A Cartagena, in Spagna, la straordinaria abilità tecnica degli artigiani attivi alla fine del I secolo emerge ancora oggi con una raffinatezza sorprendente, a duemila anni di distanza. Lo dimostra lo studio delle pitture parietali della Domus di Salvio, tra le meglio conservate dell’antica Carthago Nova, che ha portato alla luce un procedimento molto evoluto per l’uso del cinabro: un minerale prezioso e delicato, noto all’epoca come «oro rosso».
A questa conclusione è arrivato uno studio multidisciplinare realizzato da esperti del Dipartimento di Preistoria, Archeologia e Storia Antica dell’Università di Murcia e del Dipartimento di Chimica Organica dell’Istituto Chimico per l’Energia e l’Ambiente (IQUEMA) dell’Università di Córdoba. Grazie a un ampio ventaglio di analisi, i residui rinvenuti nella domus hanno rivelato una combinazione di pigmenti mai osservata prima nella penisola iberica, l’antica Hispania. Finora, l’unico confronto noto arriva da Efeso, nell’attuale Turchia.
I ricercatori José Rafael Ruiz Arrebola e Daniel Cosano Hidalgo, insieme agli archeologi Gonzalo Castillo Alcántara, Alicia Fernández Díaz e José Miguel Noguera Celdrán, hanno pubblicato i risultati dello studio sulla rivista npj Heritage Science. La ricerca, in continuità con altri lavori dedicati al mondo romano, ha permesso di chiarire sia la composizione delle malte sia la natura precisa dei residui di pigmento. Per farlo, gli studiosi hanno utilizzato tecniche come la diffrazione a raggi X e la spettroscopia Raman, che consente di identificare i composti chimici osservando il modo in cui interagiscono con la luce.
I risultati confermano anzitutto che la Domus di Salvio doveva appartenere a una famiglia molto agiata, capace di sostenere i costi elevati di materiali da costruzione e decorazione particolarmente pregiati. Ma l’analisi dei pigmenti ha suggerito agli studiosi anche un’altra possibilità: oltre alla ricchezza dei proprietari, a fare la differenza fu probabilmente l’altissimo livello di competenza degli artigiani che lavorarono nella domus.
Per il bianco, ad esempio, gli artigiani usarono il carbonato di calcio; il nero si otteneva dal carbone; il giallo dalla goethite, mentre per il verde venne scelta la glauconite, accompagnata da tracce di «blu egizio». Si tratta del primo pigmento sintetico creato dall’uomo, un materiale raro e prestigioso che, all’epoca, rappresentava un autentico simbolo di status.
Il rosso, però, è l’elemento più interessante. Questo colore era ottenuto mescolando cinabro e ossido di ferro. Il secondo era un materiale economico, usato comunemente nelle botteghe per creare sfumature rossastre. Il cinabro, invece, era molto più prezioso e costoso, tanto da dover essere fornito direttamente dal committente. Lo studio ha confermato che unire i due pigmenti era una pratica diffusa: permetteva di ridurre le spese senza rinunciare alla brillantezza del cinabro, sfruttandolo al meglio.
L’aspetto davvero nuovo e sorprendente, però, non riguarda tanto la miscela in sé, già conosciuta, quanto il modo in cui fu applicata sulle pareti della Domus di Salvio.
Analizzando i campioni con la microscopia elettronica a scansione, i ricercatori hanno scoperto che la miscela usata per ottenere l’intenso rosso delle pareti non veniva stesa direttamente sulla superficie. Prima si preparava il muro con uno strato di base, una sorta di imprimitura, realizzato con goethite gialla.
Non si trattava di una scelta casuale. Il cinabro, infatti, tende a scurirsi quando è esposto alla luce, all’umidità o a sostanze caustiche. Secondo gli autori dello studio, gli artigiani avrebbero quindi applicato lo strato di goethite proprio per proteggere la miscela a base di calce e ossido di ferro, probabilmente con una funzione stabilizzante. In questo modo riuscivano non solo a usare meno cinabro, aumentandone la resa sulla superficie, ma anche a conservarne più a lungo il colore e l’aspetto originario.
L’uso di una tecnica così raffinata rivela un livello di competenza davvero eccezionale da parte degli artigiani. Per ottenere un simile risultato, dovevano conoscere a fondo i materiali, gli effetti prodotti dalle loro combinazioni e i metodi di applicazione più efficaci. Secondo gli studiosi, questo sapere non era improvvisato: probabilmente esistevano veri e propri ricettari e botteghe specializzate in cui tali conoscenze venivano elaborate, trasmesse e condivise. Una tradizione tecnica che, con ogni probabilità, andava ben oltre i confini di Carthago Nova e dell’intera Hispania.
L’analisi archeometrica, mettendo insieme discipline che sembrano lontane come la chimica e l’archeologia, offre nuovi strumenti per interpretare i resti del passato. Scoperte di questo tipo aiutano a completare il quadro che emerge dal confronto tra le fonti classiche — come Vitruvio o Plinio il Vecchio — e le testimonianze materiali restituite dagli scavi. Ne risulta un’immagine della pittura romana molto più complessa di quanto si possa pensare: non una semplice decorazione, ma il frutto di una conoscenza tecnica e chimica sorprendentemente avanzata.
La storia della musica occidentale ha radici molto più antiche di quanto si pensi. Non comincia con Bach o Palestrina, né con i canti del Medioevo o i trovatori provenzali. Le sue origini teoriche e pratiche risalgono alla Grecia antica, tra il V e il IV secolo a.C., quando filosofi, poeti e musicisti diedero vita a una rivoluzione silenziosa, ma destinata a durare per millenni.
Lo dimostrano gli studi di Annie Bélis, ricercatrice al C.N.R.S. e docente presso l’École pratique des Hautes Études di Parigi. Nei suoi seminari del 1997-1998, la studiosa ha approfondito tre temi centrali della musicologia antica: il cosiddetto «nuovo» ditirambo, il Trattato d’armonica di Aristosseno di Taranto e Euripide come compositore.
Tre argomenti diversi, ma uniti da un filo comune: il tentativo di una civiltà intera di capire la natura del suono e di trasformarla in sistema, in conoscenza razionale.
La rivoluzione del nuovo ditirambo
Il ditirambo — in greco antico διθύραμβος — era, nelle sue origini, un canto corale dedicato al dio Dioniso. Poesia, musica e danza si fondevano in un’unica espressione artistica e religiosa: cinquanta cantori formavano il coro, guidati da un solista — l’exarchōn — che impersonava la divinità. La danza era circolare e coinvolgente, i cantori portavano ghirlande, e la voce del corifeo si alzava sopra il gruppo, creando un’esperienza di totale immersione.
