Cassio, temendo la cattura, si fece decapitare da uno schiavo, mentre Bruto, spinto dai suoi stessi soldati ad ingaggiare battaglia, perse il secondo scontro e preferì darsi la morte.

Secondo il racconto di Svetonio, la testa di Bruto fu inviata a Roma e gettata ai piedi dell'”immagine divina di Cesare”.

La rottura del secondo triumvirato

Subito dopo la fine dell’emergenza, fra Marco Antonio e Ottaviano scoppiarono di nuovo le ostilità.

Marco Antonio inseguì dei sogni di gloria in Oriente e lasciò ad Ottaviano il compito di redistribuire le terre a centinaia di migliaia di legionari che avevano combattuto a Filippi, convinto di avergli affidato un incarico suicida. Marco Antonio si disinteressò della situazione occidentale, e fece malissimo. Ottaviano, nonostante gli intrighi del fratello di Marco Antonio, Lucio, e di sua moglie Fulvia, riuscì a guadagnarsi il favore dell’esercito e a riorganizzare la società italica.

Nella concorrenza tra Ottaviano e Marco Antonio si inserirono anche questioni di natura familiare. Dopo la morte della prima moglie di Antonio, Fulvia, egli sposò la sorella di Ottaviano, Ottavia. Ma le attenzioni di Antonio si allontanarono progressivamente da Ottavia e si avvicinarono alla regina egizia Cleopatra.

Antonio credeva che i soldi della regina avrebbero contribuito a finanziare alcuni conquiste in Oriente contro il popolo dei Parti e la guerra contro Ottaviano. Nei piani di Antonio e Cleopatra, la città di Alessandria sarebbe diventata la nuova capitale, in sostituzione di Roma.

Ottaviano guardava con particolare sospetto Cleopatra, soprattutto a causa della relazione che aveva avuto con Cesare quando era ancora vivo e a causa della nascita del loro figlio, Cesarione, un possibile pretendente al potere.

Nella sua propaganda, Ottaviano presentava Antonio come un incompetente e malato d’amore, dimostrando al Senato e al popolo romano quanto l’influenza di Cleopatra fosse negativa.

Con un’abile mossa politica, Ottaviano convinse il Senato romano a dichiarare guerra contro Cleopatra, ignorando formalmente Antonio. Lepido, che nel frattempo aveva tentato di prendere il comando del triumvirato con alcune forze militari in Sicilia, fu rapidamente tradito dai suoi soldati, che passarono dalla parte di Ottaviano.

Il protagonista meno importante e noto del secondo triumvirato fu confinato da Ottaviano in una villa, dove fu reso del tutto innocuo.

La battaglia di Azio e il trionfo di Ottaviano

Nel 31 a.C scoppiò la guerra tra Ottaviano e Marco Antonio. Il piano di Antonio era di intrappolare Ottaviano e la sua flotta ad Azio, nel Golfo di Ambracia, sulla costa occidentale della Grecia.

Antonio avrebbe voluto utilizzare le legioni accampate in Macedonia, ma Cleopatra, facendo valere la sua influenza, lo convinse ad affrontare una battaglia navale. Le cose andarono molto diversamente da quanto Antonio aveva previsto: lui e Cleopatra rimasero intrappolati sulle loro postazioni, a corto di scorte e con l’inverno in arrivo.

Durante la battaglia di Azio, sostanzialmente una manovra disperata di Antonio e Cleopatra per sfuggire alle navi di Ottaviano che li controllavano a vista, le navi di Ottaviano ebbero la meglio, grazie al contributo fondamentale dell’ammiraglio Agrippa e alla superiore manovrabilità delle navi.

Tornata ad Alessandria, Cleopatra pianificò le prossime mosse. Rendendosi conto che non poteva proteggere Alessandria contro Ottaviano, suggerì di partire per la Spagna, dove lei e Antonio avrebbero potuto impossessarsi delle miniere d’argento e formare un nuovo esercito.

Antonio era così demoralizzato dalla sconfitta che non rispose nemmeno alle richieste del suo generale Canidio Crasso, che gli domandava urgentemente cosa avrebbe dovuto fare con le legioni in Asia per tentare una rivincita contro Ottaviano.

Ottaviano giunse alle mura di Alessandria nel luglio del 30 a.C. Antonio inviò un contingente militare contro il rivale ma già la mattina del 1° agosto del 30 a.C la maggior parte delle sue truppe aveva disertato, riconoscendo che stavano combattendo per la parte perdente.

Più tardi quel giorno, dopo aver appreso la notizia che Cleopatra era morta, Antonio si pugnalò, chiedendo di essere sepolto vicino alla sua amata.

La notizia era falsa e Antonio resistette giusto il tempo necessario per morire tra le braccia di Cleopatra nel palazzo imperiale dove la donna si era rifugiata. Ottaviano entrò in città dove intavolò delle trattative con la regina egizia, per concederle la vita.

Ma piuttosto che sfilare in catene in quello che sarebbe stato il trionfo di Ottaviano, Cleopatra si uccise il 30 agosto del 30 a.C

Il secondo triumvirato era definitivamente scomparso e il futuro di Roma era ormai nelle mani dell’unico sopravvissuto: Giulio Cesare Ottaviano Augusto.

Articolo originale: Second Triumvirate di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Il Primo Triumvirato: il video

Piernicola Pedicini (Verdi europei). MES? Non dovrebbe nemmeno esistere

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Piernicola Pedicini, eurodeputato nel gruppo dei Verdi , definisce il MES come uno strumento difettoso, e l’Europa come qualcosa che ci serve, ma il cui sviluppo è stato intenzionalmente lasciato a metà strada.

Con lui tocchiamo anche temi di innovazione, come la tecnologia alla base delle criptovalute che potrebbe essere applicata a settori come l’agricoltura.

Cosa pensi dei vantaggi e svantaggi dell’accedere al Mes o al Recovery Fund, di cui in Italia si parla tanto?

Questi temi vengono sviluppati in Europa ed hanno una ricaduta molto importante in Italia, diventando soggetto di dibattito senza che spesso si possegga la giusta conoscenza. Mes e Recovery Fund sono due temi che possono figurare insieme ma sono diversi tra di loro e hanno una genesi diversa. Il Mes è uno mezzo del passato: uno strumento di stabilità che nasce dal vecchio fondo salva stati con coloro che aderirono alla moneta unica.

Chi aderisce al Mes e partecipa alla trattativa lo fa solo in modo intergovernativo. Se ti siedi ad un tavolo della negoziazione cercando di ottenere qualcosa in più per il tuo paese non puoi pretendere che collaborino anche gli Stati che non sfruttano lo strumento.

Il Mes nasce come uno strumento “difettoso” dei meccanismi dell’Unione europea: non dovrebbe esistere. È presente solo in Unione Europea perché ha una banca centrale che non fa fino in fondo il suo dovere.

Vi solo delle motivazioni politiche e la BCE dovrebbe riuscire al pari di altre grandi banche centrali mondiali come quella del Giappone, quella Cinese o statunitense a gestire il deficit degli Stati finanziandone il debito. Nel nostro continente non è possibile e gli Stati per finanziarsi devono andare sul mercato a chiedere soldi a delle banche private che acconsentono, ma ponendo condizioni specifiche, ovvero alti interessi. Guadagni per gli istituti che corrispondono a una perdita per i Paesi.

Il meccanismo è stato pensato per intervenire nel momento in cui uno Stato si dovesse trovare in grande difficoltà e non riuscisse ad ottenere il denaro sul mercato, evitando in questo caso il tracollo della stessa Unione Europea per una criticità statale.

Il Mes offre però delle condizioni in grado di mettere in difficoltà importanti gli stati che ne fanno richiesta come è stato osservato anche in Unione Europea con gli esempi di Grecia e Portogallo.

Una versione “light” di Mes è stata pensata per intervenire in questo momento di emergenza pandemica, anch’essa con condizionalità pesanti previste dal trattato e incancellabili dal commissario sebbene modificabili con denuncia alla Corte Europea.

Si potrebbe aggiustare il tiro?

Certo. Prendiamo ad esempio la condizionalità sanitaria, molto pesante. La gente pensa che quei soldi possano bastare per sistemare. Di cosa ha bisogno il sistema sanitario nazionale? Non servono strumentazioni ulteriori, terapie intensive, chirurgie innovative. L’urgenza in questo momento è quella degli operatori sanitari, assunzioni che non possono essere fatte con la condizionalità sanitaria del Mes.

Con il Mes non si può assumere nuovo personale?

No. O meglio si potrebbe anche assumere con degli artifici al limite della legalità, trovandosi poi costretti al licenziamento entro dieci anni. Il Mes farebbe ad ogni modo apparire lo Stato che ne facesse richiesta in difficoltà maggiori di quelle reali, rendendo più difficile, attraverso il mercato, la restituzione dei fondi ricevuti.

Invece per ciò che riguarda il Recovery Fund?

Il Recovery Fund ha un ammontare più importante rispetto a quello del Mes anche se forse non corrisponde pienamente ai bisogni degli Stati, ma è una buona base per pianificare una ripresa grazie al suo valore.

È uno strumento composto da due pilastri, uno dei trasferimenti, detti erroneamente, a fondo perduto: in questo caso quel che l’Italia ha dato ritorna indietro completamente. In pratica dei soldi vengono anticipati, che devono poi essere ridati, senza una contribuzione netta (senza perdere quindi sul capitale) e a interessi bassissimi perché passano attraverso la Commissione Europea.

Il secondo pilastro è quello dei prestiti che l’Italia deve ridare e vi potrebbero essere difficoltà per via del debito elevato. Dobbiamo rilanciare l’economia attraverso progetti creati con assoluta attenzione alle procedure applicate.

A questo punto il Mes sembrerebbe svantaggioso per l’Italia, perché molti spingono per utilizzarlo?

Bisogna vedere quali sono gli accordi. Il Mes è uno strumento di austerità. Chi vuole questo strumento sono gli stessi che hanno svenduto l’Italia in passato e che intendono svenderla ancora adesso.

Nel momento in cui l’Italia si impoverisce, perché soggetta a procedure di austerità, nasce come sempre una vendita dei “gioielli” dello Stato. Come successo anche in Grecia. Gioielli che diversi paesi sono già pronti ad acquistare.

Come potremmo trasformare il nostro patrimonio artistico in posti di lavoro e indotto? Perché nessun governo se ne occupa?

Il settore dell’arte e della cultura, il patrimonio monumentale che non ha pari nel mondo, da una parte suscita grande attrazione, ma dall’altra non produce a chi se ne occupa politicamente, né un grande ritorno in termini di consenso né la possibilità di gestire grandi quantità di denaro.

Da qui lo scarso interesse per un settore dalle importanti potenzialità.

Nel nostro piano nazionale per il meccanismo di ripresa, quello del Recovery Fund, prevede una quota di 8 miliardi per il suo rilancio, quantità inadeguata alle reali potenzialità inespresse: basta pensare a Pompei, ancora in buona parte nascosta sottoterra: mancano i fondi per portarla completamente alla luce ed eseguire una manutenzione mirata e continua o organizzare percorsi turistici ben specifici da seguire, come accade con le attrazioni degli altri paesi europei.

C’è molto da fare, c’è molto da investire e ci vuole un approccio diverso rispetto all’attuale.

Vorresti applicare le tecnologie delle criptovalute all’agricoltura. Ce ne parli?

Ho iniziato ad occuparmi di questa tecnologia partendo dalle criptovalute e ho poi spostato l’attenzione alle sue potenzialità ad altri settori. Ci stiamo occupando dello sviluppo di alcuni progetti tra i quali figura l’applicazione della blockchain in campo agroalimentare: è possibile potenziare l’etichettatura e la registrazione di tutti i passaggi (elaborazione prodotto, trasferimenti) garantendo che le procedure siano rispettate ma anche che il prodotto sia quello descritto sulle etichette.  In questo modo è possibile combattere il fenomeno della contraffazione.

Con l’etichettatura tramite blockchain è possibile registrare tutti i prodotti che vengono commercializzati nel mondo assicurandone provenienza e manifattura. Anche il produttore in questo modo viene tutelato.

Bisogna investire in tal senso e so che il Governo Italiano lo sta facendo.

Garantirebbe anche il controllo sulla provenienza e la qualità?

Sì, e anche sul numero e quindi sulla quantità dei prodotti. Per fare un esempio pratico: se un’azienda produce 100 bottiglie di olio, non è possibile che ve ne siano sul mercato 300.  E quelle che sono inserite nella blockchain sono quelle certificate e reali. Ecco perché in questo modo si può evitare la contraffazione e difendere il made in Italy.

So che sei a favore della liberalizzazione della cannabis in ambito medico, specialmente.

Bisognerebbe fare distinzione tra la cannabis per uso creativo e quella utilizzata in ambito industriale e medico: si parla di potenzialità differenti. In quest’ultimo caso l’Italia soffre di un approccio culturale che viene usato strumentalmente da parte dei detrattori della cannabis industriale e terapeutica.

