martedì 3 Marzo 2026
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I sette colli di Roma: la storia millenaria di ogni colle dell’Urbe

Di Leonardo Conti

Se pensiamo a Roma probabilmente la prima cosa che viene in mente sono i suoi sette colli.

La città eterna, pur oggi ingrandita a dismisura in estensione e popolazione, è sempre virtualmente racchiusa nello spazio sacrale dei suoi colli.

La scelta del luogo, sebbene caratterizzato da sette alture, non è, ovviamente, casuale. Posizioni elevate garantiscono una difesa migliore contro i nemici. E poi abbiamo il fiume Tevere, che garantisce scorte idriche, ma le cui sponde paludose rendono l’aria insalubre. Una ragione in più per costruire in alto le proprie case.

Al tempo stesso, occupare e presidiare un luogo dove un guado rende agevole l’attraversamento di un corso d’acqua abbastanza ampio, peraltro al confine fra il territorio di due popoli italici, etruschi e latini, deve essere stato molto vantaggioso, sul piano commerciale, fin dalla preistoria.

Ma questa è una spiegazione che abbiamo maturato in epoca moderna, con gli scavi archeologici; per gli antichi la storia si mescolava alla leggenda. Ed ecco che i sette colli assumono un carattere mitologico: il Palatino, il colle dove Romolo fece il primo solco con l’aratro, ideale seminatore della grandezza futura della sua città; l’Aventino, dove suo fratello Remo avrebbe voluto fondare il suo regno; il Campidoglio, sede del tempio più grandioso e splendido di tutta la città e ancora oggi sede della sua amministrazione.

Un continuum fra mito, storia e attualità che rende unica e splendida questa città nata dall’unione dei suoi sette colli.

Il mito e la storia della fondazione

L’inizio di tutto è ammantato di una leggenda fin troppo nota: due neonati gemelli, Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vergine vestale di stirpe regale Rea Silvia, vengono abbandonati dentro una cesta lasciata alla deriva nel fiume che si arena nell’area dell’attuale Palatino.

Lì, in una grotta, una lupa allatterà i due bambini, prima che vengano trovati da un contadino del posto, Faustolo, e portati a casa per essere accuditi dalla moglie Acca Larenzia.

Dopo una lunga lotta di emancipazione, i due gemelli vogliono fondare una loro città e si rivolgono agli auguri etruschi, universalmente esperti in questa arte. Gli dèi danno un responso positivo per Romolo, che sceglie il Palatino, vale a dire il luogo dove, anni prima, la lupa li aveva salvati: il Lupercale.

La nuova città si sarebbe chiamata ROMA. I suoi confini, che presto sarebbero stati recintati con delle mura, vengono tracciati con l’aratro. Remo, nel frattempo, si sente escluso dal fratello. Se fosse stato per lui, la città si sarebbe costruita sull’Aventino, e si sarebbe chiamata REMORIA.

Ma il privilegiato dal responso divino era Romolo, non lui. Così, “invade” il circuito tracciato sulla terra dal fratello, che è un solco sacro, un limite inviolabile, soprattutto se armati. Questo limite invisibile diverrà più tardi il pomoerium e nessuna persona in armi, neanche i consoli con le loro guardie del corpo, avrebbe potuto attraversarlo. Romolo è così costretto a uccidere il suo gemello, rimanendo l’unico padrone di Roma e del suo allora piccolo territorio.

Abbiamo accennato agli Etruschi, il popolo vicino, che inizialmente favorirà la nascita e il progredire del nuovo stato. Questa popolazione era allora la principale potenza dell’Italia centrale. Le splendide città dell’Etruria furono prese a modello per la nuova realtà; gli stessi artisti che decoravano i loro templi e palazzi, come vedremo, lavorarono ai monumenti che stavano sorgendo a Roma mano a mano che progrediva e si ingrandiva.

I romani vennero influenzati dagli etruschi sul piano culturale, religioso ma soprattutto politico, tanto che appartenevano proprio a questo popolo gli ultimi tre re di Roma.

La ribellione all’ultimo di essi, Tarquinio il Superbo, portò a un drastico cambiamento nel nuovo stato: nel 509 a.C. nacque la repubblica romana, che conquisterà la stessa Etruria e costruirà le basi della potenza che tutti conosciamo.

Nonostante tutto, l’influenza degli Etruschi sopravviverà nei secoli, fin quasi al Medioevo.

Il Palatino, l’origine di tutto

Già gli antichi avevano la percezione che questa altura fosse abitata ben prima della fondazione della città. Virgilio, ad esempio, vi pone la città di Evandro, mitico re dell’Arcadia immigrato con il suo popolo nella nostra penisola. Anni dopo, come abbiamo visto, il Palatino fu il luogo in cui furono trovati Romolo e Remo.

Il fatto che questo luogo fosse abitato già in epoca pre-romana è provato dagli scavi condotti nel secondo dopoguerra: sono state ritrovate le buche di fondazione dei pali di antiche capanne e altri oggetti di uso comune risalenti al X secolo a.C. (età del ferro).

Un eccezionale ritrovamento di quasi dieci anni fa, su cui va fatta ancora piena luce, ha individuato una grotta ricoperta da mosaici e decorazioni a conchiglia, che potrebbe essere il Lupercale, la grotta in cui, secondo il mito, i gemelli furono allattati dalla lupa.

È qui il primo nucleo della città, detta Roma Quadrata, per la forma della sua primissima cinta muraria, e, proprio su questo colle sorgeva un altro importante santuario: la casa Romuli, la sua residenza trasformata in santuario.

Importanti templi sorsero in epoca repubblicana sulla cima del Palatino: ricordiamo il tempio della Magna Mater, con al suo interno il celebre Lapis Niger, e quello di Apollo.

Con il Principato, Ottaviano Augusto volle dare un ulteriore carattere sacrale a questo colle, costruendovi la sua casa, la Domus Augustana, in modo da diffondere il messaggio che lui stesso fosse il nuovo Romolo, come se la città venisse rifondata con lui dopo il terribile periodo delle guerre civili.

Anche molti suoi successori scelsero di abitare qui, costruendovi grandiosi palazzi, come la celebre Domus Aurea, la Domus Flavia, finanche alla Domus Severiana. Le rovine di queste imponenti costruzioni impreziosiscono la sommità e le pendici del colle e rendono soltanto l’idea del loro splendore originario.

Aventino, il colle della plebe

Potremmo definire questo colle come quello della plebe, ma anche quello della ribellione di questa classe sociale contro il potere, prima del re, poi dei patrizi.

Innanzitutto fu il luogo dove Remo avrebbe voluto porre la sua città, in contrapposizione al fratello. Al di là degli episodi leggendari, fu teatro di eventi storici importanti: nel 456 a.C. la plebe, richiedendo una partecipazione più attiva nel governo di Roma, vi si accampò ad oltranza. Più tardi, nel 121 a.C., vi si rifugiò Tiberio Gracco, cercando invano di sfuggire ai patrizi che volevano farlo tacere per sempre.

Gli echi di questi eventi diventarono addirittura proverbiali: nel 1924 i deputati oppositori al fascismo uscirono dal parlamento e decretarono, appunto, la secessione dell’Aventino, anche se il palazzo di Montecitorio è da tutt’altra parte!

In questo luogo sorsero in antichità alcuni templi molto famosi, in primis il tempio di Cerere (493 a.C.) e il tempio di Giunone Regina (392 a.C.), che ospitava la statua di culto proveniente dalla città etrusca di Veio.

Anche nel Medioevo fu un’area importante: le Basiliche di Santa Sabina e di Santa Prisca (IV-V secolo), oltre che un grande fortilizio edificato dalla potente famiglia dei Savelli, ne sono un esempio.

In tempi più recenti, sull’Aventino si aprirono grandi aree verdi. Proprio al posto dello scomparso fortilizio dei Savelli, nel 1932 si impiantò il magnifico Giardino degli Aranci, un grande e splendido parco progettato dall’architetto Raffaele de Vico.

Il Campidoglio, la sede del potere

Questa altura, relativamente piccola rispetto alle altre, era il vero cuore politico e religioso della città, posto in una posizione dominante sul Foro Romano.

Sulla sua cima, sorgeva imponente il tempio di Giove Ottimo Massimo, il più grande edificio sacro di Roma. Anche se, purtroppo, ne è rimasto ben poco, i dati archeologici ci dicono che doveva essere veramente enorme. La sua costruzione cominciò in epoca regia (VI secolo a.C.), sotto il re etrusco Tarquinio Prisco, che chiamò a decorarlo il famoso artista Vulca, direttamente da Veio. In particolare la statua della quadriga di Giove, posta sul tetto, doveva essere davvero splendida.

La costruzione richiese anni, tanto che quando fu inaugurato (nel 509 a.C.) era già nata la repubblica. Ricostruito più volte nel corso dei secoli, era veramente meraviglioso e probabilmente poteva essere ammirato da qualsiasi angolo, anche lontano, della città.

Oltre alla funzione sacrale del luogo, vi era quella politica e amministrativa. Innanzitutto i cortei trionfali, che celebravano le vittorie dei generali, terminavano proprio qui, seguendo il percorso della Via Sacra, e inoltre era la sede di importanti edifici amministrativi e giudiziari: ad esempio il Tabularium, l’archivio di stato di allora, e il tempio di Giunone Moneta, la prima dove si coniavano le monete romane.

Con la caduta dell’impero romano, il Campidoglio non perse la sua importanza: nel Medioevo fu sede dell’amministrazione cittadina e anche triste teatro per le esecuzioni capitali.

Il magnifico assetto odierno fu merito della sistemazione cinquecentesca voluta da papa Paolo III su disegno di Michelangelo, che progettò la splendida piazza, con al centro la statua bronzea di Marco Aurelio.

Ancora oggi il colle è il vero cuore amministrativo della città eterna, essendo la sede principale del Comune di Roma.

Quirinale, il colle dei Sabini

In questa zona i ritrovamenti archeologici attestano la presenza umana fin dall’età del ferro. Le fonti antiche ci parlano di un insediamento di Sabini già nei primissimi anni di vita di Roma, con la residenza del loro re, Tito Tazio, associato al trono con Romolo.

Proprio a questa popolazione italica si deve il nome di questo colle: il dio principale dei Sabini era infatti Quirino, che qui aveva un antichissimo santuario, e con il quale fu poi identificato proprio Romolo, una volta divinizzato.

In epoca repubblicana e imperiale vi era un quartiere residenziale, caratterizzato da grandi ville dotate di splendidi giardini. Le fonti ci parlano delle ville di Attico (amico e collega di Cicerone), della famiglia imperiale dei Flavi e dello storico Sallustio, i cui giardini (i celebri Horti Sallustiani) erano rinomati per la loro sontuosità.

Quest’ultima in età imperiale divenne la residenza privata di vari sovrani (Vespasiano, Nerva, Adriano). Anche il poeta Marziale vi abitò: dai suoi epigrammi traspare un ritratto di una vivace, ma anche caotica, vita del quartiere.

Oggi il Quirinale è sede della Presidenza della Repubblica. L’omonimo palazzo, adiacente a quello della Corte Costituzionale, è stato sede dei Papi dal XVI secolo al 1870 e poi residenza ufficiale dei re d’Italia e custodisce tesori d’arte di inestimabile valore.

Viminale, il colle più popolare

Il meno esteso dei sette colli deve il suo nome alle piante di vimini, da cui si ricavano ancora oggi le ceste, che vi crescevano in abbondanza.

In epoca repubblicana era un quartiere popolare, abitato da gente umile e privo di monumenti di rilievo.

In epoca tardo-imperiale, Diocleziano vi costruì le sue terme, un grandioso complesso che occupava anche il vicino Esquilino. L’edificio era talmente vasto che nel 1561 papa Pio IV incaricò Michelangelo di trasformare il solo tepidarium delle terme in una chiesa: è la basilica di Santa Maria degli Angeli.

Su questo colle oggi sorge il palazzo del Ministero degli Interni, progettato dall’architetto Massimo Manfredi e inaugurato nel 1923.

Esquilino, il primo sobborgo di Roma

Nella prima età regia costituiva un sobborgo del primo nucleo di Roma (la Roma Quadrata, sul Palatino) che poi fu incluso nella città con la costruzione delle mura Serviane (VI secolo a.C.).

Per tutta l’età repubblicana fu un quartiere popolare, abitato da gente comune. La svolta si ebbe in età augustea, quando Mecenate acquistò dei terreni nella zona e vi costruì una magnifica villa dotata di grandi e splendidi giardini.

Anche il cosiddetto “tempio di Minerva dei Medici” altro non è che una gigantesca sala conviviale, o forse un’esedra di una villa di età imperiale. L’area fu in parte occupata dalla grande Domus Aurea, il magnifico palazzo di Nerone in parte distrutto e in parte interrato dai suoi successori: i Flavi.

Le fonti e i resti che ci sono rimasti ci parlano di una zona con grandi terme monumentali, come le già ricordate terme di Diocleziano e quelle più antiche di Tito. È anche attestato il tempio di Iside, il primo tempio di Roma dedicato a questa divinità egizia.

Gran parte di questi edifici sono scomparsi negli anni o inglobati in costruzioni medievali e rinascimentali, spesso edifici di culto, come la basilica di Santa Maria Maggiore o la chiesa di San Pietro in Vincoli.

Celio, il colle degli affreschi

Secondo la leggenda, il re Tullo Ostilio, dopo aver distrutto Alba Longa, deportò qui gli abitanti di questa città. Ovviamente non abbiamo la certezza che sia andata veramente così, ma sappiamo che anche questa zona era un sobborgo della città, con edifici poveri e popolari, intervallati da tombe anche importanti (su tutti il monumentale Sepolcro degli Scipioni).

Anche in epoca imperiale la situazione non dovette cambiare di molto, ma ci dovevano essere anche dimore di un certo livello.

Nell’Ottocento sono venuti alla luce degli splendidi ambienti affrescati riconducibili a una domus del III secolo, nata dal riadattamento di una grande insula, una specie di palazzone di edilizia popolare. La vicina chiesa dei Santi Giovanni e Paolo ha inglobato la struttura del grande tempio del Divo Claudio, edificato da Nerone in onore del suo predecessore divinizzato.

Il Celio è sede di un importante chiesa cristiana: vi sorge la splendida Basilica di San Giovanni in Laterano, affiancata dal palazzo che fu la più antica residenza papale.

Da menzionare anche il grande ospedale militare, costruito alla fine dell’Ottocento.

Il ruolo dei sette colli nella Roma Imperiale

Lo storico Svetonio ci narra che Augusto si vantava di aver ereditato una città di mattoni e di averla restituita ai romani in marmo.

Non era affatto esagerato, poiché Augusto e i suoi successori furono promotori di una grande opera di monumentalizzazione di Roma. In effetti, se ci pensiamo bene, la maggior parte dei resti di Roma sopravvissuti fino a noi risale proprio al periodo imperiale.

Il grande rinnovamento edilizio di questo periodo interessò indiscriminatamente tutta la città, ma alcune aree furono cambiate più radicalmente di altre. Abbiamo ricordato i grandi palazzi imperiali, e possiamo aggiungere le grandi opere pubbliche, i teatri, gli anfiteatri e gli acquedotti, che rispondevano alle esigenze di una città sempre più grande e popolata, oltre che a un potere, quello del princeps, sempre più vasto e assoluto.

Statue, monumenti, piazze, anfiteatri e templi fastosi cominciarono a fiorire in tutta la città, anche fuori della cerchia muraria di allora: in particolare nella zona dell’attuale Vaticano (con il circo di Nerone) e di Castel Sant’Angelo (Mausoleo Adriano).

La bellezza di Roma raggiunse il suo apice con Traiano e poi con la dinastia dei Severi, andando scemando lentamente. I sintomi di una crisi evidente si ebbero con Aureliano, che costruì delle possenti mura (270), segno che la situazione italiana non era così sicura, e il tracollo si ebbe già con Costantino, che spostò la capitale dell’Impero a Costantinopoli. Di lì a poco, il sacco dei visigoti di Alarico (410) rese manifesto il declino della città eterna.

Il Medioevo fu un’età di grande crisi per Roma, con i monumenti abbandonati e depredati, i marmi cotti per fare calce, e una popolazione ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, per la maggior parte raccolti attorno al Vaticano e alle mura Leonine che lo difendevano. Lo stesso Foro Romano diventò un pascolo per il bestiame e sarebbe restato tale per secoli.

I sette colli oggi

Pur ingrandita in estensione e popolazione, la Roma di oggi non dimentica di essere stata fondata su sette colli. Alcuni di essi sono parte integrante dei rioni e dei quartieri odierni, altri costituiscono ancora dei quartieri a sé (l’Esquilino ad esempio).

Certamente il centro di Roma ha subìto molte modifiche nel corso dei secoli, non ultimi i cambiamenti avvenuti con la proclamazione a capitale d’Italia e soprattutto gli stravolgimenti avvenuti durante il fascismo.

Si ricordi a questo proposito il definitivo sbancamento della Velia, un piccolo rilievo posto fra Palatino ed Esquilino, già in parte spianata sotto Nerone. È ovvio che ogni centro abitato, con il passare degli anni, ha esigenze differenti e ad esse deve rispondere.

Tuttavia, la memoria dei sette colli rimane ancora viva. Ancora oggi, ad esempio, non diciamo “Palazzo del presidente della repubblica”, ma “Quirinale”, lo stesso vale per “Comune di Roma”, che semplifichiamo in “Campidoglio”. Segno, questo, che il ricordo di quei tempi antichi, anche se i secoli hanno reso irriconoscibili quei luoghi, è ancora vivo e in perfetta salute.

E rimaniamo stupiti che uomini vissuti duemila anni fa, con i limitati mezzi disponibili allora, abbiano potuto fare tutto questo.

Storia della guerra di Troia. Quanta verità dietro la leggenda?

Di Trevor Bryce, University of Chicago
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

I visitatori che si recano per la prima volta a Hisarlik a vedere le rovine della città di Troia e che non sono preparati a ciò che vedranno… potrebbero rimanere delusi

Devono abbandonare le romantiche visioni di un’imponente fortezza che svetta sulle pianure circostanti. Oggi il basso tumulo di Hisarlik, situato vicino ai Dardanelli nella Turchia nordoccidentale e ritenuto il sito di Troia, è a malapena distinguibile dai suoi dintorni. 

La cittadella copre un’area non molto più grande di un campo da calcio (circa 200 metri di diametro) e si presenta al viaggiatore moderno come un crocicchio di pavimenti rotti, fondamenta di edifici e frammenti di mura sovrapposti e incrociati. 

Oggi la caratteristica più dominante di Hisarlik è un enorme cavallo di legno, di recente costruzione, probabilmente l’elemento più fotogenico del sito, e inteso ad assicurarci che questa era davvero la favolosa Troia, città del re Priamo, che ospitò la regina spartana Elena e alla fine soccombette alle forze greche assedianti radunate sotto la guida del potente Agamennone.

Qui, ci viene fatto credere, si svolse il conflitto decennale tra Greci e Troiani immortalato nel racconto epico della Guerra di Troia, narrato da un poeta cieco di nome Omero che visse ad Anatolia, sulla costa ionica occidentale, o nelle sue vicinanze. 

La narrazione poetica che compose, e che conosciamo come Iliade, fu recitata per la prima volta al pubblico all’alba stessa della letteratura greca. Per l’antico mondo greco divenne ciò che la Bibbia è per il mondo giudeo-cristiano

E dal tempo della sua composizione, circa ventotto secoli fa, è servita come una delle maggiori fonti di ispirazione per successive generazioni di artisti, poeti e drammaturghi. Tra gli stessi antichi greci, episodi del racconto omerico della guerra fornirono temi per la tragedia greca, per la poesia, per racconti narrativi, per la pittura e la scultura

La tradizione fu mantenuta viva dai Romani nella loro arte e letteratura. Fu, in particolare, il punto di partenza per il grande capolavoro letterario di Virgilio, l’Eneide, scritta per volere dell’imperatore Augusto

Ancora oggi la tradizione riemerge costantemente. Molti di noi hanno imparato da bambini le storie di Elena e Paride, dei grandi eroi Odisseo, Achille ed Ettore, e soprattutto del cavallo di Troia. Quest’ultimo in particolare ha catturato l’immaginazione popolare, in contesti che vanno dai film epici e documentari televisivi a battute banali (come la storia del soldato greco che si ammalò mentre era chiuso nel ventre della creatura e chiese ai suoi compagni se ci fosse un medico nel cavallo), a nomi in codice per piani di fuga di prigionieri di guerra e virus informatici.

