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La battaglia di Azio. Realta’ o storia “romanzata”?

Il 2 settembre del 31 a.C., nelle acque del Mar Ionio, vicino al promontorio di Azio, si combatté una delle battaglie navali più importanti dell’antichità. Da un lato c’era Ottaviano, erede adottivo di Giulio Cesare, affiancato dal suo fidato generale Marco Vipsanio Agrippa. Dall’altro, Marco Antonio insieme alla regina d’Egitto Cleopatra VII.

In palio non c’era solo la vittoria militare: si decideva il futuro stesso di Roma. Con la sua sconfitta, Marco Antonio perse tutto. Ottaviano conquistò poi l’Egitto e divenne il padrone indiscusso del mondo romano. Fu lui a costruire le basi di quel nuovo sistema di governo che conosciamo come principato, assumendo il titolo con cui la storia lo avrebbe ricordato per sempre: Augusto.

Eppure, nonostante la sua importanza, la battaglia di Azio è una di quelle vicende che conosciamo solo in parte. Le fonti antiche ne parlano molto, ma spesso si contraddicono, lasciano vuoti, forse distorcono la realtà. Ed è proprio in questi silenzi, tra le omissioni e le contraddizioni, che lo storico deve saper trovare la sua strada.

Le tracce (quasi) invisibili di Azio

Ciò che rende Azio unica rispetto ad altre famose battaglie dell’antichità — come la resa di Alesia, la disfatta nella foresta del Teutoburgo o la caduta di Masada — è la quasi totale mancanza di prove materiali. Lo scontro non ha lasciato resti significativi né sui fondali del mare né sulla terraferma. L’unica traccia fisica che conoscevamo erano gli speroni delle navi di Marco Antonio, usati da Ottaviano per decorare i monumenti celebrativi della sua vittoria. Ma anche quelli sono ormai scomparsi.

Non è quindi possibile fare ciò che lo storico ama di più: confrontare le fonti scritte con i resti fisici. Come è avvenuto ad Alesia, dove le strutture di assedio di Cesare sono state ritrovate e studiate per decenni. Ad Azio, invece, per ricostruire la battaglia dobbiamo affidarci quasi soltanto alle parole. E le parole, come sappiamo, possono mentire.

Esistono anche alcuni rilievi in marmo, noti come rilievi Medinaceli, risalenti al I secolo d.C. Sono conservati in parte al Museo delle Belle Arti di Budapest e in parte in una collezione privata spagnola. Si tratta però di rappresentazioni artistiche, non di testimonianze dirette degli eventi bellici.

Le fonti letterarie: tra poesia e storia

Le fonti antiche che parlano di Azio sono numerose, ma molto diverse tra loro. Ci sono poeti come Virgilio, Orazio e Properzio, che scrissero in età Augustea. Storici come Cassio Dione, che raccontò i fatti molto tempo dopo che erano accaduti. Biografi come Plutarco. E infine le Res gestae di Augusto: l’autobiografia ufficiale che il princeps fece incidere nel bronzo per esporla davanti al suo mausoleo a Roma.

Esiste anche un misterioso frammento di papiro ritrovato a Ercolano, noto come Carmen de bello Actiaco. Il suo autore è ancora sconosciuto, e il testo probabilmente non descrive nemmeno la battaglia di Azio in senso stretto, ma piuttosto la conquista di Alessandria da parte di Ottaviano.

Questa varietà di fonti è preziosa: copre quasi tutti i generi letterari dell’antichità, dalla poesia alla storia, dalla biografia al memoriale. Manca solo il genere epistolare. Ma è anche una varietà che complica il lavoro dello storico, perché ogni genere segue regole proprie e offre una visione parziale degli eventi.

Il problema della propaganda

Ma queste fonti sono affidabili? Sono opere di propaganda al servizio di Ottaviano, o ci offrono uno sguardo genuino sugli eventi? La risposta, come spesso accade nella storia antica, non è né l’una né l’altra.

È indubbio che gran parte della letteratura augustea avesse una forte carica ideologica. Ottaviano aveva tutto l’interesse a presentare il conflitto con Marco Antonio non come una guerra civile tra Romani — il che avrebbe riaperto le ferite più dolorose della storia recente — ma come una guerra straniera contro la regina d’Egitto, accusata di aver sedotto e corrotto un generale romano. Per questo aveva dichiarato guerra formalmente solo a Cleopatra, e non al suo ex alleato Marco Antonio.

Tuttavia, sarebbe sbagliato ridurre tutta la letteratura augustea a pura propaganda. Come sottolinea lo studioso Pierre Cosme, questa letteratura si rivolgeva a un pubblico abbastanza colto e informato da non lasciarsi ingannare da falsificazioni troppo evidenti. La propaganda di Augusto era quindi un discorso rivolto a un’élite, non alle masse. Era pensata per convincere i senatori, i cavalieri, i notabili delle città italiane: coloro la cui opinione aveva un peso politico reale.

I destinatari dei testi: un pubblico ristretto e colto

Bisogna ricordare che la grande maggioranza della società romana era analfabeta. La maggior parte della popolazione riusciva tutt’al più a leggere le lettere maiuscole delle iscrizioni pubbliche, ma non i testi letterari scritti in corsiva — e tanto meno la poesia, con le sue dense allusioni mitologiche e storiche.

Le Res gestae di Augusto, ad esempio, erano destinate soprattutto ai giovani dell’ordine equestre e senatorio, e ai notabili delle città italiane. Lo scopo era duplice: da un lato radicare il nuovo regime nelle generazioni future, quelle che non avevano vissuto la Repubblica e non ne sentivano la mancanza; dall’altro rafforzare e valorizzare quella classe di Italiani la cui ascesa sociale era stata favorita proprio dalle guerre civili — e di cui Mecenate e Agrippa erano i rappresentanti più illustri.

I discorsi prima della battaglia: le arringhe di Cassio Dione

Uno degli aspetti più interessanti delle fonti su Azio riguarda uno squilibrio curioso: le descrizioni della battaglia vera e propria occupano molto meno spazio dei discorsi pronunciati dai comandanti prima dello scontro. Nel libro 50 della sua Storia romana, Cassio Dione dedica ben quindici capitoli alle arringhe che Ottaviano e Marco Antonio avrebbero rivolto alle rispettive truppe, e solo cinque capitoli alla battaglia in senso stretto.

Questo non è casuale. I discorsi militari prima di uno scontro avevano una funzione precisa nell’esercito romano: galvanizzare le truppe, rafforzare la coesione del gruppo, ricordare ai soldati — che erano anche cittadini — le ragioni per cui combattevano. I legionari, anche in armi, restavano membri di una comunità civica, e i generali che li guidavano erano anche magistrati. Questa tradizione sopravvisse per tutto il periodo imperiale, come dimostrano le numerose raffigurazioni sulle monete e sui grandi monumenti celebrativi, come la Colonna Traiana e la Colonna Aureliana.

Nel discorso che Cassio Dione attribuisce a Marco Antonio, il generale accenna ai disordini che agitavano l’Italia e spiega la sua scelta di combattere per mare. Queste parole rivelano che il consenso popolare di cui Ottaviano si vantava nelle sue Res gestae non era poi così solido come voleva far credere. Ottaviano stesso aveva dovuto fare i conti con resistenze interne, soprattutto quando aveva tentato di far ricadere il costo della guerra sui liberti, scatenando una rivolta rimasta però poco documentata.

Schemi narrativi e modelli letterari

Un altro problema nella lettura delle fonti su Azio è la tendenza degli autori antichi a ricalcare schemi narrativi già esistenti. Il racconto di Cassio Dione, ad esempio, sembra in parte modellato sulla descrizione della battaglia di Siracusa nelle Storie di Tucidide. Le somiglianze riguardano soprattutto il vocabolario usato per descrivere gli abbordaggi navali, che sia Cassio Dione sia Plutarco tendono a illustrare con termini presi in prestito dalla guerra d’assedio terrestre.

Del resto, le due battaglie presentavano alcune analogie reali. Come l’ateniese Nicia in Sicilia, anche Marco Antonio si trovava in una posizione difficile quando decise di dare battaglia. La sua flotta era bloccata nel golfo di Ambracia, l’esercito di terra assisteva impotente agli eventi navali, e il morale tra le truppe stava crollando.