I detrattori si basano sul fatto che la gente spesso la vede solo come droga, mentre la pianta essere coltivata senza principio attivo e c’è un grande potenziale nei confronti di tante attività produttive.

Mi riferisco in particolare alla Legislazione Europea per la cannabis terapeutica che ha delle formidabili proprietà coadiuvanti in supporto alle terapie oncologiche tradizionali e per ciò che concerne le patologie neuro-degenerative.

Altro discorso è la legalizzazione della cannabis come sostanza attiva: deve essere fatto un discorso importante, legato alla necessità di bloccare il traffico illegale di questo prodotto, spesso in mano alle mafie. Si potrebbe, con la legalizzazione, controllarne la distribuzione e migliorandone la sicurezza d’utilizzo.

Se dovessi inviare un telegramma ad Ursula Von Der Leyen: cosa le diresti?

Sono al Parlamento Europeo da sei anni e mezzo e conosco molto bene i meccanismi dell’Unione Europea: sono un sostenitore convinto della necessità di istituzioni sovranazionali ma devono queste funzionare. L’Europa non può essere solidale a parole: deve esserlo a fatti.

Il processo di unificazione reale è volutamente ancora a metà strada. La mia richiesta è quella di rimuovere tutti quei meccanismi che non lo rendono possibile e che alimentano l’astio dei cittadini nei confronti dell’Unione.

Sergio Tancredi (Attiva Sicilia): mancano almeno 3 miliardi dallo Stato

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Sergio Tancredi di Attiva Sicilia non ci sta: secondo il deputato, chi oggi attribuisce responsabilità all’attuale governo siciliano, ieri ha creato le condizioni per mettere in default qualunque successivo governo regionale. C’è chi tace colpevolmente e strumentalizza questa grave condizione di danno, inflitta anche dallo Stato, che la Regione Siciliana tuttora continua a subire nonostante il suo statuto.

Che cosa sta succedendo in Sicilia?

La storia delle difficoltà economiche della Regione affonda le radici nella scorsa legislatura. Durante il governo Crocetta lo Stato di fatto commissariò la Regione inviando una serie di tecnici come assessori al bilancio.

I quali avrebbero dovuto spegnere qualsiasi velleità della Regione Siciliana, che attendeva i pronunciamenti della Corte Costituzionale sollevati dal precedente governo lombardo, relativamente alla mancata attuazione dello Statuto siciliano, che assegnerebbe risorse alla Sicilia, totalmente derivate da propri tributi, per sopperire alle funzioni aggiuntive che ha la Regione rispetto alle altre regioni a Statuto Ordinario e che, di fatto, la rendono teoricamente quasi uno Stato, con tutto quello che concerne di costi aggiuntivi.

Considera che la piena attuazione vedrebbe un’assegnazione aggiuntiva di somme pari a circa 7 miliardi annui che lo Stato sottrae alla Regione Siciliana.

Faccio un esempio concreto. Per statuto alla Regione andrebbe riconosciuto il 10 su 10 del gettito iva.
Invece viene riconosciuto solo 3.64. Le assegnazioni attribuite alle altre regioni a Statuto Speciale hanno una media sui 10 punti base di 8.7 punti.

La differenza tra la media delle assegnazioni alle altre regioni a Statuto Speciale è di oltre 5 punti.
Considerato che 1 punto in Sicilia ammonta a poco più di 550 milioni di euro, solo arrivando alla media attribuita alle altre regioni parliamo di un’assegnazione annuale aggiuntiva di 2,75 miliardi di euro.

Questa insufficiente attribuzione di varie risorse ha determinato, nei decenni, una serie di poste di bilancio che dovevano essere eliminate essendo partite mai concretizzate, i famosi residui attivi del bilancio che furono cancellati ad agosto del 2015, otre 12 miliardi di partite con lo Stato cancellati che hanno fatto precipitare il bilancio da un attivo teorico ad un passivo reale.

Questa operazione raggiunge il suo obiettivo sotto la guida di Baccei e Crocetta (nonché di tutta la nomenclatura regionale del PD che asseconda questa operazione senza fiatare) e sotto la regia del MEF, sottoscrivendo un accordo che di fatto cancella tutte le somme dovute dallo Stato alla Regione.

Precipitandola in una crisi economica devastante. Ovviamente di tutto questo ci sono decine di atti, anche della Corte dei Conti, che lanciano gli allarmi chiedendo di sedersi a un tavolo e risolvere in maniera equa la questione.

Cosa che non è mai accaduta.

Perché la regione Siciliana è a rischio fallimento?

La Regione ha rischiato il fallimento perché in quella operazione non furono cancellati tutti i residui attivi. Ne furono lasciati un miliardo e 740 milioni. Nascosti dentro il bilancio.

Somme che sono state evidenziate dalla Corte dei Conti nel 2018 e che, poiché non si era provveduto alla cancellazione e al contestuale ripianamento trentennale nel 2015 andavano restituite(!) entro fine legislatura, cioè entro 3 anni.

Una sorta di pacco dono avvelenato lasciato in dono dal governo di centrosinistra al successivo governo di centrodestra(!).

Questo avrebbe determinato il fallimento immediato della Regione, e credo che fosse questo l’obiettivo di alcuni deputati che ora siedono nei banchi dell’opposizione in Sicilia e che remano contro anche in questa situazione drammatica globale.

Da qui si giunge a una mediazione per un ripianamento non in 3 anni ma in 10.
Ma con ulteriori prescrizioni capestro per la Regione.

Una cosa folle. Ratificato ieri sera in consiglio dei ministri.

La Sicilia è davvero sprecona?

Certamente non è un modello organizzativo di eccellenza; e certamente la politica ha usato malamente e in maniera impropria e clientelare una parte delle risorse che le venivano assegnate, ma non dimentichiamo che la Sicilia ha usato solo una frazione di quello che avrebbe dovuto avere.Cosa che altrove invece non è avvenuta.

Io non vedo sprechi superiori al resto della nazione, ma vedo un trattamento contro la Sicilia che da sempre viene trattata da colonia dallo Stato centrale, permettendo a chi l’ha gestita di fare un po’ di interessi propri in cambio di una profonda amnesia rispetto alle risorse che avrebbero dovuto garantire i servizi a tutti i Siciliani.


Chi sta lavorando “contro” la Sicilia dall’interno della regione Siciliana”? E perché?

È presto detto. Coloro che hanno permesso, nella scorsa legislatura che si mettesse una pietra tombale sullo statuto, agevolando tutta una serie di misure che hanno di fatto messo il cappio al collo a chiunque avesse governato la Regione in questa legislatura.

Il PD in primis, che probabilmente non ha nemmeno compreso a fondo i danni definitivi che stava imprimendo al tessuto economico della Regione Siciliana.

E adesso a questi si è aggiunto il manipolo di deputati del movimento che probabilmente non hanno capito l’entità delle mancate attribuzioni e, cosa ancora più importante e avvilente, dalla posizione romana di alcuni componenti del governo calcano la mano contro la Sicilia chiedendo ulteriori tagli che graveranno sui servizi della Regione e sui cittadini.

Probabilmente si soffia sul fuoco della disperazione per abbattere il nemico politico, oggi, per loro, rappresentato da Musumeci, nella speranza al prossimo giro di potersi sedere loro alla guida della Regione.

Il rischio è di guidare una Regione ridotta in macerie dalle loro stesse scelte. Gli ascari in Sicilia esistono. Io li paragono ai collaborazionisti del periodo nazista. I peggiori traditori della loro gente.

Monica Forte, M5S. Aiuti alle PMI lombarde per contrastare la mafia

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Monica Forte, (M5S), Presidente della Commissione antimafia in Lombardia ha un quadro chiaro: la mafia sta approfittando del momento di crisi per infiltrarsi ancora più a fondo nella Regione più produttiva d’Italia. Serve una strategia di finanziamenti e accesso al credito per allontanare proposte “alternative” fatte dalla criminalità organizzata agli imprenditori in difficoltà.

Come sei arrivata alla commissione antimafia e perché hanno eletto te?

Nella precedente legislatura avevo collaborato gratuitamente come attivista, assieme al mio compagno Giovanni Navicello anche lui attivista M5S, con l’allora portavoce regionale Silvana Carcano (che era anche commissario di Antimafia ed è stata tra le promotrici della Legge Regionale 17/15 cosiddetta Legge antimafia) su svariati temi, come il dopo Expo, le bonifiche dei terreni sui quali si era tenuta l’Esposizione universale e i rischi che tali grandi eventi portano con se in tema di possibili infiltrazioni della criminalità organizzata.

Quando con la nuova legislatura sono entrata in Consiglio regionale il mio gruppo ha deciso di proporre me alla presidenza della Commissione Antimafia, che spetta per prassi alle minoranze, in segno di continuità. In Commissione la votazione è stata unanime.

Covid e mafia: come si fa ad evitare che la malavita si approfitti della situazione?

Innanzitutto non abbassando la guardia. Di fronte alle emergenze e alle situazioni critiche naturalmente si tende a concentrare tutti gli sforzi su un unico aspetto del problema, quello ritenuto più urgente e che necessita di immediata risoluzione.

In questo caso, naturalmente, la crisi sanitaria ed economica. Ma è proprio nelle emergenze che le criminalità organizzate trovano terreno fertile per i loro affari e approfittano della contingenza per investire in ambiti vantaggiosi spesso intuendo con largo anticipo i settori più redditizi.

Basti pensare che a marzo, a poche settimane dall’inizio dell’emergenza, quando ancora ci stavamo chiedendo cosa stesse succedendo ed eravamo tutti spaesati, cittadini e istituzioni, la criminalità aveva fatto arrivare nel porto di Gioia Tauro un carico di mascherine e guanti e altri presidi sanitari, per fortuna intercettati dalle Forze dell’ordine e sequestrati.

Molti altri sequestri ci sono stati nei mesi seguenti e oggi il rischio che si inseriscano anche nel mercato dei vaccini anti-covid è altissimo. D’altro canto il furto e la vendita illegale di farmaci è già un settore di loro investimento, si tratta solo di adattarsi alle esigenze del momento e di cogliere le necessità odierne, e oggi abbiamo bisogno di vaccini e cure per il covid.

Gli strumenti per il contrasto ci sono già e forze dell’ordine e magistratura stanno facendo la loro parte. E’ bene che le istituzioni si tengano allineate sul profilo della prevenzione e del controllo con un occhio sempre attento ai livelli di rischio su questo fronte.

Solo per fare un esempio, i siti dove vengono stoccati i vaccini vanno presidiati, e teniamo presente che gli ospedali non hanno sistemi di sicurezza paragonabili a quelli del caveau di una banca, tantomeno gli studi medici.

Come dico sempre, non si può delegare solo alle FO e ai magistrati il contrasto alle mafie, ognuno deve fare la propria parte. I cittadini, ad esempio, non devono farsi tentare dalla possibilità di acquistare in tempi rapidi vaccini on line perché da un lato sono un rischio per la salute (di certo non si preoccupano dei metodi di conservazione), dall’altro hanno la certezza che stanno finanziando un mercato illecito.

La criminalità organizzata sta pressando sui piccoli imprenditori e comprando strutture turistiche, strozzando i proprietari. Come aiutarli?

Ci sono già prove evidenti dei tentativi di acquisizione da parte delle mafie di piccole e medie imprese in crisi, lo hanno sempre fatto, evidentemente lo stanno facendo adesso che la situazione emergenziale sta aggravando così tanto la nostra economia.

Un sondaggio fatto da Confcommercio in Lombardia tra i propri associati ha evidenziato come già a giugno 2020 il 10% di queste imprese avesse ricevuto offerte di acquisto non convenzionali.

A questo si aggiunge il rischio usura: la difficoltà di accesso al credito unitamente alla crisi attuale crea un terreno fertilissimo per chi può offrirti denaro senza problemi e in cambio ti chiede una percentuale di interessi oppure nemmeno quella, perché lo scopo è quello di acquisire la tua impresa.

Le mafie hanno necessità sempre maggiore di investire in economia legale, sia perché è il mezzo indispensabile per riciclare gli enormi proventi delle loro attività illegali, sia perché in questo modo ampliano il controllo del territorio.

Quello che si può fare per prevenire questi fenomeni è aiutare con sostegni finanziari le imprese a mantenersi in vita fino a quando l’economia globale non ripartirà, bisognerebbe lavorare di concerto con il sistema bancario affinché si facilitasse l’accesso al credito, e naturalmente assistere e accompagnare le vittime di estorsione o di usura alla denuncia. I cittadini devono tornare ad avere fiducia nello Stato.

Quanto è profonda l’infiltrazione mafiosa in Lombardia?

La Lombardia è il cuore pulsante dell’economia del nostro Paese e questo le mafie lo hanno capito da molti decenni. Ormai si sono radicati sul nostro territorio e hanno investito in quasi tutti i settori dell’economia legale.

