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Caverna svela le pratiche degli aborigeni di 25.000 anni fa

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A CLOGGS CAVE, nell'entroterra carsico dell'East Gippsland in Australia sud-orientale, un consorzio di accademici in perfetta sinergia con la GunaiKurnai Land and Waters Aboriginal Corporation ha dissotterrato una narrazione botanica silente, incisa a imperitura memoria nelle ceneri del tempo. Questo maestoso recesso di calcare, profondamente incastonato nelle viscere della terra a diciassette metri di altezza sulla piana del fiume Buchan, custodisce le inestimabili vestigia di occupazioni umane continue. Le indagini stratigrafiche, condotte con meticolosa precisione nei pozzetti archeologici denominati P35 e R31, hanno. . .

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Il Settimo Accampamento: l’assedio romano in Cantabria

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A LA LOMA, nel nord della Spagna, il suolo continua a svelare le imponenti tracce di una delle più brutali e sistematiche operazioni di assedio dell'antichità classica. L'identificazione di un nuovo accampamento legionario romano, precedentemente ignoto agli studiosi, sta radicalmente trasformando la percezione accademica riguardante le proporzioni del contingente impiegato durante le celebri Guerre Cantabriche. Le indagini archeologiche in corso, promosse e guidate con rigore filologico dall'Istituto Monte Bernorio per lo Studio dell'Antichità Cantabrica, istituzione altrimenti nota con l'acronimo IMBEAC, in stretta sinergia accademica con. . .

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Ipazia di Alessandria. Così destra e sinistra politicizzano l’antica filosofa

Alessandria, primi mesi del 415. Una donna attraversa la città in carrozza, il chitone bianco, il passo di chi sa di essere ascoltata. Intorno a lei una città intera trattiene il fiato, spaccata tra il palazzo del prefetto e la cattedrale del patriarca, tra fazioni che da mesi si misurano a colpi di tumulti, sassaiole e processioni. Ipazia insegna filosofia, matematica, astronomia. Ha allievi che diventeranno vescovi e funzionari imperiali. È la mente più rispettata della città. Di lì a poco una folla la trascinerà dentro una chiesa e la ucciderà con una ferocia che le fonti antiche faticano a raccontare.

Questa è la scena. Ma è anche il punto in cui finisce la storia e comincia qualcos’altro.

Perché di Ipazia, oggi, non discutiamo quasi mai la vita. Discutiamo l’uso. Non la filosofa, ma l’icona. Ogni campo politico e culturale la riscrive a propria immagine e somiglianza: martire della ragione per gli uni, vittima del caos dei tempi per gli altri, simbolo femminista per chi cerca un’antenata, pretesto polemico per chi si sente sotto assedio. In sedici secoli Ipazia è diventata tutto, tranne che se stessa.

Questo articolo prova a fare due cose insieme. Prima rimettere in fila i pochi dati solidi sulla Ipazia storica, quelli che reggono al di là del mito. Poi osservare come quella manciata di fatti sia stata trasformata in bandiera identitaria contemporanea, e che cosa quella trasformazione dice di noi più che di lei.

Una filosofa ad Alessandria, non un’eroina fantasy

Ipazia nasce ad Alessandria tra il 350 e il 370, figlia di Teone, matematico e astronomo legato al Museo, la grande istituzione del sapere ellenistico ormai al tramonto. Eredita dal padre il mestiere e lo supera in fama. È una filosofa neoplatonica, una matematica, un’astronoma; soprattutto è un’insegnante di élite, attorno a cui ruota un circolo di allievi colti e socialmente influenti. Le sue opere sono andate quasi tutte perdute, ma sappiamo che lavorò su commenti a Diofanto, Apollonio e Tolomeo, il cuore della scienza esatta del suo tempo. Tra i suoi studenti c’è Sinesio di Cirene, che diventerà vescovo cristiano e continuerà a scriverle lettere affettuose e deferenti. Già questo basta a complicare il quadro: la sua scuola non era un’enclave di pagani contro cristiani, ma un ambiente misto, dove la fede di ciascuno contava meno della qualità del pensiero.

E la città in cui vive, Alessandria del V secolo, è una città esplosiva. Comunità religiose in conflitto permanente, pagani, ebrei e cristiani, dentro un equilibrio che salta di continuo. Su questo sfondo si consuma una rivalità precisa, quella tra l’autorità civile e quella religiosa: da un lato Oreste, prefetto imperiale appena convertito al cristianesimo ma geloso delle proprie prerogative; dall’altro Cirillo, patriarca ambizioso, deciso a fare della Chiesa alessandrina il vero potere della città. Ipazia non è una spettatrice. È vicina a Oreste, è consultata, è ascoltata; e questo la colloca, già nel suo tempo, dentro la politica. Era una donna di potere intellettuale in una città dove il potere si stava ridisegnando con la violenza.

