lunedì 2 Marzo 2026
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Von der Leyen umiliata. Charles Michel non si scusa

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Charles Michel dell’UE si dice triste per la gaffe che ha lasciato Ursula von der Leyen senza un posto adeguato durante una riunione ad alto livello in Turchia, ma non si scusa.

E’ su tutti i media del mondo il momento imbarazzante dove Michel e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno preso i due posti principali, lasciando von der Leyen a chiedersi dove dovesse sedersi. Alla fine, si è dovuta sedere su un divano, a una certa distanza dai due uomini.

L’incidente arriva in un momento in cui la Turchia è sotto i riflettori sui diritti delle donne dopo il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale sulla prevenzione della violenza domestica.

Ma Michel, presidente del Consiglio europeo, non è sfuggito alle critiche. Non ha offerto il suo posto a von der Leyen – la prima donna presidente della Commissione europea – nonostante entrambi fossero di pari rango.


Michel, difendendosi poi su Facebook, ha scritto: “La rigida interpretazione delle regole di protocollo da parte dei servizi turchi ha prodotto una situazione angosciante: il trattamento differenziato, se non ridotto, del presidente della Commissione europea

Le poche immagini che sono state mostrate hanno dato l’impressione che io sia stato insensibile a questa situazione. Niente è più lontano né dalla realtà né dai miei sentimenti profondi. Né dai principi di rispetto che mi sembrano essenziali“.

Usando la prima persona plurale, Michel ha detto che sia lui che von der Leyen hanno preferito concentrarsi sulla sostanza della discussione con il presidente Erdoğan, che includeva i diritti delle donne, invece di aggravare l’incidente.

Sono triste per due motivi“, ha detto Michel alla fine della sua dichiarazione.

“In primo luogo, dall’impressione data nei confronti di Ursula. Tanto più che sono onorato di partecipare a questo progetto europeo, di cui fanno capo due grandi istituzioni su quattro donne, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde.

“Infine, sono rattristato, perché questa situazione ha messo in ombra l’importante e benefico lavoro geopolitico che abbiamo svolto insieme ad Ankara e di cui spero che l’Europa raccolga i frutti”.

“Le richieste da parte dell’UE sono state soddisfatte”, ha detto il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. “Ciò significa che la disposizione dei posti a sedere è stata effettuata secondo i loro suggerimenti. Le nostre unità di protocollo si sono riunite in precedenza e le loro richieste sono state soddisfatte”.

La gaffe ha toccato un nervo scoperto tra i deputati, che, a differenza dei governi nazionali, sono più inclini a criticare la Turchia in termini espliciti.

Le eurodeputate erano particolarmente arrabbiate. Sophie in ‘t Veld, del gruppo liberale Renew Europe, ha condiviso su Twitter le foto di precedenti riunioni UE-Turchia, in cui l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è seduto su un piano di parità con l’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk .

Il Partito popolare europeo (PPE), il gruppo più numeroso al Parlamento europeo, ha dichiarato giovedì mattina che richiederà un dibattito – alla presenza di Michel e von der Leyen – per scoprire cosa è successo esattamente ad Ankara.

La visita ad Ankara dei Presidenti von der Leyen e Michel avrebbe dovuto essere un messaggio di fermezza e di unità dell’approccio dell’Europa alla Turchia. Sfortunatamente, si è tradotta in un simbolo di divisione in quanto i presidenti non sono riusciti a stare insieme quando era necessario. più dalla politica estera europea “, ha affermato il presidente del PPE Manfred Weber.

Il PPE, di cui la stessa von der Leyen appartiene in quanto membro dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) tedesca, vuole anche discutere gli impegni dell’UE presi con la Turchia in materia di visti e unione doganale, le tensioni nel Mediterraneo orientale e le relazioni con Cipro.

Iratxe García Pérez, presidente del gruppo Socialisti e Democratici (S&D), ha detto che il suo gruppo chiederà anche che un dibattito sulla visita ad Ankara sia incluso nell’ordine del giorno della prossima tornata del Parlamento, prevista per la settimana di lunedì, aprile 26. Il leader socialista aveva precedentemente affermato che l’episodio “sofagate” era “vergognoso”.

I velites dell’esercito romano

I velites erano una classe di fanteria leggera dell’esercito romano, tipica del periodo medio repubblicano ed erano solitamente le truppe che aprivano le battaglie.

L’origine dei Velites

I velites discendevano da una precedente classe di fanteria leggera chiamata “Leves“che risale alla legione Camillana del V secolo avanti Cristo. Si trattava dei soldati più poveri e più giovani della legione.

Erano armati con un certo numero di giavellotti, ma portavano anche una lancia, ed erano posizionati solitamente vicino ad altre unità più pesanti come quelle degli Hastati.

Dopo il periodo delle “leves”, i “Velites” furono impiegati per la prima volta durante l’assedio di Capua nel 211 avanti Cristo: erano cittadini che normalmente sarebbero stati troppo poveri per accorparsi alle unità degli Hastati, ma furono comunque impiegati sul campo di battaglia per carenza di effettivi.

Vennero addestrati a cavalcare con gli equites e a saltare giù da cavallo ad un dato segnale, per lanciare giavellotti contro il nemico. Dopo questo assedio furono adottati stabilmente nelle legioni come forza di fanteria leggera e irregolare, per tendere imboscate e molestare il nemico con i loro giavellotti prima che la battaglia iniziasse.

Equipaggiamento dei velites

Dal momento che i veliti erano i soldati più giovani e di solito i più poveri, appartenendo ad una classe di cittadini che non guadagnava più di 2500 denari all’anno, avevano un’equipaggiamento piuttosto scarno.

Erano armati con dei giavellotti leggeri (il Verutum) costituiti da un’asta di legno di 90 cm, dal diametro di un dito e una punta metallica di 25 cm. Questi giavellotti erano progettati per piegarsi all’impatto per evitare che il nemico potesse raccoglierli e rilanciarli a sua volta, utilizzando una funzione simile a quella dei pila in dotazione agli altri legionari.

Tito Livio ci dice che ognuno di loro portava 7 giavellotti, mentre il satirico romano Lucillo ci riporta il numero di 5, il che suggerisce che la quantità probabilmente cambiò nel corso dei secoli.

I velites portavano anche dei gladi, delle spade corte di 74 cm, che rappresentavano un’ arma di riserva da utilizzare solamente nel caso in cui il combattimento si fosse trasformato in una mischia.

Erano dotati di un piccolo scudo di legno rotondo (Parma) con un diametro massimo di 90 cm. Non avevano un armatura particolare. Ma in compenso portavano spesso dei copricapi realizzati con pelle di lupo: serviva a farsi vedere sia dai propri legionari, di modo che potessero riconoscere il loro valore in battaglia, sia dagli avversari.

Organizzazione e impiego dei Velites

Nella legione i velites non costituivano un corpo autonomo, ma erano costantemente vicini a ciascun manipolo di Hastati, Principes e Triarii. Venivano solitamente posizionati nella parte anteriore della legione, nelle primissime file, per molestare il nemico con i loro lanci di frecce e giavellotti e per impedire alle truppe avversarie di schierarsi efficacemente sul campo di battaglia.

Oltre a questo, potevano eseguire degli attacchi di mischia in formazione sciolta. Dopo il loro impiego, i velites si ritiravano velocemente attraverso le truppe dei loro commilitoni e andavano a posizionarsi nelle retrovie.

I velites ebbero il loro più grande momento di gloria quando furono usati contro gli elefanti dei cartaginesi nella battaglia di Zama, nel 202 avanti Cristo, dove si contesero la vittoria Scipione l’Africano e Annibale.

Con le riforme militari di Gaio Mario nel 107 a.C., progettate per combattere la carenza di manodopera dovuta alle guerre contro Giugurta , le diverse classi di unità furono completamente sciolte. I requisiti di ricchezza ed età furono eliminati. Ora i soldati diventavano dei professionisti, e sarebbero stati tutti dotati di un equipaggiamento standard fornito dallo stato.

Scipione Emiliano. Vita del distruttore di Cartagine

Publio Cornelio Scipione Africano Emiliano (185–129 a.C), è stato uno dei più grandi generali e politici dell’antica Roma, noto soprattutto per aver guidato la terza guerra punica e aver portato a termine la distruzione definitiva della città di Cartagine.

La sua attività militare fu accompagnata anche da una notevole sensibilità per la scrittura e la filosofia mentre sul fronte puramente politico fu una figura sui generis, che ostacolò con forza le proposte di riforma di Tiberio Gracco. La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ancora oggi un enigma.

Giovinezza e incarico in Macedonia

Scipione Emiliano era il secondo figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il generale che aveva guidato le legioni romane alla vittoria durante la terza guerra macedonica, e di sua moglie Papiria Masonis. Scipione, già in giovane età, fu però adottato dal cugino, di modo che divenne nipote adottivo del famoso Scipione Africano, che aveva vinto il generale Annibale nella battaglia di Zama (202 a.C)

Suo fratello maggiore fu invece adottato da un figlio o probabilmente da un nipote di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, anche lui importante statista romano, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra contro Annibale in Italia.

Le prime esperienze di Scipione Emiliano risalgono alla terza guerra di Macedonia, che si svolse dal 171 al 168 a.C.

In particolare, Plutarco ci informa che il comandante in carica, Lucio Emilio Paolo, portava Scipione Emiliano con sé, in quanto incline ad imparare velocemente l’arte militare e dotato di una spiccata intelligenza. Vi è anche un episodio significativo della stima di Emilio per l’Emiliano, sempre raccontato da Plutarco: dopo la battaglia di Pidna, Emilio Paolo era particolarmente preoccupato, in quanto i suoi soldati non riuscivano a rintracciare il giovane Scipione Emiliano.

Temendo di averlo perso, Paolo era caduto in depressione e aveva organizzato una ricerca su vasta scala per ritrovare il figlio prediletto, che fu poi rintracciato con grandissimo sollievo.

La guerra numantina

Una seconda esperienza militare coinvolse Scipione Emiliano durante la guerra numantina (151-150 a.C). Già nel 152 avanti Cristo, il Console Claudio Marcello aveva presentato al Senato la richiesta di concludere una pace con i guerrieri celtiberi. Il Senato aveva però dato un giudizio negativo e anzi, appoggiando una politica aggressiva, aveva inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per proseguire la guerra fino alla vittoria definitiva contro gli avversari.

Il reclutamento di nuovi uomini fu tuttavia particolarmente difficile, in quanto il protrarsi della guerra e le pesanti perdite romane costituivano un importante deterrente all’arruolamento di nuovi legionari. Secondo le fonti, il parere di Scipione Emiliano si sarebbe allineato con quello del console Marcello per il proseguimento della guerra. Sembra che lui stesso abbia chiesto al Senato di essere inviato in Spagna come tribuno militare o come legato di legione.

La decisione di Scipione Emiliano e il suo coraggio nel proporsi per una guerra tanto difficile, aumentò drasticamente la sua popolarità in ambito militare e, come ci racconta Polibio nelle sue “Storie”, diversi giovani romani iniziarono, sul suo esempio, ad offrirsi volontari per arruolarsi per la campagna.

Circa l’andamento della guerra, abbiamo delle fonti che ci confermano quanto Scipione Emiliano si fosse comportato con valore. Ricevette infatti in questo periodo una “corona murale“, un premio militare che veniva conferito al primo soldato che riusciva a scavalcare le fortificazioni di una città assediata.

Lo scrittore Floro ci parla addirittura di un duello diretto tra Scipione Emiliano e un Re dei Celtiberi, vinto dal comandante romano, che riuscì anche a conquistare la cosiddetta “Spolia opima“, un trofeo di guerra che consisteva nelle armature e nelle armi strappate direttamente dal corpo del nemico ucciso per propria mano. Si trattava di una uno dei trofei di guerra più onorevoli di tutto l’esercito romano.

La terza guerra punica e la distruzione di Cartagine

Scipione Emiliano stava rapidamente scalando i gradini della carriera militare ed era ormai ritenuto un generale di prim’ordine. La parte più importante della sua carriera da generale fu certamente legata alla terza guerra punica, che si svolse dal 149 al 146 a.C

La forza militare della città di Cartagine era stata ormai completamente ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale e il trionfo di Roma nella guerra punica precedente. Tuttavia, nel popolo e nel Senato Romano rimaneva ancora un forte risentimento nei confronti dei cartaginesi e una continua paura che questi potessero riarmarsi e riprendere la guerra.

