Il legionario era una macchina da guerra perfetta: la sua efficacia come guerriero era garantita dalla motivazione, dalla disciplina e dall’allenamento e, tra le altre cose, dall’utilizzo del Pilum come arma di attacco. Si tratta di un giavellotto pensato per uccidere e farlo in modo veloce.
Le armi utilizzate dal legionario dell’Antica Roma possono essere considerate “pura fantascienza” se si pensa al periodo storico al quale ci si riferisce e alle conoscenze a disposizione. In questo momento voglio illustrare e spiegarvi una tra le armi più potenti utilizzati dai soldati, il Pilum per l’appunto.
Le origini del Pilum romano
Il giavellotto era una delle armi fondamentali e immediatamente riconoscibili in dotazione al legionario romano: le sue origini, va sottolineato, sono un po’ controverse perché non si hanno certezze a riguardo. La maggioranza degli studi compiuti sulle armi romane sostengono che con molta probabilità già gli etruschi, la forza principale esistente quando nacque Roma, utilizzassero delle lance o giavellotti per contrastare gli avversari. I romani, noti per la loro capacità di assorbire e migliorare le informazioni raccolte, hanno di certo fatto lo stesso con il giavellotto.
Nel periodo Regio e durante il corso di tutta la Repubblica il Pilum venne usato costantemente come parte della dotazione del legionario Romano. Il perché è presto spiegato: era un’arma molto facile da trasportare ed era perfetta da utilizzare contro i nemici di Roma, che pur essendo grandi e forti guerrieri non indossavano praticamente alcuna protezione.
Non possedevano scudi sofisticati né indossavano armature ben congegnate. Combattevano lanciandosi ferocemente contro al nemico, ma la loro mancanza di protezione li rendeva esposti al lancio di giavellotti che permettevano di spaventare e di sfoltire le file degli avversari prima del combattimento corpo a corpo.
Come è fatto il Pilum
Per comprendere l’efficacia del Pilum è consigliato osservarlo da vicino: basta osservarlo per capire che un suo corretto funzionamento era legato all’equilibrio della sua struttura, del suo peso e della sua forma. La parte posteriore presentava spesso una piccola punta in metallo che serviva ad appesantire quel punto per controbilanciare in maniera adeguata il giavellotto.
Il Pilum era composto da un legno finemente lavorato per resistere alle intemperie e alle sollecitazioni: un materiale robusto ma non troppo pesante per essere manipolato nel migliore dei modi.
Uno degli elementi più importanti dell’arma era la posizione dell’impugnatura. Brandire il Pilum qualche centimetro più in alto o più in basso poteva fare una grande differenza, e l’impugnatura era stata modificata nel corso delle battaglie per ottenere la migliore prestazione possibile.
Subito sopra, era posizionata la parte di raccordo tra il legno e il metallo che non si basava semplicemente sull’unione dei due materiali con una vite o un chiodo, ma vi era proprio una piccola costruzione dalla forma variabile che bilanciava l’arma.
La parte metallica era costruita sfruttando materiali dolci e non troppo robusti e terminava con una punta che aveva l’obiettivo di penetrare a fondo lo scudo dell’avversario e ferirlo. La punta era costruita anche in modo tale da non permettere all’avversario di sfilare il Pilum dal punto di impatto e riutilizzarlo contro i romani.
In questo modo l’avversario sarebbe
rimasto senza protezioni.
E se il Pilum fosse andato a vuoto? La parte metallica era concepita per piegarsi su se stessa, così come il raccordo di legno era pensato per rompersi, in modo da non trasformarsi in un oggetto controproducente da rilanciare contro i romani.
L’importanza dell’equilibrio nella struttura del Pilum appare immediatamente chiara mettendo alla prova lo strumento. Grazie ad una simulazione eseguita dai ragazzi dello Smithsonian Channel è stato possibile ricostruire il funzionamento del Pilum in tutta la sua interezza.
Questo giavellotto, una volta lanciato sullo scudo avversario riesce a penetrarlo con facilità, non consentendo per via della forma della sua punta a disincastrarlo. E non solo: a seconda della forza di penetrazione la persona posta dietro lo scudo può rimanere mortalmente ferita: un particolare importantissimo nel corso di uno scontro.
Il tramonto del Pilum
Il Pilum è stato per moltissimo tempo
una delle armi più micidiali a disposizione dei soldati romani, che
per secoli lo hanno utilizzato con successo nel corso delle loro
battaglie. Nel periodo imperiale e tardo imperiale la sua efficacia è
però venuta meno.
La ragione è da ricercare nell’aggiornamento delle dotazioni degli eserciti nemici: la presenza di maggiori protezioni e di armature differenti rispetto a quelle del passato, ha costretto i romani a modificare le armi in dotazione, ricercando una diversa efficacia.
Sul campo di battaglia non vi erano più quegli scontri di grandi numeri che sfociavano in una guerra corpo a corpo di gruppi pressoché statici: vi è ora molta mobilità da parte dei nemici, un fattore che richiama, per forza di cose, strategie diverse da quelle del passato. Un cambiamento che, con il tempo, costrinse i legionari, all’abbandono totale del Pilum.
L’esercito romano è stata l’entità militare più potente ed efficace di tutti i tempi.
Un tale livello di efficienza dipese da una serie di fattori, ma uno degli elementi determinanti fu certamente l’enorme livello di disciplina, garantita anche attraverso delle punizioni.
In questo articolo, vedremo una vera e propria carrellata delle principali punizioni e pene militari che potevano essere comminate nell’esercito romano per recuperare la gerarchia, l’ordine e il rigore.
Le punizioni nell’esercito romano
Presso l’esercito romano vigevano due grandi gruppi di provvedimenti. Per alcuni comportamenti legati alla poca efficienza, erano previste delle semplici punizioni, mentre altri atteggiamenti costituivano veri e propri reati, con delle pene molto più severe.
La multa
La prima punizione fondamentale, ma anche la meno grave, era la multa: nel momento in cui un legionario si comportava male, eseguiva male un ordine o manifestava scarsa voglia di lavorare o poca disciplina, una prima soluzione era quella di comminargli una multa.
Nella stragrande maggioranza dei casi, la multa era eseguita trattenendo una parte dello stipendio. Il legionario percepiva ogni mese il “soldus” e trattenere una parte di questo denaro era la prima soluzione che si adottava per attuare un provvedimento leggero.
L’incarico pesante
Una seconda punizione, già più importante, era affidare al legionario un incarico molto pesante e faticoso che lo avrebbe stancato fisicamente. Ma non solo fatica: al legionario poteva essere affidato anche un compito rischioso, come andare in ricognizione di notte o esplorare per primo un nuovo territorio.
In generale si dava per punizione un incarico che non fosse consono alla sua età, alla sua esperienza e al suo grado, anche per umiliarlo e per sminuirlo.
Il trasferimento di reparto
Un atto simile era il trasferimento di reparto. Questo provvedimento aveva un valore più duraturo nel tempo, era una decisione più pesante che condizionava maggiormente la vita del soldato.
Un legionario poteva essere trasferito in un reparto minore, come quello degli ausiliari o in altri casi un veterano, che aveva una determinata anzianità di servizio ed esperienza, poteva essere messo insieme alle reclute.
Questa era già una punizione più pesante, perché incideva sulla vita del soldato per un periodo maggiore di tempo. Tra tutte quelle a disposizione era certamente una delle più importanti.
La degradazione
Ancora più grave, perché metteva in discussione la carriera di un legionario, era la degradazione. Da centurione si diventava optio, o da optio si ritornava a legionario semplice. Questa era la punizione peggiore perché rallentava la carriera del legionario che vedeva la sua prospettiva all’interno dell’esercito fortemente penalizzata e rallentata.
I reati e le pene militari
Diverso il discorso quando un legionario non solo non era efficiente ma compiva delle azioni gravi, come il deliberato non rispetto degli ordini o la fuga di fronte al nemico. Il soldato aveva infranto la legge militare compiendo un vero e proprio reato, con delle pene giudiziarie.
La fustigazione
La prima pena era sicuramente quella della fustigazione: il legionario veniva bloccato, incatenato ad un ceppo, ad un palo o ad un tronco, veniva spogliato e subìva un numero prestabilito di frustate, che venivano inferte pubblicamente di fronte a tutti gli altri i suoi commilitoni.
Era una pena che non mirava solo alla sofferenza fisica ma anche all’umiliazione davanti agli altri. Era un atto piuttosto duro, ma la sofferenza era calcolata per non compromettere definitivamente la salute fisica: il legionario rimaneva attivo e operativo. Di tutte le pene, era certamente quella meno grave, seppure avesse un grande peso per la vita militare.
Il congedo con disonore
Un’altra situazione piuttosto grave era quella del congedo. Essere congedato con disonore dall’esercito romano non solo minava per sempre la credibilità e la reputazione del legionario ma gli impediva di partecipare alla spartizione del bottino e all’assegnazione delle terre, il che comprometteva la sua vita futura in maniera importante.
Era una misura veramente molto dura che poteva essere ulteriormente peggiorata. Si poteva infatti ordinare anche la cancellazione del condannato dagli elenchi ufficiali dell’esercito. Questo provvedimento pesava sulla vita del soldato come cittadino romano: egli non godeva più di una serie di diritti importanti, come quello di voto.
Ma non solo. La cancellazione del nome dagli elenchi dei cittadini aveva un significato profondo: condannava il legionario all’oblìo, e tenendo conto che per i romani non essere ricordati dai posteri era una mortificazione estrema, la punizione doveva essere gravissima.
La bastonatura
Nel momento in cui il reato compiuto era troppo pesante, come nel caso di una insubordinazione reiterata, la viltà o l’abbandono del combattimento sino a presunti contatti con il nemico, la legge militare romana prevedeva la pena di morte.
La forma più elementare di pena capitale era la bastonatura: i soldati, soprattutto quelli che erano stati messi in pericolo di vita dal colpevole o erano stati danneggiati dal suo comportamento , utilizzavano dei bastoni per colpire a morte il condannato. Era una condanna che veniva eseguita pubblicamente, anche come esempio per gli altri, ed era estremamente brutale.
L’alto tradimento
Se invece il legionario aveva stabilito contatti con il nemico o aveva rivelato piani e strategie, era prevista la condanna per alto tradimento che, anche con una connotazione religiosa, lo costringeva ad essere chiuso in un sacco con dei serpenti e gettato in un fiume.
Era evidentemente una pena pesante, estremamente terrificante per il condannato ma durissima anche per la famiglia: la dannazione si abbatteva anche suoi posteri con conseguenze irreparabili.
La decimazione
La pena più grave in assoluto era però la decimazione. Era una misura estrema, attuata nel momento in cui la legione era completamente fuori controllo o quando l’insubordinazione era totale. Serviva a dare una punizione esemplare, che nessuno avrebbe mai più dimenticato.
Si dividevano i soldati in gruppi di dieci e all’interno di ognuno di questi insiemi se ne estraeva uno, che gli altri nove avrebbero ammazzato, il più delle volte tramite la bastonatura. Un gioco psicologico violentissimo ed estremamente brutale.
Gli altri nove sopravvissuti non erano però scevri da danni. Avrebbero avuto delle razioni a base di orzo piuttosto che di grano, molto meno saporito e molto meno nutriente. Inoltre dovevano superare la notte al di fuori dell’accampamento, correndo dei rischi gravissimi. La decimazione era quindi terribile sia per colui che perdeva la vita sia per i suoi commilitoni sopravvissuti.
Nel corso della storia romana si ricorse alla decimazione poche volte: era veramente una misura estrema che soprattutto nel corso delle guerre civili o in momenti di particolare insubordinazione venne adottata, non certo a cuor leggero.
La battaglia di Benevento è una battaglia verificatasi nel 275 a.C. tra le legioni romane guidate dal Generale Manio Curio Dentato e il condottiero Pirro, nell’ambito delle guerre pirriche, che videro Roma contro le città della Magna Grecia nel sud Italia.
La battaglia di Benevento rappresenta la conclusione delle campagne italiche di Pirro ed è un vero e proprio scontro tra due civiltà, due modi di intendere l’esercito e la guerra.