Secondo Erodoto, fu Arione di Metimna — vissuto tra il 625 e il 585 a.C. circa — a dare al ditirambo una struttura letteraria definita, trasformandolo da canto improvvisato in genere compiuto e presentandolo a Corinto. In seguito, Laso di Ermione lo portò ad Atene, dove i concorsi tra le dieci tribù della città ne fecero un pilastro della vita civica e religiosa, a partire dal 509 a.C..
È nel V e nel IV secolo a.C. che il ditirambo subisce una trasformazione profonda, diventando il campo di sperimentazione delle avanguardie musicali greche. Questo fenomeno, noto come «nuovo» ditirambo, rappresenta una delle rivoluzioni estetiche più radicali dell’antichità: per la sua portata, può essere paragonato alle grandi rotture del Romanticismo o alle avanguardie del Novecento.
I protagonisti di questa svolta sono due: Cinesia di Atene e Timoteo di Mileto. I loro nomi compaiono in un frammento del Chirone di Ferecrate, commediografo attico, citato da Plutarco nel trattato Sulla musica (1141 E-F). Il passo descrive con tono satirico le innovazioni introdotte da Cinesia nella tradizione musicale — innovazioni che i contemporanei vissero come una vera e propria aggressione all’ordine sonoro consolidato.
Questo frammento è stato analizzato nel dettaglio da Annie Bélis, che ha messo a confronto le principali traduzioni del testo: quella di Théodore Reinach (1900), Ingemar Düring (1945), François Lasserre (1954) e Andrew Barker (1984).
Cinesia di Atene e il linguaggio del rovesciamento
I versi 10-12 del frammento di Ferecrate sono stati a lungo interpretati come un riferimento alle immagini speculari riflesse negli scudi — kathapèr en tais aspisin, «come negli scudi» — a indicare che in Cinesia «la destra è a sinistra», cioè tutto è rovesciato.
Annie Bélis propone però una lettura diversa e più convincente: si tratta di un gioco di parole sul titolo di un’opera di Cinesia chiamata «Gli scudi», che potrebbe essere stata un ditirambo oppure una danza armata, la pyrrhiché — già considerata scandalosa ai tempi delle Rane di Aristofane (verso 153).
Il significato si ribalta con un’elegante trovata filologica: «tutto ciò che è (a)dretto vi è sinistro». Una battuta che esprime insieme un giudizio estetico e morale, e rivela il profondo disagio dei conservatori di fronte alla musica nuova.
Particolarmente importante è l’identificazione compiuta da Bélis, in relazione alla testimonianza dell’Harmonidès di Luciano, dei versi 16-23 del Papiro musicale di Berlino (inventario 6870) come frammenti dell’ultimo ditirambo scritto da Timoteo di Mileto: l’Ajax furiosus.
L’opera fu eseguita alle Grandi Dionisie di Atene tra il 360 e il 357 a.C., una datazione ricavata incrociando i dati con la carriera dell’auleta Timoteo di Tebe, che ne fu l’interprete originale. L’analisi musicale del brano rivela la presenza di un intermezzo strumentale — pratica sempre più diffusa nel nuovo ditirambo — e uno stile pienamente «timoteo»: libertà tonale e complessità ritmica che le fonti antiche al tempo stesso ammiravano e condannavano.
Il movimento della nuova musica — che comprendeva anche Melanippide e Filosseno di Citera — stava portando il ditirambo lontano dalle sue origini liturgiche, verso un virtuosismo strumentale, una libertà metrica e una sperimentazione armonica che anticipano, in modo sorprendente, alcune delle tensioni estetiche della modernità.
Aristosseno di Taranto e la nascita della scienza armonica
Nel pensiero musicale antico, nessuna figura è più importante di Aristosseno di Taranto. Considerato dalla tradizione il primo vero musicologo dell’antichità, egli rappresenta il punto di incontro tra la filosofia peripatetica e l’osservazione concreta del suono.
La voce biografica della Souda — il grande lessico enciclopedico greco-medievale — presenta alcune difficoltà già in apertura: il nome del padre di Aristosseno è registrato come «Spintaro o Mnesia». Bélis chiarisce con argomenti solidi che i due nomi indicano in realtà la stessa persona. Il primo, di forma dorica — «La Scintilla» — era un soprannome comune tra i Pitagorici della Magna Grecia; il secondo, di forma iono-attica, era il nome usato in Grecia continentale, dove il padre si era trasferito con il figlio dopo le persecuzioni subite dalla setta pitagorica.
La cronologia di Aristosseno può essere ricostruita attraverso tre riferimenti forniti dalla Souda: la III Olimpiade (336/332 a.C.), che indica il suo floruit — il periodo di massima attività — e non la data di nascita; il regno di Alessandro (335-322 a.C.); e l’appartenenza al Liceo di Aristotele, fondato nel 336 a.C.
Tutti e tre i dati convergono sugli anni 336/335 a.C., suggerendo che Aristosseno seguì le lezioni di Aristotele fin dall’inizio, diventando uno dei suoi primi e più stimati discepoli. La delusione per non essere stato scelto come successore — Aristotele preferì Teofrasto — è attestata da diverse fonti antiche e lasciò un segno profondo nel rapporto di Aristosseno con la memoria del suo maestro, dando origine a una tradizione di testimonianze complessa e ancora dibattuta.
Il contributo intellettuale di Aristosseno si sviluppa su due livelli. Da un lato, egli applica il metodo aristotelico — mutuato dalla Physica e dalle indagini di storia naturale — alla materia musicale, creando le basi per quella che egli stesso chiama una nuova scienza dell’armonica. Dall’altro, si distacca nettamente dalla tradizione pitagorica, che riduceva la comprensione della musica ai rapporti matematici tra i suoni.
Per Aristosseno, la musica va analizzata attraverso tre strumenti: la percezione uditiva (aisthesis), la ragione (dianoia) e la memoria (mneme). È nella natura stessa della melodia — nel melos hermosmenon, la «melodia armonizzata» — che risiede quel «meraviglioso ordine», la thaumaste taxis, che la scienza armonica è chiamata a scoprire.
Questo approccio aprì una divisione destinata a durare secoli: tra chi affidava la comprensione del suono all’orecchio e chi ai numeri, tra chi vedeva nella musica un fenomeno naturale e chi una costruzione matematica astratta.
Il Trattato d’armonica — di cui Bélis ha curato l’edizione critica, la traduzione e il commento del prologo, proseguendo il lavoro nell’anno accademico 1998-1999 — è giunto fino a noi attraverso la tradizione manoscritta, pur con lacune significative. Resta la fonte primaria indispensabile per chiunque voglia comprendere la teoria musicale greca.
La sua struttura rispecchia chiaramente il metodo aristotelico: si parte dalla critica delle dottrine precedenti, si passa alla definizione dei principi fondamentali (archai), per arrivare infine alla dimostrazione rigorosa delle leggi che governano le strutture melodiche.