Dal tradizionale ciclo del cemento alla filiera dei rifiuti, dalle attività di somministrazione alla movida, dal turismo di lago alle attività extra alberghiere, dalla sanità e farmacie fino ai servizi funerari, ecc. Non possiamo più parlare di infiltrazione, qui siamo oltre.

Cosa dovrebbe fare la Regione contro la mafia che adesso non fa?

Bisogna fare una distinzione. L’antimafia sociale e giudiziaria si è mossa già da diversi decenni, tanto che il movimento antimafia, inteso come insieme di più attori, in Lombardia è uno dei più vivaci, dei più attivi. Sono state la politica e le istituzioni, a parte qualche rara eccezione, che hanno fatto più fatica a fare un salto di qualità in termini di consapevolezza del fenomeno.

Negli ultimi dieci anni, però, sono stati fatti molti passi avanti. Basti pensare a Regione Lombardia che, dopo lo scandalo dello scambio di voti politico mafioso che portò alla caduta della giunta Formigoni, ha istituito la Commissione antimafia, si è dotata di una legge regionale in materia, ha attivato un Agenzia regionale anti-corruzione poi trasformata in Organismo regionale per le attività di controllo.

La stessa Commissione ha lavorato molto sul tema dell’ informazione e diffusione della conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia collaborando con le Università e gli enti locali, sul recupero dei beni confiscati, della formazione degli amministratori e dipendenti pubblici, e molto molto altro ancora.

C’è ancora tanto da fare, ma mi piace guardare il bicchiere mezzo pieno e vedere cosa è stato fatto di buono sempre con la volontà di fare meglio e di più, naturalmente.

Immagina di inviare un telegramma al Ministro Bonafede, che cosa gli diresti?

A dire il vero ho incontrato il ministro Bonafede e gli ho sottoposto alcune esigenze che si stanno aggravando come ad esempio la necessità che tutti i Tribunali siano dotati di appositi e adeguati sistemi di video collegamento che, nei casi di processi per mafia quando spesso si devono sentire le testimonianze di detenuti e collaboratori o testimoni di giustizia, sono indispensabili sia per la sicurezza che per accelerare i tempi.

Questo problema si è acutizzato con il Covid e con le necessità di rispettare i vincoli di distanziamento, cosa molto difficile in aule a volte non adeguate a processi con decine di imputati e altrettanti avvocati.

Con la Commissione abbiamo iniziato a seguire e a garantire la presenza istituzionale a tutti i processi di mafia in Lombardia, che purtroppo sono diversi, ed è proprio parlando con i pm che ci si rende conto delle enormi difficoltà con le quali si scontrano. Spesso si tratta, però, di problemi facilmente risolvibili e fa rabbia vedere che ancora poco si stia facendo.

Ho sottoposto queste e altre esigenze al Ministro e mi auguro a breve di assistere ad un cambiamento.

In generale, al di là del singolo ministro, credo molto onestamente che la politica e le istituzioni debbano trovare il tempo di confrontarsi con il mondo reale e di parlare con le persone che, in base alle diverse competenze e aree di lavoro, affrontano i problemi di tutti i giorni. Nel contrasto alle mafie non si può pensare di non confrontarsi con chi sta dedicando a questo la vita e bisogna avere l’umiltà di chiedere “Lei cosa farebbe?” Magari ci stupiremmo di quante soluzioni sono già pronte lì, solo da attuare.

Naturalmente a monte ci vuole, però, la volontà di far diventare questo tema una delle priorità dell’agenda politica. E d’altro canto, se solo si facesse lo sforzo di approfondire, si comprenderebbe che quello della lotta alle mafie non è un tema a se stante ma è trasversale a tutti gli altri perché se le criminalità organizzate investono in tutto, sanità, trasporti, ambiente, territorio, appalti pubblici, e così facendo drenano risorse e ciò si traduce in riduzione di servizi, come si può pensare di intervenire in maniera risolutiva in ognuno di questi campi se prima o quantomeno contestualmente non si recuperano le risorse sottratte dalla mafia?

E’ un discorso tanto semplice quanto difficile da sostenere politicamente. Bisogna decidere se si lavora solo per il consenso elettorale oppure per il bene del Paese, se si fanno programmi solo a 5 anni per capitalizzarne i frutti in voti alle elezioni successive, oppure se si voglia investire in progetti a lungo termine.

Io spero ancora in uno scatto di orgoglio perché il nostro Paese è troppo bello per lasciarlo in mano alle mafie.

… non è esattamente un telegramma, ma credo di avere reso il mio pensiero.

La Pax Romana. Due secoli di pace e dominio

La Pax romana fu un periodo di relativa stabilità che caratterizzò l’impero romano per oltre 200 anni, a partire dal regno di Augusto. L’obiettivo del princeps e dei suoi successori era quello di garantire il rispetto della legge, l’ordine e la sicurezza sul territorio, anche attraverso l’intervento militare e la conquista.

Durante tutta la repubblica romana e la prima parte dell’Impero, i confini di Roma si espansero continuamente. Oltre alle prime conquiste territoriali e al controllo del Mediterraneo, ottenuto grazie alle vittorie nelle guerre puniche, Roma allargò i suoi territori nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Grazie alle campagne di Giulio Cesare, i romani espansero i limiti ad Ovest, nelle Gallie, ma ancora in Spagna, verso il nord della Germania e persino in Britannia.

Attraverso i trionfi di Cesare, Augusto, Claudio e Marco Aurelio, Roma divenne uno dei più grandi imperi che fossero mai esistiti, più grande di quello della Persia e della Siria, sfidando addirittura quello di Alessandro Magno, che si sgretolò subito dopo la sua morte.

La gestione di un territorio così vasto causò tuttavia molte difficoltà: rivolte, ribellioni e insurrezioni dilagavano puntualmente. La soluzione a questi problemi di instabilità e di violenza arrivò sotto l’astuta guida dell’ imperatore Augusto, tramite un sistema di forza e di diplomazia, ma anche di gestione del territorio e delle aristocrazie locali chiamato “Pax romana”.

Il potere di Augusto

Alla morte del dittatore a vita Giulio Cesare, la Repubblica precipitò nel caos. I tentativi di conciliazione da parte di Marco Antonio fallirono miseramente. Ottaviano, il giovane figlio adottivo di Cesare, braccò gli assassini di suo padre e sconfisse gli altri pretendenti al comando di Roma, tra cui Marco Antonio ed Emilio Lepido, assicurandosi la guida di Roma. Augusto, il suo nuovo nome da imperatore, avrebbe inaugurato così un’età senza precedenti di prosperità e stabilità, ponendo fine a 30 anni di guerre civili.

Il Senato Romano, ormai nelle mani di Augusto, concesse al Princeps poteri quasi illimitati. Inizia così il periodo del “principato di Augusto”: egli aveva il cosiddetto Imperium maius, ovvero la suprema autorità sui governatori provinciali, oltre che l’autorità come tribuno della plebe, e la possibilità di convocare l’assemblea del popolo per emanare le leggi.

Con questi poteri del tutto nuovi, abilmente mascherati dalla fine politica di Augusto, il Princeps poteva porre il veto alle azioni dei magistrati e controllare di fatto il Senato. Augusto diede così il via ad una gestione completamente nuova dello Stato romano, fingendo di restaurare la Repubblica ma imponendo in realtà un “regime legalizzato” che faceva capo a lui soltanto.

Augusto scelse di risolvere alcuni problemi relativi alla sicurezza del territorio con delle nuove campagne militari, specialmente verso la Germania. Queste nuove province furono costrette ad affermare la loro fedeltà a Roma e a riconoscere l’autorità sui loro territori.

Ritornato vincitore anche dalla Spagna e dalle Gallie, dove era considerato un eroe, il Senato commissionò nel luglio del 13 a.C la creazione di un monumento noto come Ara Pacis, a simboleggiare la ritrovata pace e serenità del mondo romano, sotto la guida della famiglia imperiale di Augusto.

La Pax Romana di Augusto

Il nuovo imperatore era a tutti gli effetti un manager, che utilizzava appieno tutti i poteri che gli erano stati concessi per risolvere numerose controversie. Diffidando dell’indipendenza e della fedeltà dei governatori provinciali o dei proconsoli, Augusto viaggiò personalmente in tutto l’impero, comandando spesso grandi porzioni dell’esercito.

Per assicurarsi la lealtà dei vari territori, strinse accordi diretti con i rappresentanti delle aristocrazie locali, remunerati con denaro e terra, in cambio di un solenne giuramento di sostegno e protezione dell’imperatore. La collaborazione delle aristocrazie era fondamentale, in quanto i leader locali gestivano ed integravano a catena le masse e il popolo, favorendo la loro romanizzazione.

Uno dei punti che creava maggiori tensioni tra le autorità locali e Roma era sicuramente la pressione fiscale. Per risolvere questo problema, Augusto ordinò un censimento completo delle risorse a disposizione in tutte le province e tra i suoi cittadini, creando un nuovo quadro fiscale per l’imposizione delle tasse.

L’obiettivo era quello di mantenere l’ordine interno e di ottenere un gettito fiscale costante. Per salvaguardare i proventi delle tasse ed impedire che cadessero nelle mani di funzionari e intermediari corrotti, Augusto accentrò il tesoro di Roma in Campidoglio, sotto la sua stretta sorveglianza.

La gestione capillare delle città e delle province, tutte attraverso dei rappresentanti della famiglia imperiale di Augusto, ebbe come effetto una stabilità e una nuova calma nella gestione dei territori.

Anche i mari furono ripuliti dai pirati, consentendo l’espansione del commercio e il miglioramento delle attività produttive. Inoltre la creazione di nuove strade, più di 50000 miglia durante il suo regno, rese più facile la comunicazione e il commercio, stimolando l’economia.

Uno dei luoghi che beneficiarono maggiormente della Pace romana fu la stessa città di Roma. Tra le sue numerose riforme, Augusto fornì protezione contro possibili incendi, un grave problema della città, con la fondazione di nuovi corpi di vigili dedicati.

Anche le carestie e le inondazioni del Tevere, che era incline ad esondare, vennero sistemate e risolte. L’approvvigionamento di grano, di acqua, del trasporto di uomini e merci all’interno di Roma migliorò notevolmente grazie alla collaborazione di magistrati chiamati edili, che già esistevano da secoli sotto la Repubblica, ma che grazie ad Augusto vennero organizzati in maniera più efficiente.

Notevole impulso ottennero le forze di polizia locali, delle organizzazioni militari o paramilitari, che si occupavano di sedare i disordini e lottare contro la criminalità nelle zone periferiche della città.

Augusto fece addirittura alcuni tentativi per il ripristino degli antichi valori morali Romani, attraverso la ricostruzione di diversi templi in rovina e con la promulgazione di nuove leggi “moralizzatrici”, che alcuni casi tuttavia, ebbero un effetto limitato.

Quasi 200 anni di pace

Il popolo romano comprendeva e apprezzava la pace e la sicurezza che il nuovo ordine di Augusto portò nell’impero. Augusto divenne una figura politica irrinunciabile, addirittura con la nascita di un culto imperiale incentrato sulla sua persona e in generale sul ruolo dell’imperatore.

I suoi successori seguirono le politiche di pace e stabilità, cercando di ridurre e smussare i conflitti, espandendo i confini laddove necessario per garantire la sicurezza dei territori e mantenendo un controllo sulle finanze per promuovere la tranquillità sociale.

Questo modello di pace ebbe dei momenti di crisi durante il lunghissimo periodo della storia imperiale romana. Ad esempio, nel suo trattato sulla Britannia e sulla Germania dello storico Tacito, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, si cita un famoso discorso di Calgaco, un comandante dei britanni, che denuncia le angherie delle generali romani, che trattano con estrema violenza la popolazione, pronunciando la famosa frase “I romani fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Nonostante queste ribellioni e momenti di crisi, la Pax Romana continuò per diversi decenni, spesso nonostante l’arroganza o l’incapacità di alcuni dei successori di Augusto. L’imperatore Claudio ottenne grandi successi nell’invasione e nella provincializzazione della Britannia, mentre Vespasianio e suo figlio Tito assicurarono al dominio di Roma gran parte del Medio Oriente.

Fu invece l’imperatore Adriano a porre un termine alla continua espansione dell’impero e a ratificare dei confini settentrionali definitivi, soprattutto in Britannia, costruendo un muro e delle fortificazioni ancora oggi visibili e note come “Vallo di Adriano”.

La Pax Romana iniziò a incrinarsi nel terzo secolo dopo Cristo, quando la peste Antonina e la continua pressione dei barbari sulle frontiere settentrionali iniziarono a minare pesantemente la stabilità della società romana.

Dopo la morte di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, nel 380 dopo Cristo, la Pax Romana iniziò a disgregarsi, dopo quasi 200 anni, secondo un processo irreversibile dominato dalla mancanza di riforme fondamentali e dalla mancata comprensione delle nuove dinamiche che stavano attraversando l’Europa.

