domenica 21 Giugno 2026
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La battaglia di Farsàlo: Cesare sconfigge Pompeo

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La battaglia di Farsàlo avvenne durante la guerra civile cesariana, precisamente nel 48 a.C., nei pressi di Farsàlo, in Tessaglia. Lo scontro avvenne successivamente alla fuga di Pompeo in Epiro, dovuta alla discesa di Gaio Giulio Cesare in Italia e l’inseguimento dei pompeiani.

Dopo la battaglia di Durazzo, che arrise ai repubblicani, Cesare riorganizzò le proprie legioni in Tessaglia, dopo aver espugnato con la forza la città di Gomphi e aver occupato tutte le città tessale con l’eccezione di Larissa, arrestò la propria marcia nella piana di Farsàlo, nel tentativo di costringere Pompeo a combattere una battaglia campale.

Alcuni studiosi, però, non sono d’accordo nel collocare il luogo dello scontro a Farsàlo, in quanto nel De Bello Civili Cesare non fa mai riferimento alla cittadina e, inoltre, si riferisce all’Enipeo non col termine di “Flumen”, ma con “rivus”, mai accaduto precedentemente quando si riferiva al suddetto fiume.

Al netto di queste diatribe storiche, tuttavia, la sproporzione di forze alla vigilia del combattimento era evidente: Pompeo disponeva di circa 12 legioni, ripartite tra 7000 cavalieri e 45.000 fanti, secondo quanto riporta Cesare nelle sue memorie, mentre Cesare stesso aveva a propria disposizione 1.000 cavalieri e circa 22.000 fanti.

La strategia di Pompeo contro Cesare

Nonostante queste cifre, Pompeo decise che la strategia migliore fosse quella di continuare con azioni di logoramento dell’esercito cesariano, in quanto quest’ultimo era composto da un maggior numero di veterani, e solo tre legioni erano state appena arruolate in Italia, al contrario dei legionari e soldati pompeiani, principalmente tutte reclute; difatti, la Prima Legione, la prediletta di Pompeo, era da considerarsi inesperta se messa al confronto con le provate truppe cesariane.

Cesare, seppur uscito sconfitto da Durazzo, era a conoscenza di questa situazione, e più volte tentò di provocare la reazione di Pompeo, per saggiarne le forze. Pompeo indugiava e temporeggiava, in quanto non si fidava sulle prestazioni della propria fanteria, che giudicava, oltre che inesperta, fortemente inaffidabile.

Inoltre, vi è da considerare che la Quindicesima legione, appartenente allo schieramento pompeiano, era stata fino a pochi anni prima, con la riassegnazione da parte del Senato (ossia fino al 50 a.C.) una delle legioni cesariane, avendo combattuto al suo servizio durante la campagna bellica della Gallia.

Questo status preoccupava, molto probabilmente, Pompeo in quanto non sapeva se effettivamente la Quindicesima sarebbe rimasta al suo fianco durante la battaglia e non avrebbe disertato in favore del suo ex condottiero. Pompeo fu vittima anche di cattivi consiglieri: i suoi uomini e i suoi alleati lo esortavano a dare battaglia contro Cesare, convinti della vittoria grazie alla superiorità numerica e alla cavalleria.

A questo proposito, nel De Bello Civili, Cesare riporta che Pompeo affermasse più volte che, con l’uso dei reparti di cavalleria (comandati da Labieno), Cesare e le sue truppe sarebbero stati sbaragliati.

Oltre a ciò, si somma la sostanziale divisione del fronte repubblicano, molto più preoccupato a scambiarsi prebende, regalie e a contendersi le cariche per il contesto politico che sarebbe sorto in seguito alla vittoria dell’Ottimate nella tenzone fra i due generali.

Cesare non mancherà, nelle sue memorie, di rimarcare questo aspetto con una tagliente ironia, sia per glorificarsi, sia per denunciare la discordia serpeggiante che si era insinuata nel campo avversario. Le cronache riportano anche di un singolare episodio avvenuto la notte prima dello scontro: Pompeo sognò di pregare la statua di Venere in seguito alla battaglia.

Questa visione onirica venne interpretata come un cattivo presagio dall’ex genero di Cesare, in quanto la gens Julia vantava, secondo la leggenda, una discendenza diretta dalla Dea. I suoi alleati, gli altri senatori che avevano appoggiato la parte di Pompeo, però, erano convinti che fosse di buon augurio, in quanto avrebbe significato un certo trionfo (Venere Vittoriosa). La storia avrebbe dato ragione ai brutti presentimenti di Pompeo.

La disposizione sul campo di battaglia

Dopo numerose giornate ricolme di scaramucce e schieramenti, le legioni pompeiane abbandonarono il proprio campo e si disposero in formazione da battaglia, perdendo anche il vantaggio tattico costituito dall’altura. Cesare colse l’invito e schierò il proprio esercito di fronte al nemico.

Pompeo aveva disposto il suo esercito sulla sinistra con la cavalleria comandata da Labieno, la Quindicesima, la Prima e le legioni di Domizio Enobarbo, al centro le unità comandate dal suocero di Pompeo, Scipione, mentre sull’ala destra pompeiana egli aveva schierato alcuni reparti di ausiliari e di frombolieri, in quanto si affacciavano sull’Enipeo e, data la conformazione del ruscello, non abbisognava di particolari accorgimenti per resistere su quel fianco.

La sua tattica era estremamente semplice ed efficace: sconfiggere la cavalleria cesariana, in modo da privare l’esercito avversario della mobilità e della rapidità della cavalleria, e poi accerchiarlo, in modo da mandare in rotta la gran parte dei reparti nemici.

Cesare, invece, dispose le sue truppe in diverso modo: alla destra pose la Decima legione e i reparti di cavalleria, coadiuvati da diverse coorti (alcune stime riferiscono di circa 9 cohortes) che, secondo Appiano, furono preventivamente fatte sdraiare in terra, al fine di contrastare la cavalleria pompeiana, con a capo Publio Silla; al centro furono collocate, sotto il comando di Domizio Calvino le legioni di reclute, di “novellini”, reclutate in Italia da Cesare e considerate meno esperte rispetto alle altre.

Infine, sul fianco sinistro, furono dislocate le truppe cosiddette ispaniche, guidate da Marco Antonio. Il piano di battaglia di Cesare era prevalentemente orientato alla sconfitta della cavalleria avversaria, avendo intuito che essa poteva essere la variabile che avrebbe fatto propendere, col suo esito favorevole, la vittoria a Pompeo.

La battaglia di Farsalo: lo scontro

La battaglia cominciò con l’assalto di Labieno, che attaccò il fianco destro cesariano. La cavalleria cesariana, in forte inferiorità numerica, si ritirò. Labieno, avendo compreso che potesse essere l’occasione favorevole, divise la cavalleria e con i suoi reparti si diresse verso il retro dello schieramento cesariano, con l’intenzione di colpire da dietro.

Le coorti di riserva cesariane, si alzarono appena la cavalleria fu abbastanza vicina da poterla colpire efficacemente (dopo il segnale di Cesare) e usarono i propri pilum a mo’ di lancia, per colpire i cavalieri nemici, avendo come conseguenza la caduta di circa un centinaio di cavalieri, la quale indusse Labieno a ripiegare.

Nel frattempo, il fianco destro cesariano avanzò contro le truppe di Pompeo. Ora, i pompeiani avevano adottato una tattica prevalentemente difensiva, in quanto attendevano l’urto dei cesariani contro i propri scudi, poiché questo avrebbe portato a sfiancarli preventivamente.

La tattica sarebbe stata adatta in una battaglia in cui delle legioni esperte si trovavano ad affrontare dei reparti di reclute, in quanto queste ultime non avrebbero fornito la necessaria attenzione a riposarsi prima della carica finale, per non arrivare già stanchi di fronte al nemico; ma la Decima era composta da veterani, e infatti, sebbene caricò, le cronache riportano che si fermò per circa un minuto prima di lanciare l’ultima carica contro il nemico.

All’urto, le legioni pompeiane resistettero solo inizialmente, ma dopo furono costrette alla ritirata. Si inserisce qui la vicenda di Cràstino, narrata anche all’interno del De Bello Civili: il centurione primipilo della Decima legione, dopo aver esortato i propri uomini al combattimento, si lanciò all’assalto, combattendo ferocemente prima di essere ucciso da un soldato dello schieramento avversario.

Le altre ali riuscirono a collidere con i reparti avversari, realizzando il timore di Pompeo, che sapeva di non poter sostenere una battaglia contro i veterani cesariani.

La cavalleria cesariana, inoltre, liberatasi di Labieno, assieme ai reparti di fanteria, attaccò le truppe di arcieri e di frombolieri pompeiani, sconfiggendoli. Fu a questo punto che Pompeo abbandonò la Prima legione per ritirarsi al proprio campo e rifugiarsi nella propria tenda per attendere l’esito della battaglia.

Intanto, il suo schieramento aveva perso la coesione, e andò in rotta; alcuni reparti si ritirarono ordinatamente, altri, come il centro, si diedero alla fuga diventando facile preda degli inseguitori. Cesare attaccò il campo pompeiano e lo occupò, richiamando anche i reparti che si erano dati all’inseguimento. Poi, dopo aver organizzato nuovamente l’esercito, si diresse verso Larissa per impedire la ricostituzione dell’esercito pompeiano (che continuava a vantare ancora circa 22.000 uomini).

Vittoria per Cesare, disfatta e morte per Pompeo

La battaglia terminò con un completo trionfo dell’esercito cesariano, e fu il vero punto di svolta nella guerra civile: Pompeo, in seguito alla sconfitta, fu costretto a riparare in Egitto, dove venne ucciso dal faraone Tolomeo Teo Filopàtore per essere consegnato a Cesare.

Cesare non accettò l’uccisione del rivale, dato il suo status di Romano, e si dice che si mise a piangere di fronte alla testa decapitata di Pompeo; questo episodio fu il preludio per i successivi screzi politici tra l’Egitto e Roma. Cesare, con questa battaglia, riuscì a distruggere l’esercito repubblicano e di consolidare il proprio potere, oltre a scompaginare il fronte avversario.

L’Harpastum. Il calcio degli antichi romani

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Bentornati all’appuntamento con la ricostruzione storica della Legio III Italica. Oggi parliamo dell’Harpastvm o Harpvstvm, un gioco molto diffuso all’epoca imperiale ma poco noto ai tempi nostri e molto poco studiato dagli storici moderni.
 
Si tratta di un gioco a squadre, atletico, oggi diremmo sport di contatto, assimilabile al nostro calcio, al nostro rugby e alla nostra pallamano. L’harpastvm prevedeva l’utilizzo di una palla la cui misura si crede variasse da quella di un moderno pallone da calcio a quella di uno da pallamano.
 