Le domande degli studiosi

Gran parte del nostro fascino per la tradizione nasce da una serie di domande che sono state poste sin da quando Omero recitò per la prima volta il suo racconto di Troia

La Guerra di Troia è realmente accaduta? Una donna ne è stata la causa?

C’erano altre ragioni per il conflitto? Ci fu un lungo assedio prima della caduta di Troia? C’è stato davvero un cavallo di Troia?

Gli scrittori greci antichi riflettevano su tali questioni quasi quanto gli studiosi hanno fatto in tempi più recenti. Tra gli stessi antichi greci, vi era solo una ristrettissima cerchia a non credere al reale accadimento della guerra di Troia.

Ma alcuni di coloro che ne sostenevano l’esistenza erano tutt’altro che convinti che Omero avesse fornito una testimonianza vera e accurata della guerra o degli eventi che avevano portato allo scontro.

Tra questi, spicca lo storico greco del V secolo Erodoto. Seguendo una versione della storia riportata dai sacerdoti egizi, Erodoto (Storie 2.112-18) affermò che la nave su cui Paride ed Elena erano fuggiti dalla Grecia fu spinta da venti violenti sulla costa dell’Egitto. Qui il re egizio Proteo trattenne Elena, fino a quando suo marito Menelao non poté riportarla a casa. 

Pertanto, la Guerra di Troia fu dovuta a nient’altro che a un malinteso. Lungi dal difendere eroicamente la donna fuggita con il loro principe, i Troiani, quando sfidati dai Greci a restituire Elena, dichiararono, con tutta verità, di non poterlo fare, semplicemente perché non era né mai era stata a Troia

Questa, secondo Erodoto, era la vera versione della storia, come Omero stesso ben sapeva. 

Ma mancava di potenziale drammatico. Usandola, Omero avrebbe privato la sua storia di un grande filone romantico. E così la rifiutò.

Eppure, pochi commentatori antichi dubitavano che Elena esistesse realmente e che il suo rapimento da parte del principe troiano Paride fosse la causa fondamentale della guerra tra Greci e Troiani. I commentatori moderni sono generalmente più scettici

Alcuni sono disposti ad ammettere la possibilità di un’Elena storica; ma sicuramente ci è voluto più di un bel viso per varare mille navi e innescare un conflitto decennale

Lungi dal fornire il casus belli il rapimento di una bella regina greca, la guerra deve essere stata combattuta per qualcosa di molto più pratico e sensato, come i diritti di pesca contesi nell’Ellesponto. Ma in realtà le nostre prove dimostrano che un re dell’Età del Bronzo poteva entrare in guerra in risposta al rapimento di uno qualsiasi dei suoi sudditi, per non parlare dei membri della sua famiglia.

Ad ogni modo, l’opinione accademica è ancora molto divisa sulla questione di quanta verità storica sia incorporata nella tradizione omerica. Da un lato, ci sono coloro che hanno una profonda fede nella fondamentale affidabilità storica della tradizione, al punto che l’Iliade viene usata quasi come un libro di testo di storia o un manuale archeologico per ricostruire sia la storia del periodo che l’ambientazione materiale in cui si sono svolti gli eventi narrati da Omero.

L’opinione espressa da Carl Blegen, che scavò a Hisarlik dal 1932 al 1938, attrae ancora molto sostegno: “Non si può più dubitare, quando si esamina lo stato delle nostre conoscenze oggi, che ci sia stata realmente una vera e propria Guerra di Troia storica, in cui una coalizione di Achei, o Micenei, sotto un re la cui supremazia era riconosciuta, combatté contro il popolo di Troia e i loro alleati”. 

Dall’altro lato, Hiller ci ricorda che “La nostra fede in una guerra di Troia storica si fonda soprattutto su Omero, ma Omero non è uno storico. Prima di tutto è un poeta; ciò che racconta non è storia ma mito”. 

Una visione intermedia comunemente sostenuta è che la tradizione omerica si sia quasi certamente sviluppata da un nucleo di verità storica, anche se gran parte dei dettagli della tradizione deve essere attribuita alla vivace e fertile immaginazione di un grande poeta, la cui preoccupazione principale era quella di raccontare una buona storia.

Certo, c’è molto nella storia che deve provenire direttamente dall’immaginazione del poeta, o che incorpora elementi standard di una tradizione narrativa che risale a ben prima di Omero. L’elemento dell’interazione divina con l’umanità, in questo caso con gli dei schierati a sostegno dei Greci o dei Troiani, fa la sua prima apparizione nel genere epico, e nella tradizione narrativa in generale, nel mondo orientale, molto prima della genesi dell’epica omerica. 

Il soprannaturale forniva una dimensione essenziale alle storie raccontate su larga scala. Tralasciandolo, un narratore avrebbe lasciato il suo pubblico profondamente deluso. Così anche una serie di rituali che Omero conserva sia nell’Iliade che nel suo seguito l’Odissea, come quello in cui Odisseo evocava gli spiriti dei morti, furono chiaramente importati da altri contesti culturali.

Persino alcune delle figure umane nelle storie si sarebbero basate su prototipi storici, anche se l’elaborazione dei loro caratteri e delle loro situazioni è stata opera del poeta stesso. All’immaginazione del narratore possiamo attribuire l’astuzia di Odisseo, la petulanza e l’ira di Achille, la fiera belligeranza di Sarpedonte e la struggente commozione dell’ultimo addio del nobile Ettore a sua moglie Andromaca e al figlioletto Astianatte.

Ma dopo aver filtrato tutti gli elementi attribuibili alla creatività dell’artista, a un repertorio standard di formule narrative o a prestiti culturali da altri luoghi e altre epoche, ci rimane una tradizione fondamentale basata su fatti storici

Qual è l’essenza attuale di questa tradizione? Nella sua forma più essenziale, è un resoconto di un conflitto prolungato tra Greci e Troiani, nel periodo che chiamiamo Tardo Bronzo, che si concluse con la distruzione e l’abbandono di una città chiamata Troia nell’Anatolia nordoccidentale

Abbiamo prove concrete di un tale conflitto? Nel tentativo di rispondere a questa domanda, dobbiamo essere sicuri che qualsiasi prova produciamo sia completamente indipendente dall’epica omerica stessa, poiché non possiamo usare Omero per provare che il racconto omerico della Guerra di Troia si basi su fatti.

Individuare i luoghi della guerra

Il nostro primo compito è stabilire se abbiamo un contesto fisico chiaramente identificabile per il conflitto. 

Tale possibilità fu respinta da molti scettici nel diciannovesimo secolo che vedevano l’Iliade come una pura fantasia letteraria. Persino coloro che rimanevano aperti alla questione non riuscivano ad accordarsi su una precisa ubicazione della guerra. 

In realtà, i Greci e i Romani del periodo classico non avevano dubbi sul fatto che l’insediamento abbandonato di Hisarlik corrispondesse alla Troia omerica. Conosciuta come Ilion dai Greci delle epoche successive e come Nuovo Ilio dai Romani, la città ricevette omaggi da diverse figure storiche di rilievo.

Tra questi, il re persiano Serse, che sacrificò mille buoi sul sito prima di invadere la Grecia continentale, e Alessandro Magno, che, sbarcato a Troia all’inizio della sua campagna contro l’Impero persiano, dedicò la propria armatura ad Atena Troiana e depose una corona sulla tomba di Achille nella pianura troiana.

In effetti, la regione in cui si trovava Troia era chiamata la “Troade” dagli scrittori greci e romani, nella convinzione che un tempo fosse stata soggetta al controllo di Troia

Ma la Troia dell’Età del Bronzo precedeva di alcuni secoli il successivo insediamento del primo millennio a Hisarlik e non si poteva avere la certezza che l’identificazione dei Greci classici con il sito della Guerra di Troia fosse corretta. 

Infatti, lo stesso Heinrich Schliemann, la persona il cui nome è più strettamente associato all’identificazione Hisarlik-Troia, a quanto pare favorì altre località prima di stabilirsi su Hisarlik, su suggerimento dell’espatriato britannico Frank Calvert che aveva acquistato parte del sito. 

Ancora oggi, un certo numero di studiosi rimane scettico. Ma sebbene non possiamo escludere altri possibili candidati per Troia, nessuna alternativa è stata seriamente proposta, costantemente sostenuta o, quantomeno, generalmente accettata, da quando Schliemann iniziò gli scavi a Hisarlik nel 1871

Tuttavia, anche se l’identificazione fosse corretta, resta aperta la questione su quale delle varie Troia presenti nel sito corrisponda alla Troia di Omero e a quella della guerra. Il tumulo infatti conserva nove principali livelli di occupazione, ognuno ulteriormente suddiviso in diversi sotto-livelli.

Questo spiega il complesso intreccio di muri e livelli che i visitatori del sito si trovano davanti oggi. Ciò che molti potrebbero non immaginare è che il tumulo, formato dai numerosi strati di occupazione, un tempo si ergeva maestoso sulle pianure circostanti. Nella sua impazienza di individuare il livello “omerico”, che riteneva appartenere ai primi insediamenti, Schliemann ordinò ai suoi operai di scavare una vasta trincea attraverso il tumulo, distruggendo così gran parte dei livelli più recenti.

Molto è già stato scritto sui metodi archeologici, le scoperte e le conclusioni di Schliemann. Basti qui dire che il livello che identificò come quello della Guerra di Troia, designato come livello II, apparteneva all’Antica Età del Bronzo, mille anni troppo presto per qualsiasi data concepibile per la Guerra di Troia di Omero

Questo infatti fu ciò a cui giunse il socio di Schliemann, Wilhelm Dörpfeld. Questi propose Troia VI, sottolivello h, come il candidato più probabile. Era una conclusione che lo stesso Schliemann arrivò ad accettare non molto tempo prima della sua morte.

Successivamente, il professor Carl Blegen sostenne che la Troia di Omero fosse la prima fase del settimo livello principale di Troia: Troia VIIa

Oggi, grazie alle testimonianze ceramiche, sappiamo che quel livello è troppo tardo per essere collegato a un grande assalto greco dell’età del Tardo Bronzo. Inoltre, l’insediamento di piccole e modeste abitazioni presenti sulla cittadella in quel periodo contrasta con l’imponente immagine di Troia descritta nei poemi omerici.

Oggi vi è un ampio consenso sull’identificazione proposta da Dörpfeld, secondo cui il livello VIh corrisponderebbe alla città di Priamo, a condizione che Hisarlik sia davvero il sito di Troia e che la guerra narrata da Omero sia un evento storico reale. Sebbene gran parte di questo insediamento sia andata perduta a causa degli scavi di Schliemann, i resti ancora visibili indicano che si tratta della fase di massimo splendore di Troia, durata per diversi secoli nel secondo millennio a.C

Il grande bastione nord-orientale di questo livello richiama l’imponente torre di guardia descritta nei poemi omerici, mentre l’inclinazione caratteristica delle mura di Troia VI sembra dare credibilità al racconto dell’Iliade, in cui Patroclo tenta di scalare le fortificazioni correndoci sopra.

Ma dobbiamo ancora una volta sottolineare che l’Iliade non è né un manuale di archeologia né una guida turistica. In effetti, le corrispondenze dettagliate tra la descrizione omerica di Troia e i resti effettivi del sito sono molto scarse

La posizione di Hisarlik, la topografia dei suoi dintorni e la natura dell’ultima fase del suo sesto livello sono sufficienti per fornirci un contesto storicamente plausibile per il conflitto descritto da Omero. Ma questo di per sé non è una prova che un tale conflitto abbia effettivamente avuto luogo. Dobbiamo cercare altrove tali prove.

La ceramica rinvenuta sul sito indica che il livello “Troia VIh” risalirebbe all’inizio del XIII secolo a.C. Poiché è il candidato più plausibile per la Troia di Omero, una possibile data per la guerra potrebbe collocarsi intorno al 1250 a.C. 

Questo dato coincide sorprendentemente con quello fornito da Erodoto (Storie 2.145), il quale, scrivendo a metà del V secolo a.C., affermava che la Guerra di Troia avvenne circa ottocento anni prima del suo tempo. 

Considerando che Omero visse tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., significa che compose l’Iliade oltre mezzo millennio dopo gli eventi a cui si ispira. Questo lungo intervallo comprende gli ultimi decenni del Tardo Bronzo e il periodo successivo, che per secoli è stato chiamato, sebbene sempre meno appropriatamente, l’Età Oscura.

Quanto possiamo essere sicuri che l’epica omerica ci fornisca un racconto autentico di fatti svoltisi almeno cinquecento anni prima e conservato solo oralmente attraverso almeno venti generazioni?

Il Processo di trasmissione orale

Per sua stessa natura, la trasmissione orale è un processo dinamico. Mentre l’essenza stessa di una tradizione che viene tramandata può essere fedelmente preservata, molto altro può essere cambiato, aggiunto o aggiornato da ogni generazione successiva.

Questo ci porta a chiederci: cosa possiamo effettivamente trovare nelle epiche di Omero che risale davvero all’epoca in cui nacquero le tradizioni da lui riportate? Fino a che punto i suoi poemi, l’Iliade e l’Odissea, rappresentano il risultato finale di un corpus di folklore e tradizioni che si è evoluto nel corso di secoli?

Indubbiamente, nelle epiche omeriche sopravvivono alcune autentiche reliquie del passato miceneo, confermate da ritrovamenti archeologici. Un esempio particolarmente significativo è la descrizione, nell’Iliade, di un elmo realizzato con schegge di zanne di cinghiale, montate su un berretto di feltro.

Questa descrizione corrisponde perfettamente a un rilievo in avorio miceneo che raffigura un guerriero con un elmo composto da strati di zanne di cinghiale, nonché ai resti di un elmo simile esposti oggi al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

È interessante notare che copricapi protettivi di questo tipo erano completamente sconosciuti ai tempi di Omero, e addirittura per molti secoli prima della sua epoca.

Anche in ambito architettonico emergono paralleli significativi. La disposizione e l’ornamento dei palazzi della tarda età del bronzo, come quelli rinvenuti a Pilo e Micene, richiamano vividamente la scena descritta da Omero quando Odisseo varca la soglia di bronzo del palazzo del re Alcinoo.

La sfarzosa opulenza di questo palazzo è rappresentata con grande vividezza nel Libro VII dell’Odissea, offrendo un’immagine che sembra riflettere la grandiosità dei palazzi micenei.

Ma mentre alcune caratteristiche del mondo miceneo furono preservate nella tradizione orale con poche o nessuna modifica nei secoli precedenti Omero, altre scomparvero del tutto o furono alterate al punto da diventare quasi irriconoscibili, a causa di continui aggiornamenti e adattamenti.

Questo processo ha portato a numerose incongruenze e anacronismi.

Ad esempio, le società altamente burocratizzate della Grecia micenea, come rivelato dalle tavolette in Lineare B, non trovano corrispondenza nei regni apparentemente analfabeti descritti da Omero, governati da signori della guerra.

La semplice struttura simile a un granaio che nell’Odissea funge da palazzo di Odisseo appartiene chiaramente a un’epoca diversa e più recente rispetto alla sontuosa residenza reale di Alcinoo.

Inoltre, in alcuni passi omerici, il ferro è trattato come un metallo raro e prezioso, tipico dell’Età del Bronzo; in altri, invece, sembra essere di uso comune, come lo era ai tempi di Omero.

Allo stesso modo, la lista di toponimi legati alle navi greche nell’Iliade conserva alcune tracce di un passato dell’Età del Bronzo, ma la maggior parte dei nomi riflette un’immagine del mondo greco più vicina all’epoca di Omero.

Tutto ciò è il risultato del processo dinamico della trasmissione orale, un processo che si è protratto per cinque o più secoli.

Una visione ampiamente condivisa è che, nonostante le numerose incongruenze e anacronismi emersi nel corso della trasmissione del racconto, il nucleo dell’Iliade sia effettivamente basato su un conflitto tra Greci micenei e Troiani nell’Anatolia nordoccidentale verso la fine del Tardo Bronzo.

Gli episodi di questo conflitto, insieme alle gesta di singoli eroi, furono inizialmente preservati in ballate e canti eseguiti nelle corti di re e nobili micenei. Questi racconti furono tramandati oralmente durante l’Età Oscura e, probabilmente verso la fine dell’VIII secolo a.C., furono intessuti in un poema narrativo esteso, dotato di una struttura coerente, temi unificanti e una caratterizzazione approfondita.

E tutto questo lo dobbiamo al genio di un poeta cieco di nome Omero.

Ma quanto possiamo essere certi che questo genio sia stato ispirato da un evento specifico realmente accaduto?

La guerra è ambientata nel contesto della penisola anatolica del Tardo Bronzo, ed è proprio a questo elemento che dobbiamo rivolgere la nostra ricerca per trovare una risposta alla nostra domanda.

La città di Troia e il suo contesto

Abbiamo osservato che Hisarlik è il candidato più probabile per identificare la cittadella di Troia, e che la fortezza assediata dai Greci nella tradizione omerica può essere associata in modo plausibile al livello VI, in particolare alla fase VIh, del tumulo.

Questo livello rappresenta il periodo più glorioso e impressionante dell’esistenza di Troia, e la sua distruzione, avvenuta nel XIII secolo a.C., rientra nel range di date proposto per la Guerra di Troia dalle fonti greche classiche.

Rafforzeremmo notevolmente l’identificazione di VIh con la Troia di Omero se potessimo dimostrare che questo livello fu distrutto a causa di un attacco nemico, in linea con la tradizione omerica.

Non c’è dubbio che VIh subì una violenta distruzione, ma non abbiamo prove chiare che indichino se questa fu causata da forze umane o da eventi naturali. Blegen, ad esempio, sosteneva che VIh fosse stata distrutta da un terremoto, basandosi su crepe osservate nella torre e nelle mura della cittadella, nonché su segni di subsidenza nei pavimenti.

Questa convinzione lo portò a proporre che Troia VIIa, il livello immediatamente successivo a VIh, fosse il candidato più probabile per la Troia omerica.

Anche VIIa subì una distruzione violenta, ma anche in questo caso la causa non è chiara. Inoltre, la datazione attuale di VIIa lo colloca in un periodo troppo tardo per essere associato alla Troia descritta da Omero.

Per quanto riguarda le crepe e la subsidenza osservate da Blegen in VIh, è possibile che siano state causate da attività sismica, ma non possiamo essere certi se questi fenomeni si siano verificati nell’ultima fase di Troia VI o nella prima fase di Troia VII, né se siano stati sufficientemente gravi da causare la distruzione dell’intero sito (cfr. Easton 1985: 190-91).

Una proposta di compromesso suggerisce che la distruzione del sito sia stata il risultato di una combinazione di forze umane e naturali. Secondo questa teoria, le fortificazioni della cittadella sarebbero state seriamente indebolite da un terremoto, rendendole vulnerabili a un eventuale attacco nemico.

In questo scenario, sarebbe stata la combinazione di entrambi i fattori a causare la fine della cittadella (ad esempio, Easton 1985: 189).

Questa proposta è stata utilizzata anche per spiegare l’introduzione del cavallo di legno nella tradizione della Guerra di Troia.

Il cavallo era un simbolo ben noto del dio del mare Poseidone. Spesso soprannominato “lo Scuotitore della Terra“, Poseidone (secondo la teoria) inflisse un devastante terremoto alla cittadella, demolendo le sue mura al punto da renderla facile preda dei suoi assedianti.

Fu quindi l’intervento di Poseidone a fornire l’ispirazione per il motivo del cavallo di Troia. In modo più prosaico, un certo numero di scrittori antichi vide il cavallo di Troia come il riflesso di un ariete, o di qualche altro tipo di macchina d’assedio (ad esempio, Plinio, Nat. Hist. VII 202, Pausania 1.23.8).

Per quanto ingegnose possano essere tali speculazioni, in realtà non aggiungono nulla di sostanziale alla nostra indagine.

Infatti, l’episodio del cavallo di Troia, pur essendo indubbiamente un elemento molto antico della tradizione, riceve solo un paio di scarse menzioni in Omero. La preminenza del cavallo nella tradizione in tempi più recenti è dovuta in gran parte al trattamento che Virgilio gli riservò nel Libro II della sua Eneide, circa sette secoli dopo la composizione delle epiche omeriche.