Ma le somiglianze con Tucidide rivelano qualcosa di più sottile: Cassio Dione voleva dimostrare ai propri lettori di saper scrivere discorsi militari belli e retoricamente elaborati quanto quelli del grande storico ateniese. La sua opera era, in parte, anche un esercizio di stile letterario, non solo una fonte storica.

I silenzi delle fonti: quante vittime ad Azio?

Uno dei problemi più concreti riguarda le perdite umane delle due parti. Plutarco parla di un massimo di cinquemila morti tra le truppe di Marco Antonio, e cita Augusto che nelle sue memorie afferma di essersi impadronito di trecento navi nemiche. Ma quel numero potrebbe includere anche le catture risalenti all’intera campagna primaverile, non solo alla giornata del 2 settembre.

Floro e Cassio Dione sembrano aver esagerato l’effetto dei tizzoni ardenti lanciati contro le navi di Marco Antonio, lasciando intendere che l’intera flotta fosse andata distrutta tra le fiamme. Tacito, però, precisa che le navi catturate da Ottaviano ad Azio furono poi inviate al porto di Forum Iulii (l’odierna Fréjus, in Provenza): non erano dunque tutte bruciate. Orosio, che scrisse molto più tardi avvalendosi dei libri oggi perduti di Tito Livio, conta dodicimila morti e seimila feriti, di cui mille deceduti per le conseguenze delle ferite. Nessuna fonte, però, riporta le perdite del campo vincitore.

Anche il comportamento di Ottaviano nella notte successiva alla battaglia è rivelatore. Secondo Svetonio, il futuro Augusto trascorse l’intera notte a bordo della propria nave: un dettaglio che tradisce una certa inquietudine sull’esito definitivo dello scontro. La vittoria non sembrava così schiacciante come la tradizione successiva avrebbe voluto far credere.

La guerra civile mascherata da guerra straniera

Uno degli aspetti più originali della battaglia di Azio, che le fonti antiche tendono a nascondere o minimizzare, è la sua natura di guerra civile. Ottaviano aveva dichiarato guerra formalmente alla sola Cleopatra, compiendo i riti tradizionali dei sacerdoti feziali nel tempio di Bellona, con tutte le forme della guerra giusta (bellum iustum) condotta contro uno Stato straniero.

Ma nessuno era davvero ingannato. Virgilio, nell’Eneide, descrive la battaglia come un conflitto tra Occidente e Oriente, ma riconosce che l’esercito nemico era guidato da Marco Antonio, e che Cleopatra era solo la sua alleata. Orazio, nella prima Epistola, mette in scena due fratelli che giocano a rievocare la battaglia di Azio — allusione abbastanza esplicita a un conflitto fratricida. Nella prima Ode, attribuisce la vittoria più ai capricci della Fortuna che alle qualità militari di Ottaviano. Properzio, nelle Elegie, presenta Marco Antonio non come un avversario militarmente inferiore, ma come un uomo sconfitto dalla propria passione per Cleopatra.

Persino la presenza della dea Discordia accanto a Ottaviano nel celebre passo dell’Eneide suggerisce che Virgilio non fosse del tutto convinto della narrazione della «guerra giusta» promossa dal suo protettore.

Il bottino dell’Egitto: un argomento convincente

C’è un elemento che le fonti antiche tendono a trascurare, ma che probabilmente ebbe un peso enorme nel raccogliere consenso intorno a Ottaviano: la prospettiva del bottino. Nel discorso che Cassio Dione attribuisce a Ottaviano, questi denuncia l’intenzione dei nemici di fuggire per mare portando con sé il tesoro di guerra. L’argomento era evidentemente efficace: sempre Cassio Dione riferisce che alcuni soldati non esitarono a salire su navi in fiamme pur di fare bottino, spinti dalla promessa dell’oro egiziano.

L’Egitto, al momento dello scontro, era ancora intatto dalle devastazioni delle guerre civili romane e dalle incursioni dei Parti, che avevano colpito duramente le province orientali. Conquistarlo significava aprirsi a ricchezze immense: terre fertili, commerci fiorenti, riserve d’oro e di grano. Non solo i soldati, ma anche i senatori, i cavalieri e i notabili italiani che sostenevano Ottaviano potevano attendersi consistenti guadagni da questa guerra. Chi credeva davvero al rischio di uno spostamento della capitale ad Alessandria, e chi non ci credeva, potevano trovare ugualmente nell’impresa egiziana una ragione concreta per appoggiare Ottaviano.

Leggere il passato con occhi critici

La battaglia di Azio ci insegna qualcosa di fondamentale sul mestiere dello storico: la prudenza. I silenzi e le contraddizioni delle fonti non devono spingerci a un eccesso di scetticismo che svuoti di significato l’intera tradizione antica. Ma non dobbiamo nemmeno accettarla come uno specchio fedele della realtà.

Le fonti su Azio vanno lette tenendo conto del genere letterario a cui appartengono, del pubblico a cui erano destinate, e degli interessi ideologici dei loro autori e mecenati. Non potremo mai ricostruire le fasi della battaglia con la precisione con cui ricostruiamo Waterloo, né conoscere gli stati d’animo di Marco Antonio nel pomeriggio del 2 settembre 31 a.C. come conosciamo quelli di Napoleone. Ma i silenzi stessi delle fonti, se letti con intelligenza, ci parlano dell’originalità di una guerra al tempo stesso civile e straniera, fratricida e imperiale, combattuta con le armi — ma anche, e forse soprattutto, con le parole.

Gli agrimensores romani: i geometri che disegnarono l’impero

Nel mondo romano, la terra era potere. Non solo in senso economico o militare, ma anche politico e culturale: chi sapeva misurare, dividere e assegnare il suolo esercitava un controllo concreto sul territorio. Al centro di questo sistema c’erano figure professionali di grande importanza, note con il termine latino agrimensores, letteralmente «misuratori della terra». In italiano li chiameremmo geometri, ma il loro ruolo andava ben oltre: erano tecnici, funzionari, esperti di diritto e, in un certo senso, i veri progettisti del paesaggio rurale romano.

La figura degli agrimensori romani ha attirato l’attenzione di storici e archeologi soprattutto negli ultimi decenni del Novecento, quando è cresciuto l’interesse per la ricostruzione dei paesaggi rurali dell’epoca romana. Un punto di riferimento fondamentale in questo campo è l’opera dello studioso britannico Oswald Dilke (19151993), The Roman Land Surveyors. An Introduction to the Agrimensores, pubblicata per la prima volta nel 1971 e tradotta in francese in un’edizione postuma curata da François Favory nel 1995. Il volume — 283 pagine, 53 illustrazioni e ventuno tavole — offre una panoramica completa sulla storia, le tecniche e i risultati pratici degli agrimensori romani, ed è ancora oggi un testo imprescindibile per chi vuole capire come Roma organizzò e gestì il suo vasto territorio.

Il Corpus Agrimensorum: una raccolta tardiva per uso didattico

Per capire il lavoro degli agrimensori romani, bisogna partire dal testo che ci ha trasmesso le loro conoscenze: il Corpus Agrimensorum. Si tratta di una raccolta tardiva, nata con scopi didattici, che riunisce scritti di origine e datazione diverse, dal I secolo a.C. fino al IV secolo d.C. Non è quindi un’opera unitaria, scritta da un solo autore in un unico momento, ma un’antologia di testi tecnici prodotti da più autori nell’arco di quasi cinque secoli di storia romana.

Il carattere tardivo e compilativo di questa raccolta non ne riduce il valore storico e tecnico. Al contrario, permette di seguire l’evoluzione della pratica agrimensoria nel tempo, dal periodo repubblicano avanzato fino all’età Tardoantica. Il testo più antico incluso nel Corpus risale al I secolo a.C. ed è opera di Frontino, uno dei più noti tecnici e amministratori romani, vissuto in quella stagione di grandi cambiamenti che portò dalla Repubblica al Principato. I testi più recenti appartengono invece al IV secolo d.C., quando l’Impero romano attraversava una profonda trasformazione politica, religiosa e sociale.

