martedì 3 Marzo 2026
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La battaglia del Vesuvio, 340 a.C. I romani sconfiggono i latini

La battaglia del Vesuvio, combattuta nel 340 a.C. tra la repubblica romana e il popolo dei latini, è una delle più importanti battaglie romane dell’epoca alto-repubblicana.

Ebbe luogo nei pressi del Vesuvio, vicino alla città di Neapolis, e vide la vittoria dell’esercito di Roma grazie a Pubio Decio Mure, che morì sacrificando la vita in battaglia, e ad una scelta tattica dell’altro generale, Manlio Imperioso Torquato.

La situazione storica

La battaglia del Vesuvio si inserisce nella lotta tra romani e latini per il controllo della regione del Lazio. 

Secondo Tito Livio, i Latini, con il pretesto di prepararsi alla guerra contro i Sanniti, tenevano in realtà delle riunioni segrete in cui pianificavano un’offensiva contro i romani, probabilmente con la collaborazione dei Campani.

Nonostante il tentativo di mantenere segreti i loro propositi, a Roma giunse la notizia dell’imminente attacco, attraverso alcune delazioni. Questo portò alla richiesta delle dimissioni anticipate dei consoli in carica per accelerare le elezioni dei successori e affrontare immediatamente la crisi.

Venne quindi instaurato un regno temporaneo guidato da Marco Valerio e Marco Fabio, durante il quale vennero nominati i due nuovi consoli: Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure.

Le richieste dei latini e l’ambasciata di Annio

Nel frattempo, i Latini organizzarono un’assemblea per discutere la situazione e proporre ai romani un accordo prima di dichiarare guerra.

Il pretore latino Annio, di fronte all’assemblea riunita, evidenziò come, nonostante l’apparente uguaglianza, i romani si comportassero da padroni e propose che romani e latini avessero diritti equivalenti, inclusa la possibilità di nominare un console di origine latina ogni anno. 

Inoltre, Annio fece notare come i romani, negli ultimi tempi, avessero accettato delle sfide alla loro autorità, il che fu interpretato come segno di debolezza da parte di Roma.

Le proposte di Annio vennero accolte con grande entusiasmo e gli venne conferito il potere di agire e parlare per conto del popolo latino di fronte al Senato di Roma.

Quando i magistrati latini, guidati da Annio, arrivarono a Roma, il Senato li ricevette sul Campidoglio. Annio si espresse con grande fermezza, quasi come se fosse un generale vittorioso, rimproverando subito i romani per il loro trattamento dispotico.

Il delegato latino disse che i suoi cittadini erano disposti alla pace, ma chiedevano come condizione irrinunciabile la nomina di un console che provenisse da una delle città latine, oltre ad una rappresentanza latina nel Senato romano, per formare un unico popolo e stato.

Annio suggerì inoltre che la capitale del nuovo Stato unificato potesse essere una città latina, mentre il nome del popolo sarebbe stato quello di “Romani.”

A queste parole, il console romano Tito Manlio reagì con grande sdegno. Manlio ricordò i precedenti accordi tra romani e latini, stipulati subito dopo la battaglia del lago Regillo, che aveva dimostrato la forza militare dei romani. Manlio disse inoltre che le richieste latine rappresentavano un chiaro tradimento dei patti.

Di fronte a questa reazione, Annio decise di allontanarsi, ma mentre scendeva le scale per abbandonare il Campidoglio scivolò sui gradini, cadendo e battendo la testa con tale violenza da perdere i sensi.

I latini interpretarono questo segno come simbolo della rottura dei trattati. Torquato, testimone oculare della caduta di Annio, interpretò l’incidente come la volontà degli dei di scatenare la guerra ed esortò i romani a prendere le armi.

Le sue parole eccitarono la folla romana, tanto che i delegati latini furono costretti a scappare.

Il Senato approvò immediatamente la dichiarazione di guerra e i consoli arruolarono due eserciti, marciando attraverso i territori dei Marsi e dei Peligni e unendosi ai Sanniti, in quel momento loro alleati, vicino alla città di Capua, dove i Latini avevano già concentrato le loro forze.

La disposizione degli eserciti

La disposizione tattica della battaglia seguì la cultura militare del periodo. I romani avevano abbandonato il tipico scudo ovale e la formazione a falange, che derivava dal mondo greco, e avevano adottato la formazione manipolare, secondo quanto ci conferma lo stesso Tito Livio.

I manipoli romani erano divisi in tre linee: gli hastati, con il compito di sopportare il primo attacco, rappresentavano la prima fila. Qualora gli hastati non fossero riusciti a vincere l’avversario e si fossero trovati in difficoltà, sarebbero arretrati lasciando il posto alla seconda fila, composta dai principes, soldati più maturi e meglio equipaggiati.

Se nemmeno i principes avessero avuto ragione del nemico, la terza linea, composta dai triarii, i veterani, sarebbe intervenuta nella fase decisiva della battaglia.

I Latini, che avevano la stessa cultura militare dei romani, utilizzarono un equipaggiamento e un’organizzazione speculare.

I generali dei due schieramenti ordinarono ai loro uomini di mantenere le posizioni senza prendere iniziative personali, per non perdere di coesione.

La punizione di Tito Manlio

Poco prima della battaglia, Tito Manlio, il figlio del console romano e capo di uno squadrone di cavalleria, si imbatté casualmente in alcuni cavalieri della città latina di Tuscolo guidati da Gemino Mecio.

Dopo un breve scambio verbale, Manlio accettò una sfida a duello lanciata da Mecio, nonostante le regole militari romane proibissero in maniera categorica tali iniziative personali. Il duello si svolse con grande violenza, Manlio colpì dapprima l’elmo del nemico e poi, in una seconda carica, il cavallo di Mecio: quest’ultimo, sbalzato dalla sella, venne ucciso da Manlio mentre tentava di rialzarsi.

Manlio raccolse le armi dell’avversario e tornò trionfante all’accampamento romano, presentando le spoglie al padre come prova della sua vittoria e del suo valore. 

Ma nonostante l’atto eroico, il console condannò il figlio per aver disatteso i suoi ordini e violato gravemente la disciplina militare.

In un atto di estrema severità, ordinò l’esecuzione del figlio davanti all’esercito, che venne portata a termine direttamente nell’accampamento, scuotendo profondamente l’animo dei legionari, che reagirono con orrore e lutto.

Il corpo di Manlio venne cremato con onori militari.

L’incidente, oltre a diventare un esempio storico della severità dei generali romani, lasciò un segno importante nei soldati, che iniziarono a comportarsi con grandissima disciplina, diventando più efficienti durante i turni di guardia, il cambio delle sentinelle e nelle operazioni di picchetto.

Poco prima della battaglia, i consoli romani Decio e Manlio eseguirono dei sacrifici agli dèi. L’aruspice preannunciò dei risultati favorevoli per Manlio, mentre Decio ricevette un segno meno chiaro, che venne subito interpretato come la necessità di un sacrificio personale durante lo scontro.

Svolgimento della battaglia

La battaglia iniziò con Manlio alla guida dell’ala destra e Decio alla sinistra. Inizialmente le forze combatterono con grande ardore e inequilibrio, ma dopo qualche ora gli hastati romani iniziarono a cedere di fronte alla pressione dei latini e si ritirarono, come previsto, verso i Principes, il che creò comunque un momento di smarrimento tra le truppe romane.

Di fronte alla situazione critica, Decio prese una storica decisione. Chiamò Marco Valerio, il Pontefice Massimo presente sul campo di battaglia, per compiere un rito di sacrificio.

Seguendo le istruzioni del Pontefice, Decio si vestì con la toga pretesta, si coprì il capo e pronunciò una preghiera solenne, dove offriva la sua vita in cambio della protezione degli dèi per la vittoria di Roma.

Dopo essersi cinto la toga, montò a cavallo, armato, e si lanciò coraggiosamente tra i nemici, causando panico e terrore nelle loro fila. La sua figura appariva quasi sovrumana, come fosse un messaggero celeste inviato a placare l’ira divina.

Decio cadde sotto una pioggia di frecce e la sua morte segnò il punto di svolta della battaglia.

Le truppe latine cominciarono a perdere di coesione e a ritirarsi in modo disordinato, spaventate dalla sua audace incursione, come se gli dèi avessero deciso di abbandonarli.

I romani si lanciarono all’attacco, recuperando il terreno.

I latini tuttavia cominciavano a resistere e così il console Manlio, dopo aver ricevuto la notizia della morte e del sacrificio del suo collega Decio, prese una decisione tattica e organizzò una trappola.

Diede ordine alle truppe di riserva, i cosiddetti “Accensi”, di avanzare in prima linea, per dare l’impressione ai latini che i romani stessero esaurendo le loro forze e fossero costretti a schierare gli ausiliari. 

I latini caddero nell’inganno e, credendo di aver quasi vinto lo scontro, mandarono avanti i loro veterani triarii, nonostante fossero stanchi e male equipaggiati.

Al momento cruciale, i triarii romani, che erano rimasti in riserva sul fondo del campo di battaglia, si alzarono e si unirono allo scontro.

Questo cambio di forze causò il panico e disordini tra i latini, che iniziarono a scappare precipitosamente.

La carica finale dei romani risultò devastante: i latini soffrirono pesanti perdite, tanto che solo un quarto dei loro uomini riuscì a salvarsi.

Conseguenze della battaglia

I latini sconfitti si ritirarono presso la cittadina di Minturno. Il loro accampamento venne abbandonato e catturato dai romani dove molti, soprattutto Campani, vennero catturati e uccisi.

Il corpo di Decio, coperto di frecce e circondato da nemici caduti, venne recuperato il giorno dopo e gli furono tributati i massimi onori.

Dopo il conflitto, i romani riuscirono ad imporre la loro autorità sui latini, estendendo la loro influenza su buona parte del Lazio e ridefinendo a proprio vantaggio gli accordi con le popolazioni circostanti.

FONTI

  • Livio, Ab Urbe condita, VIII, 3-6.

La battaglia del monte Gauro, 343 a.C. Il primo scontro romani-sanniti


La battaglia del Monte Gauro, avvenuta nel 343 a.C., fu la prima battaglia della prima guerra sannitica e fu il primo scontro militare documentato tra i Romani e i Sanniti. Ci viene descritta esclusivamente da Tito Livio, nel settimo libro della sua storia di Roma, “Ab Urbe condita”.

La battaglia fu guidata dal console Marco Valerio Corvo, che sconfisse dopo un duro scontro i Sanniti presso il Monte Gauro, vicino a Cuma, in Campania. Gli storici moderni ritengono che la battaglia potrebbe essere stata inventata successivamente, durante la revisione della storia romana operata nel periodo augusteo.

La datazione della battaglia

Un elemento dibattuto è la data in cui la battaglia si sarebbe verificata. Tito Livio, com’era consuetudine a Roma, datava la battaglia annotando quali consoli erano in carica in quell’anno. Per quanto riguarda lo scontro, Tito Livio ci riferisce che l’episodio avvenne durante il terzo consolato di Marco Valerio Corvo e il primo di Cornelio Cosso. 

Convertita nel calendario in utilizzo in Occidente, secondo la tradizionale cronologia di Varrone, che Livio tuttavia non usò, la data diventa 343 a.C.

Gli storici moderni hanno dimostrato che la cronologia varroniana data la prima guerra sannitica 4 anni troppo presto, a causa dell’inclusione di alcuni anni collegati alla presenza di dittatori romani che non sono poi realmente esistiti. Nonostante questa ben riesaputa inesattezza, la cronologia varroniana rimane comunque in uso per convenzione anche nella letteratura accademica.