La situazione nel Mediterraneo prima delle guerre pirriche
All’inizio del terzo secolo avanti Cristo, Roma aveva ottenuto una serie di importanti trionfi in una serie di battaglie contro la popolazione dei Sanniti, stanziati nell’odierna Campania e zone limitrofe. L’influenza di Roma si stava espandendo a vista d’occhio verso tutta la penisola italica.
La pressione conquistatrice dell’Urbe arrivò a toccare anche il sud Italia e in particolare le città della Magna Grecia. Si trattava di città-stato estremamente potenti e sviluppate, che detenevano in quel periodo i diritti commerciali per rotte strategiche del Mediterraneo.
Le città principali di questa realtà erano Siracusa in Sicilia, Reggio in Calabria e Taranto in Puglia. Quest’ultima considerata a tutti gli effetti la capitale della Magna Grecia in Italia.
La Sicilia, nel frattempo, era contesa tra greci e cartaginesi che si affrontavano da decenni in una lunga serie di battaglie e di guerriglie per il predominio di un’isola strategicamente importante per il controllo del Mediterraneo.
In teoria, tra romani e città della Magna Grecia esistevano dei patti di non belligeranza e di pacifica convivenza. Ma questi trattati non erano destinati a durare, in quanto ben presto si verificarono alcuni episodi significativi che incrinarono i fragili accordi stabiliti dalla diplomazia.
Il casus belli: la città di Turi e la flotta di Taranto
Il casus belli nacque dal comportamento della città di Turi. Per via di alcune ribellioni, i cittadini di Turi avevano chiesto aiuto militare ai romani e questi decisero di intervenire, sapendo perfettamente che la loro azione costituiva una importante interferenza negli affari della città greche.
Stabilito a Turi un contingente militare romano, Taranto non tardò ad accorgersi della importante mossa della Repubblica Romana, considerando l’azione come una ingerenza estranea negli affari della Magna Grecia.
La situazione degenera rapidamente. I romani, in parte per diplomazia e in parte per tastare il terreno, decisero di inviare una flotta nel porto di Taranto con alcuni ambasciatori.
Secondo la tradizione, i tarantini stavano in quei giorni festeggiando, e appena scorte le navi all’orizzonte, equivocarono le intenzioni del contingente romano, che venne preso come un vero e proprio attacco alla loro città.
I tarantini affondarono una parte delle navi romane e colsero l’occasione per assaltare la città di Turi, dove la guarnigione romana venne scacciata. I tarantini occuparono la città con la forza.
Gli ambasciatori romani e l’oltraggio di Filonide
In questa fase, la politica romana si divise fra coloro che volevano partire immediatamente con la guerra e altri che credevano nel valore della diplomazia.
Ma in linea generale, le leggi romane imponevano l’avvio di trattative. Per questo, il Senato inviò degli ambasciatori nella città di Taranto per cercare di ricomporre la situazione in maniera non bellicosa.
La delegazione romana era guidata dall’ambasciatore Postumio: il piccolo gruppo di ospiti, entrò all’interno della grande città di Taranto, nel teatro principale, dove Postumio iniziò a tenere un lungo ed articolato discorso per intavolare delle trattative con i tarantini.
Ben presto Postumio si rese conto che la folla non solo non lo ascoltava, ma lo prendeva in giro, criticando il suo accento greco claudicante e ridicolizzandolo per il modo con cui era vestito. Nonostante tutti gli sforzi, i tarantini iniziarono ad urlare contro gli ambasciatori, con crescente astio.
Capendo l’impossibilità di proseguire con le trattative, Postumio e i suoi si apprestarono ad allontanarsi dal teatro ed è qui che accadde un episodio di gravità inaudita, che passò alla storia.
Nel pubblico c’era uno spettatore mezzo ubriaco di nome Filonide: questi pensò bene di sollevare i vestiti e orinare direttamente sulla toga dell’ambasciatore, proprio mentre si stava allontanando.
Postumio, esterrefatto, chiese che gli venisse data immediata giustizia e che il gesto fosse condannato dalla politica Tarantina, ma la folla acclamò il gesto sconsiderato approvandolo ed applaudendolo.
Altrettanto famosa l’ultima frase di Postumio ai Tarantini, prima di andarsene furioso: “Laverete con il sangue questa toga“. Era l’inizio delle guerre pirriche
L’arrivo di Pirro in Italia
La città di Taranto, come tutte le città della Magna Grecia nell’Italia del Sud, era fiorente e potente ma sapeva perfettamente che non poteva competere a livello militare con i romani.
Per questo motivo, Taranto chiese aiuto ad un condottiero straniero, Pirro. Si trattava di un grande sovrano dell’Epiro, l’attuale regione dell’Albania, legato per un lontano nesso di parentela direttamente con Alessandro Magno, e grandemente fiero della sua tradizione familiare.
Pirro, grazie all’invito dei Tarantini, concepì un grande progetto di conquista con l’obiettivo di creare un regno autonomo, che nelle sue intenzioni doveva corrispondere l’attuale Albania, al Sud Italia e alla Sicilia.
Lo sbarco di Pirro in Italia fu un atto bellicoso di importanza estrema. Il condottiero portò con sé un nutrito esercito composto da diverse unità armate.
Fanti macedoni che combattevano alla greca, cavalieri, arcieri e frombolieri, specializzati nel lancio di pietre e sassi, ma soprattutto terribili elefanti da guerra indiani, degli enormi pachidermi che rappresentavano il vero e proprio asso nella manica dell’esercito di Pirro.
Da Eraclea ad Ascoli Satriano
La prima battaglia che vide Pirro combattere contro i romani avvenne ad Eraclea, odierna Basilicata, nel 280 a.C .
I Romani affrontarono con vigore l’avversario ma l’entrata in gioco degli elefanti indiani terrorizzò a tal punto l’esercito romano che i legionari non furono in grado di opporre una efficace resistenza. Il tutto si tradusse nella prima grande disfatta della compagine romana contro il nuovo avversario.
Da subito però, Pirro si rese conto che le forze armate romane avevano una elevata capacità di rigenerarsi , grazie ad una struttura sociale che gli permetteva di reclutare molto velocemente un nutrito gruppo di legionari.
Il secondo appuntamento contro Pirro è certamente la battaglia di Ascoli Satriano, i cui dettagli sono entrati molto spesso nell’immaginario collettivo di tutti noi.
Lo scontro fu crudele e violento, e alla fine Pirro riuscì a infliggere una seconda sconfitta ai Romani, che persero 7000 uomini in un solo giorno. Ma a prezzo di ingentissime perdite.
Pirro pronunciò una frase che è passata alla storia: “Un’altra vittoria di questo genere e siamo perduti” a significare che si era reso conto delle condizioni con cui aveva ottenuto il risultato, ovvero la quasi totale distruzione del suo esercito.
E’ da questo avvenimento che è nata la frase “Vittoria di Pirro“, ad indicare una vittoria formale avvenuta ad un costo tale da assomigliare ad una sconfitta.
Ma non solo: secondo le cronache, Pirro si sarebbe aggirato sul campo dopo la battaglia e sarebbe rimasto profondamente impressionato dai cadaveri dei nemici, i cui volti esprimevano ancora una feroce determinazione.
“Se avessi dei soldati del genere conquisterei il mondo“, si lasciò sfuggire Pirro, malcelando ammirazione per l’esercito avversario.
La disatrosa campagna in Sicilia e la vendetta romana
A questo punto della campagna, Pirro si trovava di fronte ad una scelta.
Da un lato avrebbe potuto accettare l’invito ufficiale a diventare il Re di Macedonia, tornare quindi in patria e consolidare la sua presenza sul trono. Oppure, si sarebbe potuto muovere verso la Sicilia per conquistare l’isola e completare il suo progetto di conquista nel sud Italia.
Fra le due opzioni, Pirro scelse di proseguire per l’isola siciliana e completare la sua opera di costruzione di un nuovo grande regno personale.
Ma la presenza di Pirro in Sicilia fu tutt’altro che semplice. Il generale rimase imbottigliato in una guerriglia continua e in una serie di dinamiche estremamente complesse che logorarono lui e il suo esercito.
Dopo alcuni anni di combattimento e dopo una campagna abbastanza infruttuosa, Pirro si rese conto che la scelta di proseguire per la Sicilia era stata disastrosa. Non gli rimaneva che ritornare in patria.
Ma i Romani lo aspettavano al varco per vendicare le prime due sconfitte, stavolta con delle tattiche aggiornate per fronteggiare i suoi terribili elefanti.
La battaglia di Benevento: le mosse iniziali
L’esercito di Pirro, arrivato nei pressi della cittadina di “Malevento“, questo era il nome della località prima della battaglia, dovette dividere il suo contingente in due parti.
Il primo gruppo mosse contro il generale Lentulo, che si aggirava nel Sannio, e il secondo contro Manio Curio Dentato, il principale generale dello scontro.
Dentato si trovava con circa 17000 uomini su un’altura, al riparo, mentre Pirro con i suoi 20000 soldati si era posizionato in pianura. Per raggiungere questa zona Pirro aveva tuttavia superato una serie di ostacoli e delle vie piuttosto strette.
Le fonti le citano come strade che solitamente gli uomini non percorrevano mai, “appannaggio esclusivo delle capre”, per far capire la difficoltà con cui Pirro era riuscito ad arrivare sul campo di battaglia.
Il suo esercito era quindi già pesantemente fiaccato dalla sola operazione di disposizione sul campo, il che costituì un importante svantaggio iniziale per il condottiero orientale.
Un piccolo contingente dell’esercito di Pirro venne mandato in avanscoperta, ma questo fu subito intercettato dagli uomini di Dentato che iniziarono un piccolo ma sanguinoso combattimento.
Lo scontro, breve ma intenso, vide gli uomini di Dentato avere la meglio: i soldati romani riuscirono addirittura a catturare un paio di elefanti.
Questa piccola scaramuccia iniziale diede ai soldati romani un nuovo coraggio: Dentato si decise a scendere dalla sua posizione sopraelevata, si fece più audace e marciò direttamente contro il suo avversario. Sceso dall’altura, gli eserciti di Dentato e di Pirro si fronteggiarono.
La battaglia
Pirro combatteva con la classica formazione della falange macedone, una disposizione estremamente dura da combattere perchè costituita da un grande e fitto numero di lance che appariva terrorizzante e insuperabile.
I soldati romani però utilizzarono un numeroso lancio di giavellotti a brevissima distanza. Questa carica di artiglieria poco prima dell’impatto creò dei buchi all’interno della linea di attacco di Pirro, spazi fondamentali che i legionari occuparono velocemente.
In questo modo, i soldati romani riuscirono ad arrivare al combattimento corpo a corpo con gli uomini di Pirro, dove questi ultimi erano pesantemente svantaggiati.
I legionari di Dentato erano già riusciti a sfondare le prime due linee dei nemici, quando la situazione ebbe un capovolgimento.
Pirro giocò infatti la carta degli elefanti, il suo principale strumento offensivo, che vennero lanciati all’attacco. I soldati romani furono costretti a scappare e ad allontanarsi dalla carica, ritornando sui loro passi, verso la collinetta e arroccandosi addirittura all’interno del loro accampamento.
Stavolta però, i romani avevano avuto il tempo di studiare il comportamento degli elefanti e avevano capito che il modo migliore per batterli era sommergerli di frecce e di giavellotti puntati direttamente agli occhi. Direttamente dalle mura dall’accampamento partì quindi un grande carica di artiglieria.
Gli elefanti vennero bersagliati dai dardi e le cronache ci parlano di un episodio molto particolare.
Un cucciolo di elefante venne colpito in fronte e iniziò a barrire e a cercare la madre emettendo dei gemiti tremendi. Tutti gli altri pachidermi furono terrorizzati dal disperato urlo del cucciolo e in poco tempo iniziarono a perdere il controllo e a scappare.
L’esercito di Pirro venne travolto dai suoi stessi elefanti, che si dimostrarono un elemento controproducente. Senza un particolare intervento dei romani, nonostante la battaglia continuò per tutto il giorno, la formazione di Pirro venne completamente disarticolata.