Da allora in poi è servito come un simbolo quasi archetipico della Guerra di Troia, in modo del tutto sproporzionato al suo posto nella tradizione originale.

Indubbiamente era una delle immagini più potenti di Troia al tempo in cui Schliemann scavò per la prima volta nel tumulo di Hisarlik. Ma più in generale, le associazioni omeriche attribuite a Hisarlik sin dagli scavi di Schliemann hanno fatto sì che continuasse a figurare come uno dei siti antichi più conosciuti e più visitati di tutti.

In che misura questa attenzione riflette la sua effettiva importanza nel suo contesto contemporaneo?

La scoperta e lo scavo di numerosi siti dell’Età del Bronzo in tutta l’Anatolia, avvenuti nei decenni successivi alle ricerche di Schliemann, insieme agli scavi ancora in corso sul tumulo di Hisarlik e nelle sue vicinanze, hanno contribuito in modo significativo alla nostra comprensione del ruolo e dell’importanza di Troia nel suo contesto storico.

Non ci sono dubbi sul fatto che, per gran parte della sua esistenza, attraverso quasi due millenni di storia dell’Età del Bronzo (coprendo i livelli da I a VII), Troia fosse un insediamento prospero e, in alcuni periodi, addirittura fiorente. In particolare, i livelli II e VI rappresentano i momenti di massimo splendore dell’insediamento.

La sua posizione strategica, di grande valore commerciale, lungo quello che i Greci successivi chiamarono Ellesponto (oggi noto come Dardanelli), fu senza dubbio uno dei principali fattori della sua prosperità, grazie ai vast legami commerciali che riuscì a stabilire.

Inoltre, l’accesso a zone di pesca ricche di tonno e altre risorse marine era un ulteriore elemento che contribuì alla sua ricchezza. Indagini sul campo hanno inoltre dimostrato che Troia si trovava al centro di una vasta area di terreno fertile, in grado di sostenere una popolazione numerosa

Ma dove viveva questa popolazione? La cittadella stessa, nei suoi periodi di massimo splendore, non avrebbe potuto ospitare più che poche centinaia di persone.

È quindi ragionevole supporre che le ampie residenze all’interno della cittadella fossero riservate a un’élite dominante, mentre la maggior parte della popolazione viveva all’esterno. Questa ipotesi è stata confermata da scavi condotti a partire dal 1988, che hanno portato alla luce un insediamento adiacente alla cittadella, esteso verso sud e noto come “città bassa“.

Questa scoperta ha aumentato di dieci volte l’area conosciuta del sito, passando da 20.000 a 200.000 metri quadrati durante il periodo dei livelli VI e VII (circa 1700-1100 a.C.).

Considerando le dimensioni e la capacità produttiva della regione, si stima che Troia avrebbe potuto sostenere una popolazione di circa seimila persone. Questa nuova evidenza ci costringe a rivedere la nostra comprensione del sito: da una piccola cittadella con poche centinaia di abitanti, Troia emerge come una città piuttosto grande e probabilmente fortificata.

La sua caratteristica dominante era l’acropoli fortificata, scavata per la prima volta da Schliemann, che per gran parte dell’Età del Bronzo ospitò una classe dirigente d’élite

Per come lo conosciamo ora, Troia era paragonabile per dimensioni alla città di Ugarit, capitale del prospero regno omonimo sulla costa levantina. Mee commenta che, come Ugarit, Troia era evidentemente un importante centro e entrepôt (Mee 1998: 144-45).

Ma Ugarit deve aver giocato un ruolo molto più significativo all’interno del complesso dei regni del Vicino Oriente, sia politicamente che commercialmente, data la sua posizione sulla costa nella regione, che si trovava all’interno delle sfere di interesse di quattro dei Grandi Regni del Tardo Bronzo: Mitanni, Hatti, Egitto e, più indirettamente, Assiria.

Oltre alla sua abbondante ricchezza di risorse naturali, la preziosa posizione strategica di Ugarit le conferiva un’importanza di gran lunga maggiore rispetto al remoto regno di Troia, situato com’era alla periferia stessa di questo mondo.

Anche così, le prove ceramiche provenienti da vari siti indicano che Troia aveva una vasta gamma di contatti commerciali con le aree costiere del Vicino Oriente, anche se, come ci si potrebbe aspettare, la preponderanza dei suoi contatti commerciali era con il mondo miceneo.

La società troiana era alfabetizzata?

La differenza più marcata tra Troia e Ugarit è che quest’ultima ci ha lasciato una sostanziale eredità di documenti scritti. Gli estesi archivi del regno levantino ci forniscono alcune delle più importanti fonti di informazione sulla storia della regione siro-palestinese durante gli ultimi due secoli del Tardo Bronzo.

Al contrario di altre città dell’epoca, Troia ha lasciato solo un piccolo e isolato frammento di materiale scritto, e persino la provenienza di questo elemento non è del tutto certa.

Ciò non significa che la scrittura fosse sconosciuta o quasi inesistente nella città. Al contrario, è molto probabile che Troia, come tutti gli altri regni del Vicino Oriente di dimensioni e status simili, avesse una cancelleria gestita da scribi, sia locali che provenienti da altre regioni.

I materiali utilizzati per la scrittura sono spesso altamente deperibili, e quando gli archivi di tavolette d’argilla sopravvivono in altre parti del mondo antico, ciò è spesso dovuto alla fortuita circostanza che le stanze degli archivi siano state distrutte da un incendio.

Sebbene un incendio possa ridurre in cenere molti materiali, un fuoco robusto cuoce o ricuoce gli oggetti di argilla, come le tavolette, preservandoli in modo permanente.

L’unico oggetto con delle iscrizioni scoperto a Troia è emerso durante gli scavi del 1995. Si tratta di un sigillo di bronzo biconvesso, che reca una breve iscrizione in geroglifici luviani.

Il sigillo è stato trovato in un contesto riconducibile a Troia VIIb, databile quindi alla seconda metà del XII secolo a.C, il che lo rende una delle ultime iscrizioni dell’Età del Bronzo anatolica, ritardando di diversi decenni l’ultima iscrizione ittita conosciuta.

Non possiamo essere del tutto certi se il sigillo sia stato prodotto a Troia o vi sia stato importato, sebbene la prima ipotesi sembri più probabile, dato che abbiamo il sigillo originale e non solo un’impronta di esso. Un lato del sigillo riporta il nome di un uomo e la sua professione di scriba, mentre l’altro lato mostra il nome di una donna. Entrambi i nomi sono incompleti, ma è probabile che si tratti di una coppia marito e moglie.

Se il sigillo ha effettivamente avuto origine a Troia, allora l’iscrizione su di esso ha alcune implicazioni interessanti. In primo luogo, il fatto che il proprietario del sigillo fosse uno scriba fornirebbe la nostra prima indicazione tangibile di una possibile attività scribale nella città durante il secondo millennio.

E la lingua dell’iscrizione ci fornirebbe la nostra prima indicazione tangibile del gruppo etnico che abitava Troia in questo momento.

Gli abitanti Luviani dell’Anatolia occidentale

I Luviani erano uno dei tre gruppi di popoli di lingua indoeuropea che entrarono in Anatolia probabilmente durante il corso del terzo millennio. Parti dell’Anatolia centrale e orientale erano occupate da parlanti di una lingua chiamata Nesite (ora più comunemente conosciuta come Ittita), che successivamente divenne la lingua ufficiale del regno ittita del Tardo Bronzo la cui patria si trovava nell’Anatolia centrale.

Un secondo gruppo indoeuropeo, i Palai, era situato a nord-ovest della patria ittita, all’interno della regione successivamente conosciuta come Paflagonia.

Nell’Anatolia occidentale e meridionale, si stabilì un terzo gruppo di popoli indoeuropei. Li chiamiamo Luviani.

All’inizio del Tardo Bronzo, i gruppi di lingua luvia avevano occupato vaste aree nella metà occidentale dell’Anatolia. Collettivamente, queste aree costituivano la regione indicata nei primi documenti ittiti come Luwiya, una designazione etno-geografica che copriva gran parte dell’Anatolia occidentale.

Tuttavia, il nome Luwiya sembra essere presto caduto in disuso, almeno nei testi ittiti, ed è stato sostituito dal nome Arzawa, un termine generale usato per indicare un complesso di territori collettivamente conosciuti come le Terre di Arzawa.

Nel suo senso più ampio, Arzawa probabilmente si estendeva su gran parte del territorio precedentemente chiamato Luwiya e incorporava molti degli stessi gruppi di popolazione. Data l’ampia diffusione dei popoli di lingua luvia nell’Anatolia occidentale, è una concreta possibilità che la popolazione dei livelli sesto e settimo di Troia fosse prevalentemente un gruppo di origine luvia.

In effetti, è abbastanza possibile che anche i livelli precedenti della città avessero una popolazione luvia, o almeno parlanti luvio tra la sua popolazione.

Potevano i gruppi luviani essersi diffusi ancora più lontano? È stato suggerito che al tempo dell’insediamento luvio nell’Anatolia occidentale, alcuni gruppi si siano spinti più a ovest, entrando nella Grecia continentale e insulare attraverso la Tracia o il Mar Egeo, una migrazione che segnò l’arrivo, intorno alla fine del terzo millennio, dei “proto-Greci” nella terra che i Greci classici chiamavano Hellas.

Ciò ha portato alcuni studiosi a credere che ci fossero legami etnici tra le popolazioni di lingua indoeuropea dell’Anatolia occidentale e la contemporanea Grecia elladica. Ma per quanto affascinante sia la possibilità che i Greci e i Troiani di Omero fossero strettamente imparentati, al massimo potevano essere stati poco più che cugini molto lontani.

Il fatto che i Troiani in Omero parlassero greco è una convenzione epica; e allo stesso modo non dovremmo attribuire troppa importanza al fatto che un certo numero di istituzioni sociali greche si verifichi anche in un contesto troiano (vedi Watkins 1986: 50-51).

Tuttavia, la visione che i Troiani del sesto e settimo insediamento fossero, o includessero, una popolazione di lingua luvia di origine indoeuropea, ottiene un ulteriore sostegno dal sigillo recentemente scoperto iscritto con geroglifici luviani. Questo ci conduce alla fase successiva della nostra indagine.

Troia compare nei testi ittiti?

Finora, abbiamo pochissime testimonianze scritte direttamente dai Luviani occidentali. 

Abbiamo però numerosi riferimenti a loro, in particolare ai regni che formarono, negli archivi del Grande Regno che divenne il loro signore supremo: il regno di Hatti, la terra degli Ittiti. Gli stati di Arzawa, di lingua luvia, erano tra i più importanti possedimenti vassalli degli Ittiti nell’Anatolia occidentale per almeno l’ultima metà del Tardo Bronzo. 

Ora è chiaro che, almeno dal punto di vista materiale, Troia era un regno occidentale di rilievo, paragonabile a città come Ugarit. 

Inoltre, è sempre più probabile che la sua popolazione fosse di origine luvia. Considerando i numerosi riferimenti nei testi ittiti ai regni dell’Anatolia occidentale, in particolare quelli con popolazioni luvie, è altamente probabile che Troia compaia in questi documenti storici. 

Se così fosse, questi testi rappresenterebbero le uniche informazioni storiche autentiche che abbiamo finora sul regno di Troia. 

La ricerca di Troia nei testi ittiti assume quindi un’importanza significativa.

Questa ricerca fu intrapresa per la prima volta oltre ottant’anni fa, poco dopo la decifrazione della lingua ittita, dal filologo svizzero Emil Forrer. Forrer esaminò attentamente le fonti ittite alla ricerca di possibili riferimenti a Troia e si imbatté in una lista di ventidue paesi dell’Anatolia occidentale che si erano ribellati contro un re ittita di nome Tudhaliya intorno al 1400 a.C. 

La lista terminava con i nomi Wilusiya e Taruisa. Secondo Forrer, questi erano i modi ittiti di scrivere i nomi greci Troia e (W)ilios (Ilios). Nella tradizione omerica, Troia e (W)ilios erano due nomi per lo stesso luogo, con Wilios che rappresentava una forma arcaica di Ilios, prima che il digamma iniziale (la “w”) venisse omesso. 

La somiglianza tra le due coppie di nomi sembrava troppo stretta per essere una semplice coincidenza. Inoltre, il fatto che i nomi comparissero alla fine della lista suggerisce una posizione nord-occidentale, se si presume che la lista seguisse una progressione geografica approssimativa da sud a nord.

Tuttavia, c’è un piccolo problema con la conclusione di Forrer: mentre nella tradizione omerica (W)ilios e Troia sono nomi intercambiabili, nel testo ittita Wilusiya e Taruisa appaiono come due paesi distinti. 

È possibile che originariamente si riferissero a due entità separate, ma che in seguito uno dei due abbia assorbito l’altro? In alternativa, la tradizione omerica potrebbe rappresentare una fusione di due paesi vicini, strettamente associati in un conflitto con gli invasori greci nella regione nord-occidentale dell’Anatolia, successivamente chiamata Troade. 

La prima ipotesi trova un certo sostegno nel fatto che il nome Taruisa non compare più nei testi ittiti, con una possibile eccezione. Wilusiya, invece, compare diverse altre volte nella sua forma abbreviata Wilusa, suggerendo che il suo territorio potrebbe essersi espanso per includere l’ex terra di Taruisa, con entrambi i nomi conservati nella successiva tradizione greca.

L’unico altro possibile riferimento a Taruisa proviene non da un testo ittita, ma da una ciotola d’argento di origine sconosciuta, ora conservata nel Museo delle Civiltà Anatoliche ad Ankara. La ciotola reca due iscrizioni geroglifiche luvie, una delle quali menziona la conquista di un luogo chiamato Tarwiza da parte di un re Tudhaliya (vedi Hawkins 1997). 

Sebbene non vi siano ulteriori dettagli, è allettante collegare questa iscrizione alla ribellione contro Tudhaliya menzionata in precedenza. Se il collegamento è corretto, questa sarebbe di gran lunga la più antica iscrizione geroglifica luvia conosciuta, a parte quelle presenti sulle impronte di sigilli.

La proposta di Forrer di collegare i nomi ittiti Taruisa e Wilus(iy)a con la Troia omerica incontrò inizialmente molto scetticismo. Tuttavia, altre prove hanno successivamente fornito un sostegno aggiuntivo, se non conclusivo, alla sua teoria. In primo luogo, Wilusa è elencata in un testo ittita come parte del complesso delle terre di Arzawa, abitate in gran parte da popoli di lingua luvia. 

Wilus(iy)a stessa è una formazione linguistica luvia. Inoltre, l’iscrizione del sigillo trovata a Troia VIIb potrebbe rappresentare la prima prova concreta (sebbene ancora molto limitata) che gli abitanti di Troia parlassero il luvio.

Per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Troia/Ilios e Wilusa siano la stessa cosa, dobbiamo però dimostrare che Wilusa si trovava effettivamente nell’Anatolia nord-occidentale.

La geografia politica dell’Anatolia occidentale nel Tardo Bronzo è stata a lungo un campo di studio complesso e frustrante, con i paesi spesso “spostati” da vari studiosi con rapidità sconcertante. 

Tuttavia, nuove scoperte stanno aiutando a colmare alcune lacune e a risolvere controversie di lunga data. Wilusa è un caso emblematico. Sebbene gli studiosi concordassero sul fatto che si trovasse nell’Anatolia occidentale, la sua posizione precisa rimaneva incerta. 

Fortunatamente, una giunzione di testi scoperta negli anni ’80 ha chiarito la questione. Una giunzione di testi si verifica quando due frammenti di una tavoletta, a lungo separati, vengono finalmente abbinati. Questo processo, che richiede l’abilità di epigrafisti specializzati, è reso necessario dal modo casuale in cui molte tavolette furono portate alla luce durante i primi scavi nella capitale ittita.

In questo caso, un frammento aggiuntivo di una lettera ben nota, scritta al re ittita Muwatalli II da un uomo chiamato Manapa-Tarhunda, sovrano della Terra del Fiume Seha (un regno appartenente al complesso di Arzawa), ha fornito informazioni cruciali. 

Sappiamo che questo regno si estendeva su una delle valli fluviali a nord della città classica di Mileto (nota agli Ittiti come Milawata o Millawanda). Il fiume in questione era probabilmente il Caico, l’Ermo o il Meandro. 

Dalla giunzione di testi apprendiamo che una forza ittita in viaggio verso Wilusa dovette attraversare la Terra del Fiume Seha. Ciò colloca Wilusa a nord di questa regione, ovvero nella Troade classica. Inoltre, vicino a Wilusa c’era una sua dipendenza, un luogo chiamato Lazpa, che quasi certamente corrisponde all’isola greca di Lesbo, come propose per la prima volta Emil Forrer negli anni ’20.

Possiamo quindi affermare con sicurezza che Wilusa si trovava nella stessa regione di Hisarlik, il nostro principale candidato per la Troia/Ilios di Omero. La conclusione di Forrer, inizialmente controversa, ora sembra ineludibile: Troia è stata effettivamente trovata nei testi ittiti. 

Era la sede reale del re di Wilusa, vassallo del Grande Re degli Ittiti. Abbiamo quindi non solo un contesto fisico per la grande città dell’Iliade, ma anche riferimenti storici contemporanei ad essa.

Tuttavia, questo è ancora molto lontano dalla prova di un’effettiva Guerra di Troia. Il che ci porta alla fase successiva della nostra ricerca.

I Greci compaiono nei testi ittiti?

Anche a questa domanda Emil Forrer cercò di rispondere. Egli ipotizzò che, se Troia poteva essere identificata nei testi ittiti, allora dovevano esserci anche riferimenti ai Greci in questi stessi documenti. 

Per rintracciare tali riferimenti, Forrer partì da una domanda fondamentale: come venivano chiamati i Greci in quel periodo? 

Notò che nell’Iliade e nell’Odissea, Omero usava regolarmente il termine “Achei” per riferirsi ai Greci nel loro complesso. (I Greci classici, invece, si chiamavano “Elleni”; il termine “Greco” deriva da “Graeci”, il nome usato dai Romani per indicare i popoli del mondo greco.) 

Supponendo che il termine omerico avesse radici autentiche nell’Età del Bronzo, Forrer cercò nei testi ittiti un nome che potesse corrispondere all’equivalente ittita di “Acaia”. Dato che il potere ittita si estendeva fino alla costa occidentale dell’Anatolia, e che i Greci del Tardo Bronzo (o micenei) avevano ampi contatti commerciali con questa regione, sarebbe stato sorprendente se i testi ittiti non avessero contenuto alcun riferimento a questi Greci, indipendentemente dalla loro presenza nella tradizione omerica.

Anche in questo caso, Forrer rivendicò un successo. Notò che i testi ittiti menzionavano più volte un luogo chiamato Ahhiyawa (o Ahhiya in una forma più breve e precedente). In questo nome, egli vide il modo ittita di rappresentare il termine greco Acaia

Come ci si poteva aspettare, la proposta di Forrer suscitò un acceso dibattito, a volte persino personale. Il suo più strenuo critico fu lo studioso tedesco Ferdinand Sommer, che negli anni ’30 guidò gli scettici nel respingere l’equazione Ahhiyawa-Acaia come nient’altro che una “etimologia kling-klang” (cioè una forzatura linguistica).

Da allora, il dibattito è continuato. Alcuni studiosi hanno sostenuto che Ahhiyawa fosse semplicemente un regno locale anatolico, mentre altri hanno proposto che si trattasse di un regno insulare al largo della costa anatolica, come Cipro o Rodi. 

Altri ancora hanno suggerito che Ahhiyawa fosse un regno miceneo della Grecia continentale.

Non possiamo qui approfondire tutti i pro e i contro dell’identificazione Ahhiyawa-Acaia, un tema già ampiamente discusso in passato. Basti dire che oggi la grande maggioranza degli studiosi ritiene che Ahhiyawa si riferisca effettivamente al mondo della Grecia del Tardo Bronzo, comunemente noto come il mondo miceneo. 

L’identificazione non può essere considerata definitiva, e alcuni dei suoi sostenitori ammettono che rimane ancora una questione di interpretazione. Tuttavia, le prove circostanziali a sostegno di questa teoria, comprese le scoperte degli ultimi anni, sono ormai schiaccianti. 