Lo scoppio della prima guerra sannitica

Secondo il resoconto di Tito Livio, la prima guerra sannitica scoppiò nel momento in cui i Sanniti attaccarono i Sidicini, una tribù che viveva nel nord della Campania. I Campani, la cui capitale era la città-stato di Capua, inviarono immediatamente un esercito in aiuto dei Silicini, ma vennero sconfitti dai Sanniti.

Così i Sanniti riuscirono ad invadere la Campania, vincendo una seconda battaglia nella pianura immediatamente vicino alla città di Capua, che era seriamente in pericolo.

I Campani furono costretti a chiedere aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza militare emergente nel Lazio.

I Romani avevano tuttavia siglato un trattato di non belligeranza con i Sanniti e inizialmente si dimostrarono restii a violare in maniera tanto palese dei patti. I Capuani, disperati, promisero ai romani che se li avessero aiutati, avrebbero addirittura regalato la città a Roma, tramite il rito della “Deditio”.

I romani si trovavano di fronte ad una occasione irripetibile di ottenere il controllo di una città ricca e influente. Così inviarono degli ambasciatori presso i Sanniti, spiegandogli che Capua apparteneva ora ai romani, e chiedendogli di non attaccare.

La delegazione romana e quella dei sanniti però, forse per una tracotanza da parte di questi ultimi, non fu in grado di trovare un accordo, e si arrivò alla guerra.

L’esercito romano fu affidato ai due consoli Marco Valerio Corvo e Aulo Cornelio Cosso. Il primo condusse la propria legione in Campania, mentre Cosso portò i suoi soldati nel Sannio, attuando la tattica della manovra a tenaglia.

Svolgimento della battaglia

Valerio accampò il suo esercito presso il monte Gaurus e diede immediatamente ordine di confondere i movimenti dei Sanniti attraverso rapide incursioni di disturbo operate dalla fanteria leggera e dagli arcieri. Nel frattempo, preparò il grosso della fanteria e della cavalleria per la battaglia. 

Quando si sentirono pronti, i Romani abbandonarono l’accampamento e iniziò lo scontro.

La battaglia andò avanti per qualche ora, ma nessuna delle due parti riuscì a prevalere sull’altra in quanto le forze si equivalevano. Valerio ordinò quindi una carica di cavalleria nel tentativo di sfondare le linee sannitiche. Purtroppo, la mossa romana fallì e la cavalleria fu costretta a ritirarsi con un nulla di fatto.

Dopo il fallimento della sua idea, Valerio smontò da cavallo e decise di condurre di persona un assalto della fanteria. Ancora una volta però le linee dei Sanniti non si spezzarono, nonostante avessero subito degli ingenti perdite.

La battaglia durava ormai da molto tempo e stava sopraggiungendo il tramonto. I Romani erano stanchi, ma resistevano per la rabbia e la delusione di non essere ancora riusciti a superare il nemico. Valerio chiamò di nuovo a raccolta i suoi soldati che decisero di sferrare un ultimo attacco.

Alla fine i Sanniti furono costretti a cedere ed iniziarono a fuggire.

I Romani, esausti ma vittoriosi, iniziarono a rinseguirli. Una gran parte dei Sanniti sarebbe stata annientata se il calare della notte non avesse posto fine all’inseguimento. Secondo Tito Livio, interrogati sul motivo che li aveva portati a fuggire, i Sanniti risposero che “gli occhi dei Romani, che sembravano ardere, insieme con la loro espressione furiosa e lo sguardo frenetico li avevano terrorizzati.”

Durante la notte, i Sanniti preferirono abbandonare il campo di battaglia e lasciarono che i Romani prendessero possesso del loro accampamento. I campani uscirono da Capua per congratularsi con i Romani per la loro vittoria.

Tito Livio registra altre due vittorie romane contro i Sanniti, una compiuta da Cornelio Cosso, nella battaglia di Saticula, e una seconda condotta da Valerio Corvo nella battaglia di Suessula

Alla fine della stagione militare, entrambi i consoli vennero ricompensati a Roma con un trionfo. Anche i cartaginesi, che avevano stipulato un trattato di amicizia con i Romani nel 348, si congratularono per le loro vittorie, inviando addirittura una corona d’oro del peso di 25 libbre che fu esposta nel Tempio di Giove Ottimo Massimo.

Secondo i Fasti Triumphales, Valerio e Cornelio celebrarono i loro trionfi il 21 e il 22 settembre. Negli anni successivi si registrarono pochi combattimenti, tanto che la prima guerra sannitica terminò nel 341, quando i Sanniti chiesero di rinnovare la pace e accettarono l’alleanza romana con i Campani.

I dubbi sulla storicità della battaglia

Gli storici moderni non credono alla versione fornita da Tito Livio. Le scene di battaglia raccontate dal cronista romano sembrano per lo più delle libere ricostruzioni elaborate dalla sua fantasia e dalle sue fonti. Le perdite dei Sanniti sono state valutate da tutto il mondo accademico come chiaramente esagerate.

Anche il ruolo di Valerio Corvo negli eventi della prima guerra sannitica potrebbe essere stato enfatizzato. Anche perchè, come sostiene lo studioso Salmon, la principale fonte di Tito Livio relativamente a questi fatti sarebbe Valerio Antia, il quale è noto per esagerare i numeri delle battaglie.

Vi è da considerare che le testimonianze dei Fasti Triumphales registrano effettivamente una vittoria romana nel 343 e confermano che in questo periodo i Romani avevano maggiori probabilità di sconfiggere i Sanniti su un terreno pianeggiante che montuoso.

Per questo motivo l’ipotesi più plausibile è che ci sia stata una sola battaglia nel 343, combattuta presso la periferia di Capua, e in particolare vicino al santuario di Giunone-Gaura che Livio, o le fonti su cui si è basato, confusero poi con il nome del Monte Gaurus.

Questo spiegherebbe inoltre la descrizione di Livio dei Capuani che escono per congratularsi con i Romani.

La battaglia potrebbe non essere stata una disfatta così totale dei Sanniti. Bisogna infatti tenere conto che i combattimenti interrotti del calare della notte vennero spesso utilizzati dagli storici romani per mascherare le proprie sconfitte o le vittorie di misura. Anche la ricostruzione eccessivamente entusiasta viene respinta da Oakley, nel suo trattato del 1998, che non crede ad una serie così sfolgorante e numerosa di successi romani.

FONTI

  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, VII.29.3–32.1–2.
  • Oakley, S. P. (1998). A Commentary on Livy Books VI–X, Volume II: Books VII–VII. Oxford: Oxford University Press
  • Salmon, E. T. (1967). Samnium and the Samnites. Cambridge University Press

La battaglia del fiume Allia, 390 a.C. I Galli sbaragliano i romani


La battaglia del fiume Allia venne combattuta nel 390 a.C. tra la tribù gallica dei Sènoni, guidati dal condottiero Brenno e l’esercito della Repubblica Romana. La battaglia è stata datata dallo storico romano Varrone nel 390 a.C. basandosi sul racconto di Tito Livio.

La battaglia dell’Allia rappresenta una delle peggiori sconfitte della prima storia repubblicana romana, che diede luogo al sacco di Roma da parte di Brenno, sempre nello stesso anno.

Lo scoppio della guerra tra Sènoni e Romani 

I Sènoni erano una delle tribù galliche che avevano invaso l’Italia settentrionale negli anni precedenti. Stabilitisi sulla costa adriatica, avevano posto la loro capitale presso l’attuale Rimini. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Senoni vennero chiamati per via di una lite interna alla corte della città etrusca di Chiusi, nell’odierna Toscana.

Il re di Chiusi, detto Lucumone, governava la città con giustizia, ma suo figlio aveva violentato la moglie di un giovane aristocratico, Aruns, il cui scopo divenne quello di vendicarsi. Fu proprio Aruns a chiamare i Sènoni, invitandoli a conquistare la città.

Quando i guerrieri galli si presentarono di fronte alle mura di Chiusi, gli abitanti chiesero immediatamente aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza emergente in grado di proteggerli. I Romani decisero di mandare alcuni ambasciatori ed in particolare i tre figli di Marco Fabio Ambusto, uno degli aristocratici più potenti e influenti della città.

Gli ambasciatori intimarono subito ai Galli di non attaccare Chiusi, promettendo che, se si fossero permessi, i Romani sarebbero subito corsi in aiuto degli alleati. Dopodiché chiesero di intavolare delle trattative di pace.

I Senoni risposero con una proposta di accordo: la pace sarebbe stata siglata se gli abitanti di Chiusi avessero concesso loro delle terre.

L’incontro diplomatico, soprattutto per la troppa sicurezza degli ambasciatori romani, prese una brutta piega e terminò nel peggiore dei modi:  scoppiò un alterco e una rissa tra i delegati romani e i rappresentanti dei Senoni, durante la quale i romani uccisero un generale Senone.

L’episodio era particolarmente grave, dal momento che, secondo il diritto comune a tutti i popoli antichi, gli ambasciatori dovevano sempre essere neutrali. Così i Galli si ritirarono e dichiararono guerra poco dopo. 

Lo storico romano Dionigi di Alicarnasso fornisce una descrizione parzialmente diversa sullo scoppio della guerra. Secondo Dionigi, il Lucumone, il re della città di Chiusi, assegnò la tutela di suo figlio al nobile Aruns prima di morire. Una volta divenuto adulto, il giovane figlio del re si sarebbe innamorato della moglie di Aruns, seducendola.

Aruns, per vendicarsi, avrebbe compiuto un viaggio nelle Gallie con lo scopo apparente di vendere vino, olive e fichi alle tribù lì stanziate. I Galli, che non avevano mai visto tali delizie, chiesero la loro provenienza. Aruns rispose che questi meravigliosi prodotti della terra provenivano da campi vasti e fertili, abitati da poche persone, nemmeno capaci di difendere il territorio.

Aruns consigliò loro di scacciare quelle genti  e di godere di quei frutti, come se fossero stati loro. Così i Galli si convinsero a marciare contro Chiusi e dichiarare guerra al resto delle città della zona.

Dionigi aggiunge qualche dettaglio anche riguardo la missione diplomatica romana. In particolare dice che Quinto Fabio, uno degli ambasciatori romani, fu il responsabile della morte di uno dei condottieri Galli, i quali chiesero immediatamente che i fratelli del colpevole fossero consegnati come punizione per il reato commesso.

Quando gli ambasciatori dei Sènoni giunsero a Roma per chiedere ufficialmente la consegna dei tre fratelli di Quinto Fabio, il Senato si ritrovò in grave difficoltà, dal momento che nessun senatore voleva prendere posizione contro la potente famiglia aristocratica dei Fabii. 

Al contempo, per evitare di essere accusati dello scoppio della guerra contro i Galli, i senatori scelsero di rimandare la decisione al popolo. Tito Livio scrive testualmente che “i responsabili della decisione furono alcuni tribuni militari, eletti con poteri consolari”.

I Galli nel frattempo erano infuriati, in quanto l’offesa era gravissima e l’atto degli ambasciatori non poteva rimanere impunito, cosicché, consapevoli che il popolo romano avrebbe certamente rifiutato la loro proposta, decisero di marciare su Roma.

Tito Livio continua a scrivere: “in risposta al tumulto causato dalla loro rapida avanzata, le città terrorizzate corsero alle armi e i contadini fuggirono dalle campagne. Ma i Galli con le loro grida, ovunque andassero, continuavano a rassicurarli, garantendogli che la loro unica destinazione era Roma.”

Dimensioni e composizione degli eserciti

Non conosciamo l’esatto numero dei combattenti coinvolti nella battaglia. Plutarco scrive che i Romani avevano circa 40.000 uomini, ma che la maggior parte di essi non era addestrata all’uso delle armi. 