Aristosseno non si limita a descrivere la musica: la fonda come disciplina scientifica autonoma, liberandola tanto dall’estetica quanto dalla matematica pura.
Euripide compositore: la tragedia come laboratorio sonoro
Tra i protagonisti della rivoluzione musicale del V secolo, Euripide occupa un posto del tutto particolare. Non solo come poeta drammatico, ma come vero e proprio compositore: capace di assorbire le innovazioni dei ditirambografi e trasformarle in uno strumento espressivo di straordinaria potenza.
Le Rane di Aristofane — commedia del 405 a.C. — testimoniano già nell’antichità la percezione di questa novità, mescolando ammirazione e ironia verso le monodie «sforacchiate» di Euripide. Queste venivano accusate di corrompere la solennità della tragedia con scale cromatiche ed enarmoniche prese in prestito dalla tradizione ditirambica.
Come scrisse un anonimo trattatista citato negli studi di Bélis, Euripide fu tra i primi a introdurre la polichordia nella partitura tragica — l’uso di una molteplicità di scale e registri — mettendo così a rischio l’integrità di un genere che era stato il più alto veicolo dei valori della polis.
Le testimonianze indirette su Euripide come musicista sono numerose: il De compositione verborum di Dionigi di Alicarnasso, il trattato Περὶ τοῦ ἀκούειν attribuito a Plutarco, la Vita di Euripide, il Περὶ Τραγῳδίας di Psello e diverse iscrizioni.
La prova più affascinante della sua vitalità musicale viene però dai papiri. Il Papiro di Vienna (G 2345) conserva la melodia del coro dell’Oreste, relativa al primo stasimo della tragedia; il Papiro di Leida (n. 510) tramanda invece frammenti dell’Ifigenia in Aulide.
Questi documenti non attestano soltanto la tecnica compositiva di Euripide, ma anche la duratura popolarità di alcune sue arie. Esse venivano eseguite in recital autonomi fino all’epoca imperiale romana, slegate dal contesto drammatico originario e diventate a tutti gli effetti letteratura musicale da concerto — un fenomeno che anticipa, con sorprendente chiarezza, l’idea moderna di repertorio.
I papiri musicali e la trasmissione del suono antico
La posizione di Euripide nella storia della musica antica è unica: nella maturità, e soprattutto nella vecchiaia, egli seppe unire la struttura formale della tragedia alle audacie espressive del nuovo ditirambo.
Sotto l’influenza diretta di Timoteo di Mileto — lo stesso la cui opera compare nel Papiro di Berlino con l’Ajax furiosus — Euripide introdusse nelle sue ultime opere un cromatismo e un’agilità melodica che i contemporanei consideravano scandalosi. Il coro collettivo cedeva il passo alla monodia virtuosistica; il metro si piegava a esigenze espressive nuove; la funzione politica e liturgica della tragedia lasciava emergere una dimensione intellettuale e dialettica.
Questa dimensione era destinata a diventare un patrimonio duraturo del teatro di ogni epoca successiva.
Ciò che rende questi studi tanto fecondi — da quelli di Annie Bélis alle ricerche della musicologia contemporanea — è la consapevolezza che la musica greca antica non è andata perduta nella sua totalità. Nelle righe di un papiro ritrovato in Egitto, nella notazione alfabetica di un frammento superstite, nel testo di una commedia che deride ciò che non riesce a ignorare, sopravvive ancora la voce di una civiltà che aveva capito, secoli prima di chiunque altro, che la musica non è soltanto ornamento ma conoscenza, non è soltanto suono ma logos.
Ed è proprio questa consapevolezza — che il suono è linguaggio, che il logos è musica — a percorrere come un filo d’oro l’intera avventura intellettuale della Grecia classica: dal ditirambo dionisiaco ai trattati peripatetici, fino alle partiture di Euripide sopravvissute nei papiri egizi.
L’erudizione classica e la botanica moderna si incontrano nello studio di una delle piante più misteriose dell’antichità: il Silphium. Questa specie cresceva spontaneamente solo in una piccola area dell’attuale Libia e, per secoli, fu una risorsa fondamentale per la cultura e l’economia del mondo greco-romano.
Le fonti antiche raccontano che fosse una pianta selvatica, impossibile da coltivare nonostante i numerosi tentativi dell’uomo. Proprio questa caratteristica la rese rarissima e, di conseguenza, preziosissima. Il suo valore era tale che, secondo la tradizione, Giulio Cesare ne conservava una grande quantità nel tesoro pubblico di Roma. Plinio il Vecchio, invece, riferisce che l’imperatore Nerone sarebbe arrivato a possedere l’ultimo stelo conosciuto, un episodio che simboleggia la scomparsa del Silphium dal commercio già nel I secolo d.C.
Dal punto di vista morfologico, il Silphium viene spesso avvicinato alla famiglia delle Ferula, cioè i grandi finocchi selvatici, anche se non va confuso con l’omonimo genere nordamericano. Le immagini impresse sulle monete antiche e alcune statuette dell’epoca lasciano pensare a una pianta alta in media una trentina di centimetri, spesso rappresentata accanto alle gazzelle, animali tipici della Libia.
Uno degli aspetti più affascinanti riguarda però il suo seme, racchiuso in un baccello dalla forma simile a un cuore. Proprio questo dettaglio ha spinto alcuni studiosi a ipotizzare che il simbolo del cuore, così come lo conosciamo oggi, possa derivare proprio dalla sagoma del seme di Silphium. Nonostante questa suggestiva associazione, la pianta era celebre soprattutto per le sue proprietà medicinali. Al contrario, non esistono prove certe nelle fonti antiche che confermino una sua fama come afrodisiaco.
Il grande valore economico del Silphium dipendeva soprattutto dal laser o laserpicium, una resina ricavata dai fusti e dalle radici della pianta. Per trasportarla più facilmente anche verso i mercati più lontani, questa sostanza veniva conservata nella farina. Una volta arrivata a destinazione, trovava impieghi molto diversi: poteva essere usata come condimento, profumo, medicina e perfino come supplemento per il bestiame.
La raccolta, però, non era controllata direttamente dai coloni greci. Il prodotto arrivava infatti come tributo dalle popolazioni libiche locali, che possedevano le conoscenze tramandate da generazioni necessarie per estrarre e preparare correttamente la resina. In questo rapporto tra potere economico e saperi indigeni si può già intravedere una dinamica che ricorda da vicino alcuni meccanismi dell’economia globalizzata di oggi.