Nella primavera del 415 corre la voce che sia proprio lei a impedire la riconciliazione tra il prefetto e il patriarca. La voce basta. Un gruppo di fanatici legati all’ambiente del patriarcato la intercetta per strada, la trascina dentro una chiesa, la denuda e la massacra; poi ne fa scempio del corpo e lo brucia. La responsabilità è intrecciata: c’è il fervore religioso, c’è il calcolo politico, c’è la lotta per il controllo della città. Vale la pena dirlo con chiarezza, perché è qui che il mito moderno comincia a torcere i fatti: non fu una crociata contro la scienza, e non fu Ipazia a custodire una Biblioteca che era già scomparsa da tempo. Fu una lotta di fazione che travolse una figura simbolica. Significativo che la fonte più vicina, lo storico Socrate Scolastico, fosse a sua volta cristiano e condannasse senza appello quell’omicidio come una vergogna che ricadeva sull’intera Chiesa alessandrina.

È su questo terreno, molto meno romantico del mito, che andremo a costruire le letture moderne.

La martire della scienza che piace alla sinistra

Nella vulgata laica e progressista Ipazia diventa qualcosa di molto più maneggevole della filosofa neoplatonica: è la «prima scienziata donna», uccisa da monaci furiosi perché osava pensare. La ragione contro la superstizione, il sapere contro il dogma. Il parallelo è quasi automatico e quasi sempre esplicito: Ipazia, Galileo, Giordano Bruno, una sola linea che arriva fino alle battaglie di oggi su laicità, diritti civili, autonomia delle donne sul proprio corpo. È sempre la stessa storia, dice questo racconto. Ed è esattamente la sua forza.

Sui social la complessità evapora del tutto. Restano i meme, le citazioni apocrife (Ipazia non ha mai scritto la maggior parte delle frasi che le vengono attribuite), le immagini di una giovane donna luminosa contrapposta a un clero maschile e cupo. Lo slogan si riduce all’osso: «Ipazia, uccisa dalla Chiesa perché pensava». Il film Agora di Alejandro Amenábar, nel 2009, ha fissato questa immagine nell’immaginario di massa con la forza che solo il cinema possiede, al prezzo di parecchie libertà rispetto alle fonti.

È una storia forte, lineare, facilissima da raccontare e da ricordare, che rafforza l’identità laica nel suo confronto storico con l’istituzione ecclesiastica. E costruisce un ponte emotivo tra ieri e oggi: se la stessa logica oscurantista attraversa i secoli, allora la battaglia di Ipazia è anche la nostra.

In realtà però spariscono molte realtà storiche. Spariscono Oreste e la lotta tra potere civile e religioso, sparisce la politica cittadina, sparisce l’impero, spariscono le sfumature interne al cristianesimo, a partire da quel Socrate Scolastico che il delitto lo condannò. Un conflitto di potere viene riscritto come fiaba morale, buoni razionali contro cattivi religiosi. La domanda non è se questo racconto sia efficace, perché lo è moltissimo. La domanda è se possiamo permetterci di tenere insieme la sua efficacia narrativa e la complessità di ciò che davvero accadde.

Quando anche i cristiani vogliono tenersi Ipazia

Ipazia di Alessandria insegna filosofia davanti alla cattedrale, tra allievi e chierici cristiani, con iscrizione greca sullo sfondo

Di fronte a un mito così potente, una parte del mondo cristiano e conservatore reagisce con una contro-operazione speculare. La prima mossa è ridimensionare: era un’epoca violenta, quelle non erano vere logiche cristiane ma eccessi di fanatici, e comunque la responsabilità di un gruppo esaltato non può ricadere sulla Chiesa come istituzione. È un’argomentazione che ha una sua solidità storica, perché distinguere un atto isterico da una dottrina è legittimo, ma rischia di scivolare nella deresponsabilizzazione quando dimentica che quei fanatici si muovevano dentro un clima alimentato anche dall’alto.

La seconda mossa è più sottile e più interessante: recuperare Ipazia. Se amava il logos, la ragione, l’ordine intelligibile del mondo, allora non era affatto nemica del cristianesimo «vero»; semmai ne anticipava l’aspirazione a una fede ragionevole, conciliabile con il pensiero. Alcune letture la presentano come vittima del caos politico più che della religione, sostenute peraltro dal dettaglio non trascurabile che il suo allievo Sinesio fosse cristiano e che lei stessa vivesse senza attriti in un ambiente confessionalmente misto. Ipazia smette di essere un atto d’accusa e diventa un’alleata postuma.

La terza mossa rovescia il tavolo. Il discorso vira su un’altra accusa: il vero odio ideologico, oggi, sarebbe quello anticristiano, che usa Ipazia come pretesto per colpire la Chiesa. Il campo che si percepisce assediato trasforma allora Ipazia in un cavallo di Troia del nemico laicista, in un’arma retorica da disinnescare prima ancora che da capire.

Si difende l’immagine della Chiesa e si protegge un’eredità storica che il mito anticlericale tende a caricaturare. Ma il prezzo è simmetrico a quello pagato dall’altro campo: si rischia di diluire il ruolo concreto del fanatismo religioso e di sterilizzare una vicenda che, presa sul serio, interroga davvero il rapporto tra fede, potere e violenza. Per non farsi togliere Ipazia, la si addomestica.