Dionigi di Alicarnasso riferisce invece che i Romani disponevano di quattro legioni ben addestrate, oltre ad un certo numero di ausiliari, arruolati sempre tra i cittadini. Diodoro Siculo scrive che i Romani avevano 24.000 soldati. Tito Livio non fornisce cifre specifiche.

Quale può essere un numero veritiero?

Gli storici moderni, soprattutto Gary e Scullard, stimano che i Romani avessero 15.000 soldati, mentre i Galli disponessero di un contingente che andava dai 30.000 ai 70.000 uomini.

Peter Ellis fornisce invece una stima di 24.000 uomini, basandosi sul presupposto che i Romani avevano quattro legioni, e dal momento che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando e ogni legione aveva 6.000 uomini, 24.000 non può che essere il totale.  Al contrario, Ellis ritiene che l’esercito dei Senoni non poteva contare più di 12.000 effettivi.

Queste cifre però sono sostanzialmente inattendibili. Il numero delle legioni romane fu aumentato a quattro solo più tardi in quel secolo, durante la Seconda Guerra Sannitica, e la prima testimonianza dell’impiego di quattro legioni avvenne solamente nel 311 a.C.

I Romani avevano anche degli altri comandanti militari oltre ai consoli: il pretore, istituito nel 366 a.C., e il proconsole, che era un console che riceveva una proroga del suo mandato di comando militare, pratica iniziata nel 327 a.C.

Le prime notizie storiche di consoli alla guida di più legioni risalgono al 299 a.C., durante la guerra con gli Etruschi, e ne abbiamo piena contezza durante la Terza Guerra Sannitica. Dal momento che la battaglia dell’Allia ebbe luogo agli albori della storia dell’esercito romano, quando questo era molto più piccolo e la sua struttura di comando molto più semplice, è necessario ridurre drasticamente le cifre.

È molto probabile che l’esercito romano disponesse solamente di due legioni e che i due consoli fossero gli unici comandanti militari, ciascuno a capo di una legione.

Vi è anche da considerare che le legioni romane contavano 6.000 uomini solo in poche occasioni eccezionali. Agli albori della Repubblica, quando si svolse la battaglia dell’Allia, è molto più probabile che ogni legione contasse solamente 4.200 effettivi, e anche volendo considerare una legione a pieni ranghi, il numero arriverebbe al massimo a 5.200.

Bisogna anche tenere conto della dimensione dell’allora popolazione di Roma. In quel periodo storico, Roma era una città-stato di importanza esclusivamente regionale, con un territorio che non si estendeva oltre le 30 miglia della città, corrispondenti a 50 chilometri. Dal momento che, secondo le stime di Cornell, la popolazione di Roma alla fine del VI secolo oscillava tra 25.000 e 50.000 persone, abbiamo un ulteriore motivo per ridimensionare il numero degli effettivi. 

Alcune prove archeologiche mostrano inoltre che nel V secolo a.C. si era verificata una recessione economica, condizione che avrebbe impedito la crescita della popolazione. È vero che il territorio di Roma era aumentato del 75% all’inizio del IV secolo, ma la maggior parte dell’aumento di terre era stato causato dalla recente conquista della città di Veio e del suo territorio, e non da un effettivo incremento della cittadinanza romana.

Non ultimo, è necessario considerare che i Romani non ebbero molto tempo per prepararsi adeguatamente alla battaglia, poiché dopo la lite fra gli ambasciatori romani e gli emissari galli, questi marciarono immediatamente su Roma, che distava solamente pochi giorni di marcia.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Tito Livio

Circa lo svolgimento della battaglia dell’Allia abbiamo fondamentalmente due resoconti antichi: uno di Tito Livio e l’altro di Diodoro Siculo.

Secondo Tito Livio, a Roma non vennero prese delle misure speciali per contrastare l’arrivo dei Galli, tanto è vero che le tasse per preparare l’esercito non furono maggiori di quelle che normalmente si riscuotevano per le ordinarie campagne belliche. 

I Galli marciarono su Roma così rapidamente che i Romani rimasero sbalorditi dalla loro velocità di movimento: la loro impreparazione si era manifestata sia nella fretta con cui avevano radunato l’esercito, come se si dovesse fare fronte ad un’emergenza improvvisa, sia nella difficoltà a preparare gli armamenti.

I Romani, presumibilmente in inferiorità numerica, si incontrarono con i Galli nella confluenza orientale del fiume Tevere e del torrente Allia. Sin dalle prime mosse, l’esercito romano, guidato da Quinto Sulpicio Longo, dimostrò disorganizzazione. Questi non allestirono un accampamento né pensarono di costruire alcun bastione difensivo. I soldati non eseguirono nemmeno sacrifici in onore degli dei, come invece avrebbero dovuto fare.

L’esercito romano pensò di allungare le ali del suo contingente di fanteria per evitare un accerchiamento, ma questa mossa rese la loro linea di combattimento talmente sottile e debole che il centro difficilmente avrebbe retto all’assalto dei Galli. I Romani ritennero comunque di posizionare alcune riserve su una collina, situata a destra del campo di battaglia.

Brenno, il capo dei Senoni, si accorse del movimento e sospettò immediatamente che il contingente nascosto sulla collina fosse uno stratagemma, capendo subito che quelle truppe di riserva avrebbero attaccato alle spalle il suo esercito mentre era impegnato nel combattimento.

Così decise di attaccare direttamente la collina per sorprendere l’avversario. I Romani furono immediatamente presi dal panico. I soldati sull’ala sinistra gettarono le armi senza nemmeno lottare e fuggirono sulla riva del Tevere. I Galli, con la loro cavalleria, uccisero i fuggitivi, che tra l’altro si ostacolavano a vicenda in una fuga disordinata. Coloro che non sapevano nuotare o che erano appesantiti dalle armature, annegarono nel fiume.

La maggior parte dei sopravvissuti Romani raggiunse Veio, la città etrusca recentemente conquistata da Roma e situata vicino all’altra sponda del fiume. I legionari erano talmente sconvolti che non mandarono nemmeno un messaggero per avvertire Roma della disfatta.

I soldati posizionati sull’ala destra, più lontana dal fiume e più vicina alla collina, fecero invece ritorno a Roma. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Galli furono alquanto sorpresi di quanto fosse stata facile la loro vittoria.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Diodoro Siculo

Lo storico greco Diodoro Siculo fornisce una versione con alcune differenze. Secondo il suo resoconto, i Romani marciarono e attraversarono il fiume Tevere. Diodoro è l’unico storico antico che colloca la battaglia sulla riva destra del fiume.

I Romani avrebbero schierato le loro truppe migliori, i 24.000 uomini, nella pianura, posizionando le truppe più deboli sulla collina. Anche i Celti si schierarono, posizionando, al contrario, i loro migliori uomini sulla collina, vincendo facilmente lo scontro.

Il grosso dei soldati romani, che si trovava nella pianura, fuggì in modo disordinato verso il fiume, sempre ostacolandosi a vicenda. I Celti uccisero gli uomini fin nelle retrovie. Alcuni cercarono di attraversare il fiume indossando le loro armature, che secondo Diodoro apprezzavano più del valore della loro vita, ma che evidentemente li appesantivano fino a causarne l’annegamento.

Solo pochissimi riuscirono, con estrema fatica, a raggiungere la sponda del fiume. Mentre i Galli continuavano ad uccidere i Romani, alcuni soldati decisero finalmente di gettare via le armi e attraversare il fiume a nuoto. Ma i nemici lanciarono loro dei giavellotti, colpendoli ripetutamente. La maggior parte dei sopravvissuti fuggì a Veio.

Alcuni riuscirono a tornare a Roma, riferendo che l’esercito era stato completamente distrutto.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Plutarco

Plutarco, che fornisce una cronaca molto più scarna e riassuntiva della battaglia, scrive invece che i Galli si erano accampati vicino alla confluenza dell’Allia con il Tevere, a 18 chilometri da Roma, e che i Romani erano stati attaccati improvvisamente.

Vi era stata una battaglia, parole testuali di Plutarco, “disordinata e vergognosa”. L’ala sinistra romana fu spinta nel fiume e distrutta, mentre l’ala destra si ritirò davanti all’attacco dei Galli in prossimità della collina, e la maggior parte di loro fuggì a Roma senza nemmeno combattere. Il resto dei sopravvissuti fuggì invece di notte a Veio.

Plutarco riferisce che i Romani pensavano che la città fosse perduta e che tutto il popolo sarebbe stato rapidamente ucciso.

Le conseguenze

Secondo Polibio, i Sènoni catturarono Roma tre giorni dopo, tranne il Campidoglio, saccheggiando e distruggendo la città, in quello che passò alla storia come il sacco di Roma del 390 a.C.

Il danno a Roma fu ingente, soprattutto perché, oltre alle ricchezze, furono anche distrutti gli archivi di Stato, che cancellarono per sempre il ricordo di buona parte della storia romana monarchica. Fu esattamente in questo contesto storico che Brenno, avendo imposto il pagamento di ingenti quantitativi d’oro per liberare la città, avrebbe pronunciato la frase, poi passata alla storia: “Vae victis!”, ovvero “Guai ai vinti!”.

Sul modo con cui Roma si liberò dai Galli, le versioni antiche si dividono. Secondo alcuni, Marco Furio Camillo, che era già stato dittatore e in quel momento impegnato con l’esercito ad Ardea, tornò a Roma rispondendo alla frase di Brenno. “Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria!”, allontanando i nemici dopo una sanguinosa battaglia fuori dalle mura di Roma.

Secondo altre fonti, i galli furono costretti a tornare nei loro territori per combattere contro i Veneti, ma carichi di bottino, trascorrendo gli anni successivi combattendo sia tra di loro che con altre tribù nella zona delle Alpi. 

Il sacco di Roma ebbe due importanti effetti. Il primo fu la nascita del cosiddetto “Metus Gallicus”, o “Terrore dei Galli”, un sentimento di paura che i romani nutrirono sempre nei confronti delle tribù galliche e che li rese costantemente diffidenti nei confronti di queste popolazioni, almeno fino alla conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare.

La seconda è un importante rinnovamento all’interno dell’esercito romano, che aveva compreso come la formazione falangitica, mutuata dal mondo greco, non era adatta per affrontare le grandi cariche della fanteria gallica e germanica. Questa consapevolezza, portò ad una riforma che culminerà poi, specialmente dopo l’incontro con i Sanniti, nella nuova formazione manipolare, ben più adatta alla natura del territorio italico.

FONTI

  • Tito Livio, Ab Urbe condita libri V, 37-38
  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica. 14.113.3
  • Plutarco, Vita di Camillo, 14.18-6-7
  • Cary, Max; Scullard, H. H. (1980). A History of Rome: Down to the Reign of Constantine
  • Ellis, Peter Berresford (1998). Celt and Roman: the Celts of Italy

Bara romana in piombo. Trovati resti di un bambino

In uno scavo archeologico iniziato nel 2022 nel distretto metropolitano di Leeds, nel nord dell’Inghilterra, è emersa una scoperta straordinaria che ha coinvolto una bara di piombo di epoca romana, ritenuta unica nel suo genere. Si stima che il manufatto abbia oltre 1.600 anni e provenga dalla lunga occupazione romana della Gran Bretagna, durata dal 43 d.C. al 410 d.C.