Nella medicina antica, il confine tra cibo e rimedio era molto meno rigido di quanto siamo abituati a pensare oggi. Sostanze considerate curative, come il Silphium, venivano infatti aggiunte anche a piatti di uso comune, per esempio a un semplice purè di lenticchie. Nella farmacopea dell’epoca, questa pianta rientrava tra gli alimenti definiti «ventosi», cioè ritenuti utili a liberare il corpo dalle ostruzioni e a ristabilirne l’equilibrio.
Il medico Sorano di Efeso, autore di un importante trattato di ginecologia scritto tra il I e il II secolo d.C., consigliava l’assunzione di erbe dal sapore forte, tra cui il Silphium mescolato al vino, come possibile contraccettivo orale. Lo stesso autore osservava però che questo rimedio provocava spesso disturbi allo stomaco. Altri preparati facevano invece uso della resina di galbano, una pianta imparentata con il Silphium, impiegata in composti con funzione spermicida o antibiotica per evitare il concepimento.
Va però ricordato un aspetto importante: molte conoscenze legate alla medicina femminile venivano trasmesse oralmente da donna a donna e non furono quasi mai raccolte nei testi scritti da autori uomini. Per questo motivo, ancora oggi sappiamo solo in parte come venissero praticati, nell’antichità, l’aborto e la contraccezione.
La scomparsa del Silphium è ancora oggi al centro del dibattito tra gli studiosi. Le cause, molto probabilmente, furono diverse: da un lato l’intervento umano, con il pascolo eccessivo e persino atti di distruzione legati a interessi economici; dall’altro i cambiamenti ambientali, che contribuirono alla desertificazione della costa nordafricana.
Anche se la cultura romana ufficiale considerava il Silphium già estinto nel I secolo d.C., non si può escludere che alcune popolazioni locali abbiano continuato a usarlo ancora per diversi secoli, forse fino al V secolo d.C.. Negli ultimi anni, la scoperta in Anatolia della Ferula drudeana ha riaperto il dibattito e alimentato la speranza di aver ritrovato una possibile discendente di questa pianta leggendaria. Tuttavia, una conferma definitiva potrà arrivare solo dal ritrovamento di semi in contesti archeologici certi, capaci di dimostrare se questa specie sia davvero l’erede del mitico Silphium dell’antichità.
Nelle civiltà antiche, dare un nome a una pianta non era mai un gesto semplice o puramente descrittivo. Ogni nome racchiudeva un intero mondo: conoscenze pratiche, credenze religiose, scambi commerciali e contatti tra culture lontane, separati da secoli e continenti. Nell’antica Roma, questo fenomeno raggiunse una complessità notevole: i nomi latini delle piante erano il risultato di strati linguistici sovrapposti, dove convivevano termini italici originari, parole prese in prestito dal greco, vocaboli di origine orientale e calchi derivati dalla medicina e dall’agricoltura di epoche diverse. Studiare queste radici significa ripercorrere non solo la storia della botanica antica, ma anche quella della lingua e della cultura romane nei loro scambi con il mondo mediterraneo. Si tratta di un’operazione di grande valore storico e linguistico, che solo nel corso del Novecento ha ricevuto l’attenzione sistematica che meritava.
Le radici greche della botanica antica
Qualsiasi studio sui nomi latini delle piante non può ignorare l’eredità greca, e in particolare l’opera di Teofrasto di Ereso (circa 371–287 a.C.), allievo di Aristotele e considerato il padre della botanica. Nella sua grande opera Περὶ φυτῶν ἱστορίας — tradizionalmente nota come Historia Plantarum, ma più precisamente traducibile come «Ricerche sulle piante» — Teofrasto descrisse in modo sistematico centinaia di specie vegetali, classificandole per forma, ciclo di vita e ambiente naturale. Fu il primo tentativo organico di mettere ordine nelle conoscenze empiriche tramandate da generazioni di agricoltori, medici e naturalisti, anche se non si trattava ancora di una tassonomia nel senso moderno del termine. Il vocabolario elaborato da Teofrasto rimase un punto di riferimento fondamentale per i secoli successivi, e passò nella tradizione latina attraverso traduzioni, adattamenti e contaminazioni linguistiche.
Accanto a Teofrasto, un altro protagonista fondamentale fu Dioscoride Pedanio (I secolo d.C.), medico greco al servizio dell’esercito romano. Nella sua opera De materia medica, in cinque libri, catalogò circa seicento piante descrivendone le proprietà curative. I nomi greci delle piante vennero ripresi, translitterati o adattati dagli autori latini successivi, dando vita a una sovrapposizione di termini che ancora oggi è alla base della nomenclatura botanica scientifica di Linneo. Il passaggio da Teofrasto e Dioscoride agli scrittori romani non fu mai una semplice traduzione: fu piuttosto una reinterpretazione, in cui il greco diventava latino attraverso trasformazioni fonetiche, morfologiche e di significato. Questo processo era spesso guidato dalla pratica medica e dal commercio delle erbe officinali, che animava i mercati di tutto l’Impero.
La tradizione botanica romana: fra agronomia e medicina
A Roma, le conoscenze sulle piante si sviluppavano principalmente lungo due grandi filoni: quello agronomico e quello medico-farmacologico. Il primo ebbe i suoi rappresentanti più importanti in autori come Marco Porcio Catone (De agri cultura, II secolo a.C.), Varrone (Rerum rusticarum libri, I secolo a.C.) e Columella (De re rustica, I secolo d.C.), che descrivevano le piante coltivate con lo sguardo concreto dell’agricoltore e del proprietario terriero. In questi testi, i nomi delle piante erano strettamente legati all’uso quotidiano — il triticum per il frumento, la vitis per la vite, l’olea per l’olivo — e rispecchiavano una familiarità diretta con il mondo vegetale, senza bisogno di rimandi filosofici o mitologici.
Un registro completamente diverso caratterizzava la tradizione medico-naturalistica, il cui punto più alto nella letteratura latina è l’opera di Plinio il Vecchio (23–79 d.C.). La sua Historia Naturalis è un’enciclopedia in trentasette libri che abbraccia l’intero sapere naturale antico: ben dodici di questi libri (XIV–XVII e XIX–XXV) sono dedicati al mondo vegetale, con il censimento di circa novecento specie e una ricchezza di nomi senza precedenti nella letteratura latina. Per Plinio, il nome di una pianta era già di per sé una fonte preziosa di informazioni: l’etimologia poteva rivelare l’origine geografica, la proprietà curativa o il mito che stava alla base del nome stesso. L’aconitus, ad esempio, prendeva il nome dal promontorio Acone sul Mar Nero, dove cresceva spontaneamente; l’helleborus derivava dal greco ἑλλέβορος, termine che nella tradizione antica rimandava all’idea di un nutrimento letale; la carbunica, una varietà di vite scoperta in Gallia Narbonese nel I secolo d.C., era invece un termine unico nel suo genere, registrato da Plinio con la cura di un vero lessicografo.