Ipazia non voterebbe né Meloni né Schlein

Tutte queste operazioni hanno un meccanismo comune, e ha un nome: presentismo. È l’abitudine di leggere il V secolo con le lenti del XXI, di proiettare sul passato le nostre categorie, le nostre fazioni, i nostri schieramenti. Chiedersi se Ipazia fosse «di destra» o «di sinistra» è, alla lettera, una domanda priva di senso, perché quelle coordinate non esistevano e descrivono un mondo che lei non avrebbe riconosciuto. Eppure è una domanda rivelatrice, non di lei ma di noi: dice esattamente quali sono le caselle dentro cui non riusciamo a non infilare tutto.

La politica contemporanea usa il passato come un catalogo di immagini pronte all’uso. Martiri della scienza, santi della tradizione, ribelli femministe ante litteram: ce n’è per ogni esigenza identitaria. Ipazia funziona come un brand, non come un oggetto di ricerca. La si sceglie per quello che evoca, non per quello che fu, e la si consuma in un’immagine che conferma chi la espone.

Non è sola in questo destino. Dante viene arruolato a turno da chiunque cerchi un’identità nazionale o un padre nobile. Costantino è insieme il fondatore dell’Europa cristiana e il cinico stratega del potere, a seconda di chi lo cita. Francesco d’Assisi è il santo della povertà evangelica per alcuni e l’ecologista ante litteram per altri, fino a figure ben più recenti tirate da destra e da sinistra a colpi di citazioni selettive. Il meccanismo è sempre identico: si prende una figura abbastanza grande e abbastanza lontana, e la si riempie del significato che serve.

Più che capire Ipazia, usiamo Ipazia per confermare ciò che già pensiamo su scienza, Chiesa, donne e potere. Il passato non è uno specchio neutro, è uno specchio della nostra polarizzazione: ci restituisce, ingrandita, la lite che già stavamo facendo. E forse il dato più imbarazzante è che funziona benissimo proprio perché di Ipazia, in fondo, sappiamo abbastanza poco da poterci scrivere sopra quasi tutto.

Se smettessimo di usarla e provassimo ad ascoltarla

Piazza deserta di Alessandria d'Egitto all'alba, dopo il linciaggio di Ipazia, con mantello, mappa e rotoli abbandonati

Resta un paradosso. Tra la martire anticlericale e la vittima del «caos dei tempi», la figura storica di Ipazia finisce per restare quasi invisibile, schiacciata tra due usi che la riguardano solo di sbieco. È contesa da tutti e ascoltata da nessuno.

Forse l’unico modo adulto di trattare il passato è proprio questo: non negare la sua forza simbolica, che è reale e legittima, ma riconoscere il momento in cui smettiamo di fare storia e cominciamo a fare politica. Le due cose non sono illegittime, ma sono diverse, e confonderle non aiuta a capire né l’una né l’altra.

Presa sul serio, e non come bandiera, Ipazia diventa allora qualcosa di più utile di un’icona: un laboratorio per ragionare su tre nodi che non si sono mai sciolti. Il rapporto tra sapere e potere, e che cosa accade quando chi sa si avvicina troppo a chi comanda. Il ruolo delle donne nello spazio pubblico, e il prezzo che ancora possono pagare per occuparlo. Il confine, sempre poroso, tra fede e violenza, e la responsabilità di chi alimenta un clima senza voler vedere dove conduce.

Torniamo per un istante ad Alessandria. La folla che si disperde, il silenzio che cala dopo il linciaggio, la città che il giorno dopo riprende le sue liti come se nulla fosse. È in quel silenzio che vale la pena fermarsi, prima di issare l’ennesima bandiera. E lasciarsi alle spalle una sola domanda, la più scomoda di tutte: quando diciamo «Ipazia era dei nostri», chi stiamo davvero difendendo, lei o noi stessi?

Iberia: scoperto il campo romano dei Ceretani

Al COLLET DE JOVELL, nell'antica regione della Cerdagna, le tracce sepolte dell'imperialismo di Roma emergono dai boschi appartenenti ai Pirenei per riscrivere in modo definitivo le cronache della conquista iberica. La parabola dell'assoggettamento della Penisola Iberica non fu in alcun modo un processo rapido o incruento, bensì una sanguinosa operazione militare protrattasi per innumerevoli generazioni. Da quando le prime legioni repubblicane sbarcarono a Emporion nel 218 a.C., inaugurando la lunga e faticosa marcia verso l'egemonia territoriale, le tribù autoctone opposero una. . .

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Devon: scoperta villa romana con mosaico storico

Nel Devon, tra i floridi insediamenti agricoli di Halberton e Sampford Peverell, le indagini stratigrafiche hanno svelato i resti monumentali di una villa romana di proporzioni inedite per l'intera regione. Il rigoroso progetto accademico, coordinato dai ricercatori della University of Exeter in stretta collaborazione con gli specialisti di Cotswold Archaeology, ha dischiuso un capitolo di fondamentale importanza per la comprensione della «romanizzazione» nelle province occidentali dell'Impero. Questa lodevole iniziativa di ricerca, nota istituzionalmente come progetto SHARE e sostenuta finanziariamente dal fondo The National Lottery Heritage. . .