La vittoria di Dentato non fu schiacciante, ma certamente dimostrò di aver superato il grande limite che i romani avevano avuto fino a quel momento nei confronti degli elefanti.
Con le forze residue, Pirro valutò come urgente il ritorno in patria. L’Italia e la repubblica romana era quindi riuscita ad allontanare definitivamente questo straordinario condottiero, vincendo la guerra.
La fondazione di Benevento e l’espansione di Roma
Dopo 6 anni dallo scontro, i romani fondarono una colonia nei pressi del campo di battaglia e ribattezzarono la città da “Malevento” in “Benevento“, proprio in memoria della buona sorte che li aveva accompagnati nel corso dello scontro con Pirro.
La storia proseguirà con l’inarrestabile ascesa della potenza e dell’influenza Romana.
Le città della Magna Grecia, ormai senza una possente esercito a loro difesa, capitoleranno l’una dopo l’altra: i romani riusciranno a prendere il controllo di queste strategiche città sul Mediterraneo e ad assimilare la Magna Grecia all’interno della loro orbita.
Diventati sempre più potenti, i romani si affacceranno in maniera sempre più determinata sul Mediterraneo dove li avrebbe aspettati un’altra grandissima potenza antagonista: Cartagine.
Il dodecaedro è un mistero della storia romana: in tutto il territorio dell’impero è stato ritrovato un oggetto dalla stranissima forma, e nonostante il passare dei secoli e numerose interpretazioni, non abbiamo la minima idea sul possibile significato di questo oggetto.
La radice del problema è che non abbiamo alcuna fonte antica che ci spieghi con precisione le modalità di utilizzo di questo strumento, per cui non possiamo fare altro che continuare a procedere per ipotesi.
Il dodecaedro romano
Il dodecaedro è una struttura a dodici facce, dove ogni faccia è provvista di un buco di dimensioni variabili. A completare l’oggetto delle palline che emergono su ogni punto di congiunzione che permettono di afferrare meglio lo strumento.
Dal punto di vista della sua costruzione, alcuni ritrovamenti archeologici ci permettono di ricostruire un dodecaedro con precisione ma ancora non sappiamo quale sia la sua funzione e per ora siamo fermi alle ipotesi.
Un possibile gioco per famiglie?
Una prima ipotesi è quella che il dodecaedro fosse un gioco. I romani amavano moltissimo il gioco dei dadi: si trattava di un passatempo estremamente diffuso in tutto l’impero, sia per semplice diletto ma anche per piccole scommesse.
Il dodecaedro potrebbe quindi essere un oggetto simile ai dadi, magari per giochi con regole più complesse, per il divertimento di famiglia e amici.
Un oggetto religioso?
E’ anche possibile che il dodecaedro avesse un significato più importante: alcuni hanno infatti ipotizzato che si trattasse di uno strumento con funzioni magiche, considerato che questo strumento ha una certa simmetria nella sua costruzione.
Addirittura potrebbe essere stato un simbolo religioso. Un grande numero di dodecaedri sono stati infatti ritrovati in siti gallo-romani, zone ricche di cerimonie religiose sentite presso tutta la popolazione.
Alcuni di questi dodecaedri sono stati persino ritrovati all’interno di alcune tombe e siti funerari: un indizio che porterebbe il dodecaedro ad avere un significato ben più profondo per i suoi contemporanei.
Per realizzare proiettili?
Del dodecaedro si è ipotizzato anche un utilizzo in ambito militare. Secondo alcuni, il dodecaedro poteva essere usato per tarare i proiettili delle fionde.
Si realizzava una pallina di ferro e si lasciava cadere attraverso uno dei buchi per verificare che fosse del diametro corretto.
Per misurare le distanze?
Una teoria molto ben circostanziata, sviluppata dal Politecnico di Torino, afferma che il dodecaedro potesse essere un oggetto per calcolare le distanze.
Secondo questa interpretazione, conoscendo le dimensioni di un oggetto, per esempio il vessillo di una legione, e sapendo che tale oggetto ad un tot di metri, guardato attraverso il dodecaedro, si vedeva perfettamente centrato, si potevano calcolare le distanze.
Le applicazioni pratiche sarebbero evidenti: sul campo di battaglia sarebbe stato utile per comprendere le distanze di un nemico in avvicinamento, e tarare le armi da tiro, o la velocità di allontanamento di un manipolo.
Ma anche qui abbiamo una incognita: il dodecaedro non è stato ritrovato solo in ambito militare, ma anche in ambito civile, il che raffredda questa ipotesi.
E’ possibile che il dodecaedro potesse servire anche agli agricoltori, che nonostante fossero civili, avevano comunque bisogno di calcolare le distanze con una certa precisione.
Il dodecaedro, insomma, è un oggetto che non ci ha ancora chiarito le sue origini.
Esperti, studiosi o semplici appassionati, non possono quindi che osservare con stupore questo strano ed enigmatico strumento, continuare ad avanzare le più disparate ipotesi, e partecipare a questo vero e proprio indovinello che la Roma antica ci ha conservato, intatto, fino ad oggi.
La rivolta di Spartaco, o terza guerra servile, è una ribellione avvenuta durante la repubblica romana, capeggiata dal gladiatore trace Spartaco che mise in grave crisi l’esercito e la stabilità di Roma.
Diversi generali si susseguirono per stroncare la rivolta, fra cui Marco Licinio Crasso, che operò un inseguimento su vasta scala seguito da scontri particolarmente feroci.
La rivolta di Spartaco è un momento fondamentale della storia romana, entrata nell’immaginario collettivo e segnale di un grandissima sofferenza della condizione servile nella Roma repubblicana.
L’insoddisfazione degli schiavi nella Repubblica di Roma
La repubblica romana aveva compiuto numerose conquiste nel corso dei secoli, e aveva operato una espansione su vastissima scala. La ingente massa di popoli conquistati, avevano portato il Senato romano ad avere a disposizione una quantità di schiavi veramente considerevole.
Nei mercati venivano venduti ogni giorno decine di migliaia di schiavi con l’esempio emblematico dell’isola di Delo, dove secondo Strabone venivano venduti 15000 uomini al giorno.
Queste decine di migliaia di persone avevano tuttavia dei punti in comune: molto spesso la stessa provenienza, la stessa lingua e gli stessi Dèi.
Questo li portava naturalmente a riunirsi in gruppi coesi.
Inoltre, gli schiavi facevano tradizionalmente i lavori più umili, il che conferiva loro una forza fisica del tutto straordinaria, alla pari dei migliori soldati romani.
Gli schiavi svolgevano spesso dei compiti di pastorizia, attività che li portava a trasportare con sé delle piccole armi: alcune fonti del tempo dicono chiaramente che assomigliavano a dei soldati.
Questi elementi furono alla base della nascita di un gran numero di pericolosi rivoltosi sul piede di guerra, che dettero filo da torcere ai generali romani.
È il caso della prima guerra servile, una grande rivolta di schiavi contro i latifondisti siciliani colpevoli di sfruttarli oltre ogni misura.
La rivolta venne soffocata nel sangue, ma già con grande fatica da parte dei comandanti romani, che sottovalutarono la condizione di sofferenza che si andava accumulando nell’isola siciliana.
A riprova di ciò, a nemmeno troppa distanza temporale, Roma conobbe una seconda guerra servile. In quel caso il motivo del contendere fu la minaccia delle popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni.
In quell’occasione al generale Caio Mario venne affidato il compito di affrontare i nemici germanici. Mario aveva bisogno di reclutare rapidamente soldati e per questo vennero chiamati alle armi anche uomini della Sicilia.
Per una serie di dinamiche di sfruttamento, come ad esempio uomini liberi che venivano resi schiavi per lavorare nei campi o per essere assoldati con la forza nell’esercito, Roma conobbe una seconda grande rivolta. Questa volta la ribellione mise quasi in discussione la presenza stessa dei romani in Sicilia.
Anche questa situazione fu risolta prevalentemente con l’utilizzo della forza, senza la comprensione del fenomeno e l’attuazione di quelle riforme necessarie per riportare la condizione degli schiavi entro livelli accettabili.
La terza guerra servile, nasce quindi nell’ambito di una continuità con queste agitazioni sociali.
La rivolta di Spartaco. La sollevazione e i primi scontri sul Vesuvio
L’origine della rivolta si verificò questa volta a Capua, in Campania. La cittadina era sede forse della migliore scuola gladiatoria di tutta la Repubblica.
Decine di gladiatori si allenavano quotidianamente: i campioni sfornati da Capua erano rinomati in tutta Italia e acclamati in ogni anfiteatro, tante le armi che usavano dal gladio romano ad affilatissime lance.
Nel 73 a.C, circa 200 gladiatori iniziarono a ribellarsi per le devastanti condizioni in cui venivano tenuti da loro padroni.
Prendendo degli attrezzi da cucina, e con una organizzazione piuttosto improvvisata, riuscirono a liberarsi, iniziando a devastare il territorio Campano.
Quasi immediatamente, i gladiatori nominarono tre capi: Crisso, Enomo e Spartaco, che si affaccia a questo punto tra le pagine della storia.
Roma compì da subito un primo errore di valutazione, considerando questo episodio poco più che un fenomeno di normale criminalità, anziché una ribellione su vasta scala, nonostante gli episodi precedenti.
Il primo generale che venne mandato per sedare la rivolta, Gaio Claudio Glabro, reclutò infatti solo tremila uomini, piuttosto raccoglitrici, senza una particolare organizzazione e addestramento.
Ritenendo di chiudere la partita in pochissimo tempo, Glabro mosse contro i gladiatori ribelli. Ma le cose andarono molto diversamente da quanto si aspettava.
I gladiatori si rifugiarono sul monte Vesuvio: assediati da Glabro con i suoi uomini, i rivoltosi dimostrarono una grande inventiva. Attraverso una serie di graticci, riuscirono a calarsi dalla parte opposta del Monte del Vesuvio, e compiendo un largo giro sorpresero gli uomini di Glabro alle spalle.
Fu un massacro.
La vittoria su Varinio e l’allargarsi della rivolta
Il primo tentativo di fermare Spartaco e i suoi era naufragato nel sangue. Ma i Romani continuarono a gestire in maniera inadeguata il pericolo. Publio Varinio, un secondo comandante inviato contro Spartaco e i suoi, compì un errore abbastanza elementare.
Varinio divise, non si sa esattamente per quale motivo, il suo esercito in due, indebolendolo notevolmente. Subì così una rapida sconfitta, il che aumentò il furore e le prospettive di successo degli schiavi e dei gladiatori.
Dopo le prime due schiaccianti vittorie, Spartaco e i suoi iniziarono a suscitare ammirazione: altri gladiatori, schiavi scontenti della loro condizione ma anche cittadini e contadini disperati, raggiunsero in poco tempo il numero preoccupante di 70000 rivoltosi, stazionati in Campania.
Come si mossero a questo punto della loro storia i ribelli?
Le fonti non sono concordi e non abbiamo resoconti dettagliati delle intenzioni di questo nuovo, improvvisato esercito.
Secondo l’interpretazione più classica, la massa di rivoltosi si divise in due principali fazioni. La prima, comandata da Crisso, voleva continuare a devastare i territori della Campania e sfruttare il territorio a loro vantaggio.
Spartaco, invece, avrebbe voluto allontanarsi quanto prima dall’Italia scappando a nord, oltrepassando le Alpi, per redistribuirsi al di fuori della penisola.
Probabilmente, la fazione di Spartaco riuscì a convincere maggiormente la massa dei rivoltosi, visto che l’esercito cerco di muoversi verso nord.
Gli scontri contro Gellio e Lentulo
Di nuovo le fonti sono contraddittorie. I movimenti dei ribelli per la penisola italica, in questa fase, sono raccontati prevalentemente da Appiano e Plutarco, che ci danno due versioni per certi versi differenti.
Secondo la versione di Appiano, Roma inviò contro Spartaco due generali, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodianocon l’obiettivo di stroncare la rivolta alla radice.
Gellio si mosse direttamente da Roma attaccando dapprima i gladiatori guidati da Crisso e ottenendo una prima vittoria. Fu in questa battaglia che Crisso perse la vita.