I servizi archeologici del West Yorkshire, che hanno guidato gli scavi, hanno rivelato che i resti inizialmente identificati nella bara appartenevano a una donna, probabilmente un’aristocratica, data la sua età stimata tra i 25 e i 35 anni al momento della morte e gli oggetti ritrovati con lei, tra cui un braccialetto, una collana di perle di vetro e un anello o orecchino. Tuttavia, ulteriori analisi hanno portato alla luce resti parziali di un bambino di circa 10 anni, precedentemente non riconosciuti a causa del cattivo stato di conservazione delle ossa.

Stuart Robinson, portavoce del consiglio comunale di Leeds, ha sottolineato le difficoltà incontrate nell’identificazione dei resti a causa della loro frammentarietà. “Solo analisi più dettagliate hanno permesso di riconoscere la presenza di più di un individuo nella bara,” ha affermato Robinson. Questa scoperta pone nuove domande sulle pratiche funerarie dell’epoca in Gran Bretagna.

Kat Baxter, curatrice del settore archeologico presso i musei e le gallerie di Leeds, ha evidenziato l’importanza del ritrovamento, il primo del suo genere nello Yorkshire occidentale. La bara e il suo coperchio, deformi a causa dei secoli trascorsi sottoterra, sono attualmente oggetto di lavori di conservazione e stabilizzazione.

La bara (senza i resti umani) verrà esposta al Museo della città di Leeds nella mostra “Living With Death”, prevista per l’apertura il 3 maggio. La mostra esplorerà le diverse modalità con cui le culture globali si rapportano a morte, morire e lutto.

Questa scoperta non solo arricchisce la nostra comprensione della storia antica di Leeds e dei suoi primi abitanti, ma solleva anche interrogativi affascinanti su come venivano trattati i morti più di 1.600 anni fa” ha concluso Baxter.

La battaglia del Cremera e il massacro dei Fabii

La battaglia del Crèmera, combattuta nel 477 a.C. fra i romani e gli etruschi che abitavano Veio, è una delle prime e più importanti sconfitte della storia romana. In quell’occasione, l’intera famiglia, o Gens, dei Fabii venne completamente sterminata dai nemici. La sconfitta mise Roma in serio pericolo, e la città fu ad un passo dall’assedio da parte dei Veienti.

Il contesto storico

I romani erano impegnati a risolvere delle questioni tra patrizi e plebei quando il pericolo delle incursioni da parte delle tribù vicine li costrinsero a tornare sul campo di battaglia.

Vennero nominati i consoli Fabio Ceso e Tito Verginio. Dopo le ennesime incursioni della tribù degli Equi, Ceso mosse un grande esercito, superando il confine per devastare la loro città. Ma questi si trincerarono dietro le mura, evitando lo scontro e costringendo i romani ad un assedio.

Approfittando della situazione, i guerrieri della vicina città di Veio inflissero una pesante sconfitta ai romani guidati dall’altro console, Tito Verginio, che si era mosso sul territorio con imprudenza. L’intero esercito romano sarebbe stato distrutto se Ceso non fosse intervenuto prontamente per soccorrerlo.

Iniziò quindi la guerra tra Roma e Veio, costituita non tanto da grandi scontri campali quanto da un continuo saccheggio. La tecnica del “mordi e fuggi”, perpetrata dai guerrieri Veienti, causava ingenti danni al territorio e ai raccolti e impediva ai romani di occuparsi di altre importanti questioni sociali.

La proposta della Gens Fabia

La continua ostilità dei veienti, persistente e pericolosa, teneva costantemente i romani in sospeso. In questa situazione, l’antichissima Gens dei Fabii decise di presentarsi davanti al Senato e al console in carica. “Piuttosto che un grande esercito di difensori – disse un rappresentante della famiglia dei Fabii – è necessaria una forza permanente, o padri coscritti, come sapete, per la guerra contro Veio. Occupatevi delle altre guerre e assegnate ai Fabii il compito di opporsi ai veienti. Ci impegniamo affinché l’onore del popolo romano sia al sicuro. È nostra intenzione condurre questa guerra come se fosse una nostra faida di famiglia, a nostre spese private. Lo Stato – concluse l’inviato dei Fabii – può dispensarsi dal fornire uomini e denaro per questa causa.” 

Il senatori accettarono con grande entusiasmo la proposta e il console uscì dal Senato scortato da una colonna degli appartenenti alla famiglia. I Fabii diramarono immediatamente l’ordine a tutti i parenti di presentarsi armati già il giorno successivo. Nel frattempo, la notizia si era diffusa in ogni parte della città e i Fabii venivano lodati da tutti i cittadini romani.

Qualche giorno dopo, l’esercito, costituito dai 306 appartenenti alla Gens dei Fabii, sfilò per Roma, fra gli applausi e la meraviglia degli cittadini. Tito Livio dice che tutti i soldati erano “patrizi e dello stesso sangue”, ed erano seguiti da una folla, composta sia da parenti e amici intimi, ma anche da tutti coloro che riponevano nei Fabii la speranza di vedere terminata la guerra contro Veio.

Le persone per le strade gridavano: “Andate nella vostra virtù e con buona fortuna e coronate la vostra impresa con un successo grandioso.”

Mentre i Fabi attraversavano il Campidoglio, i cittadini supplicavano gli dei di proteggerli e di assisterli in quel nobile intento, e di condurli presto in salvo alla loro terra natia e di ritorno presso le loro case.

Lo sterminio dei Fabii

I Fabi attraversarono la cosiddetta “Porta Carmentale”, ritenuta poi una via sfortunata, raggiungendo il fiume Cremera, in una posizione che sembrava favorevole per erigere una fortezza. I Fabii, con la loro presenza, garantivano la sicurezza dei concittadini e del territorio circostante, pattugliando il confine romano.

Inizialmente i Fabii furono in grado di interrompere i saccheggi dei Veienti, combattendo in campo aperto e in formazioni serrate. I Romani rimasero stupiti come una sola famiglia fosse in grado di vincere contro tutto l’esercito di Veio.

I guerrieri Veienti soffrirono degli attacchi dei Fabii, ma ben presto elaborarono un piano per tendere un’imboscata ai nemici.

Nel corso del tempo, i Fabii diventavano sempre più spericolati, sicuri com’erano di vincere ogni battaglia. Avevano maturato tanto dispezzo per il nemico da considerarsi invincibili e capaci di affrontare i Veienti in qualunque luogo e momento. Questa sicurezza li aveva pervasi a tal punto che, avvistando alcune greggi a grande distanza, attraversarono imprudentemente una grande pianura, trascurando la possibile presenza di armi nemiche.

Mentre i Fabii stavano inseguendo le greggi disperdendosi pericolosamente, i nemici li circondarono. I giavellotti cominciarono a cadere su di loro da ogni parte e mentre i Veienti si riunivano e li circondavano in numero sempre maggiore, sempre più piccolo diventava lo spazio all’interno del quale i Fabi erano costretti a fuggire.

Stretti da ogni parte, i Fabii vennero rinchiusi mano a mano in un cerchio sempre più stretto e furono rapidamente sovrastati nel numero.

I Fabii cercarono di rinunciare ad una lotta disordinata e di attaccare in un’unica direzione per liberarsi dall’accerchiamento. Si fecero quindi strada con la forza delle armi formando un cuneo. Conquistata una posizione favorevole, che gli aveva dato il tempo di respirare e di raccogliere le forze, i Fabii riuscirono a respingere le truppe che avanzavano e una manciata di loro, grazie alla buona posizione,  stava addirittura per sovrastare i Veienti.

Ad un passo dalla vittoria,  un contingente di Veienti emerse improvviso dalla cima della collina, annullando il vantaggio dei Fabii.

Iniziò così un terribile massacro: i Fabii furono tutti sterminati, fino all’ultimo uomo. 306 appartenenti a quell’antico clan perirono violentemente tra le lame. Solo uno di loro, poco più che un ragazzo, sopravvisse, tornando traumatizzato a Roma.

Le conseguenze della battaglia

La sconfitta metteva Roma in serio pericolo. Per affrontare la situazione, vennero subito eletti i consoli Gaio Orazio e Tito Menenio. Quest’ultimo fu immediatamente mandato a combattere contro i Veienti, ancora esaltati dalla vittoria. I romani conobbero però una nuova sconfitta e i nemici conquistarono il Gianicolo.

I Veienti furono così ad un passo dall’assediare Roma stessa, che soffriva non solo per la guerra ma anche per la scarsità di grano. Per fortuna il console Orazio venne richiamato dal paese dei Volsci, affrontando i Veienti presso Porta Collina. L’esercito romano, con un lieve vantaggio numerico, riuscì a mettere i Veienti in difficoltà, costringendoli a ritirarsi.

Ma i Veienti scelsero ancora una volta di evitare lo scontro diretto e, asserragliandosi di nuovo sul Gianicolo, si dedicarono al saccheggio. Dal Gianicolo, che fungeva come una piccola fortezza, inviavano continuamente spedizioni nel territorio dei romani, attaccando contadini e greggi.

Dopo qualche tempo, i romani utilizzarono con i Veienti la stessa tecnica da loro impiegata contro i Fabii. I romani lasciarono pascolare volutamente delle greggi per attirare i nemici in una trappola, attaccandoli poi con un’imboscata e causando numerose perdite.

Dopo degli ulteriori scontri, i Veienti si assarragliarono nel Gianicolo, ma ormai in grande difficoltà. Il console Orazio, compreso che la vittoria era vicina, attraversò il Tevere con i suoi uomini e fortificò un campo direttamente sotto la collina. Dopo combattimenti dalle alterne fortune, finalmente i Veienti furono intrappolati tra due linee di romani e furono abbattuti con grande massacro. 

Così l’invasione di Roma da parte di Veio venne definitivamente scongiurata.

La battaglia del lago Regillo. Roma conquista la libertà

La battaglia del Lago Regillo, accaduta secondo la tradizione annalistica romana nel 499 o nel 496 a.C, fu un grande e decisivo scontro tra l’esercito Romano e una alleanza di città latine ed Etrusche.

Nonostante il racconto sia prevalentemente leggendario, in quanto le fonti e le testimonianze dirette andarono perdute durante il Sacco di Roma da parte di Brenno, la battaglia del Lago Regillo rappresenta una delle più importanti vittorie romane per l’affermazione di Roma come città guida del Lazio e per l’emancipazione dei romani dall’influenza della potenza etrusca.

Il contesto storico

Dopo la cacciata del re Tarquinio il Superbo e la proclamazione della Repubblica, l’ultimo re romano si era alleato con Porsenna, il Lucumone della vicina città etrusca di Chiusi.

Porsenna, convinto da Tarquinio della pericolosità dei romani, aveva messo la città sotto assedio, ma alcune figure eroiche come Orazio Coclite, che aveva affrontato da solo l’intero esercito nemico bloccandolo sul ponte Sublicio, e Muzio Scevola, che aveva impressionato Porsenna bruciandosi la mano destra per mostrare il suo sprezzo del dolore, lo avevano convinto a levare l’assedio e ritirare le sue truppe.

Nel frattempo a Roma divennero consoli Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola. Porsenna, che aveva rinunciato ad utilizzare la forza, inviò un’ultima ambasciata a Roma, proponendo, assieme al ritorno al potere di Tarquinio, una serie di libertà e diritti per tutti i cittadini romani.

Il senato, anzichè rispondere direttamente agli ambasciatori etruschi, decise di inviare alcuni emissari per discutere direttamente al cospetto di Porsenna. I delegati romani rifiutarono categoricamente di accettare il ritorno di Tarquinio al potere e ribadirono la loro assoluta determinazione nel mantenere la libertà della repubblica che avevano appena proclamato.

Porsenna, nuovamente impressionato dalla fermezza dei romani, decise di restituire gli ostaggi catturati negli anni precedenti, riconsegnando anche alcune terre da tempo contese con Roma.