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Le tecniche di Stalin per riscrivere la memoria

Un vecchio militante è certo di un dettaglio: in una celebre fotografia, accanto a Lenin, c’era anche un altro dirigente, quello che oggi è diventato il traditore per eccellenza. Lo ricorda con precisione, l’ha vista decine di volte quella foto. Ma l’edizione ufficiale ora in circolazione non mostra più nessuno accanto a Lenin: al posto dell’uomo cancellato c’è una colonna, un muro, lo sfondo vuoto. Il militante guarda, riguarda, e comincia a chiedersi se non sia lui a sbagliarsi, se quel ricordo così nitido non sia in fondo un’illusione. Oppure, in una sala riunioni, un compagno deve applaudire la confessione pubblica di un amico che sa innocente, e che pure si accusa di crimini incredibili con voce ferma. Applaudendo, qualcosa dentro di lui si incrina.

Sono scene minime, prive di sangue visibile, e proprio per questo rivelatrici. Perché lo stalinismo non si limitò a reprimere, a deportare, a uccidere, cose che pure fece su scala spaventosa. Fece qualcosa di più sottile e, sotto un certo aspetto, di più profondo: costruì un ambiente in cui diventava razionale dubitare dei propri ricordi e affidarsi alla versione ufficiale. Non solo ti puniva se ricordavi la cosa sbagliata, ma ti portava, lentamente, a non fidarti più della tua stessa memoria, a considerare la verità del partito più solida di ciò che avevi visto con i tuoi occhi.

La tesi di questo articolo è che il tratto più impressionante di quel sistema non sta in ciò che fece ai corpi, ma in ciò che fece alle menti. È una storia di ingegneria della realtà, di tecniche per riscrivere il passato e il presente fino a rendere il dubbio su se stessi una forma di lealtà al potere. Vale la pena ricostruirla, perché illumina un meccanismo che riguarda non solo un’epoca lontana, ma il modo stesso in cui la memoria umana può essere piegata.

Quando la Storia cambia edizione ogni anno

Il primo strumento di questa ingegneria fu la riscrittura sistematica del passato. Le fotografie venivano ritoccate per cancellare le persone cadute in disgrazia: chi era stato fotografato accanto ai capi spariva dalle immagini, sostituito da uno sfondo neutro, come se non fosse mai esistito. Ritratti epurati, gruppi che si assottigliavano edizione dopo edizione, dirigenti che svanivano nel nulla. E non erano solo le immagini: i manuali di storia venivano riscritti, le opere dei padri fondatori della rivoluzione ripubblicate in versioni «aggiornate», con prefazioni e note che cambiavano linea a seconda di chi fosse in auge e di chi fosse caduto.

Le biografie dei dirigenti subivano metamorfosi vertiginose. Un uomo celebrato come eroe della rivoluzione poteva diventare, nel giro di pochi mesi, un traditore, un agente nemico, una nullità da espungere; oppure poteva semplicemente scomparire, evaporare dai libri e dalle cronache come se la sua esistenza fosse stata un errore tipografico. E intorno a queste trasformazioni si esigeva la cosa più difficile: fingere che fosse sempre stato così, che quell’uomo fosse stato da sempre un nemico, che la linea attuale fosse l’unica mai esistita. Si raccontava un celebre espediente editoriale: agli abbonati a una grande enciclopedia venivano spedite pagine sostitutive da incollare sopra le voci dedicate a personaggi caduti in disgrazia, così da riscrivere fisicamente i volumi già in casa, cancellando l’esistente.

Il punto chiave di tutto questo è di una logica spietata. Se il passato muta di continuo, se la storia cambia edizione ogni anno e ogni anno smentisce quella precedente, allora l’unico passato «vero» disponibile diventa quello sancito oggi dal partito. La memoria personale, fissa e testarda, finisce per risultare inaffidabile proprio perché non si adegua: ricordare le versioni precedenti diventa un difetto, un residuo da correggere. Chi controlla il passato, in questo sistema, non si limita a interpretarlo: lo fabbrica e lo rifabbrica, rendendo chi ricorda un sopravvissuto di un mondo che ufficialmente non c’è mai stato.

Non puoi sfuggire alla versione ufficiale

A questa riscrittura del passato si affiancava una propaganda totale del presente, pensata per non lasciare alcuno spiraglio. La stessa narrazione veniva ripetuta ovunque, con variazioni minime: sui giornali, alla radio, nei cinegiornali proiettati prima dei film, sui manifesti affissi nelle strade e nelle fabbriche, nei romanzi che dovevano esaltare il lavoro e la costruzione del socialismo, nelle canzoni. Da qualunque parte ti voltassi, la voce era una sola, e diceva sempre la stessa cosa.

Al centro di questa saturazione stava la figura del capo, eretta a oggetto di un culto pervasivo. Padre del popolo, genio di tutti i tempi e di tutti i popoli, guida infallibile: il suo volto era ovunque, nei ritratti appesi negli uffici e nelle case, nei discorsi, nelle celebrazioni di massa, nelle citazioni obbligatorie che dovevano aprire ogni intervento. Non c’era ambito della vita pubblica in cui la sua presenza non fosse imposta, ricordata, ribadita.