È passata alla storia la frase “Cartagine deve essere distrutta“, pronunciata dall’integralista Catone il Vecchio, che al termine di ogni discorso in Senato ribadiva la necessità di porre completamente fine all’esistenza della città di Cartagine. Nel 350 a.C, i cartaginesi lanciarono un’appello proprio a Scipione Emiliano, affinché agisse come mediatore nei confronti del principe di Numidia, Massinissa che invadeva sistematicamente il loro territorio.

In realtà il principe numida era appoggiato dalla fazione anti cartaginese di Roma, perché continuasse a depredare i territori dell’odiata città e creasse il Casus Belli necessario per poter riprendere la guerra. E il casus belli puntualmente arrivò. I cartaginesi, dal momento che i romani rimandavano consapevolmente il loro intervento, decisero di violare i patti che erano stati presi al termine della seconda guerra punica e armarono di loro iniziativa un esercito di 50.000 mercenari per contrastare Massinissa.

I romani ebbero così l’occasione che aspettavano per poter riprendere le ostilità nei confronti di Cartagine.

Nelle primissime fasi della terza guerra punica, i romani subirono diverse sconfitte, ma nel 147 a:C, Scipione Emiliano, benché non avesse l’età legale, fu eletto console e, saltando le procedure regolari che si basavano sull’estrazione a sorte, fu assegnato come generale per condurre la guerra in Africa. Iniziò così un anno di combattimenti feroci attorno al territorio di Cartagine, che si conclusero con uno degli assedi più disperati e devastanti della storia.

Scipione Emiliano riuscì finalmente a fare breccia nelle mura di Cartagine, imprigionando cinquantamila uomini, circa un decimo della popolazione della città. Diede ordine ai cartaginesi di evacuare, risparmiandogli la vita come gli era stato ordinato dal Senato: dopodiché i legionari ebbero il comando di incendiare e radere completamente al suolo Cartagine, arando il territorio circostante.

A questo punto della storia vi è un luogo comune profondamente sbagliato. Secondo la tradizione, Scipione Emiliano avrebbe versato del sale su tutta la città di Cartagine, per dichiarare quella terra maledetta e impedire che potesse crescere qualsiasi tipo di raccolto. In realtà si tratta di una bufala storica: il sale era un elemento piuttosto pregiato nel periodo romano e nessun generale avrebbe sparso una quantità così considerevole di un bene tanto prezioso come il sale

In realtà questo racconto deve essere visto sotto l’aspetto simbolico: la maledizione degli Dei nei confronti della più odiata città dai Romani.

Scipione Emiliano fece ritorno a Roma dove ottenne il trionfo militare e in quella occasione potè aggiungere al suo nome l’appellativo di “Africano” per la sua vittoria.

La campagna contro i Celtiberi e l’assedio di Numanzia

Nel 134 a.C, il Senato romano era consapevole che Scipione Emiliano era probabilmente l’unico generale in grado di guidare l’esercito alla vittoria sui guerrieri Celtiberi. Questi avevano la loro capitale nella città di Numanzia e tenevano testa alle legioni romane da ormai nove anni, sfruttando efficacemente la loro conoscenza del territorio. Un altro elemento importante era che gli eserciti acquartierati in Spagna erano indisciplinati e mal organizzati e non riuscivano a combattere efficacemente il nemico.

Scipione Emiliano, arrivato sul posto come generale incaricato di condurre la guerra, si occupò innanzitutto di riprendere il controllo e la disciplina delle legioni, imponendo delle marce massacranti, ordinando la costruzione e l’immediata demolizione di alcuni accampamenti a puro fine di esercitazione e attuando dei regolamenti particolarmente stretti. Una volta che l’esercito ebbe recuperato la classica disciplina propria dei romani, Scipione Emiliano accampò i legionari vicino alla città di Numanzia.

Anziché attaccare gli avversari attraverso la via più breve, dove i romani avevano più volte subito delle imboscate, fece una deviazione attraverso la terra dei Vaccaei che erano soliti rifornire i numantini di cibo. Nonostante diverse imboscate da parte dell’avversario, Emiliano riuscì sempre a condurre i suoi uomini in salvo.

Molto spesso l’esercito veniva fatto marciare di notte, ed Emiliano si preoccupava che i rifornimenti di acqua avvenissero da fonti diverse rispetto a quelle consuete, per minimizzare il rischio di ulteriori imboscate. Marciò attraverso il territorio dei Caucaei fino a presentarsi di fronte all’avversario, assieme ad un rinforzo giunto da Giugurta, figlio del re di Numidia, che portava con sé arcieri, frombolieri e 12 elefanti da guerra.

Scipione avviò quindi l’assedio della città di Numanzia, costruendo 9 chilometri di fortificazioni, un muro alto 3 m e largo 2 metri e mezzo e costruendo un enorme terrapieno. Le fortificazioni consistevano anche in due torri posizionate lungo il corso del fiume Douro oltre ad un consistente numero di travi dotate di coltelli e punte di lance che la corrente del fiume muoveva continuamente: il suo obiettivo era quello di impedire che gli assediati potessero utilizzare il fiume per scappare.

Alla fine, Numanzia fu presa per fame e i cittadini mandarono degli ambasciatori per arrendersi formalmente all’esercito di Scipione l’Emiliano. Le principali sacche di resistenza vennero stroncate e i principali capi militari giustiziati, mentre il resto degli uomini fu ridotto in schiavitù. Dopo questo ennesimo successo, Scipione ritornò a Roma tra gli onori, potendosi fregiare dell’ulteriore soprannome di “Numantino“.

Un avversario dei Gracchi

La storia di Scipione l’emiliano è interessante anche dal punto di vista politico. Secondo alcuni autori antichi e diversi studiosi moderni, Scipione Emiliano non condivideva diverse posizioni degli ottimati, la fazione aristocratica di Roma. Si dimostrò in particolare disaccordo con le riforme promosse da Tiberio Gracco in qualità di tribuno della plebe, che aveva promosso una importante legge per redistribuire la terra alle fasce più povere della popolazione romana.

Tiberio Gracco, venne infine ucciso, nell’ambito di una lotta politica che ormai non risparmiava l’utilizzo della violenza. Secondo Plutarco, Scipione Emiliano fu completamente estraneo all’omicidio di Gracco, anche perché all’epoca della sua morte, Emiliano si trovava a condurre la guerra in Spagna. Ma mentre si trovava a Numanzia, e seppe della morte di Tiberio, sembra che Emiliano abbia risposto attraverso un verso dell’Odissea di Omero: “Così possano perire tutti coloro che si impegnano In tali complotti senza legge.”

Anche dopo il suo ritorno a Roma, sembra che Scipione Emiliano facesse fatica a dissimulare la soddisfazione per la morte di Tiberio Gracco e il contrasto alle misure sostenute da quest’ultimo fu sempre palese, in ogni occasione ufficiale. Questa avversità nei confronti di un tribuno della plebe che aveva perso la vita, gli attirò anche le antipatie di una parte della popolazione.

La lotta politica che imperversava a Roma dopo la morte di Tiberio Gracco, consisteva in una fazione, quella dei plebei, che tentava di dare attuazione al provvedimento ridistribuendo le terre fra i cittadini romani, e l’aristocrazia che ostacolava questo processo.

Sicuramente Scipione Emiliano si pose contro il tentativo di attuazione della legge, fino a che, in maniera inaspettata, morì.

La morte misteriosa

Secondo Appiano non si seppe mai se Scipione Emiliano fu assassinato tramite veleno da Cornelia, la madre dei Fratelli Gracchi, che lo aveva naturalmente in odio e preoccupata che la riforma di Tiberio potesse essere abrogata o se forse lo stesso Scipione Emiliano sia ricorso del suicidio, vedendo il crollo della sua popolarità.

Tuttavia Appiano ci racconta che, secondo alcune testimonianze di schiavi sottoposti a tortura, alcune persone si erano introdotte furtivamente in casa di Scipione Emiliano, soffocandolo. Plutarco scrisse che Scipione Emiliano morì in casa dopo l’ora di cena: non vi sono delle prove convincenti che possano confermare l’avvelenamento, ma anche a Plutarco risultano delle voci di un veleno somministrato da persone a lui vicine e dell’irruzione di alcuni nemici che avrebbero tentato di soffocarlo nel corso della notte.

Dal momento che il corpo di Scipione Emiliano fu esposto per un certo periodo, Plutarco conferma che vi erano dei pallidi segni di colpi sul suo corpo, che avrebbero potuto indicare un tentativo di violenza nelle ultime ore prima della morte. I sospetti più pesanti caddero su Fulvio Flacco, storico avversario politico di Emiliano, che lo stesso giorno della morte lo aveva attaccato in un discorso pubblico di fronte al popolo.

Anche Caio Gracco, fratello ancora in vita di Tiberio, fu sospettato. Ma dal momento che la sua figura, quella del fratello sopravvissuto, era particolarmente cara ai Romani, la popolazione si oppose decisamente a qualsiasi tipo di processo nei suoi confronti.

Nonostante le circostanze della morte di Scipione Emiliano siano ancora particolarmente confuse a distanza di secoli, l’Emiliano rappresenta uno dei più grandi generali di Roma, il vero e proprio distruttore della città di Cartagine e figura politica di rilievo nell’eterna lotta tra patrizi e plebei.

Gesù e Barabba. La stessa persona?

A destare interesse della vicenda storica di Gesù è la figura del noto prigioniero Barabba, citato ben 11 volte nei vangeli sinottici.

Si è imposta una nuova corrente degli studi, propensa a considerare i vangeli, sia essi sinottici o apocrifi, come fonti storiche attendibili, per la ricostruzione del Gesù storico. Ovviamente occorre epurare la raccolta di “loghia” di cui si compongono, di una data cristologia, inevitabilmente sempre più crescente.

Una tradizione di loghia gesuani, dunque, che confluisce in vere raccolte da cui si dipartono le diverse tradizioni di Marco, Matteo, Luca (che avrebbero come fonte Marco e la così detta “fonte Q” aliena a Marco stesso) e infine Giovanni. I vangeli non differirebbero moltissimo dalle biografie del mondo antico; le stesse vite parallele di Plutarco, ad esempio, offrono resoconti storici importanti, sebbene il tutto sia destinato alla ricostruzione dell’ethòs del personaggio di volta in volta trattato.

Anche nei vangeli si osserva una ricostruzione della visione gesuana e dell’ethos del personaggio. Ovviare ad una ricostruzione storica di un personaggio così importante, che sta alla base di una specifica teologia da cui si diparte una nuova religione, che tanto impatto ebbe nei secoli successivi, ha permesso di sviluppare un quantitativo di criteri di ricerca particolarmente minuziosi, utili a qualsiasi ricostruzione storica.

Il vangelo di Matteo ha una sua specifica unicità, ovvero rifletterebbe un nucleo di tradizioni di discorsi trasmessi attraverso l’arte mnemonica di matrice tipicamente palestinese, fino a confluire nella redazione scritta in greco attorno al II secolo. La tipicità del vangelo di Matteo si esprime, per esempio con la dicitura “Regno dei cieli” assolutamente coerente con il tipico riferimento dell’area giudaica del tempo di Gesù, mentre negl’altri sinottici, compare “Regno di Dio”.

In alcuni codici antichi, diversi da quello alessandrino che s’imporrà in occidente, in Mt 26,16, viene scritto “Avevano in quel tempo un prigioniero di nome [Gesù] Barabba”; in Mt27,17, nel passo in cui il prefetto romano Pilato, parla alla folla viene scritto “Chi volete che vi rilasci [Gesù il] Barabba o Gesù detto il Cristo?”

In aramaico la parola BAR è usata per dire “figlio” mentre ABBA sta per “Padre” inteso anche come DIO.