In alcuni contesti, il termine Ahhiyawa sembra riferirsi al mondo miceneo in generale; in altri, dove viene menzionato un re specifico di Ahhiyawa, potrebbe indicare un regno particolare all’interno di questo mondo.

Questa identificazione ha importanti implicazioni. Una di queste è la nuova dimensione che aggiunge agli studi micenei. Fino a poco tempo fa, si credeva che le imprese d’oltremare dei Micenei fossero limitate principalmente ad attività commerciali lungo le coste del Mediterraneo, con occasionali insediamenti di coloni-commercianti micenei, specialmente sulla costa anatolica occidentale. 

Questa conclusione era basata principalmente su prove materiali, in particolare sulla ceramica. Tuttavia, l’equazione Ahhiyawa-Miceneo ci porta un passo oltre, fornendoci informazioni scritte – le uniche di questo tipo – sulla storia del mondo miceneo. 

Sappiamo dai testi ittiti che alcuni re micenei furono coinvolti politicamente e militarmente negli affari dell’Anatolia occidentale. Ad esempio, Hattusili III, che governò l’impero ittita nel XIII secolo a.C., scrisse a uno di questi re, rivolgendosi a lui come “mio fratello”, un titolo riservato ai sovrani di pari rango, e come “Grande Re”, un appellativo usato solo per i più potenti sovrani del Vicino Oriente, come i governanti di Babilonia, Assiria, Egitto e Hatti.

Da questa lettera, comunemente nota come Lettera di Tawagalawa, apprendiamo che il destinatario era signore del territorio di Milawata (l’antica Mileto) sulla costa anatolica e che probabilmente lo stava usando come base per estendere l’influenza micenea in altre parti dell’Anatolia occidentale. 

Se così fosse, le sue azioni avrebbero inevitabilmente minacciato gli interessi ittiti, in particolare i territori vassalli nella regione.

Ma tutto questo ci avvicina davvero a determinare se la tradizione della Guerra di Troia si basi su fatti storici?

Le prove storiche di una guerra di Troia

In termini generali, abbiamo delineato uno scenario plausibile per un possibile conflitto tra i Greci micenei e le forze ittite (o sostenute dagli Ittiti) nell’Anatolia occidentale. 

Ora, però, dobbiamo restringere il nostro focus. Supponendo che Wilusa sia il nome ittita di Troia/Ilios, le nostre fonti ittite forniscono prove di un conflitto specifico che coinvolge forze Ahhiyawan/micenee contro il regno di Wilusa?

Dalle fonti ittite emerge chiaramente che Wilusa ebbe una storia piuttosto travagliata, specialmente nel XIII secolo a.C., il periodo in cui si colloca tradizionalmente la Guerra di Troia.

All’inizio del secolo, apprendiamo che il territorio di Wilusa fu attaccato e occupato da un avventuriero locale di nome Piyamaradu. Questa informazione ci viene dalla lettera di Manapa-Tarhunda, re della Terra del Fiume Seha, indirizzata al suo signore supremo ittita, Muwatalli II

In quell’occasione, Piyamaradu fu cacciato da Wilusa da una forza ittita, ma rimase in libertà e continuò a minacciare gli interessi ittiti nella regione.

In questo contesto, non si fa alcun riferimento diretto ad Ahhiyawa, ma da un’altra fonte, la cosiddetta Lettera di Tawagalawa, sappiamo che Piyamaradu era un protetto del re di Ahhiyawa, che gli offrì protezione quando gli Ittiti iniziarono a perseguitarlo. 

Inoltre, Piyamaradu era il suocero di Atpa, il governatore di Milawata (l’antica Mileto), che a sua volta era vassallo del re di Ahhiyawa. La Lettera di Tawagalawa fu scritta da Hattusili III al re di Ahhiyawa, il cui nome purtroppo non è conservato (sarebbe apparso all’inizio della prima tavoletta, andata perduta). 

La lettera si concentrava sulle attività di Piyamaradu e sul sostegno che riceveva dal re di Ahhiyawa, esprimendo la preoccupazione ittita per le sue azioni.

La lettera menziona anche Wilusa, che era stata motivo di conflitto tra Hattusili III e il re di Ahhiyawa, ma il conflitto era stato risolto pacificamente: “Ora che siamo giunti a un accordo su Wilusa, per la quale siamo entrati in guerra…”

Tuttavia, Hattusili temeva che Piyamaradu potesse provocare nuovi disordini e sollecitò il re di Ahhiyawa a tenere sotto controllo il ribelle, dicendogli: “Per quanto riguarda la questione di Wilusa, per la quale noi, il Re di Hatti ed io, eravamo diventati ostili, egli (il Re di Hatti) mi ha convinto e abbiamo fatto amicizia… non sarebbe giusto per noi fare guerra”.

Questo è quanto possiamo dedurre dalle fonti ittite riguardo a un possibile conflitto che coinvolge Wilusa e Ahhiyawa. Se Troia e Wilusa fossero effettivamente la stessa cosa, allora Troia era chiaramente uno stato vassallo degli Ittiti in quel periodo, e qualsiasi aggressione contro di essa avrebbe probabilmente provocato una rappresaglia militare da parte di Hatti.

Questo è esattamente ciò che Hattusili lascia intendere nella sua lettera. I suoi riferimenti a Piyamaradu suggeriscono che lo considerasse un agente, forse il principale, utilizzato dal re di Ahhiyawa per estendere la sua influenza nell’Anatolia occidentale.

In effetti, Piyamaradu potrebbe aver già agito in questa veste quando, in precedenza, occupò temporaneamente Wilusa.

Non sappiamo quanto la lettera di Hattusili sia stata efficace nel proteggere Wilusa da ulteriori attacchi. Tuttavia, da un’altra fonte, la Lettera di Milawata, apprendiamo che durante il regno di Tudhaliya IV (figlio di Hattusili III), Wilusa fu nuovamente attaccata. 

In questa occasione, il suo re, un uomo di nome Walmu, fu costretto a fuggire in esilio. Questa informazione proviene da una giunzione di testi, un documento frammentario noto come Lettera di Milawata, che si riferisce a eventi recenti avvenuti a Milawata e nei suoi dintorni. 

Sebbene la lettera sia incompleta, il passaggio superstite riguardante Wilusa suggerisce che il regno fu riportato sotto il controllo ittita e che erano in corso i preparativi per reinsediare Walmu sul trono.

Questo episodio rappresenta l’ultima informazione che abbiamo sul regno nord-occidentale di Wilusa

Se Wilusa fosse effettivamente il regno di Troia nel Tardo Bronzo, allora possiamo iniziare a delineare un quadro della storia di Troia in questo periodo.

I suoi abitanti erano quasi certamente uno dei popoli di lingua luvia dell’Anatolia occidentale e facevano parte del complesso etno-politico delle terre di Arzawa

Per almeno gli ultimi due secoli del Tardo Bronzo, Wilusa non fu un regno indipendente, ma uno degli stati vassalli dell’Impero ittita. Durante il XIII secolo, subì diversi attacchi da parte di forze nemiche, in cui potrebbe essere stato coinvolto un re greco miceneo. 

In un’occasione, il nemico invase e occupò il suo territorio; in un’altra, il re di Wilusa fu deposto. In entrambi i casi, furono gli Ittiti a liberare il regno.

La cosiddetta Lettera di Tawagalawa, che collega il re di Ahhiyawa a una guerra che coinvolge Wilusa, risale alla metà del XIII secolo. Questa è la data più ampiamente accettata per la distruzione di Troia VIh

Il nome del destinatario della lettera, che potrebbe essere apparso nella prima tavoletta (ora perduta), rimane sconosciuto. Tuttavia, alcuni studiosi hanno suggerito che questo destinatario, un Grande Re del mondo Ahhiyawan, potrebbe essere visto come il prototipo dell’Agamennone di Omero. 

Secondo la tradizione omerica, Agamennone guidò una confederazione di Greci in una guerra contro i Troiani, culminata in un assedio decennale, nella conquista, nella distruzione e nell’abbandono della città. Questi sono gli eventi centrali della tradizione omerica. 

Ma quanto siamo vicini a dimostrare che questi eventi siano realmente accaduti? Rivediamo le prove attualmente disponibili.

Possiamo con un alto grado di probabilità identificare il sito ora conosciuto come Hisarlik nella Turchia nord-occidentale con l’antica cittadella di Troia, resa famosa dai poemi epici di Omero. Il livello VIh di questo sito si adatta meglio alla descrizione di Troia da parte di Omero. Questo livello fu distrutto durante il XIII secolo, probabilmente intorno alla metà del secolo, entro il periodo in cui la Guerra di Troia è datata nelle fonti greche classiche.

Sfortunatamente non abbiamo prove chiare per indicare cosa causò la distruzione di Troia: azione umana, forze naturali o una combinazione di entrambi. È vero che recenti scavi nella città bassa hanno prodotto segni di conflitto militare sotto forma di punte di freccia e scheletri umani. Ma finora la quantità di tali resti è troppo piccola per costituire la prova di un conflitto prolungato per un periodo di molti anni e che coinvolge una grande forza di invasione.

È molto probabile che Troia o Ilio fosse il regno chiamato Wilusa nei testi ittiti. Wilusa era un regno vassallo dell’impero ittita situato nell’estremo nord-ovest dell’Anatolia, nella regione che i Greci di epoche successive chiamarono la Troade.

Sappiamo che i Greci micenei, la cui terra è chiamata Ahhiyawa nei testi ittiti, furono coinvolti negli affari politici e militari dell’Anatolia occidentale, almeno dal XV secolo e in particolare nel XIII secolo, quando la terra di Milawata sulla costa anatolica occidentale era soggetta a un re Ahhiyawan/miceneo.

Durante questo periodo Wilusa subì una serie di attacchi in cui i Greci micenei potrebbero essere stati coinvolti direttamente o indirettamente. In un’occasione, il suo territorio fu occupato dal nemico; in un’altra occasione il suo re fu deposto e costretto all’esilio. Omero ci dice che la città di Troia fu attaccata, occupata e distrutta dai Greci, e la sua famiglia reale uccisa o costretta all’esilio.

Quanto ci portano, quindi, queste informazioni verso la prova di una Guerra di Troia?

La risposta non può essere molto lontana, se stiamo cercando di identificare un conflitto storico che abbia occupato un periodo di tempo relativamente lungodieci anni, secondo la tradizione greca.

Tuttavia, lungi dal fornire prove materiali o scritte di un tale conflitto, le nostre fonti anatoliche sollevano notevoli dubbi sulla sua storicità, almeno nella forma in cui appare in Omero.

Ad esempio, sebbene la guerra d’assedio fosse certamente una pratica comune in diverse operazioni militari dell’Età del Bronzo, e a volte si protraesse per diversi mesi, l’idea di un assedio che durasse molti anni è del tutto implausibile.

Inoltre, l’affermazione che le forze greche arrivarono a Troia con una flotta di oltre mille navi (1.186, per la precisione) renderebbe l’armata greca più grande della più imponente flotta conosciuta in qualsiasi periodo del mondo antico.

Se esiste una base storica per la tradizione omerica, essa va ricercata non in un singolo conflitto di lunga durata, ma piuttosto in una serie di conflitti avvenuti nel corso di un arco temporale molto più ampio.

Le nostre fonti scritte anatoliche non forniscono alcuna prova di un unico, grande e prolungato attacco da parte di invasori greci contro un regno anatolico, culminato nella distruzione di quel regno. Piuttosto, il modello che emerge è quello di una serie di attacchi limitati, effettuati nel corso di diversi secoli, con occasionali occupazioni temporanee di regni assediati.

Uno qualsiasi di questi attacchi potrebbe aver fornito il nucleo originale dell

L’evoluzione di una tradizione

La genesi dell’epica omerica potrebbe risalire a 150 anni o più prima della data generalmente accettata della Guerra di Troia. 

Già alla fine del XV o all’inizio del XIV secolo, un noto testo ittita, la cosiddetta “Accusa di Madduwatta”, menziona le imprese militari degli Ahhiyawan sulla terraferma anatolica e successivamente sull’isola di Cipro (nota come Alasiya nei testi ittiti). 

Il capo di queste imprese era un uomo di Ahhiya di nome Attarsiya. Potrebbe la tradizione della Guerra di Troia essere iniziata con un conflitto militare tra Greci micenei e Anatolici all’inizio del XIV, o addirittura del XV secolo? 

Il professor Vermeule ha sostenuto che ci sono elementi linguistici e culturali nell’Iliade che potrebbero risalire a questo periodo. Attraverso lo studio di alcuni passaggi dell’Iliade, conclude che le morti di eroi “omerici” come Ettore e Patroclo erano già cantate nel XV o XIV secolo. 

Le avventure militari in Anatolia di un antico guerriero greco miceneo come Attarsiya sono esattamente il tipo di materiale da cui nascono le leggende. In effetti, è possibile che Attarsiya (o Attarissiya) fosse il modo ittita di scrivere il nome greco Atreo, un nome portato nella tradizione greca da uno dei primi sovrani di Micene.

Forse furono i primi contatti micenei con l’Anatolia occidentale a dare inizio alla tradizione di un conflitto greco-anatolico. Nel corso del tempo, questa tradizione acquisì costantemente nuovi elementi, molti dei quali potrebbero essere basati su episodi o incidenti storici reali. 

Nel XIII secolo, la tradizione aveva anche acquisito un contesto fisico specifico: un regno anatolico nord-occidentale che, nel corso del secolo, subì una serie di attacchi da parte dei Greci o dei loro alleati. L’occupazione nemica del suo territorio e il rovesciamento del suo re divennero parte integrante della tradizione in evoluzione.

Questa tradizione fu mantenuta viva da narratori, bardi e menestrelli erranti che, come ci dice Omero, intrattenevano le corti di re e nobili micenei. Le gesta di grandi eroi del passato si mescolarono con le azioni di re e guerrieri greci di epoche più recenti. 

La tradizione orale, per sua natura, permetteva adattamenti e aggiunte quasi illimitati a un corpus di folklore esistente. Molto probabilmente, su richiesta dei loro mecenati, i narratori aggiungevano costantemente nuovo materiale, aggiornando il loro repertorio di racconti. 

Anche dopo la caduta dei grandi regni dell’Età del Bronzo, la tradizione di una grande guerra continuò. E fu forse in questo periodo successivo, post-Età del Bronzo, che nacque l’ultima componente essenziale della tradizione omerica: la totale distruzione e abbandono della cittadella di Troia.

È importante sottolineare che una fine così drammatica di Troia non è attestata durante il Tardo Bronzo, né nei documenti archeologici né in quelli scritti. 

Nei reperti archeologici, Troia VIIa sostituì rapidamente Troia VIh e fu occupata dallo stesso gruppo di popolazione, sebbene le condizioni di vita fossero più umili e affollate. Nei documenti scritti, Wilusa fu liberata dai suoi invasori almeno in due occasioni nel XIII secolo, e al sovrano locale fu ripristinata la sua autorità. 

Tuttavia, arrivò un momento in cui Troia fu distrutta e apparentemente abbandonata dalla sua popolazione. Ciò accadde alla fine del livello VIIb, tra il 1100 e il 1000 a.C., durante i grandi sconvolgimenti che colpirono il Vicino Oriente e la Grecia alla fine dell’Età del Bronzo. 

La sua distruzione fu molto probabilmente opera di predoni, inclusi i cosiddetti Popoli del Mare, di cui si parla nei documenti egizi. È probabile che tra questi predoni vi fossero anche gruppi provenienti dagli ultimi resti del mondo miceneo.

Intorno al 1000 a.C., nuove ondate di Greci si stabilirono nell’Anatolia occidentale. Conoscevano le grandi storie dei loro antenati che avevano combattuto contro i regni anatolici locali, in particolare la conquista di un regno chiamato Troia o Ilio nella tradizione greca. 

Molti di loro potrebbero aver visitato il luogo di questa conquista. Cosa videro lì? I resti di una città un tempo grande, distrutta e ora totalmente abbandonata. Questo fornì l’ultimo elemento della tradizione: l’episodio conclusivo di un racconto di conflitto, conquista e distruzione.

Tutto ciò ha fornito la materia prima per il poeta creativo: una sequenza di eventi che si è svolta nell’arco di almeno cinquecento anni. Dall’immenso corpus di leggende e folklore generato da questi eventi, fu selezionato un piccolo numero di episodi, intessuti in una narrazione continua e compressi in un periodo di dieci anni. 

Ma il poeta andò oltre. La sua storia doveva essere popolata di personaggi coloriti: il signorile Agamennone, il coraggioso Aiace di proporzioni enormi, il nobile Ettore, l’offeso Achille, l’astuto Odisseo

Furono aggiunti altri elementi dal repertorio standard della tradizione epica: l’intervento di dei e dee, l’esecuzione di strani rituali, incontri con incantatrici e mostri, e consultazioni con i morti o gli immortali.

Fu questo il risultato di una singola persona? E se sì, fu il risultato di un poeta dell’VIII secolo? O ci fu una successione di poeti che risalgono attraverso le nebbie dell’Età Oscura? 

Omero era semplicemente l’ultimo di una serie? O era egli stesso un’invenzione, non una persona, ma la personificazione di un processo iniziato molto prima della fine dell’VIII secolo?

Potrebbero esserci stati uno o più poeti dell’Età Oscura a cui dovrebbe essere attribuito il merito, o almeno con i quali dovrebbe essere condiviso. Eppure, rimane la probabilità che, sovrastando tutti i suoi predecessori, ci fosse effettivamente un grande poeta della fine dell’VIII o dell’inizio del VII secolo, il cui genio creativo portò una tradizione narrativa in evoluzione al suo apice di eccellenza artistica.

Indubbiamente, il dibattito sul fatto che il racconto omerico della Guerra di Troia si basi o meno su fatti storici continuerà. Studiosi, produttori cinematografici e chiunque sia interessato alla storia di Troia continueranno a indagare sulla verità dietro la leggenda. 

Perché così tanti sono stati ossessionati da questa ricerca per così tanto tempo? 

Parte del motivo potrebbe essere la convinzione che la reputazione del poeta sarebbe tanto maggiore se potessimo provare oltre ogni dubbio che il suo racconto di Troia si basa su fatti storici. Ma, in realtà, è vero il contrario. 

Omero era un artista creativo, non uno storico, ed è così che vorrebbe essere giudicato. La sua composizione epica ha catturato l’immaginazione di generazioni di ascoltatori e lettori, oltre a ispirare innumerevoli artisti visivi e letterari. Eppure, questo non è tutto. 

Con una forza tale, ha raccontato la sua storia da convincere quasi tutti i suoi ascoltatori e lettori, compresi alcuni dei più acuti studiosi, che i suoi personaggi sono basati su persone reali e che questi eventi sono realmente accaduti.

Supponiamo per un momento che l’Iliade fosse, dall’inizio alla fine, un’opera di finzione, che Omero si sia inventato tutto. Quale sarebbe allora il più grande favore che potremmo fare al poeta? 

Sicuramente, provare alla soddisfazione di tutti che la sua storia di Troia non ha alcun fondamento storico. Ciò, più di ogni altra cosa, chiarirebbe a tutti la piena portata del genio creativo del poeta ionico.

Gli storici antichi inventavano alcuni fatti?

Di Timothy Joseph, College of the Holy Cross
Traduzione e adattamento di Leonardo Conti

Gli storici dell’antica Grecia e dell’antica Roma attribuivano grande importanza ai resoconti di prima mano, e soprattutto all’essere presenti agli eventi descritti e al vederli con i propri occhi.

Il tempo trascorso “sul campo” e le esperienze rischiose vissute conferivano agli storici credibilità e autorità. I resoconti di testimonianze oculari coinvolgevano così anche il pubblico, che poteva seguire le orme delle audaci imprese dell’autore attraverso il testo.

Quando non era possibile raccontare un evento vissuto in prima persona, nel tentativo di conquistare i propri lettori, gli storici antichi spesso alteravano o addirittura inventavano i loro racconti, fingendo di esser presenti.

Le dubbie misurazioni di Tacito

La tradizione storica occidentale inizia con il greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C. Il secondo libro delle sue Storie è una lunga e dettagliata discussione sulla geografia, la storia e la cultura degli Egiziani, ed è ancora oggi una risorsa indispensabile per lo studio dell’antico Egitto.

Lo storico greco fa spesso riferimento alla sua visita in Egitto, ma commettendo parecchi errori. Per esempio, quando parla delle famose piramidi di Giza, scrive con spavalderia: “Le ho misurate personalmente!”.