L’effetto era quello della saturazione totale, e funzionava in modo subdolo. Quando l’unica storia che senti, dalla mattina alla sera, da ogni fonte possibile, è quella ufficiale, e nessuna voce diversa riesce a raggiungerti, accade qualcosa nella mente: anche i dubbi interiori cominciano a sembrarti anomalie, devianze private da nascondere e di cui vergognarsi. Non avendo alcun riscontro esterno, alcun altro che pensi come te, il tuo dissenso interno si fa sospetto ai tuoi stessi occhi. Forse, ti dici, il problema sei tu. La propaganda totale non vince soltanto occupando lo spazio pubblico: vince colonizzando quello privato, facendo sentire chi pensa diversamente solo e in errore.

Se lui confessa, forse mi sbaglio io

Vecchio dirigente confessa crimini davanti a un tribunale sovietico, sotto un manifesto contro i nemici del popolo e un grande ritratto di Stalin, mentre gli imputati in sala ascoltano a testa bassa

Lo strumento forse più devastante di questa ingegneria furono i grandi processi degli anni Trenta. Sul banco degli imputati comparivano vecchi dirigenti della rivoluzione, figure storiche, uomini che avevano fatto la storia del movimento, e questi uomini confessavano. Confessavano crimini assurdi, improbabili, spesso fisicamente impossibili: complotti con potenze straniere, sabotaggi, tradimenti pianificati da anni. E lo facevano in pubblico, davanti a un tribunale, con processi trasmessi e pubblicati nei minimi dettagli, perché tutti potessero leggere e ascoltare quelle autoaccuse.

Accanto ai processi spettacolari operava, in modo capillare, la pratica dell’autocritica. Nelle cellule di partito, nelle riunioni, ci si doveva accusare dei propri errori ideologici, ammettere «deviazioni», riconoscere di aver sbagliato. E spesso si trattava di ammettere come errore ciò che fino a poco prima era stato la linea ortodossa, la posizione corretta da difendere. La verità di ieri diventava la colpa di oggi, e bisognava confessarla come tale, con apparente sincerità.

Il risultato psicologico di tutto questo era micidiale. Se chi ha vissuto direttamente gli eventi, chi c’era, chi sa, ne dà una versione opposta a quella che tu ricordi, e per giunta lo fa apparentemente in modo spontaneo, accusandosi da sé, allora il problema sembra essere la tua memoria, non il sistema. Come puoi fidarti del tuo ricordo, se il protagonista stesso lo smentisce? La confessione altrui diventa così uno strumento per disarmare la certezza propria. Chi assisteva era costretto a una scelta interiore lacerante: credere ai propri occhi e alla propria memoria, e sentirsi pazzo e solo contro tutti, oppure cedere, concludere di essersi sbagliato, e arrendersi alla versione ufficiale. Il sistema spingeva con tutto il suo peso verso la seconda opzione.

Sapere troppo (o ricordare troppo) può uccidere

A rendere tutto più efficace c’era un fattore brutale e concretissimo: la paura. In quel mondo, ricordare era pericoloso. Chi conservava memoria delle vecchie linee politiche, dei vecchi alleati poi diventati nemici, delle posizioni che cambiavano, sapeva che ogni dettaglio poteva trasformarsi in materiale d’accusa, contro altri e contro se stesso. Ricordare troppo, sapere troppo, significava possedere informazioni potenzialmente letali.

Da qui nasceva una pervasiva cultura del sospetto e della delazione, in cui chiunque poteva denunciare chiunque, e in cui un’osservazione fuori posto, un ricordo condiviso con la persona sbagliata, potevano costare la libertà o la vita. La conseguenza logica era il silenzio: meglio non parlare, meglio non ricordare ad alta voce, meglio non avere opinioni personali su eventi del passato che potessero contraddire la versione corrente. Tacere era la prima difesa.

Ma il meccanismo andava più in profondità del semplice silenzio esteriore. Per sopravvivere davvero in un ambiente simile non bastava tacere: conveniva indurre in sé una rimozione attiva, una autocensura che operasse non solo sulle labbra ma sui pensieri. Si finiva per evitare perfino di pensare certe cose, di ricordarle a se stessi, perché un pensiero non formulato è un pensiero che non rischia di sfuggire. E così, a forza di non dire e di non pensare, molti arrivavano al punto di non sapere più con certezza che cosa pensassero davvero. La memoria, sentita come un rischio, veniva volontariamente lasciata atrofizzare. L’autocensura interiore completava l’opera della censura esterna.

Dire sempre le stesse frasi finché non pensi più

Un alleato silenzioso di questo sistema fu il linguaggio. Si era affermata una sorta di lingua di legno, un repertorio fisso di formule che dominavano ogni discorso politico: l’inevitabilità storica del processo in corso, i nemici del popolo da smascherare, le deviazioni da condannare, la linea corretta incarnata dal capo. Espressioni che si ripetevano identiche, in ogni discorso, articolo, riunione, fino a diventare suono automatico più che pensiero.

La ripetizione continua di questi slogan e di questi termini aveva un effetto preciso: sostituire i concetti complessi con etichette vuote, pronte all’uso, che dispensavano dal ragionare. Definire qualcuno «nemico del popolo» chiudeva ogni discussione; parlare di «inevitabilità storica» rendeva superfluo analizzare cause ed effetti. Il vocabolario ufficiale offriva una casella già pronta per ogni cosa, e quelle caselle rendevano difficilissimo, quasi impossibile, formulare un pensiero divergente, perché mancavano semplicemente le parole per dirlo. Il pensiero critico ha bisogno di un linguaggio articolato; privato di quel linguaggio, si spegne.