Dunque sembrerebbe un Gesù venisse condannato, mentre un altro sarebbe stato rilasciato. Ovviamente riconoscere l’esistenza di un Gesù figlio del Padre, contrapposto ad un altro, detto il Cristo, lascerebbe presupporre una sorta di sdoppiamento di un unico personaggio; o per lo meno una totale rilettura della contrapposizione Gesù / Barabba, ma sembrerebbe troppo facile. Ovviamente in nessun altro vangelo Barabba è preceduto dal nome Gesù, nemmeno nella versione canonica di Matteo, come si impose secondo canoni alessandrini, in occidente.

Le presunte prove di Gesù il Barabba

I codici che presentano Gesù il Barabba, sono diversi: di cui, quello Koridethi, con parole trascritte in un pessimo greco che ne fa oscillare la redazione tra VII e X secolo; un gruppo di manoscritti medioevali detti dei “minuscoli”; la versione siro-sinaitica e altri manoscritti di matrice armena e georgiana. Si tratterebbe di un corpo di manoscritti rimontanti, ad un originale comune dunque, da cui si dipartirebbe la tradizione di Gesù Barabba.

Invero, tanti manoscritti appartenenti ad unica famiglia testuale, potrebbero aver replicato un errore nella trasmissione dello scritto, tenendo conto poi, che un errore scribale, poteva altresì essere possibile anche per via della tecnica di scrittura della scripto continua, con le lettere tutte attaccate.

Tale tesi però, per quanto interessante e da prendere assolutamente in considerazione, sembra venir sconfessata sia dalle versioni siriache del nuovo testamento che dallo stesso Origene. Una traduzione di fine II secolo o al massimo di inizio III secolo, in siriaco da un originale greco riporterebbe la lazione Gesù Barabba. Inoltre la tesi secondo la quale un errore di scrittura possa aver generato la lezione Gesù Barabba, cade del tutto seguendo i passi di Origene che ammette di conoscere versioni antiche di vangeli di Matteo nei quali si presentava questa lezione.

Origene di fatto, ricusa nel contra Celsum, questa lezione asserendo fosse opera di qualche eretico, sebbene successivamente in uno scholium del vangelo in questione, ne riconosce l’esistenza.

Per un giudeo del I o II secolo, Gesù bar Abba, non sarebbe stato qualcosa di particolarmente inusuale. Bar Abba può facilmente essere inteso come un normalissimo patronimico. Del resto Bartolomeo, nulla è che Bar Timeo, ovvero figlio di Timeo. Dal Talmud ebraico, scritto ben dopo, ma che riporta informazioni anche dei secoli precedenti, abbiamo menzione di figli di Abba come nome ma anche inteso come figlio del maestro.

Dunque possiamo arguire che essendo il vangelo di Matteo, espressione di una tradizione palestinese, più vicina alla realtà giudea, proponesse la lezione Gesù bar Abba, proprio perché un ebreo del tempo la intendeva come una cosa del tutto usuale, sia qualora patronimico, che espressione di figlio del maestro.

Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico

Dunque in quell’ambiente non si imponeva nessun imbarazzo teologico, come invece poteva facilmente imporsi in contesti non avvezzi a questa terminologia. Del resto nonostante bar stia per figlio e Abba, oltre ad esser nome proprio, alludesse a Padre o anche a Dio, dobbiamo considerare che andare a tradurre “semitismi” non è impresa facile.

Abba è una parola aramaica che confluisce anche in ebraico, sebbene poi risponda alle regole linguistiche dell’ebraico stesso. Come la parola computer che ormai da neologismo è adottata dall’italiano, subordinandosene alla grammatica. Un ebreo in bar Abba mai avrebbe letto “figlio di Dio”; e a dirla tutta anche in aramaico Bar Abba, pur rispondente a “figlio del padre” non alluderebbe mai a Dio.

Di fatto occorrerebbe un’ulteriore determinazione perché da legare al figlio stesso di un padre che è Dio. Dunque seguendo grammaticalmente quanto è ricostruibile in aramaico, intendere letteralmente figlio del Padre intendendo Dio, dovrebbe essere reso con barà de Abba, dunque lontanissimo da Bar Abba.

Dunque Abba può essere nome, può indicare il padre, il termine affettuoso di papà, quello di maestro di dottrina, ma associato a bar renderebbe o un patronimico, o figlio del maestro o figlio del padre, ma anche del proprio padre come ognuno di noi ha un padre biologico, dunque in assenza di una speciale particolarità che vorrebbe quel padre, esser Dio.

Occorre anche un’analisi dettagliata nelle fonti antiche e evangeliche su di un’altra questione. Allor quando vi è la presenza di un patronimico, vi è una diretta menzione dello stesso. Nel vangelo di Marco sovente vi è il riferimento ai patronimici. Eppure, nel caso specie di Gesù Barabba, i passi del vangelo di Matteo menzionano Gesù “detto” il bar Abba o il Cristo.

Come negli altri vangeli (mc) pur mancando il nome Gesù, si menziona un personaggio “detto” Barabba. Il verbo greco “legomenon/s” dunque non introdurrebbe un patronimico formale, ma introdurrebbe una sorta di soprannome o nome di battaglia.

Ritroviamo la stessa introduzione in Mt, per quel che concerne Giuda detto l’Iscariota, dunque come nel caso di Yeshua bar Abba nei codici più antichi di Matteo e negli altri. Del resto la stessa parola aramaica “bar”, anche essa un semitismo, non necessariamente è da tradurre con la parola figlio.

Se andiamo ad analizzare Giuseppe Flavio, autore giudaico di I secolo, nella guerra giudaica, ci renderemmo conto di come certe traduzioni in greco di semitismi siano piuttosto ardue. I giudei che stazionavano sulle torri salutavano l’arrivo dei dardi scagliati dai romani letteralmente “arriva il figlio”. Lo stesso autore scrive espressamente trattasi di un’espressione nella lingua dei padri.

Non viene lanciato un figlio, in senso letterale, piuttosto il dardo è figurativamente espressione o per certi versi “figlio” dell’arma da lancio. Dunque in questo caso Bar esplicherebbe una appartenenza più che una discendenza genealogica. Ma Bar potrebbe essere inteso anche come “adatto a”: pensiamo alla locuzione ebraica BAR MIZVAH, una cerimonia di iniziazione di fedeli, ovvero un bambino diventa “adatto ai comandamenti”, oppure BAR MAZAL ovvero adatto alla fortuna.

Un esempio ulteriore lo abbiamo in SIMONE BAR KOKHBA, capo dei giudei e autore nel II secolo della grande rivolta contro Roma. Letteralmente bar kokhba renderebbe figlio della stella, ma attraverso un’attenta analisi del semitismo della lingua aramaica, potremmo tradurre bar come adatto a e kokhba, più che stella, in stella intesa come luce o come guida.

Bar Abba, forse, riferito a Gesù

Stabilito da questi elementi che Bar ABBA, potrebbe essere patronimico, o riferimento a figlio del maestro, o figlio del padre, ma non figlio di Dio, andiamo a vedere come bar Abba possa essere reso in aramaico, come “adatto a” o a voler essere esplicativo di un atteggiamento tipico e unico, atto a dare un soprannome o un nome di battaglia ad un dato personaggio.

Avremmo:

– Colui che solitamente si fa chiamare ABBA.

– Colui che è solito invocare ABBA anche come Dio.

Nel secondo caso avremmo dunque una lezione altamente coerente con un elemento tipico del Gesù storico, come si evince dai vangeli, secondo i quali sovente Gesù chiama Dio, ABBA. L’episodio del Getsemani, antecedente l’arresto, lo vede invocare Dio, come ABBA. Del resto che i primi cristiani mutuano dalla predicazione di Gesù il termine di Dio come Padre e dunque ABBA; questo infatti, risulta evidente anche dalle lettere di Paolo di Tarso.

E’ altamente plausibile, così considerare come sia una prerogativa tipicamente gesuana, quella di invocare Dio come Padre (ABBA) che i discepoli conservarono dalle predicazioni di Gesù e nel tempo, crea un tratto tipicamente cristiano.

Potremmo allora considerare coerente con il Gesù storico, YESHUA BAR ABBA.

Ma come possiamo considerare, una volta data un’interpretazione a YESHUA BAR ABBA, l’episodio storico stesso del rilascio del bar Abba e la condanna del Cristo?

Matteo scrive che il governatore romano, era solito per ciascuna festa rilasciare un prigioniero alla folla, secondo l’evangelista dunque, era una prerogativa di quello specifico governatore cioè Pilato e non una consuetudine derivata da una specifica norma giuridica o romana. Barabba viene definito prigioniero famoso, ma non viene di fatto definito bandito o terrorista.

Anche nei passi di Marco, come Matteo, Barabba è un prigioniero, che era stato incarcerato assieme a dei ribelli, che per un tumulto avevano generato un omicidio. Ciò non significa che il così detto Barabba fosse un ribelle, può altresì significare che ne condivideva la prigione ma non la colpa di sedizione e omicidio. Eppure il testo greco di Marco risulta tutto sommato, ambiguo, nel senso che stabilire o meno Barabba faccia parte del gruppo di ribelli catturati a seguito di una rivolta oppure stabilire se, ne condividesse solo la cella, risulta quasi impossibile.

In Luca è detto essere un ribelle, catturato a seguito di un omicidio che lui stesso aveva compiuto. Dunque ci troveremmo davanti ad un personaggio che negli evangelisti diventa progressivamente, una figura strumentale ad una specifica finalità, ovvero quella di rimarcare la scelta del popolo giudaico di liberare un ribelle e di fatto, condannare a morte Gesù.

Non ci aiuta il confronto dei testi evangelici per definire, l’episodio storico di tumulto o rivolta, durante la quale il personaggio Barabba sarebbe stato catturato. Marco, come Matteo, parlano di rivolta, supponendo essa fosse nota; letteralmente “la rivolta”, senza definire quando.

Potremmo supporre che le vicende legate all’arresto di Gesù nel Getsemani, dove uno dei seguaci avrebbe colpito con un colpo di spada le guardie del sinedrio giudaico, possano essere state un momento di tumulto? Supponendo Gesù e Barabba fossero due persone diverse, nessun riferimento è dato della presenza di Barabba, tra i seguaci di Gesù. 

E poi, l’episodio del Getsemani, potremmo definirlo un parapiglia; dagli evangelisti si evince come il sinedrio, volesse catturare Gesù in tutta fretta, evitando l’approssimarsi della Pasqua e soprattutto perché era quello il momento nel quale a Gerusalemme, confluivano numerosi fedeli per la ricorrenza. Ovviare alla cattura di un personaggio che aveva un discreto seguito, in maniera aperta e davanti a tutti, poteva generare un vero tumulto.

Alla fine certi predicatori che avevano un certo seguito, aumentavano lo stato di tensione di chi governava, essenzialmente perché generavano il timore potessero veicolare le masse verso rivolgimenti politici. Dunque sembra improbabile l’episodio del Getsemani, sia “la rivolta”, menzionata dagli evangelisti, tenuto conto che tutti, viene scritto, abbandonarono Gesù e fuggirono. Supponendo Gesù e Barabba fossero la stessa persona, avremmo fonti che parlano di rivolte a Gerusalemme, in quel dato momento?

Una fonte controversa

Ebbene una fonte c’è. Questa fonte però, non ha garanzia di autenticità, anzi con molta probabilità è assolutamente spuria. Si tratta di un passo della Guerra Giudaica, tratto dalla versione slava di Flavio Giuseppe. Nelle versioni della guerra giudaica Giuseppe, mai parla di Gesù. Questo estratto definito “testimonium slavorum” scrive che a Gesù si aggregarono 150 seguaci. Avendo ampia presa su tutti, il popolo chiedeva a Gesù di entrare in città, sterminare Pilato e i romani e governare su di loro. Gesù non se sarebbe curato di queste richieste.

Eppure Pilato reso edotto dal sinedrio, inviò i propri soldati, attaccò quei facinorosi e uccise molti giudei, catturando Gesù. Pilato, una volta interrogato Gesù, definendolo giusto lo rilasciò. Solo successivamente sarebbe stato di nuovo arrestato e condannato alla croce. Ovviamente non manca chi vuole conferire autenticità a questo passo, tuttavia pur annotandolo, dobbiamo cercare altrove soprattutto in Flavio Giuseppe, nei testi che conosciamo e nelle Antiquitates nel passo che precede il testimonium Flavianum (dove l’autore scrive di Gesù condannato a morte da Pilato), vi è menzione di una rivolta occorsa a Gerusalemme per la costruzione di un acquedotto.