La dimensione mitica e religiosa dei nomi vegetali
Una delle chiavi di lettura più interessanti per capire la nomenclatura botanica romana è quella del mito. Molti nomi di piante derivavano direttamente dalla mitologia greca o romana, conservando nel linguaggio le storie che legavano dèi ed eroi al mondo naturale. Il narcissus, di chiara origine greca, richiamava il giovane Νάρκισσος della tradizione ovidiana, trasformato in fiore dopo la morte per eccesso di amor proprio; l’hyacinthus portava con sé il ricordo del fanciullo amato da Apollo, che il dio mutò in fiore in segno di lutto; il daphne (alloro) perpetuava invece la metamorfosi della ninfa Dafne, inseguita dallo stesso dio e trasformata in pianta per sfuggirgli.
Questo legame tra nome botanico e mito non era una semplice decorazione: rifletteva una visione del mondo in cui la natura era permeata di presenza divina e ogni pianta portava impressa la traccia di un’azione soprannaturale. La rosa, derivata dal greco ῥόδον, era sacra a Venere e compariva nei riti funebri romani, nella decorazione dei triclini e nelle cerimonie pubbliche; il crocus, dal greco κρόκος, era associato alle divinità della rinascita stagionale e al ciclo agricolo. Questa dimensione sacra del lessico vegetale permise ai nomi delle piante di sopravvivere al tramonto del paganesimo: attraverso le opere degli enciclopedisti tardoantichi e la trattatistica monastica sulle erbe officinali, essi passarono nel Medioevo cristiano, garantendo una straordinaria continuità nella trasmissione culturale.
La stratificazione linguistica dei nomi latini
Uno degli aspetti più affascinanti della nomenclatura botanica latina è la sua varietà di origini. Accanto ai termini di chiara radice latina — come quercus per la quercia, fagus per il faggio, pinus per il pino — convivevano prestiti diretti dal greco, adattamenti fonetici di parole orientali e termini probabilmente ereditati da lingue italiche o celtiche preesistenti. Plinio annotava con cura le denominazioni di origine straniera, distinguendo i nomi latini da quelli greci, gallici, iberici o egiziani, consapevole che molte piante erano arrivate a Roma dall’estero portando con sé il proprio nome originale.
I prestiti dal greco costituiscono la componente più abbondante e linguisticamente rilevante. Termini come rosa, lilium, crocus, narcissus erano entrati nel lessico latino già in epoca repubblicana, integrandosi perfettamente nelle strutture della lingua. Altri nomi mantennero la forma greca quasi intatta, come calamintha (dal greco καλαμίνθη, già citata da Teofrasto per una pianta aromatica di etimologia incerta) o cactus, parola usata da Teofrasto per una pianta spinosa della Sicilia che non aveva nulla a che fare con i cactus americani scoperti molti secoli dopo; fu Linneo, nel XVIII secolo, a recuperare questo termine per designare una nuova famiglia botanica.
Accanto ai prestiti greci, una parte significativa dei nomi vegetali latini — come larix per il larice o taxus per il tasso — rimane di origine oscura: la ricerca etimologica moderna non ha ancora trovato spiegazioni del tutto convincenti, il che suggerisce l’esistenza di strati linguistici prelatini difficili da identificare. Per altri nomi, invece, la motivazione era chiaramente descrittiva: angustifolia indicava le piante a foglie strette (angustus + folium), arvensis quelle cresciute nei campi arati (arvum), in una logica di denominazione che anticipa, almeno in parte, la classificazione binomiale di Linneo.
Il lessico fondamentale di Jacques André
La ricognizione più sistematica e scientificamente rigorosa della nomenclatura botanica latina nel Novecento si deve al filologo francese Jacques André, figura di primo piano negli studi di lessicologia latina. Già noto per contributi fondamentali come l’Étude sur les termes de couleur dans la langue latine (Parigi, 1949) e Les noms d’oiseaux en latin (Parigi, 1967), André dedicò gli ultimi anni della sua carriera alla redazione di un’opera destinata a diventare un riferimento imprescindibile per chiunque si occupi di botanica antica. Si tratta di Les noms des plantes dans la Rome antique, pubblicato da Les Belles Lettres nella Collection d’Études Anciennes nel 1985, frutto degli anni trascorsi come direttore di studi all’École Pratique des Hautes Études (1954–1978) e direttore della Revue de philologie (1966–1980).
Come André stesso spiegava nella prefazione, quest’opera non va confusa con il precedente Lexique des termes de botanique en latin (Klincksieck, Parigi, circa 1956), dal quale si distingue profondamente per impostazione e metodo. Non si tratta né di un’enciclopedia né di un thesaurus: André esclude deliberatamente i nomi di piante di origine non latina e non greca presenti nelle liste dello Pseudo-Apuleio — come quelli di radice siriaca — ritenendo che denominazioni estranee al mondo culturale greco-romano siano di scarso interesse per il latinista. Allo stesso modo, sono stati esclusi gli usi pratici delle piante, «salvo che concorrano all’etimologia», così come le varietà di frutta ottenute per selezione colturale e i nomi delle singole parti vegetali.
Il lessico che ne risulta censisce oltre 1.100 nomi di piante in un’area geografica che si estende dalla Lusitania (l’odierno Portogallo) fino al Gange, passando per l’Africa settentrionale: un orizzonte che riflette fedelmente la vastità del mondo romano alla sua massima espansione. Le fonti principali sono testi antichi che riguardano le piante utili all’alimentazione umana e animale, all’industria dei coloranti e della profumeria, e soprattutto alla medicina. Il volume si chiude con tre indici: il primo e il secondo forniscono gli equivalenti latini dei termini francesi e del latino scientifico dei botanici moderni, mentre il terzo è dedicato alla geografia.
Il recensore Raoul Verdière, commentando il volume su L’Antiquité classique nel 1987, ha colto con efficacia il tratto più caratteristico dell’opera attraverso la metafora dell’artigianato intellettuale: «il buon artigiano è colui che fabbrica i propri utensili da solo». Il lessico era infatti nato gradualmente come strumento di lavoro personale, nel corso della lunga impresa editoriale dedicata alla cura dei libri di botanica dell’Historia Naturalis per la «Collection des Universités de France». È questa continuità di ricerca, durata decenni, a conferire al volume la solidità di chi ha vissuto in presa diretta con le proprie fonti.