Dopodiché, Gellio avrebbe cominciato a inseguire Spartaco verso nord. La via di fuga sarebbe stata opportunamente sbarrata dalle legioni di Lentulo, che erano partite da Roma, con l’obiettivo di bloccare il passo di Spartaco.
Il leader dei ribelli si sarebbe così ritrovato imprigionato tra Lentulo a nord e Gellio a sud.
I movimenti di Spartaco secondo Appiano. – Gellio attacca Crisso (1), poi insegue Spartaco, Lentulo sbarra la strada (2), Spartaco forza il blocco (3) e fugge a nord (4) dove sconfigge ulteriori eserciti consolari.
Spartaco sarebbe però riuscito a forzare il blocco, scappando ulteriormente al nord e vincendo, tra l’altro, degli ulteriori eserciti consolari che erano stati inviati in soccorso.
La versione di Plutarco invece ha delle importanti differenze.
Secondo lo storico, che scrive secoli dopo gli avvenimenti, Gellio sconfisse Crisso e inseguì Spartaco, il quale sarebbe stato sempre bloccato a nord da Lentulo.
Ma non si fa menzione di alcuna vittoria di Spartaco su Gellio nè di una serie di battaglie narrate invece da Appiano.
Al contrario, Plutarco ci parla di un combattimento, di cui Appiano non fa nota, a Mutina contro il generale Gaio Cassio Longino. In questo caso Spartaco avrebbe vinto la battaglia, ma non sarebbe riuscito ad oltrepassare le Alpi come avrebbe voluto.
La rivolta di Spartaco secondo Plutarco. Gellio attacca Crisso (1) insegue Spartaco mentre Lentulo gli sbarra la strada (2), mancano alcune battaglie. In compenso Plutarco cita Spartaco contro Longino a Mutina.
Rimane un mistero se Spartaco avesse intenzione di marciare direttamente su Roma.
Secondo la maggioranza delle fonti, la marcia su Roma sarebbe stata davvero nelle intenzioni di Spartaco, soprattutto dopo le vittorie sugli eserciti di Lentulo e di Gellio, ma sembra che per una serie di dissidi interni e una profonda incertezza, egli ci abbia rinunciato, ripiegando a Sud.
L’arrivo di Marco Licinio Crasso
Nonostante le fonti discordanti, la situazione era estremamente grave. A cambiare le carte in tavola fu l’arrivo di un nuovo generale, Marco Licinio Crasso.
Crasso si era formato sotto il dittatore Silla, si era arricchito enormemente con le liste di proscrizione e aveva convinto il Senato a prendere in pugno la situazione.
Con 6 legioni aveva a disposizione una notevole forza militare che aveva però bisogno di essere riordinata.
La “cura” di Crasso si concretizzò in un atteggiamento estremamente duro nei confronti dei suoi soldati. Numerose furono le punizioni, addirittura delle decimazioni.
Venne instaurato nell’esercito un vero regime di terrore, per cui soldati avevano più paura di deludere il loro comandante che affrontare il nemico.
Crasso prese quindi il controllo di un ingente quantitativo di uomini utilizzando uno straordinario pugno di ferro. Alchè, mosse contro Spartaco.
Il suo avversario, però, non fu da meno.
Si narra che a questo punto della storia, Spartaco compì un gesto eclatante, rimasto nella storia: l’uccisione del suo cavallo. Secondo la tradizione, Spartaco affermò che se avesse vinto avrebbe avuto tutti i cavalli che voleva, ma se avesse perso non sarebbe mai fuggito. Piuttosto sarebbe morto sul campo di battaglia.
I primi scontri con Crasso e il ripiegamento a Sud.
Spartaco si trovava a questo punto nel Metaponto, odierna Basilicata.
Il suo tentativo di muoversi verso nord venne immediatamente intercettato e stroncato dalle legioni di Crasso.
Gli scontri furono durissimi, perché da un lato si trovavano decine di migliaia di disperati estremamente forti, e dall’altro dei legionari altamente motivati dalla paura del loro comandante.
Sembra, secondo le cronache del tempo, che Spartaco sia andato a cercare personalmente Crasso per un confronto diretto ma non avendolo trovato, uccise un centurione a lui molto vicino.
Crasso, ottenne comunque delle prime vittorie e costrinse l’esercito di Spartaco a ripiegare a sud, verso la Calabria. Il generale romano si mise immediatamente all’inseguimento del nemico e il teatro dello scontro si spostò definitivamente verso Reggio.
Qui, nell’estrema punta calabrese, Spartaco avrebbe ordito un accordo con i pirati cilici, che solcavano a quel tempo i mari dell’Italia del Sud: dietro il pagamento di una ingente cifra, i suoi uomini sarebbero stati imbarcati e scaricati in Sicilia, dove Spartaco avrebbe trovato manforte per rinforzare e rinnovare il suo esercito.
Il piano non funzionò come sperato: i pirati incassarono i soldi e tradirono Spartaco senza tenere fede agli impegni.
Al gladiatore, così, non rimase altro che resistere, assediato, all’assalto di Crasso, che iniziò immediatamente a costruire una serie di fortificazioni per mettere alle strette il suo nemico.
Lo scontro finale e l’arrivo di Pompeo
Spartaco capì sicuramente che era arrivato il momento di arrendersi. Secondo le cronache, inviò dei messaggeri a Crasso per trattare la pace, ma la risposta del generale romano fu di totale diniego.
Non solo Crasso inseguiva una gloria personale, ma il Senato aveva inviato il generale Pompeo, appena ritornato dalla Spagna, dove aveva sedato la rivolta di Sertorio, per dare manforte al collega.
Quest’ultimo non aveva alcuna intenzione di farsi aiutare da Pompeo né di dividere la gloria della vittoria contro Spartaco. Per questo motivo, non aveva tempo da perdere in trattative, ma voleva arrivare immediatamente ad uno scontro che gli avrebbe consegnato la vittoria definitiva.
Lo scontro tra Crasso e Spartaco riprese quindi furioso. I ribelli riuscirono a sfondare le fortificazioni create con grande fatica da Crasso, che fu costretto ad inseguire gli avversari.
In questa fase alcune schermaglie estremamente sanguinose da entrambe le parti, spossarono i rispettivi eserciti.
Spartaco riuscì comunque a muovere verso nord, dove incontrò proprio l’esercito di Pompeo in arrivo. Spartaco non ebbe altra opzione che tornare indietro e affrontare il grosso dell’esercito di Crasso.
Lo scontro fu durissimo, ma alla lunga, la professionalità dei legionari iniziò ad avere la meglio sul furore dei ribelli. Vedendo infatti l’evolversi disperato della situazione, una parte dei combattenti di Spartaco iniziò a tradire il suo comandante e a trattare autonomamente la resa con i generali romani.
Spartaco, indomabile, non si arrese mai. Secondo le fonti, morì con le armi in pugno nella battaglia finale: il suo corpo venne orribilmente mutilato dai soldati romani, o perlomeno nascosto per impedire che il suo cadavere potesse diventare un feticcio per future ribellioni. Lungo la via Appia vennero crocifissi moltissimi ribelli, ma come detto non il corpo di Spartaco che non fu più ritrovato.
L’avventura di Spartaco si concluse così, con la sconfitta e con la morte. Ma l’onore delle armi per un condottiero tanto talentuoso, si trasformò presto in leggenda.
I contrasti fra Crasso e Pompeo
Dopo la sconfitta e la morte di Spartaco, la politica Romana conobbe dei periodi piuttosto convulsi. In buona sostanza, accadde esattamente quello che Crasso voleva evitare.
Pompeo, arrivato all’ultimo momento sul campo di battaglia, si era limitato ad uccidere un gruppo residuo di rivoltosi, circa cinquemila, ma riuscì a informare il Senato dell’esito della guerra prima del collega.
Egli diede formalmente il merito a Crasso di aver sostenuto la gran parte della ribellione, ma con notevole disinvoltura, fece intendere al Senato che era stato lui a stroncare il pericolo.
Il Senato credette fermamente alla versione di Pompeo, tanto che a lui venne tributato il trionfo, la più grande celebrazione per la vittoria di un generale, mentre Crasso dovette accontentarsi di una Ovatio, un segnale di stima importante ma del tutto imparagonabile.
Questo “furto di gloria” causò l’intenso odio di Crasso verso Pompeo: i rapporti saranno ricuciti in seguito solo dall’intelligenza politica di Cesare, durante il primo Triumvirato.
Le riforme di Roma in favore degli schiavi
Non dobbiamo pensare che la rivolta servile di Spartaco sia stata stroncata totalmente nel sangue senza ulteriori conseguenze.
Roma era riuscita a neutralizzare i gladiatori, gli schiavi e tutti i ribelli, ma aveva finalmente realizzato che la condizione servile era effettivamente insopportabile.
La società romana doveva evolvere e cambiare atteggiamento nei confronti di tutto il sistema schiavistico. Nel breve periodo, vi fu un trattamento più umano nei confronti degli schiavi.
Molto spesso vennero assunte delle persone libere a lavorare nei campi, in modo da avere la stessa forza lavoro ma con la concessione di maggiori diritti rispetto a semplici schiavi coscritti.
Ma non solo: nel corso dei decenni e addirittura nei secoli successivi, imperatori come Augusto, Marco Aurelio e Antonino Pio, emanarono una complessa serie di regolamenti e leggi promulgate con l’obiettivo di migliorare la condizione degli schiavi.
Azioni come uccidere uno schiavo senza una motivazione consistente o maltrattare uno schiavo anziano, malato o debilitato iniziarono a diventare reati punibili per legge.
Roma, vinse così militarmente la terza guerra servile, ma la sua principale vittoria va ricercata nella riconsiderazione dei rapporti con gli schiavi.
Una inversione di rotta che consentì alla società romana di non implodere.
La medicina dell’antica Roma era una branca del sapere molto sviluppata. Come vedremo, non solo i romani fronteggiavano diversi tipi di malattie, ma avevano una figura professionale, quella del medico, che conobbe una importante evoluzione, oltre a possedere tecniche curative basate su erbe ed interventi chirurgici per certi versi all’avanguardia.
Le malattie fondamentali: le infezioni
Sul fronte delle malattie che dominavano il mondo romano, il problema fondamentale erano le infezioni.
Conosciamo i romani come straordinari costruttori di acquedotti e ognuna di queste strutture aveva delle vasche di decantazione che permettevano di far riposare l’acqua, per depurarla prima di proseguire nel percorso verso i centri abitati.
Ma nonostante queste tecnologie, che per il tempo erano veramente all’avanguardia, la qualità dell’acqua che arrivava alle case non era minimamente paragonabile alla nostra.
I romani bevevano puntualmente un’acqua abbastanza torbida e moderatamente contaminata.
Discorso simile per il cibo. Le vivande non venivano trattate, come oggi, attraverso la famosa “catena del freddo”: il cibo veniva conservato sotto sale o sotto olio, ma senza certamente quegli standard di igiene a cui siamo abituati e senza una adeguata disinfezione dei contenitori.
I romani avevano inoltre una passione per le vivande molto fermentate, quasi marcite, come nel caso del garum, la loro salsa di pesce: elementi con un’altissima proliferazione batterica che peggiorava l’igiene generale dei loro pasti.
Il discorso non cambia per le condizioni igieniche delle città: deiezioni, sporcizia e spazzatura dominavano le strade, per cui l’organismo del romano medio era esposto ad ogni tipo di agenti patogeni.
Questi elementi determinavano un enorme quantità di batteri a cui i romani erano costantemente esposti: ecco perché avevano come principale problema di salute tutte le conseguenze delle infezioni.
Durante i secoli, i romani patirono così la peste, il tifo, il vaiolo ma anche raffreddori o influenze molto più pesanti e croniche rispetto a quelle che conosciamo.
Carenze vitaminiche e gotta
Le altre malattie della Roma antica, dipendevano dalla propria condizione sociale: i più poveri avevano un’alimentazione abbastanza inadeguata, motivo per cui erano piuttosto diffuse le carenze alimentari o vitaminiche, con tutti i problemi e le disfunzioni che ne potevano derivare.