Pilato in quel frangente avrebbe usato parte del tesoro del tempio, scatenando una rivolta. Tuttavia non vi è menzione di giudei che aggrediscono e uccidono soldati romani. La vicenda poi cronologicamente è difficile da collocare, nella settimana della Pasqua ebraica.

Occorre poi tener fede della discrepanza nel ritratto del prefetto romano, Ponzio Pilato, che intercorre tra gli evangelisti da un lato e le fonti giudaiche dall’altro, Giuseppe Flavio e Filone alessandrino.

Per i romani, l’area della Palestina nel complesso, era un’area davvero particolarmente difficile da gestire. Attese messianiche, di rivalsa politica e religiosa di quel popolo che si sentiva popolo eletto, e scarsa ricezione di un dato ellenismo, creavano ansie e difficoltà reali di gestione per i romani. In momenti come la Pasqua un centro come Gerusalemme era monitorato con particolare attenzione e soprattutto, i romani dovevano tener conto di ogni movimento o predicatore che potesse creare disordini.

Pilato è presentato come un sanguinario e senza scrupoli, risulterebbe altresì improbabile, liberasse un rivoltoso per dare soddisfazione alla folla. Non abbiamo menzioni di usanze tipiche per quel tempo di liberare personaggi già giudicati colpevoli. Possiamo supporre in alcuni casi avvenissero liberazioni, dietro pagamenti di tangenti; Flavio Giuseppe menziona i successivi governatori (all’epoca procuratori non più prefetti) Albino e Gessio Floro, dediti a intascare tangenti per liberare delinquenti, al fine di arricchire se stessi. Potremmo supporre Pilato facesse lo stesso, ma resta una pura supposizione.

Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

Gesù venne condannato alla croce, il cui titulus definendolo rex lo definiva come reo di rivolgimento politico, e forse non è un caso venisse crocifisso tra due “latrones” di fatto termine con il quale i romani definiscono quel gruppo di irriducibili che sono gli zeloti. Yeshua bar Abba è coerente con il personaggio del Gesù storico, come si deduce dagli evangelisti, ma uno sdoppiamento potrebbe essere arbitrario, voluto per rimarcare come il Bar Abba venisse salvato come uomo dal Cristo che si sacrifica per lui, prefigurando così la salvezza.

La spiegazione maggiormente adottata dalla ricerca storica è quella di matrice redazionale. Il cristianesimo fin da subito comincia ad allontanarsi dall’alveo del giudaismo.

Già la contrapposizione tra Paolo e Pietro ne è un esempio. Ma Paolo di Tarso è il fondatore del cristianesimo, lui giudeo e cittadino romano allo stesso tempo, è l’uomo che apre il messaggio gesuano ai non circoncisi e rende quella che all’inizio era una delle tante sette del giudaismo, ovvero i nazorei, una religione aperta a tutti. Queste dinamiche generano nel giudaismo contrasti e dispute, fino alla distruzione del tempio a Gerusalemme del 70.

I cristiani rompono con il giudaismo e devono convivere con il potere politico del tempo ovvero Roma. Ciò si evince dalla predicazione di Paolo. A livello redazionale far sì che fossero stati i giudei a voler libero un malfattore a dispetto del Cristo, li qualificava come rei di deicidio, liberando da quella responsabilità Roma, nella figura del suo governatore Pilato.

Marco Emilio Scauro. Il figliastro di Silla che odiava i Sardi

Un famoso processo portato avanti dai provinciali nei confronti di un cittadino romano è quello dei sardi contro Marco Emilio Scauro. Quest’ultimo apparteneva alla nobiltà romana e dopo essere diventato figliastro del dittatore Silla, grazie alle nozze della madre Cecilia Metella, si dedicò alla politica, iniziando la sua carriera politica ricoprendo l’incarico di edile.  

Nel 55 a.C divenne il governatore della Sardegna, amministrandola con disonestà e arroganza, tanto che i Sardi  si mobilitarono per portarlo dinnanzi ad un processo una volta che il suo mandato fu terminato. 

Marco Emilio Scauro infatti nel 54, lasciò l’isola per recarsi a Roma ed iniziare la sua campagna elettorale a seguito per la sua candidatura all’incarico di console per l’anno successivo; avendo infatti svolto precedentemente la carica di edile, essendo poi stato un funzionario amministrativo in oriente  alle dipendenze di Pompeo e avendo alle spalle un anno di governo di una provincia aveva la possibilità di candidarsi al consolato.  

La sua candidatura però fu fermata dall’accusa dei Sardi, che si fecero difendere a Roma dall’oratore Publio Valerio Triario. Se la difesa di quest’ultimo fallì, non fu soltanto perché a difendere la controparte era uno dei più famosi oratori romani, ossia Marco Tullio Cicerone, ma anche perché Triario commise il grave errore di non raccogliere delle prove  recandosi nella provincia di Sardegna e Corsica (le due isole infatti formavano un’unica provincia) per un totale di trenta giorni, come gli era stato suggerito ed autorizzato dal presidente del tribunale, il pretore M. Poncio Catone. Triario sosteneva che come prove gli sarebbero bastati i centoventi Sardi che si erano recati a Roma per sostenere l’accusa. 

Scauro dal canto suo si era affidato alle difese di ben sei avvocati, uno dei quali è il sopracitato Cicerone, che grazie alla sua orazione “Pro Scauro”, ci lascia la fonte che ci permette di conoscere questo avvenimento storico. Bisogna precisare un dettaglio su questa fonte: 

Il Pro Scauro è arrivato a noi molto frammentato, sono infatti descritti solo due dei tre crimini commessi dall’accusato, manca infatti il “crimen frumentarium”, ossia il reato di abuso nelle esazioni delle decime, che noi conosciamo grazie ad un’altra fonte proveniente  da Asconio, un letterato latino del I secolo, che commentò diverse orazioni di Cicerone, compresa quella del processo qui descritto. 

Unendo le due fonti conosciamo le tre accuse che i Sardi avanzarono nei confronti del loro governatore, ossia l’esazione di tre decime, l’omicidio di Bostare e l’abuso ed il maltrattamento di una donna, la sposa di Arine ( de Bostaris nece, de Arinis uxore et de decimis tribus). 

Bostare era un ricco abitante della città di Nora, che secondo Triario viene avvelenato da Scauro; Cicerone difende il suo cliente sostenendo che il governatore romano, non solo non provava nessun interesse ad uccidere quell’uomo, ma aggiunge che è stato ucciso dalla sua stessa madre. 

Per quanto riguarda l’accusa di mal trattamento alla donna, di cui non viene citato il nome ma viene descritta come la sposa di Arine, un altro abitante di Nora,  Triario afferma che la vittima, dopo i vari abusi da parte del governatore, si sia suicidata per la vergogna. Lo stesso Arine è presente al processo per testimoniare, ma ovviamente Cicerone difende il suo cliente sostenendo due affermazioni: 

in primis,  la moglie di Arine era talmente brutta e vecchia che in nessun caso avrebbe invogliato un nobile romano a desiderarne il corpo, ed inoltre sostiene che la donna si sia uccisa dopo aver scoperto che suo marito Arine aveva lasciato la città di Nora con la sua amante, nonché la madre di Bostare. 

In poche parole Cicerone, con la sua abilità di oratore, inventa e costruisce un’unica storia che permette di scagionare il proconsole  Scauro da ben due accuse, dicendo proprio che la madre di Bostare abbia ucciso suo figlio in quanto aveva scoperto la sua relazione extraconiugale con Arine, dopo che la moglie di quest’ultimo abbia preferito la morte all’abbandono da parte del marito. 

L’accusa più grave però, quella che effettivamente convince centoventi Sardi ad accusare il governatore, è l’esazione di ben tre decime in grano. Per legge i provinciali dovevano pagare una decima al governatore, ma Scauro ne pretese ben tre dagli abitanti di Nora, compiendo il reato di concussione, che per i Romani era molto grave. Cicerone in ogni caso, davanti a questa grave accusa  riuscì a difenderlo abilmente, dimostrando che tale insinuazione era falsa, in quanto era presentata da persone disoneste quali erano i Sardi. 

L’oratore provava un  profondo odio verso i Sardi, tanto da definirli in modo dispregiativo  “africani”, poiché secondo la sua teoria tale popolo  è diretto discendente dei peggiori Cartaginesi, che erano stati esiliati nell’isola sarda in quanto disprezzati nella loro stessa città.

Di conseguenza l’accusa di gente falsa, criminosa e peggiore degli stessi punici non poteva essere vera davanti a nessun cittadino romano, tantomeno dinnanzi ad un politico onesto quale era Scauro. Questo sentimento di odio e di disprezzo verso i Sardi emerge anche quando l’oratore definisce brutta e vecchia la moglie di Arine, descrivendo “orrenda” non solo la vittima in questione, ma tutte le donne sarde che non possono mai innescare attrazione nel cittadino romano.

Questa critica cosi pesante nei confronti dei Sardi, definendoli un popolo disonesto ed inaffidabile,  ma soprattutto il paragone con i  Punici riuscì a  convincere ben 62 giudici che votarono a favore di Scauro contro 8 che sostennero i Sardi, nel processo che si tenne il 2 settembre del 54 a.C.

Grazie all’abilità di Cicerone, i Sardi non ottennero nessuna giustizia, mentre Scauro vinse il processo, anche se la sua carriera politica finì, perché durante la campagna elettorale per la candidatura al consolato, lo stesso Triario lo accusò di corruzione, tanto che fu costretto a lasciare Roma. 

Sperimentazioni del potere tra Monarchia e Repubblica romana

Di Giovanni De Santis

Il passaggio dalla monarchia alla repubblica segna una profondissima svolta nel mondo romano. Le fonti annalistiche, segnalano la cacciata dei Tarquini, e l’imminente istallazione del regime consolare, attorno alla leggendaria figura di Bruto, di Tarquinio Collatino e della malcapitata Lucrezia.

La moderna ricerca storiografica si è da sempre interrogata sulla metodologia di questo transito istituzionale, domandandosi se non potesse esistere un passaggio mediano, che dalla monarchia conducesse alla collegialità perfetta e uguale dei consoli, come si evince dalla tradizione annalistica.

A ben analizzare la stessa tradizione romana, presumibilmente formatasi tra IV e III secolo, non mancano riferimenti particolari ai tempi antichi e a qualche anomalia; già la stessa regalità di Servio Tullio, la cui legittimità a ben leggere Livio, non è mai piena, può essere un sensibile indizio di certe esperienze che cominciano a discostarsi da quella monarchica.

Avremmo altresì ulteriori conferme laddove, sempre in Livio, leggeremo che i consoli vennero creati “EX COMMENTARIIS SERVII TULLII”; oppure quando in Accio si riferisce a quel Tullio “QUI LIBERTATEM CIVIBUS STABILIVERAT”.

Dunque una regalità strana, quella di Servio, non dissimile dal Porsenna inteso REX dai romani, ma con ovvia probabilità, una nuova figura istituzionale con carica vitalizia, figlia di tempi nuovi e nuove esigenze. Ciò permetterebbe altresì, di estendere alla totalità delle realtà tusco laziali, ma anche umbre e osche, un nucleo di esperienze di trapasso istituzionale, piuttosto simili, seppur a loro modo differenziate a seconda delle singole vicissitudine delle diverse città nel corso del VI secolo.

Una KOINE’ culturale comune che conosce esperienze similari, che ha un dinamica portante che è l’elemento greco, già diffusore della scrittura e conseguente, o contemporaneo, diffondente un dato razionalismo, da cui il mondo laziale e etrusco matura nuove esigenze.

Come circoscrivere il transito dalla monarchia alla repubblica nei centri tusco laziali?

L’esperienza costituzionale romana poneva un istituto mediano, che la moderna ricerca poteva ergere a esperienza particolare, dal cui sviluppo si potesse addivenire nel tempo al perfetto bilanciamento del potere consolare: la dittatura.

Seppur mutuata da quella latina che era magistratura ordinaria, mentre a Roma si imponeva come straordinaria, la dittatura parve fin da subito una collegialità diseguale (il dittatore nomina un suo ausiliario, il magister equitum dotato di imperium ma di un imperium minus) che in progressivo sviluppo, potesse evolvere in una collegialità uguale, dunque nella PAR POTESTAS dei consoli.

