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La battaglia di Talamone, 225 a.C. I romani annientano i Celti

La battaglia di Talamone (225 a.C.), uno degli scontri fondamentali della storia antica, vide la Repubblica Romana contrapporsi ad una corposa alleanza di tribù celtiche.

I Romani erano guidati dai consoli Gaio Attilio Regolo e Lucio Emilio Papo, che furono in grado di sconfiggere un importante contingente di tribù celtiche guidate dal re dei Gaesati Concolitano e da Aneroeste.

Si tratta di una delle battaglie più importanti per l’espansione della Repubblica Romana, in quanto allontanò in maniera duratura la minaccia celtica sia da Roma che dall’Italia settentrionale e fu determinante per l’espansione territoriale di Roma nella zona dell’attuale pianura padana.

Il contesto storico

Nei decenni precedenti, i Romani avevano avuto diverse scaramucce, per lo più inconcludenti, con le tribù che abitavano la Gallia Cisalpina, lungo tutta l’attuale valle del Po.

Queste si erano però concluse nel 238 a.C. e i rapporti tra i Romani e le tribù galliche erano sostanzialmente equilibrati. Addirittura, quando alcuni Celti transalpini avevano attraversato la catena montuosa delle Alpi ed erano discesi nell’Italia settentrionale nel 230 a.C., erano stati proprio i Boi, stanziati nella Gallia Cisalpina, a respingerli.

I rapporti si incrinarono, tuttavia, quando i Romani riorganizzarono il territorio celtico del Piceno secondo le proprie leggi senza consultare le tribù galliche, creando risentimento e paura tra i Galli Boi e i Galli Insubri.

La situazione peggiorò nel 232 a.C. quando i Romani approvarono una legge che assegnava delle vaste aree, formalmente appartenenti alle tribù galliche, ai propri cittadini più poveri.

Queste decisioni vennero considerate azioni profondamente provocatorie nei confronti dei Celti, che iniziarono seriamente a temere una invasione romana.

Così, nel 225 a.C., i Boi e gli Insubri pagarono ingenti tributi alla potente popolazione germanica dei Gaesati, assoldandoli come mercenari. Questi, guidati dai generali Aneroeste e Concolitano, accettarono di buon grado di combattere contro Roma.

I Romani, venuti a sapere della formazione di una pericolosa alleanza gallica, stipularono un trattato di pace con il generale cartaginese Asdrubale il Bello che gli cedeva il controllo incondizionato dell’Hispania, per poter concentrare tutte le loro forze militari nella gestione dell’imminente pericolo nell’Italia settentrionale.

I romani iniziarono così un pesante e massiccio arruolamento. Il console Lucio Emilio Papo aveva a disposizione quattro legioni di cittadini romani per un totale di 22.000 uomini, oltre a 32.000 truppe alleate, posizionate presso il suo quartier generale ad Ariminum.

Dopodiché inviò 54.000 alleati sabini ed etruschi sul confine tra l’Etruria e la Gallia Cisalpina con il compito di pattugliare il territorio e intercettare eventuali incursioni galliche.

Inviò poi 40.000 tra Umbri, Veneti e Cenomani per compiere delle incursioni nel territorio dei Boi, così da distrarli e indebolirli.

Nel frattempo, l’altro console, Gaio Attilio Regolo, stava reclutando un esercito delle stesse dimensioni in Sardegna. Regolo, oltre alle normali legioni romane, poteva contare su una riserva di 21.000 cittadini e 32.000 alleati, oltre a dei rinforzi provenienti dalla Sicilia e da Taranto.

L’invasione celtica dell’Etruria

I Celti decisero di adottare una strategia estremamente aggressiva che prevedeva una rapida invasione dell’Etruria per marciare direttamente verso Roma.

Le truppe alleate romane, posizionate sul confine etrusco, intercettarono i nemici a soli tre giorni di marcia dalla capitale e si prepararono al combattimento.

I Celti giocarono ad astuzia: aspettarono l’arrivo della notte per lanciare un improvviso attacco di cavalleria, la quale attirò gli alleati fuori dal loro accampamento. Ma anziché accettare la battaglia, scelsero di barricarsi nella città di Fiesole, dove iniziarono a costruire dei sistemi difensivi

Il mattino successivo, la cavalleria gallica uscì dall’accampamento e si schierò in modo da essere ben vista dall’esercito nemico, dando l’impressione che i Celti stessero battendo in ritirata. Gli alleati latini, ingannati, iniziarono a inseguirli. 

Al momento più propizio, i Celti fecero un immediato dietrofront e costrinsero i nemici ad una inaspettata battaglia, sfruttando il vantaggio della posizione e ottennero, dopo un duro scontro, una netta vittoria. 

Seimila alleati romani vennero uccisi, mentre il resto del contingente latino riuscì a ritirarsi su una collina.

Solo la notte successiva alla disfatta, il console Papo riuscì ad arrivare sul posto con i suoi soldati, accampandosi nelle vicinanze. Nonostante sperasse di poter rovesciare la situazione, il generale Gaesato Aneroeste convinse i Celti a ritirarsi con il loro bottino per riprendere la guerra più tardi. 

Papo non potè fare altro che inseguire e molestare la retroguardia celtica, ma non rischiò una battaglia campale per la quale non si sentiva pronto.

Nel frattempo, il console Regolo aveva appena sbarcato i suoi uomini a Pisa, marciando verso Roma. 

Sulla strada che lo portava alla capitale però, i suoi esploratori incontrarono fortuitamente un’avanguardia di Celti nei pressi del fiume Talamone, in un’area chiamata Campo Regio. Regolo intuì la portata del pericolo e comprese che era necessario affrontare quanto prima i nemici.

La battaglia di Talamone: la conquista della collina

Regolo posizionò le sue truppe e diede l’ordine di prepararsi al combattimento. La sua prima mossa fu quella di avanzare con la sua cavalleria nel tentativo di occupare una collina posta al di sopra di una strada che avrebbe bloccato la ritirata dei Celti.

Questi, totalmente ignari dell’arrivo di Regolo, presumevano che Papo avesse mandato solo alcuni dei suoi soldati per occupare la collina e si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalieri e pochi reparti di fanteria leggera per combatterli.

Ma non appena si trovarono di fronte all’esercito di Regolo al completo, capirono di dover affrontare due generali romani e furono costretti a schierare la loro fanteria il prima possibile, consapevoli che sarebbero stati attaccati da due lati.

L’unica soluzione tattica per i Celti sarebbe stata quella di combattere schiena a schiena, per sopportare un attacco che sarebbe giunto sia da Nord che da Sud. Posizionarono i Gaesati e gli Insubri nella parte meridionale, pronti ad affrontare l’esercito del console Papo, mentre i Boi e i Taurisci, dalla parte opposta, attesero l’arrivo di Regolo. 

I Galli protessero i fianchi del loro grosso contingente con un muro di carri, mentre una piccola forza militare custodiva il bottino, conservato su una collina vicino al campo di battaglia.

Lo scontro di cavalleria per la conquista della collina fu feroce e, sebbene Papo avesse inviato i suoi cavalieri per aiutare Regolo, quest’ultimo fu ucciso in combattimento e la sua testa portata trionfalmente di fronte ai capi Celti.

Nonostante la drammatica morte del loro generale, i cavalieri romani riuscirono però a sconfiggere i Galli e si assicurarono il possesso della collina.

La battaglia di Talamone: lo scontro sul campo

Nel frattempo, sul campo di battaglia, i Veliti romani avanzavano contro la fanteria celtica da entrambe le direzioni, lanciando raffiche di giavellotti. Questo attacco fu particolarmente devastante per i Gaesati, che per la loro cultura militare combattevano nudi, utilizzando solo degli scudi stretti a loro difesa.

Alcuni di loro si lanciarono furiosamente contro le unità di fanteria leggera romana ma furono letteralmente massacrati. Altri, invece, indietreggiarono per rimanere più vicini ai loro commilitoni, ma la loro ritirata disordinata causò il caos tra gli alleati.

Gli Insubri avanzarono per prendere il posto dei Gaesati, mentre i Romani ritirarono i loro Veliti, facendo avanzare gli Hastati che si muovevano in manipoli. Insubri, Boi e Taurisci resistettero duramente per contrastare l’avanzata della fanteria pesante romana.

In un primo momento ebbero successo, poiché i Romani, nonostante il loro superiore equipaggiamento, non erano ancora riusciti a rompere la formazione. Dopo alcune ore di battaglia inconcludente, i Romani utilizzarono la tecnica della “mutatio”, facendo arretrare gli Hastati e avanzare i Principes, soldati più esperti che presero il loro posto.

I Principes cominciarono a schiacciare la fanteria celtica in uno spazio sempre più ristretto nonostante questi fossero ancora in grado di opporre una considerevole resistenza. 

La battaglia conobbe una decisiva svolta quando la cavalleria romana, ormai vittoriosa, scese dalla collina e si schiantò contro il fianco della fanteria celtica, ormai esausta per il prolungato combattimento.

I Celti vennero massacrati dove si trovavano, mentre la loro cavalleria fuggì in preda al panico. Quarantamila Celti furono uccisi sul campo di battaglia e diecimila fatti prigionieri, tra cui il generale Concolitano.

Aneroeste fuggì con un piccolo gruppo di seguaci che decisero di suicidarsi con lui per non cadere vivi nelle mani dei Romani. Dopo la battaglia, Papo marciò con i suoi eserciti in Liguria e nel territorio dei Boi per condurre delle spedizioni punitive.

Le conseguenze

Il console Papo fu onorato con un trionfo a Roma per la sua vittoria, che pose fine per sempre alla minaccia celtica nei confronti della capitale.

Nel 224 a.C. due eserciti romani invasero i territori celtici costringendo i Boi a sottomettersi. Negli anni successivi seguirono altre importanti vittorie romane, che costrinsero regolarmente i celti ad arrendersi, rinunciando a grandi appezzamenti di terreno. Iniziò così l’insediamento di coloni romani nelle terre del nord Italia.

Ma il risentimento che i Celti maturarono nei confronti dei Romani ebbe un ruolo decisivo nella loro decisione di allearsi con Annibale, che nell’imminente Seconda Guerra Punica, si sarebbe presto affacciato con i suoi eserciti nel Nord Italia.

La battaglia di Adys. La grande sconfitta di Attilio Regolo

La battaglia di Adys (o Adis) ebbe luogo alla fine del 256 a.C. durante la prima guerra punica tra un esercito cartaginese e un esercito romano guidato da Marco Attilio Regolo.

Contesto storico

Nel 264 a.C. era scoppiata la prima guerra punica tra Roma e Cartagine.

Cartagine era una potenza marittima con traffici consolidati in tutto il Mediterraneo occidentale, mentre Roma aveva da poco unificato l’Italia continentale a sud del fiume Arno.

E proprio l’espansione di Roma nell’Italia meridionale e la vittoria della guerra contro Pirro rese inevitabile lo scontro tra i romani e l’altra grande potenza del Mediterraneo. Il casus belli fu rappresentato dal controllo della città siciliana di Messana, odierna Messina, che aveva dato il via al conflitto.

Entro il 256 a.C. però la guerra stava conoscendo una fase di stallo. I romani tentavano di sconfiggere i cartaginesi con delle grandi battaglie campali, con l’obiettivo di controllare l’intera Sicilia. I cartaginesi utilizzavano invece una strategia più attendista e aspettavano che le risorse economiche dei loro avversari si esaurissero, per poi riconquistare i loro possedimenti e negoziare la pace da una posizione di forza.

Anche sotto l’aspetto tattico i romani si trovavano in difficoltà. I cartaginesi concentravano la loro difesa su delle città ben fortificate che potevano essere facilmente rifornite dalla loro flotta.

Così, il fulcro della guerra si spostò inevitabilmente sul mare, dove i romani avevano però poca esperienza. Nonostante questo, nel 260 a.C. i romani costruirono una flotta utilizzando una quinquereme cartaginese che utilizzarono come modello per le proprie imbarcazioni da guerra.

Copiando e migliorando le tecnologie navali del nemico, i romani riuscirono ad ottenere la prima grande vittoria navale a Milazzo nel 260 a.C. seguita da quella di Sulci nel 258 a.C.

Così i romani, certi di poter vincere la guerra, concepirono l’audace piano di invadere il territorio nemico direttamente nel Nordafrica minacciando la loro capitale, e si prepararono ad un grande attacco su vasta scala per la conquista di Cartagine.

La flotta latina, composta da 330 navi da guerra, salpò da Ostia, il porto di Roma, all’inizio del 256 a.C.,  comandata dai consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Vulso Longo. Con loro, circa 26.000 legionari provenienti dalla Sicilia.

I cartaginesi, ben consapevoli delle intenzioni dei romani, radunarono tutte le navi da guerra disponibili, circa 350, che furono poste sotto il comando di Annone e Amilcare. Le navi puniche stazionavano a largo della costa meridionale della Sicilia, con l’obiettivo di intercettare il nemico.

L’incontro tra le due flotte portò alla battaglia di Capo Ecnomo, la più grande battaglia navale della storia per un numero di combattenti coinvolti. Dopo una lunga giornata di combattimento, i cartaginesi vennero sconfitti, perdendo 30 navi contro le 24 romane.

Lo sbarco dei romani in Africa

Dopo la vittoria su Capo Ecnomo, i romani, guidati da Regolo e Longo, sbarcarono in Africa, vicino ad Aspis, sulla penisola di Capo Bon, iniziando a devastare le campagne cartaginesi per rifornire il loro esercito, composto da 90.000 rematori e 26.000 legionari.

Durante queste prime operazioni, i romani catturarono 20.000 schiavi, intere mandrie di bovini, e dopo un breve assedio, conquistarono la città di Aspis.

Ma l’inverno era ormai prossimo. Il Senato romano diede ordine alla maggior parte delle navi di tornare in Sicilia, al comando del console Longo, per ovviare alle difficoltà logistiche di rifornire 100.000 uomini durante la stagione fredda.

Solo Regolo rimase in terra d’Africa con 40 navi, 15.000 fanti e poco più di 500 cavalieri. L’ordine del Senato era quello di limitarsi ad indebolire l’esercito cartaginese con attacchi sporadici e di aspettare i rinforzi, che sarebbero arrivati in primavera. Nel frattempo, Longo avrebbe dovuto fomentare la ribellione tra i territori soggetti a Cartagine per indebolire il nemico senza affrontarlo direttamente.

Ma i consoli avevano ampia discrezione nel prendere decisioni di natura militare. Così Regolo scelse di utilizzare i suoi uomini, nonostante in inferiorità numerica, per attaccare Cartagine. Avanzando sulla città di Adis la conquistò, trovandosi ora a soli 60 chilometri a sud-est dalla capitale nemica.

I cartaginesi, consapevoli del pericolo, avevano subito richiamato dalla Sicilia il loro generale Amilcare con 5.000 fanti e 500 cavalieri, che venne posto al comando di un esercito ricco di cavalleria ed elefanti, e che aveva approssimativamente la stessa dimensione delle forze romane.

I cartaginesi stabilirono il loro accampamento su una collina vicino ad Adys. I romani, durante la notte, lanciarono un’attacco a sorpresa, accerchiando l’accampamento da due direzioni opposte. Dopo un confuso combattimento, i cartaginesi andarono in rotta e fuggirono, permettendo ai romani di conquistare numerose città, tra cui Tunisi, che distava ormai solamente 16 chilometri da Cartagine.

Da quel punto, i romani furono in grado di razziare e devastare l’area circostante.