Tarquinio il Superbo, tramontata l’ultima possibilità di ritornare a Roma, decise di ritirarsi nella città di Tusculum, dove avrebbe trascorso l’esilio presso il suo suocero, Mamilio Ottavio. I romani, nel frattempo, siglarono una pace definitiva con Porsenna, che rinunciò ad ogni altra iniziativa ostile.

Allontanata momentaneamente la paura di una guerra, durante il consolato di Postumio Cominio e Tito Largio, alcuni giovani sabini rapirono alcune prostitute romane, scatenando una rissa che sembrava potesse provocare una nuova guerra.

Ma oltre all’offesa e al pericolo dei Sabini, i romani vennero a sapere che diverse città latine stavano organizzandosi contro Roma,  istigate da Ottavio Mamilio e da Tarquinio il Superbo.

Di fronte alla grave minaccia di una intera coalizione antiromana, venne proposto per la prima volta di nominare un dittatore, un magistrato con poteri assoluti per un arco temporale di sei mesi.

Dopo delle accese discussioni, sembra che il primo dittatore designato fosse Tito Largio, accompagnato dal suo maestro di cavalleria, Spurio Cassio. La nomina di un dittatore provocò tuttavia una grande preoccupazione, non solo tra la plebe romana, ma anche nei guerrieri sabini, che inviarono degli ambasciatori per trattare immediatamente la pace. 

Negli anni successivi, Romani, Sabini e città latine del Lazio provarono più volte a risolvere le loro contese territoriali, ma era chiaro quanto si fosse sull’orlo di una guerra che covava ormai da diversi anni.

La dinamica della battaglia

Il dittatore Aulo Postumio e il suo maestro della cavalleria, Tito Ebuzio, guidarono delle grandi forze di fanteria e di cavalleria per scontrarsi contro l’esercito latino presso il Lago Regillo.

I romani, saputo che ai nemici latini si era aggiunto il contingente degli Etruschi guidato dall’ormai novantenne Tarquinio il Superbo, erano così infuriati che non riuscirono a trattenersi dall’attaccare immediatamente gli avversari, rendendo la battaglia particolarmente cruenta.

Postumio si trovava al centro dello schieramento, incoraggiando e dando ordini ai suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo decise di affrontarlo in un duello personale. Durante lo scontro, Tarquinio ricevette una coltellata sul fianco e la sua guardia del corpo lo salvò appena in tempo da morte certa.

Dall’altro lato del campo di battaglia, Ebuzio caricò Ottavio Mamilio. L’intenzione di Ebuzio era quella di cogliere Mamilio di sorpresa, ma quest’ultimo lo vide arrivare e lo affrontò con grande determinazione.

L’impatto tra i due fu così violento che Ebuzio soffrì una grave ferita al braccio, mentre Mamilio ricevette un duro colpo al petto. Mamilio fu accolto e protetto dai soldati latini della seconda linea di fanteria, mentre Ebuzio, ormai impossibilitato a combattere per la ferita, si ritirò definitivamente dalla battaglia. 

Mamilio non si fece scoraggiare dal dolore, ma si impegnò con ancora più veemenza nella lotta, soprattutto dopo aver visto che i suoi uomini iniziavano a retrocedere.

Per portare rinforzo ai suoi soldati, Mamilio chiamò a raccolta una coorte di esuli romani, comandata da un figlio di Lucio Tarquinio, che per il desiderio di vendetta si precipitò con vigore nella battaglia.

I romani, incalzati dalle azioni di Mamilio e del giovane Lucio Tarquinio, stavano iniziando a perdere terreno, quando Marco Valerio, fratello di Publicola, scorse sul campo di battaglia la figura del giovanissimo Tarquinio, impegnato ad incitare i soldati della prima linea ad attaccare.

Valerio decise che la sua famiglia avrebbe avuto l’onore di cacciare per sempre i tiranni da Roma e che avrebbe ottenuto il merito per la morte dei nemici. Così caricò Tarquinio con la lancia abbassata per disarcionarlo. Tarquinio, vedendo la furiosa carica di Valerio, fu costretto a ritirarsi tra i suoi seguaci per evitare lo scontro.

Valerio però, determinato ad affrontare Lucio Tarquinio, si precipitò ciecamente contro la linea degli esuli, compiendo un gesto imprudente e avventato. Un cavaliere etrusco infatti lo attaccò al fianco e lo trafisse. Il romano cadde a terra con le armi addosso, morendo all’istante.

Quando il dittatore Postumio vide che un così coraggioso soldato era caduto, che gli uomini di Lucio Tarquinio stavano avanzando audacemente e che le sue truppe si stavano ritirando, ordinò alla coorte che lo accompagnava di uccidere qualsiasi romano che avrebbero visto fuggire dal campo di battaglia.

Così i romani, trovandosi tra il pericolo dell’avversario e quello degli uomini di Postumio, si voltarono per affrontare i latini e riuscirono a ricomporre la linea di battaglia, guidati dalla coorte del dittatore, che si aggiunse allo scontro.

Con una nuova energia e uno spirito rinvigorito, i soldati di Lucio Tarquinio vennero attaccati e fatti a pezzi dai romani.

Nonostante ciò, l’esito del confronto era ancora incerto, e iniziò così un’altra serie di duelli tra comandanti.

Durante quelle fasi concitate, Tito Erminio, un ufficiale dell’esercito di Postumio, riuscì a riconoscere dall’equipaggiamento Mamilio in persona.

Decise allora di scagliarsi contro il comandante nemico con tanta violenza che riuscì a trafiggere il fianco di Mamilio, uccidendolo con un solo colpo.

Esaltato dal suo gesto, nell’atto di spogliare il corpo del suo nemico dalle armi, venne però colpito da un giavellotto. Portato immediatamente via dal campo, furioso e sanguinante, morì appena cominciarono a medicare la sua ferita.

Postumio, capendo di trovarsi nel momento decisivo della battaglia, si avvicinò ai suoi cavalieri e li supplicò, poiché i fanti erano ormai esausti, di smontare da cavallo e di aggiungersi alla battaglia. Questi obbedirono, e si affrettarono a formare una linea di combattimento, affiancandosi ai soldati della prima fila con i loro scudi.

I fanti romani, vedendo che i giovani nobili condividevano il pericolo con loro, ripresero coraggio e ricominciarono a combattere con grande vigore.

Finalmente i latini e gli etruschi ricevettero una battuta di arresto e la loro linea di battaglia fu costretta a cedere.

I romani ottennero una vittoria completa, tanto che i cavalieri si fecero portare i cavalli per poter inseguire il nemico, seguiti dalla fanteria trionfante.

Postumio, inorgoglito dalla vittoria, fece voto al dio Castore, promettendogli di costruire un tempio in suo onore e assicurando di ricompensare abbondantemente i soldati che per primi fossero riusciti ad entrare nell’accampamento nemico.

E così fu grande l’ardore dei romani, che con una sola carica decisiva riuscirono a sconfiggere i loro avversari e a conquistare il loro campo.

Dopo la battaglia, Postumio e il suo maestro della cavalleria tornarono a Roma per celebrare il trionfo.

L’apparizione dei Dioscuri

Strettamente collegato al racconto della battaglia del Lago Regillo vi è l’apparizione dei cosiddetti Dioscuri.

Le fonti antiche, soprattutto di Tito Livio, raccontano che quando Postumio e i suoi cavalieri stavano combattendo la battaglia decisiva contro i Latini, apparvero improvvisamente due cavalieri dalla grande statura e dalla magnifica bellezza, che si unirono alle file dei Romani per caricare i nemici, uccidendo tutti coloro che si trovavano sulla loro traiettoria.

Dopo la fuga dei Latini e la conquista dell’accampamento da parte degli uomini di Postumio, i due apparvero nuovamente ai soldati, stanchi per la battaglia ma con un aspetto da guerrieri trionfanti.

A Roma, poche ore dopo, si narra che un gruppo di cittadini vide i due guerrieri e chiese loro quale fosse stato l’esito della battaglia; i Dioscuri risposero che era stata vinta, provocando il tripudio nella popolazione.

Dopo aver lasciato il foro romano e aver annunciato a tutta la cittadinanza la decisiva vittoria, i due non furono più visti, anche se i cittadini li cercarono per mesi. Così, i Romani conclusero che due divinità, identificate in Castore e Polluce, erano intervenute in loro favore.

Per questo, i Romani costruirono diversi templi a loro dedicati, tra cui uno posizionato esattamente di fronte all’entrata del Foro, nel luogo in cui furono avvistati, mentre la fontana della Giuturna, dove i due eroi lavarono i loro cavalli, venne da quel momento considerata sacra.  

Le conseguenze della battaglia

Il dittatore Aulo Postumio Albino e il suo maestro della cavalleria, Tito Ebuzio Elva, tornarono trionfanti a Roma. Postumio ricevette il cognome di “Regillensis” in onore di quella vittoria.

5.500 prigionieri furono incarcerati e messi a disposizione come schiavi dei romani e il bottino accumulato fu utilizzato per finanziare dei giochi celebrativi, oltre che la costruzione di un grande tempio dedicato a Cerere, Bacco e Proserpina.

Sotto l’aspetto geopolitico, le altre città latine inviarono immediatamente ambasciatori per trattare la pace. I senatori si divisero in due fazioni. Alcuni propugnavano la severità e l’intransigenza, come Spurio Cassio Vecellino, altri invece perseguirono una linea più diplomatica, come Tito Larcio Flavio. 

Al termine di accese discussioni, il Senato optò per la clemenza, concedendo la pace alle città latine. Tarquinio il Superbo abbandonò definitivamente ogni pretesa di riprendere il trono e di attaccare Roma e, rifiutato da tutte le altre città del Lazio, trovò rifugio a Cuma, dove morì alcuni anni dopo, nel 495 a.C.

La battaglia della Selva Arsia, 509 a.C. Romani contro Etruschi

La battaglia della Selva Arsia venne combattuta nel 509 a.C. tra i Romani e le forze etrusche delle città di Veio e Tarquinia, guidate dal deposto re romano Lucio Tarquinio il Superbo.

Lo scontro si verificò nei pressi di una foresta nota come Selva Arsia, nel territorio romano, e vide la vittoria dei Romani, nonostante la morte del suo console Lucio Giunio Bruto.

La battaglia si inserisce in uno dei tentativi di Tarquinio il Superbo di riconquistare il trono, ma anche come conflitto tra Roma e le città etrusche, che temevano l’espansione dello stato romano. La battaglia, raccontata da Tito Livio, è prevalentemente leggendaria.

Contesto storico

Nel 509 a.C., il regno del re Lucio Tarquinio il Superbo, abile in battaglia ma spietato dittatore, venne rovesciato da due uomini. Il primo era Tarquinio Collatino, il quale aveva giurato vendetta contro il Superbo quando il figlio di quest’ultimo, Sesto Tarquinio, aveva violentato sua moglie Lucrezia, portandola al suicidio.

L’altro era Marco Giunio Bruto. Anche la sua famiglia era stata colpita dagli eccidi operati da Tarquinio il Superbo durante la presa del potere, e, nonostante si fosse finto stupido per salvarsi la vita, meditava da tempo una vendetta.

Tarquinio il Superbo, mentre stava assediando la vicina città di Ardea, venne a sapere che la monarchia era stata rovesciata ed era stata proclamata la Repubblica, con Bruto e Collatino come primi due consoli.

Intenzionato a riconquistare il suo trono, contattò le città etrusche di Veio e Tarquinia, ricordando a Veio le regolari perdite che aveva subito in guerra per colpa dei Romani e le diverse terre che le erano state strappate in maniera illegale, mentre a Tarquinia ricordò i suoi legami familiari per ottenere il loro appoggio.