Dalla Roma antica alla botanica moderna
Il lascito della nomenclatura botanica romana è tutt’altro che confinato alle pagine degli studiosi. La sistematica di Linneo, che nel XVIII secolo rivoluzionò la classificazione scientifica del mondo naturale, attinse ampiamente al lessico latino e greco antico per costruire il proprio sistema di nomenclatura binomiale. I nomi delle piante usati oggi in sede scientifica dai botanici di ogni nazionalità sono, nella grande maggioranza, latinizzazioni o grecismi di diretta derivazione antica: una continuità che attraversa il Medioevo, la rinascita Umanistica del XV e del XVI secolo, e che arriva fino alla biologia contemporanea senza interruzione. Ogni nome di pianta — dal Rosa canina al Quercus robur, dal Lilium candidum al Crocus sativus — porta impressa la memoria di un mondo che osservava la natura, la classificava, la nominava e la trasmetteva in una lingua che non ha mai smesso di parlare.
L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è uno degli eventi più straordinari per l’archeologia classica. La sua forza distruttiva, infatti, ha congelato nel tempo non solo edifici e monumenti, ma anche i piccoli gesti della vita quotidiana dei Romani, consegnandoli agli studiosi in uno stato di conservazione eccezionale. Proprio in questo contesto si inserisce una ricerca innovativa, pubblicata il 30 marzo 2026 sulla rivista Antiquity, che ha aperto nuove prospettive sulla dimensione sensoriale e spirituale della casa romana. Lo studio, condotto da un gruppo internazionale guidato da Johannes Eber dell’Università di Zurigo e coordinato da studiosi come Maxime Rageot dell’Università di Bonn e Philipp W. Stockhammer della LMU di Monaco, ha analizzato i residui carbonizzati conservati all’interno di due bruciaprofumi in terracotta, noti come thuribula, rinvenuti in ambienti domestici tra Pompei e Boscoreale.
Le analisi bioarcheologiche, svolte con tecniche avanzate come la gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa e l’osservazione microscopica dei fitoliti, hanno restituito un quadro sorprendentemente ricco e articolato. Il primo reperto, un vaso a calice rinvenuto nel 1954 presso l’Officina di Sabbatino, conteneva tracce della combustione di essenze legnose locali, tra cui quercia e alloro: piante che, nel mondo romano, avevano un forte valore simbolico e religioso. Ma la scoperta più notevole riguarda il secondo oggetto, trovato nel 1986 nel sacello domestico di una villa rustica a Boscoreale. Qui i residui organici hanno rivelato la presenza di resine appartenenti alla famiglia delle Burseraceae, molto probabilmente riconducibili al genere Canarium, da cui si ricava una sostanza aromatica nota come elemi. Si tratta di un dato di grande importanza, perché questa resina proveniva probabilmente dalle regioni tropicali dell’Africa subsahariana o dell’Asia meridionale e costituisce la prima prova archeologica certa dell’uso di incensi d’importazione nel culto domestico dell’area pompeiana.
Questa scoperta cambia profondamente il modo in cui guardiamo a Pompei. La città non appare più come un centro periferico e isolato, ma come un nodo attivo di una vasta rete commerciale che metteva in contatto le coste del Tirreno con le foreste dell’India e dell’Africa orientale. Il fatto che anche ceti medi o piccoli proprietari di officine potessero accedere a beni di lusso esotici lascia pensare che, nel I secolo d.C., i consumi legati alla sfera religiosa fossero più diffusi di quanto si immaginasse. In questo contesto, il fumo profumato dell’incenso non era solo un elemento rituale, ma diventava il mezzo simbolico attraverso cui far giungere le preghiere ai Lari e ai Penati.
Lo studio, inoltre, ha individuato biomarcatori acidi compatibili con derivati della Vitis vinifera, cioè della vite. Anche questo dato è particolarmente significativo, perché conferma quanto raccontano le fonti letterarie e iconografiche sul rito della praefatio: una pratica propiziatoria in cui l’incenso veniva bruciato insieme all’offerta di vino. Quando il vino entrava in contatto con i carboni ardenti, si sprigionava una nube aromatica che, secondo la sensibilità religiosa romana, aveva il potere di purificare lo spazio e di aprire un collegamento diretto con la divinità.
Lo studio si colloca nell’ambito della cosiddetta archeologia sensoriale, un filone di ricerca che cerca di ricostruire l’esperienza concreta degli antichi attraverso i sensi. Grazie a queste indagini, l’immagine di Pompei si arricchisce di una dimensione nuova: non solo quella degli edifici, degli oggetti e degli affreschi, ma anche quella degli odori che accompagnavano i gesti del culto domestico. In questo senso, le analisi di laboratorio ci permettono di avvicinarci persino al paesaggio olfattivo che avvolgeva i lararia quasi duemila anni fa. Le ceneri studiate da Eber e dal suo gruppo, quindi, non sono semplici residui di combustione, ma le tracce materiali di un legame profondo tra esseri umani, divinità e commerci che univano Pompei ai luoghi più lontani dell’Impero romano.
Nato e cresciuto in ambiente militare, scala la gerarchia dell’esercito abbastanza rapidamente e, con un colpo di mano, ottiene, dopo una breve guerra civile, il potere assoluto.
Essendo sostanzialmente un imperatore soldato, Diocleziano si dedica da subito al contrasto di invasioni e ribellioni sul territorio e, per ragioni prettamente militari e organizzative, istituisce dapprima una diarchia con il collega Massimiano, la quale evolve in pochi anni nella cosiddetta «tetrarchia», una nuova e articolata forma di governo in cui quattro imperatori si spartiscono l’amministrazione dell’impero.
La tetrarchia era un ambizioso progetto che aveva il compito di risolvere l’annosa questione della successione imperiale, un problema ormai strutturale nell’apparato statale romano che aveva pesantemente indebolito il potere politico e causato una prolungata instabilità.
Diocleziano è uno dei più importanti riformatori nella storia romana. Fondamentale è la riforma amministrativa, attraverso la quale cercò di ottenere un controllo estremamente capillare su tutti i territori dell’impero ma di assoluto rilievo sono anche le riforme finanziarie, volte a contenere l’aumento dei prezzi e l’inflazione galoppante.
I suoi interventi nella politica religiosa si tradussero invece nel contrasto alla emergente religione cristiana: è con lui infatti che si assiste alla prima vera grande persecuzione contro i fedeli di Cristo.
Nonostante non tutte le riforme da lui promosse abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati, Diocleziano rimane uno dei personaggi che più di ogni altro ha influenzato la storia di Roma, in grado di garantire una certa stabilità e un nuovo ordine allo Stato, che permetterà all’impero romano di sopravvivere per almeno altri due secoli.
Origini familiari e carriera militare
Diocle, questo il suo nome originario, era figlio di uno scriba, uno schiavo liberato al servizio del Senatore Anullino, e della madre Dioclea, secondo il racconto riportato dallo storico antico Aurelio Vittore.