L’essenza della Pax Romana rimane comunque in una delle frasi più famose attribuite ad Augusto, che meglio di altre rappresenta il raggiungimento dei suoi obiettivi. Riferendosi a Roma, il Princeps disse: “Ho trovato una città di mattoni, va la restituisco di marmo”.

Articolo originale: Pax Romana di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Il Circo Massimo a Roma. Com’era nel tempo

Il Circo Massimo è stata la più grande pista per le corse dei carri della Roma antica. Costruito nel VI secolo a.C, il circo venne utilizzato anche per altri eventi pubblici, come i giochi e le lotte dei gladiatori, ed ha ospitato per l’ultima volta le corse delle bighe nel VI secolo d.C.

Fu parzialmente recuperato nel XX secolo e poi ristrutturato, e continua ancora oggi ad essere uno degli spazi pubblici più importanti della Roma moderna, ospitando enormi folle per concerti e raduni musicali.

Il Circo Massimo, situato nella valle tra i colli Palatino e Aventino, è lo spazio pubblico più antico e più grande di Roma. La leggenda racconta che il Circo fu originariamente progettato nel VI secolo a.C. dai primi re romani, ma la sua forma distintiva è stata definita sotto Giulio Cesare. La sua funzione principale era quella di una pista per la corse con le bighe e per i Giochi romani ( Ludi Romani ) che onoravano Giove.

Questi erano i giochi più antichi della città e si tenevano ogni settembre con 15 giorni di corse delle bighe ed esibizioni militari. A Roma si tenevano molti altri giochi durante l’anno e almeno altri 20 manifestazioni si tenevano puntualmente al Circo Massimo.

Vi era la caccia ad animali selvatici, esecuzioni pubbliche e combattimenti di gladiatori, alcuni dei quali erano spettacolari, come quando Pompeo organizzò una gara tra un gruppo di gladiatori barbari e 20 elefanti.

Circo Massimo. Le dimensioni

Al suo massimo splendore, durante il I secolo d.C., e dopo la sua ricostruzione a seguito dell’incendio del 64 d.C, il Circo aveva una capacità di 150.000 spettatori che trovavano posto su sponde larghe 30 mt e alte 28 mt.

I sedili dei due ordini inferiori erano costruiti in cemento e pietra mentre i piani superiori erano dotati di sedili in legno L’esterno del circo presentava invece un imponente fronte costituito da portici dove una miriade di negozi riuscivano a soddisfare le esigenze degli spettatori.

Lo storico e architetto romano Vitruvio descrive anche un tempio di Cerere nel Circus, decorato con statue in terracotta o in bronzo.

Il Circo Massimo aveva caratteristiche davvero impressionanti:

  • La pista, originariamente ricoperta di sabbia, misurava 540 x 80 m.
  • 12 cancelli di partenza ( carceres ) per i carri disposti ad arco all’estremità del circuito.
  • Una barriera decorata ( spina o euripus ) completa di obelischi che corrono al centro della pista.
  • Pali di svolta conici ( metae ) posti a ciascuna estremità del circuito.
  • Piccole statue che segnalavano il completamento di ciascuno dei sette circuiti di una corsa tipica.

Le corse delle bighe

I carri che concorrevano nel Circo erano rappresentati da colori (rosso, bianco, verde e blu) e potevano essere trainati da squadre di 4, 6, 8 o 12 cavalli.

Gli aurighi vittoriosi non solo si arricchirono con grandi premi in denaro, ma divennero anche i beniamini della folla, in particolare con coloro che avevano piazzato scommesse, che a volte erano enormi.

I vincitori più titolati furono Ponzio Epafrodito, Pompeo Muscloso e Diocle, ma forse il più famoso di tutti, con più di 2.000 vittorie in gara, fu Scorpus. Anche gli stessi cavalli diventavano spesso simboli di vittoria, e venivano riconosciuti e amati dal pubblico.

Famose in tutto il mondo romano, le gare al Circo Massimo furono di gran lunga le più importanti di tutto l’Impero e l’enorme prestigio di questa struttura è testimoniata dalle sue numerose rappresentazioni in mosaici, bassorilievi e monete.

Circo Massimo. Corsa di bighe

L’ultima corsa ufficiale delle bighe al Circo Massimo risale al 549 d.C. e fu tenuta da Totila, il re ostrogoto. Dopo quell’ultima grande gara, fu in gran parte abbandonato, anche se i Frangipanni lo fortificarono nel 1144 d.C.

I primi scavi di recupero furono effettuati sotto papa Sisto V nel 1587 d.C. e furono ritrovati i due obelischi che originariamente facevano parte della spina centrale.

Il primo obelisco risale addirittura al 1280 a.C e fu prelevato dai soldati di Augusto ad Eliopoli, in Egitto e portato a Roma nel 10 a:C. Si trovava all’estremità orientale della spina, ed esiste ancora: è stato trasferito in Piazza del Popolo.

Il secondo obelisco, che si trovava invece al centro della spina, risale al faraone Thutmosis II (1504-1450 a:C) e venne originariamente realizzato per il tempio di Amon a Karnak. Costantino, lo posizionò a Costantinopoli, ma dopo essere rimasto fermo al porto di Alessandria per 25 anni, Costanzo II lo portò a Roma nel 357 d.C.

Ora si trova in Piazza S.Giovanni in Laterano, sempre a Roma.

Il Circo Massimo nell’età regia

Il Circo Massimo è stato costruito sulla superficie della Valle di Murcia (Murcia Vallis), tra i colli di Roma Aventino e Palatino. Agli albori della città, la zona era una ricca terra agricola, soggetta alle inondazioni del fiume Tevere e da torrente che divideva la valle.

Il torrente venne probabilmente colmato e le prime gare si sarebbero svolte all’interno di un paesaggio agricolo, con poco più che paletti per segnare la fine di un giro, sponde dove gli spettatori potevano sedersi, e alcuni simboli sacri.

Secondo Tito Livio, fu il re etrusco di Roma, Tarquinio Prisco, a costruire una struttura sollevata, con un perimetro di legno, e dotando l’infrastruttura dei primi posti a sedere per i cittadini più influenti di Roma (i cavalieri e i patrizi ). Fu invece suo nipote, Tarquinio Superbo, ad aggiungere dei posti a sedere per i cittadini comuni.

A questo punto della sua storia è probabile che il Circo venne drenato, per evitare che le tribune e le sedute in legno marcissero. I pali di svolta, ciascuno costituito da tre pilastri di pietra, potrebbero essere state le prime strutture permanenti del Circo.

Il Circo Massimo nell’era repubblicana

Durante la Repubblica, il Circo Massimo era una struttura ormai definitiva della città di Roma. L’organizzatore dei giochi sedeva solitamente accanto alle raffigurazioni degli Dei, posizionate su una tribuna ben visibile e rialzata ( pulvinar ), anche se erano i posti sul perimetro della pista ad offrire la vista migliore e più emozionante.

Nel 494 a.C. al dittatore Manio Valerio Massimo e ai suoi discendenti fu concesso il privilegio di occupare un palco riservato nella curva sud-orientale, da cui si godeva di un ottimo punto di osservazione per le corse dei carri.

In teoria, il Circo poteva ospitare corse con 25 carri trainati ciascuno da quattro cavalli ( Quadrighe ), ma normalmente i partecipanti erano di meno, per scongiurare incidenti.

Entro la tarda epoca repubblicana o al massimo nella prima età imperiale, il Circo ospitò dodici carri leggeri, a quattro o due cavalli.

Circo Massimo

I palchi venivano assegnati agli spettatori per sorteggio e le varie scuderie erano riconoscibili dai loro colori. In genere, c’erano sette giri per gara.

Nel 33 a.C. fu aggiunto un ulteriore sistema di contagiri in bronzo a forma di delfino, posizionato ben al di sopra della barriera divisoria centrale (euripus) perchè avesse la massima visibilità.

Lo sviluppo del Circo Massimo sotto Giulio Cesare

Un grande impulso all’infrastruttura del Circo Massimo avvenne certamente grazie a Giulio Cesare. Nel 50 a.C, Cesare estese le gradinate per coprire quasi l’intero circuito della pista, escludendo i cancelli di partenza e un ingresso all’estremità semicircolare.

La pista misurava circa 621 m di lunghezza e 150 m di larghezza. Venne anche scavato un piccolo fosso tra il perimetro della pista e le sue sedute per proteggere gli spettatori e aiutare a drenare l’acqua.

Il terzo anello formava una vera e propria cavea a bordo pista. Le sue sezioni anteriori lungo il rettilineo centrale erano riservate ai senatori e quelle immediatamente dietro agli equites. I livelli esterni, i due terzi del totale, erano destinati alla plebe e ai non cittadini.

Il numero totale dei sedili è incerto, ma probabilmente raggiungeva il numero di 150.000, mentre la stima di Plinio il Vecchio, di 250.000, è improbabile.

Il Circo Massimo in età imperiale

Nel 31 a.C il Circo prende fuoco: il danno subìto fu probabilmente riparato da Augusto (successore di Cesare e primo imperatore di Roma).

Fu Augusto ad adornare la “spina” centrale della costruzione con un obelisco, prelevato dalla città egizia di Heliopolis con enormi spese, e a farlo innalzare.

Era il primo obelisco di Roma, un oggetto esotico, dal carattere sacro, un ricordo permanente della vittoria di Augusto sui suoi avversari politici e sui loro alleati egiziani nelle recenti guerre civili.

Grazie a lui, Roma si era assicurata una pace duratura e il controllo definitivo della provincia egiziana. Questa versione del Circo ci viene descritta da Dionigi di Alicarnasso come “una delle strutture più belle e ammirevoli di Roma”, con numerose “entrate e salite per gli spettatori, affinché le migliaia di persone potessero entrare e uscire senza inconvenienti”.

Successivamente, il sito rimase soggetto ad inondazioni, probabilmente attraverso i cancelli di partenza, finché l’imperatore Claudio non vi apportò dei miglioramenti tra cui, probabilmente, un terrapieno.

Nel 64 d.C. , durante il regno dell’imperatore Nerone, Roma andò quasi totalmente distrutta dalle fiamme. Nemmeno il Circo Massimo venne risparmiato dal fuoco e la parte semicircolare del Circo venne compromessa. Negli anni successivi, partì dunque, come nel resto della città, una grande opera di ricostruzione.

Memore dei danni provocati dal fuoco, alla fine del I secolo d.C., il Circo era tornato pienamente operativo, e fu dotato di una barriera divisoria centrale che comprendeva una serie di bacini d’acqua.

La ricostruzione diede la possibilità di aggiungere alla struttura templi e statue di varie divinità, ma anche fontane e ricoveri per i mestieranti che si esibivano nella caccia alle bestie, e per il recupero delle persone che perdevano la vita durante le gare.

Circo Massimo Gare

Nell’81 d.C. il Senato costruì un triplo arco in onore di Tito all’estremità semicircolare del Circo.

L’imperatore Domiziano costruì invece un nuovo palazzo a più piani sul Palatino, collegato in qualche modo al Circo; probabilmente guardava le partite dall’alto.

Il rischio di ulteriori danni dovuti agli incendi, potrebbe aver fatto decidere all’imperatore Traiano di ricostruire il Circo interamente in pietra.

Fu proprio sotto Traiano, che il Circo Massimo trovò la sua forma definitiva, che in seguito rimase invariata, salvo alcune semplici aggiunte da parte di imperatori successivi o occasionali riparazioni e rinnovamenti della struttura esistente.

Una importante riparazione avvenne sotto il regno di Diocleziano, dopo che il crollo di una sezione dei posti a sedere uccise circa 13.000 persone.

Usi successivi

Il sito è stato utilizzato per l’industria e ha ospitato persino un impianto per il gas nel 19° secolo, ma negli anni ’30 del novecento l’area fu sgomberata e trasformata in un parco, con l’intenzione di far assomigliare l’area alla forma originale del Circo.

Sempre nel 1930, il sito fu nuovamente scavato, un processo che continuò tra il 1978 e il 1988. Sono stati così rivelati i sedili originali, i cancelli di partenza e la spina. La parte principale del circo è ancora utilizzata per grandi eventi pubblici come concerti e raduni.

Il significato religioso del Circo Massimo

Il Circo Massimo non era solamente una infrastruttura per il divertimento. Molti elementi avevano un preciso significato religioso.

Nella svolta sud-orientale della pista erano posizionati due santuari. Uno, sul perimetro esterno sud-est, era dedicato alla Dea della valle Murcia, una divinità associata a Venere, rappresentata da simboli come l’ arbusto di mirto, una sorgente sacra, o un ruscello che divideva la valle e la vetta minore dell’Aventino.

L’altro santuario era posizionato nella svolta sud-orientale; dove c’era un tempio sotterraneo dedicato a Consus , un dio minore, protettore dei depositi di grano, collegato alla dea Cerere e agli inferi.