Quando l’opera di Dilke uscì, la comunità scientifica attendeva ancora un’edizione critica completa del Corpus Agrimensorum. In Italia, lo studioso L. Toneatto stava lavorando proprio a questo progetto, di grande impegno filologico e storico, che avrebbe finalmente messo a disposizione un testo critico affidabile di questa importante raccolta. La complessità del Corpus dimostra quanto la tradizione degli agrimensori fosse ricca, articolata e profondamente radicata nella cultura intellettuale e amministrativa di Roma.

Frontino e Siculo Flacco: le voci degli agrimensori

Tra le figure che compaiono nel Corpus Agrimensorum, due meritano una menzione speciale. La prima è Frontino, attivo nel I secolo a.C., la cui presenza nella raccolta attesta l’antichità della tradizione agrimensoria romana. Frontino non era solo un tecnico: era un personaggio di primo piano nella vita pubblica romana. Il fatto che si occupasse anche di misurazione del suolo dimostra quanto queste pratiche fossero integrate nella cultura amministrativa e politica di Roma — non semplici attività artigianali, ma una vera disciplina intellettuale al servizio dello Stato.

La seconda figura di rilievo è Siculo Flacco, autore di un testo intitolato Le Condizioni delle Terre, pubblicato in edizione critica nel 1993 a cura di M. Clavel-Lévêque e altri collaboratori per l’editore Jovene di Napoli (collana Diaphora, 172 pagine). L’opera è particolarmente significativa perché affronta le diverse tipologie e condizioni giuridiche dei terreni nel mondo romano, offrendo una testimonianza preziosa delle complessità legali e amministrative legate alla gestione del suolo. Gli specialisti lo hanno considerato un testo di grande interesse proprio perché mostra come la misurazione della terra non fosse mai un’operazione puramente tecnica, ma fosse sempre intrecciata con questioni di diritto, proprietà e organizzazione sociale.

Le tecniche e gli strumenti del mestiere

Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro degli agrimensori romani riguarda le loro tecniche e gli strumenti di lavoro. Dilke dedica ampio spazio a questo tema nel suo studio, descrivendo con precisione i metodi di misurazione, i dispositivi tecnici utilizzati e le modalità con cui i geometri romani operavano sul territorio.

Gli agrimensori dovevano saper misurare con precisione terreni di natura e morfologia molto diverse: pianure alluvionali, colline, zone paludose, territori appena conquistati. Per farlo, disponevano di strumenti appositamente progettati, la cui sofisticazione rivela l’alto livello tecnico raggiunto dai Romani in questo campo. La delimitazione dei confini — chiamata in latino terminatio — era una delle operazioni fondamentali del loro lavoro, e doveva essere eseguita con rigore per evitare dispute tra proprietari e garantire una corretta gestione amministrativa dei territori.

François Favory ha dedicato importanti studi alle operazioni di delimitazione dei confini, pubblicando due significativi articoli nella Revue Archéologique du Centre de la France nel 1994 e nel 1995, in cui ha esaminato le fonti antiche relative alla terminatio e alle sue implicazioni giuridiche e pratiche. Questi contributi, insieme a quelli di altri specialisti, hanno progressivamente chiarito come lavoravano gli agrimensori e il quadro normativo entro cui operavano.

La centuriazione: geometria imposta sul paesaggio

Tra le realizzazioni più imponenti degli agrimensori romani spicca senza dubbio la centuriazione: il sistema di divisione regolare del territorio rurale in unità quadrate o rettangolari di dimensioni standard, chiamate centurie. Applicato su vaste porzioni del territorio romano e delle province, questo sistema geometrico trasformò profondamente il paesaggio rurale del mondo antico, imprimendo su di esso una struttura artificiale e razionale che in molti casi è ancora visibile nella trama del paesaggio odierno.

Dilke dedica un intero capitolo della sua opera — il decimo — alla centuriazione, descrivendo le tecniche con cui veniva tracciata sul terreno, i metodi di orientamento e misurazione utilizzati e le modalità con cui le singole parcelle venivano assegnate ai coloni. La centuriazione era infatti strettamente legata alle pratiche di colonizzazione romana: quando Roma fondava una nuova colonia o ridistribuiva terre conquistate ai propri cittadini, erano gli agrimensori a suddividere il territorio in modo sistematico e preciso, garantendo una distribuzione equa e ordinata tra i nuovi abitanti. La regolarità geometrica della centuriazione era insieme un risultato tecnico, uno strumento amministrativo e un segno visibile del controllo di Roma su un territorio.

I catasti di Orange: documenti eccezionali

Tra le testimonianze più straordinarie lasciateci dagli agrimensori romani vi sono i catasti di Orange, ai quali Dilke dedica l’undicesimo capitolo della sua opera. Orange — l’antica Arausio, nella provincia di Gallia — ha restituito una serie di frammenti di lastra marmorea con mappe catastali di notevole precisione. Questi documenti offrono una testimonianza diretta dei metodi di registrazione fondiaria usati nell’impero romano, e rappresentano un caso eccezionale di conservazione di materiale documentario di questo tipo.

Questi reperti eccezionali permettono di osservare come i Romani rappresentassero graficamente la suddivisione del territorio, con l’indicazione precisa delle parcelle, dei loro proprietari e delle loro dimensioni. I catasti di Orange sono considerati dagli studiosi una delle fonti primarie più importanti per capire la pratica agrimensoria romana, e la loro analisi ha contribuito in modo decisivo alla ricostruzione del paesaggio rurale dell’epoca. La loro sopravvivenza, sia pur frammentaria, è di per sé un fatto straordinario, che dimostra quanto i Romani tenessero alla documentazione scritta e figurata della proprietà fondiaria.

Colonie e ager publicus

Un altro tema fondamentale affrontato da Dilke è il rapporto tra le colonie romane e l’ager publicus, ovvero il territorio di proprietà pubblica dello Stato romano. Il dodicesimo capitolo è dedicato proprio a questo argomento, centrale per capire la politica fondiaria di Roma.

L’ager publicus era il territorio conquistato da Roma nel corso delle sue guerre di espansione che, invece di essere distribuito ai privati, rimaneva formalmente di proprietà del popolo romano. La sua gestione e misurazione spettava agli agrimensori, incaricati di garantire una corretta registrazione e un’equa amministrazione delle diverse porzioni. Quando Roma decideva di fondare nuove colonie in queste aree, era necessario procedere a una nuova suddivisione e assegnazione dei terreni ai coloni — operazione che richiedeva l’intervento diretto degli agrimensori, i quali lavoravano a stretto contatto con le autorità politiche e militari responsabili della colonizzazione.

Le tracce romane in Britannia

Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Dilke riguarda la ricerca delle tracce dei reticoli catastali romani al di fuori dell’Italia e delle province mediterranee. Il tredicesimo capitolo è dedicato alle tracce di reti catastali antiche in Britannia — l’attuale Gran Bretagna — dove la presenza romana ha lasciato segni importanti nel paesaggio che gli archeologi moderni cercano di identificare e studiare con metodi sempre più raffinati.

Questo capitolo mostra la portata geografica dell’opera degli agrimensori romani, che seguivano le legioni nelle loro conquiste e organizzavano il territorio anche nelle province più remote dell’impero. La Britannia, romanizzata nei secoli successivi alla conquista, ha conservato tracce di queste suddivisioni catastali il cui studio contribuisce a capire quanto fosse profonda e intensa la romanizzazione nelle province settentrionali. La presenza di questi reticoli catastali anche in aree così lontane dal cuore dell’impero dimostra quanto sistematica e capillare fosse l’azione degli agrimensori al servizio di Roma.

Gli studi moderni e l’eredità degli agrimensori

L’opera di Dilke si inserisce in un contesto di crescente interesse scientifico per la storia degli agrimensori romani e per la ricostruzione dei paesaggi rurali antichi. In Italia, nel 1994 G. Vivenza ha pubblicato un volume sulle divisioni agrimensorie e i tributi fondiari nel mondo antico, arricchendo il dibattito con una prospettiva specificamente italiana. In Francia, un contributo di primo piano è stato offerto da Gérard Chouquer e François Favory, autori nel 1992 di Gli Agrimensori romani. Teoria e pratica (edizioni Errance, Parigi, collana Archéologie Aujourd’hui, 183 pagine con figure).