Già dunque nel 1847 Ihne formulava il transito da monarchia a repubblica attraverso una collegialità magistratuale diseguale, quale la dittatura, connessa con la latina. Una teoresi evoluzionistica che attraverserà decenni e verrà ripresa dal Beloch nel 1926, con la laconica affermazione “L’evoluzione costituzionale non fa salti”.

Tale tesi venne ribattuta dal Mommsen, secondo cui andava invece accentuato il carattere rivoluzionario e creativo della collegialità consolare in Roma. Il grande maestro ribaltava totalmente in concetto evoluzionistico, proponendo di fatto quello rivoluzionario.

Servio Tullio e gli Opliti

Il VI secolo la realtà etrusco laziale, e in genere medio italica, a fronte di mutate esigenze di matrice militare e sociale, sovverte l’ordine monarchico dando avvio a forme primigenie repubblicane, in nome di una koinè culturale omogenea, aperta a sperimentazioni coerenti, ma allo stesso tempo diversificate.

Nel Lazio vengono ad imporsi figure quali il DICTATOR in coerenza con la gestione confederale della lega latina, con più spiccate valenze sacrali e il PRAETOR con più spiccate valenze militari. Già Cicerone asseriva, nei libri augurali il DICTATOR venisse chiamato MAGISTER POPULI, ponendo importanti delucidazioni di come quella dittatura straordinaria di matrice romana, così come la tradizione la tramanda, sia da correlare direttamente a quella confederale latina, che avrà pur sempre prodotto, magistrature identiche nelle altre città confederate.

La moderna ricerca sembra ormai aver riconosciuto come autentici i nomi dei diversi REGES romani, la cui storicità non è in dubbio. Soprattutto gli ultimi re e lo stesso Servio Tullio. E’ altresì confermata la presenza del trattato che lo stesso Servio, stipula con i latini, conservato nel tempio di Diana sull’Aventino, nel quale Roma e il suo stesso rappresentante, si pongono a capo della lega stessa.

La tradizione pone Servio Tullio, come profondo innovatore democratico a Roma o addirittura come il propugnatore di un regime repubblicano: per Livio i consoli vennero creati EX COMMENTARIIS SERVII TULLII. Detto ciò, avremmo agio di cedere alla grande autorità di un’altra grande fonte antica, quale l’imperatore Claudio e in accordo con questo dotto principe, corroborare la sua visione di Servio MACSTARNA, con i bellissimi affreschi della Tomba Francois a Vulci.

MACSTARNA indica il sostantivo MACSTREV termine che rende il latino MAGISTER, penerato ampiamente in Etruria in ambiente di KOINE’ culturale aperta e precoce, ed evidente in un’epigrafe da Tuscanica dove MACSTREV EPRUTHNE, indica la suprema autorità politica. Certo MAGISTER è termine che ben è ascrivibile ad una matrice sacra e legata a collegi sacerdotali anche antichi come gli arvali, salii o luperci, si ammanta però di suprema autorità politica in un determinato momento storico di VI, il momento della rivoluzione oplitica: il MAGISTER POPULI.

Relazionare il Magister populi con la figura del Dictator

Questo pone come punto di partenza la lega latina. La dittatura latina veniva distinta dalla romana secondo l’assunto che, una fosse ordinaria, mentre l’altra, straordinaria. Il MAGISTER POPULI, poniamo il supremo funzionario romano, proprio perché diviene capo della lega latina assumerebbe il titolo di DICTATOR. Ora potremmo verosimilmente considerare la magistratura federale latina, la dittatura, come una magistratura straordinaria, dunque limitata a sei mesi, cioè nel periodo tra primavera ed estate (Santo Mazzarino 1945).

Saremmo orientati così a supporre, che in origine non possiamo considerare la dittatura romana come un istituto straordinario. Il supremo magistrato romano assumendo la dittatura confederale latina, diventa DICTATOR proprio perché, Roma al tempo era retta da un magistrato unico, altrimenti avremmo dittatori o pretori come nel caso della lega latina del 381 (cfr. Momigliano 1931, sebbene pare erroneo il suo ragionamento ascrivente la dittatura romana dopo il FOEDUS di Spurio Cassio, perché allora pare sovente fosse PRAETOR il capo della lega latina; per altra via De Sanctis).

Sappiamo che in epoca storica quando ormai nel regime consolare, entrambi i consoli sono a capo entrambi della fanteria, quando si farà ricorso, straordinariamente al DICTATOR, egli nomina un MAGISTER EQUITUM a lui subordinato con un IMPERIUM minore al suo, che con ovvia probabilità rimanda ad un fossile di epoca precedente, dove vi era una netta distinzione tra fanteria e cavalleria.

Dunque a Roma il MAGISTER POPULI diviene DICTATOR perché a capo della lega latina. Non a caso Servio Tullio, il MAGISTER POPULI, conferma l’autorità romana sulla lega latina, testé il trattato nel tempio di Diana sull’Aventino.

Già nel nome il MAGISTER POPULI mostra una specifica attinenza ad un concetto piuttosto complesso di POPULUS, inteso principalmente nella sua essenza militare, di fatto oplitica. Pur volendo svincolare Servio da MACSTARNA risulta quanto mai evidente che il VI secolo propone a Roma il transito dai re al MAGISTER POPULI.

E come evidente in Porsenna, definito REX o dalla stessa strana regalità serviana, il transito istituzionale non è determinato da una necessità di una magistratura annuale, o da una vitalizia, ma da ragioni essenzialmente militari. In fondo il VII secolo aveva visto nel mondo greco, la grande rivoluzione oplitica, destinata a diffondersi e perpetuarsi anche altrove, per iterazione culturale.

Il nuovo esercito

Questo nuovo esercito richiedeva un MAGISTER o un PRAETOR, uno ZILATH PURTH, piuttosto che un REX o un LUCUMONE, perché rivoluzione oplitica significa modificazioni politiche e sociali non indifferenti. Da sempre la cavalleria era un’arma patrizia. I patrizi militavano tra i cavalieri organizzati in TURMAE, recanti i nomi delle tre antiche tribù. Nell’ordinamento centuriato che pure è oplitico, le 6 centurie di EQUITES recano gli antichi nomi delle tre tribù, distinti solo in prerogativa e posteriori, dal che dovremmo dedurre che nel VI secolo le CURIAE siano ancora composte esclusivamente di patrizi? Probabilmente si, o almeno inizialmente, tuttavia il tema è spinoso e fonte di discussione.

Nel nuovo sistema oplitico però gli opliti, il nerbo del nuovo esercito, andavano reclutati tra le classi inferiori, ma che fossero tuttavia economicamente capaci di procurarsi la grave armatura; dunque plebei abbienti. Questi plebei economicamente abili all’armamento, gli opliti, erano il nuovo POPULUS, la più grande scoperta dell’ordinamento oplitico; costoro avevano il loro MAGISTER, così come la cavalleria aveva il proprio.

Questo nuovo concetto di popolo di VI secolo appare inconciliabile con il vecchio REX espressione di una arcaica società patriarcale; e proprio allora quella figura, rimase sempre più vincolata a questioni sacrali e vennero i due magistrati, con la preminenza del MAGISTER POPULI vista la maggiore incidenza della fanteria. I CLASSICI del primo ordinamento centuriato, imposero il proprio MAGISTER. Ciò non toglie che questa rivoluzione oplitica, corroborata da mutamenti istituzionali, non abbia subito ondeggiamenti, anche contanti ripristini di autorità regia (cfr. Tarquinio il Superbo), ma ormai essa era del tutto decollata e destinata ad imporsi, anzi, troverà nuova sistemazione con i due consoli.

Forse il divieto antico, secondo cui il DICTATOR non poteva montare a cavallo, più che rimandare a precetti religiosi, potremmo intenderlo come la circostanza che i PATRES volessero che questo capo del POPULUS si differenziasse dal loro. Ora dovremmo chiederci quali tracce desumere dalla storia romana, del transito dal MAGISTER POPULI ai consoli. Beloch (1926), fautore di una teoria evoluzionistica, riteneva che nei FASTI consolari i primi 21 anni dal 506 al 486, andavano totalmente rivisitati perché fortemente interpolati dalla tradizione successiva; sosteneva che in queste prime coppie consolari andassero depennati, la bellezza di 12 nomi che in prima istanza sembrassero plebei, perché Roma in quegli anni era sottoposta all’autorità dittatoriale.

Beloch poi per il lasso temperale tra 485 e 452, riconosceva più o meno autentiche le coppie consolari asserendo però i due eponimi, fossero da ricondurre al dittatore e ad suo maestro della cavalleria. Ora sarebbe da chiedersi perché mai i fasti la cui adesione al reale pare più o meno certa, debbano essere così divisi dalla rivisitazione del Beloch. Sosterremmo che i fasti mantengano una certa autenticità e che dalla collegialità diseguale si sia in breve passati alla PAR POTESTA consolare. Già la tradizione liviana per 501 e di Dionigi per il 498, menzionano il primo DICTATOR, nella figura di TITO LARCIO che scelse come MAGISTER EQUITUM, Spurio Cassio. Ora se la tradizione avesse voluto interpolare i fasti consolari, perché mai avrebbe scelto come primo dittatore, l’oscuro Tito Larcio?

La dittatura diventa una magistratura

La dittatura diventa una magistratura straordinaria, come sarà nella costituzione romana repubblicana, prima del FOEDUS CASSIANUM, mentre una collegialità diseguale tra DICTATOR o MAGISTER POULI e MAGISTER EQUITUM si sarebbe avuta tra MACSTRANA e PORSENNA, tra 550 e 520. Al V secolo la collegialità romana si equipara a quella veliterna del fregio che abbiamo visto nella prima parte; una collegialità uguale, sebbene ingenua, dalla quale desumere il termine CONSUL venisse ad imporsi piuttosto presto, sebbene dopo l’avvento della collegialità PAR POTESTAS. Ancora l’AUGURIUM SALUTIS (Festo 152) menzionava PRAETORES MAIORES e PRAETORES MONIRES, che è formula piuttosto arcaica, nel termine PRAETORES già implica una specifica collegialità. Quanto alla LEX VETUSTA, UT QUI PRAETOR MAXIMUS SIT, IDIBUS SEPTEMBRIBUS CLAVUM PANGAT (Livo VII 3, 5,9), essa implica l’esistenza di un solo PRAETOR MAXIMUS, da ciò ne dedurremmo che venisse concepita, prima della collegialità dei PRAETORE MAIORES, non a caso sembrerebbe naturale venisse a rimontare, all’atto della stessa dedica del tempio di Giove Capitolino (508-507), forse non tanto per segnare gli anni, quanto per fine propiziatorio. Sulla base di questi dati, potremmo supporre una collegialità uguale tra PRAETORES venisse ad imporsi tra 508-507 e 500, quando cioè essendovi menzione del dittatore Tito Larcio, la stessa dittatura compare come istituto straordinario.

L’ordinamento centuriato ha principalmente ragioni militari. I comizi centuriati si tengono fuori dal pomerio, come si evince da uno stendardo rosso alzato sul Campidoglio ed un altro sul Gianicolo. Ad una fase primitiva tesa a distinguere CLASSICI (opliti in origine della sola prima classe) da INFRA CLASSEM, si passò ai diversi scaglioni delle diverse classi di censo.

L’epoca Serviana

Questo avvio si deve all’epoca serviana e ciò sembra particolarmente coerente all’ambiente italico. Già l’uovo di Vulci, pone un esercito oplitico e Vulci è centro particolarmente aperto alle ondate culturali elleniche; ma in tutto l’ambiente italico si diffonde l’ordine oplitico. Una certa tendenza comune di contare gli uomini in centurie, ovvero per 100, potrebbe cogliersi dall’osco KEENZSTUR, che non è sostantivo derivato dal latino CENSOR, ma dall’osco CENSAUM dunque non dal latino CENSERE.