E qui sta il legame con la memoria. Se il tuo repertorio verbale è interamente allineato al vocabolario ufficiale, se le uniche parole che hai a disposizione per descrivere il passato sono quelle fornite dal potere, allora anche i tuoi ricordi devono piegarsi a quelle categorie. Non puoi ricordare un dirigente come «un compagno stimato» se l’unica espressione disponibile per lui è «traditore»; non puoi pensare a una vecchia linea politica come «ragionevole» se la sola parola ammessa è «deviazione». Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la incasella, e incasellandola la riscrive. Chi controlla le parole con cui ricordi, controlla anche ciò che puoi ricordare.

Quando la finzione condivisa diventa più forte della realtà

Folla sovietica applaude in una piazza durante una parata di propaganda, con enorme ritratto di Stalin e striscioni che inneggiano al partito e alla vittoria del comunismo

C’è un livello ulteriore, e forse il più sofisticato, in cui questo sistema operava: la distinzione tra credere e fingere di credere. Non tutti, naturalmente, erano sinceramente convinti. Molti, nel privato della propria mente o tra le mura di casa con i più fidati, pensavano cose diverse da quelle che erano costretti a proclamare in pubblico. Esisteva una doppia verità, quella che si poteva pensare e quella che si doveva dire.

Si potrebbe credere che questa doppiezza limitasse l’efficacia della propaganda, che il dissenso privato ne riducesse la presa. Ma sul lungo periodo accadeva il contrario, e questo è il punto più contro-intuitivo. La finzione condivisa, anche quando nessuno o quasi vi crede fino in fondo, finisce per strutturare il mondo reale. Se tutti intorno a te recitano la stessa storia, se tutti applaudono le stesse confessioni e ripetono gli stessi slogan, e se chi smette di recitare semplicemente sparisce, allora il costo di fidarsi dei propri ricordi e di agire di conseguenza diventa insostenibile. Non importa più che cosa pensi davvero: conta che cosa fai, e che cosa fanno tutti gli altri.

La propaganda, in questo senso, non funziona soltanto perché convince. Funziona perché coordina il comportamento. Ti abitua a trattare come vero, nei gesti quotidiani, ciò che è utile al potere, indipendentemente da ciò che credi nel tuo intimo. E a forza di comportarti come se la versione ufficiale fosse vera, di recitarla giorno dopo giorno, anno dopo anno, il confine tra il far finta e il credere si assottiglia fino a sparire. La maschera, indossata abbastanza a lungo, aderisce al volto. La finzione condivisa, recitata da tutti, diventa alla fine più forte e più reale della realtà privata di ciascuno, che si fa sempre più fioca, incerta, indistinta.

Lo stalinismo come manuale estremo di controllo della memoria

Rimettiamo insieme i fili di questa ingegneria della realtà. La cancellazione fisica delle persone dalle immagini e dalle storie; la riscrittura continua di libri, biografie e manuali; i processi spettacolari e l’autocritica che insegnavano a non fidarsi della propria memoria; la paura e la delazione che rendevano il ricordare un rischio mortale; il linguaggio codificato che spegneva la possibilità stessa del pensiero divergente; la finzione condivisa che coordinava i comportamenti fino a sostituire la realtà. Messi insieme, questi strumenti compongono qualcosa che assomiglia a un manuale estremo di controllo della memoria collettiva e individuale, un esperimento totale su quanto sia manipolabile ciò che crediamo di sapere.

Senza cadere in parallelismi grossolani, che sarebbero ingiusti verso la specificità e l’orrore di quel regime, è difficile non cogliere qualche eco nel nostro presente. La possibilità di modificare archivi digitali con un clic, cancellando o alterando ciò che è stato; le campagne coordinate che fanno apparire un’opinione molto più diffusa di quanto sia; l’informazione filtrata da algoritmi che decidono cosa vediamo e cosa no, costruendo per ciascuno una versione diversa della realtà. Non sono affatto la stessa cosa dello stalinismo, e sarebbe sciocco e offensivo sostenerlo. Ma toccano la stessa materia delicata: il rapporto tra ciò che ricordiamo, ciò che ci viene mostrato e ciò di cui possiamo fidarci.

Resta, alla fine, la lezione più inquietante. Il volto peggiore dello stalinismo non sta solo in ciò che fece ai corpi, nelle vite spezzate e nei milioni di morti, per quanto questo resti il suo crimine fondamentale e incancellabile. Sta anche in ciò che fece alle menti: nel riuscire a trasformare il dubbio su se stessi in una forma di lealtà al potere. Quando un sistema arriva a convincerti che fidarti dei tuoi ricordi è un atto di slealtà, e diffidare di te stesso un dovere, allora ha vinto la sua battaglia più profonda, quella che si combatte non nei campi, ma dentro la testa di ogni singola persona.