L’immagine dello storico, con una bacchetta di misurazione in mano, che scala le piramidi, è accattivante, ma purtroppo la descrizione dell’aspetto e delle tecniche costruttive non collimano con la realtà. Questi grossolani errori, uniti ad altri, hanno portato addirittura gli studiosi a chiedersi se Erodoto fosse mai stato in Egitto.

Nonostante ciò, Erodoto mantenne un posto di autorità e prestigio nell’antichità. Lo stesso Cicerone, il politico e erudito romano del I secolo a.C., nel suo lavoro De Legibus, lo definì “il padre della storia”, un titolo che Erodoto conserva ancora oggi in Occidente, seppur con qualche dubbio.

Ma anche il grande Cicerone forse aveva qualche perplessità sulla veridicità di Erodoto: infatti affermò anche che raccontava “innumerevoli storie favolose”. Questo dimostra che narrare racconti accattivanti faceva parte della scrittura storica sin dai primi tempi.

Testimoni oculari “non presenti”

Tacito, considerato generalmente il più grande storico romano, pubblicò una biografia del suocero Agricola nel 98 d.C. In essa menziona l’esecuzione da parte dell’imperatore Domiziano dei senatori Elvidio e Senecione nel 93 d.C.

Tacito, pure lui senatore, scrive con grande senso di colpa della complicità del senato in questi atti tirannici: “le nostre mani condussero Elvidio al suo carcere … Senecione ci macchiò di sangue innocente”.

La scena è impressionante, carica di pathos, ma gli storici moderni deducono dalla documentazione rimasta che Tacito non si trovasse a Roma in quel periodo. L’inserimento di sé stesso come testimone oculare e attore colpevole di questi eventi è molto probabilmente un’invenzione per dare un particolare effetto al testo.

Anche in tempi moderni si tende a inventare “finte” testimonianze oculari.

Nel 2013, durante un’apparizione al “Late Show with David Letterman”, Brian Williams usò un espediente linguistico smile a quello di Tacito circa 1900 anni prima.

Di fronte a un pubblico in trepidante attesa, Williams disse, riguardo all’attacco in elicottero del 2003 avvenuto durante la guerra in Iraq: “Così siamo stati colpiti, siamo atterrati, tutti stavano bene – il nostro capitano ha riportato una ferita al timpano nella cabina di pilotaggio – ma eravamo salvi.”

Il linguaggio di Williams, alla prima persona plurale, veniva usato anche da Tacito. E lo scopo era lo stesso, vale a dire far credere una cosa per un’altra. Così come il grande storico non era a Roma durante la morte dei suoi colleghi, infatti, Williams non poteva aver visto l’evento raccontato. Era sì in elicottero quel giorno, ma su uno che raggiunse il velivolo colpito circa un’ora dopo l’attacco.

In entrambi i casi, l’uso del pronome “noi” è efficace: Tacito e Williams ci portano lì, condividono l’esperienza vissuta di testimoni oculari e mantengono viva la nostra attenzione.

In un articolo del Washington Post del 14 febbraio, un giornalista di “NBC Nightly News” ha detto del suo collega: “Brian non è un bugiardo. È una persona che si fa coinvolgere nella storia. È un grande narratore. Ma a volte i narratori esagerano”.

Questa frase su Williams ricorda molto quella di Cicerone su Erodoto, che, ricordiamo, era il “padre della storia”, ma anche incline a racconti fantastici.

Ma il pubblico moderno è più esigente di quello antico. Per questo il giornalista del Washington Post tende a giustificare il collega Brian Williams: “Gli effetti di un attacco con RPG sono talmente spaventosi che, anche a distanza, sembra di averlo ricevuto. Brian non esagera nel suo racconto”.

Williams ha usato un modo di raccontare molto coinvolgente per il pubblico, un espediente vecchio quanto la storiografia stessa, anche se forse dovrebbe smettere di emulare Erodoto e Tacito, a favore di una narrazione più vera e autentica.

La bellezza femminile nell’antica Roma

Di Jacob Hammer, Università di Vienna
Traduzione e adattamento di Riccardo Troiano

Le donne dell’antica Roma consideravano la bellezza un dono ricevuto dagli dèi. Ma, allo stesso tempo, erano consapevoli che gli anni scorrono e che rughe e capelli grigi sono inevitabili. Il poeta d’età augustea Ovidio racconta che, sotto il regno di Tazio, le donne sabine avrebbero addirittura preferito coltivare i campi paterni piuttosto che impegnarsi costantemente nella cura del proprio corpo.

Ma nel mondo romano, la cultura della bellezza femminile assunse contorni ben diversi. Durante il periodo imperiale, l’ideale di bellezza femminile era senza dubbio rappresentato dalla culta puella, la ragazza raffinata.

Il portamento

Era dunque richiesto un portamento leggiadro e grazioso, venustum et incessum, in cui emergevano soprattutto oculi flagrantes, occhi splendenti, e capelli sciolti sul collo. I Romani, dunque, individuavano nella donna un corpo leggiadro, capace di trasmettere magnificenza e grazia. Accanto a un tale esempio di bellezza femminile erano possibili anche venustas, eleganza e motus animi, animo energico.

Un segreto della bellezza femminile nell’antica Roma era, però, la spontaneità. Un valido esempio è offerto dal poeta del I secolo d. C., Orazio, nella figura mitologica di Pirra, che seduce un ragazzo più giovane simplex munditiis (con semplice eleganza), nonostante la maggiore età. Non era necessario, inoltre, che una donna apparisse in pubblico, mostrando la sua ricchezza. L’abbigliamento femminile non mostrava, quindi, ricami dorati e non ostentava pietre preziose. Al contrario, l’autore latino Giovenale afferma che, per una donna, indossare abiti sontuosi risulta addirittura volgare.

I capelli

Le donne dell’antica Roma prestavano una delicata cura ai propri capelli. In antichità, la pettinatura risultava assai semplice: i capelli erano raccolti in un nodo sulla nuca (coma religare), talvolta annodati e posti sulla parte alta della testa.

Durante l’età imperiale, invece, le acconciature erano variegate. I capelli erano talvolta semplicemente sciolti o avvolti in trecce o ancora decorati con fili d’oro e fermagli. Alcune donne indossavano anche delle parrucche con onde curate o ricamavano riccioli artigianali, raggiungendo anche una considerevole altezza.

Questa scelta era propria anche delle imperatrici, che hanno sfoggiato un propria acconciatura secondo l’epoca vissuta. Alcune delle statue che le ritraevano erano addirittura dotate di parrucche rimovibili e, quando la moda cambiava, era adottata una nuova acconciatura, rimuovendo quella precedente.

Innumerevoli erano i prodotti per i capelli, utilizzati anche dagli uomini, come unguenti, pomate ed oli. Il loro acquisto era garantito dagli unguentarii, anche definiti ungropolae dal commediografo Plauto. I nomi più diffusi erano quelli di capillare, cinnamea o semplicemente unguenta. I più facoltosi impiegavano anche il malobathrum Syrium, importato dalla città di Antiochia.

La letteratura latina riporta i loro nomi in diverse opere, come in quelle del poeta Catullo, che descrive un unguento ricevuto dall’amata Lesbia, o del satirico Orazio, che descrive un giovane come perfuas liquidis odori bus, mentre il naturalista Plinio il Vecchio, nella sua Storia Naturale, elenca molte ricette per la produzione di questi prodotti.

Sono addirittura giunti fino a noi anche i nomi di alcuni unguentarii, come Niceros, i cui prodotti erano chiamati Nicerosiana, e Cosmus, i cui emporetica Cosmusiana erano assai famosi. I loro prodotti hanno goduto di una buona reputazione fino al V secolo, testimoniando come anche nell’antichità il nome del produttore fosse sinonimo di qualità.

Il sorriso

I denti erano molto osservati, tanto che solo alle persone con una perfetta dentatura era consigliato di ridere o sorridere. La cura dei denti era affidata a dentifrici e polveri, come la spuma nitens, utilizzata principalmente dalle donne, così come riportato da alcuni autori latini.

Il poeta Marziale (xiv. 56) ironizza in uno dei suoi versi: «Dentifricio: cosa hai a che fare con esso? Ma mi fai ridere! Non sono forse abituato a lucidare entrambi i denti?» I denti artificiali erano ottenuti dalla lavorazione di osso e avorio e successivamente uniti con fili d’oro.

I denti rovinati erano spesso il risultato di un alito cattivo. Le donne affette da questo problema erano ammonite e invitate a mantenersi distanti dai loro ammiratori. L’alito cattivo era parzialmente eliminato grazie a pastiglie o lozioni (pastilli), prodotte dagli unguentarii, anche se scolorivano i denti quando usati in eccesso.

Le persone affette da cattivo odore corporeo erano chiamate spiros o hircus. I profumi erano usati frequentemente in questi casi, seppur non ottenessero un risultato garantito.

Trucchi di bellezza

Un altro strumento per la cura del corpo era l’alipilus, un depilatore specifico per le ascelle. Seneca narra di un uomo che si vantava della propria abilità nello strappare i peli, mentre braccia e gambe venivano depilate con pietra pomice o con preparati a base di resina e argilla.

L’aggettivo candidus descrive la carnagione ideale delle donne romane, definita dal poeta Properzio “bianca come il giglio” (ii. 3, 12). Per accentuare il colorito, alcune applicavano del fucus, una tintura rossa ottenuta facendo bollire la radice di robbia, sulle guance e sulle labbra.

Il rossetto, chiamato erubes, si ricavava dai sedimenti del vino o dalle prugne. Per rendere la pelle del viso liscia, si utilizzavano oli mescolati, a cui talvolta veniva aggiunta della cera per attenuare le rughe, anche se questa preparazione andava rimossa al mattino per evitare effetti indesiderati.

Le donne si abbellivano anche con polveri e tinture a base di zafferano, usate come un moderno mascara. Frine, nelle Eccles., si lamentava delle palpebra infectae (palpebre colorate artificialmente), commentando che le sopracciglia disegnate non ispiravano virilità, ma indignazione.

La freschezza del viso veniva preservata con cure meticolose. Di notte si applicavano creme speciali, una delle quali prevedeva una preparazione curiosa: orzo inumidito con urina di capra, unito a uva passa senza semi, pestata in un mortaio di granito, e poi miscelato con miele. Si credeva che questa crema rimuovesse le macchie e ammorbidisse la pelle, rendendola più brillante di uno specchio.

Per eliminare le imperfezioni, si usava la cosiddetta “crema alcione”, preparata con nidi di alcione e miele. Erano noti anche i cerotti di bellezza (splenia), portati sia da donne che da uomini.

Altre preparazioni includevano miscele di vino, grasso, mirra, mirto, miele, finocchio e petali di rosa. Tuttavia, a causa del vino, queste creme non potevano essere lasciate sul viso troppo a lungo per evitare danni.

Un cosmetico chiamato escurium era ottenuto da paglia di grano e fichi secchi e veniva importato dalla Grecia. Un altro unguento, il mediumum, si preparava con resina di corteccia di pino, ma Plinio il Vecchio lo giudicava negativamente a causa dell’alto contenuto di grasso.

Il lutto nell’antica Roma. Come veniva affrontato?

Di Valerie M. Hope, The Open University
Traduzione e adattamento a cura di Fabio Saverio Gatto

Nel febbraio del 45 a.C., Cicerone visse uno dei momenti più dolorosi della sua vita: la morte della figlia Tullia. Questo lutto lo segnò profondamente, al punto da spingerlo a scrivere numerose lettere nelle settimane successive, molte delle quali indirizzate al suo amico Attico. Queste lettere, oggi preziose testimonianze storiche, ci offrono uno sguardo raro e toccante su come i Romani affrontassero il dolore della perdita.

Ciò che colpisce maggiormente è che a raccontare questo dolore fu un uomo di cultura e prestigio: Cicerone non era solo un intellettuale, ma anche un politico di rilievo negli ultimi anni della Repubblica romana. In un contesto dove il lutto era spesso trattato con distacco o descritto nelle vicende altrui, la sincerità con cui Cicerone espresse il proprio dolore rappresenta un’eccezione nelle fonti antiche. Per gli autori dell’epoca, infatti, era più semplice giudicare il lutto degli altri che condividere apertamente le proprie sofferenze personali.

Il lutto era un argomento complesso nella società romana. Da un lato, veniva considerato naturale e inevitabile, come sottolinea Seneca nei suoi scritti. Dall’altro, esprimere apertamente il dolore era spesso visto come incompatibile con la vita pubblica e con l’ideale della virtù maschile.

In molti casi, il lutto veniva associato a una debolezza tipicamente femminile, come testimoniano Cicerone, Seneca e Plutarco. Per uomini come Cicerone, il lutto non era mai soltanto una questione privata: era strettamente legato ai doveri pubblici e al ruolo che occupavano nella società. Di conseguenza, gli uomini romani cercavano non solo consolazione, ma anche modi per convivere con la perdita senza compromettere il loro ruolo pubblico.

La reazione di Cicerone alla morte della figlia Tullia è stata oggetto di numerosi studi, e non a caso. Il suo dolore ci offre uno sguardo prezioso sulle modalità con cui i Romani affrontavano il lutto. Ma questa riflessione non si limita alla figura di Cicerone: l’obiettivo è capire come i Romani dell’epoca vivevano e superavano le perdite. Partendo dall’esempio di Cicerone, possiamo esplorare i metodi più comuni per alleviare il dolore del lutto durante la tarda Repubblica e il primo periodo imperiale, valutandone l’efficacia e il significato.

La gestione del lutto nel mondo romano

Nel mondo antico, il lutto era un tema particolarmente complesso. Aspetti come la sua definizione, la sua espressione e i metodi per alleviare il dolore erano ben diversi da quelli che conosciamo oggi. È sbagliato pensare che il loro modo di vivere le emozioni fosse uguale al nostro, come sottolinea Cairns (2008). In un contesto dove la mortalità era alta per molte ragioni, l’esperienza del lutto assumeva sfumature molto diverse rispetto a quelle moderne.

Inoltre, la nostra conoscenza è spesso filtrata dai pregiudizi delle fonti antiche, che riflettono soprattutto il punto di vista di uomini ricchi, appartenenti all’élite e ben istruiti. Tuttavia, proprio come accade oggi, anche gli intellettuali dell’epoca cercarono di definire il lutto e di esplorarne le molteplici sfumature, offrendoci un’importante finestra sul mondo emotivo dell’antica Roma.

Le scuole filosofiche dell’antichità cercarono di proporre le proprie visioni sulle emozioni, ma il pensiero romano le reinterpretò, adattandole alla propria cultura. Tra le più influenti, gli Stoici e gli Epicurei ebbero un ruolo centrale a Roma: entrambe le correnti consideravano le passioni come potenzialmente pericolose, capaci di travolgere la natura umana e la razionalità. La filosofia, in questa prospettiva, veniva vista come uno strumento terapeutico per riequilibrare le emozioni (Gill 1997).

Il lutto, sebbene non sempre definito come una passione autonoma, era spesso considerato una forma di dolore (aegritudo). Proprio in questa chiave, Cicerone descriveva il lutto come una delle emozioni più difficili da affrontare. Scriveva infatti: “Ma l’aegritudo comporta cose peggiori: decadimento, tortura, tormento, ripugnanza. Lacera e divora l’anima, distruggendola completamente” (Tusc. 3.27). Questo rifletteva la complessità e l’intensità con cui il lutto era vissuto nel mondo romano.

Gli scrittori dell’epoca affrontavano spesso il tema del lutto e dei modi per alleviarlo, trattandolo con un approccio filosofico che lo rendeva una questione centrale nella letteratura. Perdere una persona cara era considerato un dolore così intenso da essere paragonato a una malattia vera e propria.

Cicerone stesso, dopo la morte della figlia, utilizzava frequentemente immagini mediche per descrivere il suo dolore: parlava di una ferita aperta (Att. 12.18.1), di medicine da prendere (Att. 12.21.5) e di rimedi da cercare (Att. 12.21.5).

Questo approccio era condiviso anche da altri pensatori del tempo. Servio Sulpicio Rufo, in una lettera a Cicerone, temeva che il suo amico stesse affrontando il lutto come un cattivo medico (Fam. 4.5.5), incapace di curarsi adeguatamente. Seneca, invece, si descriveva spesso come un medico filosofico, somministrando rimedi per alleviare il dolore del lutto, paragonandolo a un paziente da curare (Helv. 2.2).

Questi riferimenti sottolineano quanto fosse diffusa, nel mondo romano, l’idea che il dolore emotivo necessitasse di cure e fosse affrontato con la stessa serietà riservata alle malattie fisiche.

Nella rappresentazione del lutto, le metafore militari erano largamente utilizzate. Il lutto veniva descritto come una battaglia da combattere, da cui bisognava uscire vittoriosi (ad esempio, Cicerone, Att. 12.15; Seneca, Marc. 1.5). Questi paragoni evidenziano due aspetti significativi: da un lato, il lutto era percepito come un nemico da affrontare e sconfiggere, quasi fosse una malattia o una debolezza di carattere; dall’altro, tali metafore sottolineano la consapevolezza del potere devastante del dolore, capace di debilitare anche gli uomini più forti.

Alleviare il dolore del lutto, dunque, non era un compito semplice. La sua intensità spingeva persino i Romani, con tutta la loro enfasi sulla virtù e il controllo delle emozioni, a cercare aiuto, mostrando quanto fosse difficile convivere con una perdita così profonda.

Il “codice d’onore” nel mostrare il dolore

Si potrebbe pensare che la maggior parte delle persone nell’antica Roma affrontasse il lutto seguendo una prospettiva filosofica, ma non era così. Il lutto non riguardava solo le élite ma anche altre categorie sociali – donne, bambini, schiavi e poveri – che vivevano il dolore della perdita, lasciandoci tracce, seppur indirette, di come affrontassero il lutto, spesso in modi molto diversi.

Gli intellettuali delle élite spesso giudicavano severamente il comportamento delle classi meno abbienti, criticando gesti considerati esagerati, lamenti rumorosi o lacrime percepite come false, che trasformavano il lutto in una sorta di spettacolo pubblico. Seneca, per esempio, sosteneva che un “vero uomo” dovesse mantenere il controllo delle emozioni e non piangere affatto (Ep. 63.13).

D’altro canto, mostrare poca o nessuna emozione durante un funerale poteva essere interpretato come segno di mancanza di umanità o di un dolore non sincero (Petronio, Sat. 42; Svetonio, Tib. 52; Tacito, Ann. 3.2–3). In definitiva, il comportamento accettabile prevedeva che si potessero versare lacrime durante il funerale o nella riservatezza della propria casa, ma non in altri contesti, per non compromettere l’immagine di compostezza e dignità che la società romana si aspettava.

A contrastare l’ideale romano di autocontrollo ci pensò l’arte. Il lutto, infatti, fu una grande fonte di ispirazione, soprattutto nella poesia e nel teatro, dove la sofferenza veniva rappresentata in modo aperto, evocando empatia nel pubblico e, talvolta, esaltando il dolore stesso.

Diversamente dalle opere filosofiche, quelle poetiche e teatrali – sebbene anch’esse scritte da uomini – dimostrarono che il lutto non doveva necessariamente essere controllato. Al contrario, veniva spesso presentato come un’emozione da vivere pienamente, senza reprimerla.

Per molti Romani, però, nessuno dei due estremi era davvero adeguato. Il loro modo di affrontare il lutto oscillava tra la ricerca di soluzioni pratiche e reazioni emotive intense legate alla perdita, trovando un equilibrio tra il controllo e l’espressione del dolore (cf. Stroebe e Schut 1999).

A questo punto, possiamo chiederci: le testimonianze che ci sono pervenute riflettono solo il cordoglio, inteso come esibizione e performance pubblica, o rappresentano anche il lutto autentico?

Le prove disponibili sono spesso rappresentazioni stilizzate, o addirittura distorsioni, delle emozioni (Baltussen 2009, 357). Questo accade perché ciò che è sopravvissuto fino a noi era, in parte, pensato per essere mostrato e consumato dal pubblico dell’epoca.

Ma molte di queste testimonianze sono così intrise di emozioni (o, al contrario, della loro negazione) che sarebbe riduttivo pensare che riflettano solo i Romani in lutto, escludendo chiunque altro. Al di là della ricerca di attenuare il dolore, offrire supporto nell’elaborazione del lutto e fornire consolazione era spesso una responsabilità condivisa a livello sociale.