Le mosse romane stavano sfaldando anche le alleanze nel nord Africa: vedendo la loro capitale indebolita, molti possedimenti africani decisero di ribellarsi e la stessa Cartagine si riempì di rifugiati, schiavi in fuga e criminali. La situazione, già esplosiva, si aggravò ulteriormente quando, per via delle razzie dei romani, iniziò a scarseggiare il cibo.

Secondo la maggior parte delle fonti, in questa situazione tragica, fu Cartagine a chiedere la pace ai romani, vedendo ormai la sconfitta imminente. Polibio fornisce l’unica versione differente, affermando che fu Regolo ad avviare i negoziati di pace, sperando di ratificare la sua vittoria il più velocemente possibile e porre immediatamente fine alla guerra, prima che arrivassero consoli successori per sostituirlo e rubargli la scena.

Comunque sia andata, le condizioni di pace richieste ai cartaginesi erano estremamente dure. La capitale punica avrebbe dovuto consegnare la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, oltre a pagare tutte le spese di guerra e versare un tributo annuale a Roma.

I cartaginesi avrebbero potuto dichiarare guerra solo previo permesso del Senato romano e avrebbero avuto una marina militare limitata alla ridicola forza di una sola nave da guerra.

I cartaginesi, trovando queste condizioni inaccettabili e umilianti, decisero di continuare a combattere.

I due eserciti a confronto

La maggior parte dei cittadini romani maschi era tenuta a prestare servizio militare come fanteria, mentre una minoranza aristocratica, che disponeva del denaro necessario per acquistare l’animale e l’equipaggiamento, combatteva a cavallo.

Tradizionalmente i romani arruolavano due legioni di 4.200 fanti e 300 cavalieri. Non è chiaro come fossero costituiti i 15.000 fanti al comando di Regolo, ma probabilmente rappresentavano quattro legioni, due romane e due alleate, solo leggermente sottodimensionate.

Regolo decise di non arruolare truppe dai territori che si erano appena ribellati a Cartagine, dubitando della loro fedeltà e decise di affrontare il nemico con una forza di cavalleria ridotta a soli 500 soldati.

I cittadini cartaginesi, a differenza dei romani, prestavano servizio nell’esercito solo se vi fosse stata una minaccia diretta. In questo caso, combattevano con una fanteria pesante e ben corazzata, armata di lunghe lance, ma generalmente l’esercito cartaginese era male addestrato e poco disciplinato. 

Nella maggior parte delle situazioni, Cartagine reclutava infatti mercenari stranieri per comporre il suo esercito. Molti provenivano dal Nord Africa, equipaggiati con grandi scudi, elmi, spade e lunghe lance.

Come unità di supporto, i cartaginesi usavano spesso anche i frombolieri, in grado di lanciare sassi contro l’esercito nemico, che vennero reclutati dalle isole baleari. Tratto tipico dell’esercito punico era anche l’uso di elefanti da guerra, provenienti dalle foreste africane del Nord Africa.

La riforma dell’esercito di Xantippo

I cartaginesi, oltre ai soldati e alle varie unità da schierare in campo, reclutavano regolarmente anche i generali, scegliendo di volta in volta i migliori da tutta la regione del Mediterraneo. Tra loro individuarono un comandante spartano di nome Xantippo.

Il giovane generale fece immediatamente una buona impressione ai magistrati cartaginesi e convinse il senato di Cartagine che gli elementi più forti del loro esercito sarebbero stati la cavalleria e gli elefanti, che andavano schierati con tattiche innovative.

Xantippo venne immediatamente incaricato di addestrare l’esercito cartaginese durante l’inverno, sotto il controllo di alcuni magistrati.

Nel corso dei mesi, le abilità di Xantippo divennero sempre più evidenti, fino a che il senato punico decise di affidargli il pieno controllo delle forze armate di Cartagine.

Svolgimento della battaglia

Xantippo guidava un esercito di 100 elefanti, 4.000 cavalieri e 12.000 fanti, tra cui 5.000 veterani siciliani.

Il generale spartano si posizionò vicino all’accampamento dei romani, presso una grande pianura. Non conosciamo esattamente il sito, ma il luogo si trovava con tutta probabilità vicino all’odierna Tunisi.

L’esercito romano contava invece 15.000 fanti e 500 cavalieri. Regolo diede ordine ai suoi soldati di avanzare e si accampò a circa due chilometri di distanza dall’accampamento cartaginese.

La mattina successiva entrambe le formazioni si schierarono per la battaglia.

Santippo decise di posizionare le milizie cittadine cartaginesi al centro, mentre i lati furono occupati dai veterani siciliani da un lato e dalla fanteria dall’altro.

La cavalleria venne divisa equamente su entrambi i lati. Gli elefanti furono invece schierati in un’unica linea di fronte al centro della fanteria.

Dall’altro lato, i romani posizionarono la fanteria legionaria al centro, disposta in linee più profonde rispetto al solito. Probabilmente si trattava di una formazione elaborata per contrastare l’attacco degli elefanti, anche se, come vedremo, questo permise ai cartaginesi di aggirare più facilmente il nemico. 

Di fronte a loro gli schermigliatori di fanteria leggera e ai lati 500 cavalieri divisi tra i fianchi.

Dalla disposizione tattica, sembra che Regolo avesse sperato di sfruttare la forza della sua fanteria per sconfiggere gli elefanti, superare la falange cartaginese al centro e vincere la battaglia prima di preoccuparsi degli attacchi sui fianchi.

La battaglia iniziò con gli attacchi della cavalleria e degli elefanti cartaginesi. La cavalleria romana, inferiore numericamente, incontrò subito grandi difficoltà e fu rapidamente sbaragliata. I legionari romani tentarono allora di avanzare, urlando e sbattendo le spade contro gli scudi per generare rumore e spaventare gli elefanti.

Parte dell’ala sinistra dell’esercito romano riuscì a oltrepassare la linea degli elefanti e caricò contro la fanteria cartaginese di destra, che si disgregò e fuggì verso l’accampamento, inseguita dai romani.

Ma il resto della fanteria romana trovò grandi difficoltà nel fronteggiare gli elefanti, che non furono intimiditi dal rumore, ma caricarono, causando numerose vittime e scompaginando le linee romane. Solo alcuni legionari riuscirono a farsi strada attraverso i pachidermi e ad attaccare la falange cartaginese, ma il loro contingente era troppo disordinato per combattere efficacemente, e la falange riuscì a resistere al loro assalto.

A questo punto, alcune unità della cavalleria cartaginese, rientrate dall’inseguimento, attaccarono la retroguardia e i fianchi romani, aumentando il caos e la confusione tra le file nemiche.

I romani, circondati su tutti i fronti, furono completamente travolti. Nonostante i legionari tentassero di resistere, gli elefanti continuavano a colpire le loro linee e la cavalleria cartaginese bloccava la loro retroguardia.

A questo punto, Santippo ordinò alla falange di avanzare. La maggior parte dei romani si trovò ammassata in uno spazio troppo stretto per combattere efficacemente con le loro spade e furono letteralmente massacrati.

Regolo, insieme a una piccola guardia del corpo, dovette combattere strenuamente per cercare di uscire dall’accerchiamento, ma alla fine furono inseguiti e costretti ad arrendersi.

Complessivamente, i romani persero 13.000 uomini, mentre i cartaginesi subirono solo 800 perdite, principalmente provenienti dalla destra che era stata messa in rotta. Le perdite del resto dell’esercito cartaginese non sono note.

Soltanto 2.000 romani sopravvissero, provenienti dall’ala sinistra che era riuscita a fare irruzione nell’accampamento cartaginese. Consapevoli della sconfitta, fuggirono dal campo di battaglia e si ritirarono presso la città di Aspis. Questa fu l’unica grande vittoria terrestre di Cartagine durante la prima guerra punica.

Conseguenze della battaglia

Santippo sapeva di aver ottenuto una grande vittoria, ma iniziò a sospettare che l’invidia dei generali cartaginesi potesse metterlo in difficoltà. Perciò, accettò una lauta paga e tornò in Grecia. Regolo, invece, morì durante la sua prigionia a Cartagine.

Alcuni autori romani, successivamente, inventarono un racconto che esaltava la virtù di Regolo durante la sua prigionia.

I romani inviarono una flotta per evacuare i loro sopravvissuti, alla quale i cartaginesi tentarono di opporsi. Ne seguì la battaglia di Capo Ermete, dove i cartaginesi furono pesantemente sconfitti, perdendo 114 navi. Nonostante la vittoria, la flotta romana fu devastata da una tempesta durante il ritorno in Italia. Affondarono 384 navi e morirono centomila uomini, la maggior parte dei quali erano alleati latini.

Questa grave battuta d’arresto prolungò la guerra per altri 14 anni, che si svolse principalmente sul territorio della Sicilia e nelle acque circostanti, prima di concludersi con la definitiva vittoria romana.

La battaglia di Capo Ecnomo. Il più grande scontro navale della storia

La Battaglia di Capo Ecnomo, avvenuta nel 256 a.C. durante la Prima Guerra Punica, rappresenta uno degli scontri navali più grandi e cruciali dell’antichità.

Il conflitto vide contrapporsi le forze della Repubblica Romana e della città-stato di Cartagine, in una lotta per il controllo del Mediterraneo occidentale.

Attraverso strategie innovative e tattiche audaci, entrambe le potenze cercarono di ottenere la supremazia marittima. Questo articolo esplora in dettaglio le formazioni navali, le dinamiche della battaglia e le conseguenze che ne seguirono, offrendo uno sguardo approfondito sugli eventi che segnarono un punto di svolta nella guerra e nella storia antica.

Il contesto storico

Nel 264 a.C., era scoppiata la Prima Guerra Punica tra Cartagine e Roma, segnando l’inizio di uno dei conflitti più lunghi e significativi dell’antichità. Cartagine, una potente nazione marittima con una vasta influenza nel Mediterraneo occidentale, si scontra con Roma, che aveva recentemente consolidato il controllo dell’Italia meridionale fino al fiume Po.

La causa immediata del conflitto è il controllo della città di Messana (l’odierna Messina), situata in una posizione strategica nello stretto che separa la Sicilia dall’Italia continentale. Ma l’obiettivo più ampio di Roma è il dominio su Siracusa, la città-stato più potente della Sicilia, la cui conquista garantirebbe un vantaggio decisivo.

Nel 256 a.C., la guerra raggiunge un punto critico quando i Romani, determinati a ottenere una vittoria decisiva, cercano di sconfiggere i Cartaginesi per controllare l’intera Sicilia. La strategia di Cartagine si basa sull’attendere che i Romani esauriscano le loro risorse economiche, confidando di poter riconquistare i territori persi e negoziare una pace favorevole.

Inoltre, i Cartaginesi si concentrano sulla difesa delle città costiere, che potevano essere rifornite e rinforzate via mare grazie alla loro flotta.

Roma, una potenza principalmente terrestre, aveva ottenuto il controllo della maggior parte della Sicilia, ma si trovava in una situazione di stallo a causa delle forti difese cartaginesi. Di conseguenza, il conflitto si spostò progressivamente sul mare.

Dopo anni di conflitto e scontri sporadici, la Prima Guerra Punica raggiunge un nuovo livello di intensità con la preparazione per la battaglia di Ecnomo nel 256 a.C.. Entrambe le potenze, Roma e Cartagine, comprendono che la chiave per il controllo della Sicilia e del Mediterraneo è la supremazia navale.

Verso la battaglia di Capo Ecnomo

Per i Romani, la necessità di un confronto decisivo si fa pressante. La loro campagna terrestre, seppur efficace, non è sufficiente a piegare la resistenza cartaginese, che può rifornire e sostenere le sue città fortificate lungo la costa grazie alla sua potente flotta.

Così, Roma decide di costruire una flotta imponente, utilizzando innovative tattiche di combattimento navale. Nasce così il “corvo”, un ponte mobile con uncini che permetteva di abbordare le navi nemiche, trasformando le battaglie navali in combattimenti corpo a corpo, un terreno più familiare ai soldati romani.

Dall’altra parte, Cartagine, con una lunga tradizione marittima, non è disposta a cedere il controllo delle rotte marine. Forti della loro esperienza e superiorità navale, i Cartaginesi preparano una flotta altrettanto imponente per affrontare l’armata romana. La posta in gioco è alta: la vittoria garantirebbe non solo il controllo della Sicilia, ma anche la possibilità di portare la guerra sul suolo nemico.

La battaglia di Ecnomo è preceduta da una serie di manovre strategiche. I Romani, sotto il comando dei consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone, decidono di portare la guerra direttamente in Africa, attaccando Cartagine stessa. Per farlo, devono prima sconfiggere la flotta cartaginese che pattuglia il Mediterraneo. I Romani radunano quindi una flotta di circa 330 navi, una delle più grandi flotte mai assemblate fino a quel momento, e si dirigono verso il promontorio di Ecnomo, sulla costa meridionale della Sicilia.

I Cartaginesi, comandati da Annone e Amilcare, non intendono lasciare che i Romani attraversino il Mediterraneo indisturbati. Radunano una flotta di simile grandezza e si preparano a intercettare i Romani nei pressi di Ecnomo. La battaglia che ne segue sarà una delle più grandi battaglie navali della storia antica, determinando il corso della Prima Guerra Punica e il futuro del Mediterraneo.

Flotta romana e cartaginese a confronto

La nave standard della marina cartaginese durante la Prima Guerra Punica era la quinquereme, conosciuta anche come “nave a cinque remi”.

Questa imponente imbarcazione, lunga circa 45 metri e larga circa 5 metri al livello dell’acqua, disponeva di un ponte situato a circa 3 metri sopra il mare, il che garantiva una buona visibilità e un efficace spazio di manovra. Con un dislocamento di circa 100 tonnellate, la quinquereme poteva mantenere una velocità di 7 nodi per lunghi periodi, dimostrandosi superiore alla trireme, soprattutto in condizioni di maltempo.

Le prestazioni della quinquereme erano eccezionali per l’epoca. Una replica moderna, la galera Olympias, ha raggiunto velocità di 8,5 nodi e ha navigato a 4 nodi per ore, dimostrando la capacità di queste navi di mantenere un’andatura sostenuta e costante.

La disposizione dei rematori era complessa e ingegnosa: tre livelli di remi, con due rematori per ciascuno dei due remi superiori e uno per il remo inferiore, per un totale di cinque rematori per fila. Con 28 file per lato, le quinquereme contavano 168 remi in totale.

Queste navi erano catafratte, ossia con lo scafo chiuso per proteggere i rematori, e disponevano di un ponte completo che poteva ospitare i marinai e le catapulte. Un’innovazione significativa dei Cartaginesi era la “scatola dei remi” separata, posizionata sopra o al livello del ponte. Questo design permetteva uno scafo rinforzato, maggiore capacità di carico e miglior ventilazione per i rematori, rendendo la quinquereme una nave robusta e versatile.

Nel 260 a.C., i Romani decisero di costruire una flotta di 100 quinqueremi e 20 triremi, ispirandosi a un modello di quinquereme cartaginese naufragata. Sebbene le copie romane fossero più pesanti e quindi meno manovrabili, rappresentarono un progresso nella capacità navale romana. Durante le guerre puniche, le quinqueremi rimasero le navi principali delle flotte di entrambe le fazioni, anche se occasionalmente venivano menzionate hexaremi, quadriremi e triremi.

L’equipaggio di una quinquereme era composto da circa 300 uomini: 280 rematori e 20 membri dell’equipaggio e ufficiali. Normalmente, la nave ospitava 40 marinai, ma questo numero poteva essere aumentato fino a 120 in caso di battaglia imminente.