Legio IV Flavia Felix: storia della legione

La Legio IV Flavia Felix è una delle legioni «flavie» create da Vespasiano nel 70 d.C., all’indomani della guerra civile dell’Anno dei quattro imperatori. Nacque dalle ceneri della disciolta Legio IV Macedonica, colpevole di aver sostenuto Vitellio contro lo stesso Vespasiano, e ne prese il nome dinastico, Flavia. Stanziata prima a Burnum in Dalmazia e poi a Singidunum, l’odierna Belgrado, la legione partecipò alle guerre daciche di Domiziano e Traiano, alle guerre marcomanniche e a diverse campagne orientali, restando attiva sul Danubio fino alla prima metà del V secolo. Il suo emblema era il leone, tuttora riprodotto sul vessillo della legione custodito da Trizio Editore.

Origini della Legio IV Flavia Felix

Il contesto: la rivolta batavica e la sfiducia di Vespasiano

La nascita della legione si colloca nel clima turbolento seguito alla guerra civile del 69, l’anno dei quattro imperatori. Durante la rivolta dei Batavi la IV Macedonica aveva combattuto per Vespasiano contro Giulio Civile, ma l’imperatore diffidava di quei soldati, che due anni prima avevano sostenuto Vitellio. Per eliminare il rischio di nuove defezioni, Vespasiano scelse la via più drastica: sciogliere l’unità sospetta e riorganizzarne i veterani in una legione completamente nuova.

Edizione da collezione

Il vessillo della Legio IV Flavia Felix

Porta nella tua collezione l’emblema della legione danubiana di Vespasiano: il leone dorato della Legio IV Flavia Felix, ricostruito su base storico-filologica e disponibile su stendardo, acrilico o tela con cornice in noce.

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Dalla IV Macedonica alla nuova Quarta «Flavia»

Vespasiano non si limitò a rinominare la legione, ma la ricostituì formalmente, imponendo ai legionari un nuovo giuramento di fedeltà alla propria gens. Il nome Flavia richiamava direttamente la dinastia dell’imperatore, in una logica di legittimazione dinastica simile a quella che secoli dopo useranno anche i Severi con le proprie legioni. La costituzione della nuova unità fu supervisionata da Gneo Giulio Agricola, il futuro conquistatore della Britannia.

Nome, titoli onorifici ed emblema della legione

Vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix con legionari in schieramento presso accampamento fortificato

Il significato di «Flavia Felix»

Il cognome Flavia è un titolo dinastico puro, che lega la legione al nome della famiglia imperiale dei Flavi. L’appellativo Felix («fortunata») venne probabilmente concesso in un momento successivo, forse in relazione ai primi successi ottenuti in Dalmazia.

I titoli «Pia Fidelis» e «VI Pia VI Fidelis»

Sotto Traiano la legione avrebbe ricevuto anche l’epiteto Pia Fidelis («devota e fedele»), un riconoscimento che comportava non solo prestigio ma anche doni imperiali in denaro e armi. Il titolo fu rinnovato più volte nel corso del III secolo: un antoniniano di Gallieno porta la legenda «LEG IIII FL VI P VI F», che attesta il conferimento dell’appellativo «sei volte devota, sei volte leale».

L’emblema del leone

L’emblema della Legio IV Flavia Felix era il leone, simbolo tanto diffuso da far ipotizzare agli storici che la legione fosse stata costituita in piena estate, tra luglio e agosto del 70. Questo emblema è oggi riprodotto fedelmente nel vessillo della legione realizzato da Trizio Editore, un oggetto che restituisce visivamente l’identità simbolica dell’unità.

Le campagne militari della Legio IV Flavia Felix

Le guerre daciche di Domiziano e Traiano

Trasferita sul Danubio dopo l’invasione dacica dell’86, la legione partecipò alla spedizione punitiva di Domiziano contro re Decebalo, distinguendosi nella battaglia di Tapae. Un decennio più tardi fece parte dell’esercito di Traiano che portò alla conquista definitiva della Dacia, costruendo la propria fortezza legionaria a Berzobis.

Le guerre marcomanniche e la campagna partica di Lucio Vero

Alcuni distaccamenti della legione furono inviati in Oriente nel 165 per la campagna partica di Lucio Vero, mentre il grosso dell’unità restò impegnato sul Danubio durante le guerre marcomanniche di Marco Aurelio. Fu in questo periodo che vessillazioni della legione presidiarono anche Aquincum, l’odierna Budapest, in sostituzione della II Adiutrix.

Il III secolo: Severi, Massimino Trace e Decio

Dopo la morte di Pertinace la legione appoggiò Settimio Severo contro i rivali Pescennio Nigro e Clodio Albino. Tracce della sua presenza emergono anche durante la campagna germanica di Massimino Trace del 235 e nelle guerre di Decio contro i Gepidi, mentre alcuni reparti avrebbero combattuto pure contro i Sasanidi in Oriente.

Basi, spostamenti e guarnigioni

Legionario con vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix davanti alla fortezza di Singidunum sul Danubio

Burnum, la prima base in Dalmazia

La legione fu inizialmente stanziata a Burnum, l’odierna Kistanje in Croazia, dove sostituì la XI Claudia lungo il confine tra i Liburni alleati di Roma e i Dalmati ostili. Fu probabilmente in questa fase, coronata da successi militari, che ottenne l’appellativo Felix.