Un grave problema che affliggeva molto spesso gli schiavi e coloro che facevano i lavori più umili erano i danni ai tendini, alle articolazioni, le fratture e l’artrosi.
Secondo degli studi recenti, i romani convivevano abitualmente con dei dolori che oggi riterremmo insopportabili, il che ci conferma che avevano una soglia del dolore molto superiore rispetto alla nostra.
I ceti benestanti invece, avevano un’alimentazione molto viziata, con diversi nutrienti non coerenti tra di loro e per questo soffrivano spesso di malattie metaboliche. Quella principale fu certamente la gotta, che faceva soffrire molti pazienti e per la quale c’erano alcune soluzioni ma certamente non definitive.
Il saturnismo, l’avvelenamento da piombo
Un problema di salute che fu davvero trasversale in tutta la popolazione romana era il cosiddetto “saturnismo“, cioè l’avvelenamento da piombo.
Il problema è che i romani utilizzavano il piombo nelle condutture degli acquedotti e nei paioli per cucinare, a ritmo continuo: si trattava di un rilascio ininterrotto di materiale cancerogeno su tutta la popolazione romana, la quale non sospettava minimamente degli effetti negativi di questa sostanza.
Il saturnismo fu sicuramente un problema che i romani soffrirono per tutta la loro storia, ma di cui non si resero mai definitivamente conto.
Il medico nel mondo romano
Evidente punto di riferimento per tutti i malati, era la figura del medico.
In tutto il periodo monarchico e repubblicano, il medico non era una figura professionale ben definita.
Abbondavano gli autodidatti che si ispiravano alla tradizione egizia e greca che si presentavano come professionisti privati che erogavano i loro servizi ai più ricchi.
Solamente i più abbienti potevano permettersi le cure e le consulenze di personale qualificato, mentre i più poveri si rivolgevano a degli esperti a metà tra i sacerdoti e i maghi.
A volte queste figure potevano condividere delle informazioni utili o delle buone pratiche mediche, ma spesso il loro ruolo sconfinava nella magia o in riti che in realtà erano più propiziatori che risolutivi.
Da Augusto, e per tutta l’età imperiale, la figura del medico diventa invece più professionale.
Vi erano dei luoghi, veri e propri ambulatori, dedicati all’esercizio della medicina con infermieri, sia uomini che donne, ed esperti qualificati che erogavano un servizio al pubblico.
Questi ambulatori erano disseminati sul territorio per servire la popolazione e di alcuni di questi vi sono tracce tutt’oggi. Nell’isola tiberina a Roma, vi era un tempio di grande tradizione, un centro di eccellenza conosciuto per le sue pratiche mediche (il tempio di Esculapio).
Oggi quell’area è occupata dal Fatebenefratelli, ancora oggi un presidio medico importante e all’avanguardia.
Cure e rimedi: le piante
I romani curavano la gran parte delle loro malattie attraverso l’utilizzo delle piante, da cui ricavavano i principi attivi che costituivano la base della loro medicina.
Ogni pianta aveva un effetto che nel corso del tempo i medici romani avevano collegato al trattamento di una particolare patologia. Alcuni esempi:
I fichi secchi utilizzati per curare la tonsillite
Il decotto di melograno contro le congiuntiviti, dal momento che si riteneva avesse una funzione disinfettante
Lo sterco d’asino impastato con l’aceto, certamente non molto gradevole da applicare, ma utilizzato regolarmente per le ferite.
La farina d’orzo, impiegata per accelerare la guarigione e la cicatrizzazione
Il cavolo: una sorta di panacea per tutti i mali, aveva moltissime proprietà e poteva essere combinato con diversi altri alimenti o piante. Curava dall’indigestione fino all’insonnia, dai dolori articolari alla stipsi e in generale era considerato un ricostituente per gli anziani.
I funghi: i romani avevano intuito che esistevano degli elementi in grado di sconfiggere le infezioni e probabilmente avevano immaginato la presenza di piccoli corpuscoli, i batteri, che andavano combattuti. I funghi possono essere comodamente considerati come degli antibiotici o antisettici dell’epoca.
Gli interventi chirurgici nella Roma antica
Un altro campo in cui i romani eccellevano, era quello degli interventi chirurgici: il primo fondamentale e più importante era quello di aggiustare e sistemare le ossa.
Le slogature, le fratture, anche molto gravi, erano trattate quotidianamente. E nel corso dei secoli, i medici romani hanno dimostrato una grande capacità nel curare le ossa rotte, nello steccare un braccio o una gamba e nell’eseguire aggiusti manuali.
Ancora, erano soliti curare le emorroidi, anche quello un problema abbastanza diffuso, di eseguire estrazioni dei denti, e alcune fonti ci parlano addirittura di piccoli interventi al cranio per curare le commozioni cerebrali.
Gli interventi chirurgici erano estremamente pericolosi e dolorosi, in quanto esistevano solo alcuni blandi anestetici certamente non paragonabili alle sostanze di cui disponiamo oggi.
I metodi anticoncezionali
Non si tratta di una malattia, ma è una curiosità spesso collegata: quali erano i metodi anticoncezionali?
In tutto il mondo romano il sesso era estremamente diffuso, in quanto le prostitute costavano pochissimo: esistevano persino degli appositi gettoni per acquistare una prestazione sessuale.
Una così vasta diffusione di rapporti continui necessitava di metodi anticoncezionali su vasta scala.
Gli uomini concepivano già l’utilizzo di una specie di preservativo: ai tempi veniva realizzato prevalentemente con il budello di alcuni animali, che veniva tagliato e debitamente adattato alle misure umane, con cui cercavano di prevenire l’inseminazione.
Le donne utilizzavano un meccanismo diverso: il metodo anticoncezionale femminile era basato su piccoli gomitoli di lana impregnati di grasso, in modo che non facessero passare alcun liquido, delicatamente inseriti nella loro zona intima, per evitare che gli spermatozoi potessero fecondare.
Nell’antica Roma esistevano poi gli aborti. Si praticavano con dei bagni bollenti, con dei movimenti fisici molto violenti o con dei salassi: tutte tecniche piuttosto brutali che miravano a ottenere l’interruzione di gravidanza.
Ovviamente era una pratica altamente rischiosa, che spesso provocava la morte anche della madre, per cui si può considerare un trattamento estremo e utilizzato in una ristretta cerchia di casi.
E’ stato testimoniato anche l’utilizzo del parto cesareo. Questo è oggi un metodo che si impiega in emergenza, o in altri casi per evitare stanchezza e inutile sofferenza alla madre.
In realtà i romani non adoperavano il parto cesareo per comodità: nella stragrande maggioranza dei casi questa tecnica veniva scelta quando la madre era già morta, come tentativo disperato di salvare il bambino.
La battaglia del monte Graupio è uno scontro avvenuto tra l’esercito romano guidato dal generale Gneo Giulio Agricola e i Caledoni di Calgàco nell’84 d.C in Scozia.
Si tratta di una battaglia molto interessante perché simbolo della straordinaria superiorità dell’esercito romano, non tanto in termini di numero ma soprattutto sotto l’aspetto della capacità tattica, della abilità nella gestione degli uomini e nella rapidità di reazione agli imprevisti.
I romani in Britannia
La battaglia del monte Graupio si inserisce nel contesto della presenza dei romani in Britannia. Fu sotto l’imperatore Claudio, che Roma avviò la vera e propria conquista dell’isola. Durante queste campagne militari, la naturale divisione tra le diverse tribù britanne e i continui scontri interni avevano enormemente favorito le vittorie dei legionari.
Un esempio classico della politica del “divide et impera”, che si basava sullo sfruttamento delle divisioni dell’avversario per ottimizzare le possibilità di conquista. Fu seguendo questo approccio che i romani penetrarono in Britannia e conquistarono gran parte del territorio in un tempo relativamente breve.
Il controllo del territorio da parte di Roma, non fu però sempre semplice, soprattutto per via delle continue ribellioni delle tribù, mai definitivamente domate. Nel corso dei decenni si verificarono così diversi episodi in cui l’esercito romano venne messo in grave difficoltà.
Ad un certo punto, la situazione si fece talmente instabile che venne messa in discussione la permanenza stessa dei romani nell’area.
A dare una decisiva svolta alla situazione di quegli anni, fu il generale Gneo Giulio Agricola.
Si trattava di un comandante straordinariamente capace, certamente un fuoriclasse, proveniente dalle migliori scuole del pensiero militare romano.
In una serie di campagne estremamente efficaci condotte tra gli anni 78-84 d.C, Agricola riuscì a riprendere il controllo della Britannia. Vennero infatti ripresi, tramite interventi militari fulminei, i territori che oggi appartengono all’Inghilterra e all’attuale Galles.
L’ultimo atto delle campagne di Agricola, fu la penetrazione e la pacificazione della odierna Scozia. In questa zona, Agricola si mosse con il suo esercito attraverso una doppia linea: da un lato la grande flotta romana che aveva il compito di seguire la costa terrorizzando l’avversario e garantendo manforte alle legioni .
Parallelamente la penetrazione della fanteria nel profondo della Scozia. Fu proprio qui che i romani si scontrarono con il fiero popolo dei Caledoni, guidati dal loro generale Calgàco.
Agricola comprese subito che la guerra doveva terminare al più presto e per ottenere questo risultato, decise di tagliare i rifornimenti dei viveri dei Caledoni.
In questo modo gli avversari furono obbligati a scegliere fra morire di fame o a combattere. Agricola, con questa prima mossa, riescì così a non prolungare i tempi del conflitto e a giungere quanto prima ad una battaglia campale in grado di definire la situazione.
Il discorso di Calgàco ai Caledoni
Prima di ogni battaglia, i generali di ogni epoca sono soliti pronunciare un impetuoso discorso ai loro soldati . Il discorso di Calgàco ai suoi Caledoni, è entrato nella storia come vero e proprio manifesto contro l’imperialismo romano.
E’ una critica molto forte, molto dura, a tratti molto vera, dell’imperialismo dei romani, con tutti gli eccessi a cui si abbandonarono in alcuni momenti della loro storia.
Chi ci racconta questa storia, Tacito, è uno storico critico nei confronti del governo romano del suo tempo e certamente lo storiografo utilizzò il discorso di Calgàco anche per motivi politici.
La parte principale della grande accusa di Calgàco ai romani recita:
Razziatori del mondo. Adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra vanno a cercare anche in mare. Avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero, gente che nè l’Oriente nè l’Occidente possono saziare. Loro bramano di possedere con uguale smania, ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con un falso nome lo chiamano impero. Fanno il deserto e lo chiamano pace.
La battaglia del monte Graupio. La disposizione iniziale
Il territorio in cui si svolse la battaglia è molto importante: oltre alla presenza di alcuni piccoli fiumiciattoli, l’elemento più interessante era certamente costituito da una collina abbastanza ripida che fu determinante ai fini dello scontro.
Da parte romana, la battaglia non venne combattuta dal grosso dell’esercito quanto dagli ausiliari. I legionari rimasero infatti di riserva, protetti all’interno dell’accampamento , dietro le mura.
Il nucleo della fanteria posizionata al centro era infatti composto da otto coorti di ausiliari che vennero disposti in assetto da battaglia. Sia sul lato sinistro che sul lato destro Agricola posizionò la cavalleria, seguendo una disposizione assolutamente classica.
Dall’altro lato l’esercito di Calgàco: gli uomini di fanteria schierati al centro e con la collina alle spalle vennero raggruppati in file molto serrate. Sulla sinistra e sulla destra Calgàco approntò i suoi cavalieri creando uno specchio abbastanza fedele della disposizione dei romani.
In avanscoperta, alle pendici della collina, vennero posizionati invece i classici carri da combattimento, propri della tradizione delle tribù britanne.
A fronte di una disposizione piuttosto equilibrata da entrambe le parti, i Caledoni avevano tuttavia la possibilità di potersi arroccare sulla collina, combattendo in discesa, il che costituì un primo vantaggio importante.
La battaglia
Agricola iniziò ad avanzare con i suoi ausiliari contro il nemico caledone ma mano mano che procedette si rese conto che la linea dei soldati avversari aveva una ampiezza superiore alla sua.