Il “corvo” romano

L’addestramento dei rematori nelle flotte antiche richiedeva lunghe e faticose sessioni di allenamento, necessarie per coordinare il remare come un’unità e per eseguire manovre di battaglia complesse. Questo era un punto di forza dei Cartaginesi, che vantavano una lunga tradizione marittima. I Romani, invece, erano inizialmente svantaggiati a causa della loro inesperienza navale.

Per compensare questa disparità, i Romani introdussero il corvo, una geniale invenzione che rivoluzionò le tattiche navali. Il corvo era un ponte largo 1,2 metri e lungo 11 metri, dotato di una pesante punta di ferro sotto. Quando abbassato sulla nave nemica, permetteva ai legionari romani di abbordare le navi cartaginesi, trasformando lo scontro navale in un combattimento corpo a corpo, un terreno in cui i Romani eccellevano.

Le navi da guerra di entrambe le fazioni erano equipaggiate con rostri, tre set di lame di bronzo larghe 60 cm e pesanti fino a 270 kg, posizionate sulla prua per speronare le navi nemiche. Con l’avvento del corvo e l’aumento delle dimensioni e del peso delle navi, la tecnica di speronamento declinò in favore dell’abbordaggio.

Le prime vittorie navali romane furono cruciali per dimostrare l’efficacia del corvo. Nel 260 a.C., la battaglia di Mylae vide una schiacciante vittoria romana, in gran parte grazie all’uso del corvo, che compensava la superiorità cartaginese in manovrabilità. Nel 257 a.C., i Romani ottennero un’altra vittoria significativa a Sulci.

Le mosse prima della battaglia

Nella primavera del 256 a.C., la flotta cartaginese si raduna a Cartagine. La destinazione è Lilybaeum (moderna Marsala), la loro base principale in Sicilia. L’obiettivo è rifornirsi e imbarcare soldati da usare come marinai. La flotta, composta da 350 navi quasi tutte quinqueremi, naviga verso est lungo la costa siciliana fino a Heraclea Minoa, sotto il comando di Hanno e Amilcare.

Nel frattempo, la flotta romana si raduna probabilmente a Ostia, il porto di Roma. Con 330 navi da guerra, principalmente quinqueremi, accompagnate da navi trasporto, è comandata dai consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone Longo, ciascuno su una esareme. I Romani navigano verso sud lungo la costa italiana, attraversano lo stretto a Messana, e poi si dirigono verso Phintias (moderna Licata).

L’obiettivo dei Romani è imbarcare 80 legionari scelti su ogni nave da guerra, per sbarcarli in Africa o usarli come marinai se la marina cartaginese li avesse sfidati. La flotta romana comprende un totale di 140,000 uomini tra rematori, equipaggio, marinai e soldati. La flotta cartaginese, secondo Polibio, conta circa 150,000 uomini.

La strategia romana prevede di navigare verso ovest e attraversare lo stretto di Sicilia nel punto più stretto per ridurre il tempo in mare aperto. La flotta cartaginese intercetta però i Romani a est di Heraclea Minoa, subito dopo che questi avevano lasciato Licata.

Sebbene la battaglia sia spesso indicata come avvenuta al largo di Capo Ecnomo, fonti primarie come Polibio e Giovanni Zonara suggeriscono una posizione più a est di Heraclea Minoa.

La battaglia di Capo Ecnomo

I Romani avanzarono lungo la costa siciliana in una formazione compatta, divisa in quattro squadroni di diverse dimensioni.

In testa c’erano due squadroni disposti a cuneo, con lo squadrone destro comandato da Lucio Manlio Vulsone Longo e quello sinistro da Marco Attilio Regolo. Le navi esaremi dei consoli navigavano insieme alla punta del cuneo, formando la parte più avanzata della formazione.

Dietro di loro, il terzo squadrone era incaricato di trainare le navi da trasporto. Infine, il quarto squadrone era disposto in una linea per proteggere il retro della flotta.

La flotta cartaginese avanzava verso est, organizzata in tre squadroni disposti in una singola linea con l’ala sinistra avanzata. Il centro della formazione cartaginese era comandato da Amilcare, mentre l’ala destra era sotto il comando di Annone. Questa disposizione permetteva ai Cartaginesi di mantenere una linea di battaglia flessibile e di manovrare facilmente per accerchiare il nemico.

Le due flotte si avvistarono e avanzarono l’una verso l’altra. Amilcare, al comando del centro cartaginese, finse una ritirata per attirare i Romani in una posizione svantaggiosa. I consoli romani, Regolo e Vulsone, caddero nel tranello e inseguirono Amilcare, creando un divario tra i primi due squadroni romani e i due squadroni posteriori.

A questo punto, le ali cartaginesi sfruttarono la situazione per accerchiare il centro romano. L’ala sinistra cartaginese attaccò il terzo squadrone romano, che trainava le navi da trasporto. I Romani furono costretti a sganciare i trasporti per poter manovrare e difendersi.

Nel frattempo, l’ala destra cartaginese, composta dalle navi più veloci e manovrabili, attaccò il quarto squadrone romano. Questo squadrone, ora ostacolato dai trasporti alla deriva, fu messo in grande difficoltà.

La battaglia si divise quindi in tre scontri separati. Amilcare e il centro cartaginese si voltarono per affrontare i Romani inseguitori, mentre il terzo squadrone romano si scontrava con l’ala sinistra cartaginese e il quarto squadrone romano combatteva contro l’ala destra cartaginese.

Il terzo squadrone romano, sentendosi sopraffatto, si ritirò verso la costa e assunse una posizione difensiva. Grazie ai “corvi”, le pesanti passerelle mobili usate per abbordare le navi nemiche, i Cartaginesi ebbero difficoltà ad attaccare i Romani sui fianchi o frontalmente. Nel frattempo, il quarto squadrone romano opponeva una resistenza tenace, ma si trovava in una situazione disperata contro il terzo squadrone cartaginese.

Lo scontro principale avvenne tra il primo e il secondo squadrone romano contro il secondo squadrone cartaginese. In questa fase della battaglia, molte navi di entrambe le parti furono speronate e affondate. Ma con il passare delle ore la maggior parte delle navi cartaginesi furono abbordate e catturate dai Romani il che provocò il crollo del morale degli equipaggi cartaginesi, molti dei quali fuggirono.

I consoli romani, vedendo la necessità di riorganizzare le loro forze, segnalarono il ritorno del centro romano per assistere i due squadroni posteriori e salvare i trasporti alla deriva. Il primo squadrone, sotto il comando di Vulsone, attaccò il primo squadrone cartaginese. Contemporaneamente, il secondo squadrone, guidato da Regolo, attaccò il terzo squadrone cartaginese, per intrappolarli.

L’esito finale della battaglia vide la ritirata di Annone con le navi cartaginesi rimanenti. Il secondo squadrone di Regolo si unì all’attacco di Vulsone contro il primo squadrone cartaginese, infliggendo pesanti perdite ai Cartaginesi.

Alla fine, i Romani catturarono 50 navi cartaginesi e ne affondarono 30, mentre subirono la perdita di 24 navi. Le vittime furono numerose: i Cartaginesi persero tra 30.000 e 40.000 uomini, la maggior parte dei quali furono catturati, mentre i Romani contarono circa 10.000 morti.

Le conseguenze della battaglia

Dopo la vittoria nella battaglia di Ecnomo, i Romani sbarcarono in Sicilia per effettuare riparazioni, permettere il riposo degli equipaggi e riorganizzare le loro forze.

Le prore delle navi cartaginesi catturate furono inviate a Roma per decorare la tribuna del Foro, in linea con la tradizione iniziata dopo la battaglia di Milazzo. Nel frattempo, la flotta cartaginese si ritirò nelle acque domestiche per prepararsi a combattere di nuovo. I comandanti cartaginesi, incerti sul punto di sbarco dei Romani, si posizionarono sul lato occidentale di Capo Bon.

Sotto il comando di Marco Attilio Regolo, i Romani sbarcarono con successo ad Aspis (moderna Kelibia) e assediarono la città. Lucio Manlio Vulsone Longo tornò a Roma dove celebrò un trionfo. Amilcare, ritirato dalla Sicilia con 5.500 truppe cartaginesi, rafforzò l’esercito in Africa. L’invasione di Regolo inizialmente fu favorevole ai Romani, ma nel 255 a.C. i Cartaginesi, dopo aver chiesto la pace senza successo a causa delle condizioni troppo dure imposte da Regolo, ripresero la lotta e sconfissero l’esercito romano.

I sopravvissuti romani furono evacuati da una flotta inviata appositamente. Durante la Battaglia di Capo Ermeo, i Cartaginesi subirono una pesante sconfitta, perdendo 114 navi catturate.

Ma mentre la flotta romana ritornava in Italia, una tempesta devastante causò la perdita di 384 navi e 100.000 uomini. Una possibile causa di questo disastro fu l’instabilità delle navi a causa della presenza del “corvo”, lo strumento usato per abbordare le navi nemiche. A conferma di questa interpretazione è la mancanza di tracce dell’uso del corvo dopo questo evento.

La guerra si concluse nel 241 a.C. con la vittoria romana nella battaglia delle Isole Egadi. La pace concordata consolidò Roma come la principale potenza militare nel Mediterraneo occidentale e, progressivamente, in tutta la regione mediterranea.

Trailer del Gladiatore 2. Recensione ed errori storici

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Di Roberto Trizio

Se ne parlava da qualche anno, è diventato verosimile da pochi mesi ed è reale da stamattina.

Finalmente è stato rilasciato il trailer del “Gladiatore 2”, la coraggiosissima scelta di proporre il sequel di un film ormai leggendario.

Qual è la nostra recensione e quali sono gli errori storici che abbiamo individuato in questo primissimo video?

La trama

La storia del Gladiatore si era interrotta con il duello nell’arena del Colosseo tra Massimo Decimo Meridio e l’Imperatore Commodo. Questo muore durante il combattimento, ma anche Massimo, stremato per la ferita inferta a tradimento prima dello scontro, esala l’ultimo respiro, onorato da tutti i senatori e i cittadini romani, in un clima di commozione generale. 

La trama del secondo film parte dal nipote di Commodo, Lucio, il quale, al tempo bambino, è ormai cresciuto e assiste al potere di Roma precipitato drammaticamente nelle mani di due perfidi imperatori, che si comportano come tiranni.

Anche lui, come Massimo, dovrà affrontare innumerevoli sfide e battaglie per riportare Roma nelle mani del popolo.

L’impero romano con due imperatori?

La prima riflessione riguarda proprio la scelta di inserire due ambigui imperatori che governano insieme l’impero romano.

Nella tradizione romana, l’imperatore è uno solo. L’ “Imperator”, infatti, incarna la massima autorità militare. E’ vero che questa figura evolve con il tempo: prima è garante del funzionamento della “repubblica restaurata” durante il periodo di Augusto e della dinastia Giulio-Claudia, da Vespasiano in poi diventa sempre più un governatore indipendente e in attrito con il Senato, fino al Dominato di Diocleziano, quando l’impero scade in una sorta di proprietà privata, spesso “acquistata” dal migliore offerente.

Ma l’imperatore, nella stragrande maggioranza dei casi, è un uomo solo al comando.

Vi è da dire però che vi sono state due situazioni in cui l’impero è stato davvero spartito fra due persone, trasformandosi in una diarchia. 

La prima risale ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio e di suo fratello Lucio Vero. In questo caso il governo era formalmente retto da due persone sullo stesso piano, anche se Marco Aurelio conservava un’Auctoritas superiore e aveva l’ultima parola sulle decisioni.

In quel caso la gestione del potere funzionò grazie al sincero rapporto di affetto tra i due e alla saggezza di Marco, e la diarchia terminò solo per la improvvisa e drammatica dipartita di Lucio.

Il secondo episodio, finito molto peggio, è quello dei figli di Settimio Severo: Caracalla e Geta. Nelle intenzioni del padre avrebbero dovuto governare insieme ma, come ben sappiamo, litigarono fin da subito su ogni questione possibile, vivendo da “separati in casa” fino all’orribile assassinio di Geta da parte del fratello Caracalla, proprio all’interno del palazzo imperiale.

Russell Crowe non era uno schiavo

Il trailer si apre con alcune immagini prese dal Gladiatore 1, ma riscontriamo subito una frase importante: “Non ho mai dimenticato come uno schiavo sia riuscito a vendicarsi dell’imperatore”.

Questo è, tecnicamente parlando, un piccolo errore. Massimo Decimo Meridio era un legionario e un alto generale, e per questo necessariamente un cittadino romano.

Nonostante fosse una manovra di palazzo per il suo mancato appoggio nei confronti di Commodo, Massimo venne degradato e scappò trasformandosi semmai in un “disertore”. 

Lo schiavo, sebbene condizione non augurabile, era comunque uno status giuridico perfettamente riconosciuto, mentre il disertore era, qualora arrestato, automaticamente condannato alla pena capitale.

Massimo quindi non è mai stato uno “schiavo”.

Il “Nero”: Denzel Washington

Personaggio fondamentale nel film, e mostruosamente bravo fin dai primi frame, la presenza di Denzel Washington è stata da subito oggetto di dibattito. Gli appassionati di storia romana hanno immediatamente storto il naso di fronte alla scelta di coinvolgere un attore di pelle nera in un film ambientato nella Roma dei Cesari.

La realtà storica è che i romani non si ponevano nessun problema né di razza né di provenienza né tantomeno di aspetto biologico. I romani giudicavano le persone a seconda del loro livello di civilizzazione piuttosto che dal colore della loro pelle.

Prova ne sia che nel corso della sua storia Roma ha avuto imperatori che venivano dalle Gallie (Claudio), dalla Spagna (Traiano), dal Nord Africa (Settimio Severo), dalla Siria (Filippo l’Arabo). 

Il problema sta piuttosto nell’aspetto prettamente demografico: sarebbe stato molto difficile incontrare un nero subsahariano nel periodo storico di riferimento. 

Il governo romano in Africa si limitava infatti alla parte costiera del Nord del continente, con contatti pressocchè nulli con le genti a sud del Sahara.

L’unica possibilità, oltre all’arcifamosa spedizione voluta da Nerone alle sorgenti del Nilo, sarebbe stata la presenza dei Garamanti, un popolo nomade che occupò per centinaia di anni l’odierna regione del Fezzan.

Ma i Garamanti furono eterni nemici dei romani, costantemente dediti a scorrerie contro le ricche città costiere e che vennero infine sconfitti in una serie di operazioni militari e spedizioni punitive che li portarono probabilmente ad essere un regno cliente, ma mai in rapporti stabili.

Motivo per cui la presenza di un nero nel film è certamente complessa e poco spiegabile.

Riteniamo che Denzel rappresenti una “punta” di blackwashing, ovvero la volontà di inserire attori di pelle nera con lo scopo di combattere il razzismo, il che però va sicuramente a scapito della realtà storica.

La battaglia navale nel Colosseo

In una scena successiva del trailer si vede il Colosseo riempito d’acqua con una battaglia navale spettacolare. Ma potevano svolgersi delle naumachie all’interno dell’Anfiteatro Flavio?

Su questo abbiamo dedicato un documentario sul nostro canale YouTube di Scripta Manent.

La prima risposta è “Sì”. Durante l’inaugurazione del Colosseo da parte di Tito, lo storico Dione Cassio (LXVI 25.2-4) riferisce di una battaglia navale che riprendeva lo scontro tra Corciresi e Corinzi del 434 a.C, ai tempi della guerra del Peloponneso. 

Marziale nel suo “Liber de Spectaculis” disse testualmente che “gli spettatori videro in poco tempo l’anfiteatro riempirsi d’acqua” e riporta la rappresentazione del mito di Leandro ed Ero, due innamorati, dove il primo, Leandro, attraversava ogni notte un burrascoso braccio di mare per raggiungere la sua amata. 