Non si ha certezza del suo luogo di nascita. L’ipotesi più attendibile è che Diocleziano sia nato nella città di Dioclea, a circa un chilometro a nord dell’attuale Podgorica, in Montenegro. Un’altra teoria sostiene invece che sia nato a Salona, in Dalmazia, tesi sostenuta dal fatto che proprio in quella città Diocleziano decise di costruire il suo palazzo imperiale una volta ritiratosi in pensione.
Circa la data di nascita, sappiamo che nacque il 22 dicembre ma anche in questo caso non abbiamo la certezza dell’anno: alcuni ritengono che sia nato nel 243 d.C. e che sia morto a 68 anni; altri sostengono che sia nato nel 236 d.C. e che, a 68 anni, si sia in realtà ritirato dal potere.
Il giovane Diocle intraprese quasi subito la via della carriera militare. Questa scelta è in realtà perfettamente compatibile con il suo periodo storico. Qualche decennio prima, l’imperatore Gallieno aveva infatti operato una riforma dell’esercito che permetteva anche ai cittadini romani di bassa estrazione di arruolarsi con la reale prospettiva di una carriera soddisfacente nell’apparato militare. Arruolarsi rappresentava dunque l’unico vero metodo con cui le famiglie romane dei ranghi inferiori potevano aspirare a migliorare la loro condizione sociale.
Inoltre, l’esercito di stanza ormai da anni nella regione dell’Illirico si occupava anche del reclutamento delle nuove leve: facile perciò che Diocle sia stato invitato dagli stessi ufficiali romani ad arruolarsi già nei primi anni della sua giovinezza.
Non abbiamo fonti che ci spieghino in maniera puntuale la sua carriera militare; sappiamo solamente che venne eletto governatore della Mesia (Dux Maesiae), provincia importante e delicata allo stesso tempo in quanto particolarmente esposta ad incursioni e invasioni dei popoli che abitavano oltre il fiume Danubio.
In pochi anni, Diocle deve aver evidentemente dimostrato notevoli capacità militari, dal momento che lo ritroviamo come guardia a cavallo dell’imperatore Caro. Quest’ultimo, impegnato in alcune campagne in Oriente, aveva ottenuto una serie di importanti vittorie contro i Sasanidi. Tuttavia, la brillante spedizione militare fu compromessa dalla morte del tutto improvvisa dell’imperatore.
Il successore, il figlio Numeriano, un ragazzo dedito alle lettere più che alla vita militare, non aveva né il carisma né le capacità per la prosecuzione della campagna, e per questo motivo fu immediatamente accompagnato e consigliato dal prefetto del pretorio Arrio Apro. Egli lo convinse rapidamente che, nonostante le vittorie recenti, era prudente fare ritorno verso territori più sicuri, forse per predisporre una nuova fase della campagna.
Numeriano cominciò così a costeggiare con i suoi soldati il fiume Eufrate con l’obiettivo di ritornare quanto prima verso la città di Emesa, in Siria. Le fonti antiche riferiscono che l’imperatore raggiunse la città nel marzo del 284 d.C.
Tuttavia, ripartito da Emesa dopo alcune settimane di pausa, i più stretti collaboratori di Numeriano si accorsero di una infezione agli occhi che stava compromettendo gravemente la sua vista; con la salute in rapido peggioramento, Apro gli consigliò di proseguire il viaggio all’interno di una carrozza chiusa per curare la sua salute e per scongiurare un aggravamento delle sue condizioni.
I legionari marciarono così per alcune settimane senza più vedere il loro generale, fino a quando, arrivati nei pressi della città di Nicomedia, nella regione della Bitinia, furono sorpresi da una persistente e insopportabile puzza che si diffondeva dal convoglio dell’imperatore.
Trovato il coraggio di aprire le porte della sua carrozza, i soldati scoprirono con disgusto che Numeriano era morto da diversi giorni e il suo corpo era già in avanzato stato di decomposizione.
Fu in queste gravi circostanze che Diocle decise di prendere in mano la situazione. Di fronte a tutti i soldati, accusò Apro di aver cospirato contro Numeriano e di essere l’autore della sua morte. Così, su una modesta collinetta nei pressi di Nicomedia, Diocle sfoderò platealmente la sua spada e trafisse barbaramente Apro, conficcandogli il suo gladio nel petto, di fronte al trionfo dei suoi commilitoni che, immediatamente, decisero di proclamarlo nuovo imperatore.
Fu così che, in una scena quasi cinematografica, Diocle divenne, a furor di soldati, nuovo imperatore di Roma.
Ora, le fonti antiche affermano quasi all’unanimità che Diocle abbia sostanzialmente ucciso un traditore, anche se alcuni autori insinuano che Diocle abbia preso parte al complotto contro l’imperatore e che abbia poi utilizzato Apro come capro espiatorio. Queste, però, sono illazioni che, probabilmente, non troveranno mai conferma.
La guerra civile contro Carino
Immediata e naturale conseguenza della nomina di Diocle ad imperatore fu la guerra civile contro Carino, fratello dell’imperatore Numeriano, che risiedeva con la corte imperiale a Roma.
Non appena giunse la notizia dell’acclamazione di Diocleziano, Carino lo dichiarò fuorilegge e lo trattò come un usurpatore, mobilitando subito il suo esercito, e organizzandosi attraverso il governatore Giuliano a Verona con le sue truppe.
Diocleziano si mosse con particolare abilità politica. La sua prima mossa fu quella di usufruire dell’amicizia e della consulenza del console Cesonio Basso, il quale lo aiutò a inviare una serie di messaggi ai senatori di Roma, promettendo loro cariche pubbliche. Lo scopo era dimostrare ai senatori romani che, se avesse preso il potere, la nobiltà e l’aristocrazia sarebbero state al sicuro.
Diocleziano dimostrò così di non essere solamente un abile generale ma di tenere in alta considerazione anche gli aspetti politici della situazione.
Nel frattempo, uomini di Diocleziano cercarono di contattare ufficiali dell’avversario per promettere premi e privilegi, così da minare dall’interno la stabilità dell’esercito di Carino.
Il piano di Diocleziano funzionò perfettamente. I due avversari si incontrarono nel maggio del 285 d.C. presso il fiume Margus, ma, non appena disposti i suoi uomini, il prefetto del pretorio di Carino, Aristobulo, fece arrestare e consegnare l’imperatore, che venne ucciso sul posto, convincendo i suoi uomini a consegnarsi volontariamente a Diocleziano.
Si concluse così una guerra civile rapida e senza un vero e proprio scontro militare, vinta in anticipo dalla lungimiranza politica di Diocleziano.
La prima decisione del nuovo imperatore fu quella di concedere una totale amnistia a tutti i seguaci e i partigiani di Carino. Questo atto di calcolata generosità, che ricorda la clemenza di Cesare, evitò lo sviluppo di una frangia politica avversa al nuovo imperatore, risparmiando la vita di diversi ufficiali così da garantirsi la loro fedeltà.