Secondo la tradizione romana, questo tempio esisteva sin dalla nascita di Roma. Romolo lo avrebbe infatti scoperto subito dopo il rito di fondazione della città, istituendo in onore del Dio la festa dei Consualia, che prevedeva, appunto, celebrazioni, corse di cavalli e sontuosi banchetti.

La posizione del tempio di Consus ricorda la collocazione dei santuari greci dedicati a Nettuno e Poseidone.

Ma l’aspetto religioso del Circo Massimo non si esprimeva solamente con i santuari. Anche i simboli usati per contare i giri di gara avevano un significato.

Uno di questi “contagiri” aveva la forma di uova, in onore di Castore e Polluce, due figli di Zeus nati proprio da un uovo.

Allo stesso modo, l’uso di contagiri a forma di delfino si riferiva al Dio Nettuno, che presiedeva i terremoti e i cavalli. Similmente, quando i romani adottarono il culto della Grande Madre Cibele, venne eretta una statua in suo onore, dalle sembianze di un leone, posizionata probabilmente sulla barriera divisoria.

Anche i culti del Sole e della Luna furono probabilmente rappresentati al Circo Massmo. La loro importanza crebbe con l’introduzione del culto romano di Apollo e del Sol Invictus. In epoca imperiale, il dio Sole era ormai il divino patrono del Circo e dei suoi giochi. Il suo obelisco sacro dominava l’arena, dalla sua posizione nella barriera centrale, vicino al traguardo.

Il tempio della Dea Luna, costruito molto prima di quello di Apollo, bruciò nel grande incendio del 64 d.C. e probabilmente non fu più ricostuito.

Il suo culto era strettamente identificato con quello di Diana, che veniva rappresentata nelle processioni che davano inizio ai giochi, e con il Sol Indiges, solitamente identificato come suo fratello.

Molti altri templi si affacciavano sul circo: i templi di Cerere e Flora erano posizionati più o meno di fronte al cancello di partenza, mentre quelli dedicati a Venere Obsequens, Mercurio e Dis (o forse Summan) si trovavano sui pendii sopra la svolta sud-est.

Sul colle Palatino, di fronte al tempio di Cerere, sorgeva infine il tempio della Magna Mater e, più o meno di fronte al tempio di Luna, quello del dio-sole Apollo .

Articolo originale: Circus Maximus di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Marco Feder

Gen. Sandro Sandulli: “Così la ‘ndrangheta si muove in Liguria”

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Ci sono persone che dicono di combattere la mafia, e persone che lo fanno veramente. Sandro Sandulli, Generale dei Carabinieri e per parecchi anni alla guida della DIA di Genova, ci aiuta a comprendere il fenomeno mafioso nella nostra regione.

Hai cominciato a Sciacca, in Sicilia, vicino a Paolo Borsellino. Cosa ti ha insegnato Borsellino che non avresti potuto trovare in un manuale di investigazioni?

Appena arrivato in Sicilia con la direzione del Dott. Borsellino, abbiamo concluso un’operazione  relativa al contrasto delle famiglie mafiose che operavano a cavallo tra il confine agrigentino e quello trapanese.

Lui era procuratore a Marsala, quindi era deputato a seguire l’attività investigativa insieme alla Distrettuale Antimafia di Palermo e successivamente era diventato Procuratore aggiunto a Palermo, con competenza territoriale sull’agrigentino.

Cosa mi ha insegnato: principalmente la serietà dell’impegno Antimafia. Serietà dell’impegno Antimafia, che vuol dire conoscenza del fenomeno per poterlo poi contrastare con le armi migliori. 

Purtroppo – già all’epoca, ma forse poi anche negli anni successivi – ci si trova sovente di fronte a tante persone che parlano di fare antimafia, anche in ambito istituzionale, non solo nel sociale, ma questa antimafia a volte ha delle finalità secondarie, per cui si perde la genuinità della lotta alla mafia, che richiede una seria valutazione, un impegno, un sacrificio costante, una capacità di compenetrarsi nel fenomeno. Forse questo è il messaggio più lineare che mi ha mi ha trasmesso in quella breve esperienza.

Spesso si confondono i termini fra mafia, criminalità organizzata.

Molto spesso si abusa del termine “mafia”. Nel senso che si parla ad esempio di mafia albanese, di mafia nigeriana. Secondo il mio modestissimo punto di vista è un clamoroso errore, perché si va a fare poi un pastrocchio e un minestrone di tutto. Le organizzazioni mafiose hanno dei modus operandi e delle finalità, hanno una storia alle spalle e non possono essere mescolate con organizzazioni che sono semplici organizzazioni criminali, magari anche strutturate ma che nulla hanno a che fare con l’organizzazione mafiosa.

L’organizzazione mafiosa opera con un controllo del territorio – ed entrano in contatto con mondi che le altre organizzazioni criminali transnazionali non hanno -,  con il mondo imprenditoriale, il mondo della politica, il mondo dell’amministrazione. 

https://www.youtube.com/watch?v=br0-qd6TObQ

Puoi chiarire la differenza fra mafia, camorra, ‘ndrangheta?

Il punto in comune, è quello della prevaricazione. Non necessariamente caratterizzate sempre e solo dalla violenza, ma sempre basate sul prevaricare il debole, il prevaricare le strutture genuine della società. 

Direi che “Cosa nostra” ha una struttura organizzativa di tipo militare, nel senso piramidale. C’è una commissione regionale, ci sono le varie commissioni provinciali, e poi al vertice c’è un capo che adesso è Messina Denaro Matteo.

Qualcosa di simile, nel tempo, si è data la ‘ndrangheta, negli ultimi 20-30 anni: anche questa organizzazione  si è data una struttura piramidale con tre macro-aree; quindi c’è il “Mandamento tirrenico”, il “Mandamento centro” che è  quello della città e della provincia di Reggio Calabria, e poi c’è tutto la parte ionica, quindi il “Mandamento ionico”. 

All’interno dei “Mandamenti” sono collocati i “locali” di ‘ndrangheta che sono le strutture territoriali, un po’ come se fosse la stazione Carabinieri, per esemplificare, e all’interno dei “locali” si possono trovare una o più “’ndrine”. Questo è un termine che fa riferimento prevalentemente a delle strutture di tipo familiare. 

Molto diversa invece la Camorra. Nel senso che in alcuni determinati momenti storici ha avuto una specie di vertice ed un “unico responsabile”, ma di fatto sono più gruppi organizzati sul territorio e che il più delle volte sono alleati in ragione degli affari che devono essere portati  a termine e quindi alleanze che si possono anche adattare al momento, ma non c’è una struttura organizzata.

 C’è stata una parvenza di organizzazione con la “Nuova Camorra Organizzata” (NCO) di Raffaele Cutolo che ha avuto la capacità  di prevalere, ma per un periodo temporale limitato. Nel senso che arrestati i capi o disarticolata l’organizzazione si è ripresa la vecchia struttura di clan che parlano tra di loro, ma che non sono organizzati appunto in un’unica struttura.

Ci può fare una breve storia della mafia in Liguria?

In Liguria, l’organizzazione mafiosa prevalente e dominante è la ‘ndrangheta calabrese. A cavallo degli anni ’90 ci sono stati dei gruppi organizzati le cosiddette “decine” che facevano capo alla famiglia mafiosa di Caltanissetta, di Gela, di Riesi, quindi a Piddu Madonia, ma hanno avuto vita breve, circa un decennio: in quel periodo ci sono stati anche omicidi per imporsi sia nel commercio di stupefacenti, che nella gestione dei videogiochi.

Poi, sporadicamente, spuntano fuori soggetti che in qualche modo sono legati alla camorra o a “Cosa nostra”, ma non c’è un’organizzazione compartimentata e strutturata sul territorio, come invece ha la ‘ndrangheta. 

Questa organizzazione sul territorio si è evoluta, facilitata da una incapacità di comprensione di questo fenomeno, anche da parte di chi avrebbe dovuto a suo tempo contrastarla, un po’ perché all’epoca non c’erano neanche le “armi”, ricordiamo che il 416-bis è del 1982. Ma non c’era proprio la capacità di comprendere questo tipo di fenomeno criminale, che era avvertito lontano.

Questi aspetti hanno permesso ai mafiosi di crescere, inizialmente con il contrabbando di bergamotto in Francia, con cui creavano i profumi  tabacchi lavorati esteri, poi con il contrabbando di t.l.e. , per passare  progressivamente a fare i sequestri di persona, anche se non numerosi. Ma c’è stata la stagione dei sequestri di persona anche in Liguria, come nel resto del nord Italia.

E tutto ciò ha portato alla creazione di un “tesoretto” con cui  sono andati a investire nel traffico di stupefacenti, inizialmente relazionandosi con “Cosa nostra” e poi diventando autonomi nel traffico della cocaina. 

Con il traffico della cocaina c’è stato il grande salto di qualità dell’organizzazione, che si è trovata ad avere dei proventi incredibili e quindi la necessità di investire, con la trasformazione di molte famiglie mafiose in famiglie imprenditoriali, con la creazione di numerose società, l’acquisto di mezzi e da lì sono iniziati i rapporti con il mondo della politica e dell’amministrazione (pubblica). 

La ‘ndrangheta ha lavorato poi con un basso profilo: ad esempio, quando si parla di appalti, non si deve immaginare che il mafioso si metta a controllare e a coordinare la gestione dell’appalto stesso. C’è un profilo molto più basso che è quello del subappalto, del movimento terra, dove si insinuano più facilmente.

Cosa significa che la ‘ndrangheta in Liguria si è trasformata da “infiltrata” ad “integrata”?

L’infiltrazione ci dà l’idea di un qualcosa che piano piano si insinua in un corpo sano, mentre l’integrazione è un qualcosa che è diventato un tutt’uno con quel corpo. Ormai si sono creati dei rapporti, a volte anche di tipo lobbistico, tra organizzazione mafiosa, imprenditoria e politica. Diverse indagini hanno rivelato questa trasformazione,  questo salto di qualità.

Con l’emergenza del Covid per la mafia è quasi tempo di “saldi”. E’ facile avvicinare aziende in crisi e acquisirle per poco. Come si reagisce a questo pericolo?

Diciamo che questo periodo ha ulteriormente esaltato questo aspetto della operatività mafiosa. Non è che in passato non ci fosse il tentativo di andare alla ricerca di aziende decotte per poi prenderne la gestione, ma ovviamente questo periodo rischia di facilitare questo lavoro.

Credo che sia necessario agire sotto il profilo informativo. Chi è deputato a fare azione di contrasto nei confronti delle organizzazioni mafiose deve esaltare l’attività informativa che è quella base  per poter costruire le attività investigative.

Diciamo che l’Italia nei confronti delle organizzazioni mafiose ha una legislazione preventiva che è di altissimo profilo, come nessun’altra nazione al mondo. Per cui è importante utilizzare al meglio l’attività preventiva che permette, senza avere la necessità di raggiungere l’onere della prova, ma semplicemente lavorando su un piano indiziario, di poter raggiungere obiettivi e rendere la vita difficile alle organizzazioni mafiose.  E’ necessario avere una solidità di indizi, in modo da riuscire a fare un quadro che permetta al giudice di ragionare sull’intervento di tipo preventivo. 

E’ vero che il principale Hub per il traffico di droga era il porto di Gioia Tauro e ora è quello di Genova?

La ‘ndrangheta nel narcotraffico internazionale è una delle organizzazioni principali:  per la cocaina hanno costruito solidissimi rapporti con i cartelli colombiani, tutt’ora esistenti. Ma poi si sono evoluti nel relazionarsi anche con i cartelli messicani. Ultimamente si è ripresentato anche il traffico di eroina, passando dagli ex Paesi della Cortina di ferro per arrivare poi in Europa.

In generale tutti i porti nazionali hanno sempre avuto una grande importanza. Genova ha sempre avuto un grande ruolo, come anche i porti europei, tipo Rotterdam, Anversa, piuttosto che altri porti della Germania, che sono sempre stati un punto di arrivo per il traffico della cocaina dal Sudamerica. Poi sono stati scelti altri scali, passando anche dall’Africa, per arrivare sempre e comunque in Europa con carichi importanti di stupefacente.

Il comune di Ventimiglia è salito alle cronache a settembre 2019 per un presunto inchino eseguito nei confronti di Carmelo Palamara, esponente di spicco della ‘ndrangheta ligure. Che opinione hai di questo episodio?

Su questo episodio abbiamo scoperto che l’organizzatore di questo inchino era  un imprenditore che opera in maniera stabile in Francia. Queste manifestazioni sono indicative del fatto che l’organizzazione è estremamente radicata sul territorio e in tutto questo una grave colpa c’e l’hanno molti soggetti deputati a contrastare questo fenomeno. 

Il punto è che per contrastare questo fenomeno bisogna prima conoscerlo, bisogna studiarlo. Non puoi contrastare efficacemente  il nemico se non lo conosci. Devi sapere la sua storia, come si è evoluto sul territorio.