Anche se le rappresentazioni che ci sono pervenute possono apparire stilizzate, il dolore del lutto era una realtà profondamente riconosciuta e vissuta da tutti, rendendo chiaro quanto fosse universale l’esperienza della perdita.

Cicerone: le prime settimane dopo il lutto

Come abbiamo visto, Cicerone era un uomo dell’élite romana, un intellettuale fortemente influenzato dalla filosofia del suo tempo. Nelle lettere scritte dopo la morte di sua figlia Tullia, ci offre uno sguardo raro su cosa potesse essere un lutto autentico per un uomo del suo rango.

Secondo Baltussen (2009; 2013b, 78), Cicerone soffrì di lutto acuto o patologico nelle otto-dieci settimane successive alla perdita, mentre Evans (2007) descrive questo periodo come un episodio di grave depressione. Dovremmo però essere cauti nell’applicare queste diagnosi moderne, poiché potrebbero suggerire che Cicerone fosse in qualche modo anormale o che il suo dolore fosse più intenso rispetto a quello vissuto da altri Romani in situazioni simili.

Questo potrebbe essere vero, ma mancano comparazioni adeguate per poter stabilire se cio’ rispecchia o meno la sofferenza dei suoi pari di livello, o dell’uomo dell’epoca; nessun altro Romano ha documentato il proprio lutto in modo così dettagliato come fece lui, lasciandoci impossibilitati ad avere dei termini di paragone per capire cosa potesse essere estremo, meno estremo, normale o anormale.

Inoltre, tali diagnosi rischiano di ignorare il contesto politico di cui Cicerone faceva parte. Bisogna tener presente che prima della morte di sua figlia, Cicerone era già un uomo turbato, la cui carriera era in crisi; il suo lutto per Tullia e il suo dolore furono emblematici per la decadenza della Repubblica.

Piuttosto che esaminare minuziosamente Cicerone o analizzare la cronologia del suo lutto, proviamo a considerare cosa stesse facendo in quel periodo e cosa si aspettassero da lui.

Non sto suggerendo che Cicerone stesse consapevolmente “elaborando il lutto”, piuttosto identificare ciò che nell’antica Roma veniva proposto per aiutare chi aveva subito un lutto. L’esperienza di Cicerone, dato il suo status e le sue inclinazioni intellettuali, potrebbe essere stata lontana da quella vissuta da un Romano medio, e anche il semplice atto di documentare il proprio lutto in modo così dettagliato era insolito.

Le lettere di Cicerone, unite ad altre prove principalmente del primo periodo imperiale, ci permettono di individuare alcuni elementi che offrivano conforto ai lutti quali: i rituali, le credenze religiose e filosofiche, il dovere pubblico, le reti di supporto, la letteratura e la memoria. Questo elenco non è esaustivo e rimane orientato prettamente verso il maschio romano di élite, ma fornisce alcune intuizioni su come il lutto veniva gestito in quel periodo.

Cicerone non rivelò nulla riguardo ai rituali funebri che circondarono la morte di Tullia, poiché la corrispondenza dettagliata con Attico iniziò alcune settimane dopo. Possiamo supporre che fossero stati seguiti i riti consueti: il corpo di Tullia potrebbe essere stato esposto per alcuni giorni, poi portato in processione funebre, con il feretro accompagnato da familiari, amici, musicisti e lamentatori a pagamento.

Al cimitero, forse Cicerone stesso potrebbe aver pronunciato un elogio prima che venisse acceso il rogo funebre.

Durante il funerale furono eseguiti probabilmente dei riti di purificazione, ripetuti nove giorni dopo la morte. Durante questo periodo, Cicerone avrebbe dovuto astenersi dagli affari pubblici, indossare abiti scuri e rimanere a casa.

Cicerone non era un sostenitore di riti sontuosi o drammatici (Leg. 2.59; Tusc. 3.62). Per questo, è probabile che il funerale di Tullia sia stato sobrio, evitando dimostrazioni eccessivamente patetiche come lamenti rumorosi o lamentatori che si ferivano battendosi il petto, strappandosi i capelli e graffiandosi il volto.

Cicerone: l’elaborazione nei mesi successivi

È evidente che la conclusione dei rituali funebri formali non segnò la fine del dolore di Cicerone. Anche nove giorni dopo la morte di Tullia, egli non riprese le sue attività pubbliche. In sostanza, indipendentemente dal funerale di Tullia – che fosse stato sobrio o sontuoso – i soli rituali non furono sufficienti a placare il suo dolore.

I rituali funebri mostrano lo status dei dolenti; i rituali consentono alle persone di dire addio ai morti e di rinegoziare il loro posto nella società. Sia il corpo che i dolenti possono essere considerati contaminati e pericolosi, e lo scopo dei rituali e’ quello di neutralizzare e controllare quei pericoli.

I dolenti devono essere purificati dal loro dolore, poiché il loro stato emotivo è potenzialmente pericoloso e destabilizzante (O’Rourke 2007, 397). Dai rituali allora traggono benefici non solo i dolenti, ma anche la società e la comunità tutta.

Nel mondo romano vi erano norme che regolavano quanto dovesse durare il lutto e che miravano a controllare alcune manifestazioni emotive (Leg. 2.59; Plutarco, Num. 12; Paolo, Sent. 1.21.2–5). Gli uomini, in particolare, dovevano riprendere rapidamente il lavoro e i doveri pubblici per garantire l’efficienza dello stato. Il lutto (gesti drammatici e l’uso di abiti funebri) era spesso considerato “un affare da donne.”

I rituali funerari romani erano sia pratici che simbolici, ma consentivano anche il riconoscimento e l’espressione del dolore che doveva essere controllato e delimitato in un certo arco di tempo.

La questione più complessa è capire se questi rituali fossero emotivamente soddisfacenti per tutti. Il rapporto tra il dolente e il defunto, così come l’età, il genere e lo status sociale, influenzavano profondamente il modo in cui ciascuno viveva il lutto e partecipava ai rituali.

Durante i funerali, potevano essere coinvolti schiavi, impresari funebri e lamentatori a pagamento. L’uso di questi specialisti, che sembra essersi diffuso durante la tarda Repubblica e il primo periodo imperiale (Bodel 2004), contribuiva a creare una certa distanza emotiva tra il dolente e il defunto. Inoltre, prendersi cura dei morti e partecipare a manifestazioni pubbliche di lutto erano spesso considerati compiti riservati a donne di basso status sociale (Richlin 2001).

I ruoli rituali prescritti potevano offrire conforto ai dolenti, dando loro una guida su cosa fare e come comportarsi. Adempiere alle aspettative sociali e personali di comportamento poteva aiutare a gestire il dolore. Tuttavia, non mancava la consapevolezza di una discrepanza tra i rituali, soprattutto nella loro componente teatrale, e la realtà emotiva. Spesso, questa discrepanza veniva usata per criticare persone di diversa classe sociale, genere o intelletto.

Cicerone, ad esempio, osservò che i bambini allegri durante il lutto familiare venivano picchiati affinché versassero le lacrime attese (Tusc. 3.64). Luciano descrisse il lutto come teatrale e drammatico, sottolineandone l’inutilità pratica (Luct.). Marziale, invece, notò che chi soffre davvero lo fa in solitudine (1.33).

Il lutto visto dalla società romana

Nel mondo romano, vi era scetticismo verso alcune manifestazioni di lutto. Le espressioni emotive venivano spesso considerate false o inutili per chi soffriva davvero.

Tuttavia, esistono testimonianze che contraddicono questa visione, suggerendo che i rituali funebri fossero fondamentali per l’espressione del dolore. Stazio, ad esempio, descrisse comportamenti di lutto estremi senza considerarli falsi, ma autentiche e attese manifestazioni di amore e perdita.

Nei riti per Priscilla, egli elogiò l’accumulo di incenso, il feretro riccamente decorato, la sepoltura elaborata e le lacrime del marito come espressioni adeguate (almeno in senso poetico) del lutto (Silv. 5.1.208–230).

Anche la poesia sottolinea l’importanza di completare i rituali, soprattutto nei casi in cui questi venivano interrotti o non eseguiti correttamente. Ovidio, ad esempio, esprime il timore per riti incompleti (Tr. 3.3.37–46). Lucano descrisse la tragedia della vedova di Pompeo, privata del corpo del marito, il cui cadavere fu abbandonato su una costa straniera dopo l’assassinio (Phars. 8.739–742).

Questi racconti non solo esplorano le conseguenze del mancato rispetto delle esequie, ma evidenziano il ruolo centrale dei rituali nel processo di elaborazione del lutto. Non avere un corpo su cui piangere era una fonte di ulteriore sofferenza: poter dire addio era essenziale per chi viveva il dolore della perdita.

Le festività annuali come i Parentalia e i Rosalia fornivano rituali continui, con visite alle tombe, cure per i defunti e dei loro ricordi. Vi era anche spazio per approcci più personalizzati e ritualizzati.

Cicerone progettava di costruire un santuario per Tullia; non era chiaro quale potesse essere lo scopo di tale santuario, ma è probabile che Cicerone immaginasse di visitarlo regolarmente. Dopo il funerale, le routine quotidiane potevano essere riadattate: alcuni spazi e modi di fare erano evidenziati dall’assenza del defunto; anche gli oggetti e le immagini assumevano nuovi significati come punto focale per il rituale.

L’imperatore Augusto, secondo quanto riferito, baciava regolarmente una statua del nipote morto (Svetonio, Cal. 7). Simili gesti di commemorazione erano comuni: alcune persone parlavano alle immagini dei defunti, le decoravano o conservavano gioielli e cimeli preziosi appartenuti a loro (Hope 2011a).

Anche Cicerone, dopo la morte di sua figlia Tullia, reagì al dolore modificando le proprie abitudini. Evitò inizialmente di recarsi a Roma e nella villa dove Tullia era morta, dimostrando quanto fosse difficile affrontare quei luoghi carichi di ricordi. Con il tempo, tuttavia, accettò di farvi ritorno (Att. 12.45; 12.46).

La performance pubblica del lutto, che questi rituali potevano comportare, non era richiesta a tutti, infatti per alcuni sembrava irrilevante tanto da essere, o sentirsi, esonerati dal farlo; ma per altri era importante e genuina. 

I rituali permettevano ai dolenti di esprimere il dispiacere in una maniera accettata e organizzata, sebbene i rituali variassero tra i vari sessi e ceti sociali. Dopo il funerale, sia i morti che le loro tombe non venivano dimenticati; anzi i legami con i defunti potevano essere mantenuti vivi attraverso rituali pubblici e privati.

L’aldilà per gli antichi romani

Le credenze religiose e filosofiche nell’antica Roma potevano essere variabili e molto personali. In base a ciò che accadeva ai morti, si adottavano diverse opzioni: dalla concezione della morte come annientamento, all’idea di una continua esistenza dei defunti in un mondo ultraterreno (come lo definiremmo oggi).

E’ difficile stabilire cosa credeva la maggior parte delle persone. In ogni epitaffio venivano espresse diverse opinioni; alcuni trovavano conforto nelle idee di continuità, vita dopo la morte e speranza di riunione (ad esempio, CIL 11.6435), mentre altri vedevano la morte come la fine di tutto: “Non ero, ero, non sono, non mi importa” (CIL 13.530).

La maggior parte degli epitaffi, oltre alla formula generica di apertura Dis Manibus (“agli spiriti dei defunti”), non faceva chiarezza sul fatto se il defunto o i suoi dolenti credessero nell’aldilà o nell’immortalità dell’anima.

Cicerone stesso, nelle lettere scritte dopo la morte di Tullia, fece pochi riferimenti alla religione. In alcuni casi, i suoi scritti presentavano prospettive divergenti: promuovendo un regno celeste per i grandi e i virtuosi (Rep. 6.13), immaginando i nemici di Roma all’inferno (Phil. 14.32) o negando del tutto l’esistenza dell’Ade (Tusc. 1.10).

Ognuna di queste opzioni aveva uno scopo specifico in un contesto letterario particolare, tanto che nessuna di esse rappresentava, per forza, le opinioni personali di Cicerone.

Alla morte di Tullia, Cicerone lottava con la mortalità di sua figlia e lo scopo della sua morte, come dimostra la sua determinazione a costruire un santuario.

Sostanzialmente era come se Cicerone volesse conferire a sua figlia uno status divino, ma tale divinizzazione di un mortale era insolita e una novita’ per quell’epoca. Poco dopo che Cicerone scrisse le sue lettere su questo argomento, Giulio Cesare, assassinato, venne dichiarato dio, e nel secolo successivo ci fu una crescente tendenza a fondere il mortale e il divino nella commemorazione funeraria (Wrede 1981; Cole 2014).

Ad affiancare la religione, c’erano anche i principi filosofici. Anche in questo caso, come per la religione, vi poteva essere una stretta adesione a determinate scuole di pensiero (ad esempio, stoica, scettica, epicurea), oppure un approccio filosofico più eclettico, cosi’ com’e’ riscontrabile negli stessi scritti di Cicerone.

L’atteggiamento filosofico era generalmente quello di moderazione nell’espressione del dolore, offrendo al tempo stesso consigli per razionalizzare e quindi controllare il lutto.

Scrivendo a Tizio dopo la morte dei suoi figli (e pochi mesi prima della morte di Tullia), Cicerone utilizzò alcuni dei principali argomenti filosofici: la morte colpisce tutti gli uomini, la morte non è un male e il tempo guarisce (Fam. 5.16; cf. Tusc. 3.77).

Nella sua personale esperienza di lutto, Cicerone si trovò in difficoltà con alcuni degli insegnamenti filosofici del suo tempo, tanto da affermare che nulla poteva consolarlo, ma è altrettanto chiaro che lesse e studiò ampiamente ciò che la filosofia dell’epoca consigliava a riguardo.

Cicerone sottolineava di non andare oltre ciò che i migliori maestri consigliavano nel suo dolore e che stava provando i rimedi prescritti (Att. 12.21.5). Gli aspetti specifici della filosofia forse non offrirono la terapia immediata che Cicerone si aspettava, ma l’approccio filosofico gli fornì occupazione dandogli modo di distrarsi.

Più di un anno dopo la morte di Tullia, Cicerone espresse la sua gratitudine alla filosofia per averlo distratto dall’ansia e per avergli fornito un’armatura contro le avversità (Fam. 12.23.4).

Ovviamente anche altri, oltre Cicerone, trovarono difficile accettare nella sua interezza la risposta filosofica alla morte. Nel I secolo d.C., Stazio inveì contro coloro che cercavano di porre limiti al lutto, “che [osano] decretare una legge per il pianto o fissare i confini del dolore” (Silv. 5.5.60–61; vedi Markus 2004).

Tacito considerava l’autocontrollo maschile forzato come un’esibizione di coraggio; poteva essere dimostrativo quanto le lacrime e i lamenti femminili (Agr. 29.1). Tuttavia, massime di senso comune ricavate proprio dalla filosofia, come “i morti non soffrono” e “il tempo guarisce”, venivano spesso citate.

Nel lutto, molte persone trovavano conforto nelle proprie “credenze,” che fossero filosofiche o religiose, poiché queste fornivano spiegazioni sul destino dei morti e anche una guida pratica e spirituale su come convivere con il dolore.

La religione poteva anche promuovere legami continui con i defunti, se non attraverso la speranza di una riunione, almeno tramite rituali regolari (come già detto), che davano ai morti un posto nella vita dei vivi.

Il dovere pubblico nel lutto

Cicerone sottolineava, attraverso la propria assenza, che mantenersi occupati, specialmente nel servizio pubblico, era un metodo consolidato per alleviare il dolore. Il servizio allo stato doveva essere prioritario e poteva richiedere la soppressione delle già citate emozioni.

In termini di occupazione, Cicerone non fece nulla, o almeno questo era ciò di cui i suoi amici lo accusavano, ritirandosi da Roma e allontanandosi dalla vita politica (ad esempio, Fam. 5.14.1–2). Il fatto che l’assenza di Cicerone fosse problematica è suggerito dal fatto che egli dichiarava di essere malato ed era disposto a giurarlo (Att. 12.13.2); il dolore da solo non era una scusa sufficiente per mancare a determinati doveri.

L’ideale maschile di comportamento durante il lutto prevedeva che si andasse avanti, mantenendo il controllo o mascherando il dolore, come gli fu suggerito a Cicerone e suggeri’ a sua volta (Fam. 5.16.5; Att. 12.20.1; 12.23.1).

Esistevano molti esempi di uomini repubblicani stimati che, almeno in pubblico, non versavano una lacrima. Giulio Cesare, dopo la morte di sua figlia, ad esempio, tornò a comandare le sue truppe nel giro di pochi giorni (Seneca, Marc. 14.3). Cicerone era consapevole del potere di questi paradigmi e, nelle sue lettere ad Attico, chiedeva dettagli sui lutti altrui, con lo scopo di potersi consolare (Att. 12.20.2; 12.22.2; 12.24.2).

Scrivendo a Bruto dopo la morte della moglie, Cicerone osservava: “La moderazione nel lutto, che è utile per gli altri uomini, è per te una necessità” (Ad Brut. 18 [I.9].2 [= 19 (I.9).2 in Williams e Cary 1927–1929]).

Mantenersi occupati e svolgere i propri doveri pubblici era anche fonte di distrazione utile, qualcosa che poteva aiutare nel processo di guarigione.

Tacito descrisse la guerra contro i Britanni come il rimedio utilizzato dal suocero Agricola dopo la morte di un figlio giovane (Agr. 29.1). Agricola andò avanti, anche se guarire il suo dolore significava potenzialmente infliggerlo ad altri.

Fare ciò che era familiare e la quotidianita’ poteva rassicurare i dolenti che dovevano affrontare un’esperienza di morte. La maggior parte delle persone non erano generali né ricoprivano incarichi pubblici, ma si promuoveva comunque l’idea che la routine e i ruoli consueti fossero un ottimo rimedio sia per distrarre dal dolore che alleviarlo.

Seneca suggerì che era quando i dolenti erano a casa (domum) e soli, piuttosto che occupati al lavoro, che il dolore poteva insinuarsi (Polyb. 8.1).

Per Cicerone, la situazione che stava vivendo gli rese inizialmente difficile la possibilità di prender parte attivamente alla vita pubblica. Non poteva diventare un paradigma di moderazione del lutto e trovare conforto nell’ammirazione per questa performance pubblica (Wilcox 2005a), anche se alla fine i suoi scritti avrebbero parzialmente compiuto questo ruolo.

 In una risposta a una lettera ricevuta da Servio Sulpicio Rufo, Cicerone stesso notò sia l’importanza del dovere pubblico che il vivere, contemporaneamente, i mali pubblici e quelli privati, mettendo in risalto la dipendenza sia della casa che del forum: “perciò evito sia la casa sia il forum, perché la casa non può più confortare il dolore che gli affari pubblici mi causano, né gli affari pubblici possono confortare il dolore che soffro in casa” (Fam. 4.6.2).

In sostanza, Cicerone si comportava in modo non virile nel suo lutto, perché non adempiva piu’ alle consuete occupazioni aristocratiche: insomma distrazioni che gli avrebbero impedito sia la manifestazione pubblica del dolore che la distrazione dal colpo subito (vedi anche Att. 12.21.5; 12.23.1).

Nel suo isolarsi, Cicerone forse previde una sfida all’esaltazione del dovere pubblico. Sotto il dominio degli imperatori, i modelli maschili da seguire provenivano proprio dalla famiglia imperiale stessa, quindi il vero valore degli altri uomini per quanto riguardava il servizio pubblico era messo in discussione.

Trovare consolazione e distrazione dedicandosi al servizio di Roma poteva diventare un compito estremamente difficile per chi viveva un lutto profondo. Tuttavia, questo non significa che tutti gli uomini di élite affrontassero il dolore nello stesso modo in cui fece Cicerone.

Gli ideali repubblicani di autocontrollo e compostezza venivano ancora celebrati, ma è possibile che durante questo periodo si fosse sviluppata una visione più sentimentale del valore della famiglia. Questo cambiamento potrebbe aver contribuito ad ammorbidire l’ideale maschile, riconoscendo un ruolo più centrale alle emozioni nei legami familiari (Dixon 1991; Bodel 1999; Hope 2011b, 111–115).