La traduzione postuma del volume di Dilke nel 1995, curata da François Favory e accompagnata da una prefazione di P. Arnaud e una postfazione di G. Chouquer, ha reso accessibile a un pubblico più ampio questa importante tradizione di studi. Per gli specialisti che si dedicano alla ricostruzione delle suddivisioni catastali e del paesaggio romano, l’opera di Dilke — integrata dai contributi di Chouquer, Favory e degli altri studiosi del settore — rimane uno strumento di lavoro prezioso e insostituibile. Studiare gli agrimensori romani significa, in ultima analisi, entrare nel cuore del modo in cui Roma concepiva il proprio rapporto con il territorio: non come un dato naturale immutabile, ma come uno spazio da plasmare, misurare e restituire ordinato alla storia.

Mosaico romano di Folignano: scoperta la vera origine del reperto rubato

A Pompei, nei laboratori di ricerca del Parco Archeologico, si è conclusa un’indagine storica e scientifica che ha permesso di ricostruire con precisione la provenienza di un prezioso reperto trafugato dall’Italia più di ottant’anni fa. Si tratta di un mosaico di epoca romana con una scena erotica, rimasto per lungo tempo nascosto in una collezione privata in Germania e restituito allo Stato italiano nel luglio 2025. La sua vicenda recente ricorda un vero e proprio caso investigativo: una storia complessa, risolta grazie alla collaborazione tra. . .

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Roma, affreschi e colombari scoperti nella Necropoli Ostiense

A Roma, in via Ostiense, nell’area di San Paolo fuori le Mura, è emersa di recente una scoperta archeologica di grande importanza che contribuisce ad arricchire la conoscenza del passato monumentale della città.

Durante alcune indagini di archeologia preventiva, avviate in vista della costruzione di una nuova residenza destinata agli studenti universitari, gli archeologi della Soprintendenza Speciale di Roma hanno individuato una porzione finora sconosciuta della vasta Necropoli Ostiense.

Il complesso funerario si trova a circa un metro sotto l'attuale livello stradale e si conserva in condizioni straordinariamente. . .

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Michelangelo: un busto a Sant’Agnese riapre il caso attribuzione

Roma. Presso la Basilica di Sant’Agnese fuori le mura, lungo l’antica via Nomentana, una nuova ipotesi di attribuzione artistica ha riacceso il dibattito tra gli studiosi del Rinascimento. La studiosa indipendente Valentina Salerno ha annunciato mercoledì scorso che un busto marmoreo raffigurante il Cristo, conservato da secoli all’interno della chiesa, potrebbe essere opera di Michelangelo Buonarroti.

Se l’attribuzione venisse confermata, si tratterebbe di una scoperta significativa: Michelangelo è infatti uno degli artisti più studiati e influenti della storia. . .

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Cafarnao: ritrovati gli antichi ormeggi di Pietro nel Lago di Tiberiade

Sulla riva nord-occidentale del Lago di Tiberiade, a Cafarnao, il progressivo ritiro delle acque sta riportando alla luce tracce concrete della vita di duemila anni fa. Là dove oggi si vedono pietre e strutture emergere dal fondale, un tempo si svolgeva la quotidianità di un vivace villaggio di pescatori.

L’abbassamento del livello del lago ha offerto agli esperti dell’Autorità israeliana per la natura e i parchi un’occasione preziosa: osservare con grande chiarezza le strutture portuali di epoca romana che servivano l’antica Cafarnao. Moli, banchine e. . .

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I falsari nell’antica Roma. Come venivano puniti?

Quando si parla di falsificazioni nell’antica Roma, il caso più celebre è senza dubbio la Donazione di Costantino. Si trattava di un documento che, secondo quanto affermava, concedeva a papa Silvestro il potere imperiale sull’Occidente e numerosi altri privilegi. Per secoli, su questo atto si fondarono sia il potere temporale dei papi sia la legittimità del titolo imperiale conferito a Carlo Magno. In realtà, il documento risale all’VIII secolo d.C. e fu smascherato come falso solo gradualmente: prima a Costantinopoli, poi in Occidente, grazie a figure come Arnaldo da Brescia e Lorenzo Valla.

Questo esempio ci introduce subito alla categoria di falsi che gli antichi consideravano più gravi: quelli legati al patrimonio, all’autorità pubblica e ai documenti ufficiali. Prima di approfondire l’aspetto giuridico, però, vale la pena fare un panorama sui diversi tipi di falsificazione attestati nel mondo romano.

Falsi celebri nell’antichità

Il mondo antico conobbe diversi casi importanti di falsificazione documentaria. Il trattato di pace di Callia, che avrebbe concluso le guerre persiane intorno alla metà del V secolo a.C., fu inciso su un’iscrizione nel IV secolo a.C. e già all’epoca fu denunciato come falso, sebbene alcuni studiosi lo abbiano difeso fino ai giorni nostri. Nell’antichità tarda, il Decreto di Graziano — pilastro del diritto canonico — conteneva circa cinquecento testi giuridici apocrifi, tra cui quelli relativi alla Donazione di Costantino.

Anche la letteratura non fu immune da falsificazioni. Uno dei casi più noti riguarda i cosiddetti libri di Numa, scoperti nel 181 a.C. sul Gianicolo, in quella che si diceva fosse la tomba del re. La loro perfetta conservazione destò subito sospetti: i libri trattavano in parte di diritto pontificale, in parte di filosofia pitagorica. Il senato, dopo averli esaminati tramite il pretore urbano, ne ordinò la distruzione nel Comizio. Il falso era piuttosto grossolano: si basava sulla leggenda che voleva Numa discepolo di Pitagora, proponendo così una lettura pitagorica dei culti romani.

L’Historia Augusta e i falsi letterari

Un caso letterario di grande complessità è quello dell’Historia Augusta, una cronaca che si presentava come continuazione dell’opera di Svetonio, raccogliendo le biografie degli imperatori del II e III secolo d.C. In realtà, fu composta alla fine del IV secolo d.C. da un unico autore e contiene numerosi documenti e informazioni di pura invenzione, usati per veicolare indirettamente una critica degli imperatori cristiani.

Persino il grande Theodor Mommsen fu ingannato dall’opera, mentre il suo allievo Hermann Dessau ne metteva in dubbio l’autenticità già dal 1889. Bisognò aspettare gli anni Trenta del Novecento perché la sua intuizione fosse universalmente riconosciuta. Questo episodio mostra quanto un falso ben costruito possa resistere all’analisi critica anche degli studiosi più autorevoli.

Imitazione, plagio e diritto d’autore

Nel mondo antico, le nozioni di autore, plagio e citazione erano molto diverse dalle nostre. Esisteva una pratica letteraria legittima chiamata aemulatio, che consisteva nel richiamarsi a un modello riconosciuto per dimostrare la propria creatività: le epopee attingevano sempre a miti e leggende antiche, e ogni autore rielaborava i materiali del passato senza che ciò fosse considerato un furto. Il mito, per sua natura, veniva riscritto ogni volta che qualcuno lo raccontava.

Diverso era il caso del plagio in senso stretto: copiare parola per parola senza citare la fonte. Plinio il Vecchio, nella prefazione alla sua Naturalis Historia, si vanta di indicare sempre gli autori consultati, a differenza di chi li copia in silenzio. Con parole taglienti scrive che «è proprio di un’anima servile e di una mente sterile preferire essere colto in flagrante furto piuttosto che restituire un prestito». Il favolista Fedro, invece, ammette apertamente di aggiungere il nome di Esopo ai propri scritti non per ingannare, ma per dare maggiore autorità alla sua opera — proprio come gli artisti del suo tempo che incidevano sui propri lavori i nomi di Prassitele, Scopa o Mirone per spuntare un prezzo più alto.