Anche Svetonio nella biografia che dedica a Domiziano (4) dice che l’imperatore aveva “dato una battaglia navale all’interno dell’Anfiteatro Flavio”. 

Per questo motivo, almeno nei primi anni di vita del Colosseo, una battaglia navale era effettivamente possibile, anche se l’acqua era molto probabilmente bassa, sufficiente per far galleggiare solo piccole imbarcazioni.

Ma all’interno del film la cosa diventa totalmente anacronistica. La costruzione di una serie di gallerie e di ascensori alla base della struttura, il cosiddetto “Ipogeo”, aveva ormai reso da decenni del tutto impossibile riempire d’acqua l’arena, per cui, essendo ambientato il film ormai dopo la morte dell’Imperatore Commodo, questa scena è pura fantasia.

Roma ha così tanti “sudditi”

Sempre durante il trailer ascoltiamo una frase: “Generale Acacio, Roma ha così tanti sudditi”.

Anche qui vi è da fare una piccola precisazione. Nessun imperatore né aristocratico avrebbe mai chiamato “sudditi” i cittadini romani.

Il suddito, totalmente asservito alle decisioni di un sovrano, è un concetto orientale di stampo ellenistico, che i romani non avrebbero mai accettato.

Anche il più improvvisato dei politicanti si sarebbe rivolto ai romani come “cittadini”, come cives, partecipi della vita sociale e politica. 

Nonostante sia vero che nel corso della storia romana, e soprattutto nel tardo impero, il cittadino degenera effettivamente verso la posizione di suddito, un imperatore non avrebbe mai utilizzato una parola così degradante pubblicamente.

Un piccolo errore, non grave, ma presente.

L’enorme rinocerone

Momento importante del trailer è l’entrata nell’arena del Colosseo di un enorme rinoceronte.

In questo caso si potrebbe pensare che sia stata un’esagerazione cinematografica, ma vi stupiremo dicendovi che i rinoceronti erano conosciuti dai romani.

Diverse evidenze archeologiche confermano che nell’Egitto, già nel 3000 a.C., vi erano manufatti che rappresentavano questi animali.

Sappiamo anche dallo pseudo-Callistene che nel 331 a.C. Alessandro Magno ricevette in dono dalla regina della città di Meroe, nell’attuale Sudan, 80 rinoceronti.

Anche i romani li avevano visti, seppur raramente. Svetonio, nella vita di Augusto (43.4), spiega che l’imperatore aveva organizzato alcuni spettacoli dotati di animali rari che potessero impressionare il pubblico, e aveva esibito per la prima volta un rinoceronte nel Campo Marzio.

Anche Strabone (16.4.15) conferma la presenza a Roma di un rinoceronte, proprio nello stesso periodo, per cui i romani potevano perfettamente vedere, anche se raramente, dei rinoceronti durante un combattimento.

L’unico aspetto un po’ “gonfiato” è la taglia. Strabone paragona il rinoceronte (che ha visto di persona) a un grosso toro con un corno sul muso, mentre quello che vediamo nel trailer è a dir poco enorme. 

Il lancio del dardo contro gli imperatori

Sempre il trailer ci fa vedere che Lucio utilizza una balestra per scagliare un dardo contro i due imperatori tiranni. 

Ovviamente nella realtà sarebbe stato condannato a morte in pochi secondi, ma questo è un cliché cinematografico che riprende non solo il lancio della spada da parte di Russell Crowe contro alcuni aristocratici che stanno ammirando uno spettacolo, ma addirittura una scena dello Spartacus di Kubrik con Kirk Douglas, dove il protagonista lancia un giavellotto contro alcuni senatori che stanno assistendo ad un suo combattimento.

I costumi di scena

Non potevamo non notare i costumi. Sono tutto fuorché filologici. 

Nel film c’è una sorta di “collage” tra la lorica segmentata, quella realizzata a piastre, che viene posizionata sulle spalle, e la lorica musculata, una corazza anatomica che riprende il contorno degli addominali.

Si tratta ovviamente di un mix molto poco credibile, ma dal momento che non si tratta di un documentario ma di un film per il puro divertimento, non è un elemento che possa far scadere la qualità complessiva. 

Il trailer affronta una grande sfida, quella di doppiare il successo del primo Gladiatore. Aldilà dell’aspetto storico notiamo però che molte scene riprendono il primo film.

Il vecchio aristocratico che dà una possibilità allo sconfitto, Lucio che dice ai suoi uomini nell’arena di mantenere la calma, sempre Lucio che con due spade taglia la testa di un avversario. 

Insomma, Russel Crowe con la maschera di uno più giovane.

A parer nostro, seppur acerbo, il Gladiatore 2 può essere un film davvero “gasante”, ma rischia di qualificarsi più come un remake che come un sequel. Ma aspetteremo l’uscita per parlarne ancora.

La battaglia del Frigido, 394 d.C. I cristiani sconfiggono i pagani

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La battaglia del fiume Frigido, combattuta il 5 e 6 settembre 394, rappresenta uno degli scontri decisivi del tardo Impero romano.

La battaglia vide contrapporsi le forze dell’imperatore d’Oriente Teodosio I e quelle dell’usurpatore occidentale Eugenio, supportato dal generale franco Arbogaste. Lo scontro avvenne presso il fiume Frigido, oggi noto come il Vipacco, situato nell’attuale Slovenia.

La battaglia fu il culmine di un conflitto politico e religioso. Eugenio e Arbogaste, pur essendo pagani, cercavano di riaffermare il paganesimo all’interno dell’Impero, in contrasto con la politica cristiana di Teodosio. La vittoria di Teodosio ottenuta con l’ausilio di un improvviso cambiamento climatico che sfavorì le truppe di Eugenio, consolidò il cristianesimo come religione dominante dell’Impero Romano.

La leggenda narra che una tempesta di vento e pioggia si abbatté sul campo di battaglia, ostacolando le truppe di Eugenio e facilitando la vittoria di Teodosio. 

Dopo la battaglia, Eugenio fu catturato e giustiziato, mentre Arbogaste si suicidò. La vittoria di Teodosio al fiume Frigido fu un momento cruciale che determinò l’orientamento religioso e politico dell’Impero nei secoli successivi, segnando il definitivo tramonto del paganesimo romano e la supremazia del cristianesimo.

La fine di Valentiniano II e il potere di Arbogaste

Il protagonista della battaglia è certamente Arbogaste, un generale franco al servizio dell’Impero Romano, che ebbe un ruolo importante nella politica romana durante il regno dell’imperatore Valentiniano II.

Valentiniano II, salito al trono giovanissimo nel 375, era sotto la tutela di Arbogaste, che esercitava un’influenza sempre più spregiudicata sulla sua corte. Valentiniano II, pur essendo formalmente l’imperatore, si trovava spesso a dover sottostare alla volontà del suo potente generale.

I rapporti tra i due furono sempre tesi, poiché Valentiniano II, crescendo, desiderava affermare la propria autorità, mentre Arbogaste, pagano convinto, ambiva a controllare l’imperatore per mantenere e consolidare il proprio potere.

La tensione tra i due culminò tragicamente nel 392, quando Valentiniano II, ormai ventenne, cercò di liberarsi dal controllo di Arbogaste.

La fine di Valentiniano II fu avvolta nel mistero e nel sospetto. Nel maggio del 392, il giovane imperatore fu trovato morto nella sua residenza a Vienne, in Gallia. Le circostanze della sua morte furono sospette: ufficialmente si parlò di suicidio, ma molti storici dell’epoca e moderni ritengono che possa essere stato assassinato su ordine di Arbogaste, desideroso di eliminare un imperatore che non poteva più controllare.

Con la morte di Valentiniano II, Arbogaste nominò come nuovo imperatore Eugenio, un ex insegnante di retorica, sperando di poterlo manovrare facilmente.

Eugenio fu proclamato imperatore d’Occidente il 22 agosto 392, ma la sua legittimità fu subito contestata dall’imperatore d’Oriente Teodosio I, che si preparò a sconfiggerlo per riaffermare la propria autorità sull’intero Impero Romano e per difendere la causa del cristianesimo contro il revival pagano sostenuto da Arbogaste e Eugenio.

La missione diplomatica per convincere Teodosio

Dopo l’ascesa al trono di Eugenio nel 392, Arbogaste e il nuovo imperatore intrapresero una missione diplomatica nel tentativo di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte di Teodosio I, l’imperatore d’Oriente.

La premesse erano negative: Teodosio, profondamente cristiano, era fortemente contrario alla politica pro-pagana di Eugenio e Arbogaste.  

La delegazione, guidata da importanti funzionari e accompagnata da ricchi doni, aveva l’obiettivo di convincere Teodosio che il nuovo regime non rappresentava una minaccia per l’unità dell’Impero. Eugenio cercò di presentarsi come un leader moderato, disposto a tollerare il cristianesimo pur mantenendo il paganesimo come religione ufficiale.

Teodosio, però, era ben consapevole delle reali intenzioni di Eugenio e Arbogaste. I rapporti degli inviati e delle spie dell’imperatore d’Oriente avevano già evidenziato il tentativo di restaurazione pagana e l’influenza dominante di Arbogaste sul nuovo imperatore. Inoltre, la morte sospetta di Valentiniano II aveva già fatto scattare sospetti e indignazione nella corte di Teodosio.

Il fallimento della missione diplomatica fu inevitabile. Teodosio rifiutò di riconoscere Eugenio come legittimo imperatore, vedendo nella sua figura e in quella di Arbogaste una minaccia non solo politica, ma anche religiosa.  

Così, Teodosio dichiarò Eugenio come un usurpatore, e si scatenò la guerra civile.

La marcia di Teodosio verso il Frigido

L’esercito di Teodosio I era composto da una varietà di unità provenienti da diverse regioni dell’Impero Romano d’Oriente. Questa forza eterogenea comprendeva soldati romani, truppe federate e contingenti di alleati barbari. Tra i più importanti alleati vi erano i Visigoti, guidati dal loro re Alarico I, che giocavano un ruolo cruciale nelle strategie militari di Teodosio. L’esercito includeva anche unità di cavalleria pesante, fanteria leggera e arcieri, ciascuna con un ruolo specifico nel campo di battaglia.

Nel 394, Teodosio iniziò la sua marcia verso l’Occidente per affrontare Eugenio e Arbogaste. La marcia dell’esercito orientale fu un’impresa logistica notevole, che richiese l’attraversamento di ampie distanze e territori difficili. Teodosio attraversò i Balcani, una regione montuosa che presentava numerose sfide, tra cui terreni accidentati e condizioni climatiche avverse.

Durante la marcia, Teodosio cercò di mantenere alto il morale delle sue truppe e assicurarsi l’appoggio delle popolazioni locali. Questo fu possibile grazie alla sua reputazione di imperatore giusto e devoto cristiano, che gli assicurò il sostegno delle comunità cristiane lungo il percorso. Inoltre, Teodosio utilizzò la diplomazia per mantenere buoni rapporti con i leader tribali e garantire che il suo esercito potesse attraversare i territori senza incontrare resistenze significative.

Superata la regione della Pannonia, Teodosio si avvicinò al fiume Frigido, situato nell’attuale Slovenia. La scelta del campo di battaglia non fu casuale: il fiume Frigido, con il suo terreno accidentato e i passaggi stretti, offriva vantaggi tattici a un esercito esperto come quello di Teodosio.

Qui, l’imperatore d’Oriente si preparò per lo scontro decisivo con le forze di Eugenio e Arbogaste, consapevole che la vittoria avrebbe consolidato la sua autorità su tutto l’Impero Romano e assicurato la supremazia del cristianesimo.

La battaglia del fiume Frigido: il primo giorno

Eugenio e Arbogaste avevano disposto il loro esercito nelle pianure, adottando una strategia attendista per contrastare l’esercito numericamente superiore di Teodosio. Occupando gli stretti passi delle Alpi, avevano inviato distaccamenti per tendere imboscate alle truppe orientali. 

Teodosio attaccò quasi immediatamente, mandando per primi i suoi alleati goti. Oltre che per affrontare il nemico, l’avanzamento dei contingenti di Goti serviva per indebolirli, dal momento che Teodosio nutriva forti dubbi sulla loro fedeltà.

Zosimo e Orosio raccontano che molte delle truppe alleate di Teodosio furono massacrate, e Orosio specifica che 10.000 foederati goti, schierati in prima linea, perirono nello scontro, sostenendo che “la loro perdita era certamente un guadagno e la loro sconfitta una vittoria”.

Il magister militum Bacurio, facente parte dell’esercito di Teodosio, intervenne con l’avanguardia per soccorrere i foederati goti in difficoltà, riuscendo a mettere in fuga i nemici, ma finendo anch’egli ucciso in un contrattacco.

La giornata si concluse con una difesa vittoriosa delle truppe di Eugenio. Arbogaste, inoltre, inviò un distaccamento, guidato dal comes Arbizione, per chiudere il passo alle spalle di Teodosio, che si trovò circondato e senza vie di fuga.

Teodosio, consapevole della situazione disperata, si prostrò al suolo pregando il Signore per un intervento divino. Subito dopo, gli ufficiali delle truppe di Eugenio stazionate in imboscata sulle alture inviarono messaggeri a Teodosio, dichiarando la loro intenzione di defezionare in suo favore in cambio di posti onorevoli nel suo esercito.

Teodosio accettò l’offerta, scrivendo su tavolette i ruoli di comando che avrebbe conferito loro. Così, gli ufficiali passarono dalla parte dell’imperatore legittimo.

Dopo una notte insonne, Teodosio notò il vuoto lasciato dalle truppe di Arbogaste e decise di attaccare di nuovo. Su cosa avvenne in seguito, le versioni pagana e cristiana differiscono.

La battaglia del Frigido: la versione cristiana dello scontro

La versione cristiana della battaglia, tramandata da Orosio e altri scrittori ecclesiastici, descrive il secondo giorno dello scontro in modo drammatico e miracoloso. 

Mentre i soldati di Eugenio si riposavano, sicuri della vittoria, Teodosio sfruttò il momento di confusione e l’abbassamento della guardia per lanciare un attacco a sorpresa. La versione cristiana della battaglia sostiene che un evento miracoloso avvenne proprio in quel momento: un forte vento, noto come bora, iniziò a soffiare dalle schiere di Teodosio contro quelle nemiche, trasformando dardi e frecce in armi contro chi le aveva lanciate.

Questo vento impetuoso, interpretato come un intervento divino, sfavorì decisamente i soldati di Eugenio, che si trovarono in grande difficoltà nel difendersi dagli attacchi.

Orosio e Sant’Agostino riportano che questo fenomeno meteorologico straordinario era visto come un chiaro segno della provvidenza divina che sosteneva Teodosio e il cristianesimo. Anche il poeta pagano Claudiano, sebbene ostile al cristianesimo, riconobbe nei suoi versi l’intervento provvidenziale della bora a favore di Teodosio, attribuendo la vittoria dell’imperatore al favore degli dei.

Approfittando del caos creato dalla tempesta, le truppe di Teodosio avanzarono rapidamente, rompendo le linee difensive di Eugenio e seminando il panico tra i soldati nemici.

Le forze di Eugenio, già demoralizzate dalla defezione di alcune unità e dalla furia della bora, non riuscirono a riorganizzarsi e crollarono sotto l’assalto dell’esercito orientale.