Avremmo così il sostantivo osco di un magistrato che conta gli uomini per centurie nel transito tra VI e V secolo ben prima dell’istituzione a Roma della censura nel 443. Studi del FRACCARO del 1938, mostravano che gli JUNIORES delle 5 classi serviane formavano in origine, un’unica legione di 6000 uomini in 60 centurie, eppure in un dato momento questa unica LEGIO si sdoppia, divenendo di fatto due LEGIONI di 3000 uomini, raddoppiando però, i quadri.

Questa tesi pone problemi particolari, soprattutto perché in origine contava dei soli CLASSICI della prima classe e quindi il numero di 6000 pare eccessivo; tuttavia potremmo supporre che lo sdoppiamento effettivo avvenisse, nel 366 con le LICINIE SESTIE, momento nel quale la collegialità consolare conosce uno sviluppo piuttosto pieno e che ARANGIO RUIZ in Storia del diritto romano 1942, ebbe a definire momento costitutivo della duplice magistratura suprema.

I comizi centuriati erano l’espressione dell’EXERCITUS IMPERATUS, ovvero apparecchiato alla guerra. A questo punto l’autorità e potestà si manifesta come effettivo IMPERIUM. Il capo dello stato è colui che apparecchia l’esercito, dunque l’IMPERATOR. IMPERATOR e EXERCITUS IMPERATUS, all’inizio espletano un concetto originario di IMPERIUM MILITIAE, che in breve volgere di tempo forgia l’IMPERIUM DOMI, senza il quale il concetto di PROVOCATIO sarebbe inconcepibile (Santo Mazzarino 1945).

Germoglia così dalla rivoluzione oplitica, un istituto tremendamente rappresentativo, che palesa l’accesso del POPULUS nella cosa pubblica. Tra 506 e 486 ben 12 nomi tra i fasti consolari paiono plebei. Tra 485 e 452, invece solo 6. Potremmo arguire, a fronte di una iniziale minore intransigenza del patriziato verso i plebei più ricchi, dovette poi verificarsi una data “serrata del patriziato”, ancorata al concetto di AUSPICIA (Mazzarino 1945). Gli anni della condanna di Spurio Cassio, e della reazione del patriziato alla rivoluzione oplitica potranno configurarsi con l’emancipazione della gens FABIA e di quel paradigma negativo, della guerra gentilizia contro Veio che portò alla sconfitta del Cremera?

Le monete nell’antica Roma. Storia ed evoluzione

L’adozione della valuta romana fu un fenomeno abbastanza tardo. Già le grandi città della Magna Grecia, una regione dell’Italia meridionale, e molte altre città italiche, avevano una lunga tradizione nell’utilizzo delle monete romane e producevano già grandi quantità di queste monete nel IV secolo avanti Cristo, per pagare le truppe che spesso invadevano il loro territorio.

I romani vennero certamente a conoscenza di sistemi di conio in questo periodo, ma passò diverso tempo prima che il governo Romano introducesse effettivamente delle monete romane.

Gli albori delle monete romane

Inizialmente le monete romane ebbero infatti un utilizzo molto limitato. Gli albori della monetazione romana sono infatti costituiti da un lingotto di bronzo chiamato “Aes Signatum” che misurava 160 x 90 mm e pesava circa mezzo chilo, essendo realizzato con un bronzo di stagno dalla elevata percentuale di piombo.

Si trattava di lingotti che costituivano una vera e propria “valuta metallica” prodotti in Italia e nelle aree etrusche settentrionali, di difficile utilizzo. Assieme ai lingotti, lo Stato Romano metteva anche una serie di monete in bronzo e argento che imitavano quelle greche.

Il principale polo di fabbricazione allora utilizzato era certamente la zecca della città di Napoli, come testimoniano alcuni disegni sulle prime monete circolanti nel periodo.

La monetazione romana repubblicana

Durante il periodo repubblicano la monetazione Romana conobbe una importante evoluzione. Una definitiva spinta alla produzione di monete fu costituita dall’espansione dei romani nell’Italia centrale, con il conseguente aumento dei bottini di guerra e soprattutto l’accesso sempre più facile a metalli preziosi come oro e argento.

La vera svolta avvenne conseguentemente alle vittoria delle guerre puniche, quando fece il suo ingresso l'”Aureus” una moneta d’oro, ma anche il “Denario” d’argento che fu garantito dopo le conquiste delle imponenti miniere d’argento della Macedonia nel 167 avanti Cristo. Fu così che il Denario d’argento divenne la nuova unità di misura base della monetazione romana, sulla quale si modellò il resto della monetazione antica.

I disegni presenti sulle monete del periodo repubblicano illustrano solitamente scene mitiche o personificazioni degli Dei, secondo dei regolamenti piuttosto rigidi e standard.

Entro la fine della Repubblica, il sistema monetario romano si è evoluto verso un sistema di oro, argento e diverse leghe a base di rame. Roma aveva iniziato a emettere monete d’argento all’inizio del III secolo a.C. e lo standardizzò come una moneta del peso di 1/84, e poi 1/72 di una sterlina romana. 

Chiamato Denarius, il suo nome inizialmente significava che valeva 10 asini di bronzo, prima di essere rivalutato a 16 asini intorno al 140 a.C.

La riforma di Ottaviano Augusto e la monetazione nel periodo Imperiale

Il Princeps, Ottaviano Augusto, fu protagonista di una sterminata serie di riforme e fu sempre lui a ripensare le denominazioni delle monete, secondo un sistema che sarebbe durato per i successivi tre secoli.

Durante la riforma di Augusto le monete furono coniate in gran parte a Roma, anche se un’eccezione significativa fu rappresentata dalla zecca di Lugdunum, odierna Lione, che iniziò la produzione di monete d’oro e d’argento del 16 a.C e fu protagonista della creazione del nuovo conio almeno fino alla metà del I secolo d.C.

Altre zecche degne di nota, sebbene con una produzione più sporadica, furono Antiochia, Alessandria e Cesarea. La zona orientale dell’impero fu invece caratterizzata da varietà di monete locali che coesistevano insieme a quelle romane, in particolare monete di bronzo di basso valore per il piccolo commercio.

Le città avevano la possibilità di coniare delle piccole monete autonome, con forme e tagli minori,che venivano gestite dalle autorità locali, anche se in generale tutte le varietà di monete provinciali dovevano essere convertite in monete romane qualora necessario. Era altamente probabile che queste monete fossero confinate nella propria area geografica per garantire la più ampia circolazione delle monete ufficiali nell’Impero.

Le immagini sulle monete conobbero un’importante evoluzione quando Giulio Cesare emise un conio recante il suo ritratto. I produttori di monete, fino a quel momento, emettevano oggetti con ritratti di antenati, mentre quella di Cesare fu la prima moneta romana a rappresentare il ritratto di un individuo vivente. La tradizione continuò anche dopo l’assassinio di Cesare, sebbene gli imperatori continuarono a produrre monete raffiguranti divinità tradizionali.

L’obiettivo principale delle immagini durante l’Impero era quella di diffondere il potere dell’imperatore. Le monete rappresentavano un mezzo importante per comunicare la stabilità e la forza dell’impero e di chi lo guidava. Le monete spesso tentavano di associare la figura dell’imperatore a quella di un Dio, enfatizzando la relazione speciale tra l’imperatore e le divinità. Lo stesso Cesare, durante la campagna militare contro Pompeo, coniò delle monete che lo rappresentavano abbinato a Venere o Enea.

Significativo anche il caso dell’imperatore Commodo, che nel 192 d.C emise una serie di monete che raffiguravano il suo busto rivestito da una pelle di leone, per raffigurare Ercole. L’imperatore voleva infatti proclamarsi come l’incarnazione di questo Dio agli occhi del Popolo.

Notevole importanza era riservata anche al rovescio della moneta. Solitamente le immagini del periodo Imperiale, che avevano funzioni di propaganda, rappresentavano atti di liberazione, sottomissione e pacificazione di tribù e stati confinanti.

La svalutazione monetaria

Uno dei problemi principali della monetazione Romana imperiale e in generale del sistema finanziario di Roma, consisteva nella svalutazione della moneta. Circa l’80% del bilancio imperiale veniva coperto dalla tassazione e l’ammanco consistente nel 20% rappresentava solitamente un buco di bilancio che veniva coperto o aumentando la tassazione delle province più ricche o con un meccanismo di conio di nuove monete.

Da Nerone, a Commodo, da Settimio Severo a Caracalla, diverse monete auree e di argento, mantennero lo stesso valore nominale ma riducevano gradualmente il reale contenuto di metallo prezioso, in modo che con la stessa fornitura di metalli fosse possibile coniare una quantità maggiore di monete. I produttori di monete ricevevano l’istruzione di spalmare il materiale prezioso sulla superficie, per farlo apparire quanto più credibile possibile.

Ma la popolazione Romana riusciva abbastanza facilmente a riconoscere una moneta dal reale contenuto prezioso e i romani ignoravano la legge di Gresham che consiste nel motto: “Moneta buona scaccia moneta cattiva”. I cittadini tendevano a mantenere le monete che avevano un valore nominale uguale a quello prezioso e a sbarazzarsi il prima possibile delle monete spurie, il che provocò una polarizzazione della ricchezza, laddove i poveri utilizzavano prevalentemente il bronzo mentre gli aristocratici accumulavano immense quantità di monete dorate.

Questa condizione di debolezza del sistema monetario Romano conobbe addirittura, nel III secolo d.C, dei momenti di particolare crisi, quando la parte più povera della popolazione tornò addirittura al baratto, non avendo possibilità di accedere ad un quantitativo consistente di monete che avessero un minimo valore reale.

Un altro motivo di svalutazione era la mancanza di metallo grezzo con cui produrre monete. L’Italia stessa non ha miniere di metalli preziosi che dovevano essere puntualmente ottenuti altrove.

La maggior parte dei metalli preziosi che Roma ottenne durante il suo periodo di espansione arrivò sotto forma di bottino di guerra dai territori sconfitti, e successivi tributi e tasse da parte delle terre di nuova conquista. Quando Roma cessò di espandersi, i metalli preziosi per la coniazione provenivano dall’argento appena estratto, come dalla Grecia e dalla Spagna , e dalla fusione delle monete più antiche.

Per contenere il fenomeno, nel 301 d.C furono riformati dall’imperatore Diocleziano, i tassi di cambio tra le varie denominazioni, con 1  aureus  = 1.200 denarii; 1  argenteus  = 100 denarii; e 1  nummus = 25 denarii. Il denaro venne “resuscitato” come unità di conto, ma non come moneta. 

Le monete come fonte storica

Le monete romane offrono uno sguardo sul passato: spesso ritraggono immagini di edifici e monumenti che si trovavano, e talvolta sono ancora esistenti, nella città di Roma. Allo stesso modo, le monete realizzate per celebrazioni militari sono utilissime per effettuare confronti e datazioni.

Costituite da prove materiali, iconografiche e testuali, tutte fuse in un unico oggetto, le monete offrono ricche informazioni agli storici di tutti i periodi e in alcuni casi rappresentano indicazioni insostituibili per collegare i frammenti di informazioni che possediamo.

Le monete gettano una luce significativa sulla ricostituzione degli eventi storici, sulle questioni economiche e sociali, sugli scambi materiali, sulla circolazione dei beni e delle merci, sulla diffusione dell’ideologia e della religione, sulla storia politica di Roma, sui crescenti legami tra i centri di potere e il principale consumatore di valuta, l’esercito.

Elefanti da guerra. La micidiale arma sul campo di battaglia

Un elefante da guerra era un elefante addestrato e guidato per il combattimento. Il suo uso principale consisteva nel caricare il nemico, calpestandolo e rompendo le fila e instillando il terrore nella fanteria e nella cavalleria.

Vennero impiegati per la prima volta in India, ma la pratica si diffuse abbastanza rapidamente in tutto il sud-est asiatico e verso Ovest nel Mediterraneo. Il loro uso più famoso in Occidente fu quello da parte del generale greco Pirro, Re dell’Epiro, ma anche da parte del condottiero cartaginese Annibale durante la seconda guerra punica.

La scoperta dell’elefante da guerra

La prima specie di elefanti ad essere addomesticata fu sicuramente l’elefante asiatico, per uso agricolo. Gli elefanti non potevano essere allevati ma solamente addomesticati dopo essere stati catturati in natura.