La battaglia della Selva Arsia: lo svolgimento

Gli eserciti di Veio e Tarquinia seguirono Tarquinio il Superbo in battaglia. Il Superbo era al comando della fanteria etrusca, mentre suo figlio Arrunte Tarquinio aveva il comando della cavalleria. 

I consoli romani si organizzarono subito con i loro contingenti. La fanteria romana era guidata dal generale Publio Valerio, mentre Lucio Giunio Bruto, il console, guidò personalmente gli equites, i cavalieri. 

Furono le cavallerie le prime a combattere. Arrunte Tarquinio si rese conto della presenza sul campo di battaglia dei littori, i magistrati che tradizionalmente accompagnavano un console, capendo che lo stesso Giunio Bruto, tra l’altro suo cugino, era al comando del contingente di cavalleria. 

I due uomini si caricarono in una sorta di duello personale e si trafissero a morte. 

Dopo il primo scontro di cavalleria venne la volta della fanteria. Romani ed etruschi combatterono per ore e il risultato, per diverso tempo, rimase in bilico. Poi, sul campo di battaglia, la situazione conobbe un’evoluzione; l’ala destra del’esercito di Tarquinio il Superbo fu in grado di respingere i Romani, causandone quasi la rotta, ma dall’altro lato del campo, in maniera speculare, i Romani sconfissero i Veienti. 

A un certo punto le forze etrusche decisero di abbandonare il campo, probabilmente temendo la disfatta completa. I Romani rivendicarono così la vittoria. 

La voce del dio Silvano e la vittoria romana

La situazione era ancora incerta, ma Tito Livio riferisce che la notte dopo la battaglia, che sarebbe stata combattuta l’ultimo giorno di febbraio, si levò una voce misteriosa dai boschi, che venne interpretata come lo spirito del dio Silvano.

La voce disse che “gli etruschi avevano avuto un caduto in più rispetto ai Romani e che i Romani avevano vinto la guerra“.

Gli etruschi decisero quindi di ritirarsi, spaventati da quell’evento sovrannaturale. Il console Valerio raccolse il bottino degli etruschi sconfitti e tornò a Roma per celebrare il trionfo. 

Secondo i Fasti Triumphales, delle iscrizioni ufficiali dove i romani registravano tutte le vittorie militari, il trionfo ebbe luogo il primo marzo 509 a.C. Dopodiché vennero celebrati i funerali di Bruto, con profondo dolore da parte di tutta la cittadinanza romana.

Sempre Tito Livio ci informa che più tardi, nel corso di quello stesso anno, Valerio tornò per combattere i Veienti. Non è chiaro se questa fosse la continuazione della battaglia precedente o un nuovo conflitto. Non abbiamo informazioni sull’esito di questo combattimento.

La battaglia di Fidene. Prima guerra fidenate

La battaglia di Fidene fu uno scontro tra i romani e gli abitanti della vicina città laziale di Fidene, preoccupati dell’eccessiva espansione romana. L’esercito, guidato dal re Romolo in persona, sconfisse gli avversari usando la tecnica dell’imboscata e trasformando Fidene in una colonia romana.

Il contesto storico

Dopo la fondazione di Roma sul colle Palatino ad opera di Romolo, i Romani iniziarono ad espandersi militarmente con particolare aggressività ed efficacia. Tito Livio scrive che i Romani erano così potenti da poter “competere militarmente con qualsiasi città intorno a loro“.

Effettivamente, l’esercito romano ottenne delle importanti vittorie sbaragliando prima la città di Caenina, poi quella di Antemnae e infine di Crustumerium. Il secondo grande scontro fu quello con i Sabini guidati dal re Tito Tazio: dopo il famoso Ratto delle Sabine, il rapimento delle donne sabine ad opera dei romani per popolare la loro nuova città e formare le prime famiglie, i Sabini affrontarono i romani nella battaglia del lago Curzio, dove furono sconfitti.

La battaglia di Fidene: la versione dell’attacco a sorpresa

I successivi avversari di Romolo furono gli abitanti della vicina città di Fidenae che, temendo la crescente potenza di Roma, decisero di attaccare i Romani per ridimensionare la loro espansione. Secondo la loro strategia, Roma doveva essere attaccata quando era ancora debole, prima che il suo esercito diventasse ancora più numeroso.

Non abbiamo alcuna informazione su eventuali tentativi diplomatici prima della battaglia. Lo storico Plutarco racconta due versioni del conflitto. Nella prima, Roma sferra un attacco improvviso utilizzando un gruppo di cavalieri, i quali riescono a superare le linee nemiche e aprire le porte della città di Fidenae. Romolo sarebbe improvvisamente apparso con l’intero esercito, cogliendo i Fidenati completamente di sorpresa e occupando la loro città con poco sforzo.

La battaglia di Fidene: la versione dell’imboscata

La seconda versione, sempre raccontata da Plutarco e molto più dettagliata, parla invece di un attacco da parte dei Fidenati, che inviarono degli squadroni di cavalieri armati per devastare le campagne tra Roma e Fidenae al fine di terrorizzare gli abitanti della zona e compromettere i raccolti. 

I Romani reagirono immediatamente con il loro esercito. Lo stesso re Romolo, a capo del contingente romano, si diresse verso nord, seguendo il corso del fiume Tevere, arrivando a un miglio da Fidenae. Lasciando una guarnigione immediatamente fuori dalla città, Romolo decise di spostarsi con il grosso del suo esercito per tendere un’imboscata al nemico in un luogo vicino, una zona boscosa e tranquilla perfetta per cogliere i Fidenati di sorpresa.

Romolo voleva attirare i nemici fuori dalle proprie mura con un piano particolarmente audace. I cavalieri romani si sarebbero dovuti avvicinare alle porte della città, simulando un attacco e poi ritirandosi al momento opportuno. I Fidenati sarebbero stati provocati e attirati fuori dalle mura per poi essere colti di sorpresa.

L’agguato ebbe successo: i Fidenati aprirono le porte della città e si lanciarono contro i cavalieri romani, riuscendo a colpire i primi soldati ma raggiungendo, proprio come voleva Romolo, il luogo designato per l’imboscata, dove il grosso dell’esercito, nascosto, sbucò all’improvviso. I Fidenati vennero respinti facilmente e la loro città fu conquistata.

Le conseguenze della battaglia

Sempre secondo il racconto di Plutarco, Romolo decise di non distruggere Fidenae, ma scelse di farla diventare una colonia romana, inviando 2.500 coloni.

Secondo la tradizione, tuttavia, la guerra scatenata dai Fidenati ebbe l’effetto di una febbre contagiosa, in quanto convinse anche gli abitanti di Veio, che si trovavano ad ovest del Tevere, che Roma stava diventando troppo potente.

Romolo fu quindi costretto a combattere anche contro i Veienti, riuscendo a ottenere una prima vittoria nel territorio dei Septem Pagi, ad ovest dell’isola Tiberina, costringendo i cittadini di Veio a rientrare nei loro confini e a non infastidire i possedimenti romani.

La battaglia del Lago Curzio o Lacus Curtius

La battaglia del lago Curzio rappresenta il primo scontro militare nella storia romana, svoltosi tra il regno monarchico di Roma e i Sabini, a seguito del rapimento delle donne sabine da parte dei Romani, noto come “Ratto delle Sabine”

Contesto storico

Roma fu fondata dal re Romolo sul Colle Palatino e presto prosperò, attirando numerosi nuovi cittadini e diventando progressivamente più grande e potente, diventando inevitabilmente una rivale nei confronti delle città limitrofe del Lazio.

Roma si trovava di fronte ad un serio problema sociale: la popolazione era prevalentemente composta da giovani guerrieri maschi e con pochissime donne da sposare. Secondo le fonti antiche, in particolare Tito Livio, senza donne per i giovani romani, Roma “sarebbe scomparsa nell’arco di una generazione”.

Seguendo il consiglio del Senato, Romolo inviò ambasciatori alle vicine città della regione, proponendo alleanze e chiedendo il diritto di poter contrarre matrimoni misti per la nuova comunità. Gli ambasciatori romani furono accolti sfavorevolmente ovunque: le loro proposte furono sistematicamente respinte, per via di un generale sentimento di allarme e diffidenza nei confronti di Roma.

Di fronte all’impossibilità di una soluzione pacifica, Romolo decise di ricorrere ad un inganno: annunciò una festa in onore del dio Conso, invitando i cittadini delle città vicine come Caenina, Antemnae, Crustumerium e tutta la Sabinia.

Durante i festeggiamenti, gli uomini di Romolo rapirono le ragazze presenti, in un episodio storico che sarebbe divenuto noto come “Ratto delle Sabine”, causando lo scoppio delle ostilità con tutte le città circostanti. Roma sconfisse rapidamente Caenina, Antemnae e Crustumerium. I Sabini, invece, emersero come un nemico ben più formidabile e molto più organizzato.

Romani e Sabini si prepararono al conflitto per un anno: Roma rafforzò le sue difese e ottenne rinforzi da soldati albani inviati dal re Numitore, oltre a mercenari guidati da un amico di Romolo, il comandante Lucumone. Nonostante gli ultimi tentativi di risoluzione diplomatica, l’esercito sabino attaccò Roma.

L’ingresso dei Sabini in città

Il re dei Sabini, Tito Tazio, decise di ricorrere all’astuzia, contattando la vergine vestale Tarpeia, figlia del comandante della cittadella di Roma, Spurio Tarpeio, e offrendole una grande quantità di oro e argento in cambio della sua collaborazione per permettere ai soldati sabini di entrare in città.

Secondo i cronisti Fabio Pittore e Dionigi di Alicarnasso, Tazio riuscì a convincere Tarpeia ad aprire le porte della città in cambio di braccialetti d’oro. Tarpeia accettò di tradire i suoi, consentendo così l’ingresso dell’esercito sabino nel cuore di Roma. Tuttavia, una volta dentro la città, i Sabini decisero di punire il tradimento di Tarpeia, uccidendola e schiacciandola sotto un mucchio di scudi.

Un’altra versione, riportata da Lucio Pisone, sostiene invece che Tarpeia non avesse intenzione di tradire i Romani, ma che stesse in realtà ingannando i Sabini, i quali l’avrebbero uccisa dopo essersi accorti della trappola.

Tito Livio, invece, riporta sia la versione secondo la quale la ragazza fu corrotta dall’oro dei Sabini sia la possibilità che questa fosse sempre rimasta fedele ai romani. 

Gli eserciti si radunarono nella valle tra i colli Palatino e Capitolino, in uno spazio che in futuro sarebbe diventato il Foro Romano, circondato dalle colline. I Sabini, guidati dal generale Mettio Curzio, e i Romani, comandati da Osto Ostilio, dopo alcuni scontri minori, si disposero sul campo di battaglia, dimostrando grande valore ma subendo anche ingenti perdite da entrambe le parti.

La battaglia del Lago Curzio

Il campo di battaglia fu colpito da un temporale che trasformò rapidamente il terreno in un pantano. Romolo e Lucumone stavano attaccando con successo le ali dell’esercito sabino, ma furono costretti a interrompere l’offensiva per soccorrere i loro compagni, poiché il centro della linea romana era vicino al collasso.

Di fronte all’avanzata dei Sabini, guidata dal generale Mettio Curzio, Romolo e Curzio decisero di confrontarsi direttamente in un duello. Curzio fu ferito e cadde, ma mentre Romolo stava per guidare i suoi uomini contro i rimanenti Sabini, Mettio riuscì a salvarsi all’ultimo momento, sollevandosi dal fango e tornando incolume al suo accampamento.