La sua prima decisione fu così quella di allungare la disposizione e le fila dei suoi ausiliari centrali per non correre il rischio di essere circondato. I soldati si ritrovarono ad essere più diradati rispetto alla consuetudine, ma si trattava di un rischio calcolato.
Dopo la vittoria della cavalleri romana, il fulcro dello scontro è fra i carri caledoni e i batavi alleati dei romani
L’inizio vero e proprio della battaglia fu il lancio delle rispettive cavallerie l’una contro l’altra. I romani riuscirono con relativa facilità ad avere la meglio sugli avversari e a metterli in fuga.
Calgàco utilizzò allora i suoi carri da guerra per attaccare le linee centrali del nemico. Agricola prese in questa fase una seconda decisione molto importante: staccò alcuni soldati dal gruppo principale, creando una specie di avanguardia, con il compito di affrontare direttamente i carri.
Si trattava di guerrieri batavi: erano alleati dei romani molto forti nel combattimento corpo a corpo. Talmente valorosi che, a differenza di altre popolazioni, non dovevano fornire ai romani alcun tributo, ma solamente soldati per le battaglie dall’esito più incerto.
I batavi erano armati molto bene e si rivelarono particolarmente adatti per combattere il nemico caledone. Dai carri partì dapprima un rapido lancio di pietre e di dardi per proseguire con lo scontro corpo a corpo.
I guerrieri batavi ebbero quasi subito la meglio sui carri caledoni. Non sappiamo esattamente quale tecnica abbiano utilizzato per fronteggiare l’avversario, ma probabilmente crearono dei piccoli spazi fra gli uomini dove i carri venivano fatti infilare, per poi essere circondati.
A questo punto, l’esercito caledone iniziò a sentire tutta la pressione degli avversari e a retrocedere. Tuttavia, arroccandosi sulla collina, sfruttarono la pendenza a loro vantaggio. I batavi combattevano sì efficacemente, ma trovandosi in salita stavano iniziando a stancarsi.
La battaglia giunse così ad un punto critico: tentando di approfittare della situazione, Calgàco prelevò un contingente di cavalleria che aveva conservato nelle retrovie e lo lanciò dalla sommità della collina con l’obiettivo di aggirare i romani sul loro fianco sinistro.
Qui, la lungimiranza del generale Agricola fece la differenza: due squadroni di cavalleria, che anche Agricola aveva pensato di conservare, fecero la loro comparsa, con l’ordine di assalire il contingente avversario e neutralizzare la pericolosa minaccia di un aggiramento.
Il tentativo di accerchiamento di Calgàco viene neutralizzato da una mossa doppia della cavalleria di Agricola
I nemici vennero rapidamente annientati e, al contrario dei piani di Calgàco, furono gli uomini di Agricola a convergere sul fianco dell’avversario, sgretolandolo completamente. Probabilmente fu in questa fase che Calgàco si unì alla lotta, morendo sul campo.
I Caledoni si dispersero nei boschi circostanti. Secondo alcune fonti, cercarono, come estremo atto ostile, di circondare i cavalieri romani che stavano inseguendo i fuggiaschi ma diverse unità distaccate da Agricola scongiurarono il pericolo.
La dominazione romana in Britannia
La battaglia del monte Graupio fu una straordinaria vittoria romana. Dopo questo confronto, non ci furono ulteriori resistenze importanti da parte dei britanni e il territorio venne pacificato.
D’altra parte, però, i britanni rimasero un popolo fiero e combattivo, che causò costantemente problemi all’esercito romano.
Il simbolo principale del continuo stato di agitazione, fu soprattutto la costruzione di un grande muro, il vallo di Adriano.
Una gigantesca opera realizzata dagli imperatori successivi alle imprese di Agricola, concepita per porre un confine definitivo tra il mondo romano e il mondo non romano in Britannia, necessario per pacificare la zona e risparmiare uno stato di continua guerriglia ai soldati di Roma.
L’assedio della fortezza di Masada, tra la fine del 72 d.C e il 73 d.C, nella antica Giudea sud-orientale, è l’ultimo atto della prima guerra giudaica, dove il comandante Lucio Flavio Silva sconfisse, in un memorabile assedio, il capo della fazione estremista degli ebrei, i sicarii, Eleazar Ben Yair.
E’ indubbiamente uno dei momenti più epici di tutta la storia romana, in cui l’esercito di Roma diede prova di capacità che vanno oltre ogni limite dell’immaginazione.
Roma ottenne una vittoria schiacciante ed eseguì un’operazione che è rimasta nei secoli. Ma, come vedremo, anche l’avversario dimostrerà tanto onore e un implacabile orgoglio.
I rapporti tra i romani e gli ebrei
I rapporti tra i romani e gli ebrei iniziarono in maniera consistente, all’epoca di Pompeo Magno, che mosse guerra nel 66 a.C. contro Mitridate VI, il Re del Ponto, una zona nordorientale dell’Asia Minore, oggi in Turchia.
Pompeo ottenne una serie di vittorie militari, fino allo scontro con la popolazione degli ebrei sulla quale ebbe facilmente la meglio.
Pompeo riuscì persino a conquistare la loro capitale, Gerusalemme, ma in quell’occasione, anche ammirato dalla bellezza della città e riuscendo a percepire la sacralità di quel luogo, decise di non distruggerla.
Anzi, il generale romano dimostrò di avere rispetto e si limitò, una volta ritiratosi, a fondare la nuova provincia di Siria.
La zona diventò dapprima uno stato cliente di Roma, poi un protettorato, fino a che, all’epoca di Augusto, divenne ufficialmente una provincia sotto il completo controllo romano.
I rapporti tra i romani e gli ebrei furono, in questo primo periodo, abbastanza buoni. Sia sotto Augusto che sotto Tiberio non vi furono gravi problemi.
Ma la situazione, negli anni successivi, conobbe dei gravi cambiamenti. Si tratta di episodi che incrinarono fortemente i rapporti: uno di questi fu compiuto dall’imperatore Caligola, che dispose di creare una enorme statua che lo raffigurava come un Dio, con l’ordine di posizionarla direttamente nel tempio di Gerusalemme.
Questo atto fu un’offesa gravissima, soprattutto perché gli ebrei erano esclusivamente monoteisti. L’entrata nel loro tempio di un Dio estraneo era totalmente inconcepibile.
Si trattò di un primo episodio che incrinò sensibilmente il rapporto tra i romani e gli ebrei. Ma il caso si chiuse spontaneamente con la morte di Caligola.
Il più profondo motivo della rivolta, va probabilmente identificato nel malgoverno citato da alcune fonti da parte dei governatori romani.
Ad esempio il governatore Gessio Floro, decise di prelevare 17 talenti d’oro, sempre dal tempio di Gerusalemme. Anche questa apparve come una inaccettabile violazione di un luogo sacro.
Un atto che suscitò negli ebrei, e soprattutto nella fazione degli zeloti che da sempre cospiravano contro la dominazione romana, uno sgomento enorme. Fu la miccia di una ribellione importante.
Così si accesero spontaneamente una serie di guerriglie e di agguati tra i romani e gli ebrei e nel corso degli anni si sviluppò una dinamica molto importante per la comprensione di questo periodo storico.
Gli ebrei avevano una religione molto antica: erano soliti consultare continuamente le sacre scritture e in particolare il libro di Daniele.
Interpretando le parole dei profeti, gli ebrei sentivano di appartenere ad un periodo della storia detto di “tribolazione“, in cui avrebbero subìto delle terribili ingiustizie da parte dell’impero romano, che venne visto come l’incarnazione del male.
Nel momento in cui gli ebrei avrebbero resistito all’invasore, superando le tribolazioni, sarebbe arrivato un periodo santo, un periodo d’oro, con la comparsa di un messia.
Nacque così in questo popolo, un accanito fanatismo religioso che portò gli ebrei a scatenare una guerra totale, senza esclusione di colpi, senza possibilità di mediazione e senza alcuna apertura nei confronti dell’avversario.
Fu così che questa guerra assunse rapidamente dei contorni estremamente feroci.
Vespasiano, Tito e la presa di Gerusalemme
L’allora imperatore Nerone, incaricò Vespasiano, il suo miglior generale, di combattere la prima guerra giudaica.
Vespasiano ottenne una prima importante vittoria, conquistando Iotapata, una città molto ben fortificata e strategica nella guerra contro gli ebrei.
Ma fu suo figlio Tito, nel 70 d.C, a compiere l’assalto, l’assedio e la conquista di Gerusalemme, della capitale. Fu un assedio molto duro, estremamente feroce, che si protrasse per diversi giorni.
Anche oltre le intenzioni di Tito, i soldati romani, esacerbati dalla crudeltà del combattimento, si lasceranno andare a notevole ferocia. Gerusalemme venne totalmente rasa al suolo, assieme al suo tempio.
Il simbolo principale della distruzione di Gerusalemme è certamente quello dei soldati romani che trafugano il candelabro a sette bracci, sacro per gli ebrei, fuori dal tempio, come un trofeo.
Il dettaglio venne riprodotto con precisione nel bassorilievo dell’arco di trionfo di Tito, eretto proprio in occasione della sua vittoria.
Il dettaglio dell’arco di Tito con il furto da parte dei romani del sacro candelabro a sette bracci degli ebrei
L’arrivo dei Sicarii
La guerra si era conclusa, ma la situazione non era ancora totalmente risolta.
Soprattutto perché gli ebrei diedero luogo a una guerriglia, ad uno stato di agitazione costante, che sottopose l’esercito romano ad uno sforzo tremendo, un dispendio di tempo, di denaro e di soldati davvero ingente.
Con un paziente e costoso lavoro di sottomissione da parte dei romani, la situazione sembrò comunque andare verso una pacificazione. Ed è proprio in questa fase che un gruppo di ebrei estremisti, i sicarii, emersero alla ribalta.
I Sicarii erano una frangia estremista che combatteva sia i romani, sia gli ebrei che dimostravano di accettare la loro presenza. Il capo di questo gruppo, Eleazar Ben Yair, decise, con i suoi uomini, di arroccarsi a Masada, una enorme fortezza che si affacciava sul Mar Nero, straordinariamente difficile da raggiungere e da espugnare.
Eleazar, con i suoi soldati e con i suoi fedelissimi, avrebbero combattuto fino al loro ultimo respiro. Senza resa.
La fortezza di Masada
Masada si trova nell’odierno Israele. Ancora oggi la zona è visibile in tutto il suo splendore: si riesce a capire, nonostante il passare del tempo, quale straordinaria fortezza doveva essere.
Era un grande altopiano, con pareti di roccia alte centinaia di metri. Erano immensamente ripide e assolutamente impossibili da superare o da scalare, anche per il più moderno e provetto degli alpinisti.
Il Re Erode il Grande, diversi decenni prima, aveva fatto scavare una serie di cisterne che permettevano di raccogliere l’acqua piovana il che rendeva Masada totalmente autosufficiente.
E non solo: Erode aveva radunato una grande quantità di cibo e di armi, diligentemente stipate e organizzate. Quando il capo dei sicarii si trovò di fronte questo spettacolo, capì di poter opporre ai romani una resistenza difficile da spezzare.
Quali sono gli unici punti di accesso di Masada?
Il primo lo troviamo a est: è il famoso “sentiero del serpente“. Si chiama così perché si dipana, proprio come un serpente, ed era estremamente ripido e stretto.
Era veramente molto difficile da attraversare e alla fine, chi fosse riuscito a percorrere questo sentiero, sarebbe arrivato in prossimità della porta orientale. Rigidamente controllata.
L’unico altro punto di accesso, era una via posizionata più a occidente. Questa era però dominata da una grande torre, che sempre Erode aveva fatto costruire. La torre impediva l’accesso, con un tiro dall’alto, ad ogni tipo di avversario.
Masada era veramente qualcosa di straordinario e di inespugnabile: così i romani si trovarono di fronte ad una delle più grandi sfide dell’arte dell’assedio che siano si siano mai verificate nella storia umana.
L’idea della rampa
Come fecero i romani a risolvere una situazione così enigmatica?