Da Berzobis a Singidunum

Dopo la conquista traianea della Dacia, la legione costruì e presidiò la fortezza di Berzobis, prima di essere richiamata a Singidunum sotto Adriano, nel 118/119. Singidunum, l’odierna Belgrado, divenne la base permanente della legione, pur con vessillazioni distaccate ad Apulum, Naissus e Ulpiana nei Balcani.

Struttura interna e comando della Legio IV Flavia Felix

Il comando senatorio e i legati noti

A differenza delle legioni partiche di Severo, la IV Flavia Felix mantenne la struttura tradizionale con un legatus legionis di rango senatorio. Tra i comandanti noti figura Gaio Ottavio Tidio Tossiano Lucio Giavoleno Prisco, giurista destinato a diventare una delle massime autorità del diritto romano di epoca traianea.

La vita di frontiera sul Danubio

Come molte legioni danubiane, la IV Flavia Felix operò per secoli in un contesto di romanizzazione consolidata, ben diverso dalla frontiera orientale estrema della I Parthica. La sua presenza a Singidunum, punto strategico sulla via che conduceva al confine danubiano, ne fece un caposaldo stabile della difesa balcanica.

Fonti antiche e studi moderni sulla Legio IV Flavia Felix

Epigrafia e monumenti funerari

La conoscenza della legione si basa in larga parte su testimonianze epigrafiche, come la stele funeraria di Marco Aurelio Bito, soldato della legione, rinvenuta a Belgrado e decorata con leoni in riferimento all’emblema dell’unità. Iscrizioni relative alla legione sono state rinvenute anche a Nazareth, segno della mobilità dei suoi distaccamenti verso le province orientali.

Numismatica e Notitia Dignitatum

Sul piano numismatico, un antoniniano di Gallieno documenta direttamente il titolo onorifico «VI Pia VI Fidelis» attribuito alla legione. Per la fase tardoantica resta fondamentale la Notitia Dignitatum, che colloca ancora la legione in Mesia Superiore nella prima metà del V secolo.

Ultime attestazioni e destino tardoantico

La lunga permanenza in Mesia Superiore

A differenza di unità come la I Parthica, costrette a ripiegamenti drammatici sotto la pressione sasanide, la IV Flavia Felix rimase stabilmente in Mesia Superiore fino alla prima metà del V secolo, senza subire gli sconvolgimenti dei fronti orientali. La sua storia illustra così un modello diverso di sopravvivenza legionaria, legato alla stabilità relativa del limes danubiano rispetto a quello mesopotamico.

Una legione tra Occidente e Oriente

Nata in Dalmazia, radicata sul Danubio e occasionalmente impiegata in Oriente, la legione rappresenta un caso di unità «di cerniera» tra i due grandi fronti dell’Impero. Le sue vicende nel III secolo, dai Germani agli Alemanni fino ai Gepidi, mostrano la versatilità richiesta alle legioni danubiane in un’epoca di crisi multiple.

Eredità e percezione moderna della Legio IV Flavia Felix

Legionario con vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix davanti alla fortezza di Singidunum sul Danubio

Il fascino della legione oggi

La Legio IV Flavia Felix ha conosciuto una popolarità inattesa grazie al cinema: è la legione raffigurata nella scena di apertura del film Il Gladiatore, dove il generale Massimo Decimo Meridio guida la campagna contro i Marcomanni. Il suo emblema, il leone, resta uno dei simboli legionari più immediatamente riconoscibili ed è oggi riprodotto fedelmente nel vessillo storico curato da Trizio Editore.

Perché studiare la IV Flavia Felix

Studiare questa legione significa osservare la politica dinastica dei Flavi, la gestione delle unità «di sostituzione» dopo una guerra civile, e la lunga storia del fronte danubiano tra I e V secolo. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «quarte» o con le unità partiche troverà spunti utili negli articoli dedicati alla Legio I Parthica e alle altre legioni imperiali, unità che condividono epoche diverse ma raccontano insieme l’evoluzione dell’esercito romano.

Domande frequenti (FAQ)

Chi fondò la Legio IV Flavia Felix? La legione fu costituita dall’imperatore Vespasiano nel 70 d.C., riorganizzando i veterani della disciolta IV Macedonica.

Perché si chiama «Flavia Felix»? Il cognome Flavia richiama la dinastia dell’imperatore fondatore, mentre Felix («fortunata») fu probabilmente aggiunto dopo i primi successi in Dalmazia.

Qual era l’emblema della Legio IV Flavia Felix? L’emblema era il leone, riprodotto anche nel vessillo storico della legione.

Dove era di stanza la Legio IV Flavia Felix? Fu inizialmente a Burnum in Dalmazia, poi a Berzobis in Dacia e infine, in modo permanente, a Singidunum in Mesia Superiore.

Contro chi combatté la Legio IV Flavia Felix? Combatté contro i Daci sotto Domiziano e Traiano, contro le tribù germaniche nelle guerre marcomanniche, e occasionalmente contro Parti e Sasanidi in Oriente.

Fino a quando esistette la Legio IV Flavia Felix? È attestata dalla Notitia Dignitatum ancora attiva in Mesia Superiore nella prima metà del V secolo.

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