La battaglia del Frigido: la versione pagana dello scontro

La versione pagana della battaglia del Frigido, tramandata da Zosimo, offre una narrazione molto diversa degli eventi del secondo giorno. Secondo questa versione, la vittoria di Teodosio non fu il risultato di un intervento divino, ma di una serie di circostanze strategiche e tattiche, oltre a un colpo di fortuna sfruttato dall’imperatore orientale.

Convinto che Teodosio non sarebbe stato in grado di lanciare un nuovo attacco imminente, Eugenio concesse ai suoi soldati il meritato riposo, senza temere un’azione a sorpresa da parte del nemico.

Teodosio approfittò di questa sicurezza e della relativa tranquillità delle truppe di Eugenio. All’alba del secondo giorno, mentre i soldati di Eugenio stavano ancora riposando, Teodosio lanciò un attacco a sorpresa con tutte le sue forze.

Questo colpo improvviso colse completamente impreparato l’esercito di Eugenio, che fu incapace di organizzare una difesa efficace. I soldati di Teodosio massacrarono numerosi nemici mentre erano ancora nei loro accampamenti, sfruttando l’effetto sorpresa e la disorganizzazione degli avversari.

La versione pagana non menziona l’intervento di una tempesta o della bora durante la battaglia. Al contrario, Zosimo riferisce di un’eclissi di sole che avrebbe oscurato il campo di battaglia durante il primo giorno di scontri, contribuendo a rendere la battaglia ancora più drammatica.

Eppure i dati astronomici moderni smentiscono l’evento di un’eclissi in quel periodo, suggerendo che gli storici pagani, come Zosimo ed Eunapio, abbiano forse trasformato una forte tempesta in un’eclissi per enfatizzare la drammaticità della battaglia.

Dopo aver travolto le difese nemiche, Teodosio si diresse verso la tenda di Eugenio. Eugenio fu catturato e portato al cospetto di Teodosio, che ordinò la sua immediata decapitazione come punizione per la sua usurpazione.

Arbogaste, vedendo la disfatta completa delle sue forze, fuggì tra le montagne circostanti e si suicidò poco dopo per evitare la cattura.

Anche Virio Nicomaco Flaviano, uno dei sostenitori di Eugenio, seguì lo stesso destino, preferendo il suicidio alla sconfitta.

Le conseguenze della disfatta pagana

La battaglia del Frigido del 394 ebbe conseguenze di lunga durata per l’Impero Romano.

Una delle più immediate e tangibili fu l’abbandono delle difese nelle Alpi Giulie, che permettevano l’accesso alla provincia Venetia et Histria. Secondo il poeta latino Claudio Claudiano, le torri e le mura delle Chiuse (Claustra Alpium Iuliarum), costruite dopo il 284 come difesa contro le invasioni barbariche, furono demolite durante la battaglia.

Di conseguenza, non si ha più notizia di un loro utilizzo né della presenza di truppe romane nelle Alpi orientali durante le successive incursioni di Alarico I in Italia.

La battaglia del Frigido fu anche un momento cruciale per l’evoluzione dell’esercito romano, segnando uno dei primi episodi in cui l’arruolamento massiccio di barbari iniziò a trasformare profondamente la composizione e l’efficacia delle forze armate imperiali.

Dopo la battaglia, i foederati Visigoti, che avevano subito pesanti perdite (circa 10.000 caduti), furono congedati e rispediti nelle loro terre di insediamento in Tracia. Questo evento è soggetto a dibattito tra gli storici: alcuni ritengono che il congedo sia avvenuto nel gennaio 395 ad opera di Stilicone, mentre altri, come la storica Cesa, sostengono che Teodosio non avrebbe permesso a tali alleati di entrare in Italia, datando il loro rientro nell’autunno del 394.

L’alto numero di perdite subite dai Visigoti durante la battaglia aumentò il loro risentimento verso l’Impero. Questi cominciarono a sospettare che Teodosio li avesse deliberatamente schierati in prima linea per indebolirli e privarli dei privilegi di foederati e della loro autonomia.

Questo risentimento portò i Visigoti, una volta tornati in Tracia, a ribellarsi sotto la guida di Alarico, eletto loro capo unico. Il loro scopo era ottenere il rinnovo del trattato del 382 a condizioni più favorevoli e la nomina di Alarico a magister militum dell’esercito romano. Questa rivolta culminò nel sacco di Roma del 410, un evento che scosse profondamente il mondo romano.

Tradizionalmente, la battaglia del Frigido è stata interpretata come uno scontro tra il paganesimo e il cristianesimo, con l’usurpazione di Eugenio vista come un ultimo tentativo di restaurare il paganesimo in Occidente. Secondo questa interpretazione, il risultato della battaglia segnò il quasi definitivo trionfo del cristianesimo, analogamente a quanto accadde con la battaglia di Ponte Milvio del 312.

Questa visione tradizionale è stata contestata da studiosi moderni come Alan Cameron, che ha sostenuto che la nozione di Eugenio e Arbogaste come pagani o sostenitori dei pagani fu in gran parte un’invenzione successiva, mirata a giustificare la campagna di Teodosio.

Secondo Cameron, altre usurpazioni, come quella di Magnenzio, furono etichettate falsamente come pagane dopo la loro sconfitta. La descrizione della battaglia come un conflitto religioso trova la sua origine nello storico cristiano Rufino, e solo le fonti dipendenti da Rufino menzionano questo carattere religioso dello scontro.

La battaglia del Frigido, comunque, non solo consolidò l’autorità di Teodosio su tutto l’Impero Romano, ma contribuì anche a stabilire il cristianesimo come religione dominante, influenzando profondamente la politica e la società dell’Impero nei secoli successivi.  

Il fuoco greco. Formula e storia dell’arma Bizantina

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Il fuoco greco è una delle armi più misteriose e affascinanti della storia bizantina.

Questo composto misterioso, in grado di bruciare persino sull’acqua, trasformava le battaglie in scenari apocalittici, dove le fiamme sembravano sfidare le leggi della natura stessa.

La sua formula segreta, custodita gelosamente e protetta da pene severe, ha alimentato miti e speculazioni per secoli. 

Le origini del fuoco greco

Secondo Teofane il Confessore, il fuoco greco fu inventato nel VII secolo d.C. da un certo Callinico, un ingegnere di Eliopoli in Egitto. Questa arma incendiaria aveva la straordinaria capacità di bruciare anche sull’acqua, rendendola particolarmente efficace nelle battaglie navali.

Una delle ragioni per cui il fuoco greco è avvolto nel mistero è che la sua formula era un segreto militare strettamente custodito dall’Impero Bizantino.

Oltre ad essere conosciuto solo dagli alti ufficiali bizantini e dall’imperatore stesso, la divulgazione della sua composizione era punita con la morte, per garantire che i nemici non potessero replicare questa devastante arma.

Per questo motivo, non conosciamo con certezza gli ingredienti e il metodo di produzione del fuoco greco; abbiamo solo teorie basate su testimonianze storiche e studi scientifici.

Le teorie sulla composizione del fuoco greco

Anna Comnena, nella sua opera “Alessiade”, menziona in maniera molto frammentaria che il fuoco greco fosse composto da resina vegetale e zolfo. Questa teoria si basa sulle osservazioni storiche dell’epoca, ma non è mai stata confermata in modo definitivo. La resina vegetale, probabilmente la pece, e lo zolfo, sono entrambi materiali infiammabili, e la loro combinazione avrebbe potuto creare un’arma incendiaria efficace.

Un’altra teoria, avanzata da Haldon, Bryne e Davidson, sostiene che il fuoco greco fosse composto da salnitro e polvere da sparo, soprattutto perché secondo le fonti antiche il fuoco Greco creava “tuono e fumo”, il che si collegherebbe bene all’utilizzo di questi due elementi.

Questa ipotesi è però controversa, poiché la polvere da sparo fu inventata solo successivamente in Cina, e non ci sono prove che i Bizantini ne fossero a conoscenza. Inoltre, è strano che i musulmani, i principali chimici dell’epoca, non abbiano mai documentato una composizione simile, considerando la loro competenza nel settore chimico.

Partington propone un’altra teoria secondo cui il fuoco greco era basato sulla calce viva. Questa sostanza, conosciuta sia dai Bizantini che dagli Arabi, quando a contatto con l’acqua, produce una reazione esotermica (rilasciando calore) che potrebbe spiegare l’effetto incendiario. 

Infine, McEvedy suggerisce che il fuoco greco fosse conservato in un recipiente sigillato contenente ossa, urina e fosfato di calcio. Questa miscela, che avrebbe potuto agire come un catalizzatore chimico, sarebbe stata capace di produrre una reazione incendiaria quando esposta all’aria.

Oggi, la maggior parte degli esperti e degli studiosi sostiene che il fuoco greco fosse composto principalmente da petrolio e nafta. Questa ipotesi si basa su diversi elementi storici e linguistici che collegano l’uso di queste sostanze all’arma bizantina.

Innanzitutto, gli Abbasidi avevano delle unità di lancio chiamate naffatun, che erano incaricate di lanciare la nafta durante le battaglie. La nafta è una frazione del petrolio greggio e può essere altamente infiammabile, rendendola una sostanza ideale per un’arma incendiaria.

Inoltre, il fuoco greco è anche noto nell’antichità come fuoco mediano. Questo nome deriva dal fatto che i Greci chiamavano il petrolio con il termine “elaion”, mentre i Persiani lo chiamavano “naft”. Questi termini indicano chiaramente che entrambe le culture avevano familiarità con l’uso del petrolio e delle sue proprietà infiammabili. È probabile che i Bizantini abbiano preso in prestito queste conoscenze per sviluppare la loro arma, e che il loro fuoco greco fosse esattamente basato sulla Nafta.

Un ulteriore elemento a supporto di questa teoria è un testo latino del IX secolo, conservato in Germania, presso la città di Wolfenbuttel, che menziona la parola “nafta” proprio in riferimento al fuoco greco. 

Questi indizi convergono verso l’idea che il fuoco greco fosse basato su una combinazione di petrolio e nafta. Il petrolio avrebbe fornito una base liquida facilmente infiammabile, mentre la nafta avrebbe aumentato drasticamente l’efficacia incendiaria della miscela.

L’uso di queste sostanze spiegherebbe anche perché il fuoco greco poteva bruciare sull’acqua, dato che il petrolio e la nafta galleggiano e continuano a bruciare anche a contatto con l’acqua.

La macchina per il lancio del fuoco greco

A prescindere dall’esatto ingrediente del fuoco greco, la macchina che permetteva di lanciare questo liquido infiammabile era una struttura altamente complessa. Essa era installata prevalentemente sulle navi bizantine chiamate dromoni.

I dromoni bizantini erano potenti navi da guerra, progettate per essere veloci e manovrabili. Con una lunghezza che poteva superare i 30 metri, queste navi erano in grado di trasportare numerosi soldati e marinai, rendendole particolarmente efficaci durante le battaglie navali.

Il sistema che produceva e lanciava il fuoco greco era un dispositivo meccanico complesso, composto da vari elementi.

  1. Soffietto: Il soffietto era utilizzato per introdurre l’aria necessaria a mantenere il fuoco vivo nel braciere. Questo strumento funzionava come una pompa, aumentando l’apporto di ossigeno e intensificando così la fiamma.
  2. Braciere: Il braciere era il cuore del sistema, dove la miscela incendiaria veniva riscaldata e mantenuta pronta per l’uso. Il braciere conteneva il fuoco che doveva essere costantemente alimentato e monitorato per garantire che fosse abbastanza caldo da infiammare la miscela al momento del lancio.
  3. Pompa pressurizzata: La pompa era utilizzata per generare la pressione necessaria a spingere la miscela infiammabile attraverso il sistema. Funzionava in modo simile a una moderna pompa idraulica, creando una pressione che forzava la miscela liquida attraverso i tubi verso l’ugello.
  4. Ugello: L’ugello era la parte terminale del sistema da cui il fuoco greco veniva lanciato. Era progettato per controllare il flusso e la direzione del liquido incendiario, garantendo che fosse proiettato con precisione verso il bersaglio. L’ugello poteva essere orientato e manovrato per colpire navi nemiche o truppe avversarie con grande efficacia.

L’intero sistema era altamente sofisticato per l’epoca e richiedeva una notevole competenza tecnica per essere operato correttamente.

I dromoni dotati di questo dispositivo potevano avvicinarsi alle navi nemiche e lanciare il fuoco greco, causando incendi devastanti e creando il panico tra le file avversarie.

I possibili rimedi contro il fuoco greco

Una delle principali caratteristiche del fuoco greco era la sua incredibile capacità di continuare a bruciare anche a contatto con l’acqua. 

Altri popoli, che furono costretti ad affrontare il fuoco greco, svilupparono vari metodi per tentare di estinguerlo. Secondo le testimonianze storiche, i soli rimedi efficaci includevano:

  1. Urina: L’urina invecchiata era considerata un buon mezzo per spegnere il fuoco greco. Dal momento che contiene ammoniaca vi era, forse, una reazione chimica in grado di “calmare” le fiamme.
  2. Sabbia: La sabbia era un altro metodo utilizzato per spegnere il fuoco greco, in grado di soffocare le fiamme semplicemente coprendole e bloccando l’accesso all’ossigeno necessario per la combustione.
  3. Aceto molto forte: L’acidità dell’aceto potrebbe avere avuto un effetto chimico sulle sostanze infiammabili, aiutando a calmare le fiamme, anche se per poco tempo.

Il sifone portatile e le granate di fuoco greco

La tecnologia Bizantina permise tuttavia di impiegare il fuoco Greco non solo sulle navi da guerra, ma anche in contesti diversi, soprattutto durante gli assedi e i combattimenti sul campo.

Il sifone portatile era infatti una versione mobile del dispositivo utilizzato sui dromoni, che permetteva ai soldati bizantini di utilizzare il fuoco greco in battaglie terrestri o difese fortificate. 

Questo strumento era composto da vari elementi che permettevano di spruzzare il liquido infiammabile con precisione e potenza.

Il serbatoio del sifone portatile immagazzinava la miscela infiammabile del fuoco greco ed era progettato per essere resistente e facile da trasportare dai soldati. Una pompa manuale azionata dai soldati creava la pressione necessaria per spingere il liquido fuori dal serbatoio e attraverso il tubo.

La pompa aumentava la forza del getto e permetteva di raggiungere una distanza considerevole.

L’ugello, un tubo flessibile o rigido, era il mezzo attraverso cui veniva spruzzato il fuoco greco. Questo ugello era spesso dotato di un meccanismo di controllo per regolare il flusso del liquido e direzionarlo con precisione.

L’uso del sifone portatile consentiva ai soldati di difendere le mura delle città o le fortificazioni con un’arma micidiale, dirigendo il fuoco greco contro le forze assedianti e creando barriere di fuoco che rendevano difficile l’avanzamento dei nemici.

Le granate riempite di fuoco greco erano un’altra innovazione strategica dei Bizantini, progettate per essere lanciate contro il nemico e provocare incendi all’impatto.

Queste granate funzionavano in modo simile alle bombe incendiarie moderne. Il contenitore delle granate, solitamente fatto di ceramica, vetro o metallo, era riempito con la miscela del fuoco greco.

Doveva essere abbastanza resistente da contenere il liquido infiammabile fino al momento dell’impatto, ma anche abbastanza fragile da rompersi facilmente e rilasciare il contenuto.

Alcune granate potevano avere una miccia o un altro meccanismo di innesco che accendeva il fuoco greco al momento dell’impatto, ma in molti casi la semplice rottura del contenitore era sufficiente per far sì che il liquido entrasse in contatto con l’aria e si incendiasse.