Tutto nacque dalla capacità di osservazione degli esploratori. Il loro generale, Silva, inviò degli esperti per capire quale poteva essere un punto debole da cui tentare una scalata.
Dopo qualche giorno di ricognizione, i soldati romani si resero conto che esisteva nella zona occidentale uno spuntone di roccia che veniva chiamato, secondo Flavio Giuseppe, “Bianca“. Questo spuntone era già una ottima base di partenza per colmare il dislivello e per arrivare fino alla sommità di Masada.
I romani spostarono tutte le loro forze in prossimità di “Bianca” e decisero di costruire un enorme terrapieno: spostarono a mano o con piccoli strumenti una quantità gigantesca di terra, sabbia, pietre e massi.
Attraverso un lavoro quasi disumano, il terrapieno prendeva forma e andava a colmare ulteriormente il dislivello: a mano a mano, i soldati romani riuscirono a salire verso la sommità di Masada e ad intravedere l’obiettivo.
Nonostante sia già un atto straordinario, questo non bastava ancora. C’era ulteriore spazio da completare e dal momento che il terrapieno non permetteva il posizionamento di armi d’assedio, i romani proseguirono ulteriormente, prelevando e posizionando dei grandi blocchi di pietra, che sono più stabili, innalzando ulteriormente il livello della loro costruzione.
I resti della rampa di assedio di Masada
Dopo altri giorni di sfiancante lavoro, i romani erano arrivati ad una ventina di metri dalle mura. Su questo terzo livello, molto più stabile, i legionari potevano ora muovere delle costruzioni d’assedio. Sempre su ordine di Silva, costruirono e cominciarono a movimentare una enorme torre ricoperta di ferro.
Nonostante tutti i disturbi possibili da parte degli avversari, la gigantesca torre d’assedio riescì a toccare le mura e finalmente a superare la sommità di Masada.
Raggiunti i loro nemici, i romani cominciano a tirare con gli archi, balestre e scorpioni ogni genere di dardi contro i loro avversari.
Silva decise anche di sfondare il muro di protezione con un classico ariete. Ma gli ebrei ebbero la brillante idea di costruire un secondo muro più interno, abbastanza morbido, in grado di attutire i colpi, neutralizzando il tentativo romano.
Il reale momento in cui tutto si decise fu quando i romani usarono il fuoco verso i palazzi di Masada. Al’inizio il vento fu loro contrario, ma di lì a poche ore il vento cambiò direzione iniziando a spirare verso sud.
Il fuoco iniziò dapprima a lambire e poi ad incendiare la rocca di Masada.
Il suicidio di massa
I romani riuscirono ad avere decisamente la meglio sui loro avversari ma non attaccarono immediatamente. Decisero di aspettare il mattino dopo, consapevoli che la situazione era in pugno.
Quando Eleazar, si rese conto che i romani erano riusciti ad espugnare persino Masada e che non c’era davvero più niente da fare, immaginò che cosa i soldati avrebbero fatto alle loro mogli, ai loro figli e alle loro famiglie.
Decise di togliersi la vita: ma per “salvare” i suoi fratelli, concepì un gigantesco e tragico suicidio di massa.
Secondo le cronache, alcuni furono immediatamente dalla sua parte, volenterosi di togliersi la vita pur di non finire nelle mani dei romani. Altri furono dapprima titubanti, ma alla fine tutti si lasciano convincere. Prima che i romani attaccassero di nuovo, i sicarii avviarono, coscientemente, un tragico auto-sterminio.
Gli uomini cominciarono ad abbracciare piangenti le proprie mogli e i propri figli, poco prima di ucciderli. Decine e decine di persone si tolsero la vita a catena: alcuni tagliarono la gola ai loro amici, altri preferirono conficcarsi la spada nell’addome, fino a che, ora dopo ora, rimasero solamente dieci uomini.
L’ultimo fra loro, estratto a sorte, tolse la vita gli altri nove. Infine, si guardò attonito intorno, controllò che nessuno fosse più vivo, e si gettò nel fuoco, anche lui trafiggendosi con la spada.
Quando il giorno dopo i romani salirono sulla loro costruzione per completare la presa di Masada non incontrarono alcuna resistenza.
Stupiti e sospettosi, temendo una trappola e particolarmente guardinghi, iniziarono ad aggirarsi nei dintorni di Masada osservando sgomenti degli orrendi mucchi di cadaveri.
Solamente due donne sopravvissero: una ragazzina e un’anziana scappate per tempo nei bassifondi della rocca. Furono loro a raccontare ai romani quello che era successo.
E i romani vennero presi da grande stupore e ammirazione: questo gesto nell’antichità, veniva ritenuto un atto d’onore. Fu così che i sicarii negarono per sempre ai legionari, la soddisfazione di catturarli.
Una guerra ad alta quota
La presa di Masada entra nella storia per la straordinaria capacità dei romani di compiere l’impossibile per vincere la guerra e per portare a termine il conflitto.
Quello di Roma, è certamente un esercito del tutto irresistibile. Rimane nella storia la potenza romana, senza appelli. Rimane, tuttavia, anche il sacrificio degli ebrei e il loro elevatissimo senso dell’onore.
La società romana era sconvolta da 30 anni di guerre civili.
La riforma dello stato romano di Ottaviano Augusto è dunque una enorme ristrutturazione delle assemblee dell’antica Roma, e come vedremo, l’instaurazione di una specie di regime “legalizzato” da parte dell’imperatore, che assicurò pace e prosperità per i secoli successivi.
Una struttura, quella imperiale, entro cui si dipanerà tutta la storia politica romana successiva, almeno fino alla caduta dell’Impero d’Occidente.
La crisi del sistema repubblicano
Il tradizionale sistema repubblicano romano era costituito da una serie di assemblee.
Alcune eleggevano le magistrature inferiori, dedicate alla gestione delle città o alla rappresentanza dei cittadini meno abbienti, mentre le altre si occupavano di nominare le magistrature superiori, che guidavano di fatto le Repubblica.
Si trattava di un sistema di pesi e contrappesi che aveva funzionato perfettamente per secoli e che aveva garantito a Roma una grande stabilità e capacità di espansione.
Ma con l’evolversi del tempo, questi meccanismi si erano dapprima incrinati e quindi irrimediabilmente compromessi: la corruzione dilagante e la continua compravendita di cariche pubbliche, avevano inficiato profondamente questa struttura.
Un’altra causa profonda della crisi della Repubblica era stata, paradossalmente, la riforma dell’esercito romano attuata da Caio Mario.
Questa revisione delle forze armate aveva reso l’esercito estremamente potente ed efficace, ma in breve tempo emerse una controindicazione importante: i soldati erano ora più fedeli al generale che garantiva loro il bottino e le terre alla fine del servizio militare, piuttosto che allo Stato.
Le legioni erano diventate così il vero e proprio braccio armato della lotta politica, al servizio del comandante di turno, che poteva usare i soldati per il proprio tornaconto personale.
Ottaviano si trovò così di fronte ad una enorme sfida politica: il ripensamento radicale di un apparato statale ormai irrecuperabile.
L’incarico da parte del Senato
Per prima cosa, Ottaviano Augusto non avrebbe potuto agire come un Re, un comandante o un monarca che riformava a suo piacimento le istituzioni.
Attraverso una serie di amici e alleati all’interno del Senato, Ottaviano finse di voler fare un passo indietro, di abbandonare il suo ruolo di vincitore dell’ultima guerra civile e di ridare pieni poteri al Senato di Roma.
Il Senato stesso, di comune accordo, si oppose, chiese ed insistette nell’affidare l’incarico ad Ottaviano per garantire la pace e il funzionamento dello Stato.
L’opera di Ottaviano apparve dunque non come una imposizione del singolo, ma come un incarico richiesto e perfettamente autorizzato dal Senato romano.
Questo primissimo passo è fondamentale per comprendere l’opera di Ottaviano, che è costantemente tesa alla legalizzazione e alla autorizzazione formale del suo potere e delle sue cariche.
Assicuratosi di non apparire come un dittatore ma come un “incaricato”, Ottaviano avviò un enorme aggiornamento delle strutture romane.
Il controllo politico
Il primo obiettivo di Augusto era ottenere il controllo politico della situazione.
Per fare questo, egli si pose come un magistrato supremo, investito del potere militare, l’Imperator, NON con il compito di smantellare la Repubblica, ma l’esatto opposto.
Rappresentare, difendere e proteggere il funzionamento della Repubblica stessa. Egli era, formalmente, il più alto garante dello Stato Romano.
L’imperatore aveva poi una ristretta cerchia di senatori e politici influenti, e fedelissimi, con cui si consultava continuamente e dove venivano prese, confidenzialmente, le decisioni più importanti.
Si trattava del Consilium Principis, ed era il reale fulcro della politica romana. Tutte le decisioni ponderate e decise in questo esclusivo crocchio di potenti, venivano poi rese effettive, sempre con discrezione, nel Senato.
Lo stesso Senato romano venne revisionato ad immagine e somiglianza del Princeps.
I senatori che non erano in linea con la politica dell’imperatore, dovevano essere neutralizzati. Ma non si trattò di una operazione violenta, palese, alla luce del sole, come delle liste di proscrizione, quanto di una attività lenta e strisciante.
I dissidenti, iniziarono ad essere gradualmente esclusi dalle cariche e a vedersi la carriera politica bloccata o pesantemente rallentata.
Al contrario, coloro che volevano consolidare e aumentare la loro influenza, erano giocoforza quelli che condividevano e attuavano le politiche definite dal Princeps e dal suo Consilium.
In questo modo, con una fine attività politica, Ottaviano si garantì l’appoggio del Senato e mantenne saldamente il potere politico nelle sue mani.
Sempre con quella parvenza di legalità che era necessaria e fondamentale per non compromettere la sua opera.
Il controllo militare
Durante la sua ascesa verso il potere, Ottaviano aveva afferrato perfettamente l’importanza del controllo militare.
Per questo, Ottaviano iniziò a distribuire sul territorio, a Roma e nella penisola italica soprattutto, alcune unità di Pretoriani. Dei soldati scelti fra tutto l’esercito, con il compito di salvaguardare e proteggere la vita e la funzione dell’imperatore.
Una sorta di guardia del corpo che gli consentiva di avere alle sue dipendenze un nucleo scelto di militari pronti ad intervenire.
Ma la vera novità, fu quella della divisione delle province in imperiali e senatoriali.
In Rosso le province Imperiali, in Rosa quelle Senatoriali
Anteponendo formalmente il bene, la protezione e la sicurezza dei territori, Ottaviano definì alcune province come strettamente e direttamente dipendenti dall’Imperatore.
In queste zone, tuttavia, erano dislocate, e non era certo un caso, le legioni più importanti, addestrate e significative per mantenere il controllo militare dell’impero.
In questo modo, sempre senza violare alcuna norma, Ottaviano ebbe il comando supremo dell’apparato militare.
Le altre province, quelle Senatoriali, erano le zone più tranquille e sicure di tutto l’impero, dove i legionari di stanza, anche se coalizzati, non avrebbero potuto costituire un significativo pericolo.
Questa divisione si riflette anche nella tassazioni. I proventi derivanti dalle province imperiali, confluirono da quel momento nel “Fisco“, una cassa privata del princeps.
Mentre le tasse delle province senatoriali venivano radunate nell'”Erario“, la cui gestione era condivisa con tutti i membri del Senato.
Un passaggio importante per riportare l’ordine militare fu anche quello, come spiegato prima, di evitare che i comandanti utilizzassero le legioni per i loro scopi personali.
La soluzione adottata da Augusto fu quella di istituire l’Erario militare. Una parte della cassa dello stato interamente dedicata al pagamento dell’esercito e supervisionata da tre magistrati.
Con questa semplice azione, il Princeps riuscì finalmente a riportare le attività delle legioni sotto il controllo statale, recuperando voce in capitolo sulle forze armate.
La propaganda di Ottaviano Augusto
Non meno importante, per il buon funzionamento del suo regime, era il rapporto tra l’imperatore e le masse cittadine. I romani avevano subìto 30 anni di dilanianti guerre civili e chiedevano nient’altro che la pace.