Ciò che era davvero riprovevole non era l’imitazione o il riferimento esplicito a un modello, ma la dissimulazione — soprattutto se motivata da un guadagno materiale. In un mondo che non conosceva il diritto d’autore, citare o imitare era ben diverso dall’appropriarsi del testo altrui.

I falsi epigrafici e i grandi falsari moderni

Se i falsi più numerosi di opere antiche furono prodotti nel Medioevo, nel Rinascimento e in età moderna, anche l’antichità conobbe il falso epigrafico — come dimostra il caso della pace di Callia. Tra i falsari più prolifici della storia si ricorda l’architetto Pirro Ligorio, che nel XVI secolo inondò l’Italia di iscrizioni false, la cui autenticità fu messa in dubbio già all’inizio del XVIII secolo da Scipione Maffei. Il grande corpus di iscrizioni latine raccolto da Jan Gruter conteneva già una sezione dedicata alle iscrizioni false; e il Corpus Inscriptionum Latinarum include una ricca raccolta di iscrizioni false o dubbie: ben 10.576 su un totale di circa 144.044.

Anche nomi illustri compaiono tra i falsari. Nel 1530 Erasmo da Rotterdam compose un testo intitolato De duplici martyrio, spacciandolo per un ritrovamento in un’antichissima biblioteca, mentre in realtà esprimeva la sua personale visione della vita cristiana. Karl Benedikt Hase, eminente ellenista e bibliotecario della Biblioteca Reale di Parigi, fabbricò tre frammenti di una storia della Russia attribuiti a un fantomatico Toparcha Gothicus, pubblicati nel 1819 in una nota della sua edizione di Leone il Diacono. Si dice che fosse stato ricompensato dal cancelliere dell’Impero russo, poiché il documento attestava antichi legami tra l’Impero e la Crimea: riuscì a ingannare il mondo accademico per quasi un secolo.

La fibula di Preneste: un caso ancora aperto

Un caso emblematico e ancora controverso è quello della celebre fibula di Preneste, resa nota dallo studioso tedesco Wolfgang Helbig, che viveva a Roma sul Gianicolo. La fibula recava un’iscrizione in latino arcaico con un raddoppiamento al perfetto del verbo facere, e da allora comparve nelle prime pagine di tutti i manuali di linguistica e letteratura latina. Nel 1980 l’epigrafista Margherita Guarducci pubblicò uno studio devastante per la reputazione di Helbig, sostenendo che l’iscrizione fosse un falso orchestrato da lui a fini di carriera, anche per compiacere Mommsen, appassionato di epigrafia italica. La questione, tuttavia, rimane aperta: i linguisti contemporanei tendono di nuovo a propendere per l’autenticità del testo.

Questo panorama di falsari ed eruditi ingannati illustra bene quanto sottolinea Anthony Grafton nel suo saggio Falsari e critici: i falsi più efficaci sono spesso opera di specialisti, che si compiacciono di mettere alla prova il senso critico dei propri colleghi. La tentazione è reale anche tra i migliori: un grande epigrafista confessava di aver immaginato, in privato, di creare una bella iscrizione falsa per testare la perspicacia dei colleghi, con l’intenzione di affidare a un notaio una lettera da pubblicare dopo la sua morte per svelare l’inganno.

Il falso nel diritto romano: la lex Cornelia de falsis

Come trattava giuridicamente la falsificazione l’antica Roma? La risposta si trova nella lex Cornelia testamentaria nummaria, progressivamente ribattezzata de falsis: una legge di età sillana che riuniva sotto un unico titolo una serie di reati tra loro connessi. Il giurista Paolo la definisce così nelle sue Sententiae: Falsum est, quidquid in veritate non est, sed pro vero asseveratur — «Falso è tutto ciò che non è nella realtà, ma viene affermato come vero».

Il primo titolo della legge riguardava testamenti e atti: erano perseguiti la distruzione illecita di disposizioni testamentarie, la produzione di testamenti falsi, l’apposizione di sigilli su un testamento falso o la rottura illegale dei sigilli su uno autentico, nonché la distruzione di atti veri o l’introduzione di atti falsi. Un secondo titolo riguardava i metalli preziosi e la moneta: l’alterazione della lega di un lingotto d’oro, la svalutazione della moneta per raschiatura o altre manipolazioni, la coniazione privata di monete che imitavano quelle ufficiali, il rifiuto di accettare moneta con l’effigie del principe. Dopo Costantino, la falsificazione monetaria fu equiparata al crimine di lesa maestà.

Altri titoli riguardavano i procedimenti giudiziari: la corruzione attiva o passiva del giudice, la corruzione di testimoni, l’accordo per far condannare un innocente. Era perseguita anche la falsificazione legata alla parentela o al rango: la supposizione di figlio, la falsa dichiarazione di parentela a scopo di arricchimento illecito, la falsa attribuzione di un titolo non posseduto. Per tutti questi reati la pena poteva arrivare fino alla pena capitale.

La fides come fondamento del sistema

Dietro la nozione romana di falso si profila un principio fondamentale: l’attentato alla fides, alla lealtà e alla parola data. È questo il filo che unisce tutti i reati perseguiti sotto la lex Cornelia de falsis: hanno in comune la violazione di un impegno preso o di comportamenti ad esso equivalenti.

Non è un caso che Polibio, descrivendo l’incorruttibilità dei Romani, concluda con una riflessione sulle loro credenze religiose: un magistrato romano rispettava scrupolosamente le somme di denaro affidategli per il solo fatto di aver impegnato la propria fede con un giuramento. È questa logica a spiegare perché anche i falsi letterari o artistici potessero condurre il loro autore al disonore — soprattutto se di rango elevato — anche quando i fatti non ricadevano esplicitamente sotto la legge. Dietro la nozione romana di falso si ritrova così, in modo coerente, il principio che informa non solo il comportamento dei Romani ma l’intero loro sistema di valori: la logica della fides.

Vergini vestali e vergini cristiane nell’antica Roma

Nel 1946, uno studioso francese fu ricevuto in udienza da Papa Pio XII insieme ad altri accademici. Durante l’incontro, il pontefice pronunciò un discorso che sarebbe rimasto a lungo nella memoria dei presenti. Citò i versi del poeta latino Orazio (Odi III, 30, 8): «scandet cum tacita Virgine pontifex» — “il Pontefice salirà al Campidoglio accompagnato dalla silenziosa Vergine” — scritti originariamente per celebrare la grandezza eterna di Roma.

Il papa propose una lettura insolita e suggestiva: quei versi pagani potevano essere riletti come un ponte tra la Roma antica e quella cristiana. Il titolo di Pontifex Maximus, antico quanto Roma stessa, era ancora vivo nella figura del papa. E le monache che pregavano nelle cerimonie pubbliche sembravano, in qualche modo, aver preso il posto delle antiche vergini vestali.

Da questa suggestiva intuizione prese avvio la riflessione del latinista Robert Schilling, esposta in una conferenza tenuta a Roma il 28 aprile 1960. Schilling andò oltre le apparenti somiglianze tra le due istituzioni, scoprendo una contrapposizione profonda e insanabile.

Le vergini cristiane: una vocazione personale

L’istituzione delle vergini cristiane ha origini profondamente diverse da quelle delle Vestali. Non nasce da una scelta collettiva né da un’imposizione esterna: è, fin dall’inizio, una risposta personale e libera al messaggio del Vangelo. Il suo fondamento si trova nelle parole di Cristo in Matteo 19, 10-12 — «vi sono anche coloro che si sono fatti tali per il regno dei cieli» — e nei consigli di san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (7, 7-25).

Questa chiamata trovò risposta in tempi sorprendentemente precoci. Già negli Atti degli Apostoli (21, 8-9) compaiono le quattro figlie di Filippo Evangelista, che avevano scelto la vita verginale. Nel II secolo d.C., sant’Ignazio di Antiochia cita un gruppo di donne della chiesa di Smirne consacrate alla castità. A Roma, il Pastore di Erma offre un’immagine ancora più vivida: Erma viene accolto da un gruppo di vergini e trascorre la notte in preghiera con loro — una scena difficile da considerare puramente simbolica.