La battaglia prese una svolta drammatica quando Romolo fu colpito alla testa da una pietra, perdendo conoscenza. Senza la guida del loro comandante, i soldati romani vacillarono, e la situazione peggiorò ulteriormente quando un giavellotto uccise Lucumone. Romolo si riprese appena in tempo e grazie al supporto di rinforzi provenienti da Roma riuscì a contenere l’attacco dei Sabini, ristabilendo la compattezza delle linee romane. Al tramonto, i Sabini si ritirarono e i Romani cessarono il combattimento.

Il giorno seguente, Romolo si trovò nuovamente in difficoltà: i Sabini esercitavano una forte pressione sui soldati romani, ormai sull’orlo del crollo. In quel momento critico, Romolo promise solennemente a Giove che, in cambio del suo aiuto per respingere l’attacco sabino e rinvigorire il coraggio dei Romani, avrebbe costruito e dedicato un tempio in suo onore.

Con un potente grido, Romolo guidò il suo esercito contro i Sabini, mettendoli finalmente in fuga. Durante la ritirata, il generale sabino Mettio cadde nuovamente nella palude insieme al suo cavallo.

L’intervento delle donne Sabine

I Sabini opposero nuovamente resistenza, anche se ormai l’esercito romano aveva preso il sopravvento ed era sul punto di annientare l’avversario.

All’improvviso, le figlie dei Sabini, che erano state rapite l’anno prima dai Romani, si precipitarono sul campo di battaglia, ponendosi in mezzo tra i due eserciti e dividendo i combattenti. Le donne implorarono entrambe le parti di fermare quello spargimento di sangue, dicendo di non voler perdere né i loro padri né i loro mariti.

Effettivamente, le donne Sabine erano ormai rimaste incinte dei Romani, i quali si erano dimostrati ottimi mariti e padri di famiglia. Così Romolo e Tito Tazio decisero di porre fine ai combattimenti e di costituire una nuova società mista che avrebbe unito l’elemento romano con quello sabino.

Plutarco fornisce ulteriori dettagli sull’intervento delle donne Sabine, spiegando che non solo posero fine alla battaglia separando i contendenti, ma portando loro anche cibo e acqua, oltre a prendersi cura dei feriti. Per decisione sia dei Romani che dei Sabini, le donne Sabine non avrebbero avuto altro dovere che “filare la lana per i loro mariti”.

Dopo la battaglia, entrambe le parti decisero di firmare un trattato di pace che univa i due popoli, trasferendo il potere amministrativo a Roma. I cittadini di Roma divennero noti da quel momento come Quirites, dal nome della città di Cures, mentre Tito Tazio avrebbe comandato i suoi uomini in un regno congiunto con Romolo.

In onore del sacrificio del condottiero sabino Mettio Curzio, la zona dove si era svolta la battaglia fu ribattezzata Lacus Curtius.

FONTI

  • Dionigi di Alicarnasso.Libro II, capitolo 38.
  • Livio Storia romana: Libro I, capitolo 9
  • Plutarco , Vita di Romolo , capitolo 14, paragrafi 2–6
  • Eutropio . Riassunto della storia romana: Libro I , capitolo 2

La guerra civile tra Mario e Silla (88 – 82 a.C)

La guerra civile tra Mario e Silla fu un conflitto armato che sconvolse la Repubblica Romana tra l’88 e l’82 a.C. Essa vide contrapporsi due fazioni: i populares, guidati da Gaio Mario, e gli optimates, guidati da Lucio Cornelio Silla. Le due fazioni si contendevano il controllo del potere politico e l’influenza sulla politica romana.

Durante la guerra si verificarono degli episodi passati alla storia come la marcia di Cornelio Silla su Roma. Dopo le campagne militari in Oriente di Silla per combattere contro Mitridate, sillani e mariani si scontrarono sul territorio italico.

Silla trionfò nella decisiva battaglia di Porta Collina dell’82 a.C e fu libero di organizzare una grande riforma dello stato romano.

Le origini della guerra civile tra Mario e Silla

L’origine della guerra civile tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla risiede nella lotta tra la fazione aristocratica degli optimates e quella dei populares, che voleva difendere i diritti della plebe.

La società romana si trovava in serie difficoltà, soprattutto per via di un’emergenza sociale qual era la presenza di una grande massa di ex legionari, che avevano prestato servizio come soldati durante la seconda guerra punica, ma che ritornati nelle loro terre erano economicamente rovinati.

Lo scontro politico era diventato ormai insanaile e la violenza era stata sdoganata sin dall’omicidio dei fratelli Tiberio e Caio Gracco, entrambi tribuni della plebe che avevano cercato di far approvare delle leggi per la ridistribuzione delle terre, pesantemente osteggiati dalla fazione aristocratica.

Nel 132 a.C, Tiberio Gracco venne ucciso dai partigiani degli aristocratici nel cuore di Roma. Di lì a poco, nel 121 a.C, anche Caio Gracco si fece uccidere da uno schiavo per non cadere nelle mani dei nemici politici.

L’ascesa di Gaio Mario, leader dei populares

Gaio Mario, nato ad Arpino nel 157 a.C, era un “Homo Novus”, ovvero un personaggio la cui famiglia non aveva ricoperto cariche politiche rilevanti.

Si distinse durante l’assedio di Numanzia in Spagna e ottenne il favore di Publio Cornelio Scipione Emiliano, il quale appoggiò la sua elezione a tribuno militare.

Mario parteggiò immediatamente per la fazione dei populares, cercando di far approvare delle leggi contro la corruzione e i brogli elettorali. Si impegnò anche agli ordini di Quinto Cecilio Metello per combattere contro Giugurta, il re di Numidia, che si era ribellato all’autorità romana in Nord Africa.

Gaio Mario ottenne delle importanti vittorie contro Giugurta, facendolo retrocedere nelle sue roccaforti, anche se fu il suo pretore, Lucio Cornelio Silla, a convincere Bocco, re di Mauretania, a tradire Giugurta e a consegnarlo ai Romani.

Nonostante la maggior parte della popolazione romana aveva dato merito a Mario per quella vittoria, era stato Silla il vero risolutore della situazione e fu in quel momento storico che nacque la loro rivalità.

Il momento di maggior gloria di Gaio Mario furono certamente le campagne militari per contrastare le invasioni dei Cimbri e Teutoni, due grandi tribù germaniche che erano migrate dai loro territori di origine e si erano scontrate contro i generali romani.

Dopo le prime disastrose sconfitte romane avvenute a Noreia, Agen ed Arausio, Gaio Mario sconfisse i Teutoni nella battaglia di Acque Sextiae (102 a.C) e i Cimbri a Vercelli (101 a.C), nei pressi dei Campi Raudii, salvando Roma da una sicura invasione.

Gaio Mario, diventato l’uomo più popolare di Roma, fu anche l’autore di una fondamentale riforma dell’esercito che, avendo sempre maggior bisogno di nuove reclute, apriva le sue porte anche ai cittadini nullatenenti, trasformandoli in soldati di professione. 

Nonostante la sua riforma risolse completamente il problema dell’arruolamento, rendendo l’esercito romano una macchina quasi perfetta, i soldati iniziarono ad essere più fedeli al generale che poteva garantire loro bottino e terre che al Senato romano. 

Senza che Mario potesse sospettarlo, la sua riforma aveva trasformato l’esercito romano nel braccio armato della guerra civile.

L’ascesa di Lucio Cornelio Silla, leader degli Optimates

Lucio Cornelio Silla nacque nel 138 a.C a Roma. Fu presente al comando di Quinto Cecilio Metello, a fianco di Gaio Mario, nella guerra contro Giugurta, ottenendo la consegna di quest’ultimo alle autorità romane.

Servì come generale, sempre assieme a Gaio Mario e Lutazio Catulo, anche nella già citata battaglia di Vercelli contro i Cimbri.

Silla fu anche protagonista di un incontro diplomatico con i Parti; i Romani e l’Impero dei Parti avevano avuto delle prime relazioni amichevoli, ma c’era bisogno di ratificare in maniera ufficiale il confine tra le due grandi potenze. 

Silla venne messo a capo della spedizione diplomatica che doveva stabilire sul fiume Eufrate il confine. In quell’occasione, Silla si incontrò con Orobazo, ambasciatore del re dei Parti, e con Ariobarzane, re di Cappadocia, stabilendo la propria autorità sui territori.

Ma il vero trionfo di Lucio Cornelio Silla avvenne in occasione della “Guerra sociale” (91 – 88 a.C), quando gli alleati italici, che collaboravano con la potenza di Roma ma non avevano sufficienti diritti né potevano votare, si ribellarono, causando una guerra su tutto il territorio italico.

Silla, posto dagli ottimati a capo degli eserciti, si dimostrò il miglior generale sul campo, in grado non solo di superare e vincere le forze dei soldati italici, ma oscurando le capacità e la gloria di Gaio Mario.

La lotta per la missione contro Mitridate

I rapporti tra Gaio Mario e Cornelio Silla erano ormai sempre più tesi ed ognuna delle due fazioni, gli ottimati e i popolari, si aspettava che il loro leader eliminasse l’altro. 

L’occasione del primo scontro tra i due avvenne per colpa di un grave problema che affliggeva le province orientali della repubblica. L’elevata ed eccessiva tassazione dei romani in oriente aveva provocato un forte malcontento nella popolazione.

Di questa situazione di debolezza aveva approfittato Mitridate VI, il Re del Ponto, che sognava di ricostruire la gloria del suo antico impero. Mitridate iniziò ad attaccare i possedimenti romani e il suo esercito in poco tempo fece partire una vera e propria caccia all’uomo: tutti i cittadini romani, i loro alleati e anche coloro che parlavano vagamente latino vennero massacrati. 

80.000 persone vennero brutalmente trucidate in quelli che sono passati alla storia come “Vespri asiatici”. 

Roma non poteva rimanere ferma ed era necessario organizzare al più presto una campagna militare per sconfiggere Mitridate VI.

In quel momento Silla era console e dunque legittimo incaricato della campagna. Ma Mario non poteva accettare che il suo principale nemico politico potesse conquistare tanta gloria e convinse il tribuno della plebe, Sulpicio Rufo, a far approvare una serie di leggi in favore dei populares. 

Uno degli effetti di queste nuove leggi sarebbe stata una votazione che avrebbe certamente assegnato il comando della missione militare contro Mitridate a Mario piuttosto che a Silla, il quale si trovava già a Nola ad organizzare la spedizione. 

Due tribuni vennero incaricati di presentarsi di fronte all’esercito di Silla per imporgli il ritorno a Roma. Ma questi vennero uccisi e Silla si ritrovò nella condizione di dover forzare la mano. 

Consapevole degli effetti della riforma di Mario, parlò ai suoi soldati, facendogli capire che era necessario marciare su Roma e riprendere il controllo politico. Solamente gli ufficiali si rifiutarono di eseguire un ordine tanto spericolato, mentre i legionari, ai quali Silla poteva garantire il futuro, decisero di seguirlo. 

La marcia su Roma di Silla

Con sei legioni, Silla si mosse contro Roma, compiendo un’azione che passò alla storia. Egli oltrepassò il confine sacro del pomerium, che nessuno poteva superare in armi.

Il Senato, paralizzato dalla paura, inviò dei messaggeri per cercare di comprendere le reali intenzioni di Silla. Questi rispose che si stava semplicemente occupando di “liberare la città dai tiranni”, definendo la sua marcia un intervento di “ordine pubblico”.

Silla occupò Roma mentre i cittadini, osservando quell’azione con estrema preoccupazione, lanciavano oggetti contro i soldati che perlustravano la città.