Le granate riempite di fuoco greco potevano essere lanciate manualmente o utilizzate con macchine d’assedio come catapulte e baliste. Quando le granate colpivano il loro bersaglio, si rompevano e rilasciavano il fuoco greco, che si diffondeva rapidamente e causava incendi devastanti.

Queste erano così particolarmente efficaci contro le formazioni di fanteria nemica, le strutture di legno e altre installazioni vulnerabili al fuoco.

La crociata dei poveri. I pezzenti di Pietro l’Eremita e gli eccidi sugli ebrei

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La Crociata dei Poveri, anche conosciuta come Crociata dei Pezzenti, fu un movimento spontaneo e non ufficiale che precedette la Prima Crociata. Nel 1096, migliaia di contadini, poveri e piccoli nobili risposero all’appello di Papa Urbano II, desiderosi di liberare la Terra Santa dagli infedeli e ispirati dal fervore religioso. Questo esercito improvvisato, guidato da Pietro l’Eremita, partì dall’Europa occidentale con poche risorse e scarsa preparazione militare.

Il viaggio verso Gerusalemme fu arduo e disorganizzato. I crociati attraversarono il Sacro Romano Impero, l’Ungheria e i territori bizantini, saccheggiando e causando disordini lungo il cammino. La mancanza di disciplina e le difficoltà logistiche portarono a gravi sofferenze. Giunti in Anatolia, i crociati furono attaccati dalle forze musulmane selgiuchidi. Senza una guida militare esperta e con armamenti inadeguati, furono facilmente sconfitti nella battaglia di Civetot nell’ottobre 1096.

La chiamata di Papa Urbano II per liberare la terra Santa

Nel XI secolo, l’Europa era caratterizzata da una frammentazione politica e territoriale. I principali poteri erano il Sacro Romano Impero, sotto la guida degli imperatori tedeschi, e il regno di Francia, suddiviso in vari feudi e dominato da nobili locali. La Chiesa cattolica, con il Papa a Roma, era una forza unificante spirituale e politica, ma anche fonte di conflitti con i poteri laici, come dimostrato dalla lotta per le investiture tra il papato e l’impero.

Le campagne militari dei Normanni in Italia meridionale e in Sicilia avevano creato nuovi equilibri di potere. I Bizantini, pur detenendo il controllo di Costantinopoli e di parte dell’Anatolia, erano sotto pressione costante dalle incursioni dei Turchi Selgiuchidi, che avevano conquistato gran parte dell’Asia Minore e minacciavano ulteriormente l’impero.

Nel contesto di un’Europa divisa e di una Chiesa alla ricerca di maggiore autorità, Papa Urbano II vide un’opportunità per rafforzare il potere papale e unificare i cristiani sotto una causa comune. Il 27 novembre 1095, durante il Concilio di Clermont, Urbano II fece un appello storico, esortando i cristiani occidentali a prendere le armi per liberare Gerusalemme e la Terra Santa dal dominio musulmano.

Il suo discorso enfatizzava la sofferenza dei pellegrini cristiani e delle comunità orientali sotto il controllo islamico, richiamando l’idea di una guerra santa (bellum sacrum). Urbano II prometteva indulgenze plenarie a chiunque partecipasse alla crociata, garantendo la remissione dei peccati e l’assicurazione di salvezza eterna. Questo appello non solo rispondeva alla richiesta di aiuto dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, ma anche incanalava le energie bellicose dei nobili europei verso un obiettivo religioso comune, piuttosto che verso i conflitti interni.

La chiamata di Urbano II scatenò un entusiasmo senza precedenti, coinvolgendo non solo i nobili e i cavalieri, ma anche masse di contadini e poveri, desiderosi di partecipare a questa missione divina.

Pietro l’Eremita e l’esercito della Crociata dei Poveri

Pietro l’Eremita è una figura centrale nella storia della Crociata dei Poveri. Nato intorno al 1050, era un predicatore itinerante di origine francese, noto per la sua fervente devozione religiosa e il suo carisma. Dopo aver compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale si dice abbia ricevuto una visione divina che gli ordinava di liberare Gerusalemme, Pietro iniziò a predicare con ardore il bisogno di una crociata.

Il suo messaggio trovò eco in un’Europa già predisposta all’idea di una guerra santa, in parte grazie all’appello di Papa Urbano II. Pietro, vestito in abiti poveri e spesso scalzo, percorse città e villaggi, radunando migliaia di seguaci tra i contadini, i poveri e i piccoli nobili. Il suo carisma e la sua eloquenza ispirarono molte persone che vedevano in lui una guida spirituale e un esempio di devozione cristiana.

Ma l’esercito della Crociata dei Poveri era eterogeneo e disorganizzato. Non era un’armata regolare, ma piuttosto un insieme di gruppi di persone di diverse provenienze sociali e geografiche, uniti dal comune desiderio di rispondere all’appello del Papa e di Pietro l’Eremita. La maggioranza dei partecipanti erano contadini e gente povera. Attratti dalla promessa di remissione dei peccati e di salvezza eterna, lasciarono le loro terre nella speranza di trovare una vita migliore e di servire la loro fede.

In questo esercito raccogliticcio, vi erano anche alcuni piccoli nobili e cavalieri, privi di terre e opportunità nelle loro regioni d’origine, che si unirono alla crociata nella speranza di ottenere terre e ricchezze in Terra Santa.

L’esercito della Crociata dei Poveri non aveva una struttura gerarchica chiara o una strategia militare definita. Pietro l’Eremita era il leader spirituale, ma mancava di esperienza militare e organizzativa. I crociati si muovevano in gran parte in maniera autonoma, spesso affidandosi alla provvidenza divina più che a piani concreti. La mancanza di disciplina e organizzazione rendeva il gruppo vulnerabile e mal equipaggiato per affrontare le sfide che avrebbero incontrato lungo il cammino.

Il Percorso della Crociata dei Poveri e gli Eccidi

La Crociata dei Poveri partì dalla Francia e dalla Germania nella primavera del 1096. Pietro l’Eremita e altri leader come Gualtieri Senza Averi guidarono diverse colonne di crociati attraverso il Sacro Romano Impero. Lungo il percorso, questi gruppi si fermarono in varie città per raccogliere ulteriori seguaci e provviste.

Uno degli episodi più tragici fu la serie di attacchi contro le comunità ebraiche della Renania. Questi pogrom furono in parte motivati da una distorta interpretazione religiosa e dalla necessità di fondi per il viaggio. Alcuni crociati credevano che fosse necessario purificare l’Europa dagli “infedeli” prima di liberare la Terra Santa.

I crociati guidati da Emicho di Leiningen arrivarono a Magonza nel maggio del 1096. Qui, la comunità ebraica tentò di negoziare la propria sicurezza offrendo denaro. Ma la violenza esplose quando i crociati assaltarono la città, massacrando circa 1.100 ebrei che si erano rifugiati nelle loro case e nella sinagoga.

Presso la città di Worms, gli ebrei cercarono protezione presso il vescovo locale. Nonostante i suoi sforzi, i crociati fecero irruzione e massacrarono circa 800 ebrei. A Colonia, la comunità ebraica fu dispersa e molte persone furono uccise o costrette a fuggire. Numerosi ebrei furono battezzati forzatamente per evitare la morte.

Dopo aver attraversato il Sacro Romano Impero, seminando distruzione, i crociati raggiunsero l’Ungheria. Le tensioni con le popolazioni locali aumentarono a causa della mancanza di risorse e della condotta indisciplinata dei crociati. In particolare a Zemun, una città sulla frontiera tra Ungheria e l’Impero Bizantino, i crociati attaccarono la popolazione locale, saccheggiando le case e causando molte morti.

Giunti nei territori dell’Impero Bizantino, i crociati continuarono a comportarsi in modo disorganizzato e spesso violento. L’Impero Bizantino, preoccupato dall’arrivo di questa massa disordinata, tentò di limitare i danni. Ma i crociati compirono saccheggi e atti di violenza, peggiorando le relazioni con i Bizantini.

Così, l’Imperatore Alessio I Comneno cercò di facilitare il loro passaggio verso l’Asia Minore, sperando di accelerare il più possibile la loro partenza.

L’arrivo in Anatolia e la sconfitta a Civetot

Dopo aver attraversato il Bosforo con l’aiuto dell’Imperatore bizantino Alessio I Comneno, i crociati della Crociata dei Poveri si stabilirono nei pressi della città di Civetot (oggi İznik, in Turchia). La loro presenza in Anatolia creò subito tensioni con i Turchi Selgiuchidi, che controllavano la regione. I crociati, privi di una guida militare esperta e di una strategia definita, iniziarono a saccheggiare i villaggi locali per procurarsi provviste, provocando la reazione dei Selgiuchidi.

I Selgiuchidi, sotto la guida del sultano Kilij Arslan I, decisero di eliminare la minaccia rappresentata dai crociati. Conoscendo la mancanza di disciplina e la disorganizzazione degli avversari, Kilij Arslan pianificò un’imboscata per annientarli definitivamente.

Il 21 ottobre 1096, i crociati si mossero dalla loro base a Civetot verso Nicaea, l’attuale İznik, per un raid contro i Turchi. Divisi in due colonne principali, una guidata da Geoffroi Burel e l’altra da un gruppo di leader meno noti, avanzavano senza una chiara coordinazione.

I Selgiuchidi approfittarono della mancanza di disciplina e della scarsa preparazione dei crociati. Nelle strette valli e nei boschi della regione, i Turchi si nascosero e prepararono l’imboscata. Quando le due colonne di crociati si separarono, i Selgiuchidi attaccarono con forza superiore e ben organizzata.

La prima colonna, guidata da Geoffroi Burel, fu attaccata di sorpresa. I crociati, colti alla sprovvista, tentarono una difesa disperata, ma la superiorità tattica e numerica dei Selgiuchidi si fece presto sentire. La battaglia si trasformò rapidamente in un massacro.

Nel frattempo, la seconda colonna, più lontana, cercò di venire in aiuto, ma fu anch’essa attaccata e circondata. La mancanza di coordinazione e di un comando centrale efficace rese impossibile qualsiasi strategia di difesa o di controffensiva.

Con i ranghi spezzati e il morale crollato, molti crociati cercarono di fuggire. Ma il terreno sconosciuto e la pressione incessante dei Turchi fecero sì che molti fossero catturati o uccisi. Solo pochi riuscirono a raggiungere la sicurezza delle fortificazioni bizantine.

Le conseguenze

La maggior parte dell’esercito crociato fu annientata. Si stima che solo poche centinaia di crociati sopravvissero alla battaglia e alla successiva cattura. I prigionieri furono venduti come schiavi o costretti a convertirsi all’Islam. Pietro l’Eremita, che non partecipò direttamente alla battaglia, riuscì a sopravvivere e tornò a Costantinopoli.

La disfatta di Civetot segnò la fine della Crociata dei Poveri. Ma questo disastro militare servì come lezione per le future crociate.

Anzitutto la Crociata dei Poveri evidenziò la necessità di una guida militare competente. La mancanza di comandanti esperti e di una chiara strategia militare fu una delle principali cause della disfatta. Infatti, le crociate successive furono guidate da nobili e cavalieri con esperienza militare, come Goffredo di Buglione, Raimondo IV di Tolosa e Boemondo di Taranto.

Le crociate successive si concentrarono inoltre sul reclutamento di cavalieri e soldati addestrati, riducendo il numero di civili e pellegrini non combattenti il che garantì un esercito più efficace e meglio preparato per le sfide militari.

Anche la mancanza di provviste e denaro fu un problema costante per la Crociata dei Poveri. Le crociate successive furono pianificate con maggiore attenzione alla logistica e al finanziamento. Vennero infatti organizzati sistemi di supporto per garantire che le truppe avessero provviste sufficienti lungo il percorso e per evitare il saccheggio delle popolazioni locali.

La Battaglia di Pozzuolo del Friuli

Pozzuolo del Friuli, 30 ottobre 1917 – La battaglia che ebbe luogo in questa località friulana durante la Prima Guerra Mondiale rappresenta un episodio di straordinaria eroicità delle truppe italiane, in particolare della II Brigata di Cavalleria e dei battaglioni della Brigata di Fanteria “Bergamo”. Lo scontro avvenne in un momento critico per le forze italiane, a seguito della disastrosa rotta di Caporetto.

Preludio

Il 24 ottobre 1917 le forze austro-ungariche, rinforzate da unità tedesche, diedero inizio alla battaglia di Caporetto. Le forze tedesche riuscirono a irrompere nella linea del fronte italiana a Caporetto e a sbaragliare le forze italiane che si opponevano. Lo sfondamento costrinse la Terza Armata italiana a ritirarsi verso ovest. Tuttavia, con le forze delle Potenze Centrali che avanzavano rapidamente verso la pianura veneta, la Terza Armata era in pericolo di essere accerchiata.

Pertanto, la II Brigata di cavalleria al comando del generale di brigata Emo Capodilista e il II/25° Battaglione e il III/26° Battaglione della Brigata di fanteria “Bergamo” al comando del colonnello Piero Balbi furono inviati a Pozzuolo del Friuli con l’ordine di ritardare le potenze centrali abbastanza a lungo da permettere alla III Armata di fuggire attraverso il fiume Tagliamento attraverso i ponti di Codroipo e di Latisana . La II Brigata di cavalleria era composta dal Reggimento “Genova Cavalleria” e dal Reggimento “Lancieri di Novara” .

La battaglia

La 2ª Brigata di Cavalleria, sotto il comando del generale Giorgio Emo Capodilista, comprendeva il Reggimento “Genova Cavalleria” (4º), guidato dal colonnello Bellotti, e il Reggimento “Lancieri di Novara”, sotto la guida del colonnello Campari. Tale brigata aveva l’incarico cruciale di difendere a tutti i costi l’ala destra della 2ª Armata, dalla quale dipendevano il 2º Gruppo Volo e il 6º Gruppo Caccia. Questi ultimi avevano, a loro volta, la responsabilità di coprire la ritirata della 3ª Armata, da cui dipendevano il 1º Gruppo e il 5º Gruppo. Tale missione implicava inevitabilmente il sacrificio dei due reggimenti di cavalleria.

La situazione, di una gravità estrema, richiedeva un impegno totale e senza riserve da parte delle forze in campo. La determinazione dei reggimenti di cavalleria nel proteggere la posizione strategica era essenziale per il successo complessivo delle operazioni militari. Le unità aeree di supporto, collegate alla 2ª e alla 3ª Armata, svolgevano un ruolo fondamentale nel garantire la copertura necessaria durante le manovre di ritirata, mostrando una sinergia vitale tra le forze di terra e quelle aeree.

In tale contesto, la difesa dell’ala destra della 2ª Armata non era solo una questione di strategia militare, ma anche un simbolo di resistenza e sacrificio. Il coraggio dimostrato dai soldati della 2ª Brigata di Cavalleria rimane un esempio di dedizione e abnegazione nei momenti di maggior pericolo, sottolineando l’importanza della lealtà e del dovere nei confronti della propria nazione.

La 2ª Brigata fece il suo ingresso a Pozzuolo del Friuli alle 17:30 del 29 ottobre, con i due reggimenti posizionati rispettivamente a est (Genova Cavalleria) e a ovest (Lancieri di Novara) dell’abitato. Il villaggio fu fortificato per la difesa e pattuglie furono inviate verso nord ed est. Una di queste pattuglie fu coinvolta in uno scontro a Campoformido, cadendo vittima di un’imboscata. Quella sera, il generale Capodilista tenne una riunione ufficiali, concludendo con la celebre frase: «Signori, questo deve essere il nostro camposanto». La notte del 30 ottobre, tempestosa e incessantemente piovosa, trascorse relativamente calma.