Il fenomeno era così diffuso da attirare l’attenzione anche dei pagani. Il filosofo Galeno, medico dell’imperatore Commodo, ne lasciò una testimonianza diretta, tramandata dallo storico arabo Ibn Al-Athir (morto nel 1232 d.C.): «Vi sono tra loro uomini e donne che per tutta la vita si sono astenuti dall’unione carnale… e lo vediamo tutti con i nostri occhi».

Un nome e un simbolo: la sposa di Cristo

Nei primi secoli, le donne cristiane consacrate alla verginità non avevano un titolo specifico: erano chiamate semplicemente virgines in latino, parthénoi in greco. Nessun segno esteriore le distingueva dalle altre cristiane; vivevano nelle proprie famiglie, senza comunità religiose né ruoli ufficiali.

Fu Tertulliano, nel III secolo d.C., a introdurre un linguaggio destinato a durare nei secoli: virgines Christo maritatae (vergini sposate a Cristo) e sponsae Christi (spose di Cristo). Era la prima volta che questo simbolismo nuziale — fino ad allora riferito alla Chiesa nel suo insieme — veniva applicato alle singole vergini. San Cipriano, vescovo di Cartagine, raccolse con entusiasmo questa visione, celebrando le vergini come «fiore della messe della Chiesa, onore e gloria della grazia spirituale, parte gloriosa del gregge di Cristo» (Epistola 55).

Il poeta Metodio d’Olimpo, nel suo Banchetto delle Dieci Vergini — titolo volutamente ispirato al Simposio di Platone — mette in bocca alle vergini un ritornello di intensa carica mistica: «Io rimango pura per te e, tenendo salda la fiaccola luminosa, ti vado incontro, o mio sposo». Il simbolismo nuziale non era dunque una trovata di Tertulliano, ma una corrente profonda che percorreva l’intera letteratura cristiana del III secolo d.C.

Il IV secolo: un cambiamento decisivo

Nel IV secolo d.C. la condizione delle vergini cristiane cambiò profondamente. Sull’esempio dell’Egitto, dove san Pacomio aveva promosso la vita monastica comunitaria, i monasteri si diffusero in tutto il mondo cristiano. A Roma, giovani donne di famiglie illustri abbracciarono questa nuova forma di vita: Marcella, di nobile origine senatoria, aprì una comunità di vedove e vergini nella sua casa sull’Aventino, accogliendo tra le altre Paola con le figlie Eustochio e Blesilla, con san Girolamo nel ruolo di guida spirituale. Nei pressi della Basilica di Sant’Agnese nacque inoltre il primo monastero femminile della città, fondato probabilmente per iniziativa di Costantina, figlia dell’imperatore Costantino.

L’impatto fu tale che san Girolamo, alla morte di Marcella nel 410 d.C. — uccisa dalle violenze dei soldati di Alarico — le rese questo omaggio: grazie al suo esempio, Roma era diventata «una seconda Gerusalemme» per il gran numero di monasteri di vergini e monaci (Epistola 127).

In questo contesto, la Chiesa introdusse una cerimonia pubblica per consacrare il voto di verginità: la velatio, ovvero l’imposizione del velo. La scelta del velo non fu casuale: non si optò per il velo bianco — tradizionalmente associato alle vergini pagane e usato dalle Vestali con il nome di suffibulum — ma per il flammeum, il velo color fiamma tipico delle spose romane. Un segno preciso e deliberato: la vergine cristiana è sponsa Christi, e il velo nuziale lo proclama apertamente al mondo.

Chi erano le Vestali

Per comprendere il confronto che i pagani del IV secolo d.C. cercavano di costruire, è necessario conoscere l’istituzione vestale nella sua realtà storica. Le sei sacerdotesse di Vesta — solo in alcuni testi del IV secolo d.C. il numero sale a sette — facevano parte integrante del collegio pontificio romano, la cui tradizione risaliva al re Numa. La loro selezione avveniva attraverso un atto dal nome rivelatore: la captio, una «presa» con cui il Pontifex Maximus prelevava d’autorità bambine tra i 6 e i 10 anni. Come precisa Aulo Gellio (Notti attiche I, 12, 9), la giovane «veniva condotta via come una prigioniera di guerra», strappata all’autorità del padre.

La formula della captio, trasmessa dallo stesso Aulo Gellio (I, 12, 14), recitava: «Ti prendo, Amata, perché tu compia, come sacerdotessa di Vesta, le cerimonie che spetta a una sacerdotessa di Vesta compiere nell’interesse del popolo romano». Il nome Amata non deriva dal verbo amare, come alcuni filologi hanno erroneamente supposto: è un nome rituale che richiama le origini laviniane dell’istituzione, usato nella formula come buon auspicio — così come i nomi Gaio e Gaia compaiono nella formula nuziale romana.

Il servizio durava trent’anni, divisi in tre fasi: dieci anni di apprendistato, dieci di servizio attivo e dieci dedicati all’insegnamento delle novizie. Al termine, la vestale poteva tornare alla vita privata e anche sposarsi — sebbene, secondo la tradizione, poche lo facessero.

La purezza rituale contro la purezza morale

Il punto centrale del confronto tra le due istituzioni sta nella natura profondamente diversa della purezza che ciascuna incarna. Per le Vestali, la purezza è di ordine essenzialmente rituale: Vesta non è che la fiamma viva, come insegna Ovidio nei Fasti (VI, 291), e la purezza del fuoco esige la presenza di vergini per analogia religiosa. Lo stato interiore della sacerdotessa è del tutto irrilevante: ciò che conta è la conformità esteriore alle esigenze del culto.

Da questo principio formalistico derivavano conseguenze drammatiche. La vestale ritenuta colpevole di aver violato il voto — anche se vittima di violenza, come la tradizione presenta Rea Silvia — veniva condannata per incestum: la profanazione della purezza rituale. La pena era la sepoltura viva nel campus sceleratus, il «campo del crimine», presso la Porta Collina. Non contava l’intenzione: contava solo l’atto.

La purezza cristiana è agli antipodi di questo sistema. Sant’Agostino dedica interi capitoli del primo libro della Città di Dio a spiegare che la castità è anzitutto una disposizione interiore, che nessuna violenza esterna può scalfire. Il poeta Prudenzio descrive la serenità di sant’Agnese di fronte al carnefice che minaccia di gettarla in un bordello: la santa risponde con calma che «Cristo non dimentica i suoi fedeli fino al punto di far loro perdere il pudore, prezioso come l’oro» (Inno XIV, 31-32). Anche in caso di trasgressione volontaria, la risposta cristiana non è la punizione ma la possibilità di ricominciare: un principio che Schilling illustra con l’esempio delle Suore di Betania, dove persino una Maria Maddalena può raggiungere il grado di suora consacrata.

Lo scontro nel IV secolo: Simmaco contro Ambrogio

Nel IV secolo d.C., quando lo scontro tra paganesimo e cristianesimo raggiunse il suo culmine politico, il confronto tra le due istituzioni divenne apertamente polemico. I difensori dell’antica religione romana scelsero le Vestali come simbolo della continuità spirituale di Roma: erano universalmente rispettate, il popolo attribuiva alle loro preghiere un potere miracoloso, e Cicerone aveva dichiarato che «se gli dei disprezzassero le preghiere della Vergine Vestale, il nostro potere andrebbe perduto» (Pro Fonteio, 48). Un trattato del IV secolo d.C. (Expositio totius mundi) attestava ancora che le sette vestali svolgevano le loro funzioni religiose «per la salvezza della città».

Il prefetto Simmaco, ultimo grande difensore delle istituzioni pagane, scrisse un celebre appello all’imperatore per il ripristino dei privilegi delle Vestali (Relatio, 11 ss.). Sant’Ambrogio gli rispose con una lettera ufficiale allo stesso imperatore (Epistola 18, 11-12), tracciando un confronto impietoso: da una parte le sette Vestali, reclutate a fatica nonostante fasce, porpore, lettighe e immensi privilegi, vincolate a una castità «puramente temporanea»; dall’altra la moltitudine delle vergini cristiane, senza ornamenti né compensi, animate da una scelta interiore e permanente. Prudenzio, rispondendo poeticamente a Simmaco (Contra Symmachum II, 1055 ss.), descriveva le vergini cristiane come portatrici di «modestia, sguardo dimesso sotto il velo sacro, dignità personale, bellezza lontana dall’esibizionismo, frugalità nei pasti, saggezza vigile e voto di castità che dura fino alla fine della vita».