Questo sport veniva anche chiamato infatti il “gioco della palletta”. L’harpastvm è un gioco già documentato durante le campagne di conquista della Grecia del II secolo a.e.v. L’origine stessa della parola deriva dal verbo greco “harpàzo” che significa sottrarre, togliere con forza, strappare via; termine che già di per sé dà l’immagine del tipo di sport.
 
Sappiamo che questo gioco veniva praticato a diversi livelli: dai gladiatori, a scopo di allenamento, e dai legionari come passatempo; e che poi si è diffuso in tutto l’impero per essere giocato ovunque. Non era raro assistere a scontri tra gli autoctoni e i soldati romani.
 
Una tra le più famose di queste “partite” fu contro i Britanni, che vide prevalere questi ultimi con il punteggio di 1-0.

Come si giocava l’Harpastum

Come si giocasse a questo sport non è ben chiaro; purtroppo le fonti in merito sono poche e vaghe e addirittura alcuni sostengono che anche all’epoca non esistessero regole precise.
 
Quello che sappiamo è che si trattava di uno sport a squadre, il cui scopo era portare la palla nell’area estrema del campo avversario. Esistevano, quindi, una tracciatura del campo, la mediana del campo e le aree di meta.
 
Sappiamo che la palla poteva essere lanciata con il braccio oppure con i piedi, e che gli avversari venivano “placcati” o fermati in maniera poco elegante, con scontri a corpo a corpo. Sono infatti menzionate risse, feriti e a volte morti.
In ambito militare l’harpastvm era presumibilmente giocato su campi terrosi; perciò, dati i continui scontri e le mischie, si formavano vere e proprie nuvole di polvere, da cui l’associazione al gioco della parola “pvlvervlentvs”.
 
Se tentiamo di immaginare il tutto, questo sport, può assomigliare al calcio, al rugby o football australiano, oppure alla pallamano.
 
Sappiamo inoltre che esistevano dei campionati ben organizzati di Harpastum. Tacito, ad esempio, fa riferimento alla partita della squadra di casa di Pompei che si scontrava contro la squadra di Nocera, già in rivalità perché quest’ultima era stata retrocessa a colonia perdendo diritti di coltivazione a vantaggio di Pompei.
 
Sappiamo anche che esistevano dei ruoli (i mediani ed i difensori), che tutti potevano placcare (ma non sappiamo come e se la cosa fosse regolamentata), che esisteva un’area di meta che farebbe somigliare l’Harpastum al rugby; ma anche che la palla poteva essere calciata con i piedi, facendo assomigliare il gioco al nostro calcio. D’altra parte il calcio deriva dal rugby, quindi le parentele sono obbligate.
 
Per vari motivi siamo legati alla visione del mondo ludico romano quasi totalmente per la gladiatura ma in realtà esistevano sport molto seguiti (ad esempio le corse dei carri, il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto, il podismo, ecc…) con tifoserie, rivalità, colori di appartenenza e tante altre cose che ci rendono più simili a loro di quanto non si voglia ammettere.
 
La verità è che sappiamo molto poco e per lenire questa mancanza tendiamo a dare per certe delle cose che in realtà non sono vere o che sono alterate.
 
Corrado Porta

Le corse dei carri nell’Antica Roma. Come si svolgevano

Le corse dei carri sono una manifestazione davvero spettacolare del mondo antico, particolarmente gradite e amate dai Romani e che sono entrate nell’immaginario collettivo anche grazie ai grandi kolossal americani. Le corse dei carri erano uno degli eventi sportivi e di celebrazione più amati dal popolo romano, che monopolizzava le feste e attorno al quale si scatenava sempre una grande curiosità, ma anche un giro di scommesse e di commerci molto fiorente.

Le origini delle corse dei carri

Le corse dei carri sono un momento di competizione e di divertimento sempre esistito, presente fin dagli albori del mondo antico: già i greci si dilettavano continuamente con questo tipo di eventi, ma anche gli etruschi avevano una buona tradizione di gare con i carri. Queste manifestazioni affascinarono rapidamente anche i romani e fin dagli inizi della loro storia. La tradizione afferma che addirittura il mitico fondatore di Roma, Romolo, avrebbe istituito giochi di questo tipo, e per un motivo molto particolare.

Secondo le cronache, i romani dell’epoca arcaica avevano bisogno di donne per generare le prime famiglie e così fu elaborato un grande piano per rapire le ragazze appartenenti alla tribù dei Sabini: per questo motivo, Romolo, in occasione delle feste dei Consualia, avrebbe organizzato delle magnifiche corse dei cavalli per distrarre i padri delle Sabine e permettere ai suoi legionari di rapire le fanciulle.

Dall’epoca regia le corse dei cavalli si diffusero rapidamente come fenomeno di cultura e di costume in tutto il popolo, diventando un appuntamento fisso e irrinunciabile per tutti i romani.

Le corse dei carri al Circo Massimo

Situato tra i colli Palatino e Aventino, il Circo Massimo era il luogo d’eccellenza dove i romani organizzavano le loro corse. Sembra che la prima costruzione, interamente in legno, risalisse addirittura al regno del Re Tarquinio Prisco che, appunto di origine etrusca, avrebbe sdoganato questo folclore anche presso il popolo romano.

Fu però Cesare ad aggiornare la struttura del Circo Massimo, facendo costruire le prime parti in muratura, operazione che sarà poi completata dall’imperatore Augusto, i cui interventi daranno una forma sostanzialmente definitiva alla struttura.

Per tutto il resto del periodo imperiale, il Circo Massimo avrebbe comunque conosciuto ulteriori migliorie, soprattutto ad opera degli imperatori Nerone, un fan accanito delle corse dei cavalli, e Domiziano. Sopravvissuto a crolli ed incendi, anche di grandissime proporzioni, il Circo Massimo ha dominato la scena dei giochi romani per diversi secoli.

Il Circo Massimo era una struttura impressionante: una ellisse larga 600 metri e alta 225, che poteva contenere fino a 250.000 spettatori. L’aspetto più interessante dell’infrastruttura sono certamente i sedili in muratura, perfettamente organizzati per far defluire la folla e farla accomodare quanto più rapidamente possibile al proprio posto. Con un atteggiamento piuttosto democratico, riconoscendo al popolo romano il diritto al divertimento, vi erano posti gratuiti per i poveri. I cittadini più abbienti potevano però prenotare i posti migliori, ovvero quelli che avevano la visuale più ampia e riparati dal sole.

Al centro del Circo Massimo vi era la cosiddetta “Spina“, una costruzione centrale allungata, che seguiva di fatto la forma dell’intera struttura, attorno alla quale i carri dovevano girare e che molto spesso era arricchita con colonne e altri abbellimenti anche di notevolissimo pregio.

Il Circo Massimo non era però solamente una struttura sportiva. Perfettamente integrati all’interno della costruzione, vi erano anche dei Templi per le cerimonie religiose, ed era anche un luogo di negozi e di botteghe dove si svolgeva un’attività commerciale fiorente e ininterrotta. Attorno al Circo Massimo, vi erano diverse stazioni di bagarini, che organizzavano e gestivano dei grandi giri di scommesse che movimentavano degli affari piuttosto ingenti.

Il fantino e i cavalli

Il fantino era, il più delle volte, uno schiavo, che intraprendeva questa carriera per il divertimento del popolo romano e per assecondare il volere dei suoi padroni, ma era anche spinto dalle vincite in denaro, che in caso di vittoria potevano essere anche piuttosto generose, oltre alla possibilità di guadagnarsi la libertà, qualora fosse diventato popolare presso il pubblico. Il fantino montava su un carro perfettamente organizzato e particolarmente robusto.

Mentre nelle corse dei carri greche il fantino non aveva particolari protezioni, l’auriga romano era invece molto ben protetto da un casco e da una piccola armatura ed era legato alla vita con delle corde che si attaccavano direttamente ai cavalli. Molte volte questo metteva a rischio l’incolumità del fantino in caso di caduta, tanto che era dotato di un coltello per cercare di liberarsi poco prima di un incidente.

Normalmente erano previsti 2 cavalli, e allora si parlava di una biga, o quattro cavalli, una quadriga. Raramente si poteva aumentare il numero dei cavalli, fino ad un massimo di 10, anche se in questo caso lo scopo non era tanto quello di vincere la corsa, quanto di esibire la bellezza della biga.

Anche se era tecnicamente possibile che un fantino gareggiasse da solo, nella maggior parte dei casi i partecipanti erano organizzati in fazioni. Le più note erano quella dei Rossi, devoti al Dio Marte, i Bianchi a Zeffiro, i Verdi, devoti alla madre terra e gli Azzurri, seguaci degli Dei del cielo e del mare. Una fazione poteva mettere in campo fino ad un massimo di 3 carri per ogni corsa e i fantini potevano passare da una fazione all’altra, seguendo una dinamica molto simile al nostro acquisto di calciatori poco prima dell’inizio della stagione calcistica.

La corsa dei carri

La gara era un momento di particolarissimo interesse ed intensità, paragonabile per partecipazione ed affetto, al nostro palio di Siena. In uno dei lati più corti della costruzione, vi era la zona dove i carri si posizionavano per la partenza. I carri entravano all’interno di piccoli cancelli chiamati “carceres“, e una volta che tutto era pronto, scattava il segnale del via, molto spesso sotto forma di un panno che veniva lasciato cadere dall’organizzatore dei giochi o direttamente dall’imperatore.

I carri scattavano e iniziavano la loro corsa. A differenza di quello che potremo pensare oggi, durante le corse dei carri romane i partecipanti erano completamente liberi di svolgere qualsiasi tipo di movimento e di stratagemma per superare gli avversari. Anche il tentativo di speronare o di far sfracellare i partecipanti contro la spina centrale era una mossa perfettamente consentita e anzi incoraggiata, in quanto aumentava particolarmente la spettacolarità dell’evento.

Uno dei momenti fondamentali del tragitto dei carri era il superamento della curva chiamata “Meta“. Questa era la parte del tracciato dove più spesso si potevano superare gli avversari e allo stesso tempo era il momento in cui più sovente si verificavano incidenti, anche di particolare gravità. Non era affatto raro che gli aurighi si schiantassero contro il muro e morissero sulla pista da corsa.

Una volta completato il giro, questo veniva segnato grazie ad un meccanismo presente nella spina centrale: vi erano infatti dei segnali a forma di delfino, che venivano lasciati cadere in un canaletto d’acqua all’interno della Spina, a segnalare il completamento di un giro. In epoca repubblicana e primo imperiale si prevedevano 7 giri per ogni gara, che furono però ridotti a cinque, in epoca tardo Imperiale, per aumentare il numero delle corse giornaliere.

Al vincitore della gara spettava una corona di foglie di alloro e un premio in denaro piuttosto ingente.

Un momento di aggregazione

Le corse dei carri rappresentavano uno dei momenti di principale aggregazione del popolo di Roma ed era anche uno dei pochi momenti in cui l’imperatore si faceva vedere di fronte a diverse decine di migliaia di persone. Le corse dei carri erano un momento di particolare divertimento e di partecipazione, attorno al quale, sia sotto forma di scommesse che sotto forma di commerci, si svolgeva una parte importante della vita economica cittadina.

Le corse continuarono fino al tardo impero quando, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, divennero sempre meno comuni e il Circo Massimo, complice una serie di malfunzionamenti che non vennero corretti, si trasformò mano mano in un’immensa cava a cielo aperto, che venne più volte utilizzata per prelevare del materiale da utilizzarsi per la costruzione di altre infrastrutture.

Oggi non rimane più nulla della struttura del Circo Massimo: quello che è visibile, nel bel mezzo della città di Roma, è la pianta ellittica, che riesce ancora oggi a darci la sensazione della grandezza di questa costruzione.

Il principe Filippo, consorte della regina Elisabetta II, muore a 99 anni

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Il 9 aprile è morto il principe Filippo, l’ex ufficiale di marina destinato a svolgere un ruolo di supporto a volte incerto ma incrollabile come marito della regina Elisabetta II d’Inghilterra.

La morte al Castello di Windsor è stata annunciata dalla famiglia reale. Era stato recentemente ricoverato in ospedale mentre era in cura per un’infezione e si stava riprendendo dopo un intervento chirurgico al cuore.

Quando il principe Filippo salì sul palcoscenico mondiale dopo la seconda guerra mondiale come affascinante corteggiatore dell’allora principessa Elisabetta, fu visto come un vichingo alto, biondo e atletico che avrebbe dato vita alla stantia istituzione della monarchia britannica.

Si sposarono nel 1947 e, con l’incoronazione di Elisabetta nel 1953, la coppia incarnò una via da seguire per una potenza mondiale in contrazione che stava vivendo la privazione del dopoguerra e lo smantellamento del suo impero nel mondo. L’attraente giovane regina e il suo focoso marito erano considerati celebrità vere e proprie nel dopoguerra.

Era amante delle attività all’aperto, cacciatore, amava i cavalli, aviatore e marinaio, e difendeva cause come il servizio pubblico e un programma di fitness per i giovani, la conservazione della fauna selvatica globale e varie organizzazioni sportive.

In alcuni casi parlava liberamente, forse troppo per il suo ruolo, come nel caso del despota paraguaiano Alfredo Stroessner nel 1963: “È un piacere vivere in un paese che non è governato dalla sua gente”. Durante un tour in Cina nel 1986, descrisse parti di Pechino come “orribili”.

Nel corso degli anni, le sue “esternazioni” e i suoi tentativi di umorismo sono diventati leggendari per il loro cattivo gusto.

Durante una visita in Scozia nel 1995, chiese a un istruttore di guida: “Come fai a tenere gli scozzesi lontani dall’alcol abbastanza a lungo da superare il test?” A 90 anni, ha chiesto a un disabile su una sedia a rotelle elettrica: “Quante persone hai fatto cadere questa mattina su quella cosa?”

Il principe Filippo non ha mai nascosto il suo disprezzo per i giornalisti scandalistici, che ha accusato di rovinargli la vita e di trasformare le vite sempre più turbolente della famiglia reale britannica in una soap opera.

I biografi dipingono una versione molto più complessa del principe Filippo. Lo hanno descritto come un maschio alfa, brusco, a volte scortese – anche con la regina – ma uno che ha lavorato duramente per sostenerla e dare una lucentezza moderna all’istituzione millenaria della monarchia inglese. Oltre a snellire il funzionamento quotidiano di Buckingham Palace, divenne una voce di spicco per l’industria e la tecnologia britanniche.

Proprio mentre il principe Filippo si stava preparando a ritirarsi dalla vita pubblica, la serie Netflix “The Crown” è arrivata per far luce sui punti oscuri della sua prima vita matrimoniale. Si diceva che il maschio alfa in gabbia avesse avuto qualche amante. Anche se mai provati, i rapporti hanno fornito la base per gli episodi di “The Crown”.

“Ti sei mai fermato a pensare che negli ultimi 40 anni non mi sono mai trasferito da nessuna parte senza un poliziotto che mi accompagna?” disse all’Independent nel 1992. “Allora come diavolo potevo farla franca con una cosa del genere?”

A solo un anno dalla sua nascita, la famiglia fu cacciata dalla Grecia mentre suo padre, il principe Andrea stava per essere giustiziato per una pasticciata campagna militare contro la Turchia.

Filippo è cresciuto come un bambino “sfollato” in quella che sarebbe diventata una famiglia distrutta. La famiglia visse a Parigi per la maggior parte degli anni ’20, ma Filippo fu mandato in un collegio in Inghilterra quando aveva 8 anni. Poco dopo, sua madre, la principessa Alice, fu ricoverata in un ospedale psichiatrico in Svizzera e suo padre la lasciò. Nel giro di un anno, le quattro sorelle maggiori di Filippo avevano tutte sposato nobili tedeschi.

Quando aveva 12 anni, Filippo si trasferì in un nuovo collegio in Germania, Schloss Salem, fondato dal suocero di sua sorella e da un eccentrico ma brillante educatore di nome Kurt Hahn. Hahn, che era ebreo, fuggì in Gran Bretagna dopo un arresto da parte dei nazisti, e poi fondò sulla costa nord-orientale della Scozia una scuola maschile simile con un’enfasi sulla costruzione del carattere.

La scuola, Gordonstoun, divenne nota per le difficoltà fisiche subite dai suoi ragazzi, che includevano docce fredde mattutine. 

Nel 1938, con la guerra alle porte, andò all’Accademia navale britannica a Dartmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, per seguire una tradizione familiare di servizio navale. Sia suo zio, Louis “Dickie” Mountbatten che suo nonno prima di lui salirono ai ranghi più alti della Royal Navy. Mountbatten servì come comandante supremo alleato nel sud-est asiatico durante la seconda guerra mondiale e divenne l’ultimo viceré dell’India prima dell’indipendenza.

Mentre Filippo serviva nella marina britannica durante la guerra, lui ed Elisabetta si scambiarono una corrispondenza e si incontrarono più volte. Filippo disse di non aver preso in considerazione il matrimonio fino al 1946.

Al matrimonio della coppia, Filippo divenne Duca di Edimburgo e gli furono assegnati altri titoli. Quando è diventato cittadino britannico, ha perso il titolo greco, ma è stato nominato di nuovo principe, questa volta del Regno Unito, dalla moglie, 10 anni dopo.

Filippo amava l’ordine della vita navale e nel 1950 gli fu dato il comando della sua prima fregata, la Magpie. Tim Heald, un altro biografo, ha detto che il comando di Filippo“ fu un successo. Era un duro, e se aveva un difetto era una tendenza all’intolleranza “.

Sebbene avesse sposato l’erede al trono britannico, si aspettava che suo suocero, il re Giorgio VI, vivesse per altri 20 anni o più, e non vedeva l’ora di intraprendere una lunga carriera navale. Ma il re si ammalò e anche prima della sua morte nel 1952, Filippo dovette rinunciare alla sua carriera per quella che sarebbe diventata una vita come consorte della regina. Col tempo, è stato leader o membro di oltre 780 organizzazioni, incluso il World Wildlife Fund.

In un’intervista del 1992 con l’Independent, era ancora irato al pensiero di aver rinunciato alla sua carriera militare. “Non era mia ambizione essere presidente del comitato consultivo della zecca. Non volevo essere presidente del WWF. Mi è stato chiesto di farlo “, ha detto. “Preferivo di gran lunga essere rimasto in Marina, francamente.”

Ha trascorso decenni a promuovere l’industria britannica e, nei suoi tour di fabbriche e stabilimenti, metteva in dubbio il modo in cui veniva gestito un’azienda. Questa posizione polemica divenne un segno distintivo della sua personalità pubblica. Durante un tour in una distilleria vicino a Glasgow durante il quale al principe è stato detto che le bacche di ginepro per fare il gin erano state importate rispose: “Ma santo cielo ci sono cespugli di ginepro in tutta la Scozia. Perché diavolo devi importarli? “

Tra il principe e la regina, l’immagine che rimane è quella che il London Independent una volta descriveva come “routine reciprocamente confortevole”. Avevano camere da letto separate per la maggior parte del tempo. Ha tollerato le sue passioni – i corgi gallesi e le corse di cavalli – e lei gli ha permesso di seguire i suoi hobby da solo. Era spesso in tournée all’estero, mentre lei si occupava di compiti vicino a casa.

Un amico di Philip, l’artista Hugh Casson, una volta descrisse il principe come un quadro “assolutamente totalmente diretti, senza bighellonare. Colori forti, pennellate vigorose. “

La battaglia di Milazzo. Il corvo romano umilia i cartaginesi

La battaglia di Milazzo (260 a.C.) è stato uno storico scontro navale tra la flotta dei romani, guidata dal Generale Gaio Duilio, contro le forze cartaginesi di Annibale Giscone. La battaglia è entrata nella storia soprattutto per l’utilizzo di un’arma di nuova concezione, il corvo, che ha permesso ai Romani di abbordare le navi avversarie e di capovolgere una situazione inizialmente sfavorevole.

Milazzo è certamente uno dei massimi esempi dell’ingegno romano, sfoderato di fronte a grandi sfide di natura militare, ma soprattutto rappresenta la prima grande vittoria marittima romana contro i cartaginesi nell’ambito della prima guerra punica.

La situazione in Sicilia e la superiorità marittima cartaginese

Il centro dello scontro, in questo periodo storico del Mediterraneo, è l’isola di Sicilia, contesa per secoli dai Greci, dai Cartaginesi e dai Siracusani, che con la loro città-stato rappresentavano uno dei centri urbani più fiorenti del periodo. Fino a quel momento la Sicilia non aveva risentito in maniera particolare dell’influsso dei romani, fino a quel momento impegnati nell’espansione nella penisola italica, ma dopo la vittoria romana nelle guerre pirriche, il Senato mise gli occhi sulle rotte commerciali dell’isola.

In altre parole, Roma era diventata una nuova forza militare, intenzionata a contendersi il controllo del territorio.

La situazione geopolitica del tempo era però inizialmente a favore dei cartaginesi. Cartagine era da secoli un impero marittimo grande e fiorente, con una imponente tradizione di marina militare, una flotta che comprendeva centinaia di navi all’avanguardia e che deteneva il controllo del Mar Mediterraneo.

Rimane nella storia una famosa frase di un ambasciatore cartaginese che, rivolgendosi ai Romani allo scoppio della prima guerra punica disse: “I Romani non potranno nemmeno lavarsi le mani nell’acqua del Mediterraneo, senza il permesso di un ufficiale cartaginese”.

La nuova flotta romana e la sconfitta di Lipari

I romani erano perfettamente consci della loro inferiorità marittima rispetto ai cartaginesi: i legionari conoscevano poco il mare e le uniche imbarcazioni conosciute erano quelle commerciali. Così nel 260 a.C il Senato autorizzò la costruzione di una imponente flotta per contrastare l’avversario cartaginese. Secondo Polibio il modello di riferimento per la costruzione delle nuovi nuove navi fu una quinquereme sottratta ai cartaginesi a largo di Messina, da cui i romani appresero sostanzialmente tutto quello che c’era da sapere sugli armamenti di una nave da guerra.

Questa teoria è stata contraddetta da alcuni storici moderni, come Dorey e Dudley, che affermano come i romani, molto probabilmente, avevano già avuto modo di ottenere le prime informazioni direttamente dal mondo greco. Nonostante le diverse interpretazioni, i romani svilupparono in pochissimo tempo una flotta che contava 100 quinqueremi e 20 triremi, riuscendo a porsi, almeno a livello numerico, come un avversario di tutto rispetto.

Il primo scontro tra romani e cartaginesi si verificò tra il console Scipione Asina e il generale cartaginese Boode, al largo di Lipari. Asina, alla guida di 17 navi da guerra, venne rapidamente sbaragliato e affondato dal Generale nemico, che riuscì addirittura a catturarlo. Lo smacco subito a Lipari fece rapidamente capire ai Romani come la situazione fosse molto più complessa rispetto alle previsioni. Fu per questo che il comando venne affidato all’altro console, Gaio Duilio, un generale particolarmente intraprendente, ma dotato anche di una certa dose di prudenza.

Duilio capì immediatamente che era necessario compiere un balzo tecnologico per colmare il divario con l’esperienza cartaginese. Per questo motivo, Duilio e lo Stato maggiore dell’esercito Romano ebbero l’idea di utilizzare uno strumento di concezione siracusana chiamato “Corvo“.

Si trattava di un grosso pennone cilindrico montato sulla prua di una nave. Da questo pennone, attraverso un sistema di corde, si poteva calare una passerella in legno dotata di ringhiere. Sulla punta di questa, un uncino di ferro ricurvo aveva l’obiettivo di ancorarsi fermamente alla nave avversaria. Quando si voleva far entrare in azione il corvo, bastava eseguire un rapido scatto attraverso le corde e la passerella cadeva violentemente sulla nave avversaria, che veniva letteralmente infilzata.

In questo modo, i soldati di fanteria presenti sulla nave romana potevano utilizzare la passerella per abbordare la nave del nemico e trasformare il combattimento da marittimo a terrestre, dove i legionari eccellevano particolarmente.

La battaglia di Milazzo

La prima occasione per dimostrare la funzionalità del corvo avvenne al largo di Milazzo. I cartaginesi erano impegnati a saccheggiare il porto della città con le loro forze. Intuendo il pericolo, Duilio si avvicinò all’area con una flotta di 103 navi, puntando direttamente verso l’avversario. Nel frattempo, alcuni informatori riuscirono ad allertare il generale cartaginese Annibale Giscone, che in quel momento si trovava a Palermo.

Subito Giscone partì con 130 navi da guerra per intercettare Duilio e l’incontro fra le due flotte da guerra avvenne direttamente nel Golfo di Milazzo.

In realtà, secondo quanto riferisce Polibio, i cartaginesi si accorsero immediatamente della presenza dei corvi, di cui non avevano ben intuito la funzione, ma nonostante una prima sorpresa, avrebbero sottovalutato la forza dei romani, considerandoli solamente navigatori di fiume, tanto da non mettere in atto nessun tipo di contromisura. E invece l’efficacia del corvo, si dimostrò in tutta la sua forza di lì a poche ore.

Le prime trenta navi da guerra cartaginesi, guidate da Annibale Giscone, si scontrarono con la flotta romana. I corvi entrarono immediatamente in azione e i romani, ancorando gli avversari, riuscirono ad abbordare e ad affondare le prime 30 navi senza particolare difficoltà. Lo stesso Annibale Giscone fu costretto a scappare a bordo di una scialuppa e a riconsiderare l’andamento della battaglia.

In realtà, confidando ancora nella superiore esperienza cartaginese e contando di poter evitare i corvi con la maggiore maneggevolezza delle sue navi, Annibale Giscone ordinò un nuovo attacco con altre 20 unità. Lo scontro marittimo però arrise nuovamente ai Romani i quali, sempre con l’utilizzo del corvo, riuscivano rapidamente ad avvicinarsi all’avversario e a prendere il controllo delle navi nemiche.

La battaglia di Milazzo rappresentò una piena vittoria romana, allorchè, dopo aver perso 50 navi da guerra, Giscone preferì non impegnare ulteriori porzioni della sua flotta e allontanarsi. I Romani lo inseguirono fino in Sardegna, dimostrando che le sorti della guerra marittima erano radicalmente cambiate.

Trionfo per Duilio, crocifissione per Giscone

Grandi festeggiamenti furono tributati al generale e ammiraglio Gaio Duilio per aver sconfitto l’odiato nemico cartaginese. Il segno principale di questa vittoria è certamente la “Colonna rostrata”, una colonna tutt’ora conservata a Roma, dove vengono riprodotti i rostri delle navi vincitrici e alcune iscrizioni commemorative: 31 navi catturate, 13 affondate e un quantitativo di oro e di argento sequestrato alle navi avversarie per un totale di 2 milioni di sesterzi.

A Gaio Duilio venne concesso il trionfo e gli fu consentito di erigere il Tempio di Giano nella parte centrale di Roma: una piccola parte di questo tempio è ancora visibile nella chiesa di San Nicola in Carcere.

Ben diverso fu l’esito per Annibale Giscone: la legge cartaginese prevedeva la crocifissione per i generali che si erano dimostrati incapaci in guerra. Secondo alcuni studiosi, il corvo potrebbe non essere mai esistito. Potrebbe trattarsi di un’invenzione partorita proprio dalla mente di Annibale Giscone con l’intento di sminuire le sue colpe e convincere i suoi concittadini a non comminargli la pena capitale. In ogni caso, Giscone non convinse i magistrati e fu crocifisso.

Tuttavia, dal punto di vista storico, il rapido cambio delle sorti della guerra e le descrizioni di Polibio, che sono particolarmente attendibili, sembrano confutare questa ipotesi.

L’abbandono del corvo

La guerra punica prenderà da questo momento una rotta completamente differente: di lì a poco, nella battaglia di Capo Ecnomo, la più grande battaglia navale del mondo antico, i romani ottennero un’altra straordinaria vittoria, utilizzando nuovamente il corvo.

Ma nonostante il grande servizio reso a Roma, il corvo venne abbandonato dopo alcuni anni. Il problema è che si trattava di una strumento particolarmente robusto, che appesantiva notevolmente la prua della nave e rendeva difficili le manovre. Secondo le cronache, si verificarono almeno tre tempeste durante le quali le navi romane affondarono rapidamente, senza riuscire a salvarsi, proprio per il peso del corvo.

Per questo motivo, sembra che già nella battaglia delle Isole Egadi del 241 a.C, lo scontro decisivo della prima guerra punica, questo strumento non fosse già più in dotazione alla flotta romana.

Von der Leyen umiliata. Charles Michel non si scusa

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Charles Michel dell’UE si dice triste per la gaffe che ha lasciato Ursula von der Leyen senza un posto adeguato durante una riunione ad alto livello in Turchia, ma non si scusa.

E’ su tutti i media del mondo il momento imbarazzante dove Michel e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno preso i due posti principali, lasciando von der Leyen a chiedersi dove dovesse sedersi. Alla fine, si è dovuta sedere su un divano, a una certa distanza dai due uomini.

L’incidente arriva in un momento in cui la Turchia è sotto i riflettori sui diritti delle donne dopo il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale sulla prevenzione della violenza domestica.

Ma Michel, presidente del Consiglio europeo, non è sfuggito alle critiche. Non ha offerto il suo posto a von der Leyen – la prima donna presidente della Commissione europea – nonostante entrambi fossero di pari rango.


Michel, difendendosi poi su Facebook, ha scritto: “La rigida interpretazione delle regole di protocollo da parte dei servizi turchi ha prodotto una situazione angosciante: il trattamento differenziato, se non ridotto, del presidente della Commissione europea

Le poche immagini che sono state mostrate hanno dato l’impressione che io sia stato insensibile a questa situazione. Niente è più lontano né dalla realtà né dai miei sentimenti profondi. Né dai principi di rispetto che mi sembrano essenziali“.

Usando la prima persona plurale, Michel ha detto che sia lui che von der Leyen hanno preferito concentrarsi sulla sostanza della discussione con il presidente Erdoğan, che includeva i diritti delle donne, invece di aggravare l’incidente.

Sono triste per due motivi“, ha detto Michel alla fine della sua dichiarazione.

“In primo luogo, dall’impressione data nei confronti di Ursula. Tanto più che sono onorato di partecipare a questo progetto europeo, di cui fanno capo due grandi istituzioni su quattro donne, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde.

“Infine, sono rattristato, perché questa situazione ha messo in ombra l’importante e benefico lavoro geopolitico che abbiamo svolto insieme ad Ankara e di cui spero che l’Europa raccolga i frutti”.

“Le richieste da parte dell’UE sono state soddisfatte”, ha detto il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. “Ciò significa che la disposizione dei posti a sedere è stata effettuata secondo i loro suggerimenti. Le nostre unità di protocollo si sono riunite in precedenza e le loro richieste sono state soddisfatte”.

La gaffe ha toccato un nervo scoperto tra i deputati, che, a differenza dei governi nazionali, sono più inclini a criticare la Turchia in termini espliciti.

Le eurodeputate erano particolarmente arrabbiate. Sophie in ‘t Veld, del gruppo liberale Renew Europe, ha condiviso su Twitter le foto di precedenti riunioni UE-Turchia, in cui l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è seduto su un piano di parità con l’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk .

Il Partito popolare europeo (PPE), il gruppo più numeroso al Parlamento europeo, ha dichiarato giovedì mattina che richiederà un dibattito – alla presenza di Michel e von der Leyen – per scoprire cosa è successo esattamente ad Ankara.

La visita ad Ankara dei Presidenti von der Leyen e Michel avrebbe dovuto essere un messaggio di fermezza e di unità dell’approccio dell’Europa alla Turchia. Sfortunatamente, si è tradotta in un simbolo di divisione in quanto i presidenti non sono riusciti a stare insieme quando era necessario. più dalla politica estera europea “, ha affermato il presidente del PPE Manfred Weber.

Il PPE, di cui la stessa von der Leyen appartiene in quanto membro dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) tedesca, vuole anche discutere gli impegni dell’UE presi con la Turchia in materia di visti e unione doganale, le tensioni nel Mediterraneo orientale e le relazioni con Cipro.

Iratxe García Pérez, presidente del gruppo Socialisti e Democratici (S&D), ha detto che il suo gruppo chiederà anche che un dibattito sulla visita ad Ankara sia incluso nell’ordine del giorno della prossima tornata del Parlamento, prevista per la settimana di lunedì, aprile 26. Il leader socialista aveva precedentemente affermato che l’episodio “sofagate” era “vergognoso”.

I velites dell’esercito romano

I velites erano una classe di fanteria leggera dell’esercito romano, tipica del periodo medio repubblicano ed erano solitamente le truppe che aprivano le battaglie.

L’origine dei Velites

I velites discendevano da una precedente classe di fanteria leggera chiamata “Leves“che risale alla legione Camillana del V secolo avanti Cristo. Si trattava dei soldati più poveri e più giovani della legione.

Erano armati con un certo numero di giavellotti, ma portavano anche una lancia, ed erano posizionati solitamente vicino ad altre unità più pesanti come quelle degli Hastati.

Dopo il periodo delle “leves”, i “Velites” furono impiegati per la prima volta durante l’assedio di Capua nel 211 avanti Cristo: erano cittadini che normalmente sarebbero stati troppo poveri per accorparsi alle unità degli Hastati, ma furono comunque impiegati sul campo di battaglia per carenza di effettivi.

Vennero addestrati a cavalcare con gli equites e a saltare giù da cavallo ad un dato segnale, per lanciare giavellotti contro il nemico. Dopo questo assedio furono adottati stabilmente nelle legioni come forza di fanteria leggera e irregolare, per tendere imboscate e molestare il nemico con i loro giavellotti prima che la battaglia iniziasse.

Equipaggiamento dei velites

Dal momento che i veliti erano i soldati più giovani e di solito i più poveri, appartenendo ad una classe di cittadini che non guadagnava più di 2500 denari all’anno, avevano un’equipaggiamento piuttosto scarno.

Erano armati con dei giavellotti leggeri (il Verutum) costituiti da un’asta di legno di 90 cm, dal diametro di un dito e una punta metallica di 25 cm. Questi giavellotti erano progettati per piegarsi all’impatto per evitare che il nemico potesse raccoglierli e rilanciarli a sua volta, utilizzando una funzione simile a quella dei pila in dotazione agli altri legionari.

Tito Livio ci dice che ognuno di loro portava 7 giavellotti, mentre il satirico romano Lucillo ci riporta il numero di 5, il che suggerisce che la quantità probabilmente cambiò nel corso dei secoli.

I velites portavano anche dei gladi, delle spade corte di 74 cm, che rappresentavano un’ arma di riserva da utilizzare solamente nel caso in cui il combattimento si fosse trasformato in una mischia.

Erano dotati di un piccolo scudo di legno rotondo (Parma) con un diametro massimo di 90 cm. Non avevano un armatura particolare. Ma in compenso portavano spesso dei copricapi realizzati con pelle di lupo: serviva a farsi vedere sia dai propri legionari, di modo che potessero riconoscere il loro valore in battaglia, sia dagli avversari.

Organizzazione e impiego dei Velites

Nella legione i velites non costituivano un corpo autonomo, ma erano costantemente vicini a ciascun manipolo di Hastati, Principes e Triarii. Venivano solitamente posizionati nella parte anteriore della legione, nelle primissime file, per molestare il nemico con i loro lanci di frecce e giavellotti e per impedire alle truppe avversarie di schierarsi efficacemente sul campo di battaglia.

Oltre a questo, potevano eseguire degli attacchi di mischia in formazione sciolta. Dopo il loro impiego, i velites si ritiravano velocemente attraverso le truppe dei loro commilitoni e andavano a posizionarsi nelle retrovie.

I velites ebbero il loro più grande momento di gloria quando furono usati contro gli elefanti dei cartaginesi nella battaglia di Zama, nel 202 avanti Cristo, dove si contesero la vittoria Scipione l’Africano e Annibale.

Con le riforme militari di Gaio Mario nel 107 a.C., progettate per combattere la carenza di manodopera dovuta alle guerre contro Giugurta , le diverse classi di unità furono completamente sciolte. I requisiti di ricchezza ed età furono eliminati. Ora i soldati diventavano dei professionisti, e sarebbero stati tutti dotati di un equipaggiamento standard fornito dallo stato.

Scipione Emiliano. Vita del distruttore di Cartagine

Publio Cornelio Scipione Africano Emiliano (185–129 a.C), è stato uno dei più grandi generali e politici dell’antica Roma, noto soprattutto per aver guidato la terza guerra punica e aver portato a termine la distruzione definitiva della città di Cartagine.

La sua attività militare fu accompagnata anche da una notevole sensibilità per la scrittura e la filosofia mentre sul fronte puramente politico fu una figura sui generis, che ostacolò con forza le proposte di riforma di Tiberio Gracco. La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ancora oggi un enigma.

Giovinezza e incarico in Macedonia

Scipione Emiliano era il secondo figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il generale che aveva guidato le legioni romane alla vittoria durante la terza guerra macedonica, e di sua moglie Papiria Masonis. Scipione, già in giovane età, fu però adottato dal cugino, di modo che divenne nipote adottivo del famoso Scipione Africano, che aveva vinto il generale Annibale nella battaglia di Zama (202 a.C)

Suo fratello maggiore fu invece adottato da un figlio o probabilmente da un nipote di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, anche lui importante statista romano, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra contro Annibale in Italia.

Le prime esperienze di Scipione Emiliano risalgono alla terza guerra di Macedonia, che si svolse dal 171 al 168 a.C.

In particolare, Plutarco ci informa che il comandante in carica, Lucio Emilio Paolo, portava Scipione Emiliano con sé, in quanto incline ad imparare velocemente l’arte militare e dotato di una spiccata intelligenza. Vi è anche un episodio significativo della stima di Emilio per l’Emiliano, sempre raccontato da Plutarco: dopo la battaglia di Pidna, Emilio Paolo era particolarmente preoccupato, in quanto i suoi soldati non riuscivano a rintracciare il giovane Scipione Emiliano.

Temendo di averlo perso, Paolo era caduto in depressione e aveva organizzato una ricerca su vasta scala per ritrovare il figlio prediletto, che fu poi rintracciato con grandissimo sollievo.

La guerra numantina

Una seconda esperienza militare coinvolse Scipione Emiliano durante la guerra numantina (151-150 a.C). Già nel 152 avanti Cristo, il Console Claudio Marcello aveva presentato al Senato la richiesta di concludere una pace con i guerrieri celtiberi. Il Senato aveva però dato un giudizio negativo e anzi, appoggiando una politica aggressiva, aveva inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per proseguire la guerra fino alla vittoria definitiva contro gli avversari.

Il reclutamento di nuovi uomini fu tuttavia particolarmente difficile, in quanto il protrarsi della guerra e le pesanti perdite romane costituivano un importante deterrente all’arruolamento di nuovi legionari. Secondo le fonti, il parere di Scipione Emiliano si sarebbe allineato con quello del console Marcello per il proseguimento della guerra. Sembra che lui stesso abbia chiesto al Senato di essere inviato in Spagna come tribuno militare o come legato di legione.

La decisione di Scipione Emiliano e il suo coraggio nel proporsi per una guerra tanto difficile, aumentò drasticamente la sua popolarità in ambito militare e, come ci racconta Polibio nelle sue “Storie”, diversi giovani romani iniziarono, sul suo esempio, ad offrirsi volontari per arruolarsi per la campagna.

Circa l’andamento della guerra, abbiamo delle fonti che ci confermano quanto Scipione Emiliano si fosse comportato con valore. Ricevette infatti in questo periodo una “corona murale“, un premio militare che veniva conferito al primo soldato che riusciva a scavalcare le fortificazioni di una città assediata.

Lo scrittore Floro ci parla addirittura di un duello diretto tra Scipione Emiliano e un Re dei Celtiberi, vinto dal comandante romano, che riuscì anche a conquistare la cosiddetta “Spolia opima“, un trofeo di guerra che consisteva nelle armature e nelle armi strappate direttamente dal corpo del nemico ucciso per propria mano. Si trattava di una uno dei trofei di guerra più onorevoli di tutto l’esercito romano.

La terza guerra punica e la distruzione di Cartagine

Scipione Emiliano stava rapidamente scalando i gradini della carriera militare ed era ormai ritenuto un generale di prim’ordine. La parte più importante della sua carriera da generale fu certamente legata alla terza guerra punica, che si svolse dal 149 al 146 a.C

La forza militare della città di Cartagine era stata ormai completamente ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale e il trionfo di Roma nella guerra punica precedente. Tuttavia, nel popolo e nel Senato Romano rimaneva ancora un forte risentimento nei confronti dei cartaginesi e una continua paura che questi potessero riarmarsi e riprendere la guerra.

È passata alla storia la frase “Cartagine deve essere distrutta“, pronunciata dall’integralista Catone il Vecchio, che al termine di ogni discorso in Senato ribadiva la necessità di porre completamente fine all’esistenza della città di Cartagine. Nel 350 a.C, i cartaginesi lanciarono un’appello proprio a Scipione Emiliano, affinché agisse come mediatore nei confronti del principe di Numidia, Massinissa che invadeva sistematicamente il loro territorio.

In realtà il principe numida era appoggiato dalla fazione anti cartaginese di Roma, perché continuasse a depredare i territori dell’odiata città e creasse il Casus Belli necessario per poter riprendere la guerra. E il casus belli puntualmente arrivò. I cartaginesi, dal momento che i romani rimandavano consapevolmente il loro intervento, decisero di violare i patti che erano stati presi al termine della seconda guerra punica e armarono di loro iniziativa un esercito di 50.000 mercenari per contrastare Massinissa.

I romani ebbero così l’occasione che aspettavano per poter riprendere le ostilità nei confronti di Cartagine.

Nelle primissime fasi della terza guerra punica, i romani subirono diverse sconfitte, ma nel 147 a:C, Scipione Emiliano, benché non avesse l’età legale, fu eletto console e, saltando le procedure regolari che si basavano sull’estrazione a sorte, fu assegnato come generale per condurre la guerra in Africa. Iniziò così un anno di combattimenti feroci attorno al territorio di Cartagine, che si conclusero con uno degli assedi più disperati e devastanti della storia.

Scipione Emiliano riuscì finalmente a fare breccia nelle mura di Cartagine, imprigionando cinquantamila uomini, circa un decimo della popolazione della città. Diede ordine ai cartaginesi di evacuare, risparmiandogli la vita come gli era stato ordinato dal Senato: dopodiché i legionari ebbero il comando di incendiare e radere completamente al suolo Cartagine, arando il territorio circostante.

A questo punto della storia vi è un luogo comune profondamente sbagliato. Secondo la tradizione, Scipione Emiliano avrebbe versato del sale su tutta la città di Cartagine, per dichiarare quella terra maledetta e impedire che potesse crescere qualsiasi tipo di raccolto. In realtà si tratta di una bufala storica: il sale era un elemento piuttosto pregiato nel periodo romano e nessun generale avrebbe sparso una quantità così considerevole di un bene tanto prezioso come il sale

In realtà questo racconto deve essere visto sotto l’aspetto simbolico: la maledizione degli Dei nei confronti della più odiata città dai Romani.

Scipione Emiliano fece ritorno a Roma dove ottenne il trionfo militare e in quella occasione potè aggiungere al suo nome l’appellativo di “Africano” per la sua vittoria.

La campagna contro i Celtiberi e l’assedio di Numanzia

Nel 134 a.C, il Senato romano era consapevole che Scipione Emiliano era probabilmente l’unico generale in grado di guidare l’esercito alla vittoria sui guerrieri Celtiberi. Questi avevano la loro capitale nella città di Numanzia e tenevano testa alle legioni romane da ormai nove anni, sfruttando efficacemente la loro conoscenza del territorio. Un altro elemento importante era che gli eserciti acquartierati in Spagna erano indisciplinati e mal organizzati e non riuscivano a combattere efficacemente il nemico.

Scipione Emiliano, arrivato sul posto come generale incaricato di condurre la guerra, si occupò innanzitutto di riprendere il controllo e la disciplina delle legioni, imponendo delle marce massacranti, ordinando la costruzione e l’immediata demolizione di alcuni accampamenti a puro fine di esercitazione e attuando dei regolamenti particolarmente stretti. Una volta che l’esercito ebbe recuperato la classica disciplina propria dei romani, Scipione Emiliano accampò i legionari vicino alla città di Numanzia.

Anziché attaccare gli avversari attraverso la via più breve, dove i romani avevano più volte subito delle imboscate, fece una deviazione attraverso la terra dei Vaccaei che erano soliti rifornire i numantini di cibo. Nonostante diverse imboscate da parte dell’avversario, Emiliano riuscì sempre a condurre i suoi uomini in salvo.

Molto spesso l’esercito veniva fatto marciare di notte, ed Emiliano si preoccupava che i rifornimenti di acqua avvenissero da fonti diverse rispetto a quelle consuete, per minimizzare il rischio di ulteriori imboscate. Marciò attraverso il territorio dei Caucaei fino a presentarsi di fronte all’avversario, assieme ad un rinforzo giunto da Giugurta, figlio del re di Numidia, che portava con sé arcieri, frombolieri e 12 elefanti da guerra.

Scipione avviò quindi l’assedio della città di Numanzia, costruendo 9 chilometri di fortificazioni, un muro alto 3 m e largo 2 metri e mezzo e costruendo un enorme terrapieno. Le fortificazioni consistevano anche in due torri posizionate lungo il corso del fiume Douro oltre ad un consistente numero di travi dotate di coltelli e punte di lance che la corrente del fiume muoveva continuamente: il suo obiettivo era quello di impedire che gli assediati potessero utilizzare il fiume per scappare.

Alla fine, Numanzia fu presa per fame e i cittadini mandarono degli ambasciatori per arrendersi formalmente all’esercito di Scipione l’Emiliano. Le principali sacche di resistenza vennero stroncate e i principali capi militari giustiziati, mentre il resto degli uomini fu ridotto in schiavitù. Dopo questo ennesimo successo, Scipione ritornò a Roma tra gli onori, potendosi fregiare dell’ulteriore soprannome di “Numantino“.

Un avversario dei Gracchi

La storia di Scipione l’emiliano è interessante anche dal punto di vista politico. Secondo alcuni autori antichi e diversi studiosi moderni, Scipione Emiliano non condivideva diverse posizioni degli ottimati, la fazione aristocratica di Roma. Si dimostrò in particolare disaccordo con le riforme promosse da Tiberio Gracco in qualità di tribuno della plebe, che aveva promosso una importante legge per redistribuire la terra alle fasce più povere della popolazione romana.

Tiberio Gracco, venne infine ucciso, nell’ambito di una lotta politica che ormai non risparmiava l’utilizzo della violenza. Secondo Plutarco, Scipione Emiliano fu completamente estraneo all’omicidio di Gracco, anche perché all’epoca della sua morte, Emiliano si trovava a condurre la guerra in Spagna. Ma mentre si trovava a Numanzia, e seppe della morte di Tiberio, sembra che Emiliano abbia risposto attraverso un verso dell’Odissea di Omero: “Così possano perire tutti coloro che si impegnano In tali complotti senza legge.”

Anche dopo il suo ritorno a Roma, sembra che Scipione Emiliano facesse fatica a dissimulare la soddisfazione per la morte di Tiberio Gracco e il contrasto alle misure sostenute da quest’ultimo fu sempre palese, in ogni occasione ufficiale. Questa avversità nei confronti di un tribuno della plebe che aveva perso la vita, gli attirò anche le antipatie di una parte della popolazione.

La lotta politica che imperversava a Roma dopo la morte di Tiberio Gracco, consisteva in una fazione, quella dei plebei, che tentava di dare attuazione al provvedimento ridistribuendo le terre fra i cittadini romani, e l’aristocrazia che ostacolava questo processo.

Sicuramente Scipione Emiliano si pose contro il tentativo di attuazione della legge, fino a che, in maniera inaspettata, morì.

La morte misteriosa

Secondo Appiano non si seppe mai se Scipione Emiliano fu assassinato tramite veleno da Cornelia, la madre dei Fratelli Gracchi, che lo aveva naturalmente in odio e preoccupata che la riforma di Tiberio potesse essere abrogata o se forse lo stesso Scipione Emiliano sia ricorso del suicidio, vedendo il crollo della sua popolarità.

Tuttavia Appiano ci racconta che, secondo alcune testimonianze di schiavi sottoposti a tortura, alcune persone si erano introdotte furtivamente in casa di Scipione Emiliano, soffocandolo. Plutarco scrisse che Scipione Emiliano morì in casa dopo l’ora di cena: non vi sono delle prove convincenti che possano confermare l’avvelenamento, ma anche a Plutarco risultano delle voci di un veleno somministrato da persone a lui vicine e dell’irruzione di alcuni nemici che avrebbero tentato di soffocarlo nel corso della notte.

Dal momento che il corpo di Scipione Emiliano fu esposto per un certo periodo, Plutarco conferma che vi erano dei pallidi segni di colpi sul suo corpo, che avrebbero potuto indicare un tentativo di violenza nelle ultime ore prima della morte. I sospetti più pesanti caddero su Fulvio Flacco, storico avversario politico di Emiliano, che lo stesso giorno della morte lo aveva attaccato in un discorso pubblico di fronte al popolo.

Anche Caio Gracco, fratello ancora in vita di Tiberio, fu sospettato. Ma dal momento che la sua figura, quella del fratello sopravvissuto, era particolarmente cara ai Romani, la popolazione si oppose decisamente a qualsiasi tipo di processo nei suoi confronti.

Nonostante le circostanze della morte di Scipione Emiliano siano ancora particolarmente confuse a distanza di secoli, l’Emiliano rappresenta uno dei più grandi generali di Roma, il vero e proprio distruttore della città di Cartagine e figura politica di rilievo nell’eterna lotta tra patrizi e plebei.

Gesù e Barabba. La stessa persona?

A destare interesse della vicenda storica di Gesù è la figura del noto prigioniero Barabba, citato ben 11 volte nei vangeli sinottici.

Si è imposta una nuova corrente degli studi, propensa a considerare i vangeli, sia essi sinottici o apocrifi, come fonti storiche attendibili, per la ricostruzione del Gesù storico. Ovviamente occorre epurare la raccolta di “loghia” di cui si compongono, di una data cristologia, inevitabilmente sempre più crescente.

Una tradizione di loghia gesuani, dunque, che confluisce in vere raccolte da cui si dipartono le diverse tradizioni di Marco, Matteo, Luca (che avrebbero come fonte Marco e la così detta “fonte Q” aliena a Marco stesso) e infine Giovanni. I vangeli non differirebbero moltissimo dalle biografie del mondo antico; le stesse vite parallele di Plutarco, ad esempio, offrono resoconti storici importanti, sebbene il tutto sia destinato alla ricostruzione dell’ethòs del personaggio di volta in volta trattato.

Anche nei vangeli si osserva una ricostruzione della visione gesuana e dell’ethos del personaggio. Ovviare ad una ricostruzione storica di un personaggio così importante, che sta alla base di una specifica teologia da cui si diparte una nuova religione, che tanto impatto ebbe nei secoli successivi, ha permesso di sviluppare un quantitativo di criteri di ricerca particolarmente minuziosi, utili a qualsiasi ricostruzione storica.

Il vangelo di Matteo ha una sua specifica unicità, ovvero rifletterebbe un nucleo di tradizioni di discorsi trasmessi attraverso l’arte mnemonica di matrice tipicamente palestinese, fino a confluire nella redazione scritta in greco attorno al II secolo. La tipicità del vangelo di Matteo si esprime, per esempio con la dicitura “Regno dei cieli” assolutamente coerente con il tipico riferimento dell’area giudaica del tempo di Gesù, mentre negl’altri sinottici, compare “Regno di Dio”.

In alcuni codici antichi, diversi da quello alessandrino che s’imporrà in occidente, in Mt 26,16, viene scritto “Avevano in quel tempo un prigioniero di nome [Gesù] Barabba”; in Mt27,17, nel passo in cui il prefetto romano Pilato, parla alla folla viene scritto “Chi volete che vi rilasci [Gesù il] Barabba o Gesù detto il Cristo?”

In aramaico la parola BAR è usata per dire “figlio” mentre ABBA sta per “Padre” inteso anche come DIO.

Dunque sembrerebbe un Gesù venisse condannato, mentre un altro sarebbe stato rilasciato. Ovviamente riconoscere l’esistenza di un Gesù figlio del Padre, contrapposto ad un altro, detto il Cristo, lascerebbe presupporre una sorta di sdoppiamento di un unico personaggio; o per lo meno una totale rilettura della contrapposizione Gesù / Barabba, ma sembrerebbe troppo facile. Ovviamente in nessun altro vangelo Barabba è preceduto dal nome Gesù, nemmeno nella versione canonica di Matteo, come si impose secondo canoni alessandrini, in occidente.

Le presunte prove di Gesù il Barabba

I codici che presentano Gesù il Barabba, sono diversi: di cui, quello Koridethi, con parole trascritte in un pessimo greco che ne fa oscillare la redazione tra VII e X secolo; un gruppo di manoscritti medioevali detti dei “minuscoli”; la versione siro-sinaitica e altri manoscritti di matrice armena e georgiana. Si tratterebbe di un corpo di manoscritti rimontanti, ad un originale comune dunque, da cui si dipartirebbe la tradizione di Gesù Barabba.

Invero, tanti manoscritti appartenenti ad unica famiglia testuale, potrebbero aver replicato un errore nella trasmissione dello scritto, tenendo conto poi, che un errore scribale, poteva altresì essere possibile anche per via della tecnica di scrittura della scripto continua, con le lettere tutte attaccate.

Tale tesi però, per quanto interessante e da prendere assolutamente in considerazione, sembra venir sconfessata sia dalle versioni siriache del nuovo testamento che dallo stesso Origene. Una traduzione di fine II secolo o al massimo di inizio III secolo, in siriaco da un originale greco riporterebbe la lazione Gesù Barabba. Inoltre la tesi secondo la quale un errore di scrittura possa aver generato la lezione Gesù Barabba, cade del tutto seguendo i passi di Origene che ammette di conoscere versioni antiche di vangeli di Matteo nei quali si presentava questa lezione.

Origene di fatto, ricusa nel contra Celsum, questa lezione asserendo fosse opera di qualche eretico, sebbene successivamente in uno scholium del vangelo in questione, ne riconosce l’esistenza.

Per un giudeo del I o II secolo, Gesù bar Abba, non sarebbe stato qualcosa di particolarmente inusuale. Bar Abba può facilmente essere inteso come un normalissimo patronimico. Del resto Bartolomeo, nulla è che Bar Timeo, ovvero figlio di Timeo. Dal Talmud ebraico, scritto ben dopo, ma che riporta informazioni anche dei secoli precedenti, abbiamo menzione di figli di Abba come nome ma anche inteso come figlio del maestro.

Dunque possiamo arguire che essendo il vangelo di Matteo, espressione di una tradizione palestinese, più vicina alla realtà giudea, proponesse la lezione Gesù bar Abba, proprio perché un ebreo del tempo la intendeva come una cosa del tutto usuale, sia qualora patronimico, che espressione di figlio del maestro.

Le difficoltà nella traduzione dell’aramaico

Dunque in quell’ambiente non si imponeva nessun imbarazzo teologico, come invece poteva facilmente imporsi in contesti non avvezzi a questa terminologia. Del resto nonostante bar stia per figlio e Abba, oltre ad esser nome proprio, alludesse a Padre o anche a Dio, dobbiamo considerare che andare a tradurre “semitismi” non è impresa facile.

Abba è una parola aramaica che confluisce anche in ebraico, sebbene poi risponda alle regole linguistiche dell’ebraico stesso. Come la parola computer che ormai da neologismo è adottata dall’italiano, subordinandosene alla grammatica. Un ebreo in bar Abba mai avrebbe letto “figlio di Dio”; e a dirla tutta anche in aramaico Bar Abba, pur rispondente a “figlio del padre” non alluderebbe mai a Dio.

Di fatto occorrerebbe un’ulteriore determinazione perché da legare al figlio stesso di un padre che è Dio. Dunque seguendo grammaticalmente quanto è ricostruibile in aramaico, intendere letteralmente figlio del Padre intendendo Dio, dovrebbe essere reso con barà de Abba, dunque lontanissimo da Bar Abba.

Dunque Abba può essere nome, può indicare il padre, il termine affettuoso di papà, quello di maestro di dottrina, ma associato a bar renderebbe o un patronimico, o figlio del maestro o figlio del padre, ma anche del proprio padre come ognuno di noi ha un padre biologico, dunque in assenza di una speciale particolarità che vorrebbe quel padre, esser Dio.

Occorre anche un’analisi dettagliata nelle fonti antiche e evangeliche su di un’altra questione. Allor quando vi è la presenza di un patronimico, vi è una diretta menzione dello stesso. Nel vangelo di Marco sovente vi è il riferimento ai patronimici. Eppure, nel caso specie di Gesù Barabba, i passi del vangelo di Matteo menzionano Gesù “detto” il bar Abba o il Cristo.

Come negli altri vangeli (mc) pur mancando il nome Gesù, si menziona un personaggio “detto” Barabba. Il verbo greco “legomenon/s” dunque non introdurrebbe un patronimico formale, ma introdurrebbe una sorta di soprannome o nome di battaglia.

Ritroviamo la stessa introduzione in Mt, per quel che concerne Giuda detto l’Iscariota, dunque come nel caso di Yeshua bar Abba nei codici più antichi di Matteo e negli altri. Del resto la stessa parola aramaica “bar”, anche essa un semitismo, non necessariamente è da tradurre con la parola figlio.

Se andiamo ad analizzare Giuseppe Flavio, autore giudaico di I secolo, nella guerra giudaica, ci renderemmo conto di come certe traduzioni in greco di semitismi siano piuttosto ardue. I giudei che stazionavano sulle torri salutavano l’arrivo dei dardi scagliati dai romani letteralmente “arriva il figlio”. Lo stesso autore scrive espressamente trattasi di un’espressione nella lingua dei padri.

Non viene lanciato un figlio, in senso letterale, piuttosto il dardo è figurativamente espressione o per certi versi “figlio” dell’arma da lancio. Dunque in questo caso Bar esplicherebbe una appartenenza più che una discendenza genealogica. Ma Bar potrebbe essere inteso anche come “adatto a”: pensiamo alla locuzione ebraica BAR MIZVAH, una cerimonia di iniziazione di fedeli, ovvero un bambino diventa “adatto ai comandamenti”, oppure BAR MAZAL ovvero adatto alla fortuna.

Un esempio ulteriore lo abbiamo in SIMONE BAR KOKHBA, capo dei giudei e autore nel II secolo della grande rivolta contro Roma. Letteralmente bar kokhba renderebbe figlio della stella, ma attraverso un’attenta analisi del semitismo della lingua aramaica, potremmo tradurre bar come adatto a e kokhba, più che stella, in stella intesa come luce o come guida.

Bar Abba, forse, riferito a Gesù

Stabilito da questi elementi che Bar ABBA, potrebbe essere patronimico, o riferimento a figlio del maestro, o figlio del padre, ma non figlio di Dio, andiamo a vedere come bar Abba possa essere reso in aramaico, come “adatto a” o a voler essere esplicativo di un atteggiamento tipico e unico, atto a dare un soprannome o un nome di battaglia ad un dato personaggio.

Avremmo:

– Colui che solitamente si fa chiamare ABBA.

– Colui che è solito invocare ABBA anche come Dio.

Nel secondo caso avremmo dunque una lezione altamente coerente con un elemento tipico del Gesù storico, come si evince dai vangeli, secondo i quali sovente Gesù chiama Dio, ABBA. L’episodio del Getsemani, antecedente l’arresto, lo vede invocare Dio, come ABBA. Del resto che i primi cristiani mutuano dalla predicazione di Gesù il termine di Dio come Padre e dunque ABBA; questo infatti, risulta evidente anche dalle lettere di Paolo di Tarso.

E’ altamente plausibile, così considerare come sia una prerogativa tipicamente gesuana, quella di invocare Dio come Padre (ABBA) che i discepoli conservarono dalle predicazioni di Gesù e nel tempo, crea un tratto tipicamente cristiano.

Potremmo allora considerare coerente con il Gesù storico, YESHUA BAR ABBA.

Ma come possiamo considerare, una volta data un’interpretazione a YESHUA BAR ABBA, l’episodio storico stesso del rilascio del bar Abba e la condanna del Cristo?

Matteo scrive che il governatore romano, era solito per ciascuna festa rilasciare un prigioniero alla folla, secondo l’evangelista dunque, era una prerogativa di quello specifico governatore cioè Pilato e non una consuetudine derivata da una specifica norma giuridica o romana. Barabba viene definito prigioniero famoso, ma non viene di fatto definito bandito o terrorista.

Anche nei passi di Marco, come Matteo, Barabba è un prigioniero, che era stato incarcerato assieme a dei ribelli, che per un tumulto avevano generato un omicidio. Ciò non significa che il così detto Barabba fosse un ribelle, può altresì significare che ne condivideva la prigione ma non la colpa di sedizione e omicidio. Eppure il testo greco di Marco risulta tutto sommato, ambiguo, nel senso che stabilire o meno Barabba faccia parte del gruppo di ribelli catturati a seguito di una rivolta oppure stabilire se, ne condividesse solo la cella, risulta quasi impossibile.

In Luca è detto essere un ribelle, catturato a seguito di un omicidio che lui stesso aveva compiuto. Dunque ci troveremmo davanti ad un personaggio che negli evangelisti diventa progressivamente, una figura strumentale ad una specifica finalità, ovvero quella di rimarcare la scelta del popolo giudaico di liberare un ribelle e di fatto, condannare a morte Gesù.

Non ci aiuta il confronto dei testi evangelici per definire, l’episodio storico di tumulto o rivolta, durante la quale il personaggio Barabba sarebbe stato catturato. Marco, come Matteo, parlano di rivolta, supponendo essa fosse nota; letteralmente “la rivolta”, senza definire quando.

Potremmo supporre che le vicende legate all’arresto di Gesù nel Getsemani, dove uno dei seguaci avrebbe colpito con un colpo di spada le guardie del sinedrio giudaico, possano essere state un momento di tumulto? Supponendo Gesù e Barabba fossero due persone diverse, nessun riferimento è dato della presenza di Barabba, tra i seguaci di Gesù. 

E poi, l’episodio del Getsemani, potremmo definirlo un parapiglia; dagli evangelisti si evince come il sinedrio, volesse catturare Gesù in tutta fretta, evitando l’approssimarsi della Pasqua e soprattutto perché era quello il momento nel quale a Gerusalemme, confluivano numerosi fedeli per la ricorrenza. Ovviare alla cattura di un personaggio che aveva un discreto seguito, in maniera aperta e davanti a tutti, poteva generare un vero tumulto.

Alla fine certi predicatori che avevano un certo seguito, aumentavano lo stato di tensione di chi governava, essenzialmente perché generavano il timore potessero veicolare le masse verso rivolgimenti politici. Dunque sembra improbabile l’episodio del Getsemani, sia “la rivolta”, menzionata dagli evangelisti, tenuto conto che tutti, viene scritto, abbandonarono Gesù e fuggirono. Supponendo Gesù e Barabba fossero la stessa persona, avremmo fonti che parlano di rivolte a Gerusalemme, in quel dato momento?