Mentre la 2ª Brigata si preparava per la difesa, la 1ª Brigata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu costretta a ritirarsi fino a Codroipo. A seguito di questo evento, il comando della 2ª Armata, interpretando erroneamente i movimenti nemici, credette che la 14ª Armata avversaria stesse avanzando verso ovest e decise di lanciare un contrattacco, utilizzando Pozzuolo del Friuli come fulcro della manovra. Pertanto, fu inviata la Brigata “Bergamo” (25º e 26º Reggimento di Fanteria) per rafforzare la difesa di Pozzuolo del Friuli, posizionata all’ala destra delle forze contrattaccanti.

All’alba del 30 ottobre, pattuglie del Genova Cavalleria e dei Lancieri di Novara furono dispiegate in ricognizione e segnalarono la presenza di unità nemiche, equipaggiate con numerose mitragliatrici, nella zona di Terenzano. Il primo contatto con il nemico fu stabilito da due pattuglie del Genova Cavalleria, a nord dell’abitato di Pozzuolo. Intorno alle 11:00, l’avanguardia della 117ª Divisione Tedesca, proveniente da Terenzano, sferrò il suo primo attacco in forze, ma fu respinta dalle mitragliatrici e dal 2º squadrone del Genova Cavalleria.

Verso le 12:00 l’attacco nemico venne rinnovato con forze maggiori, ma fu nuovamente respinto, questa volta con l’uso delle baionette. Un successivo tentativo di aggiramento da parte delle truppe tedesche fu sventato grazie a una carica del 4º squadrone dei Lancieri di Novara, comandato dal capitano Sezanne. Nel mentre, la Brigata “Bergamo” riuscì a prendere contatto con la cavalleria dopo una marcia forzata di cinque ore sotto la pioggia battente. Il colonnello brigadiere Piero Balbi, comandante della brigata, dopo un colloquio con il generale Capodilista, proseguì secondo gli ordini ricevuti, dirigendo i suoi uomini verso Carpeneto, a nord-ovest di Pozzuolo, lasciando due battaglioni e il comando nel paese.

Alle 14:00, i reparti della Brigata “Bergamo” a nord di Pozzuolo furono attaccati dalle forze della 5ª divisione tedesca. Contemporaneamente, a Pozzuolo arrivarono unità della 60ª divisione di fanteria austriaca, che, provenienti da est, si unirono alla 117ª divisione. Gli attacchi delle due divisioni furono sostenuti dal Genova Cavalleria fino alle 16:30, quando le truppe austriache e tedesche riuscirono a superare le barricate che bloccavano l’accesso da Terenzano. In questi combattimenti, il tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze del Genova Cavalleria fu ferito a morte (MOVM). Ancora una volta, il 4º squadrone dei Lancieri di Novara caricò i nemici per respingerli. Numerosi civili parteciparono alla battaglia, soccorrendo i feriti o sostituendosi a loro sulle barricate. Tuttavia, nonostante gli sforzi congiunti di cavalieri e popolazione, alle 17:30 il nemico riuscì a piazzare alcune mitragliatrici nelle case del paese, rendendo insostenibile la posizione della brigata di cavalleria.

Dopo otto ore di accaniti combattimenti, il generale Capodilista ordinò ai reggimenti di rimontare a cavallo e ritirarsi verso Santa Maria di Sclaunicco. Guidando i reparti in ordine di combattimento, alle 18:30 il generale raggiunse la destinazione. L’ultimo a lasciare Pozzuolo fu il 4º squadrone del Genova Cavalleria, che, sotto la stretta pressione del nemico, effettuò un’ultima carica in cui fu quasi completamente annientato, perdendo il comandante, capitano Ettore Laiolo (MOVM). Il maggiore Sante Ghittoni del Genova Cavalleria, ricevuto l’ordine di abbandonare il paese, ordinò ai suoi uomini di ritirarsi, mentre lui rimase con una mitragliatrice per coprire la ritirata. Esaurite le munizioni, rifiutò di arrendersi e continuò a rispondere al fuoco con la pistola finché, ferito, si tolse la vita per evitare la cattura.

Nel frattempo, anche la Brigata “Bergamo” fu costretta a ripiegare su Santa Maria di Sclaunicco, lasciando molti caduti sul campo e prigionieri nelle mani del nemico, incluso il comando della brigata, catturato a Pozzuolo del Friuli. La resistenza nell’abitato cessò solo alle 19:00, dopo una difesa valorosa riconosciuta dallo stesso nemico.

La mattina del 30 ottobre, la 2ª Brigata di Cavalleria contava nei suoi ranghi 968 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa; alla sera ne rimanevano solo 501. Quindi, tra morti e dispersi, la brigata aveva perso quasi la metà dei suoi effettivi. Le perdite complessive della Brigata “Bergamo” ammontarono a ben 80 ufficiali e circa 3500 fanti. Un sacrificio immenso, quello della valorosa Brigata “Bergamo”, degno delle dure tradizioni della Fanteria italiana, vera Regina delle battaglie, che a fine guerra vide tutte le bandiere dei reggimenti combattenti decorate della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Nei duri cimenti della guerra, nella tormentata trincea o nell’aspra battaglia, la Fanteria conosceva ogni limite di sacrificio e ardimento; audace e tenace, domava infaticabilmente i luoghi e le fortune, consacrando con sangue fecondo la romana virtù dei figli d’Italia. La lotta sostenuta dal II/25º e dal III/26º reggimento, tenaci nel resistere a Pozzuolo del Friuli all’irresistibile urto avversario, è ricordata imperituramente nella motivazione della medaglia d’argento concessa alle Bandiere di guerra dei due reggimenti.

L’onorevole comportamento dei reparti di cavalleria a Pozzuolo del Friuli servì a riscattare l’arma dalle incertezze con cui il 24 maggio 1915 aveva esordito nella guerra, quando vi fu la mancata conquista dei ponti di Pieris da parte delle due colonne della 1ª Divisione di Cavalleria. In marcia sin dall’alba di quel giorno, avevano coperto solo la metà dei circa 30 chilometri che separavano Palmanova da Pieris; sicché gli austriaci ebbero modo e tempo di distruggere i ponti, impedendo la prevista rapida avanzata delle fanterie italiane. Per tale insuccesso, il 29 maggio 1915, il tenente generale Pirozzi fu destituito dal comando della 1ª Divisione di Cavalleria.

L’epico sacrificio e la resistenza dei reparti della 2ª Brigata di Cavalleria e della Brigata “Bergamo” non solo rappresentarono un esempio di eroismo e dedizione, ma contribuirono anche a riscattare e onorare l’arma della cavalleria italiana, segnando un capitolo indelebile nella storia militare del paese.

Conseguenze

La resistenza italiana a Pozzuolo del Friuli risultò cruciale. La battaglia permise alla Terza Armata di attraversare il Tagliamento in sicurezza. Nonostante le gravi perdite, con la II Brigata di Cavalleria ridotta a poco più della metà dei suoi effettivi iniziali e le unità della “Bergamo” distrutte, l’eroismo dimostrato valse alla brigata numerose onorificenze. I vessilli dei reggimenti di cavalleria furono decorati con la Medaglia d’Argento al Valor Militare e il Generale Capodilista fu promosso a maggiore generale e insignito dell’Ordine Militare di Savoia.

In totale, furono conferite 176 medaglie e onorificenze agli uomini della “Bergamo” e della cavalleria, tra cui due Medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria: una al Tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze, comandante dello Squadrone Mitraglieri della “Genova Cavalleria”, e l’altra al Capitano Ettore Laiolo, comandante del 4° Squadrone della “Genova Cavalleria”, caduto nell’ultima carica.

La battaglia di Pozzuolo del Friuli rappresenta uno dei momenti più gloriosi della resistenza italiana nella Prima Guerra Mondiale, dimostrando il coraggio e la determinazione delle truppe italiane anche nei momenti più disperati. Dopo aver superato la crisi, la II Brigata di Cavalleria fu ricostituita e partecipò con distinzione alle battaglie finali del conflitto, tra cui quella del Piave e di Vittorio Veneto, contribuendo alla vittoria finale dell’Italia.

La battaglia di Ponte Milvio, 312 d.C: Costantino sconfigge Massenzio


La battaglia del Ponte Milvio fu uno scontro militare tra l’imperatore Costantino I e il suo rivale Massenzio, avvenuto il 28 ottobre del 312 d.C, a Roma.

La battaglia prende il nome dal Ponte Milvio, un importante ponte costruito sul fiume Tevere, dove si svolse lo scontro. Costantino ottenne una netta vittoria grazie alla preparazione dei suoi pretoriani, mentre il suo rivale, Massenzio, fu sconfitto e annegò nel Tevere durante la battaglia. Il suo corpo venne prelevato dal fiume e decapitato, e la sua testa fatta sfilare per le strade di Roma come segno della suprema vittoria di Costantino.

La battaglia di Ponte Milvio ha un’importanza storica fondamentale perché rappresenta un punto di svolta sotto molti aspetti: la conquista da parte di Costantino di tutta la parte occidentale dell’impero romano, la fine del sistema di governo della Tetrarchia e la vittoria di un imperatore che favorì la religione cristiana in maniera determinante, traghettando il mondo romano verso una nuova era.

La battaglia del Ponte Milvio è anche ricca di momenti simbolici, come la visione del segno Chi Ro da parte dei soldati di Costantino o l’interpretazione dei libri sibillini da parte di Massenzio. 

La principale testimonianza della battaglia è l’arco di Costantino, una costruzione in realtà precedente ai fatti, ma riutilizzata dall’imperatore per celebrare la sua vittoria, che viene attribuita all’intervento divino di Gesù Cristo.

Il contesto storico della battaglia di Ponte Milvio

Le origini della battaglia possono essere individuate nelle rivalità interne al sistema di governo della tetrarchia, istituito dall’imperatore Diocleziano. 

Il sistema della tetrarchia prevedeva la presenza di un imperatore romano d’occidente, chiamato Augusto d’Occidente, e un imperatore romano d’Oriente, chiamato Augusto d’Oriente. Ognuno dei due Augusti aveva un successore: il Cesare d’Occidente e il Cesare d’Oriente.

Nel 305 d.C. il fondatore della tetrarchia e Augusto d’Oriente, Diocleziano, rassegnò le proprie dimissioni assieme al suo collega, l’Augusto d’Occidente Massimiano. Il nuovo sistema imperiale prevedeva quindi come nuovo Augusto d’Occidente Costanzo, assieme al nuovo Cesare d’Occidente, Severo, e come nuovo Augusto d’Oriente Galerio, assieme al nuovo Cesare d’Oriente, Massimino.

Costantino era il figlio naturale di Costanzo, ma la tetrarchia non prevedeva necessariamente una successione in linea familiare e dinastica, per cui, in un primo momento, egli rimase fuori dalla linea di successione imperiale. Anche Massenzio, figlio di Massimiano, sembrava destinato a non ricoprire la carica di imperatore.

I problemi si verificarono quando l’Augusto d’Occidente, Costanzo, morì improvvisamente nel luglio del 306 d.C. nella città di York, l’antica Eburacum. Come previsto dalle regole della tetrarchia, il Cesare d’Occidente, Severo, era pronto a prendere il suo posto, ma all’improvviso i soldati decisero di eleggere Costantino come nuovo Augusto d’Occidente, portandolo in diretto contrasto con Severo.

Galerio, Augusto d’Oriente, più anziano e con la maggiore auctoritas, fu costretto ad affrontare una situazione complicata. Egli non poteva ammettere che Costantino diventasse il nuovo Augusto d’Occidente al posto di Severo e così rifiutò la pretesa dei soldati costantiniani, ma acconsentì a nominare Costantino come nuovo Cesare d’Occidente.

La decisione di Galerio scontentò profondamente Massenzio, il quale, nonostante fosse figlio di Massimiano, si vide sorpassato da Costantino. 

Massenzio meditò di prendere il potere, sfruttando i suoi appoggi nel Senato di Roma, presso i pretoriani e le truppe stanziate in Italia e in Africa, e si autoproclamò imperatore d’Occidente.

Galerio, preso atto della ribellione di Massenzio, ordinò al suo co-Augusto, Severo, di sconfiggerlo militarmente all’inizio del 307 d.C. Severo mosse il suo esercito, giungendo rapidamente con le sue truppe in Italia, ma nei pressi dell’accampamento di Massenzio la gran parte dei suoi soldati disertò a favore di quest’ultimo.

Severo venne catturato, imprigionato e giustiziato. A questo punto, l’unica speranza per mantenere l’ordine all’interno della tetrarchia era l’intervento dello stesso Galerio, il quale, nell’autunno dello stesso anno, marciò verso Roma.

Nonostante ciò, Galerio non riuscì a neutralizzare Massenzio, sia perché perse tempo prezioso durante la marcia, sia perché, al cospetto della città eterna, che Galerio non aveva mai visto fino a quel momento, provò un senso di soggezione e di rispetto.

Galerio si ritirò senza ingaggiare battaglia con Massenzio, il quale consolidò la sua posizione.

Nonostante l’alta tensione, Costantino cercò di evitare il conflitto armato con Massenzio e anche quest’ultimo tentò di rasserenare i rapporti, concedendo sua sorella Fausta in moglie a Costantino.

Nel 312 d.C, Costantino e Massenzio erano però in aperta ostilità fra di loro.

Nella primavera del 312, Costantino decise di radunare un esercito di 40.000 soldati, prevalentemente britanni e germani, con lo scopo di sconfiggere Massenzio e di prendere il potere assoluto sulla parte occidentale dell’impero.

Costantino invase con grande facilità l’Italia settentrionale, vincendo due importanti battaglie contro i sostenitori di Massenzio: la prima vicino a Torino e la seconda nella battaglia di Verona, dove venne ucciso il prefetto del pretorio Ruricio Pompeiano, il generale più anziano ed esperto di Massenzio.

La visione di Costantino

Uno dei momenti più iconici legati alla battaglia del Ponte Milvio è la cosiddetta “Visione di Costantino”. Le fonti antiche raccontano che la sera del 27 ottobre 312, mentre gli eserciti si preparavano alla battaglia, Costantino ebbe una visione celeste che gli permise di combattere sotto la protezione del Dio cristiano. 

I cronisti del tempo riportano questo fatto con versioni differenti. Lattanzio afferma che la notte prima della battaglia, Costantino ricevette in sogno il suggerimento di disegnare il “segno celeste” sugli scudi dei suoi soldati.  

Il simbolo viene chiamato da Lattanzio “staurogramma” e ci vengono tramandate le sue caratteristiche grafiche: si tratta di una croce latina con l’estremità superiore arrotondata a forma di P. Nonostante il racconto, non vi sono prove storiche o archeologiche che Costantino abbia effettivamente usato quel segno durante la battaglia.

Di Eusebio sopravvivono invece due resoconti. Il primo, il più antico e presente nella sua opera “Storia ecclesiastica”, dice genericamente che il Dio cristiano appoggiò l’opera di Costantino, ma senza menzionare l’episodio della visione celeste. Nell’opera successiva, “La vita di Costantino”, Eusebio ripete la narrazione di quegli anni, aggiungendo stavolta il resoconto della visione, affermando di aver scoperto la storia dalle parole dello stesso imperatore. 

Secondo questa seconda versione più tarda, Costantino stava marciando con il suo esercito, quando alzò gli occhi al sole e vide sopra di esso una croce di luce, con accanto le parole greche Ἐν Τούτῳ Νίκα”.

Il significato letterale della frase in greco è «In questo segno vincerai», reso in latino con “In hoc signo Vinces”.