Il tramonto delle Vestali

Gli eventi diedero ragione ai cristiani in modo brutale. Con il vacillare dell’Impero, la missione delle Vestali perdeva il suo stesso fondamento. Erano le custodi dei pignora imperii — i talismani dell’impero conservati nel Penus Vestae, tra cui il celebre Palladio — e il loro destino era inseparabile da quello della città. Ogni anno si recavano dal rex sacrorum per esortarlo: «Vigila, o re, vigila!» (Servio, ad Aen. X, 228). Quando Roma fu saccheggiata, quella missione si rivelò vuota.

Due documenti del Foro Romano testimoniano questo tramonto. Il poeta Prudenzio (Peristephanon II, 525 ss.) descrive il pontefice pagano che abbandona le bende rituali per mettersi «sotto il segno della croce», e la Vestale Claudia che entra nel santuario del martire san Lorenzo. Ancora più toccante è un’iscrizione sul terzo basamento da destra nell’Atrio delle Vestali, datata 364 d.C. — la più recente tra tutte le statue vestali del Foro — che celebra i meriti di una sacerdotessa per «castità, pudicizia e straordinaria dottrina nei riti sacri». Il nome è stato cancellato: la sacerdotessa subì la damnatio memoriae. Studiosi come Orazio Marucchi e Georg Wissowa concordano nell’ipotesi che si trattasse di una Vestale convertitasi al cristianesimo.

Due città, due destini

Schilling chiude la sua analisi richiamando la grande contrapposizione agostiniana tra la Città di Dio e la città terrena. Le Vestali erano al servizio di quest’ultima: la loro grandezza e la loro tragedia si identificavano con quelle di Roma imperiale. Le vergini cristiane appartenevano all’altra città — quella che, nelle parole di sant’Agostino, «non misura per te né spazio né tempo e ti darà un impero senza fine» — e per questo sopravvissero al crollo politico che travolse le prime.

La statua della Grande Vestale conservata al Museo Nazionale delle Terme a Roma porta impressa in volto questa tragedia: gli angoli della bocca amari, lo sguardo perso nel vuoto. Un’altra vestale, ricordata nella tradizione letteraria, lasciò una confessione straziante: «Felici le spose! Che io muoia se il matrimonio non è dolce!». Parole che acquistano tutto il loro peso se si ricorda che le vergini cristiane erano appunto sponsae Christi — spose di Cristo.

La differenza ultima tra le due istituzioni sta in una sola parola: quella parola è assente nella formula della captio delle Vestali, ma risuona nella preghiera del Sacramentario Leonino per la consacrazione delle vergini cristiane — «ti temano per amore, ti servano per amore». Quella parola è amore.

La fama nella Roma antica: come i pettegolezzi potevano rovinare un uomo politico

I Romani avevano una parola latina dal significato sottile e sfuggente: fama. Non corrisponde alla “fama” moderna, quella legata al successo o alla notorietà. È qualcosa di più antico, più ambiguo e più pericoloso — una parola che sta a metà tra il suono e il significato, tra la verità e la menzogna.

La radice della parola ci viene spiegata da Marco Terenzio Varrone, grammatico e linguista romano, nel suo trattato De Lingua Latina, scritto nel I secolo a.C. Il sostantivo fama deriva dal verbo fari, che significa “dire” in senso elementare, quasi istintivo. Varrone lo distingue con cura da loqui, un altro verbo che pure significa “dire”, ma in modo organizzato e razionale. Loqui è il pensiero che si trasforma in parola; fari è il suono che viene prima del pensiero, la voce prima che diventi discorso. In sostanza: un rumore.

Questa distinzione affonda le radici nella filosofia stoica, che separava la lexis — la pura espressione sonora — dal logos, la ragione articolata. Collocando fama sul gradino più basso della comunicazione umana, i Romani riconoscevano in essa qualcosa di fondamentalmente inaffidabile: non riflette necessariamente la realtà, non nasce da un ragionamento, non ha un autore. È una voce anonima che circola, si moltiplica e si trasforma. Ed è quasi sempre malevola.

Un rumore che non merita fiducia

Gli autori più antichi trattano la fama con aperto sospetto. Cicerone, nel discorso in difesa di Marco Celio Rufo del 56 a.C., la liquida con una scrollata di spalle: a Roma la maldicenza è così diffusa che nessuno può sperare di sfuggirle. “Come evitarla in una città così maledica?” si chiede retoricamente l’oratore. Con questa domanda, Cicerone trasforma la fama stessa in un argomento difensivo: il semplice fatto che un’accusa circoli non prova nulla.

Gli storici antichi denunciano spesso il ruolo devastante di questi “rumori” nei grandi eventi storici. Le guerre civili che dilaniarono la Repubblica e poi l’Impero — in particolare l’anno dei quattro imperatori, il 68-69 d.C. — furono fortemente condizionate da voci anonime che si propagavano come incendi: alteravano le decisioni militari e politiche, seminavano panico, rovesciavano alleanze. La fama non era un fenomeno marginale: era un vero attore della storia.

Virgilio e il mostro alato

Nessun autore antico ha saputo dare alla fama un’immagine più potente e inquietante di Virgilio. Nel quarto libro dell’Eneide, il poeta la descrive come un essere mostruoso, nato dalla Terra stessa — l’ultima creatura generata da questa madre, dopo i Giganti Ceo ed Encelado. Il mostro cresce mentre si muove: piccolo all’inizio, si leva poi nell’aria, sfiora il suolo coi piedi mentre la testa si perde tra le nuvole. Ha tante piume quanti occhi vigili, tante lingue quante bocche parlanti, tante orecchie quanti suoni esistono nel mondo. Vola di notte tra cielo e terra, stridendo, senza mai cedere al sonno. Di giorno veglia appostata sui tetti e sulle alte torri, seminando terrore nelle grandi città.

La sua caratteristica più terribile? È “tenace del falso e del distorto quanto messaggera del vero”. Non mente sempre, e non dice sempre la verità: mescola le due cose con uguale indifferenza, e proprio questa ambiguità la rende invincibile.

Virgilio costruisce questa figura fondendo due modelli greci. Da Esiodo — che nelle Opere e giorni affermava laconicamente “la Rumeur è anche lei una dea” — prende la sacralità inquietante della voce anonima. Da Omero prende l’immagine di Eris, la Discordia dell’Iliade, che “piccola all’inizio, cresce e porta presto la testa fino al cielo mentre i piedi toccano la terra”. Ma la Fama virgiliana non è l’Eris positiva che stimola la sana emulazione: è la sorella funesta, madre di calamità come il Dolore, la Fame e i Combattimenti. È la compagna della Credulità, della falsa Gioia, della Sedizione — le stesse figure che Ovidio, qualche decennio dopo, collocherà nel palazzo della Fama nelle Metamorfosi.

Il contesto storico illumina la scelta poetica. L’Eneide viene scritta dopo la battaglia di Azio del 31 a.C., quando Ottaviano ha vinto le guerre civili ma il suo potere non è ancora del tutto consolidato. Virgilio ha vissuto in prima persona gli anni del terrore civile: quando voci false e vere si mescolavano senza distinzione, quando un’indiscrezione poteva costare la vita, quando l’opinione pubblica era una materia instabile e pericolosa quanto il fuoco. Il mostro della Fama è il trauma collettivo di un’intera generazione, trasfigurato in epica.

Parola di folla, parola di individuo

Con il tempo, il significato di fama si arricchisce e si stratifica. Dal semplice “rumore che circola”, il termine passa a designare il contenuto stesso di quel rumore: la notizia, l’informazione che si diffonde. Cesare, nel De Bello Gallico, lo usa in questo senso neutro e quasi tecnico: la fama “giunge rapidamente a tutte le città della Gallia”, trasmessa di campo in campo e di regione in regione, con una velocità che anticipa quella dei moderni mezzi di comunicazione.