Quando ero impegnato a contrastare l’irredentismo altoatesino, inizialmente ero stupito. Perché quando sono arrivato a Bolzano era il 1982, la Prima Guerra Mondiale era finita da un pezzo. E allora mi sono messo a studiare per capire il motivo che spingeva queste organizzazioni terroristiche ad operare.

Ti sei sicuramente trovato faccia a faccia con boss mafiosi di un certo livello. Come è stato il confronto?

E’ fondamentale il rispetto. Non il rispetto nel senso “mafioso” del termine, ovviamente, ma per la persona umana. Cito un episodio: al termine di un’udienza alcuni imputati volevano vedere le proprie mogli e i propri figli. 

Io tranquillizzo tutti,  parlo con i detenuti e dico: “Uno alla volta”. Fuori dalla gabbia, uno alla volta, a distanza, ognuno di loro ha potuto fare un saluto breve alle mogli e ai figli. Questo fu molto apprezzato: si salvò la dignità della persona e allo stesso tempo si è conservò il senso dello Stato che doveva necessariamente salvaguardare la sicurezza dell’aula.

Hai mai chiesto ad un mafioso come ha potuto scegliere una vita di tale violenza?

No. Perché questa è una scelta criminale del tutto convinta. Quello che dici tu è il punto di vista della persona per bene: hai fatto un guaio, ma perché l’hai fatto? Ma cosa ti è successo? Questi nascono, crescono, vivono, secondo i principi mafiosi, secondo una vita mafiosa. 

L’imperatore Diocleziano. Le riforme, la tetrarchia, le persecuzioni

Diocleziano fu imperatore romano dal 284 al 305 d.C. La sua influenza e le sue riforme cambiarono in maniera importante il volto dell’impero, dando un significativo contributo da un lato, fallendo miseramente sotto altri aspetti.

Dopo la sconfitta e la morte dell’imperatore Filippo l’Arabo nel 249 d.C, l’impero romano conobbe per più di tre decenni una serie di governanti assolutamente inadeguati al loro compito.

L’epoca degli splendori di Augusto e di Traiano era ormai lontana, e l’impero, un tempo particolarmente potente, stava soffrendo sia finanziariamente che militarmente. Gli attacchi costanti lungo la frontiera del Danubio e contro le province orientali, stavano mettendo a dura prova la resistenza delle legioni sul confine. Ma nel 284 d.C. salì al trono imperiale un uomo che avrebbe cambiato completamente la situazione. Diocleziano.

Giovinezza e ascesa al potere

Diocle, che sarebbe diventato noto nella storia come Diocleziano, nacque da umili origini il 22 dicembre del 245 d.C nella provincia balcanica della Dalmazia. Arruolatosi giovanissimo nell’esercito, salì rapidamente di grado diventando un membro influente all’interno dell’esercito Illirico, odierna Croazia.

Le sue abilità furono presto riconosciute e premiate quando divenne comandante dell’esercito in Mesia, una provincia balcanica nella Dalmazia, situata appena ad ovest del Mar Nero.

Nel 288 d.C. Diocle accompagnò l’allora l’imperatore romano Caro in Persia, dove prestò servizio come guardia del corpo imperiale: una posizione di rilievo che avrebbe continuato ad occupare anche sotto il successore di caro, Numeriano.

Il regno del giovane Numeriano sarebbe stato di breve durata. Anche se alcune fonti sospettano che Diocleziano abbia avuto un ruolo nella morte di Numeriano nel 284 d.C, il principale oppositore di Numeriano fu il realtà Arrius, il capo della sua guardia pretoriana e suo suocero.

Numeriano appariva come un incompetente: Arrius sperava di assicurarsi il trono imperiale con un colpo di mano, e decise di uccidere l’imperatore a tradimento. Ma per Arrius la situazione ebbe uno sviluppo del tutto imprevisto: le sue proposte non incontrarono il favore dei legionari e fu lo stesso Diocleziano a vendicare la morte dell’imperatore precedente, uccidento Arrius davanti ai suoi commilitoni.

Folgorati della situazione e riconoscendo in Diocleziano un indiscutibile capo militare, i legionari lo proclamarono nuovo imperatore nel novembre del 284 d.C.

Il nuovo imperatore attraversò rapidamente lo stretto del Bosforo, dove riuscì ad intercettare e a sconfiggere Carino, co-imperatore e fratello di Numeriano, nella battaglia del fiume Margus. Il giovane avversario, dopo la sconfitta, fu assassinato delle sue stesse truppe.

Con questa vittoria, Diocleziano ottenne il controllo completo dell’impero, assumendo il nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano e apprestandosi a scrivere le pagine di storia.

La divisione dell’impero

Diocleziano comprese che uno dei principali problemi nel governare l’impero romano era l’enorme estensione del suo territorio. Era decisamente troppo grande per essere governato da una sola persona: così una delle prime azioni del nuovo imperatore fu quella di dividere l’impero nella zona est e ovest.

Nel novembre del 285 d.C, poco dopo essersi assicurato ufficialmente il trono imperiale, Diocleziano nominò come comandante del settore Ovest un ufficiale Illirico, suo genero, di nome Massimiano.

Comprendendo che le principali emergenze erano ormai spostate sul fronte orientale, Diocleziano si concentrò sulle province ad est. L’imperatore, mantenne però una sorta di primato morale nei confronti di Massimiano, riservandosi la possibilità di porre il veto a qualsiasi decisione del collega.

A questo punto, gli storici parlano della scomparsa dell’antico sistema del “principato di Augusto” e iniziano a definire il governo dell’impero romano come “Dominato“, una forma di controllo in cui l’impero viene gestito quasi come una proprietà privata da parte dell’imperatore, il cui potere è completamente scollegato dalle istituzioni statali.

Le difficoltà che avevano oppresso l’impero negli ultimi decenni rimanevano gravi. Come tutti i suoi predecessori, Diocleziano dovette affrontare problemi di ordine militare lungo il fiume Danubio, in Mesia e in Pannonia. Per i successivi cinque anni, Diocleziano trascorse la maggior parte del tempo impegnato in violente campagne militari nella metà orientale dell’impero.

Una vittoria decisiva avvenne nel 286 d.C: un trionfo che gli consentì di riportare finalmente la pace in Oriente e fregiarsi del titolo di “Germanico Massimo”. Diocleziano dimostrò abilità simili anche in Persia, sconfiggendo i Sarmati nel 289 d.C e i Saraceni nel 292 d.C.

Il suo collega Massimiano affrontò problemi simili in occidente. Una generale di nome Carausio, al quale era stato conferito il comando per sconfiggere il ribelle Bagaudae in Gallia, si ribellò all’autorità imperiale, prendendo il controllo e sequestrando le province della Britannia e di parte della Gallia settentrionale e autoproclamandosi imperatore.

Massimiano emise una condanna a morte nei confronti del ribelle e Carausio incontrò la morte per mano di uno dei suoi ufficiali più stretti, il suo responsabile alle finanze, Alletto.

Il problema della successione: la Tetrarchia

L’idea di una impero diviso stava apparentemente funzionando. Rimaneva tuttavia un grave problema che affliggeva l’impero sin dai tempi di Augusto: quello della successione al trono. Diocleziano tentò di porre soluzione a questo problema secolare tramite l’invenzione della “Tetrarchia“.

Questa struttura era composta da due imperatori definiti “Augusti“, uno dell’est e uno dell’ovest, che avrebbero nominato nel corso della loro vita due rispettivi successori, definiti “Cesari“. In caso di morte o abdicazione di un Augusto il rispettivo Cesare gli sarebbe legalmente succeduto.

Si creava così un meccanismo di ricambio dove la scelta del successore era compiuta solo su base meritocratica. Nei piani di Diocleziano, la tetrarchia avrebbe finalmente restituito stabilità al potere imperiale.

Per ricoprire questo nuove posizioni Massimiliano adottò e poi nominò il suo comandante della Guardia pretoriana, Costanzo, come Cesare. Costanzo si era guadagnato un’ottima reputazione dopo aver condotto una serie di campagne di successo contro Carausio. Diocleziano scelse invece come suo Cesare, Galerio, che aveva servito, distinguendosi per merito, sotto gli imperatori Aureliano e Probo.

Il nuovo sistema fu presto messo alla prova dallo scoppio di problemi in Nord Africa e in Persia: una confederazione Berbera, i Quinquegentanei, invase la frontiera Imperiale. Contemporaneamente in Persia venne destituito il Re Teredate, gradito a Roma, e l’esercito invasore avanzò verso la capitale siriana di Antiochia.

Galerio si mosse immediatamente per soffocare la rivolta, ma la sua scarsa capacità di giudizio e di gestione degli uomini lo portò a subire un’imbarazzante sconfitta da parte dei Persiani.

Questa umiliazione gli costò un rimprovero pubblico da parte di Diocleziano, che gli aveva impartito ordini ben precisi. Fortunatamente, Diocleziano fu in grado di raccogliere rapidamente rinforzi e sconfiggere i Persiani e il loro Re Narsete nel cuore della Mesopotamia e al termine dei combattimenti, venne negoziato un trattato molto favorevole ai romani.

Nel frattempo, in Egitto scoppiò una nuova insurrezione, guidata stavolta da Lucio Domizio Domiziano, che si dichiarò imperatore. Lo stesso Diocleziano, che intervenne ancora personalmente nel 298 d.C. sconfisse e uccise l’aspirante imperatore vicino ad Alessandria.

Questi risultati, assieme al successo definitivo di Massimiano in Nord Africa e le vittorie di Costanzo in Occidente, che riuscì a riacquisire la Britannia, portarono di nuovo la pace dell’impero.

La riforma delle province e del sistema fiscale

Le vittorie militari permisero finalmente a Diocleziano di rivolgere la sua attenzione a delle riforme interne di cui l’impero necessitava. La più grande urgenza riguardava la risistemazione del sistema fiscale per migliorare la situazione delle province.

Per ridurre la possibilità di rivolte, specie nelle province più povere e lontane da Roma, l’imperatore raddoppiò il numero di queste da 50 a 100. Ogni provincia venne divisa in dodici “Diocesi” rette da altrettanti “Vicari” che avevano responsabilità amministrative. Per non concentrare troppo potere nelle mani di una sola persona, i vicari non avevano responsabilità militari, che venivano invece delegate ad altri comandanti.

A differenza dei precedenti imperatori, Diocleziano evitò di affidarsi ad un sistema clientelare nella scelta degli amministratori, promuovendo persone altamente qualificate e che godevano della sua personale fiducia.

Poiché l’importanza della capitale era ormai diminuita da decenni e il centro del potere si era spostato ad est, molti membri del senato di Roma persero la loro influenza sulle decisioni amministrative.

Secondo quanto riferito dalle fonti e nonostante dei progetti grandiosi come le nuove Terme Romane, Diocleziano visitò Roma solamente una volta nel corso della sua vita e appena prima della sua abdicazione.

Anche Massimiano preferiva utilizzare Mediolanum, Milano, come centro amministrativo. Per Diocleziano la capitale dell’impero era in realtà ovunque l’imperatore fosse, anche se tendenzialmente scelse la città di Nicomedia come base per le sue operazioni.

Le finanze dell’impero erano in crisi da decenni ed erano necessari molti più fondi per finanziare la riorganizzazione delle province e l’espansione militare. Per questo motivo, il sistema fiscale doveva essere profondamente riconsiderato e riformato.

Diocleziano ordinò un nuovo censimento per determinare quanti cittadini vivevano nell’impero, quanta terra possedevano e per stimare le capacità produttive di ogni territorio. Per raccogliere fondi e arginare il fenomeno dell’inflazione, Diocleziano aumentò le tasse e riformò il processo di raccolta dei tributi.

Questo costrinse le persone a svolgere il loro lavoro nei campi o nelle piccole attività, indipendentemente dal fatto che l’attività fosse redditizia o meno e senza considerare le loro aspirazioni personali.

La cosa importante era ottenere una stabilità nelle entrate anche a costo di “imbalsamare la società”: un artigiano avrebbe dovuto lavorare per tutta la vita alla sua bottega senza poter cambiare mansione, e anche i suoi figli dovevano raccogliere in eredità la stessa professione, senza possibilità di scelta.

Per fermare l’inflazione incontrollata, Diocleziano emanò “L’editto dei prezzi massimi”, una legislazione che fissava in maniera inequivocabile i prezzi di beni e servizi nelle varie parti dell’impero e i salari che dovevano essere pagati.

Questo editto, tuttavia, si rivelò completamente inattuabile, e fu rapidamente aggirato dallo sviluppo di un fiorente mercato nero, con prezzi ben più alti rispetto alla norma.

Diocleziano e i cristiani

Un altro aspetto fondamentale del regno di Diocleziano fu il suo rapporto con la crescita del Cristianesimo, una nuova religione che attraeva sempre più seguaci da tutti gli strati della popolazione. I cristiani, i cui primi gruppi erano stati individuati già dai tempi dell’imperatore Nerone, si stavano consolidando come nuova forza religiosa.