Costantino non sarebbe stato immediatamente sicuro del significato dell’apparizione, ma la notte successiva avrebbe fatto un sogno in cui Gesù Cristo gli comandava di impiegare quel segno contro i suoi nemici.

Eusebio descrive poi il Labarum, uno standardo militare utilizzato da Costantino in tutte le guerre successive a Ponte Milvio, il quale conteneva il segno «Chi – Rho», un acronimo che ha un diretto collegamento con il Cristo.

I resoconti dei due autori contemporanei, sebbene non del tutto coerenti e a volte in leggera contraddizione fra di loro, si sono fusi nella tradizione popolare secondo la quale Costantino vide il segno «Chi – Rho» la sera prima della battaglia.

Entrambi gli autori concordano sul fatto che il segno non era immediatamente collegabile alla figura di Cristo, tanto è vero che la prima apparizione del segno ««Chi – Rho» si registra in una moneta d’argento costantiniana coniata solamente nel 317, segno che Costantino utilizzò molti altri simboli durante la sua propaganda.

Alcuni studiosi (P. Weiss) hanno avanzato l’ipotesi che la presunta visione di Costantino possa essere spiegata con un fenomeno meteorologico ed ottico chiamato “alone solare” o “cane solare”, il quale, effettivamente, si adatta molto bene con la descrizione delle fonti antiche.

La visione di Costantino e il collegamento con Gesù Cristo non escludono però la presenza di altre divinità, come quella del Sol Invictus. Vari imperatori prima di Costantino raffigurarono il Sol Invictus nelle loro monete ufficiali, relative ad un’ampia gamma di leggende che mostravano il Sole Invitto come compagno dell’imperatore. 

E anche la monetazione ufficiale di Costantino riporta immagini del Sole, almeno fino al 326 d.C. Vi è inoltre un solidus di Costantino e un medaglione d’oro che raffigurano il busto dell’imperatore sotto il segno del Sol Invictus.

Anche l’arco trionfale scelto da Costantino per celebrare la vittoria venne costruito con cura affinchè si allineasse alla colossale statua del Sole, allora presente presso il Colosseo, in modo che il Sole, avvicinandosi all’arco, comparisse armonicamente sullo sfondo.

Preludio alla battaglia

Costantino raggiunse Roma alla fine dell’ottobre del 312 d.C. attraverso la via Flaminia e si accampò nella località dell’odierna Malborghetto, vicino a Prima Porta. Ancora oggi esistono dei resti di un monumento costantiniano, il cosiddetto: “Arco di Malborghetto” costruito in onore del passaggio dell’imperatore.

A pochi giorni dallo scontro, i cittadini romani e l’esercito si aspettavano che Massenzio avrebbe scelto di rimanere trincerato nella città di Roma e che si stesse preparando ad affrontare un assedio. Effettivamente Massenzio aveva già utilizzato questa strategia per ben due volte durante i precedenti attacchi dei tetrarchi Severo e Galerio.

Massenzio aveva ordinato l’accumulo di grandi quantità di cibo nella città. Ma, con sorpresa di tutti, egli scelse improvvisamente di affrontare Costantino in uno scontro in campo aperto.

Le stesse fonti antiche hanno cercato più volte di comprendere la motivazione di questo brusco cambiamento di tattica. Alcuni, come Lattanzio e Eusebio, attribuiscono questa decisione all’intervento divino, mentre altri, come Zosimo, alla semplice superstizione da parte di Massenzio. 

Molti notano che il giorno della battaglia era lo stesso giorno, il 28 ottobre, in cui Massenzio divenne imperatore, il che era generalmente considerato di buono auspicio. Secondo alcune cronache, Massenzio avrebbe consultato i libri Sibillini, degli oracoli che risalivano i tempi del re Tarquinio il Superbo, in cui si affermava che “il 28 ottobre un grande nemico dei Romani sarebbe morto”.

Massenzio interpretò questa profezia come favorevole a se stesso e con tutta probabilità fu questa fiducia nella protezione degli Dei romani a convincerlo ad affrontare il nemico in campo aperto. Massenzio era inoltre convinto che il Senato romano, nella guerra civile, avrebbe sicuramente favorito il generale in grado di risparmiare alla città le fatiche e il dolore di un assedio.

La battaglia di Ponte Milvio. Schieramenti e disposizione tattica

Massenzio scelse di posizionarsi di fronte al ponte Milvio, un ponte in pietra collegato alla via Flaminia e che, una volta attraversato, permetteva di entrare a Roma da Nord. Il controllo del ponte Milvio era essenziale per la difesa di Massenzio, che voleva tenere il suo rivale fuori dalla città.

Massenzio prevedeva che durante la battaglia il ponte Milvio sarebbe stato attaccato dal nemico, così diede ordine di far costruire un secondo ponte parallelo per permettere al suo esercito di attraversare il fiume.

Le fonti raccontano in maniera diversa la funzione di questo secondo ponte negli eventi della battaglia. Zosimo lo menziona vagamente, accennando che fu costruito in legno e collegato da fissaggi di ferro, mentre altri indicano che si trattava di un più semplice ponte di barche. Le fonti non ci permettono di capire chiaramente se il ponte di barche sia stato deliberatamente costruito come una trappola per l’esercito di Costantino o se avesse una funzione diversa.

La battaglia del Ponte Milvio: svolgimento

Il giorno successivo, i due eserciti si scontrarono e Costantino ottenne una vittoria decisiva e schiacciante

Il principale errore di Massenzio fu nel posizionamento delle sue truppe, schierate troppo a ridosso del fiume Tevere. Massenzio riteneva evidentemente che il Tevere fosse in grado di proteggere le spalle del suo esercito per evitare un pericoloso accerchiamento, ma la breve distanza tra i suoi soldati e il fiume non concesse sufficiente spazio per le manovre. 

Inoltre, qualora le sue formazioni fossero state costrette a cedere terreno, il poco spazio avrebbe rapidamente causato il collasso del suo contingente.

Costantino lanciò la sua cavalleria contro quella di Massenzio, la quale venne rapidamente travolta. Così la fanteria di Costantino ricevette l’ordine di avanzare.

La maggior parte delle truppe di Massenzio si comportò con grande coraggio, ma trattandosi di soldati con poco addestramento furono rapidamente superati dalla capacità degli avversari, che erano tutti veterani britanni e germanici. Le truppe massenziane iniziarono ad essere respinte verso il Tevere.

Massenzio, vedendo che la situazione era vicina al collasso, decise di ordinare una ritirata, intenzionaot a questo punto a trincerarsi in città. Ma per le sue truppe vi era solamente una via di fuga, quella attraverso il ponte Milvio.

Così, la poca disponibilità di spazio consentì a Costantino di infliggere pesanti perdite all’esercito in ritirata. Nel frattempo, il ponte provvisorio allestito parallelamente al ponte Milvio, sul quale stavano scappando molte delle truppe di Massenzio, crollò improvvisamente e coloro che si ritrovarono bloccati sulla riva nord del Tevere vennero uccisi o fatti prigionieri dai Costantiniani.

Nella sconfitta, la guardia pretoriana agli ordini di Massenzio, che lo aveva precedentemente acclamato imperatore, mantenne la propria posizione sulla sponda settentrionale del fiume, disposti a resistere ad ogni costo. 

Nonostante il loro coraggio, vennero tutti rapidamente trucidati, tanto è vero che le fonti antiche spiegano come “i loro corpi coprirono il luogo che avevano scelto per il combattimento”.

Massenzio cadde nel fiume Tevere e morì nel tentativo di riguadagnare la riva. Alcune fonti riferiscono che annegò nel tentativo di salvarsi a nuoto mentre altri affermano che cadde mentre con il suo cavallo cercava di uscire dal fiume.

Lattanzio descrive la morte di Massenzio in questo modo: “Il ponte alle sue spalle era crollato. Alla vista di una battaglia sempre più accesa, la mano del Signore prevalse e le forze di Massenzio vennero sconfitte. Egli fuggì verso il ponte ormai rotto, ma la folla lo incalzava, così che fu gettato a capofitto nel Tevere.”

Le conseguenze

Costantino entrò a Roma il 29 ottobre. Venne preparata una grande cerimonia per il suo arrivo in città e venne accolto dal giubilo della folla.

Il corpo di Massenzio venne ripescato dal Tevere, la testa staccata e fatta sfilare per le strade affinché tutti potessero vederla. Dopodiché venne inviata a Cartagine come prova della sua caduta. L’Africa decise di non opporre più alcuna resistenza al potere di Costantino.

La vittoria nella battaglia di Ponte Milvio diede a Costantino il controllo indiscusso di tutta la metà occidentale dell’impero romano.

Le descrizioni antiche dell’ingresso di Costantino a Roma omettono di menzionare dove e come si concluse la sua processione e non indicano se arrivò al Tempio di Giove Capitolino, dove veniva tradizionalmente offerto un sacrificio in onore degli antichi dei romani.

Non sappiamo quindi a quale divinità Costantino consacrò la sua vittoria. Alcuni ipotizzano che Costantino abbia deciso di mostrare comprensione nei confronti delle comunità cristiane di Roma e abbia evitato consapevolmente il sacrificio a Giove, mentre altri ritengono che questo particolare non può essere considerato come una prova valida che Costantino si fosse già convertito al cristianesimo.

Il nuovo imperatore scelse comunque di onorare la curia dei senatori con una sua visita, durante la quale promise di ripristinare i vecchi privilegi dell’aristocrazia e di assegnare un ruolo importante al Senato romano. Promise inoltre che non ci sarebbe stata alcuna vendetta contro i sostenitori di Massenzio.

Massenzio venne condannato però alla Damnatio Memoriae, tutte le sue leggi vennero invalidate e Costantino riutilizzò i considerevoli progetti urbanistici di Massenzio intestandoli a se stesso, tra cui il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio.

Costantino decise inoltre di sciogliere per sempre la guardia pretoriana, l’antichissima guarda dell’imperatore che era stata formalizzata da Tiberio e che smise di esistere in quanto ritenuta politicamente avversa. Costantino decise infatti di sostituire le ex guardie imperiali con dei contingenti di cavalieri germanici, chiamati Scholae Palatinae.

Gli storici ritengono che la vittoria di Costantino aprì anche la strada al cristianesimo, che divenne rapidamente la religione dominante in tutto l’impero romano e in definitiva per tutta l’Europa. Effettivamente l’anno successivo, nel 313, Costantino e Licinio, l’Augusto d’Oriente, emanarono il famoso editto di Milano, che rese il cristianesimo una religione ufficialmente riconosciuta e tollerata in tutto l’impero romano.

FONTI

  • Eusebio di Cesarea: “Vita di Costantino” (Vita Constantini), Libro I “Storia ecclesiastica” (Historia Ecclesiastica), Libro IX
  • Lattanzio “La morte dei persecutori” (De Mortibus Persecutorum), Capitolo 44
  • Zosimo: “Storia Nuova” (Historia Nova), Libro II
  • Aurelio Vittore: “Liber de Caesaribus”
  • Anonimo Valesiano:”Origo Constantini Imperatoris”

La battaglia di Boviano, 305 a.C. I romani trionfano sui Sanniti


La battaglia di Boviano è uno scontro avvenuto nel 305 a.C tra la Repubblica Romana e i Sanniti. La battaglia segnò un trionfo per Roma e pose fine alla Seconda Guerra Sannitica. Si tratta tuttavia di uno degli episodi bellici della storia romana di cui abbiamo meno fonti e gli unici racconti ci giungono da Diodoro Siculo e da Tito Livio, che scrivono entrambi secoli dopo gli avvenimenti.

Contesto storico

Verso la fine della Seconda Guerra Sannitica (dal 326 a.C. al 305 a.C.,) i romani elessero come dittatore Publio Cornelio Scipione, accompagnato dal maestro di cavalleria Publio Decio Mure.

I due furono incaricati di presiedere le elezioni consolari: vennero così eletti i consoli Lucio Postumio e Tiberio Minucio. Dopo di loro vennero eletti Quinto Fabio e Publio Decio. Non sappiamo esattamente se i consoli entrarono realmente in carica, dal momento che le informazioni sono piuttosto confuse e la registrazione delle nomine negli annali romani dimostra parecchie incongruenze.

Sappiamo però che in quello stesso anno vi furono diverse incursioni da parte dei Sanniti nelle pianure della Campania. Così entrambi i consoli furono inviati con i rispettivi eserciti nella regione del Sannio, dirigendosi in due zone distinte. Postumio mosse il suo contingente verso la città di Tiferno mentre Minucio iniziò un assedio contro Boviano.

La battaglia sul campo

A Tiferno avvenne il primo scontro tra i Sanniti e i legionari agli ordini di Postumio. La descrizione della battaglia conosce più versioni. Secondo un primo resoconto, i Sanniti vennero sconfitti clamorosamente e furono fatti ben 20.000 prigionieri, senza indicare ulteriori dettagli.

Un’altra versione, più completa, riferisce invece che i due eserciti si allontanarono dopo una battaglia dall’esito incerto e Postumio, fingendo di aver paura del nemico, marciò durante la notte per nascondere le sue truppe sui monti.

I Sanniti iniziarono ad inseguirlo fino al termine della giornata, accampandosi a sole due miglia di distanza dall’accampamento romano e stabilendosi in una posizione ben protetta.

Il console romano fece attrezzare il campo con le migliori difese e con ogni tipo di materiale, per dare l’impressione ai nemici che non si sarebbe mosso da quella posizione. In realtà, dopo aver lasciato una guarnigione armata a presidio dell’accampamento, fece uscire i legionari nel pieno della notte, percorse la via più breve possibile con le sue truppe ben equipaggiate e raggiunse il suo collega, che si era accampato di fronte ad un altro esercito nemico.

Lì, dietro a consiglio di Postumio, Minucio attaccò immediatamente battaglia. Lo scontro andò avanti per tutto il giorno nella massima incertezza, fino a quando Postumio riuscì ad attaccare all’improvviso, con le sue forze ancora fresche, i nemici ormai stremati.

L’assedio e la presa di Boviano

Dopo l’inaspettato attacco romano, i Sanniti non riuscivano nemmeno a fuggire per la stanchezza del combattimento e per le ferite riportate e furono trucidati del primo all’ultimo. I romani dapprima catturarono 21 insegne e poi si diressero verso l’accampamento che era stato approntato da Postumio.

Gli eserciti romani dei due consoli, dopo aver confuso il nemico e averlo battuto, si gettarono sugli ultimi gruppi di Sanniti, ormai demoralizzati per la evidente sconfitta, e li travolsero, costringendoli a fuggire e catturando altre 26 insegne militari.

Venne fatto prigioniero anche il comandante dei Sanniti, Stazio Gellio, oltre ad altri ufficiali.

Il giorno successivo, l’esercito romano, ormai vincitore sul campo di battaglia, iniziò ad assediare Boviano, ultima roccaforte Sannita, che venne catturata in breve tempo.

I due consoli si coprirono di tanta gloria da meritare entrambi un trionfo.

Circa l’assedio di Boviano, Tito Livio riferisce anche la versione secondo cui il console Minucio riportò una ferita molto grave e morì sul posto, e che per sostituirlo venne nominato un altro console, di nome Marco Fulvio, il quale sarebbe stato il reale autore della conquista della città. 

Nonostante alcuni particolari differenti, la vittoria romana fu evidente. Nel corso di quello stesso anno le città di Sora, Arpino e Cesennia vennero strappate ai Sanniti, mentre i romani, per festeggiare la vittoria della guerra, fecero erigere una grande statua di Ercole nel Campidoglio.

FONTI

  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XX, 80; 90; 101.
  • Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 44.