L’idea di mantenersi occupati, indipendentemente dal ceto sociale o dal sesso, veniva ancora promossa, ma andare avanti con la vita poteva significare concentrarsi sia sulla famiglia che sulla carriera pubblica.

Nella società romana, le persone erano ammirate per il loro altruismo e per la capacità di mettere i bisogni dello Stato e degli altri al di sopra del proprio dolore. Questo rifletteva l’idea che il lutto dovesse essere limitato nel tempo: in una società con un’elevata mortalità, come quella romana, era fondamentale concentrarsi sui vivi piuttosto che sui morti.

Per chi ricopriva ruoli pubblici, questo atteggiamento era particolarmente importante. Il dovere e il lavoro non solo offrivano una distrazione preziosa per chi soffriva, ma contribuivano anche al benessere della società romana nel suo complesso, garantendo che il dolore personale non interferisse con le responsabilità collettive.

Gli aurighi nell’antica Roma. A metà tra stregoni e mercenari

Di Parshia Lee-Stecum, Deputy Provost presso la Trobe University
Traduzione e adattamento di Alfredo Barrella

Gli aurighi dell’antica Roma non erano solo conosciuti come abilissimi conducenti di carri, ma anche per la loro fama controversa. Alcuni di loro raggiunsero lo status di vere e proprie celebrità, ma erano spesso visti anche come figure rozze e brutali. Questo era dovuto non solo alla natura violenta delle gare, ma anche all’aggressività dei loro tifosi, che contribuiva a rafforzare questa immagine.

La loro fama era ulteriormente complicata dal fatto che molti aurighi, pur essendo famosi, erano schiavi. Questo contrasto rendeva il loro ruolo ancora più affascinante ma anche inquietante agli occhi dei Romani.

Gli aurighi erano inoltre associati a pratiche superstiziose. Sono state trovate numerose defixiones, ossia maledizioni scritte, legate al mondo delle corse dei carri. Questi rituali, utilizzati dai sostenitori delle varie squadre per danneggiare gli avversari, hanno contribuito a rendere l’immagine degli aurighi ancora più ambigua e sinistra.

Le maledizioni legate agli aurighi sono tra i testi più violenti che ci siano pervenuti. Un esempio, trovato a Hadrumetum, invoca un demone affinché “torturi e uccida” (crucies occidas) i cavalli delle squadre avversarie. Non meno crudele è il desiderio di “uccidere e distruggere” (occidas collidas) gli stessi aurighi rivali (DT 286).

In altre tavolette ritrovate nello stesso luogo si leggono frasi come: “possa cadere, possa spezzarsi, possa essere fatto a pezzi” (cadat frangat disfrangatur, DT 279), un’ulteriore dimostrazione della violenza verbale tipica dell’ambiente circense.

A rafforzare l’idea del circo come luogo pericoloso è anche un passo di Cicerone, che descrive come “un auriga inesperto venga sbalzato dal carro, schiacciato, lacerato e ridotto a brandelli” (ut auriga indoctus e curru trahitur opteritur laniatur eliditur).

Il legame tra aurighi e magia

Fin dall’antichità, gli aurighi erano spesso associati alla magia. Nel IV secolo, lo storico Ammiano Marcellino li cita in relazione al veneficium (un termine che indicava pratiche magiche) in almeno tre episodi. In uno di questi (28.4.25), fa riferimento in generale alla classe degli aurighi. In un altro episodio, parla di un certo Auchenino, coinvolto in pratiche magiche insieme a quattro senatori (28.1.27). Infine, narra di un uomo di nome Ilarino, condannato per aver affidato il figlio a un mago (veneficus, 26.3.3).

È interessante notare che in nessuno di questi casi il veneficium è esplicitamente collegato al circo, anche se, nel caso di Auchenino, questa possibilità non è del tutto esclusa.

Più avanti, agli inizi del VI secolo, Cassiodoro rende ancora più esplicita la connessione tra aurighi e magia. Parlando di un auriga molto vittorioso, scrive:

“La frequenza delle sue vittorie faceva sì che fosse chiamato stregone. Quando non si può attribuire la vittoria al merito dei cavalli, si crede inevitabilmente che sia frutto di un inganno magico. Ma, tra gli aurighi, sembra quasi un onore essere accusati di tali crimini.

Questo legame tra successo e magia rafforzava la fama ambigua degli aurighi, visti tanto come campioni quanto come figure sospette.

Confrontando due testi del IV secolo, molto diversi tra loro, vorrei suggerire che queste associazioni (a prescindere dal fatto che fossero giustificate o meno) potrebbero essere state sfruttate dagli aurighi stessi.

Il più recente dei due testi chiave che prendo in considerazione è un editto del Codice Teodosiano, successivamente incluso, circa un secolo dopo, anche nel Codice Giustinianeo. Sebbene la raccolta nota come Codice Teodosiano risalga al V secolo, questa contiene testi giuridici per lo più antecedenti. Il Codice Teodosiano, 9.16.11, risale all’agosto del 389 (= Codice Giustinianeo, 9.18.9):

«Gli imperatori Valentiniano, Teodosio e Arcadio Augusti ad Albino, prefetto della città. Chiunque venga a conoscenza, scopra o catturi una persona contaminata dalla macchia del maleficium, deve immediatamente consegnarla e presentarla agli occhi della legge e del popolo come un nemico comune della sicurezza.

Se qualcuno tra gli aurighi, o comunque appartenente a qualsiasi altra categoria di persone, tenterà di violare questo divieto, o infliggerà punizioni segrete anche a un reo di pratica magica, non eviterà l’estrema pena, essendo (egli stesso) sospettato per un duplice motivo: o per aver sottratto un colpevole alla severità delle leggi e al dovuto processo, per evitare che ne rivelasse i complici, o per aver eliminato, sfruttando la scusa del reato di maleficium, un proprio nemico personale.».

In questo editto, gli aurighi sono menzionati insieme ad altre categorie di persone (genera hominum) in relazione al maleficium (magia). Tuttavia, non vengono descritti come semplici stregoni: anzi, sono indicati come esecutori di punizioni contro coloro accusati di praticare magia.

Queste punizioni, però, sembrano aggirare i tribunali romani, privandoli del diritto di applicare le sanzioni previste dalla legge. Potremmo quindi trovarci di fronte a una forma di persecuzione contro presunti maghi, abbastanza frequente e grave da richiedere un intervento tramite editto imperiale.

Ma perché proprio gli aurighi come “vigilanti”? Forse perché, con la loro fama di personaggi brutali, erano visti come i più adatti a guidare azioni violente e potenzialmente rivoluzionarie?

L’editto stesso offre possibili spiegazioni. Potrebbe trattarsi di una scusa (nomen vindictae, “pretesto di vendetta”) usata dai vigilanti per coprire altre intenzioni: forse l’auriga eliminava testimoni scomodi o sfruttava l’accusa di magia per vendicarsi di nemici personali.

Il riferimento specifico agli aurighi sembra rafforzare il legame tra il circo e il mondo del veneficium. Allo stesso tempo, richiama la loro fama di violenza impulsiva e inarrestabile, che li rendeva protagonisti ideali di episodi di giustizia sommaria o vendetta.

Gli aurighi come mercenari

Riguardo al secondo testo, sebbene sia stato scritto vicino al 389, rispetto al primo, descrive un periodo di circa vent’anni prima. In effetti, mentre questo passaggio della Storia di Ammiano Marcellino proviene dal libro 28, che tratta principalmente degli eventi degli anni 368–372, il contesto immediato è una lunga invettiva contro le varie depravazioni della nobilitas romana durante i mandati dei prefetti Olibrio e Ampelio (368–372).

Tuttavia, come accade spesso nei passaggi moralistici, le censure di Ammiano potrebbero essere state percepite come applicabili in senso più ampio, e quindi non solo a quegli anni.

Nel corso dell’elenco delle attività di vari membri dell’élite romana («alcuni facevano questo… altri facevano quello… altri ancora facevano altre cose…» e così via), gli aurighi fanno una breve apparizione. Il passaggio in questione recita:

«Un altro, se nota che il suo creditore è troppo insistente, si rivolge a un auriga che, pronto a osare qualsiasi cosa, fa in modo che il creditore venga accusato come veneficus. Quest’ultimo non può liberarsi da tale accusa finché non paga pesanti spese. Inoltre, l’accusatore imprigiona il debitore consenziente come se fosse una sua proprietà e non lo rilascia finché non riconosce formalmente il debito».

Questo episodio mostra come gli aurighi non fossero legati solo alla violenza del circo, ma potessero essere utilizzati per scopi ben più sinistri, come manipolare la giustizia a vantaggio di chi li assoldava.

In queste circostanze, gli aurighi assumono il ruolo di veri e propri mercenari, pronti a compiere azioni illegali in cambio di denaro.

Questo tipo di comportamento non faceva che rafforzare la loro fama di individui pericolosi e senza scrupoli, temuti non solo per la loro abilità nelle corse, ma anche per la loro disponibilità a eseguire compiti violenti o illeciti nella vita quotidiana.

In alcuni casi, invece di agire come vigilanti, gli aurighi avevano il compito di accusare di veneficium (magia) il creditore del loro padrone. Questo ricatto obbligava il creditore a cancellare il debito o, peggio, a contrarre un nuovo debito con il padrone dell’auriga o persino con l’auriga stesso, evitando così le gravi conseguenze legali di un’accusa di magia.

Ma perché affidare proprio agli aurighi un compito simile? La risposta risiede nelle loro due caratteristiche distintive: la fama di violenza e il legame con la magia. Considerati criminali minacciosi e presumibilmente esperti di pratiche magiche, gli aurighi erano perfetti per intimidire e risultavano credibili come accusatori in casi di veneficium. Questa combinazione di violenza e superstizione li rendeva strumenti ideali per chi voleva piegare la legge ai propri interessi.

Confrontando il Codice Teodosiano (9.16.11) con il racconto di Ammiano Marcellino (28.4.25), si possono intuire alcuni dettagli su come la magia fosse usata in questi contesti. Tuttavia, anche se potrebbe sembrare che l’editto del 389 risponda direttamente alle tattiche descritte da Ammiano per il periodo 368–372, non esiste una prova certa di una relazione diretta tra i due testi.

È plausibile che il pretesto dell’azione vigilante fosse talvolta usato per coprire tentativi di ricatto falliti. In alcuni casi, i creditori potrebbero aver rifiutato di cedere alle minacce di un’accusa di veneficium (magia). A quel punto, l’auriga assoldato (o chi lo aveva incaricato) avrebbe potuto scegliere di eliminare il creditore, piuttosto che rischiare di esporre la falsità dell’accusa davanti a un tribunale, dove sarebbe stata facilmente smascherata.

In simili circostanze, dichiarare che l’auriga stava “liberando la società” da un mago poteva servire come comoda copertura per un omicidio. Tuttavia, per quanto affascinante possa essere questo scenario, non possiamo considerarlo altro che una supposizione, basata sulla giustapposizione dei due testi e non su prove certe.

La magia nel mondo romano

Pertanto, l’esame congiunto di questi due testi suggerisce alcune riflessioni più generali su come la ‘magia’ potesse funzionare nel IV secolo.

Essi potrebbero rappresentare alcune delle poche prove romane in cui la magia venga strumentalizzata in relazione alla reputazione personale. Se è vero che gli aurighi erano comunemente associati alla pratica magica, questa presunta competenza poteva conferire maggiore credibilità alle loro accuse di magia contro altri. In altre parole, magistrati e giurie romane potevano essere più inclini a credere agli aurighi su questioni legate alla magia, poiché si riteneva che avessero una conoscenza speciale di tali pratiche.

Inoltre, essendo essi stessi sospettati di veneficium, l’accusa di complici nella pratica magica da parte di un auriga poteva avere un peso particolare. Gli aurighi (e coloro che li assoldavano per questi scopi) avrebbero dunque sfruttato la propria fama per perseguire fini oscuri, sebbene del tutto privi di magia reale.

Da questo punto di vista, è interessante la relazione tra il successo e la reputazione di essere un ‘mago’ (maleficus) che Cassiodoro identifica poco più di un secolo dopo: una tale reputazione era in realtà vista come qualcosa di positivo (magnum praeconium, ‘un grande elogio’) per via della sua associazione con la vittoria, riflettendo così l’abilità e il potere dell’auriga in pista.

Non è forse così incongruo che una reputazione così potente potesse essere utilizzata per esercitare potere in altri ambiti. Tuttavia, il rovescio della medaglia di una simile tattica, come dimostra il testo del Codice Teodosiano, era che il tentativo di sfruttare la propria fama di mago poteva ritorcersi contro chi la sfruttava per scopi personali, confermando così i pregiudizi generali sul suo genus hominum (‘tipo sociale’).

Ciò, come abbiamo visto, viene esplicitato dalla minaccia secondo cui gli aurighi, o altri che accusassero le proprie vittime di essere malefici, sarebbero stati essi stessi sospettati di complicità nello stesso crimine. Anche senza l’editto, il rischio di incriminarsi accusando altri appare evidente. Se il bluff fosse stato smascherato, un ricattatore avrebbe potuto esitare prima di portare avanti l’accusa pretestuosa.

Manovre di questo tipo erano estremamente rischiose, ma bisogna ricordare che un altro elemento cruciale nella scelta degli aurighi per un compito del genere era la loro fama di violenza, inclusa la loro propensione ad affrontare conseguenze violente.

Questo aspetto era almeno tanto importante quanto la loro associazione con la magia, poiché la vittima sapeva che gli aurighi non avrebbero esitato ad agire in modo precipitoso qualora la situazione fosse degenerata.

Se l’associazione con la magia riesce a suggerirci qualcosa su ciò che gli aurighi stavano facendo in questo contesto, tali personaggi potrebbero offrirci indizi anche sui significati e gli usi della magia nella cultura romana.

La maggior parte degli aurighi, come la maggior parte dei gladiatori, aveva lo status di schiavo. Tuttavia, potevano aspirare a una forma di status sociale elevato, come dimostra l’ammirazione che alcuni di loro sembrano aver ricevuto persino da membri dell’élite romana.

Sembrano certamente aver ottenuto un certo grado di indipendenza sociale e persino ricchezza, condizioni raramente riscontrabili tra gli schiavi.

Questa combinazione di due ambiti sociali apparentemente incompatibili – la condizione di schiavo e lo status di celebrità benestante – sfuma i confini sociali tradizionali di Roma. Come osserva J. P. Toner:  

«Aurighi, gladiatori, attori vennero a rappresentare una nuova classe elitaria nell’immaginario popolare. Queste icone divennero potenti forze trasversali della società; erano gli assi attorno ai quali ruotavano i conflitti, e furono loro a cui i Romani si rivolsero per risolvere le loro dispute. Si creò una nuova interfaccia tra l’élite tradizionale e il popolo, ma ciò suscitò anche preoccupazioni morali su cosa significasse per le identità tradizionali un tale indebolimento dei confini sociali».

Questo aspetto dunque è indicativo di come la percezione della magia funzioni nella società romana. Alcuni storici della magia infatti hanno sostenuto che essa diventa operativa proprio quando si percepisce che tali confini sociali stiano per crollare.

Così la magia acquista almeno due funzioni peculiari: 1) essa agisce come un segnale di allarme riguardo al possibile crollo di tali confini; 2) serve come strumento per affermare, riaffermare o stabilizzare quei confini, evidenziando una trasgressione.

Segnalare qualcosa come inaccettabile aiuta a definire ciò che è accettabile e a controllarlo. La magia, a questo punto, fa da sfondo ad una contesa, e può quindi essere impiegata come arma in tale conflitto.

È una possibile manovra nel dibattito su ciò che è socialmente legittimo o illegittimo. La vittoria in un simile conflitto può, ovviamente, avere conseguenze molto pratiche, come liberarsi dei propri creditori o eliminare altri nemici; tuttavia, sebbene la disputa possa sfociare in un contenzioso legale, il conflitto in sé può sempre trasformarsi in qualcosa di più grande.

In verità, gli aurighi non rappresentano l’unico esempio di questa ‘trasgressione legata’ all’etichetta di ‘mago’. Due tra i più noti casi di accuse di magia nell’antica Roma, separati da oltre trecento anni, illustrano bene questo concetto.

Due esempi di accuse di magia

Il processo a Gaio Furio Cresimo, riportato da Plinio il Vecchio (Storia Naturale 18.8.41–43), risale al II secolo a.C., probabilmente intorno al 190 a.C. Cresimo, un contadino proprietario di un piccolo appezzamento di terra, viene accusato di veneficium dai suoi vicini, che vedono il suo successo economico crescere mentre le loro più ampie proprietà non producono altrettanta prosperità.

L’episodio, così come riportato da Plinio, offre proprio quegli elementi che gli studiosi associano alle accuse di magia nel mondo antico. Per esempio, l’accusa contro Cresimo avviene in un contesto di competizione: accusare di magia è un mezzo semplice per attaccare un rivale più prospero che, altrimenti, non offre alcun motivo apparente per essere accusato.

Fritz Graf ha sottolineato un ulteriore aspetto: lo status di Cresimo come liberto, un elemento che Plinio evidenzia chiaramente (C. Furius Cresimus e servitute liberatus, «Gaio Furio Cresimo, liberato dalla schiavitù»). In quanto tale, Cresimo è un ‘impostore’ agli occhi dei suoi vicini: che un liberto riesca a ottenere maggiore successo e ricchezza rispetto ai suoi vicini nati liberi rappresenta una sovversione dei tradizionali confini e gerarchie sociali, una sorta di ‘rovesciamento del divario originario’, come lo definisce Graf; ciò alimenta l’accusa di magia.

Il secondo esempio, ancor più noto, è il processo di Apuleio per magia, che si svolse nella città di Sabrata, in Nord Africa, intorno al 160 d.C. Il filosofo fu accusato di aver utilizzato la magia per sedurre una ricca vedova, Pudentilla.

Dal punto di vista della comunità locale di Oea, città natale di Pudentilla, ed in particolare agli occhi dei suoi accusatori, Emiliano ed Erennio, membri della famiglia della vedova, Apuleio era un estraneo: sebbene quest’ultimo fosse nato in Nord Africa, aveva comunque studiato ad Atene e a Roma, e, pertanto, era un prodotto della cultura urbana dell’Impero romano.

Anche in questo caso quindi, colui che attira l’accusa di magia è un outsider che minaccia di sovvertire le strutture tradizionali della comunità e della famiglia, incluse «le aspettative riguardanti l’eredità»: Apuleio ottiene una ricchezza e uno status percepiti come inappropriati per una figura del genere.

Come in questi casi individuali, anche gli aurighi potevano essere percepiti come aspiranti a un potere sociale che non apparteneva loro per tradizione. La ‘magia’ diventa così uno strumento per esprimere, evidenziare e potenzialmente demonizzare la trasgressione e l’illegittimità associate a tali figure.

In un simile contesto, la giustapposizione dei due testi analizzati potrebbe suggerire che gli aurighi coinvolti stessero cercando di trasformare una loro vulnerabilità in una possibile forza.

La loro ambigua posizione sociale era probabilmente proprio il tipo di condizione in grado di attrarre la percezione o l’accusa di magia, con conseguenze potenzialmente spiacevoli per chi veniva così etichettato.

Ma tale ambiguità offriva anche un potere che, a quanto sembra, alcuni aurighi romani riuscirono a sfruttare; un potere del tutto indipendente da eventuali attività rituali che potessero praticare o meno, scaturito dalla loro posizione sociale ambigua e dal ruolo della magia che veniva percepita, nella cultura romana, come vero e proprio distintivo sociale.

insomma: gli aurighi romani avevano una pessima ma importante reputazione, e alcuni di loro non esitavano a sfruttarla.

Portus: il porto di Roma antica che fece grande l’impero

A cura di: Fabio Saverio Gatto

Vi siete mai chiesti quante volte un passeggero di una qualsiasi compagnia aerea si sia trovato a transitare o anche solo a sorvolare uno degli aeroporti più trafficati d’Europa? Probabilmente almeno una volta nella vita!

Fiumicino, l’aeroporto principale di Roma, è una delle strutture aeroportuali più importanti d’Italia, se non addirittura la più grande. Non c’è dubbio: il compito di un’infrastruttura simile è quello di alimentare l’economia di una città e di un intero Paese, sostenendo un flusso continuo di pendolari, turisti e, soprattutto, di merci.