Le prove più antiche dell’utilizzo degli elefanti provengono della civiltà della Valle dell’Indo attorno al 4500 avanti Cristo. Esistono anche prove archeologiche della presenza di elefanti selvatici nella valle del fiume Giallo durante la dinastia cinese Shang.

Vi è incertezza su quando gli elefanti da guerra fecero la loro comparsa sui campi di battaglia. Secondo la maggioranza delle fonti, il primo confronto tra gli europei e gli elefanti da guerra persiani avvenne durante la battaglia di G,augamela guidata da Alessandro Magno nel 331 avanti Cristo dove i Persiani schierano 15 elefanti.

Posti al centro della linea persiana, fecero tale impressione sulle truppe macedoniche che Alessandro sentì il bisogno di compiere sacrifici al Dio della Paura, la notte prima della battaglia. Alessandro vinse clamorosamente a Gaugamela ma rimase profondamente impressionato dalla potenza degli elefanti nemici e realizzò una prima contingente di 15 esemplari nel suo esercito, aumentando gradualmente il numero durante la sua cattura del resto della Persia.

Anche durante la battaglia del fiume Idaspe Alessandro se ritrovò contro un numero di circa 100 elefanti da guerra: il generale ebbe l’idea di ingaggiare battaglia solamente con la fanteria e la cavalleria, sconfiggendo le forze avversarie del Re Poro, anche se con un notevole dispendio di uomini.

Infine giunsero ambascerie ad Alessandro che annunciavano come gli imperi di Ananda e Gangaridai fossero pronti a schierare tra i 3000 e i 6000 elefanti da guerra. Per questo motivo, Alessandro avrebbe rinunciato al resto della sua conquista.

Al suo ritorno, il generale avrebbe però stabilito una forza permanente di elefanti per proteggere il suo palazzo di Babilonia, creando addirittura un responsabile alla gestione di queste unità chiamato “Elefantarca”.

Il contatto degli elefanti con il mondo romano avvenne durante le guerre pirriche. Il condottiero Pirro, Re dell’Epiro, avrebbe utilizzato questa straordinaria arma contro i Legionari romani, che in quell’epoca non conoscevano e non avevano mai affrontato un avversario di questo tipo.

L’utilizzo degli elefanti fu fondamentale nel corso delle prime battaglie, specialmente quella di Eraclea e di Ascoli Satriano.

La seconda volta che i romani dovettero affrontare gli elefanti, fu contro il condottiero cartaginese Annibale che li impiegò con relativo successo durante la Battaglia della Trebbia.

Ma l’esempio principale dell’utilizzo degli elefanti durante una battaglia è certamente quello dello scontro di Zama quando Annibale utilizzò degli elefanti schierati nella prima linea e Scipione Africano dovette ideare un meccanismo di corridoi per consentire ai pachidermi, opportunamente spaventati, di fluire attraverso le file dei legionari per arrivare nelle retrovie.

Armamento e impiego in battaglia

Gli elefanti non erano un’arma facile da impiegare.

Il primo problema consisteva nel fatto che gli elefanti non potevano essere semplicemente allevati, come altri tipi di animali, ma dovevano essere necessariamente catturati in cattività e condotti ad essere un arma da impiegare sul campo di battaglia attraverso anni di addestramento.

Bisognava impiegare anni di rigore, regole e disciplina per riuscire a trasformare questi animali selvaggi in qualcosa di utilizzabile contro un nemico preparato. Ma gli eserciti antichi scelsero lo stesso di utilizzare l’elefante in quanto quest’arma, una volta pronta, era devastante nei confronti del nemico.

L’elefante era in grado di attaccare decine di uomini di fanteria e di schiacciarli nell’arco di pochi minuti, semplicemente utilizzando il suo enorme corpo di pachiderma. Era anche possibile attaccare una serie di punte o di lance alle sue zanne per amplificare il suo effetto di sfondamento.

Inizialmente l’elefante era guidato da una specie di fantino attraverso una sella di cuoio che aveva anche il compito di proteggere i fianchi e la parte frontale dell’animale.

Nel corso del tempo, ci fu una ulteriore evoluzione del modo di armare l’elefante da guerra: in particolare venne attaccata sulla schiena dell’animale una torretta che poteva ospitare fino a 4 arcieri. In questo modo, oltre a devastare gli uomini con la sua forza, alcuni guerrieri dall’alto potevano bersagliare i legionari in fuga, diventando un’arma di straordinaria efficacia.

Gli elefanti erano perfetti anche per spaventare la cavalleria: molto spesso dei cavalli non particolarmente addestrati cadevano in preda al panico al solo odore di questo tipo di animali, e impedire che la cavalleria venisse disarticolata dai pachidermi era operazione particolarmente difficile.

Come affrontare un elefante?

Ai legionari che affrontavano questo tipo di animali la sola idea di poter vincere e sbarazzarsi di un pachiderma del genere dovette sembrare impossibile.

Eppure nel corso del tempo, vennero sviluppate delle soluzioni soprattutto da parte dell’esercito romano per vincere questo tipo di minaccia. Il primo aspetto di cui tenere conto era quello di abituare gli uomini e la cavalleria alla vista, all’odore e ai rumori che venivano prodotti dagli elefanti.

Già questo metodo di preparazione psicologica nei confronti dei pachidermi aveva l’effetto di non causare l’immediata rottura delle file durante l’attacco.

Gli elefanti venivano poi attaccati puntualmente dall’artiglieria: bersaglio preferito era certamente la testa, ma anche le parti del ventre e delle zampe.

Ad un certo punto i romani riuscirono ad organizzare addirittura delle piccole unità di fanteria con il compito di raggiungere velocemente la parte bassa dell’animale e di squarciarla, ritirandosi con particolare rapidità e lasciando che l’animale stramazzasse al suolo.

Uno dei metodi principali per neutralizzare un elefante era anche quello di terrorizzarlo attraverso rumori e suoni particolarmente forti. Molte volte questa tecnica portava addirittura all’impazzimento dell’animale, che spesso ripiegava sulle proprie stesse file, danneggiando i suoi uomini.

Nel momento in cui una situazione del genere occorreva, il fantino aveva a disposizione una punta di metallo e un martello che utilizzava per perforare il cervello dell’animale, causando l’immediata morte dell’animale e impedendo che potesse radere al suolo lo stesso esercito dal quale era stato impiegato.

Il tramonto dell’elefante da guerra

Gli elefanti venero impiegati durante la campagna romana contro i lusitani e i celtiberi in Hispania. Durante la seconda guerra celtiberica , Quinto Fulvio Nobiliore fu aiutato da dieci elefanti inviati dal re Masinissa di Numidia .

Notoriamente, i romani usarono un elefante da guerra nella loro prima invasione della Gran Bretagna , un antico scrittore registrò che “Cesare aveva un grande elefante, che era dotato di armatura e portava arcieri e frombolieri nella sua torre. Quando questa creatura sconosciuta entrò nel fiume, I britannici e i loro cavalli fuggirono e l’esercito romano passò oltre ” – anche se potrebbe aver confuso questo incidente con l’uso di un elefante da guerra simile nella conquista finale della Gran Bretagna da parte di Claudio.

Nella campagna africana della guerra civile romana del 49–45 aC, l’esercito di Metello Scipione usò gli elefanti contro l’esercito di Cesare nella battaglia di Taso . Scipione addestrò i suoi elefanti prima della battaglia allineando gli elefanti di fronte ai frombolieri che avrebbero lanciato pietre contro di loro, e un’altra linea di frombolieri sul retro degli elefanti, al fine di spingere gli animali in una sola direzione, impedendogli di caricare le loro stesse linee, ma l’autore del “De Bello Africano” ammette l’enorme sforzo e il tempo necessari per farlo.

Al tempo dell’imperatore Claudio, tuttavia, tali animali venivano usati dai romani solo in numero singolo: l’ultimo uso significativo di elefanti da guerra nel Mediterraneo fu contro i romani nella battaglia di Tapso, 46 a.C., dove Giulio Cesare armò la sua quinta legione ( Alaudae ) con le asce e ordinò ai suoi legionari di colpire le zampe degli elefanti. La legione resistette alla carica e l’elefante divenne il suo simbolo.

Tapso fu l’ultimo uso significativo di elefanti in Occidente.

L’arco di trionfo nell’antica Roma

L’Arco di Trionfo è una struttura monumentale autoportante a forma di arco con uno o più passaggi, spesso progettati per attraversare una strada,

Nella sua forma più semplice, un arco di trionfo è costituito da due massicci pilastri collegati da un arco, coronato da una trabeazione piatta o da un attico, su cui può essere montata una statua o iscrizioni commemorative. La struttura principale viene molto spesso decorata con intagli e rilievi scolpiti e dediche da parte dei costruttori.

Archi trionfali più elaborati possono invece essere dotati di più arcate. Si tratta di uno dei tipi di architettura più influenti e distintivi associati all’Antica Roma, utilizzato per commemorare generali vittoriosi o eventi significativi come la fondazione di nuove colonie, la costruzione di strade e ponti o la morte di un membro di una famiglia Imperiale.

L’arco di Costantino

Situato vicino al Colosseo, sull’antico percorso del Foro Romano, l’arco di Costantino è il più grande e appariscente sopravvissuto a Roma. Condivide la struttura architettonica e uno stile simile a quello di Settimio Severo e sorge esattamente sulla via Sacra, il percorso che i generali vittoriosi attraversavano durante il loro Trionfo a Roma.

Passando dal Circo Massimo e direttamente sotto l’arco di Costantino, i generali avrebbero poi raggiunto il foro romano e il Campidoglio, terminando il loro percorso al tempio di Giove per sacrificare al Dio più importante per i romani, prima di concludere la giornata tra banchetti, giochi e altri eventi celebrativi.

Il Senato consacrò l’arco nel 315 dopo Cristo, per commemorare la vittoria di Costantino sul suo rivale Massenzio nella battaglia del Ponte Milvio, avvenuta tre anni prima.

E’ interessante notare che l’arco non menziona in alcun modo Massenzio, benchè in origine potrebbe essere stato dedicato a lui.

Ci sono due ragioni per cui la figura di Massenzio potrebbe essere stata rimossa. In primo luogo i romani non amavano monumentalizzare le vittorie su altri cittadini.

Inoltre Costantino attuò quella che i romani chiamavano “Damnatio Memoriae”, “Cancellazione della Memoria”, nel tentativo di rimuovere ogni traccia e ricordo ai posteri del suo avversario.

Sull’arco non appaiono scene della battaglia del Ponte Milvio. Ma più precisamente vi è una serie di iscrizioni e immagini che esaltano momenti importanti della vita di diversi imperatori precedenti tra cui Traiano, Adriano e Marco Aurelio.

Durante il medioevo, l’arco di Costantino, come molti altri monumenti romani, fu incorporato nelle fortificazioni della città da una delle principali famiglie aristocratiche di Roma, quella dei Frangipani.

L’arco di Tito

All’ingresso del Foro Romano, l’arco di Tito venne costruito dopo la prematura morte dell’imperatore nell’81 dopo Cristo, e probabilmente gli fu dedicata dal fratello e successore Domiziano.

Sappiamo che al momento della costruzione dell’Arco, Tito era ormai morto, grazie alle iscrizioni che troviamo sulla parte frontale della costruzione: queste si riferiscono a Tito come ad un Dio, e sappiamo che gli imperatori potevano essere deificati solo dopo la loro scomparsa.

I rilievi all’interno dell’Arco di Tito raccontano la storia della costruzione del Colosseo, ma anche della conquista di Gerusalemme, avvenuta nel 70 dopo Cristo, dopo una lunga guerra tra Roma e i Giudei.

Dopo aver preso d’assalto la capitale, i romani la saccheggiarono assieme ai tesori conservati nel tempio sacro, portandoli a Roma. Alcuni rilievi raffigurano la processione trionfale di Tito del 71 dopo Cristo: l’imperatore appare in piedi sul carro con i suoi soldati che lo precedono.

Il rilievo di sinistra mostra il bottino prelevato da Gerusalemme: tra gli oggetti più riconoscibili vi è la Menorah, il candelabro a sette bracci, fulcro del rituale ebraico, ma anche l’Arca (forse quella biblica dell’Alleanza) e un paio di trombe d’oro.