Quello che del cristianesimo preoccupava l’amministrazione dell’impero, era il rifiuto da parte dei credenti di sacrificare agli Dei romani oltre che al “Numen” che proteggeva l’imperatore, violando e mettendo in discussione la cosiddetta “Pax Deorum“, ovvero il rapporto di serena e civile convivenza tra romani e Dei.

Diocleziano utilizzò tendenzialmente una mano pesante nei confronti dei Cristiani: lui stesso iniziò a considerarsi un Dio vivente, pretendendo che le persone si protrassero davanti a lui e gli baciassero l’orlo della veste quando lo incontravano.

Quando ne 297 d.C chiese che tutti i soldati e i membri dell’amministrazione Imperiale offrissero un sacrificio agli Dei romani, coloro che si rifiutarono furono immediatamente costretti a dimettersi.

Nel 303 d.C ordinò persino la distruzione di tutte le chiese e dei testi cristiani. Tutti questi editti furono caldamente incoraggiati da Galerio, il Cesare di Diocleziano, che aveva sviluppato nel corso del tempo una intolleranza ancora superiore rispetto a Diocleziano.

In questo periodo, i principali membri del clero cristiano furono arrestati e condannati , come il famoso vescovo di Nicomedia che dopo essersi rifiutato di prestare giuramento fu decapitato. Il livello di violenza e di intolleranza nei confronti dei Cristiani toccò con Diocleziano e con Galerio uno dei punti più elevati dell’intera storia romana.

Diocleziano, con il senno di poi, dimostrò di non aver compreso la natura e la funzione del Cristianesimo, tentando inutilmente di sopprimere con la forza un fenomeno che stava crescendo in maniera inarrestabile e che rappresentava invece un nuovo corso per l’impero romano.

L’abdicazione e la morte

Nel 303 d.C, dopo il suo unico viaggio a Roma, Diocleziano si ammalò gravemente. Le sue condizioni di salute lo costrinsero ad abdicare al trono nel 305 d.C  e a ritirarsi nel suo enorme Palazzo fortezza a Spalato, in Croazia.

L’enorme complesso fortificato era strutturato come un accampamento militare, ma comprendeva strade colonnate, sale di ricevimento, un tempio privato, un mausoleo, dei bagni e degli ampi giardini.

Facendo rispettare il meccanismo della tetrarchia, Diocleziano convinse il suo collega a Massimiliano a dimettersi dall’incarico. Questa doppia abdicazione permise a Costanzo e a Galerio di succedere come nuovi Augusti.

I nuovi Cesari furono stati rispettivamente Massimino e Severo.
Sebbene per alcune questioni urgenti, Diocleziano riprese brevemente il controllo dell’impero nel 308 d.C, il vecchio imperatore rimase nel suo palazzo, allevando cavoli fino alla sua morte nell’ ottobre del 311 d.C.

L’eredità di Diocleziano

Sfortunatamente la visione di Diocleziano e il meccanismo della tetrarchia fallirono miseramente. Già dopo pochi anni dalla sua morte si scatenò una guerra tra i successori: in particolare il figlio di Costanzo, Costantino, radunò le legioni della Britannia e affrontò nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C il suo avversario Massenzio, ottenendo una sfolgorante vittoria.

In totale contraddizione con la politica di Diocleziano, Costantino avrebbe fondato la città di Costantinopoli come nuova capitale d’Oriente e avrebbe sdoganato la religione cristiana, capendo le potenzialità di questa nuova confessione ed utilizzandola abilmente per i suoi scopi politici.

Articolo originale: Diocletian di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Monica Nolo, Manager Italia: Una nuova gestione d’impresa per uscire dalla crisi

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Lo tsunami del Covid non è solamente sanitario. La drammatica emergenza ha investito tutto il mondo produttivo italiano. Il lavoro, ormai si capisce, non sarà più come prima.

Con Monica Nolo, Presidente di Manager Italia Liguria, cerchiamo di capire come le aziende possono affrontare questo periodo e agganciare la ripresa.

Quando possiamo dire che una azienda inizia ad avere bisogno di un manager?

Più che assumere un manager, l’azienda deve avere coscienza che la direzione di un’impresa deve essere fatta con cultura manageriale. Nelle nostre piccole e microimprese questo è un aspetto poco toccato, ma ce ne rendiamo conto soprattutto nei momenti di crisi, in cui la managerialità significa riuscire a programmare, riuscire a riorientare l’azienda.

https://youtu.be/fZFuYeAM_SA

In generale anche un’azienda che abbia una piccola struttura potrebbe avere necessità di dotarsi di un manager: questo non significa dover necessariamente inserire il manager come figura stabile.

Stiamo sperimentando delle forme di inserimento di figure manageriali anche a supporto di specifici progetti, di specifici momenti. Sicuramente questa fase potrà essere la ripartenza, probabilmente per un nuovo business model delle aziende. Potrebbe essere il momento giusto, per qualunque dimensione di impresa, per chiedere una consulenza e un supporto manageriale.

Come si individua un manager adatto ai propri progetti?

In Italia la scelta del manager non passa per il classico circuito della selezione professionale, ma vive molto sul passaparola o sulle conoscenze personali: questo è talvolta uno strumento molto buono, ma talvolta uno strumento che non sempre si rivela utile o il migliore rispetto alla specifica esigenza.

Sicuramente affidarsi ad un circuito di selezione più professionale,attraverso anche dei recruiter, può rivelarsi un ottimo strumento per individuare esattamente l’esigenza dell’impresa e quindi trovare il manager giusto.

Abbiamo aperto circa quattro anni fa un canale che si chiama XLabor sul quale si trovano questi profili qualificati. Facciamo sempre una analisi di selezione per individuare quelle che sono le reali e certificate competenze del manager: diamo anche un supporto formativo perché è fondamentale per tutti, per un manager in primis, avere la formazione continua.

Chi aderisce a questo nostro canale può usufruire di una formazione continua e ha la possibilità di fare un check delle competenze, per verificare se queste sono in linea con le richieste del mercato.

Quindi sì esistono molti canali: quello che suggeriamo è di fare una riflessione più compiuta al proprio interno per capire quali sono le vere esigenze dell’azienda e in base a questo fare una selezione sulle figure professionali necessarie.

Molto spesso capita che i proprietari delle aziende abbiano quasi paura che i manager possono sostituirli nel loro ruolo di leadership. Come si fa a far collaborare proprietario e manager senza entrare in collisione?

Molto dipende da come il titolare dell’azienda vede il ruolo del manager. Laddove il proprietario riesca a comprendere che il manager è quel soggetto che dà esecuzione a tutta una serie di operatività e sgrava l’imprenditore da questi aspetti, lasciandolo libero di fare impresa, difficilmente i due soggetti andranno in rotta di collisione.

Molto spesso l’imprenditore può trarre beneficio dal confronto con un manager professionista, perché è proprio dal confronto di idee che si stabiliscono e si definiscono le strategie migliori.

Quello che rileviamo in molte delle aziende italiane tipo familiare, è che l’imprenditore ha paura di lasciare e di delegare: un problema risolvibile solo con un confronto fra i due soggetti in cui l’un l’altro riescano a definire quali siano i ruoli e gli ambiti di competenza al fine di agire nel nell’interesse dell’impresa.

I proprietari hanno paura che i manager diventino i nuovi punti di riferimento, anche per i dipendenti.

Il tema della leadership è un tema importante. Il leader normalmente è quel soggetto che riesce a trasmettere una visione ed una prospettiva, quindi l’imprenditore che ha questa visione, tipica delle grandi imprese, capisce di non poter fare tutto e quindi delega a dei professionisti con delle specifiche competenze il lavoro da fare. È questa commistione di elementi che fa sì che l’azienda sia una buona azienda.

Un leader, un capo, un imprenditore che ha questa capacità di visione non avrà mai paura che il manager lo sovrasti, al contrario di chi ha meno fiducia nelle proprie doti e crede che la leadership sia esattamente speculare alla capacità di controllo delle singole attività dell’impresa.

Come si giudica l’operato di un manager?

Usciamo da una grande era in cui il manager o quelli che si definivano tali venivano giudicati per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Questo ha portato alla definizione di obiettivi di brevissimo termine trasformando le aziende in elementi vuoti: è successo nel settore bancario, è successo in grandi settori produttivi.

Grandi premi di risultato quindi, legati al raggiungimento di un utile in un certo momento, ma poi l’azienda non riesce a mantenersi nel tempo. È possibile avere un giudizio sull’operato del manager positivo se lo stesso è capace di creare reddito di lungo periodo all’impresa.

Bisogna ricominciare a pensare un po’ più sul lungo termine e un po’ meno sul brevissimo termine. Oggi più che mai ci si rende conto che l’azienda è un ecosistema in cui tutto quanto è in equilibrio, quindi ora più che mai il manager è colui che deve riuscire a creare un ambiente positivo e fare in modo che anche le persone che lavorano all’interno dell’azienda se ne sentano parte e traggano beneficio dal loro impegno.

L’impresa deve generare benefici per sé ma anche benefici per chi vi lavora.

Manager o “persone che si definiscono tali”. Come si distinguono i due?

Spesso la stampa ha individuato e definito come manager persone che non corrispondevano davvero a tale ruolo, Flavio Briatore per dirne una. Questo tipo di persona non è quelloa che noi definiamo “manager”, perché il manager opera tanto all’interno e si vede molto poco all’esterno. La figura manageriale difficilmente emerge se non nei contesti in cui opera, ed è una persona che è strettamente impegnata in azienda al di là dell’orario lavorativo. E’ colui che fa funzionare l’impresa: poco visibile ma molto operativo.

Come hanno reagito le imprese liguri ai problemi legati all’emergenza causata dal Covid-19?

Nelle aziende in cui era presente una forte managerialità si è reagito abbastanza velocemente alle restrizioni del lockdown, introducendo forme di lavoro a distanza o smart working che hanno consentito di mantenere una continuità aziendale con profili di efficienza più o meno pari al 70%-80%.

Al netto di dover gestire le emergenze e quindi la funzionalità aziendale, siamo stati tutti quanti molto impegnati nel ripensare i business model, perché ci rendiamo conto che questo periodo sta spingendo verso un cambiamento che difficilmente ci porterà ad essere esattamente uguali a quello che eravamo prima.

In alcuni casi si dovrà ripensare ai propri modelli di business in maniera importante: lo abbiamo visto per i ristoranti, lo abbiamo visto per tutte quelle imprese di servizi che effettivamente debbono pensare ora, per un domani, a riconvertire la propria attività in maniera differente.

Lo smart working fa emergere quello che era il futuro che già si tracciava per il mondo del lavoro: un tipo di occupazione in cui la presenza fisica negli uffici sarà sempre importante ma che sarà combinata anche con la capacità di lavorare a distanza.

I lavoratori saranno sempre più giudicati per il tipo di risultato che sarà ottenuto piuttosto che per la presenza fisica in azienda. Sono processi che erano già in corso, ma la costrizione ad essere distanti dal posto di lavoro ha accelerato il tutto.

Secondo un dossier pubblicato sul sito di Manager Italia, il mondo del lavoro sarà ridisegnato in ottica smart working. Non saremo mai più come prima?

Saremo in una fase di transizione, perché questi processi subiscono degli assestamenti. Quello che già vediamo è che il futuro del lavoro si baserà sull’attività di ciascuno, non tanto in relazione alla presenza fisica negli uffici, quanto sulle attività svolte.

I singoli lavoratori saranno sempre più dei micro professionisti ai quali sarà richiesto il raggiungimento di determinati risultati.

Nel mondo manageriale si stanno sperimentando forme nuove di interazione, quindi il manager dovrà essere in grado di gestire dei team che saranno formati anche da elementi esterni alle aziende.

Nel nostro caso abbiamo fatto un accordo con Manager Italia – Confcommercio per una piattaforma che si chiama White Libra e su questa piattaforma il manager sarà collegato con diversi soggetti per la creazione di team di lavoro per realizzare specifici progetti.

Un telegramma ad un piccolo imprenditore preoccupato per la situazione

Gli direi di affrontare e trasformare questa preoccupazione in una riflessione su come ripartire, come rivedere la propria azienda. E nel farlo gli consiglierei di affidarsi anche a dei professionisti in grado di tracciare con lui questa ripartenza.

La battaglia di Beth Horon: l’agguato a Roma

Di Teresa Logozzo

Sul finire dell’anno 66 d.C. Roma deve subire lo scacco di vedersi annientare quasi totalmente una legione e perdere numerose insegne tra cui un’aquila, il simbolo sacro, l’anima stessa di una legione.

A sfidare i Quiriti non sono tribù celtiche o germane, né tantomeno il potente regno dei Parti, da sempre, a fasi alterne, impegnato nella lotta per il dominio dei territori dell’Asia minore, crocevia economico da e verso il misterioso Oriente.