Il primo provvedimento di Silla fu quello di rimuovere Mario dal comando della missione militare in Asia, annullando le leggi del tribuno della plebe Sulpicio Rufo.

Mario fu costretto a fuggire per la sua salvezza e si rifugiò dapprima nella città di Minturnae, dove alcuni, ritenendolo finito sia militarmente che politicamente, decisero di affidare a un guerriero dei Cimbri il compito di ucciderlo. Per sua fortuna, il guerriero Cimbro non ebbe la forza di uccidere un uomo così carismatico e Mario venne aiutato dalla popolazione di Minturnae a scappare in Africa.

Nonostante la sua azione violenta e fuorilegge, Silla decise di rispettare le istituzioni della Repubblica, dando il via a delle libere elezioni per la nomina di nuovi consoli, che vennero vinte da Cornelio Cinna, leader dei Populares e braccio destro di Gaio Mario, e da Gneo Ottavio, che si era dimostrato imparziale.

Dopodiché, riconsegnò Roma al governo del Senato e, con i suoi soldati, si diresse in Oriente per combattere contro Mitridate.

Silla in Oriente e le violenze dei Populares a Roma

Silla dimostrò la potenza del suo esercito contro Mitridate ottenendo straordinarie vittorie. Innanzitutto, attaccò la città di Atene, colpevole di essersi schierata dalla parte di Mitridate e di avergli fornito supporto militare.

L’azione di Silla contro Atene fu eccezionalmente violenta: la città fu quasi completamente distrutta insieme al Pireo, il suo porto. Successivamente, il suo esercito ottenne una grande vittoria nelle battaglie di Cheronea e di Orcomeno (entrambe combattute nell’86 a.C), sgominando i principali generali di Mitridate, fra cui Archelao, che fu costretto a rinunciare per sempre ai suoi sogni di dominio sull’Oriente romano.

Nel frattempo, a Roma, i Populares ritornarono al potere. Cinna organizzò un esercito in Campania e Mario ritornò dall’Africa assieme al suo contingente militare. Ottavio, che in seguito si schierò dalla parte dei sostenitori di Silla, divenne il principale nemico di Cinna, ma risultò sostanzialmente impotente di fronte alla sua superiorità militare. 

Ne seguirono violente repressioni anti-sillane: tutti i principali leader della fazione di Silla vennero brutalmente uccisi e trascinati per le strade di Roma, che si riempì di violenza e conobbe momenti estremamente atroci, mentre la popolazione viveva nel terrore.

La situazione subì però una svolta con la morte di Gaio Mario, ormai 71enne, nell’86 a.C. Cinna rimase console per i due anni successivi, ma una volta che Silla terminò le proprie campagne militari in Oriente, fu pronto a ritornare a Roma. 

E la guerra civile si intensificò più che mai.

Lo sbarco di Silla in Apulia

Lucio Cornelio Cinna e Papirio Carbone, i due generali che guidavano l’esercito dei Populares, radunarono i loro uomini nei pressi della città di Ancona. Non conosciamo esattamente le motivazioni, ma Cinna stabilì evidentemente un cattivo rapporto con i soldati tanto da essere ucciso dai suoi stessi legionari, mentre Carbone fu costretto a scappare.

Nel frattempo Silla si dimostrò molto più organizzato. Partì dalla città di Efeso con il suo esercito e raggiunse in pochi giorni il Pireo, il porto della città di Atene, spostandosi poi ad Atene stessa nell’arco delle poche settimane successive. 

Eseguì un efficiente arruolamento di nuovi soldati fino ad costituire cinque legioni a pieni ranghi: si recò così presso la città di Durazzo da dove salpò verso Brindisi con 1200 navi da guerra.

La situazione strategica degli ottimati e dei popolari era molto diversa. Mentre a Roma, il cui Senato era dominato ancora dai mariani, Silla era stato dichiarato nemico pubblico, le fonti antiche riferiscono che i popolari potevano contare su 15 generali e 450 coorti pronti a combattere.

Tuttavia questi contingenti erano abbastanza disorganizzati e molto spesso guidati da generali che avevano opinioni contrastanti. Comunque, il quartier generale dei popolari venne attestato presso la città di Rimini.

Nel frattempo Silla era sbarcato a Brindisi con i suoi 40.000 soldati. Da un lato si trattava di uomini veterani che lo avrebbero seguito con estrema fiducia, dall’altro il suo percorso nel territorio italico sarebbe stato particolarmente pericoloso: gli italici avrebbero quasi certamente appoggiato i popolari che potevano garantirgli la cittadinanza, mentre Silla, intransigente aristocratico, sarebbe stato visto con sospetto.

Complice la loro disorganizzazione, le forze popolari non posizionarono nè inviarono nessun contingente per la protezione della Puglia, che venne conquistata da Silla senza nemmeno combattere.

Il leader degli ottimati decise quindi di muoversi verso la Campania, mandando messaggi per rassicurare gli italici e garantendogli che gli avrebbe fornito non solo vicinanza e appoggio politico, ma che gli avrebbe concesso la cittadinanza a cui agognavano da tempo.

L’accorta marcia di Silla ottenne i primi successi: diversi generali decisero di unirsi al suo esercito, tra cui Metello Pio, che veniva dalla Liguria, Marco Licinio Crasso dall’Africa, diversi generali mariani che decisero di cambiare schieramento e soprattutto il giovane generale Gneo Pompeo che, originario del Piceno, reclutò da solo tre legioni a pieni ranghi, sconfisse il generale popolare Damasippo e si presentò trionfante a Silla.

Le battaglie del Monte Tifata e di Teano

Gli scontri decisivi della prima fase delle guerre civili tra Mario e Silla si verificarono nella regione della Campania. La prima battaglia, quella del Monte Tifata (83 a.C), avvenne tra le forze di Silla e quelle del generale popolare Norbano. Silla si dimostrò nettamente superiore rispetto all’avversario, costringendo Norbano a scappare e a rifugiarsi nella città di Capua, che venne immediatamente posta sotto assedio dai Sillani.

Diversa fu la situazione vicino a Teano (83 a.C). Silla dovette affrontare Cornelio Scipione, altro generale popolare. Silla decise di intavolare delle trattative per risolvere il conflitto senza l’utilizzo della forza. Durante i delicati incontri diplomatici, però, i legionari Mariani e Sillani iniziarono a fraternizzare, fino a che Silla riuscì a convincere quasi tutte le forze di Scipione a cambiare schieramento e ad unirsi alle sue file. 

Scipione fu costretto a scappare e Silla aveva vinto senza nemmeno combattere.

Gli scontri finali e la battaglia di Porta Collina

Nonostante le due vittorie, Silla era consapevole che i popolari avevano ancora un grande quantitativo di forze militari.

Silla decise allora di dividere il suo esercito in due linee di attacco: la prima, guidata da Metello Pio e Gneo Pompeo si sarebbe diretta verso nord per conquistare l’Etruria e la Gallia Cisalpina, nelle mani delle forze popolari.

Silla in persona avrebbe marciato attraverso la Campania per attaccare Roma da sud.

La risposta dei popolari fu quella di dividere l’esercito. Papirio Carbone cercò di intercettare l’esercito sillano guidato da Pompeo nella zona dell’Etruria, ma inferiore, sia numericamente che come capacità sul campo di battaglia, preferì rinchiudersi nella città etrusca di Chiusi, dove venne immediatamente assediato.

Anche Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, cercò di intercettare la marcia di Silla, ma anche lui fu costretto a rinchiudersi presso la città di Preneste, a sud-est di Roma, assediato dai sillani.

Le forze popolari avevano quindi compiuto il loro più grande errore: quello di dividere i contingenti militari.

Carbone e Mario Giovane cercarono di aiutarsi l’un l’altro, ma le forze sillane furono in grado di intercettare i loro movimenti.

Dopo una serie di vittorie sillane si giunse allo scontro decisivo che avvenne il 1 novembre dell’82 a.C. Protagonista di questo scontro, tuttavia, non fu né Carbone né Mario Giovane, ma un capo della popolazione dei Sanniti, che sin dai tempi della guerra sociale desiderava l’indipendenza da Roma e vedeva in Silla il peggiore nemico.

Si chiamava Ponzio Telesino, al comando di un esercito misto Lucano-Sannita.

Inizialmente Telesino cercò di liberare la città di Preneste dalle forze sillane ma, sconfitto, decise di cambiare la sua strategia. Abbandonò i combattimenti per Preneste e decise di attaccare direttamente Roma attraverso la via latina, che congiungeva Capua alla capitale, la quale era rimasta con pochissime forze sillane a difenderla.

Telesino si accampò a pochi chilometri a nord-est di Roma presso Porta Collina. Roma precipitò nel terrore: Telesino aveva promesso che l’avrebbe rasa letteralmente al suolo, dicendo, riportano le fonti antiche, che era necessario “stanare dai boschi i lupi romani” per riconquistare l’indipendenza dei popoli italici.

Silla dovette immediatamente abbandonare Preneste per correre in soccorso di Roma, costringendo i suoi soldati a delle estenuanti marce. Contrariamente ai consigli dei suoi generali, che gli suggerivano di far ripostare gli uomini, Silla decise di attaccare subito Telesino.

Fuori dalle mura della capitale si tenne l’ultimo grande scontro tra Ponzio Telesino e Lucio Cornelio Silla.

Inizialmente la battaglia stava volgendo a favore di Telesino, che stava per sfondare il lato sinistro dell’esercito sillano. Comandando personalmente i soldati, Telesino era capace di infondere in loro una grande forza e vitalità.

Ad alcune ore dall’inizio della battaglia, il lato sinistro sillano stava per essere annientato quando Silla, incoraggiando e anche minacciando i suoi uomini, decise di far chiudere le porte di Roma per dimostrare ai suoi legionari che non avrebbero avuto via di scampo.

Così, Silla riuscì a salvare le sorti del lato sinistro dello schieramento che si ricomposero e ripresero il combattimento in maniera ordinata. Nel frattempo, sul lato destro, Licinio Crasso ottenne una netta vittoria contro i Sanniti, costretti a scappare nella vicina città di Antemnae.

La vittoria di Silla nella guerra civile

Lucio Cornelio Silla aveva vinto la guerra civile ed era diventato l’assoluto dominatore di Roma.

Pochi giorni dopo convocò i senatori nel campo di Marte, dove cercò di spiegare i motivi che lo avevano portato ad agire con la forza. Proprio durante quel discorso, lì vicino, si iniziarono ad udire delle orribili grida. Si trattava di 3.000 prigionieri sanniti che venivano orribilmente uccisi per ordine di Silla. Di fronte allo sguardo attonito dei senatori, Silla disse che si trattava semplicemente di criminali che venivano puniti e che non bisognava preoccuparsi più di tanto.

Famose e passate alla storia sono le liste di proscrizione sillane, un elenco di nemici politici, tutti populares, che potevano essere liberamente uccisi da chiunque. In questo caso l’assassino non solo non avrebbe avuto ripercussioni penali ma avrebbe anche intascato la metà dei beni patrimoniali del proscritto, mentre l’altra metà sarebbe finita nelle casse del Senato.

Silla fu autore di una importante riforma dello Stato che aumentò il numero dei senatori da 300 a 600 e concentrò tutti i poteri nelle mani del Senato.

Silla tolse effettivo potere al ruolo dei tribuni della plebe, la cui elezione doveva essere puntualmente approvata dai senatori, svuotando di ogni significato quella carica.

Inoltre, nel tentativo di evitare che il potere potesse essere accentrato nelle mani delle stesse persone, fece promulgare delle nuove leggi per cui qualsiasi magistrato avrebbe dovuto aspettare almeno dieci anni prima di poter ricoprire la stessa carica pubblica.