L’arco di Giano

Il Dio a due facce, Giano, potrebbe aver dato il suo nome alla collina del Gianicolo, in cima alla quale un tempo sorgeva il suo santuario.

L’arco di Giano probabilmente non venne consacrato a questo Dio, e il suo nome gli sarebbe stato affibbiato dai cittadini romani solamente per la sua insolita struttura a quattro facce.

Il monumento si trova nell’angolo orientale del Foro Boario, l’Antico mercato del bestiame di Roma, e probabilmente era dedicato a Costantino

Gli antichi menzionano infatti “l’Arco del Divino Costantino” proprio in questa zona, e poichè Costantino celebrava la sua vittoria su Massenzio nel 312 dopo Cristo, è probabile che l’imperatore che ne volle la costruzione fu suo figlio Costantino II, in onore del padre.

Così come l’arco di Costantino, l’arco di Giano fu costruito con del materiale riutilizzato e spogliato da altri monumenti.

Nella sua storia recente, l’arco di Giano è stato colpito da un attentato mafioso il 27 luglio del 1993: a mezzanotte, una autobomba posizionata all’esterno della chiesa di San Velabro, danneggiò la struttura dell’Arco, obbligando le autorità a sigillarlo e ad avviare opere di manutenzione straordinaria.

Di questa costruzione non sopravvive purtroppo nessuna delle 48 statue che probabilmente riempivano le sue nicchie. E anche il suo antico attico è andato completamente perduto.

Tuttavia, ad un osservazione più attenta, è possibile scorgere sulle chiavi di volta gli Dei più adorati di Roma: Giunone, Minerva, Cerere e la dea Roma stessa.

L’arco di Druso

Druso fu uno dei giovani ed emergenti generali dell’età augustea. Fu uno dei più grandi comandanti della primo Impero Romano, e il primo uomo a guidare le legioni romane oltre il fiume Reno e fino al fiume Elba in Germania, riscuotendo grandissime vittorie militari contro diverse tribù.

La sua prematura scomparsa, dovuta ad una accidentale caduta da cavallo, costernarono i romani per i decenni a venire.

In realtà questo arco, non ha probabilmente nulla a che fare con Druso. Ma gli archeologi lo abbinarono al suo nome all’inizio del III secolo dopo Cristo.

Probabilmente aveva la funzione di trasportare l’acqua da uno degli acquedotti Romani, l’acqua Antoniana. Dei tre passaggi originari dell’Arco, sopravvive solamente quello centrale: basandoci sui resti di questa parte della costruzione è probabile che l’intero monumento fosse realizzato in marmo di travertino.

L’arco di Settimio Severo

L’arco di Settimio Severo sorge tra la Curia (dove si riuniva il Senato di Roma) e i Rostra (il luogo dove si tenevano i comizi pubblici), ai piedi del Campidoglio. Fu dedicato nel 203 dopo Cristo per celebrare il successo militare del primo imperatore della famiglia dei Severi, Settimio Severo.

Conteneva un’iscrizione con numerosi titoli attribuiti all’ imperatore: Augusto, Pater patriae, Pontifex Maximus, proconsole.

Settimio Severo riuscì a sopravvivere alla morte del predecessore, Commodo, e ai suoi rivali come Niger e Clodio Albino. All’imperatore bisogna tributare la pacificazione con il popolo orientale dei Parti e l’annessione di gran parte del territorio della Siria tra i possedimenti romani.

Sull’ Arco di Settimio Severo troviamo due raffigurazioni di Marte, il Dio della guerra, una rappresentazione di Ercole, di diverse divinità naturali, tra cui le quattro stagioni, e gli Dei dei fiumi.

Osservando con maggiore attenzione, e procedendo da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto, otteniamo una vera e propria cronologia delle campagne partiche di Settimio Severo.

L’esercito romano che lascia il campo la battaglia, l’imperatore che pronuncia il suo discorso ai soldati, la liberazione dell’assedio di Nisibis, la cattura della città di Edessa e l’accoglienza di Settimio Severo tra la popolazione.

E ancora: la sottomissione dei re Abgar che porta Severo a pronunciare un altro infiammato discorso celebrativo all’esercito, l’attacco alla città di Seleucia, la resa degli abitanti e la definitiva sottomissione della Partia al dominio Romano.

Massimino il Trace. Biografia dell’imperatore

Massimino il Trace regnò brevemente come imperatore romano dal 235 d.C. fino alla sua morte nel 238 d.C. Viene descritto da diverse fonti antiche come uomo di grandezza e forza sovrumane ed è annoverato fra i cosiddetti “Imperatore soldato” del III secolo d.C.

Fu il primo imperatore a non provenire nè dalla classe senatoriale né da quella equestre.

Origini e ascesa al potere

Gaio Giulio Vero, questo il suo vero nome, nacque nel 172 o 173 d.C. in Tracia, una regione a nord-est della Macedonia vicino al Mar Nero, da un padre contadino e da una madre appartenente al popolo degli Alani.

Nel 190 d.C. entrò nell’esercito e, a causa della sua spropositata prestanza fisica e delle sue origini, fu soprannominato “Massimino il Trace”. Salì rapidamente di grado, comandando una intera legione in Egitto già nel 232 d.C., diventando governatore della provincia romana della Mesopotamia e, infine, guidando l’esercito in Germania nel 234 d.C.

All’inizio della primavera del 235 d.C. l’allora imperatore Alessandro Severo e sua madre tentarono un’offensiva contro le tribù germaniche con l’unico intento di migliorare la reputazione del giovane imperatore presso i soldati e il popolo di Roma.

Sfortunatamente, Alessandro scelse di negoziare con le tribù invece che di combattere. I Legionari, inferociti per la campagna militare infruttuosa, uccisero l’imperatore e sua madre.

Massimino, che rappresentava un comandante di grande prestigio, fu così proclamato imperatore direttamente dai soldati, vicino all’attuale città di Magonza il 20 marzo 235 d.C. Il Senato romano approvò a malincuore la sua elezione, dal momento che lo considerava un barbaro e senza un’adeguata posizione sociale.

Lo storico Erodiano, nella sua Storia dell’Impero Romano scrisse del nuovo imperatore:

Il suo carattere era naturalmente barbaro, poiché la sua provenienza era barbara. Aveva ereditato l’indole brutale dei suoi concittadini e intendeva mantenere la sua posizione imperiale con atti di crudeltà, temendo che sarebbe diventato oggetto di disprezzo per il Senato e il popolo.

La lotta di Massimino Il Trace per mantenere il potere

Dopo aver assunto il titolo imperiale, il nuovo imperatore riconobbe il poco sostegno in Senato e rimase cauto. Molti senatori di Roma, così come molti soldati nell’esercito, avrebbero preferito nominare come imperatore un senatore di nome Magnus ed effettivamente venne organizzata una imboscata per uccidere Massimino.

Quando la notizia del complotto arrivò all’attenzione dell’imperatore, molti dei congiurati vennero giustiziati.

Altri senatori ancora, che erano rimasti fedeli alla memoria di Alessandro Severo, scelsero come imperatore Tito Quartino, ma anche questo pretendente al trono fu ucciso mentre dormiva, per mano di uno dei suoi più accesi sostenitori, un uomo di nome Macedo, che all’ultimo momento scelse di cambiare fazione e di sostenere Massimino.

Sebbene non avesse motivo di inimicizia o odio, Macedo uccise l’uomo che lui stesso aveva scelto e persuaso ad accettare l’impero. Pensando che questo atto gli avrebbe fatto guadagnare un grande favore con Massimino, Macedo tagliò la testa di Quartino e la portò all’imperatore.

Quando seppe la notizia, Massimino, sebbene fosse sollevato dall’idea di essersi liberato di un pericoloso nemico, fece uccidere Macedo, che invece si aspettava una generosa ricompensa.

Le campagne germaniche di Massimino il Trace

Costruendo un ponte di barche e attraversando il fiume Reno, il nuovo imperatore riprese le operazioni militari in Germania, saccheggiando e bruciando villaggi durante il suo percorso.

Dopo una feroce battaglia nei pressi di Wurttemberg e Baden e nonostante le pesanti perdite, Massimino ottenne una schiacciante vittoria e fu proclamato Germanico Massimo, ripristinando la pace nella regione.

Nel 235-236 d.C. Massimino avanzò verso il fiume Danubio, e ottenne nuove vittorie, guadagnandosi i titoli di Dacius Maximus e Samaticus Maximus.

Ma i pericoli per Massimino non erano sul fronte settentrionale, ma a Roma, una città che in realtà non avrebbe mai visto.

Le sue campagne militari in Germania avevano prosciugato le finanze dell’impero e i suoi tagli alle donazioni gratuite di grano avevano danneggiato gravemente la sua reputazione presso la gente, specialmente i poveri.

Come racconta Erodiano, una fonte che è in realtà avversa a Massimino, “dopo che Massimino ebbe impoverito la maggior parte degli uomini illustri e confiscato i loro beni, che considerava piccoli e insignificanti e non sufficienti per i suoi scopi, si rivolse alle tesorerie pubbliche; tutti i fondi raccolti per il benessere dei cittadini o tenuti in riserva per spettacoli o feste, li trasferiva alla sua fortuna personale.

Rendendosi conto di non poter più tollerare gli eccessi del Massimino, il Senato chiese supporto al governatore dell’Africa, Marco Antonio Gordiano Sempronianus o Gordiano I, all’epoca ottantenne. Massimino venne dichiarato nemico dello stato.

La lotta contro i Gordiani

Gordiano e suo figlio Gordiano II , proclamato Augusto da suo padre, ebbero l’appoggio del Senato, ma i loro giorni erano contati. Capellianus, governatore della Numidia e alleato di Massimino, fece avanzare le sue legioni a Cartagine, e dopo aver sconfitto un piccolo contingente di soldati, uccise il quarantaseienne Gordiano II. Suo padre, venuto a conoscenza dell’assassinio di suo figlio, si impiccò.

Erano al potere solo da ventidue giorni.

Rifiutando di accettare Massimino come imperatore, il Senato nominò due nuovi co-imperatori – Decio Caelius Calvinus Balbinus e Marcus Clodio Pupienus Maximus. I due sovrani erano accompagnati da un consiglio di venti aristocratici . Purtroppo, i nuovi imperatori non furono accolti calorosamente dal popolo di Roma, che anzi li prendevano a sassate per la strada.

I cittadini preferivano il nipote tredicenne di Gordiano II, Marco Antonio Gordiano, che fu nominato nuovo imperatore dal Senato. Roma si trovò quindi ad avere ben tre imperatori.

L’ultimo attacco di Massimino

Dopo aver saputo della nomina di Gordiano II e nonostante la crescente animosità delle sue truppe, Massimino fece convergere il suo esercito verso l’Italia.

La prima città importante che incontrò era quella di Emosa, ma questa era stata completamente evacuata da alcuni giorni. Massimino si mosse allora verso Aquileia, ma i suoi ripetuti attacchi alla città fallirono.

L’imperatore Pupieno partì da Roma per incontrare Massimino, il quale viveva una situazione difficile. Le perdite subite ad Aquileia, combinate con la scarsità di cibo, furono troppo per la Guardia Pretoriana e nel maggio del 238 d.C. i pretoriani uccisero sia Massimino che suo figlio.

Pupieno entrò ad Aquileia come un eroe. Erodiano racconta che la città aprì le porte e lo accolse fra i festeggiamenti. Gli uomini applaudirono Pupieno e sparsero foglie sul suo cammino.

I soldati che stavano assediando Aquileia si fecero avanti portando rami di alloro ma non perché questo rappresentasse i loro veri sentimenti ma perché la presenza dell’imperatore li obbligava a fingere rispetto e buona volontà.

La morte di Massimino diede il via a quello che molti storici considerano un periodo di crisi e caos. Pupieno tornò a Roma da eroe ma presto entrò in grave contrasto con il geloso Balbino.

Stanco di entrambi i contendenti, la guardia pretoriana prese d’assalto il palazzo imperiale, catturò gli imperatori e trascinò i loro corpi per le strade di Roma.

Gordiano III fu proclamato il nuovo e unico imperatore legittimo a furor di popolo, l’ultimo nell'”anno dei sei imperatori.”

Articolo originale: Maximinus Thrax di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli