lunedì 2 Marzo 2026
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LiDAR svela estesa rete stradale Romana in Gran Bretagna

In Devon e Cornovaglia, nel Sud Ovest della Gran Bretagna, gli archeologi dell’Università di Exeter hanno portato alla luce, per la prima volta, l’intera estensione di una rete stradale romana che collegava insediamenti significativi e forti militari in queste due contee, estendendosi fino alla più ampia provincia della Britannia. Questa scoperta è particolarmente rilevante perché, nonostante oltre settant’anni di studi accademici, le mappe pubblicate della rete viaria romana nel sud della Gran Bretagna sono rimaste sostanzialmente invariate, tutte concordi nell’indicare che a ovest di Exeter (l’antica Isca Romana), vi erano poche prove concrete di un sistema di strade a lunga percorrenza.

L’elemento che ha trasformato radicalmente questa comprensione è stata la recente disponibilità di una copertura completa di scansioni laser, raccolte nell’ambito del Programma Nazionale LiDAR (Light Detection and Ranging) dell’Agenzia per l’Ambiente. Questo programma è stato condotto tra il 2016 e il 2022 e ha coperto l’intera Inghilterra, con i dati resi disponibili attraverso la Piattaforma di Servizi Dati DEFRA. Il programma ha rivoluzionato la quantità di terreno mappato in Devon e Cornovaglia, che in precedenza si attestava solamente all’11%.

Inizialmente, il team di Exeter, lavorando con volontari pubblici, ha studiato le scansioni LiDAR ed è riuscito a mappare circa cento chilometri di strade aggiuntive. Tuttavia, il quadro generale rimaneva frammentato e discontinuo, con vaste aree della mappa prive di prove di strade romane. È qui che è intervenuto il dottor César Parcero Oubiña, specialista in tecnologie geospaziali applicate all’archeologia presso l’Istituto di Scienze del Patrimonio del Consiglio Nazionale delle Ricerche Spagnolo, che ha guidato la modellazione della rete. I ricercatori, tra cui il dottor Christopher Smart e il dottor João Fonte, specialisti in archeologia del paesaggio e del patrimonio dell’Impero Romano presso il Dipartimento di Archeologia e Storia di Exeter, hanno sviluppato un sofisticato modello predittivo di sistema informativo geografico (GIS) in grado di colmare in modo intelligente le lacune nella probabile disposizione della rete.

Questo modello ha utilizzato tecniche avanzate, come i “Percorsi a Costo Minimo” (Least Cost Paths), per calcolare i collegamenti ottimali tra due o più punti. Sono stati tracciati ‘nodi’ primari e secondari in tutte e due le contee. Questi nodi includevano fortificazioni militari permanenti, come i forti noti di Old Burrow e The Beacon a Martinhoe, e gli insediamenti di Exeter e North Tawton. Sono state poi calcolate le rotte più facili tra questi punti.

Uno dei risultati più sorprendenti rivelati dal modello è che, lungi dall’essere Exeter il principale centro nevralgico della rete, era invece North Tawton a sostenere connessioni strategicamente vitali con gli estuari soggetti a marea a nord e a sud di Bodmin e Dartmoor. Il team è tornato alle scansioni laser LiDAR e, grazie alle previsioni del modello, è stato in grado di identificare ulteriori tredici chilometri di strade romane entro una breve distanza da quanto predetto.

La fase finale della ricerca ha visto l’uso di reti di mobilità focale e corridoi di transito per estendere la rete stradale anche ad aree che si trovavano oltre i principali siti romani conosciuti nella regione. Questo ha suggerito l’esistenza di percorsi secondari o terziari alternativi al singolo percorso ottimale migliore. Tali estensioni hanno permesso di stabilire un certo numero di nuovi ‘punti terminali’, in particolare nell’estremo ovest della Cornovaglia e lungo la sua costa meridionale.

Per quanto riguarda la cronologia, il dottor Fonte suggerisce che la rete identificata sia probabilmente un amalgama di percorsi preistorici preesistenti, strade militari romane per campagne o ‘strade tattiche’ adottate formalmente nel sistema di comunicazione provinciale, e quelle costruite in tempo di pace in un contesto interamente civile. Questo modello evolutivo è sostenuto dal fatto che la rete non collega unicamente i forti romani e i loro entroterra direttamente – che sono spesso collegati da strade secondarie o di diramazione – ma appare servire uno scopo più ampio di quello richiesto dalla semplice fornitura militare.

La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Computer Applications in Archaeology, giunge alla conclusione che la motivazione principale per la creazione di questa rete era facilitare il transito di veicoli trainati da animali e aggirare quelle zone in cui era possibile il rischio di inondazioni. Il dottor Smart sottolinea che questa rete, identificata dalle scansioni e dalla modellazione GIS, può servire a prevedere la posizione di insediamenti che sono a noi ancora sconosciuti. Questa nuova prova archeologica per l’esistenza di una vasta rete stradale romana nel territorio dei Dumnonii impone una riconsiderazione del grado di investimento di capitale in infrastrutture e dello sviluppo di una gerarchia di insediamenti più complessa nel Sud Ovest britannico di epoca romana. La scoperta di North Tawton come nodo strategico e il tracciamento delle rotte fino all’estremo ovest della Cornovaglia modificano la percezione storica di quest’area come marginale, rivelando una regione con una pianificazione infrastrutturale molto più complessa di quanto precedentemente ipotizzato.

Dove sono finite le parti mancanti del Colosseo? Storia dei materiali scomparsi

A Roma, il Colosseo non cessa di suscitare domande e misteri. Fra questi, uno dei più affascinanti riguarda la sorte delle sue parti mancanti, un enigma che intreccia la storia dell’anfiteatro più celebre e la crescita della città nei secoli successivi alla caduta dell’Impero. Oggi chiunque si soffermi davanti all’imponente struttura può notare un vuoto evidente: la parte meridionale manca quasi completamente, mentre quella settentrionale si mostra ancora integra e riconoscibile nella sua grandiosità. Le ragioni di tale asimmetria vanno ricercate non solo nei crolli provocati da terremoti, ma soprattutto nei cambiamenti subiti da Roma tra Medioevo ed età moderna.

Le devastazioni iniziarono con le scosse sismiche, in particolare quelle tra il V e il VI secolo, che causarono gravi lesioni alle strutture che non poggiavano su solide fondamenta di roccia, soprattutto nel settore sudoccidentale. Le macerie si accumularono e la città, già avviata verso nuove esigenze urbanistiche, trovò in queste rovine una preziosa “riserva” di materiale edilizio. Il Colosseo divenne così un’enorme cava urbana: enormi blocchi di travertino furono asportati dalle arcate cadute per essere riutilizzati nella costruzione di palazzi nobiliari, basiliche, fragili tracciati stradali e strutture civili. Anche la celebre Basilica di San Pietro e il Palazzo Barberini devono parte dei loro materiali originari a queste spoliazioni.

Non solo la pietra trovò altri destini: le antiche grappe metalliche, che legavano i blocchi della facciata, furono divelte e fuse per realizzare armi e utensili già durante l’età medievale. Il monumento perse così gran parte del suo rivestimento originale, spogliato dal tempo e dagli uomini. Nei secoli tra il tardo Medioevo e il pieno Rinascimento, papi, aristocratici e persino artigiani romani si rifornirono senza scrupoli presso l’anfiteatro: Papa Nicolò V nel 1451 ne trasse in un anno almeno 2.500 carri colmi di travertino e tufo, trasportandoli nelle fornaci capitoline e rendendo il Colosseo vulnerabile e sfigurato rispetto alla sua originaria forma ovale.

Con il declino dell’Impero e la sempre crescente insicurezza politica, anche gli usi dell’anfiteatro mutarono profondamente. Nel corso del Basso Medioevo e nel Rinascimento, il monumento divenne gradualmente un luogo abitato e pieno di nuove funzioni: le sue arcate furono chiuse e suddivise in botteghe, artigiani e abitazioni. All’interno del Colosseo sorsero quartieri popolari, orti ed anche luoghi di culto, come la chiesa di San Giacomo e successivamente una cappella dedicata alla Madonna della Pietà. I potenti della città, come le famiglie Frangipane e Annibaldi, ne fecero una roccaforte militare, erigendo torri difensive e integrando le mura antiche con strutture più recenti per rafforzarne il carattere strategico e difensivo.

La progressiva appropriazione degli spazi e la trasformazione in fortificazione urbana andarono di pari passo con l’utilizzo spregiudicato dei materiali. L’anello esterno, che oggi si interrompe bruscamente soprattutto in corrispondenza di via di San Giovanni in Laterano e via dei Fori Imperiali, subì restauri già tra Sette e Ottocento, ma gli esperti sottolineano come questi interventi abbiano spesso cancellato tracce utili a comprendere le originarie tecniche costruttive e le trasformazioni storiche subite dal monumento romano per eccellenza.

Non minore è l’attenzione alla struttura sotterranea, dove le recenti campagne di scavo archeologico stanno riportando alla luce antichi corridoi e fondamenta che chiariscono ulteriormente le fasi di abbandono, le opere di restauro nei secoli e persino l’utilizzo pratico dei sotterranei durante i giochi gladiatori o le battaglie navali (naumachie). Alcuni blocchi rinvenuti venivano impiegati per sostenere il complesso sistema di pavimentazione mobile e le imponenti macchine sceniche. L’analisi degli ipogei offre un affaccio privilegiato sulle fasi domizianea e teodoriciana, che hanno segnato la storia e la funzionalità dell’edificio.

Sebbene la leggenda attribuisca la distruzione delle parti mancanti a invasioni barbariche o eventi catastrofici, la realtà storica parla di un progressivo smantellamento consapevole, riconducibile soprattutto alle scelte delle autorità e agli abitanti della città nel corso dei secoli. Oggi una visita al Colosseo significa interrogarsi su queste vicende, sulle mutazioni del paesaggio romano e su un passato fatto di recuperi, distruzioni e ricostruzioni. Il fascino dell’anfiteatro risiede anche in questi vuoti, simbolo di una Roma che nei secoli ha saputo reinventarsi tra memoria, necessità e potenti spinte di trasformazione urbana.

Egitto: Manufatto del I secolo con presunta citazione di Gesù

Al largo della costa egiziana, nelle acque dell’antico porto di Alessandria, è emerso un reperto che ha acceso un intenso dibattito tra gli studiosi di storia antica e di studi biblici. Si tratta di una ciotola di ceramica, soprannominata la “Coppa di Gesù” (o “Jesus’ Cup”), scoperta nel 2008 durante gli scavi condotti dall’archeologo marino francese Franck Goddio.

L’artefatto è stato recuperato in prossimità dell’isola sommersa di Antirhodos, che si ritiene fosse il luogo del palazzo di Cleopatra. La ciotola, sebbene manchi di un manico, è considerata ben conservata. La sua importanza cruciale risiede in un’iscrizione in greco che recita: “DIA CHRSTOU O GOISTAIS”. Alcuni specialisti hanno proposto di tradurre questa frase come “Attraverso Cristo il cantore”.

Se tale interpretazione fosse corretta, la ciotola potrebbe contenere il più antico riferimento conosciuto a Gesù Cristo al di fuori delle scritture cristiane. Ciò suggerirebbe che le narrazioni relative al ministero di Gesù si siano diffuse in Egitto entro pochi decenni dalla sua vita.

Il Nuovo Testamento offre un contesto cronologico rilevante: lo studioso Jeremiah Johnston ha suggerito che l’artefatto risalga probabilmente al primo secolo D.C., il periodo della crocifissione di Gesù. Johnston ha spiegato alla Trinity Broadcasting Network che la reputazione di Gesù era quella di guaritore, operatore di miracoli ed esorcista. Secondo Johnston, questo reperto fornisce prove di tale eredità. Egli ha anche osservato che, anche durante i soli tre anni del breve ministero di Gesù, altri invocavano il suo nome per il grande potere che esso possedeva.

Il contesto in cui la ciotola è stata ritrovata è significativo. Nel primo secolo, Alessandria d’Egitto era un cruciale crocevia spirituale. La città era un centro nevralgico dove le tradizioni ebraiche, pagane e protocristiane si mescolavano liberamente. In un ambiente così diversificato, le storie dei miracoli di Cristo sarebbero circolate ampiamente. Goddio stesso ha sottolineato come fosse molto probabile che ad Alessandria fossero a conoscenza dell’esistenza di Gesù, citando racconti di miracoli come la trasformazione dell’acqua in vino, la guarigione dei malati e la resurrezione.

Lo stesso Goddio ha ipotizzato che l’iscrizione potesse essere correlata alla divinazione. Ciotole analoghe sono state rinvenute insieme a statuette egizie utilizzate per la predizione del futuro, un rituale in cui l’olio veniva versato nell’acqua per invocare visioni. Invocare il nome di Cristo—già rispettato come operatore di miracoli—avrebbe potuto conferire maggiore autorità a tali riti.

Nonostante le affascinanti implicazioni, gli esperti rimangono profondamente divisi sul significato specifico della ciotola.

Alcuni studiosi propongono interpretazioni che non riguardano direttamente la figura storica di Cristo. Steve Singleton, per esempio, ha suggerito che il termine greco chrêstos significhi semplicemente “buono” o “gentile”. In base a questa lettura, l’iscrizione andrebbe tradotta come “[Dato] per gentilezza per i maghi”. Un’altra ipotesi è stata avanzata da György Németh dell’Università Eötvös Loránd, il quale ha proposto che la ciotola potesse essere stata usata per preparare unguenti. In questo scenario, Chrêstos o Diachristos farebbe riferimento a un balsamo per l’unzione piuttosto che a Cristo in persona.

Esistono anche interpretazioni che si concentrano su figure diverse. Bert Smith dell’Università di Oxford ha sostenuto che l’iscrizione potrebbe riferirsi a un uomo chiamato “Chrestos” collegato a una setta nota come Ogoistais. Klaus Hallof dell’Accademia di Berlino-Brandeburgo ha suggerito che il gruppo degli Ogoistais potesse essere legato ai culti di Hermes, Atena o Iside, facendo notare che le fonti antiche menzionano anche una divinità chiamata “Osogo” o “Ogoa”.

Indipendentemente da quale interpretazione prevarrà, se l’iscrizione si riferisse effettivamente a Gesù, il reperto rappresenterebbe una prova materiale significativa della sua figura. La scoperta della coppa di ceramica recuperata ad Alessandria evidenzia l’importanza cruciale della città come centro nevralgico di scambio culturale e religioso nei primi secoli dell’era volgare.

Stonehenge: nuova datazione svela l’origine delle pietre e il trasporto

La pianura di Salisbury, nel sud-ovest dell’Inghilterra, è stata teatro di una scoperta capace di far luce su uno dei monumenti più enigmatici della preistoria europea. Nel luglio 2025, un importante studio condotto da un team britannico ha rivelato dettagli cruciali sul trasporto dei giganteschi massi di Stonehenge. I ricercatori, attraverso analisi geologiche e tecniche multidisciplinari, hanno confermato che questi colossali blocchi non giunsero in loco tramite fenomeni naturali, ma furono trasportati intenzionalmente dagli uomini del Neolitico, mettendo in secondo piano le ipotesi che suggerivano il ruolo dei ghiacciai.

La chiave di volta è stata l’esame di uno dei massi più antichi del sito, il cosiddetto “masso Newall”, risalente a cinquemila anni fa e rinvenuto durante scavi storici. Studi approfonditi sulla composizione mineralogica hanno stabilito che è una riolite foliata, originaria della contea gallese di Pembrokeshire, distante oltre 225 chilometri dalla pianura di Salisbury. Questo dato si lega a evidenze analoghe già raccolte sulle cosiddette “bluestones” e sulle mastodontiche “sarsen”, pietre provenienti da regioni diverse della Gran Bretagna e trasportate per centinaia di chilometri con mezzi e tecnologie che rimangono oggetto di dibattito tra gli studiosi.

L’indagine ha preso in esame anche le leggende medievali, che attribuivano a giganti o al mago Merlino il compito di erigere il monumento. Le prove scientifiche, tuttavia, hanno spinto oltre la soglia del mito, restituendo ai costruttori del Neolitico una straordinaria capacità organizzativa. Le comunità che popolavano il Regno Unito cinquemila anni fa sarebbero riuscite a orchestrare il trasporto di massi dal peso di oltre 3,5 tonnellate attraverso paesaggi accidentati, utilizzando un sistema di slitte, rulli in legno e corde di cuoio. Elementi che testimoniano una lunga catena logistica, una rete di supporto con cibo, animali da traino e riparo lungo il percorso, e una conoscenza sorprendente della fisica applicata.

A rafforzare l’ipotesi umana si aggiunge la scoperta recente di un dente di bovino conservatosi perfettamente, rinvenuto nei pressi di Stonehenge e risalente alla stessa epoca della costruzione. Le analisi isotopiche hanno collegato il dente direttamente al Galles, suggerendo che il bestiame svolgesse un ruolo fondamentale nella migrazione dei massi, sia come fonte di nutrimento per i lavoratori, sia probabilmente come forza motrice per il trasporto stesso. Il viaggio delle pietre non fu dunque un mero spostamento di materiali, ma una vera e propria impresa collettiva che coinvolse uomini, animali e risorse su larga scala, confermando il valore simbolico che il sito riveste come luogo di incontro e cooperazione tra antiche popolazioni.

Tra le pietre che compongono la struttura, la cosiddetta “Pietra dell’Altare” merita particolare attenzione. Le recenti analisi mineralogiche hanno suggerito una provenienza ancora più lontana: il substrato roccioso della Scozia nord-orientale, a oltre settecento chilometri dalla pianura di Salisbury. Questo trasporto avrebbe richiesto una logistica ancor più sofisticata, con tecniche che gli archeologi cercano di decifrare studiando tracce di antichi sentieri, strumenti e resti di materiale organico. La presenza di questa pietra al centro del cerchio monumentale arricchisce il mosaico storico e geologico di Stonehenge, dando prova della sua unicità rispetto ad altri siti megalitici europei.

Sul piano simbolico, la recente ricerca ha rilanciato teorie che vedono Stonehenge come epicentro di una grande migrazione, e forse come luogo sacro dove popoli diversi convergevano. Il trasporto volontario dei massi da regioni lontane potrebbe riflettere non solo esigenze rituali e spirituali, ma anche volontà di unione tra comunità disseminate nelle isole britanniche. In questo senso, Stonehenge si ergerebbe a testimonianza della crescita sociale e culturale delle genti neolitiche europee, capaci di progettare, coordinare e portare a compimento opere straordinarie.

Al termine delle indagini, resta la meraviglia per una civiltà capace di compiere simili imprese con mezzi semplici, ma con una determinazione e un ingegno che lasciano ancora oggi senza parole. Gli archeologi continuano a sondare il passato di Stonehenge, affascinati dall’intreccio tra mito, storia e scienza, e dalla certezza che dietro ogni pietra si nasconde il racconto millenario di una comunità in viaggio.

Wyoming: mummie Edmontosauro con zoccoli, eccezionale scoperta paleontologica.

Nella Valle delle Mummie di Dinosauro, situata nel Wyoming, Stati Uniti, paleontologi hanno portato alla luce una scoperta che traccia nuovi confini nella conoscenza dell’evoluzione dei rettili preistorici. Due esemplari fossilizzati di edmontosauro, vissuti fra 69 e 66 milioni di anni fa, hanno rivelato una caratteristica mai osservata prima d’ora: la presenza di autentici zoccoli. Questo ritrovamento, frutto dell’analisi di reperti straordinariamente conservati, permette di aggiungere dettagli inediti sia alla morfologia degli adrosauridi sia alla comprensione delle strategie di adattamento di questi dinosauri erbivori.

L’edmontosauro, noto come uno dei giganti erbivori che solcavano le pianure nordamericane nel tardo Cretaceo, era già celebre tra gli studiosi per l’abbondanza e la qualità dei suoi fossili. Predato dal tirannosauro e coevo di altre celebrità del periodo come il triceratopo, questo animale poteva raggiungere i dodici metri di lunghezza e le cinque tonnellate e mezzo di peso. La sua appartenenza alla famiglia degli adrosauridi, conosciuti anche come dinosauri dal “becco d’anatra”, lo pone accanto a specie come il parasaurolophus o il più recente carioceco bocagei illustrato dal paleontologo italiano Filippo Bertozzo.

La straordinaria conservazione delle due “mummie”, come spesso vengono chiamati questi fossili che riportano tracce di pelle squamosa e strutture tegumentali generalmente perse nel processo di fossilizzazione, è il risultato di una spaventosa sequenza di eventi naturali. I giovani esemplari, secondo gli studi, perirono in seguito a una siccità che colpì la pianura alluvionale in cui vivevano. Pochi giorni dopo, le loro carcasse furono sepolte da una piena improvvisa che ne ricoprì i corpi di uno strato di argilla e detriti, preservando perfino i tessuti molli, le creste carnose e le strutture tegumentali – compresi gli zoccoli.

Questi ultimi, individuati sopra gli ungueali delle dita dei piedi posteriori, si manifestano come guaine di cheratina a forma di cuneo, dal fondo piatto, simili per estensione e dettaglio a quelli degli ungulati, sia preistorici che attuali. Il più grande degli zoccoli, appartenente al terzo dito, supera i quindici centimetri. Secondo il gruppo di ricerca guidato da specialisti dell’Università di Chicago e da enti scientifici statunitensi, la presenza di guaine cheratinizzate simili era stata ipotizzata in passate osservazioni su adrosauridi, ma mai prima d’ora queste strutture erano state svelate con tale precisione e completezza. Gli zoccoli, infatti, vanno oltre la semplice unghia, estendendosi proprio come negli ungulati di altre epoche e persino in quelli attuali.

La particolarità di questi fossili non si ferma agli zoccoli: i ricercatori, infatti, hanno documentato anche le creste carnose presenti su collo e tronco, le file di aculei interdigitali lungo i fianchi e la coda e cuscinetti digitali di sostegno. Il più giovane dei due edmontosauri era morto all’età di circa due anni, mentre l’altro aveva tra i quattro e i cinque anni. L’eccezionale stato di conservazione si deve a un processo di modellazione in ambiente argilloso, dove un sottilissimo strato di materiale inferiore al millimetro ha ricoperto il tegumento, permettendo che la “maschera esterna” di argilla preservasse il calco di tessuti e composti organici prima che si verificasse la decomposizione totale. Tale fenomeno era conosciuto prima solo in ambienti marini con assenza di ossigeno.

Questo risultato offre una prospettiva inattesa sull’anatomia degli adrosauridi e suggerisce che l’evoluzione degli zoccoli nei dinosauri potrebbe risalire addirittura al Giurassico. Dinosauri corazzati come stegosauri e anchilosauri, secondo gli autori della ricerca, possedevano ungueali a forma di vanga collegati a impronte rotonde delle dita, anticipando la comparsa delle strutture osservate negli esemplari di edmontosauro rinvenuti in Wyoming.

La Valle delle Mummie di Dinosauro si conferma così come una delle aree paleontologiche mondiali di maggior interesse, fin dai ritrovamenti del secolo scorso di triceratopi, tirannosauri e adrosauridi in condizioni di conservazione straordinarie. Le indagini sulle “mummie” continuano a regalare nuovi indizi sulle abitudini e sulle strategie di sopravvivenza di quei rettili che popolarono le Terre del Cretaceo. La descrizione di questa scoperta, pubblicata sulle pagine della rivista Science, testimonia come il lavoro multidisciplinare tra paleontologia e biologia anatomica possa ancora oggi portare a risultati sorprendenti, riavvicinando studiosi e appassionati al mistero della vita antica.

Pompei: situla egizia antica scoperta a Regio V con scene di caccia

Nell’area archeologica di Pompei, all’interno del Parco, le ricerche più recenti condotte nel settore della Regio V hanno restituito un reperto di straordinario interesse: una situla realizzata in pasta vitrea, decorata con raffinate scene di caccia in stile egizio, verosimilmente prodotta ad Alessandria d’Egitto e arrivata fino alla città vesuviana attraverso le fitte reti commerciali dell’Impero romano. Il vaso, rinvenuto nel cuore della cucina del Thermopolium, ossia la “tavola calda” dell’antichità, non era solo un ornamento, ma aveva trovato un nuovo impiego come utensile da cucina, testimoniando il carattere multifunzionale degli oggetti nel contesto pompeiano.

Gli scavi, avviati nel 2023 con l’obiettivo di migliorare la conservazione degli ambienti annessi al Thermopolium, hanno permesso di identificare diverse stanze di servizio e un piccolo appartamento al piano superiore, probabilmente abitato dai gestori dell’attività. Al piano terra, attiguo al locale principale, sono emerse le tracce di una stanza dotata di stufa e strumenti per la preparazione dei cibi, tra cui mortai e pentole, insieme a un gran numero di anfore vinarie provenienti da differenti regioni del Mediterraneo. Il contesto delle scoperte mostra una gestione funzionale degli spazi: accanto all’ingresso, affacciato sul vicolo del Balcone, era collocato un piccolo bagno; invece un’area veniva destinata allo stoccaggio delle anfore e dei contenitori per la conservazione dei liquidi. Il resto dello spazio, invece, custodiva oggetti utili alla lavorazione e alla conservazione degli alimenti.

Di particolare rilievo, tra i reperti, la situla in faience ornata con scene di caccia egizie, preziosa testimonianza della vivace circolazione di modelli figurativi e oggetti attraverso i confini dell’Impero romano, nonché dell’interazione tra culture diverse nell’ambiente urbano di Pompei. L’oggetto, solitamente associato agli spazi ornamentali di ville e giardini pompeiani, qui si trova al centro della quotidianità, legando la storia dell’estetica a quella della vita materiale. Le analisi attualmente in corso, intraprese dopo il restauro, potranno forse rivelare quali sostanze conservasse in origine, aggiungendo un importante tassello alle conoscenze sull’uso alimentare e rituale degli oggetti in epoca romana.

Al piano superiore, gli archeologi hanno individuato due piccole stanze, una delle quali impreziosita da decorazioni in IV stile con architetture prospettiche illusionistiche e un pavimento color giallo. L’arredo si componeva di mobili, alcuni probabilmente rivestiti con lastre di marmo policromo; inoltre, sono stati recuperati oggetti di uso personale conservati in cassapanche lignee finemente lavorate. Queste scoperte offrono uno sguardo concreto sulla vita dei gestori del Thermopolium, testimoniando come anche ambienti destinati alla frequentazione popolare potessero presentare elementi di gusto raffinato e testimoniare l’aspirazione a una certa rappresentatività sociale.

L’intervento di manutenzione straordinaria, con il restauro delle strutture murarie e delle decorazioni emerse nelle campagne precedenti, è stato affiancato dall’installazione di coperture amovibili pensate per proteggere gli ambienti dalle intemperie, tutelando al tempo stesso le preziose testimonianze materiali. Soluzioni che mirano ad armonizzare le esigenze di conservazione col rispetto del contesto archeologico, e ad aumentare la fruibilità pubblica mediante un sistema di illuminazione che valorizza i dettagli decorativi e permette l’ammirazione del sito nella sua interezza.

Secondo quanto dichiarato dal direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, il rinvenimento della situla e di altri oggetti “esprime una particolare creatività negli allestimenti degli spazi sacri e profani, come l’ara domestica e la cucina, e attesta la permeabilità dei gusti, degli stili e verosimilmente anche delle idee religiose nell’ambito romano”. L’importanza dell’oggetto, tuttavia, non si esaurisce nel suo valore artistico: la sua presenza in un contesto di vita “mediocre”, quale il retrobottega di una popina—una semplice rivendita di cibo e vino per il popolo—pone l’accento sul ruolo fondamentale delle classi medio-basse nella diffusione della cultura orientale e dei culti egizi, che, proprio grazie alla loro capillare presenza nel tessuto urbano, hanno contribuito alla vitalità religiosa dell’Impero e, successivamente, all’affermazione del cristianesimo.

Oltre all’indubbio valore storico-artistico, la scoperta si inserisce nel quadro degli studi sulla vita quotidiana a Pompei, offrendo nuovi spunti sulla connessione tra devozione, estetica e pratiche alimentari. Dall’eccezionale conservazione delle architetture e degli oggetti emerge la ricchezza delle relazioni culturali e commerciali, la varietà dei gusti e la mobilità sociale che caratterizzavano la città vesuviana poco prima della sua drammatica scomparsa. La situla decorata, passata dall’essere un raffinato oggetto ornamentale ad utensile di servizio, rappresenta un simbolo tangibile della mescolanza e del dinamismo con cui popoli e idee circolavano in quello straordinario crocevia che era Pompei.

Nuova mappa svela 300.000 chilometri di strade romane: la rete viaria dell’Impero era il 50% più estesa

Aarhus, Danimarca – Una nuova ricerca internazionale ha svelato che la rete stradale dell’antica Roma era molto più estesa di quanto si sia sempre ritenuto. Gli studiosi, al termine di un percorso durato cinque anni, hanno pubblicato una mappatura digitale che permette di seguire, quasi strada per strada, il vastissimo reticolo viario che univa città, villaggi, ville e fattorie dell’Impero romano. Secondo il nuovo studio, presentato in questi giorni e coordinato dall’archeologo Tom Brughmans dell’Università di Aarhus, la lunghezza complessiva delle strade supera di oltre il 50% le stime precedenti. Se fino a poco tempo fa si parlava di circa 188.555 chilometri, oggi la cifra sale a quasi 300.000 chilometri, spaziando dalla Spagna fin quasi alla Siria.

Il team, composto da archeologi di differenti atenei europei, si è basato non solo su fonti archivistiche come diari antichi, documenti storici e localizzazioni di pietre miliari, ma anche sull’analisi di rilievi fotografici aerei e immagini satellitari, incluse fotografie scattate da ricognizioni militari durante la Seconda Guerra Mondiale. La combinazione di questi metodi ha consentito di individuare percorsi nascosti e tratti dimenticati, rivelando le tracce lasciate sul terreno romano: leggere differenze nella vegetazione, impercettibili variazioni del suolo o cambiamenti nell’altimetria. Gli studiosi si sono dedicati a un vero “gioco continentale di unire i puntini”, collegando i dati e ricostruendo così una mappa che offre una visione inedita della connettività imperiale.

A differenza delle precedenti ricerche, concentrate soprattutto sui grandi assi viari menzionati dalle fonti classiche e noti come “autostrade dell’Impero”, la nuova mappatura si sofferma anche sulle strade secondarie, sulle vie rurali e sugli accessi a piccoli nuclei abitati o a insediamenti agricoli. Queste direttrici minori, seppur meno celebri, risultano fondamentali per comprendere i meccanismi dell’economia e della diffusione culturale nell’antichità, oltre che offrire preziose informazioni sulla vita quotidiana dei cittadini romani e delle popolazioni sottoposte al loro dominio. In molte aree del Mediterraneo, come in Nord Africa, nelle pianure della Francia o nel Peloponneso, i nuovi dati hanno permesso di colmare significative lacune.

La creazione della nuova mappa digitale, resa disponibile online per studiosi, insegnanti e appassionati, rappresenta una base fondamentale per ulteriori ricerche. La disponibilità del dato georeferenziato apre infatti nuove prospettive per lo studio della mobilità e delle relazioni tra le diverse aree dell’impero romano, agevolando confronti e analisi di dettaglio che finora erano impossibili da realizzare. Lo stesso Brughmans sottolinea che la possibilità di visualizzare i percorsi utilizzati da agricoltori, soldati, diplomatici e mercanti aiuta a comprendere meglio i grandi movimenti storici che segnarono la civiltà romana, come la diffusione delle nuove religioni o degli agenti patogeni.

Oggi si può affermare con maggior sicurezza che il reticolo romano non solo rappresentava un formidabile strumento di controllo e unificazione, ma costituiva anche il modello di base per molte delle strade ancora in uso in Europa e nel Mediterraneo. Le tecniche edilizie adottate dagli ingegneri romani, dagli archi per i ponti in muratura alle gallerie scavate nelle montagne, continuano a determinare la geografia e, in molti casi, a influenzare gli sviluppi economici e paesaggistici delle regioni coinvolte. Come sottolineato da uno degli autori dello studio, Adam Pažout dell’Università Autonoma di Barcellona, gli interventi realizzati quasi duemila anni fa tracciano ancora oggi i confini della modernità.

Un aspetto sottolineato dalla comunità scientifica riguarda la difficoltà di stabilire se l’intera rete sia mai stata attiva contemporaneamente. Secondo Benjamin Ducke dell’Istituto archeologico tedesco di Berlino, tra i limiti dello studio resta infatti l’incognita sull’uso effettivo e sulla simultaneità di apertura delle strade mappate. Rimane comunque il valore inestimabile della ricostruzione, che consentirà di esplorare con maggiore accuratezza i flussi di persone, merci e idee che hanno caratterizzato il periodo romano, promuovendo un approccio più dinamico e realistico alla conoscenza del passato.

Grazie a questa nuova mappa, studiosi e cittadini possono finalmente visualizzare con una precisione mai raggiunta prima il fitto intreccio di vie solcate nel corso dei secoli dagli antichi romani. Un reticolo che, attraverso il tempo e lo spazio, testimonia la capacità di progettazione, adattamento e resilienza di una delle civiltà più influenti della storia.

Itiner-e: Nuove Mappe Digitali Raddoppiano le Strade dell’Impero Romano.

Nel bacino del Mediterraneo, epicentro dell’Impero Romano, un nuovo progetto di ricerca ha gettato una luce inaspettata sulle immense infrastrutture che un tempo tenevano unito uno dei più grandi sistemi politici della storia umana.

Un consorzio di studiosi e specialisti in cartografia digitale, unito sotto il nome di progetto “Itiner-e”, ha recentemente svelato una mappa digitale ad altissima risoluzione della rete stradale romana, datata intorno all’anno 150 dopo Cristo. Questa meticolosa ricostruzione non rappresenta una semplice aggiunta ai dati esistenti, ma ridefinisce in modo sostanziale l’estensione e la complessità di ciò che i Romani avevano realizzato.

Fino a poco tempo fa, le stime più autorevoli, basate sull’analisi di fonti classiche come la Tabula Peutingeriana e l’Itinerario Antonino, indicavano che la lunghezza totale della rete viaria imperiale si aggirasse attorno ai 188.555 chilometri. Queste fonti, pur essendo preziose testimonianze del sistema di percorsi e stazioni, presentavano una rappresentazione spesso schematica e incompleta della realtà territoriale. La Tabula Peutingeriana, per esempio, sebbene fosse un documento pratico per i viaggiatori, funzionava più come un diagramma logistico che come una fedele carta geografica, condensando le distanze e tracciando percorsi in modo rettilineo anche laddove il terreno imponeva deviazioni significative. La sua natura di “carta autostradale” dell’antichità la rendeva utile per la navigazione, ma ingannevole per una misurazione geospaziale accurata della rete. Altri repertori, come l’Itinerario Antonino, si limitavano a elencare le stazioni di sosta e le distanze intermedie, fornendo un catalogo di dati anziché una rappresentazione visiva e topografica. È su questi limiti intrinseci delle fonti precedenti che il progetto Itiner-e è intervenuto, colmando un divario decennale nella ricerca.

Il team di Itiner-e, che include esperti di Artas Media e il contributo scientifico di MINERVA, ha adottato un approccio radicalmente differente. Combinando dati archeologici aggiornati, toponimi storici, indagini sul campo e, crucialmente, l’impiego di immagini satellitari e tecniche di modellazione geografica avanzate, gli studiosi sono riusciti a tracciare i percorsi effettivi delle strade con una precisione senza precedenti. Il risultato è un balzo quantico nella nostra conoscenza: la rete stradale complessiva dell’Impero Romano raggiunge ora i 299.171 chilometri, una cifra che si avvicina ai 300.000 chilometri e supera di oltre 100.000 chilometri le precedenti supposizioni, quasi raddoppiando l’estensione conosciuta.

Questo aumento impressionante non è dovuto alla scoperta di una singola autostrada monumentale rimasta sconosciuta, quanto a una ricostruzione più capillare e realistica delle vie secondarie e dei percorsi locali, spesso cruciali per connettere i centri minori. Una delle cause principali di questa espansione è la maggiore e più accurata copertura di regioni precedentemente sottostimate o marginalizzate nelle precedenti mappature, come l’intera Penisola Iberica, l’antica Grecia e, in particolare, l’area del Nord Africa, che si rivelano ora fittamente innestate nella grande rete imperiale. Nelle aree montuose, i modelli precedenti tendevano a semplificare i tracciati, disegnando linee ideali che ignoravano i tornanti e le serpentine necessarie per superare i passi. Utilizzando le immagini satellitari e la conoscenza del terreno, il progetto ha potuto ricostruire le curve reali imposte dalla conformazione orografica, aggiungendo chilometri preziosi e realistici al conteggio totale. Inoltre, sono state corrette le inesattezze derivanti dalle rappresentazioni schematiche del passato, che avevano distorto la lunghezza effettiva dei percorsi. La precisione topografica moderna ha quindi permesso di svelare la vera opera di ingegneria romana, abile nell’adattarsi alla natura.

L’implicazione di questa scoperta va ben oltre una semplice correzione numerica. La rete viaria romana, la famosa via, era il sistema nervoso dell’Impero, fondamentale per l’amministrazione, il commercio e la difesa. Questa nuova mappa digitale dimostra che l’Impero era un’entità ancora più profondamente interconnessa, dinamica e centralizzata di quanto si potesse immaginare. Una rete così estesa e fitta non era solo destinata alle legioni o ai corrieri imperiali, la cui velocità di spostamento era già leggendaria, ma facilitava in modo capillare il movimento di mercanti, coloni, persone comuni e la diffusione di idee, cultura e, naturalmente, del potere di Roma in ogni angolo delle province, assicurando l’uniformità e l’efficacia del governo centrale. Le strade erano l’espressione fisica del principio “tutte le strade portano a Roma”, una realtà logistica che ora è misurabile con maggiore accuratezza.

La possibilità di navigare in questo nuovo mondo romano è ora a disposizione di tutti attraverso lo strumento interattivo fornito dal progetto Itiner-e. Ad esempio, simulando un viaggio a piedi nell’antichità, si scopre che il percorso tra la città di Delfi e Atene in Grecia copriva circa 150 chilometri di strade romane, offrendo una prospettiva tangibile sulla logistica dei trasporti dell’epoca. Inoltre, l’analisi topografica suggerisce che le strade nelle aree ad alto traffico, come quelle che si estendevano nei pressi di città chiave come Timgad, nell’attuale Algeria, potevano essere strutturate in modo complesso, con corsie direzionali per gestire il flusso veicolare, a testimonianza di una sofisticata pianificazione del traffico e dell’ingegneria stradale che andava oltre la semplice pavimentazione di un percorso.

Questo ambizioso dataset non solo arricchisce il patrimonio di dati storici a disposizione degli archeologi e degli storici dell’antichità, ma funge da vero e proprio portale per il passato. Offre una lente più chiara per osservare e analizzare l’organizzazione territoriale, l’economia e la strategia militare di un impero che ha plasmato le fondamenta della civiltà occidentale. I percorsi dell’antica Roma continuano, a secoli di distanza, a stimolare nuove indagini e a guidare i ricercatori verso una comprensione sempre più profonda del mondo antico e delle sue straordinarie realizzazioni ingegneristiche e logistiche. Il lavoro del progetto Itiner-e evidenzia come l’integrazione tra l’archeologia tradizionale e le più moderne tecnologie digitali sia la chiave per rivelare la portata autentica e la brillantezza dell’ingegneria che unì tre continenti.

Olbia Provenza: scoperti riti e sepolture romane dal I al III secolo d.C.

A Olbia, nell’antica città situata oggi nella Francia meridionale, un’équipe di archeologi dell’Istituto Nazionale Francese di Ricerca Archeologica Preventiva ha portato alla luce oltre 160 sepolture a cremazione risalenti all’epoca romana, datate tra il I e il III secolo dopo Cristo. Lo scavo getta nuova luce sulle pratiche funerarie di una comunità che, sotto la dominazione romana, si distingueva per riti complessi e profondamente simbolici.

Lo studio ha permesso di ricostruire una sequenza rituale sorprendente. I corpi venivano posti sopra un supporto ligneo posizionato su una fossa quadrata. Durante la combustione, il telaio cedeva, permettendo ai resti di depositarsi naturalmente nel fossato sottostante. Il fuoco intenso generava effetti peculiari: oggetti in vetro si liquefacevano, quelli in bronzo si deformavano e i materiali ceramici si rivestivano di fuliggine, testimoniando la potenza e la durata dei roghi.

Al termine della cremazione, la gestione dei resti variava in base a dinamiche sociali o familiari della defunta comunità. Alcune fosse venivano semplicemente ricoperte con tegole e riempite di terra, mentre altre venivano invece svuotate e le ossa ridotte in piccoli cumuli o riposte in contenitori, dando origine a sepolture secondarie. Questa diversità nei trattamenti suggerisce una stratificazione sociale nella comunità romana di Olbia, ma anche una particolare attenzione ai significati della memoria e della commemorazione.

Un dettaglio di grande interesse riguarda la presenza di canali costruiti con frammenti di anfore. Questi permettevano l’offerta di libagioni liquide, come vino, birra o idromele, direttamente sulla tomba dei defunti durante alcune feste o celebrazioni in onore degli antenati. Si tratta di un elemento che conferma la persistenza di pratiche religiose collettive legate al culto dei morti e all’omaggio familiare, con la partecipazione delle comunità locali anche diversi anni dopo la sepoltura. Il gesto della libagione, carico di significato, rispondeva a una concezione della morte in cui il legame con il defunto continuava a essere coltivato attraverso rituali condivisi, mantenendo vivo lo spirito della tradizione romana.

I materiali ritrovati nelle fosse, dagli oggetti domestici ai recipienti per offerta, offrono nuove testimonianze sulla vita quotidiana e sulle credenze della società di Olbia. Il degrado subito dagli oggetti durante la cremazione restituisce un chiaro esempio di come il fuoco, elemento di purificazione ma anche di trasformazione definitiva, fosse considerato una soglia tra il mondo dei vivi e l’aldilà.

Le differenti tipologie di intervento sulle tombe – alcune coperte e sigillate con tegole, altre svuotate e sistemate – suggeriscono inoltre che le pratiche funerarie potevano essere influenzate da fattori come l’origine familiare, lo status sociale o particolari esigenze rituali. La presenza di sepolture con ossa raccolte in piccoli contenitori può rappresentare una scelta di particolare attenzione verso il defunto, forse riservata a personaggi di maggior prestigio o riconoscimento all’interno della comunità.

Questo nuovo scavo riveste un’importanza fondamentale anche per lo studio della presenza romana nel sud della Francia. Olbia, colonia romana fondata nel IV secolo a.C. e fiorente in età imperiale, costituiva un punto strategico nel sistema di scambi e relazioni del Mediterraneo occidentale. Le evidenze funerarie individuate danno forma concreta ai legami culturali e religiosi con Roma, e al contempo attestano l’interazione tra popolazioni locali e modelli imposti dalla romanizzazione, che si instauravano ma si adattavano alle specificità territoriali.

L’indagine archeologica ha consentito di ricostruire, attraverso rilievi stratigrafici e studio dei materiali, non solo il gesto funerario ma anche i processi di memoria, culto e identità comunitaria della città di Olbia in età romana. La scoperta delle libagioni, dei resti combusti e delle diverse pratiche di deposto offre nuovi scenari di interpretazione sulle forme di commemorazione e sugli aspetti più quotidiani delle credenze, restituendo una visione vivida del rapporto tra i vivi e i morti.

Le ricerche proseguiranno per approfondire sia la distribuzione spaziale delle tombe sia il contesto delle offerte trovate, con l’obiettivo di riconoscere eventuali differenze cronologiche e sociali. L’approccio multidisciplinare, che combina archeologia, antropologia fisica e analisi dei resti materiali, potrà offrire nuove risposte sulle dinamiche di una comunità che, nel corso dei secoli, ha lasciato tracce profonde non solo nel paesaggio ma anche nella memoria collettiva del territorio.

Queste sepolture restituiscono al passato la voce di una collettività che, attraverso la cura dei riti e la stratificazione delle pratiche commemorative, costruiva il proprio senso di appartenenza e trasmetteva valori, credenze e memoria da una generazione all’altra. Le scoperte di Olbia confermano quanto lo spazio funerario sia specchio della società e quanto le vicende delle comunità antiche possano ancora oggi restituirci insegnamenti preziosi sul modo di affrontare la morte, l’identità e il ricordo.

Peste Nera: nuovo studio rivela la datazione corretta della diffusione in Europa

Londra – Un nuovo studio condotto da esperti dell’Università di Exeter ribalta decenni di assunzioni sulla diffusione della peste nera nel XIV secolo, portando alla luce un clamoroso errore di interpretazione alla base di una delle narrazioni storiche più radicate in Eurasia. Mentre molte rappresentazioni moderne della grande pestilenza la descrivono come una calamità che si diffuse a velocità vertiginosa lungo la Via della Seta, distruggendo comunità da oriente a occidente nell’arco di pochi anni, questa convinzione sarebbe il frutto di una lettura superficiale e fuorviante di un testo arabo del Trecento.

Alla base delle ricostruzioni storiche più citate c’è infatti una maqāma, opera letteraria composta tra il 1348 e il 1349 ad Aleppo dallo storico e poeta Ibn al-Wardī. L’autore, attingendo a una delle forme narrative più amate dalla letteratura araba medievale, attribuiva alla peste i tratti di una figura beffarda e viandante in grado di sconvolgere i destini dei popoli attraversando intere regioni. In realtà, la maqāma – genere letterario che dal XII secolo si fece strada nelle corti mamelucche e ancora oggi è custodita nei manoscritti delle maggiori biblioteche – si distingue per l’uso di uno stile ricercato, caratterizzato da rime e giochi di parole, e per la propensione a raccontare storie di abili imbrogliatori e viaggiatori, più vicine alla finzione che alla cronaca.

Tuttavia, a partire dal XV secolo, diversi cronisti arabi e, in seguito, numerosi storici europei fraintesero profondamente il testo di Ibn al-Wardī. Prendendo alla lettera la narrazione del poeta, interpretarono la descrizione poetica come un resoconto documentato del tragitto percorso dalla peste: dalla Cina, attraverso l’India, l’Asia centrale e la Persia fino ai porti sul Mar Nero e sul Mediterraneo, e infine verso l’Egitto e il Levante. Questo equivoco è giunto fino ai giorni nostri, diventando il fondamento della cosiddetta “teoria della rapida diffusione” che sostiene che il batterio responsabile della morte nera si sarebbe spostato per oltre tremila chilometri nel giro di appena quindici anni.

Gli studiosi coinvolti nella nuova ricerca hanno evidenziato come, a differenza di quanto si credeva, la maqāma di Ibn al-Wardī fosse tutt’altro che una cronaca fedele. L’opera, infatti, venne concepita per essere ascoltata integralmente in un’unica sessione pubblica, offrendo agli uditori un’espressione creativa e allegorica delle paure collettive e delle incertezze vissute in anni di devastazione. L’interpretazione letterale di un testo pensato per stupire e coinvolgere, e non per documentare, ha avuto conseguenze dirompenti sugli studi successivi.

Il lavoro condotto dal dottorando Muhammed Omar, in collaborazione con il docente Nahyan Fancy, si sofferma sulle origini e la diffusione di questa narrazione: una rete ramificata, nella quale tutte le strade conducono a un solo testo, che si trova al centro di una fitta trama di miti storici. Numerose testimonianze coeve, inclusi altri esempi di maqāma sulla peste scritti nello stesso periodo, non supportano in alcun modo la presunta sequenza degli eventi proposta da Ibn al-Wardī e poi ripresa in chiave storica.

Questo nuovo approccio offre agli studiosi la possibilità di approfondire il significato di focolai epidemici precedenti, come quello di Damasco nel 1258 o quello di Kaifeng tra il 1232 e il 1233, rimasti per lo più in ombra dai racconti sul “grande balzo” della metà del XIV secolo. Le esperienze vissute in occasione di questi precedenti traumi collettivi e la loro rielaborazione nella memoria degli intellettuali arabo-islamici diventano così fondamentali per cogliere le strategie di resilienza e di adattamento sviluppate dalle società di allora.

La ricerca rivela anche un aspetto più intimo: l’importanza della creatività come strumento di sopravvivenza psicologica. Nei momenti di crisi profonda, le comunità hanno affidato alla narrazione, alla letteratura e ad altre forme artistiche il compito di esorcizzare le paure e recuperare un senso di controllo sul destino collettivo. In modo non dissimile da quanto accaduto negli ultimi anni, quando durante la pandemia da Covid-19 molte persone si sono dedicate alla cucina, alla scrittura o all’arte, anche nel Trecento la produzione di maqāma offriva una preziosa via di fuga dalla realtà opprimente della peste.

Oggi questa nuova lente di analisi permette di riflettere non solo sui meccanismi attraverso cui si costruiscono i miti storici, ma anche sul valore della letteratura come testimonianza preziosa delle emozioni, delle speranze e delle strategie di fronteggiamento che determinano la tenuta dei popoli di fronte alle grandi calamità.