Ad alzare la voce e le armi sono la Giudea e la Galilea che occupano il settore meridionale della provincia romana della Siria. I loro abitanti, gelosi della loro identità e della loro religione hanno sempre mal tollerato le ingerenze esterne, prima dei Greci – Macedoni che con Alessandro Magno avevano ellenizzato l’Asia Minore e poi dei Romani.

I rapporti con quest’ultimi sono stati dettati spesso da incomprensioni, spesso dovuti al diverso modo di concepire il peso che l’aspetto religioso aveva nella gestione del potere politico presso i Giudei.

I vari governatori della Siria e i procuratori della Giudea non sempre hanno saputo esercitare la loro autorità in modo da non scontentare la massima istituzione politica-religiosa di Gerusalemme, il Sinedrio.

Gli ultimi decenni sono stati, in particolare, caratterizzati dalla presenza di rappresentanti di Roma, dediti più a rafforzare il proprio potere personale ed economico che ad agire nell’ambito dell’incarico ricevuto.

E’ così ha governato il sopruso, le ruberie, le vessazioni e le angherie nei confronti della popolazione, sempre più scontenta e sull’orlo della ribellione.

La rivolta contro Roma

L’ultimo procuratore Gessio Floro, nominato nel 64, era ritenuto dai Giudei, crudele, sprezzante “per i diritti della nazione, e come boia arrivato per giustiziare dei condannati a morte, non si astenne da alcuna forma di ruberia e di vessazione.

Nei casi pietosi era di una ferocia inaudita, nelle turpitudini il più sfrontato; nessuno più di lui gettò discredito sulla verità, né escogitò metodi più insidiosi nel commettere delitti.

A lui sembrò piccolo guadagno quello che si poteva ricavare da un solo individuo, e perciò si diede a spogliare intere città e a taglieggiare popolazioni intere, e per poco non arrivò a bandire nel paese che tutti potevano fare i briganti purché a lui toccasse una parte del bottino.

La sua cupidigia gettò la desolazione nelle città e fece sì che molti, abbandonando le avite dimore,si rifugiassero in paesi stranieri

(Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, Libro II, 277-279).

Per nascondere i suoi misfatti, evitando di essere chiamato a risponderne davanti all’imperatore intende provocare ulteriormente la popolazione con nuove sofferenze fino a spingerla a una aperta rivolta. In tal modo, avrebbe coperto o almeno fatto dimenticare le sue colpe con le reazioni violente altrui.

Il suo diretto superiore il Legatus Augusti pro praetore di Siria, Caio Cestio Gallo è troppo lontano e quelle che gli giungono sono solo accuse generiche, non supportate da convincenti prove, tali da giustificare una sua più duratura e energica presenza a Gerusalemme, all’indomani di quella che i Giudei chiamano Pasqua, la festa degli Azzimi, un periodo di celebrazioni in memoria della liberazione del popolo ebraico e il suo esodo verso la Terra Promessa.

Gli animi giudei sono ormai esacerbati e si verificano i primi disordini. La violenta reazione di Floro, dopo la sottrazione dalle casse del Tempio di una ingente somma di denaro con il pretesto che non è stato ancora pagato il tributo a Cesare, si traduce nell’entrare a Gerusalemme deciso a eliminare i rivoltosi, dandosi al massacro e alla razzia, nel maggio del 66.

E’ la scintilla che fa scoppiare la rivolta dei Giudei che passerà alla storia come la prima guerra giudaica a cui sarà posta fine nel 70 d.C. con la presa di Gerusalemme e l’incendio del Grande Tempio (con ultimi strascichi nel 73 con la presa della fortezza di Masada a opera della X Fretensis al comando di Lucio Flavio Silva).

La rivolta si espande

Floro ha ormai innescato la miccia della rivolta e fa di tutto per distogliere l’attenzione sia dei Giudei che dei Romani dalle sue colpe. Addirittura “per dare un’altra spinta verso la guerra, Floro scrisse a Cestio accusando falsamente i Giudei di ribellione, attribuendo a loro l’inizio delle ostilità e affermando che erano stati essi a fare quanto in realtà avevano subito” (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, Libro II, 333).

Ma lo stesso governatore riceve notizie di tenore opposto da Erode Agrippa II, re cliente di Roma e da sua sorella Berenice che lo informano delle iniquità commesse dall’alto funzionario romano.

Lo stesso Agrippa aveva tenuto un’accorato discorso al fine di riportare alla ragione la popolazione di Gerusalemme e indurla a piegarsi alla supremazia, anche militare, dei Romani, perché impossibilitati a sostenere una guerra, che avrebbe, tra l’altro, comportato il trascurare tutte le cerimonie e i riti del culto del loro Dio.

Il re, alleato dei Romani, non venne ascoltato e fu costretto a lasciare Gerusalemme, mentre Floro aveva già trovato riparo a Cesarea Marittima. I ribelli, ben presto, occupano l’altura di Masada dove Erode il Grande vi aveva edificato una sontuosa residenza, e Macheronte.

Ben presto una dopo l’altro i capisaldi con cui i Romani controllano la provincia, cadono in mano dei rivoltosi. Inevitabilmente cade anche la guarnigione romana a Gerusalemme nel settembre del 66 d.c., finendo massacrata dopo che i rivoltosi hanno pattuito un salvacondotto per fare lasciare i Romani incolumi la città.

Cestio Gallo organizza i legionari

Gaio Cestio Gallo, governatore della Siria, non può più attendere gli eventi e decide di passare all’azione. Raduna un numeroso esercito, costituito dalla legione XII Fulminata, tre vessillazioni, ognuna di duemila uomini delle altre legioni siriache, la Legio VI Ferrata, la Legio III Gallica e la Legio IIII Scythica, sei coorti di fanteria ausiliaria e quattro ali di cavalleria, oltre reparti inviati dai re clienti, Antioco IV da Commagene, Erode Agrippa II e Soemo di Emesa per un totale di oltre trentacinquemila uomini.

Con tale esercito Cestio Gallo varca i confini della Giudea, dopo aver reso sicura da eventuali sortite dei ribelli la Galilea, portandosi presto fin sotto le mura di Gerusalemme.

I Romani entrano nella Città Santa da settentrione e senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti occupano i quartieri della Città Nuova e della Piazza delle Travi, dandoli alle fiamme e giunta la sera si fermano presso il palazzo reale.

Nei successivi giorni gli scontri con i Giudei sono ripetuti e cruenti senza che però i Romani riescano ad avvicinarsi al simbolo stesso della città, il Tempio.

La resistenza è accanita ma quando sembra che i rivoltosi stiano per cedere, inaspettatamente Gallo da l’ordine di ritirarsi oltre le mura della città.

Cosa abbia spinto il generale romano a tale gesto non è dato saperlo: mancanza di rifornimenti, viveri e acqua, anche se avrebbero potuti averli dentro la città stessa, la mancanza di fiducia di Gallo nelle proprie truppe che credeva prive di disciplina e indolenti?

Flavio Giuseppe si limitò a dire: “…Cestio, non accorgendosi né della disperazione degli assediati, né della favorevole disposizione del popolo, all’improvviso richiamò i soldati e, rinunciando nel modo più assurdo ai suoi piani senza aver subito alcuna sconfitta, sloggiò dalla città.”
(Guerra giudaica, Libro II, 540).

L’inseguimento dei ribelli

Raccolto l’esercito il comandante romano si accinge a ripercorrere la stessa strada che da Cesarea Marittima lo aveva portato a Gerusalemme, inseguito dai ribelli che prendono a bersagliare la retroguardia.

Il primo giorno di ritirata, è continuamente disturbato dalle scorrerie nemiche sui fianchi con i rivoltesi armati alla leggera e i legionari equipaggiati pesantemente, i quali temendo di dover fronteggiare un gran numero di nemici rimangono serrati per non consentire che i Giudei si possano insinuare tra le fila.

A sera trovano riparo nell’accampamento presso Gabaon, costruito nell’andata, avendo subito un elevato numero di morti e feriti, tra cui la morte del legato della VI Ferrata.

Gallo, incerto sul da farsi, con il nemico davanti, dietro e sui fianchi decide di stare rinchiuso per due giorni nel campo, fin quando, comprendendo che indugiare avrebbe significato permettere al nemico di ricevere rinforzi, ordina di ripartire, riprendendo quella che a tutti gli effetti è una fuga in piena regola.

Comanda di disfarsi di tutto ciò che non serve e rallenta la marcia, di uccidere i muli, gli asini e tutte le altre bestie, ad eccezione di quelle che traianano i carri che trasportano le armi, incluse le macchine d’assedio e artiglieria che, per mancanza di tempo, non vengono distrutte per non farle cadere in mano nemica.

L’agguato di Beth Horon

Con tali premesse la colonna romana si accinge a percorrere il passo di Beth Horon. All’improvviso scariche di frecce e proietti provenienti dall’alto dei fianchi della colonna si infrangono sui legionari e nugoli di ribelli giudei a più riprese si riversano dai pendii aridi delle colline infrangendosi sugli scudi e gladi dei legionari e cavalieri romani.

I Romani resistono riuscendo anche lentamente ad avanzare, ma continuano a perdere molti uomini. Ben presto Cestio Gallo e il suo stato maggiore si rendono conto di essere caduti a tutti gli effetti in una ben congegnata trappola da cui sarebbe impossibile uscirne, bloccati davanti e dietro, sotto l’incensante tiro dei frombolieri e arcieri, appostati sulle cime.

Il passo si affaccia da un lato su un precipizio dove molti soldati vi incontrano una morte orribile, precipitando, dall’altro è chiuso da alture ripide e scoscese.

La cavalleria, rimasta ai fianchi dei fanti, non essendo stata inviata da Gallo in avanscoperta sulle alture del passo per tenere impegnati i Giudei, non riesce a lanciarsi contro i rivoltosi per alleggerire la pressione sulla fanteria. Gallo può solo sperare nel favore della notte per tentare di sganciarsi.

Nella mischia i soldati comprendono quale sarà l’esito e molti di loro si lasciano trafiggere senza resistere, ma molti più sono coloro che vendono a caro prezzo la pelle, portandosi nella loro morte la vita di tanti nemici.

Finalmente giunge la sera e con essa il sospirato buio della notte. I superstiti romani, lasciandosi dietro migliaia di caduti dietro di loro, afflitti e disorientati, si rifugiano a Bethhoron, accerchiati dai Giudei che vegliano affinché non tentino la fuga.

E tutti sanno ormai che la Legio XII Fulminata ha perso la sua più importante insegna: l’aquila.

In un guizzo di determinazione, mancata fino ad allora, il governatore della Siria Cestio Gallo realizza un diversivo per cercare di rompere l’accerchiamento e riparare ad Antipatride: quasi una coorte formata da quattrocento uomini su base volontaria si sacrificherà rimanendo nell’accampamento, mentre nel buio della notte il resto delle truppe si sarà allontanato.

I soldati rimasti inscenano perfettamente la commedia loro ordinata: gridare in ogni angolo del campo la parola d’ordine, suonare le buccine e i corni, fare rumore come se ci sia l’intero esercito dentro.

Il diversivo riesce in pieno e i Romani riescono a mettere tra loro e il campo assediato una distanza di oltre 5 Km (30 stadi cita Flavio Giuseppe), quando i ribelli si accorgono del tranello.

La reazione di quest’ultimi è crudele: massacrano i valorosi soldati rimasti e si apprestano a inseguire Cestio Gallo.

“Costui, che durante la notte si era non poco avvantaggiato, di giorno accelerò la fuga, sì che i soldati per lo sgomento e la paura abbandonarono anche le artiglierie d’assedio e le catapulte e la maggior parte delle altre macchine, che allora i giudei catturarono e poi usarono contro chi se n’era disfatto. Inseguendo i romani arrivarono sino ad Antipatride.

Di poi, non riuscendo a raggiungerli, tornarono sui loro passi prendendo seco le macchine e spogliando i cadaveri; quindi raccolsero il bottino che avevano lasciato indietro e fra canti di trionfo rientrarono nella città. Le loro perdite erano state addirittura irrilevanti, mentre dei romani e loro alleati ne avevano ucciso cinquemila e quattrocento fanti e quattrocentottanta cavalieri. Questi i fatti del giorno 8 del mese di Dios (ottobre), nel dodicesimo anno del regno di Nerone (66 d.c.)”

(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, Libro II, 553 – 555).

A miglia di distanza da Antipatride i vincitori si muovono tra i cadaveri, spogliandoli di tutto e raccogliendo una grande quantità di armi. E quei vincitori non sono Romani.

La notizia della tragica disfatta di Gallo con il quasi annientamento di una legione, la perdita di un’aquila legionaria e il conseguente rafforzamento del potere dei Giudei, giunge all’imperatore Nerone che deve, suo malgrado, richiamare in servizio l’ultimo suo valido generale, Tito Flavio Vespasiano, spedendolo a reprimere la ribellione giudea.

Poco dopo il suo ritorno in Siria, Gallo muore (probabilmente nella primavera del 67 d.C.) e gli succede nella carica Gaio Licinio Muciano.