Una fonte controversa

Ebbene una fonte c’è. Questa fonte però, non ha garanzia di autenticità, anzi con molta probabilità è assolutamente spuria. Si tratta di un passo della Guerra Giudaica, tratto dalla versione slava di Flavio Giuseppe. Nelle versioni della guerra giudaica Giuseppe, mai parla di Gesù. Questo estratto definito “testimonium slavorum” scrive che a Gesù si aggregarono 150 seguaci. Avendo ampia presa su tutti, il popolo chiedeva a Gesù di entrare in città, sterminare Pilato e i romani e governare su di loro. Gesù non se sarebbe curato di queste richieste.

Eppure Pilato reso edotto dal sinedrio, inviò i propri soldati, attaccò quei facinorosi e uccise molti giudei, catturando Gesù. Pilato, una volta interrogato Gesù, definendolo giusto lo rilasciò. Solo successivamente sarebbe stato di nuovo arrestato e condannato alla croce. Ovviamente non manca chi vuole conferire autenticità a questo passo, tuttavia pur annotandolo, dobbiamo cercare altrove soprattutto in Flavio Giuseppe, nei testi che conosciamo e nelle Antiquitates nel passo che precede il testimonium Flavianum (dove l’autore scrive di Gesù condannato a morte da Pilato), vi è menzione di una rivolta occorsa a Gerusalemme per la costruzione di un acquedotto.

Pilato in quel frangente avrebbe usato parte del tesoro del tempio, scatenando una rivolta. Tuttavia non vi è menzione di giudei che aggrediscono e uccidono soldati romani. La vicenda poi cronologicamente è difficile da collocare, nella settimana della Pasqua ebraica.

Occorre poi tener fede della discrepanza nel ritratto del prefetto romano, Ponzio Pilato, che intercorre tra gli evangelisti da un lato e le fonti giudaiche dall’altro, Giuseppe Flavio e Filone alessandrino.

Per i romani, l’area della Palestina nel complesso, era un’area davvero particolarmente difficile da gestire. Attese messianiche, di rivalsa politica e religiosa di quel popolo che si sentiva popolo eletto, e scarsa ricezione di un dato ellenismo, creavano ansie e difficoltà reali di gestione per i romani. In momenti come la Pasqua un centro come Gerusalemme era monitorato con particolare attenzione e soprattutto, i romani dovevano tener conto di ogni movimento o predicatore che potesse creare disordini.

Pilato è presentato come un sanguinario e senza scrupoli, risulterebbe altresì improbabile, liberasse un rivoltoso per dare soddisfazione alla folla. Non abbiamo menzioni di usanze tipiche per quel tempo di liberare personaggi già giudicati colpevoli. Possiamo supporre in alcuni casi avvenissero liberazioni, dietro pagamenti di tangenti; Flavio Giuseppe menziona i successivi governatori (all’epoca procuratori non più prefetti) Albino e Gessio Floro, dediti a intascare tangenti per liberare delinquenti, al fine di arricchire se stessi. Potremmo supporre Pilato facesse lo stesso, ma resta una pura supposizione.

Yeshua Bar ABBA era davvero Gesù?

Gesù venne condannato alla croce, il cui titulus definendolo rex lo definiva come reo di rivolgimento politico, e forse non è un caso venisse crocifisso tra due “latrones” di fatto termine con il quale i romani definiscono quel gruppo di irriducibili che sono gli zeloti. Yeshua bar Abba è coerente con il personaggio del Gesù storico, come si deduce dagli evangelisti, ma uno sdoppiamento potrebbe essere arbitrario, voluto per rimarcare come il Bar Abba venisse salvato come uomo dal Cristo che si sacrifica per lui, prefigurando così la salvezza.

La spiegazione maggiormente adottata dalla ricerca storica è quella di matrice redazionale. Il cristianesimo fin da subito comincia ad allontanarsi dall’alveo del giudaismo.

Già la contrapposizione tra Paolo e Pietro ne è un esempio. Ma Paolo di Tarso è il fondatore del cristianesimo, lui giudeo e cittadino romano allo stesso tempo, è l’uomo che apre il messaggio gesuano ai non circoncisi e rende quella che all’inizio era una delle tante sette del giudaismo, ovvero i nazorei, una religione aperta a tutti. Queste dinamiche generano nel giudaismo contrasti e dispute, fino alla distruzione del tempio a Gerusalemme del 70.

I cristiani rompono con il giudaismo e devono convivere con il potere politico del tempo ovvero Roma. Ciò si evince dalla predicazione di Paolo. A livello redazionale far sì che fossero stati i giudei a voler libero un malfattore a dispetto del Cristo, li qualificava come rei di deicidio, liberando da quella responsabilità Roma, nella figura del suo governatore Pilato.

Marco Emilio Scauro. Il figliastro di Silla che odiava i Sardi

Un famoso processo portato avanti dai provinciali nei confronti di un cittadino romano è quello dei sardi contro Marco Emilio Scauro. Quest’ultimo apparteneva alla nobiltà romana e dopo essere diventato figliastro del dittatore Silla, grazie alle nozze della madre Cecilia Metella, si dedicò alla politica, iniziando la sua carriera politica ricoprendo l’incarico di edile.  

Nel 55 a.C divenne il governatore della Sardegna, amministrandola con disonestà e arroganza, tanto che i Sardi  si mobilitarono per portarlo dinnanzi ad un processo una volta che il suo mandato fu terminato. 

Marco Emilio Scauro infatti nel 54, lasciò l’isola per recarsi a Roma ed iniziare la sua campagna elettorale a seguito per la sua candidatura all’incarico di console per l’anno successivo; avendo infatti svolto precedentemente la carica di edile, essendo poi stato un funzionario amministrativo in oriente  alle dipendenze di Pompeo e avendo alle spalle un anno di governo di una provincia aveva la possibilità di candidarsi al consolato.  

La sua candidatura però fu fermata dall’accusa dei Sardi, che si fecero difendere a Roma dall’oratore Publio Valerio Triario. Se la difesa di quest’ultimo fallì, non fu soltanto perché a difendere la controparte era uno dei più famosi oratori romani, ossia Marco Tullio Cicerone, ma anche perché Triario commise il grave errore di non raccogliere delle prove  recandosi nella provincia di Sardegna e Corsica (le due isole infatti formavano un’unica provincia) per un totale di trenta giorni, come gli era stato suggerito ed autorizzato dal presidente del tribunale, il pretore M. Poncio Catone. Triario sosteneva che come prove gli sarebbero bastati i centoventi Sardi che si erano recati a Roma per sostenere l’accusa. 

Scauro dal canto suo si era affidato alle difese di ben sei avvocati, uno dei quali è il sopracitato Cicerone, che grazie alla sua orazione “Pro Scauro”, ci lascia la fonte che ci permette di conoscere questo avvenimento storico. Bisogna precisare un dettaglio su questa fonte: 

Il Pro Scauro è arrivato a noi molto frammentato, sono infatti descritti solo due dei tre crimini commessi dall’accusato, manca infatti il “crimen frumentarium”, ossia il reato di abuso nelle esazioni delle decime, che noi conosciamo grazie ad un’altra fonte proveniente  da Asconio, un letterato latino del I secolo, che commentò diverse orazioni di Cicerone, compresa quella del processo qui descritto. 

Unendo le due fonti conosciamo le tre accuse che i Sardi avanzarono nei confronti del loro governatore, ossia l’esazione di tre decime, l’omicidio di Bostare e l’abuso ed il maltrattamento di una donna, la sposa di Arine ( de Bostaris nece, de Arinis uxore et de decimis tribus). 

Bostare era un ricco abitante della città di Nora, che secondo Triario viene avvelenato da Scauro; Cicerone difende il suo cliente sostenendo che il governatore romano, non solo non provava nessun interesse ad uccidere quell’uomo, ma aggiunge che è stato ucciso dalla sua stessa madre. 

Per quanto riguarda l’accusa di mal trattamento alla donna, di cui non viene citato il nome ma viene descritta come la sposa di Arine, un altro abitante di Nora,  Triario afferma che la vittima, dopo i vari abusi da parte del governatore, si sia suicidata per la vergogna. Lo stesso Arine è presente al processo per testimoniare, ma ovviamente Cicerone difende il suo cliente sostenendo due affermazioni: 

in primis,  la moglie di Arine era talmente brutta e vecchia che in nessun caso avrebbe invogliato un nobile romano a desiderarne il corpo, ed inoltre sostiene che la donna si sia uccisa dopo aver scoperto che suo marito Arine aveva lasciato la città di Nora con la sua amante, nonché la madre di Bostare. 

In poche parole Cicerone, con la sua abilità di oratore, inventa e costruisce un’unica storia che permette di scagionare il proconsole  Scauro da ben due accuse, dicendo proprio che la madre di Bostare abbia ucciso suo figlio in quanto aveva scoperto la sua relazione extraconiugale con Arine, dopo che la moglie di quest’ultimo abbia preferito la morte all’abbandono da parte del marito. 

L’accusa più grave però, quella che effettivamente convince centoventi Sardi ad accusare il governatore, è l’esazione di ben tre decime in grano. Per legge i provinciali dovevano pagare una decima al governatore, ma Scauro ne pretese ben tre dagli abitanti di Nora, compiendo il reato di concussione, che per i Romani era molto grave. Cicerone in ogni caso, davanti a questa grave accusa  riuscì a difenderlo abilmente, dimostrando che tale insinuazione era falsa, in quanto era presentata da persone disoneste quali erano i Sardi. 

L’oratore provava un  profondo odio verso i Sardi, tanto da definirli in modo dispregiativo  “africani”, poiché secondo la sua teoria tale popolo  è diretto discendente dei peggiori Cartaginesi, che erano stati esiliati nell’isola sarda in quanto disprezzati nella loro stessa città.

Di conseguenza l’accusa di gente falsa, criminosa e peggiore degli stessi punici non poteva essere vera davanti a nessun cittadino romano, tantomeno dinnanzi ad un politico onesto quale era Scauro. Questo sentimento di odio e di disprezzo verso i Sardi emerge anche quando l’oratore definisce brutta e vecchia la moglie di Arine, descrivendo “orrenda” non solo la vittima in questione, ma tutte le donne sarde che non possono mai innescare attrazione nel cittadino romano.

Questa critica cosi pesante nei confronti dei Sardi, definendoli un popolo disonesto ed inaffidabile,  ma soprattutto il paragone con i  Punici riuscì a  convincere ben 62 giudici che votarono a favore di Scauro contro 8 che sostennero i Sardi, nel processo che si tenne il 2 settembre del 54 a.C.

Grazie all’abilità di Cicerone, i Sardi non ottennero nessuna giustizia, mentre Scauro vinse il processo, anche se la sua carriera politica finì, perché durante la campagna elettorale per la candidatura al consolato, lo stesso Triario lo accusò di corruzione, tanto che fu costretto a lasciare Roma.