A questo punto potreste chiedervi: “E che c’entra questo aeroporto con la storia di Roma, la città eterna?”

Ebbene, sebbene abbiano scopi molto diversi, c’è qualcosa che li accomuna: oltre alla radice del nome – “porto” – condividono il luogo e la funzione di punto nevralgico per i trasporti.

Portus: il porto che cambiò la storia di Roma

A circa venti miglia a sud-ovest di Roma, immerso nella campagna romana e a poca distanza dall’attuale aeroporto di Fiumicino, si nasconde quello che, con buona ragione, può essere considerato uno dei più grandi capolavori dell’ingegneria dell’antica Roma: Portus.

Oggi, purtroppo, il porto è quasi interamente insabbiato, ma al culmine del suo splendore era il principale snodo marittimo della città eterna, accogliendo ogni anno migliaia di navi, proprio come l’aeroporto accoglie oggi milioni di passeggeri e merci.

Portus era il cuore pulsante della logistica romana: qui si importavano, stoccavano e distribuivano beni essenziali, soprattutto il grano, risorsa vitale per mantenere stabile l’economia e la vita quotidiana di Roma e del suo vasto impero.

L’archeologo Simon Keay riassume bene l’importanza del sito affermando: “Perché Roma potesse funzionare a pieno regime, Portus doveva funzionare a pieno regime” e aggiunge: “Le sorti della città sono indissolubilmente legate a quelle del porto. È difficile sopravvalutarne l’importanza.”

Sin dai suoi albori, Roma avvertì l’esigenza di dotarsi di un porto efficiente in acque profonde, e Portus rappresentò la soluzione più grandiosa, realizzata grazie all’ingegno e alla tenacia dei Romani, che scavarono direttamente nel terreno per costruirlo.

Per lungo tempo il sito non ha ricevuto la giusta attenzione da parte degli archeologi, ma negli ultimi quindici anni è finalmente diventato il fulcro di un ambizioso progetto di ricerca, volto a riscoprire non solo l’imponenza di Portus, ma anche il suo stretto legame con Roma e il ruolo cruciale che ebbe come nodo nevralgico del sistema portuale mediterraneo.

Attualmente, il Portus Project è diretto da Simon Keay, docente dell’Università di Southampton, che guida il progetto ormai da cinque anni. Tuttavia, Keay conduce ricerche sul campo nell’area fin dalla fine degli anni ’90, collaborando con un team internazionale che si occupa di studiare le origini del porto – risalenti al I secolo d.C. – la sua crescita come principale hub commerciale di Roma e le complesse interazioni tra il porto, la città e il Mediterraneo romano.

Una delle principali difficoltà affrontate dal team di ricerca riguarda non solo l’enorme estensione del sito, ma anche la sua straordinaria complessità. Portus, infatti, non era solo un semplice porto, ma una vera e propria cittadella dotata di tutte le infrastrutture necessarie: due grandi bacini artificiali, templi, edifici amministrativi, magazzini, canali e una rete stradale ben sviluppata. L’obiettivo degli archeologi è quello di decifrare il funzionamento dell’intero complesso studiando un’area chiave situata al centro del porto, che potrebbe offrire indizi cruciali sulla sua organizzazione e operatività.

Le ricerche condotte finora ci mostrano come la realizzazione di Portus sia stata fondamentale per consentire a Roma di evolversi nella potenza che oggi conosciamo.

Ma cosa spinse i Romani a dedicare risorse e ingenti somme di denaro alla costruzione di un’opera così imponente?

All’alba del I secolo d.C., poco prima della costruzione di Portus, il dominio di Roma si estendeva dalla penisola iberica al Vicino Oriente, inglobando tutte le terre costiere che si affacciavano sul Mar Mediterraneo. Per i Romani, il Mediterraneo era così fondamentale da essere soprannominato Mare Nostrum, ovvero “il nostro mare”.

Tuttavia, la posizione geografica di Roma rappresentava un ostacolo importante: trovandosi a quasi venti miglia nell’entroterra, la città mancava di un porto marittimo adeguato nelle immediate vicinanze, un problema che aveva già causato disagi e difficoltà nel corso del millennio precedente. La crescita di Roma, infatti, era strettamente legata alla sua capacità di inserirsi nelle reti commerciali italiane e mediterranee in continua espansione.

Con l’aumentare del territorio e della popolazione, Roma si trovò sempre più dipendente dalle risorse esterne per mantenere il suo fabbisogno alimentare. Il paradosso, però, era evidente: la grandezza e il potenziale della città sembravano sempre strettamente legati – e al tempo stesso limitati – dalle sue capacità portuali.

Da Ostia a Puteoli: le soluzioni provvisorie per un impero in espansione

Durante la prima metà del I millennio a.C., il primo insediamento romano si serviva di un piccolo porto fluviale naturale situato ai piedi dei colli Capitolino, Palatino e Aventino. Conosciuto come Forum Boarium e Portus Tiberinus, questo porto si trovava all’incrocio di due antiche rotte commerciali italiche, diventando fin da subito un punto nevralgico per l’approvvigionamento, la comunicazione e la redistribuzione delle merci. I reperti archeologici rinvenuti in quest’area, tra i più antichi mai scoperti a Roma, rivelano che già in questa fase iniziale la città intratteneva scambi con viaggiatori stranieri e importava beni da tutto il Mediterraneo.

Entro il IV secolo a.C., però, Roma si espanse oltre il sito originario dei sette colli, estendendo il suo controllo sull’Italia centrale e superando così i limiti operativi del piccolo porto fluviale. Sebbene il Tevere collegasse la città al mare, il fiume non era navigabile in sicurezza da grandi imbarcazioni o navi marittime, rendendo necessario lo sviluppo di una soluzione portuale più efficiente.

Nel 386 a.C., Roma cercò di risolvere il problema fondando la colonia di Ostia presso la foce del Tevere, a circa venti miglia dalla città. L’obiettivo era duplice: garantire un approvvigionamento più efficiente di grano e altri beni essenziali per una popolazione in rapida crescita e migliorare i collegamenti con il Mediterraneo. 

Nel corso del tempo, Ostia divenne una città di grande importanza e svolse un ruolo chiave nel sistema portuale dell’epoca imperiale. Tuttavia, non fu mai sufficiente come unico porto di Roma. Nonostante la sua vicinanza al mare, presentava alcune limitazioni geografiche che ne ostacolavano l’efficienza. Come sottolinea Simon Keay: “Ostia non poteva gestire un numero massiccio di navi. È un porto fluviale, e il fiume stesso non è adatto: straripa, la foce è pericolosa e il fondale non è abbastanza profondo.

Insomma, la mancanza di un porto marittimo in acque profonde continuava a limitare Roma, spingendo i Romani a volgere lo sguardo verso sud. Entro il II secolo a.C., la Repubblica Romana controllava gran parte della penisola italiana, oltre a territori in Iberia, Grecia e Nord Africa. Le navi romane erano diventate più grandi e capaci di navigare su rotte più lunghe e con maggiore frequenza. Tuttavia, il vecchio sistema portuale, basato sul porto fluviale di Roma, il Portus Tiberinus, e sul porto di Ostia, non era più sufficiente a sostenere una rete commerciale ormai estesa a tutto il Mediterraneo.

La ricerca di una soluzione portò alla fondazione di Puteoli (l’attuale Pozzuoli), nel golfo di Napoli, che divenne il primo grande porto naturale marittimo dei Romani. Finalmente, la Repubblica disponeva di una struttura in grado di accogliere navi di qualsiasi dimensione e di gestire un traffico commerciale in continua crescita. Per oltre duecento anni, Puteoli fu il principale porto della Repubblica Romana.

Tuttavia, nel tempo emersero delle criticità: il più grande porto commerciale di Roma si trovava a oltre cento miglia di distanza dalla capitale. Le merci trasportate da grandi navi dovevano essere scaricate nel golfo di Napoli e poi trasferite a Roma via terra, oppure caricate su imbarcazioni più piccole che percorrevano la costa fino a Ostia, affrontando un viaggio di tre giorni. Come spiega Simon Keay: “I Romani se ne resero conto e iniziarono a considerare l’idea di costruire un porto più vicino a Roma, un ancoraggio che potesse velocizzare l’intero processo e renderlo più efficiente.”

All’inizio dell’impero, alla fine del I secolo a.C., la popolazione di Roma e dei suoi dintorni aveva superato abbondantemente il milione di abitanti e la mancanza di un porto marittimo nelle vicinanze stava rendendo quasi impossibile il rifornimento della città. 

Ormai il dominio di Roma si estendeva da un’estremità all’altra del Mediterraneo, e le risorse provenienti da ogni regione affluivano verso la capitale. Olio d’oliva, vino, garum – una popolare salsa di pesce – schiavi e materiali da costruzione arrivavano da territori come la Spagna, la Gallia, il Nord Africa e il Vicino Oriente. Con l’aumento della popolazione, una delle principali responsabilità dell’imperatore era garantire un flusso continuo e sicuro di grano verso la città.

I cereali erano diventati il pilastro dell’alimentazione romana, consumati principalmente sotto forma di pane o polenta. Si stima che un cittadino romano adulto arrivasse a consumare fino a 270 chili di grano all’anno. Con una popolazione così vasta, Roma aveva bisogno di stoccare annualmente circa 300.000 tonnellate di grano. Nel corso della storia, le carenze nell’approvvigionamento di questa risorsa essenziale provocarono numerose rivolte popolari. L’approvvigionamento era spesso compromesso da tempeste e condizioni meteorologiche avverse che causavano il naufragio delle navi cariche di grano. Ogni ritardo o perdita del carico poteva rapidamente tradursi in disordini civili.

A partire dal II secolo a.C., il governo romano adottò un approccio sempre più attivo nella gestione della fornitura di grano, regolando e sovvenzionando il prezzo per garantirne l’accesso alle masse. Durante il periodo augusteo, l’imperatore distribuiva fino a 225 chili di grano per persona a circa 250.000 famiglie, comprendendo che la stabilità di Roma dipendeva dalla capacità di mantenere ben nutrita la popolazione.

Già nel I secolo d.C., però, la produzione agricola italiana non era più sufficiente a sostenere una città in costante crescita. Per far fronte alla domanda, Roma iniziò a sfruttare le sue nuove province più fertili, in particolare il Nord Africa e l’Egitto, che divennero ben presto i principali fornitori di grano per l’Urbe. Con un migliaio di grandi navi costantemente in navigazione, capaci di trasportare oltre 100 tonnellate ciascuna, e con un trasporto marittimo circa 40 volte più economico di quello terrestre, Roma aveva ormai un disperato bisogno di un porto in acque profonde, situato il più vicino possibile alla città.

L’imperatore Claudio e la nascita del grande porto artificiale

Fu l’imperatore Claudio a rendersi conto che era giunto il momento di costruire un porto artificiale sufficientemente grande da soddisfare le esigenze di una metropoli in continua espansione. Proprio in questo periodo l’ingegneria romana dimostrò il suo straordinario potenziale: Portus venne costruito da zero, a un paio di miglia a nord di Ostia, lungo una fascia costiera del Mediterraneo, vicino alla foce del Tevere. Questo nuovo porto divenne il fulcro del sistema portuale imperiale, permettendo a Roma di essere rifornita in modo continuo ed efficiente per i successivi quattro secoli.

L’enorme progetto ingegneristico di Portus fu avviato dall’imperatore Claudio intorno al 46 d.C. e richiese quasi vent’anni per essere completato. All’epoca, si trattò della più imponente opera pubblica mai realizzata. Il cuore del progetto era un vasto bacino artificiale di circa 200 ettari, scavato tra le dune costiere. Per proteggerlo dalle insidie del mare aperto, vennero costruiti due grandi moli, o frangiflutti, che si estendevano a breve distanza dalla foce. Tra di essi sorgeva una piccola isola su cui venne eretto un faro, indispensabile per guidare le navi in avvicinamento. Con una profondità di sei metri, il bacino claudiano era abbastanza spazioso e sicuro da accogliere grandi imbarcazioni marittime, capaci di trasportare fino a 500 tonnellate di merci.

Fin dall’inizio della costruzione, il progetto prevedeva anche altre infrastrutture essenziali, tra cui un porto interno più piccolo – la cosiddetta darsena – e numerosi edifici destinati alla registrazione, allo stoccaggio e alla distribuzione delle merci. Inoltre, l’intero complesso portuale era collegato al Tevere, situato a circa due miglia a sud, tramite una rete di canali, il più ampio dei quali raggiungeva una larghezza di quasi 90 metri.

Questo sistema avanzato permetteva di velocizzare notevolmente il trasferimento delle merci dalle navi fino ai nuclei familiari di Roma. Furono inoltre costruiti enormi magazzini, capaci di contenere scorte di grano sufficienti per diversi mesi, trasformando così il porto anche in un importante centro di stoccaggio.

Traiano e l’evoluzione di Portus: il bacino esagonale

La costruzione di Portus conferì grande prestigio a Claudio, che ne avviò i lavori, e a Nerone, che ne vide il completamento. Il porto divenne un simbolo celebrato persino sulle monete emesse dagli imperatori e attraverso un arco monumentale eretto da Claudio in loco. Secondo Simon Keay, il porto di Claudio rappresenta al tempo stesso un’opera di vanità imperiale e un riflesso della retorica dell’Impero, tanto da rendere l’imperatore “il grande fornitore, colui che domina la natura per nutrire il suo popolo.”

La fondazione del Portus claudiano fu solo il primo passo di un processo di continuo ampliamento e potenziamento del sito, che proseguì nei due secoli successivi. All’inizio del II secolo d.C., mentre Roma raggiungeva l’apice della sua espansione territoriale, l’imperatore Traiano intraprese un’importante opera di riorganizzazione e ampliamento del porto. Traiano, già noto per i suoi ambiziosi progetti edilizi che stavano trasformando Roma, affidò ai suoi architetti il compito di ridisegnare e migliorare Portus. Come in molte altre opere traianee, l’obiettivo non era solo pratico, ovvero dotare la città di nuove infrastrutture funzionali, ma anche simbolico: celebrare la potenza e la grandezza dell’Impero Romano.

Al centro del nuovo porto, Traiano fece scavare, a est del bacino claudiano preesistente, un secondo bacino artificiale, la cui forma esagonale è divenuta il simbolo più iconico di Portus. Ancora oggi questa struttura è visibile sotto forma di lago privato per la pesca nella tenuta del Duca Sforza Cesarini. 

Questo design, insolito e unico tra le costruzioni portuali romane, non solo migliorò la funzionalità del porto, ma gli conferì anche un aspetto estetico distintivo. Grazie alla sua forma esagonale, il bacino ampliò l’area protetta di Portus di quasi 240 ettari, rendendo più rapide ed efficienti le operazioni di attracco e scarico delle navi. Ogni lato, lungo circa 370 metri, offriva ampio spazio lungo la banchina per l’ormeggio e la movimentazione delle merci.

La nuova struttura era in grado di ospitare circa 200 navi, che si aggiungevano alle 300 già presenti nel bacino claudiano. Dopo secoli di tentativi, Roma aveva finalmente un porto adatto a sostenere le esigenze di un impero marittimo vasto e potente come il suo. Se il porto di Claudio era stato una dimostrazione della capacità dei Romani di modificare la natura e il paesaggio, quello di Traiano rappresentava un’evoluzione in termini di ingegneria e progettazione. 

Ogni lato del bacino esagonale era impreziosito da edifici monumentali, imponenti portici, templi, magazzini e persino una statua dell’imperatore Traiano. Tutti questi elementi furono progettati per impressionare i viaggiatori appena sbarcati, trasmettendo loro un chiaro messaggio: la potenza di Roma si manifestava non solo nella sua grandezza militare, ma anche nella bellezza e imponenza delle sue opere pubbliche.

Portus fu concepito non solo come un’infrastruttura funzionale, ma anche come un’affermazione di potere: Roma regnava incontrastata. Simon Keay sottolinea come il porto rappresentasse una dichiarazione della supremazia imperiale, un simbolo del controllo che Roma esercitava non solo sul Mediterraneo, ma anche sulla natura stessa. Aggiunge inoltre che, dopo i Romani, solo gli Ottomani riuscirono a raggiungere un livello di controllo paragonabile.

Negli ultimi anni, il Portus Project ha concentrato le sue indagini su un’area un tempo occupata da un sottile istmo di terra tra il porto di Claudio e quello di Traiano. Proprio in questa zona, il team ha portato alla luce le fondamenta di una struttura imponente che Keay ha descritto come una sorta di “cantiere navale”. Si tratta di un edificio lungo circa 240 metri, largo 60 e alto quasi 18, con una facciata suddivisa in una serie di arcate, larghe circa 12 metri ciascuna, che si affacciavano direttamente sul bacino esagonale. Secondo Keay, questa costruzione era probabilmente destinata al rimessaggio e alla manutenzione delle navi, ma potrebbe essere stata legata anche ad altre attività navali romane.

Keay evidenzia inoltre l’importanza strategica di Portus, affermando: “Portus è il luogo da cui l’imperatore salpava e da cui i nuovi governatori partivano per le loro province.” Aggiunge anche: “C’era una questione di sicurezza a Portus, ed è logico pensare che vi fosse un distaccamento navale. Credo che il nostro grande edificio ne facesse parte in qualche modo.”

Un sistema complesso e una rete commerciale senza eguali

Alcune evidenze suggeriscono che l’imperatore mantenesse una presenza diretta a Portus. Nei pressi del cantiere navale, il Portus Project ha indagato il cosiddetto Palazzo Imperiale, un vasto complesso multifunzionale che si estendeva su circa tre ettari, affacciato con viste panoramiche sui due bacini. La struttura, alta tre piani, combinava il lusso di una villa romana con la funzionalità di un centro amministrativo: portici, mosaici, peristili e sale da pranzo decorate convivevano con magazzini, uffici e aree destinate alla produzione. Recentemente è stato scoperto che al complesso fu aggiunto persino un piccolo anfiteatro.

Le merci che giungevano a Portus venivano caricate su barche fluviali e trasportate lungo i canali fino al Tevere, per poi essere trainate verso la capitale. Un’importante fonte di informazioni sull’organizzazione di questo complesso sistema proviene dal Monte Testaccio a Roma, una collina artificiale formata dai frammenti di anfore da trasporto scartate.

Su molte di queste anfore si trovano ancora piccoli tituli picti – annotazioni dipinte che indicavano dettagli sul contenuto, il peso, la provenienza, la destinazione e persino il nome del mercante o dello spedizioniere. Questi tituli picti dimostrano quanto fosse scrupoloso il controllo delle merci e quanto complesso fosse il sistema di gestione del porto.

Come sottolinea Keay: “Il responsabile del porto doveva sapere dove assegnare le navi, dove stoccare i carichi dei singoli mercanti, come trasferire il materiale da un magazzino all’altro e poi caricarlo sulle imbarcazioni dirette a Roma.” Questo evidenzia la straordinaria complessità del sistema portuale romano.

Grazie a Portus e ai numerosi porti disseminati lungo le coste del Mediterraneo – da Cartagine a Efeso, da Leptis Magna a Massalia, senza dimenticare i porti italiani di Puteoli, Ostia e Centumcellae – si sviluppò una vasta rete commerciale che permetteva a Roma di ricevere risorse da ogni angolo dell’impero. La maggior parte delle merci che giungevano a Portus era destinata alla capitale, ma una parte veniva immediatamente ridistribuita verso altri porti del Mediterraneo, facendo di Portus il pilastro centrale di questo sistema logistico.

La grandiosità e l’efficienza di Portus lasciarono un’impressione indelebile sugli osservatori stranieri. Tra questi, il celebre oratore greco Elio Aristide, che nel II secolo d.C. descrisse con meraviglia il porto:

“Qui giunge da ogni terra e mare ogni raccolto delle stagioni e ogni prodotto di ciascun paese. Gli arrivi e le partenze delle navi non cessano mai, tanto che si dovrebbe ammirare non solo il porto, ma persino il mare. Qui arriva tutto ciò che viene prodotto e coltivato… ciò che non si vede qui, non è una cosa che sia mai esistita o che esista.”

Insomma: Portus, fulcro del grandioso sistema di trasporto marittimo di Roma, permetteva alla città di godere delle risorse provenienti da tutto il mondo conosciuto, lasciando gli stranieri come Aristide profondamente colpiti dalla sua efficienza e magnificenza.

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