Il primo elemento con cui Augusto gestì le masse fu la Religione. Esperto e conoscitore dell’Mos Maiorum degli antenati, Ottaviano diffuse la seguente “giustificazione” al suo potere agli occhi del pubblico.
Roma aveva fino a quel momento avuto un patto con gli Dei. I romani osservavano le leggi divine, chiedevano continuamente segnali e auspici, e organizzavano la loro vita in accordo con il volere delle entità sovrannaturali.
Durante il tempo, tuttavia, i romani avevano rivelato pubblicamente il nome segreto di Roma (probabilmente AMOR, ovvero il nome di ROMA letto al contrario).
La diffusione di questo intimo segreto, aveva adirato gli Dei, i quali avevano rotto il patto con Roma, e da lì, senza la loro protezione, la città eterna aveva conosciuto l’estenuante susseguirsi delle guerre civili.
Augusto si pose volutamente come l’intermediario, in grado di ricostituire l’intimo accordo con gli Dei. Un vero e proprio “uomo di mezzo” che era riuscito nell’intento di riconciliare il popolo romano con i suoi tradizionali protettori.
Questo significava non solo che la figura di Augusto era sacra e inviolabile, ma che tutti i generali e comandanti da lui nominati godevano della sua protezione.
Ma questo non bastava. Augusto concepì quella che venne definita politica del “panem et circenses“.
Durante la sua giovinezza, Ottaviano aveva scoperto in prima persona cosa significava affrontare il popolo inferocito per la fame e la carestia. Dopo un esclusivo banchetto dove aveva interpretato il dio Apollo, era stato quasi linciato dalla folla affamata, salvato in quella occasione da Marco Antonio.
Per cui la fornitura di derrate alimentari gratuite fu una misura fondamentale per mantenere la tranquillità della popolazione.
A questo si aggiungevano i “circenses“, ovvero i giochi.
I giochi, le festività e le ricorrenze erano fondamentali per convogliare l’insoddisfazione e la rabbia della popolazione, per comunicare efficacemente la sua propaganda e per distrarre le masse dal delicato intreccio politico che stava tessendo.
Il simbolo del potere augusteo. L’Ara Pacis Augustae
Per la propaganda di Augusto, la cultura ebbe un rilievo fondamentale.
Sotto di lui e il suo amico e collega Mecenate, vennero incoraggiate le arti. L'”Eneide”, composta da Publio Virgilio Marone, era una immensa opera che ripercorreva la nascita di Roma e mirava a stabilire la famiglia di Augusto come prediletta dagli Dei.
Così come la storia di Roma redatta da Tito Livio, che partì dalla fondazione e si concluse con i funerali di Druso, uno dei figli di Augusto.
A livello scultoreo alcune statue, come “L’Augusto di Prima Porta” rappresentano ancora perfettamente gli ideali augustei.
Ara Pacis Augustae: il simbolo della riforma augustea
Ma il vero capolavoro e simbolo, è senza dubbio l”‘Ara Pacis Augustae“.
Si tratta di una costruzione meravigliosa, completamente in marmo, dove dei bassorilievi ripercorrono la storia di Roma. Oltre ad essere utilizzata al suo interno per delle piccole cerimonie, questa struttura rappresenta la conferma che era giunto un periodo di pace e di prosperità per il popolo romano.
L’unica pecca: la successione
L’immensa opera riformatrice di Augusto ebbe risultati concreti. Il nuovo sistema diede stabilità (anche se con alcuni momenti di crisi) all’impero per i secoli successivi.
L’unico vero problema, irrisolto persino dallo stesso Augusto, fu il meccanismo della successione. Lo stesso Ottaviano, ancora in vita, si rese conto di quanto delicato fosse il problema.
Il meccanismo elaborato dal Princeps fu quello di selezionare all’interno della famiglia dell’imperatore il successore via via più meritevole. I pretoriani avevano il compito di proteggerlo, ma anche e addirittura di ucciderlo, qualora si fosse dimostrato incapace o fuori controllo.
Una continua scelta all’interno della famiglia imperiale che avrebbe dovuto rinnovare la guida dello stato romano.
In alcuni casi tutto questo funzionò: Tiberio, il suo successore, fu un buon regnante, così come anche Claudio, fu imperatore illuminato. Ma con la morte di Nerone senza eredi, si aprì ad esempio il famoso “Anno dei quattro imperatori”.
Un anno di conflitti militari per determinare la famiglia imperiale successiva: la dimostrazione che il nodo della successione non era stato totalmente risolto e che in caso di incertezza, la presa delle armi era sempre dietro l’angolo.
L’eredità di Augusto
“Quale politico più grande di lui?” ebbe a dire lo storico Theodor Mommsen?
Probabilmente nessuno, o pochissimi. La portata della mente politica di Augusto è quasi del tutto inarrivabile. Con una serietà e un lucido calcolo, quasi disumano, Ottaviano aveva recuperato e reinterpretato un sistema statale ormai logoro, trasformandolo in una nuova entità.
Con la sua opera, si aprì infatti il periodo della “Pax Romana“, una condizione di notevole prosperità e assenza di conflitti significativi, in tutto lo sterminato impero.
La battaglia di Harzhorn è uno scontro armato fra le legioni guidate dall’imperatore Massimino il Trace e i guerrieri germanici nel 235 d.C, nella odierna Bassa Sassonia, in Germania.
La battaglia vide i romani trionfare grazie ad una migliore disposizione tattica e all’uso dell’artiglieria.
Si tratta di uno episodio importante perchè dimostrativo della capacità dell’esercito romano di penetrare in Germania anche ben dopo la famigerata disfatta di Teutoburgo.
I romani in Germania: le prime guerre
Sotto il principato di Augusto, Roma aveva avviato una serie di battaglie in Germania, con i generali Tiberio e Druso, per sconfiggere le tribù e mettere in sicurezza i confini settentrionali dell’impero.
Si trattò di campagne vincenti, che portarono i confini di Roma fino al fiume Elba, e all’avvio della romanizzazione della Germania, considerata ormai una nuova provincia che si avviava ad essere inglobata nell’orbita romana.
Purtroppo, una visione strategica errata, portò Augusto a considerare la provincia “assicurata”, quando invece il processo non era ancora concluso.
Per questo, il suo generale Quintilio Varo venne tradito e sconfitto nell’imboscata di Teutoburgo, nel 9 d.C assieme a tre legioni XVII, la XVIII e la XIX, che vennero totalmente annientate.
Questa disfatta, importante, mise in seria discussione la presenza romana in Germania e compromise il processo di romanizzazione che era stato intrapreso negli anni.
La rivincita e il confine sul Reno
Sotto l’imperatore successivo ad Augusto, Tiberio, il giovane e valente generale Giulio Cesare Germanico venne incaricato di tornare in Germania per vendicare l’onta di Teutoburgo ed impedire che una coalizione germanica potesse minacciare la sicurezza dell’impero.
La spedizione ebbe successo: Germanico, e il suo vice Cecina, individuarono e si scontrarono con lo stesso generale di Teutoburgo, Arminio, e con gli stessi uomini, ottenendo una schiacciante vittoria ad Idistaviso e sul Vallo Angrivariano (16 d.C).
Lo spettro di una invasione germanica era stato scongiurato, ma ripartire con l’opera di romanizzazione della Germania venne considerato uno sforzo del tutto esagerato, e Tiberio preferì riportare il confine fra le due realtà, sul fiume Reno.
Si trattà di un limite naturale e politico che sarebbe durato per i successivi 400 anni.
Da questo momento, l’opinione comune tende a credere che i romani non si avventurarono più in Germania, disinteressati o addirittura impauriti.
Una convizione errata, di cui la battaglia di Harzhorn è un esempio straordinario.
La spedizione di Massimino il Trace in Germania
I romani compirono delle spedizioni in Germania per parecchi secoli successivamente a Teutoburgo. La motivazione era perlopiù di costringere delle intere tribù di giovani guerrieri ad entrare nell’impero e servire nell’esercito, o lavorare nei campi.
Sotto la dinastia Flavia, venne inoltre conquistata una nuova regione della Germania, gli Agri Decumates, che furono governati dai romani fino al loro spontaneo ritiro nel tardo impero.
Tra il 193 e il 235, Roma venne governata dalla dinastia degli imperatori soldato dei Severi, che assicurarono una certa stabilità.
Ma successivamente, una serie di fattori concomitanti aprirono la famosa “crisi del III secolo”, dove l’impero dovette fronteggiare problemi militari, economici e organizzativi piuttosto importanti.
In questo periodo, assunse la carica imperiale Massimino, un soldato della Tracia dalle origini piuttosto umili, ma che con la sua straordinaria possenza fisica e capacità militare, arrivò al comando dell’impero.
Nel 235 d.C, Massimino era in ricognizione nel profondo della Germania, assieme alle sue legioni, fra cui molto probabilmente la IIII Flavia Felix con le truppe ausiliarie.
Dopo aver compiuto un giro piuttosto lungo, toccando il fiume Elba, i legionari stavano rientrando verso Mogontiacum (l’attuale Magonza), per ricongiugersi con l’accampamento base, quando nei pressi delle colline di Harzhorn vennero bloccati da un ingente numero di guerrieri germanici.
Il campo di battaglia
La zona di Harzhorn era dominata da una serie di colline piuttosto ripide e scoscese e dunque difficilmente praticabili. L’unica via che permetteva di attraversarle da nord a sud era una antica strada, ora corrispondente all’autostrada Bundesautobahn 7 .
I guerrieri germanici tesero una imboscata ai legionari, che si ritrovarono da soli e senza possibilità di ottenere aiuti, e dovettero fronteggiare rapidamente il nemico germanico.
Purtroppo non disponiamo di fonti antiche che ci possano raccontare nel dettaglio la posizione degli schieramenti nè lo svolgimento preciso della battaglia.
Le uniche informazioni ci provengono dai ritrovamenti archeologici (per fortuna molto ben conservati) e dalle monete, che ci consentono di inquadrare storicamente la battaglia.
Quello che è certo è che le forze si equivalevano numericamente, che lo scontro fu duro e provocò perdite da entrambe le parti e che i germani disponevano di strumenti e di armature simili a quelle dei romani.
In più, i germani erano particolarmente abili nelle imboscate, il che conferì ai guerrieri del nord un iniziale vantaggio.
La battaglia di Harzhorn
Dai ritrovamenti gli studiosi sono riusciti ad evincere due fatti importanti. Il primo è che i romani guidati da Massimino riuscirono a compiere un attacco dai due lati, compiendo una specie di contro-imboscata, dimostrando un movimento tattico superiore e sfruttando al meglio il territorio a loro disposizione.
Il secondo è che i romani riuscirono certamente a prevalere grazie alla superiore artiglieria. In particolare gli strumenti che gli garantirono la vittoria furono due.
Lo scorpione: una struttura in legno che consentiva, tramite un sistema di corde e di gomene, di inserire una freccia o un piccolo giavellotto all’interno di un “corridoio di tiro” e di scagliare con incredibile violenza e gittata il dardo contro il nemico.
Un singolo tiro di scorpione era perfettamente in grado di impalare più uomini, anche se dotati di corazze e protezioni.
I romani prevalsero ad Harzhorn grazie alla superiore artiglieria, dallo Scorpione alle Cheiroballistra
La Cheiroballistra: una versione più leggera dello scorpione, realizzata meno in legno e con molte più parti metalliche. La gittata era superiore rispetto allo scorpione, ma soprattutto, la cheiroballistra era straordinariamente leggera e trasportabile, il che consentiva una agilità sul campo di battaglia che si dimostrò decisiva.
Dopo lo scontro, l’esercito di Massimino riuscì certamente a disimpegnarsi e a riprendere in sicurezza il percorso fino a Mogontiacum, ricongiungendosi con l’accampamento base.
La presenza Romana in Germania
Sempre più fonti e ritrovamenti, ci confermano come la presenza romana in Germania continuò anche molti secoli dopo Teutoburgo, ponendo il confine sul Reno non come un limite invalicabile per ragioni di impotenza militare, ma come un limite naturale oltre il quale i romani preferivano spingersi solo dietro una specifica necessità.
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