Ma la fama riguarda soprattutto le persone, non gli eventi. Ed è qui che il termine acquista la sua maggiore complessità, avvicinandosi a un’altra parola latina centrale: existimatio. Entrambe indicano la reputazione di un individuo, l’opinione che gli altri hanno di lui. Eppure tra i due termini c’è una differenza sostanziale.

L’existimatio è un giudizio personale e deliberato: quello che un individuo formula su un altro attraverso un’osservazione attenta e consapevole. La fama, invece, è l’opinione collettiva, anonima e spontanea — quasi inconscia — che una comunità nutre verso un individuo. Non nasce da una riflessione: è una reazione viscerale e incontrollata, che affiora dalla vita quotidiana del gruppo. In una società come quella romana, dove l’onore pubblico era il fondamento della vita civile, questa distinzione aveva conseguenze concrete e spesso drammatiche.

Il lessico della gloria: fama, laus, gloria

Per capire il peso della fama nel mondo romano, bisogna inserirla in un campo semantico più ampio, che include altre due parole chiave: laus e gloria.

La laus — letteralmente “l’elogio” — era in origine il termine che designava l’appello rituale rivolto a un defunto: quella laudatio funebris in cui le virtù del morto venivano celebrate davanti all’assemblea dei cittadini. Era un concetto profondamente aristocratico, legato al patriziato e poi alla nobilitas: il riconoscimento pubblico e istituzionale di una vita vissuta all’altezza della tradizione familiare.

La gloria era ancora di più: il vertice assoluto a cui un Romano poteva aspirare, la luce che nasceva dall’accumulo di grandi azioni e si trasmetteva di generazione in generazione come patrimonio del casato. Era una categoria eroica, aristocratica per eccellenza, e in quanto tale quasi inattaccabile.

La fama, in questo contesto, occupava uno spazio più basso e più ambiguo. Per il poeta Ennio, nel II secolo a.C., essa nasceva proprio dai vizi: parlare di qualcuno, far girare il suo nome, significava riferirne le colpe. La gloria si guadagnava con le virtù; la fama si accumulava sui vizi. Questa opposizione rivela una società ancora fortemente aristocratica, in cui il nobile non aveva bisogno di essere “conosciuto”: la sua gloria era data alla nascita, incisa negli antenati. Se la fama si impossessava di lui, era il segno che aveva tradito quella gloria ancestrale.

La svolta politica: la fama come strumento di potere

A partire dal II secolo a.C., con l’ascesa prepotente dei homines novi — i “nuovi uomini” — sulla scena politica, la fama cambia funzione. Non è più soltanto il cane da guardia della morale pubblica: diventa uno strumento di conquista del potere.

Catone il Censore, conservatore intransigente, rifiutava deliberatamente di nominare i generali vittoriosi nelle sue opere storiche, chiamandoli solo “consoli del popolo romano”. Era un modo per sottrarre le imprese militari alla personalizzazione che la fama produceva, per impedire che un singolo individuo diventasse più grande della città. Catone capiva già il pericolo: la fama poteva trasformare un soldato in un semidio, un politico in un salvatore della patria.

Il pericolo intuito da Catone divenne realtà nel I secolo a.C. Mario, il grande generale plebeo che non aveva alcun antenato magistrato nella propria famiglia, lavorò sistematicamente per far circolare il proprio nome tra il popolo prima ancora di candidarsi al consolato. Fece parlare di sé. Costruì la propria fama prima ancora di scendere in campo.

Lo stesso Cicerone, quando nel 64 a.C. si candidò al consolato come homo novus, ricevette dal fratello Quinto un vero e proprio manuale di comunicazione politica: un testo in cui gli spiegava come costruirsi una fama forensis, una reputazione all’altezza della propria ambizione. Cicerone lo fece, pur disprezzando in cuor suo la fama popularis — quella notorietà volgare che il popolo distribuisce e ritira secondo i propri capricci. Era perfettamente consapevole del meccanismo che stava usando, e ne era al tempo stesso prigioniero.

La condanna dei moralisti

Di fronte a questa degenerazione, i moralisti non mancano di reagire. Lo stesso Cicerone, nelle Tuscolane, contrappone la vera gloria alla falsa notorietà popolare: la fama popularis è “un’imitatrice della gloria, senza ragione né riflessione, quasi sempre apologia del crimine e del vizio”. Sallustio, nelle pagine iniziali della Congiura di Catilina, oppone le glorie antiche — dove la bona fama, la nobiltà e la gloria erano il vero premio del guerriero — alle false ricchezze e all’ambizione corrotta del suo tempo.

Per entrambi è chiaro che la fama dei tempi antichi — garante della morale pubblica e privata, sostenuta istituzionalmente dai censori che colpivano di infamia chi la comunità condannava — è diventata qualcosa di vile e mercenario. Come tante altre parole del vocabolario romano — virtus in testa — essa ha subito la “contaminazione delle evoluzioni politiche”: il lessico della virtù si è piegato alle esigenze della propaganda.

Sotto l’Impero: silenzio e sopravvivenza del mostro

La fine della Repubblica e l’avvento del principato avrebbero dovuto, almeno in teoria, ridurre il ruolo della fama. Senza dibattito politico libero, senza la tribuna del foro, senza elezioni contese, la voce anonima del popolo non avrebbe più avuto spazio. Sotto un buon principe, non c’è bisogno di propaganda: la fama non avrebbe che elogi da diffondere, e l’aggettivo famosus — già in trasformazione nell’uso quotidiano — potrebbe finalmente significare solo “famoso per le proprie qualità”.

Ma la storia non funziona così, e Tacito ce lo ricorda in ogni pagina degli Annali. La corte imperiale è un nido di pettegolezzi, intrighi e voci anonime. Nerone, che sognava di fondare il proprio potere sull’arte, sul canto e sulla musica — al di là della parola — perde l’impero a causa della fama che lo tradisce, ingannandolo come ha ingannato tutti: il popolo, i pretoriani, i senatori.

È Ovidio, qualche anno dopo Virgilio, a tracciare la via d’uscita più lucida. Nelle Metamorfosi descrive il palazzo della Fama: un luogo aperto a tutti i venti, dove circolano indifferentemente voci vere e false, e la credulità abita accanto alla menzogna e alla sedizione. Con questa immagine, Ovidio trasforma la fama in una categoria poetica, non politica: essa è un modo di percepire e raccontare il mondo, non di governarlo. È il poeta — non l’imperatore, non il generale — il vero padrone della fama.

Un eredità che attraversa i secoli

Nella Roma di ogni epoca, sul tetto del palazzo imperiale continua a vegliare il mostro di Virgilio, con le ali frementi e gli occhi sempre aperti. Sui peducci degli archi trionfali, un’altra Fama — solenne, alata, con la tromba alle labbra — celebra la gloria dei principi. Le due figure sono sorelle, ma nemiche: una distrugge ciò che l’altra costruisce.

Questa tensione irrisolta tra la fama come rumore distruttivo e la fama come gloria meritata attraversa tutta la civiltà romana, dal piccolo pettegolezzo di quartiere tramandato dalla commedia di Plauto fino alle grandi narrazioni del potere imperiale. È una tensione che non appartiene solo ai Romani: appartiene a chiunque viva in una comunità, dipenda dallo sguardo altrui e tema il giudizio anonimo della folla. La parola latina è cambiata, ma la cosa che descrive è rimasta intatta — viva e insonne come il mostro di Virgilio.

Homs: iscrizione greca svela il Tempio di Eliogabalo sotto la Grande Moschea

Nel cuore di Homs, città della Siria occidentale che nell’antichità era conosciuta come Emesa, un recente intervento di restauro ha riportato alla luce un dettaglio capace di riaccendere un dibattito che dura da decenni. All’interno della Grande Moschea di al-Nuri, infatti, è emersa una misteriosa iscrizione in lingua greca, incisa direttamente sul basamento in granito di una colonna dell’edificio medievale.

A prima vista potrebbe sembrare un semplice frammento del passato, ma in realtà questo ritrovamento aggiunge un tassello importante a una questione storica affascinante: la possibilità che l. . .

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