La situazione dell’impero all’arrivo di Diocleziano
Vinta la guerra lampo contro Carino, Diocleziano non ebbe nemmeno il tempo di recarsi a Roma per ricevere i dovuti onori. La situazione interna ed esterna dell’Impero romano era drammatica.
Sotto il profilo interno, l’esercito, ormai da diversi decenni, sceglieva direttamente gli imperatori, i quali, dopo aver regnato per pochissimo tempo, a volte solo qualche mese, venivano uccisi e sostituiti da nuovi regnanti, sempre puntualmente scelti dai pretoriani.
Nel frattempo l’economia romana era in declino, le malattie avevano causato una crisi demografica gravissima, e commercio e agricoltura erano in recessione da molti anni. La situazione era talmente grave che i territori romani erano colpiti addirittura dal brigantaggio di poveri e disperati, i quali non avevano altra soluzione che il crimine per sopravvivere; in alcune regioni si era persino tornati al baratto.
Non tanto migliore era la situazione esterna. I confini del Reno e del Danubio erano costantemente pressati dalle tribù germaniche, le quali, a contatto con il mondo romano, si erano evolute in strutture più organizzate e in eserciti molto più efficienti rispetto ai tempi di Giulio Cesare.
I Sasanidi, che volevano ricostituire l’Impero persiano, minacciavano i confini dello stato cuscinetto dell’Armenia. Il Mediterraneo era perseguitato dalla pirateria, che ostacolava e deprimeva notevolmente i commerci. Anche le tribù nomadi del Nord-Africa attaccavano le città costiere, bloccando i rifornimenti di grano verso Roma.
In una situazione così devastante Diocleziano comprese che un solo imperatore non avrebbe potuto gestire la crisi. Fu così che nacque l’idea di condividere il potere con Massimiano, un fedelissimo di Diocleziano, militare di carriera come lui, rozzo e poco acculturato, ma amico intimo e totalmente leale. Diocleziano lo nominò suo Cesare e i due nuovi regnanti si divisero subito il compito di neutralizzare le minacce più urgenti sui confini.
Diocleziano si dedicò in particolare alla stabilizzazione della regione orientale dell’Impero. Sconfisse i Sarmati e le tribù dei Quadi e degli Iagizi, riportando le importanti province della Pannonia e della Mesia in sicurezza.
Successivamente compì un lungo e delicato viaggio in Siria e in Palestina per ristabilire l’ordine nella regione, impartire una serie di provvedimenti legislativi e distribuire nuove cariche che avrebbero prevenuto ribellioni.
Ma la parte più delicata del viaggio di Diocleziano fu la trattativa con il re dei Sassanidi, Bahram III. Non abbiamo i dettagli delle procedure di negoziazione tra i due, ma sappiamo che Diocleziano fece un lavoro splendido.
L’Armenia orientale rimase uno stato cuscinetto, sotto il governo del re Tiridate III della dinastia Arsacide, un sovrano gradito ai Sasànidi ma allo stesso tempo approvato da Roma. L’Armenia occidentale, invece, divenne una provincia romana a tutti gli effetti, il che espanse non solo di fatto ma anche di diritto il potere di Roma nella regione.
Così, nell’arco di pochi mesi, Diocleziano neutralizzò i pericoli in Oriente e riportò l’ordine nelle regioni più a rischio.
La ribellione di Carausio e la Diarchia
Nel frattempo Massimiano si dedicò a riportare ordine nella provincia delle Gallie, di fondamentale importanza per la stabilità dell’impero.
In particolare sconfisse i ribelli Bagaudi e ottenne importanti vittorie contro i Burgundi e gli Alemanni, prevalendo soprattutto tagliando le loro linee di rifornimento e prendendoli per fame. Poi sconfisse gli Eruli, fino a neutralizzare le ultime sacche di resistenza in tutta la Gallia Belgica.
Pacificato, nell’arco di qualche anno, il territorio delle Gallie, Massimiano dovette però affrontare forse il più pericoloso e insidioso nemico di quel periodo: Carausio.
Egli era, in teoria, un difensore delle regioni romane della Britannia e aveva il compito di neutralizzare le incursioni dei pirati franchi e sassoni contro le coste romane. Ma, consapevole della debolezza dell’impero e spinto dai suoi stessi soldati, Carausio si rifiutò di consegnare il bottino sottratto ai pirati a Roma, divenendo di fatto, un fuorilegge.
Proclamandosi difensore della Britannia e della Gallia, l’obiettivo di Carausio non era quello di porsi come un semplice ribelle con un proprio regno indipendente, quanto quello di presentarsi come imperatore, addirittura al fianco di Diocleziano e di Massimiano.
Lo sappiamo da alcune monete fatte coniare da Carausio proprio negli anni della sua ribellione, dove fece inserire, in totale autonomia e con notevole furbizia, il proprio volto già accanto a quelli di Diocleziano e Massimiano, come fosse de facto il terzo regnante dell’impero.
Le vittorie di Carausio e la sua notevole scaltrezza propagandistica, resero la sua ribellione ben più complessa da risolvere rispetto alle previsioni.
Il pericolo non era solamente militare ma anche di natura politica: non solo era inaccettabile che Carausio fosse considerato imperatore al suo stesso livello, ma Diocleziano iniziò a sospettare che Massimiano potesse addirittura avere un accordo con l’avversario, alleandosi con lui o accettandolo come suo collega.
Per questo motivo prese un’iniziativa politica fulminea, volta a consolidare la fedeltà di Massimiano: Diocleziano decise di proclamarlo Augusto, rendendolo suo collega a tutti gli effetti. I due avevano quindi lo stesso ruolo e lo stesso potere, anche se Diocleziano utilizzò un espediente religioso per mantenere la propria superiorità morale rispetto a Massimiano.
In particolare, Diocleziano mantenne per sé il titolo di Imperatore Iovius, che si rifaceva al dio Giove e incarnava l’idea del «pianificatore», di colui che prende le decisioni, mentre a Massimiano spettò il titolo di Herculius, cioè «esecutore».
In questo modo, Diocleziano ottenne una riconferma della fedeltà di Massimiano, affinché la campagna contro Carausio procedesse senza intoppi, pur mantenendo un ruolo di precedenza morale e religiosa nei confronti del collega.
Ora i due Augusti potevano combattere congiuntamente contro Carusio. La loro strategia prevedeva anzitutto di sconfiggere e indebolire gli alleati di Carusio nelle Gallie, così da privarlo di una scorta di rifornimenti e di soldati che lo rendeva particolarmente pericoloso.
Massimiano eseguì dunque una vera e propria campagna di indebolimento dei suoi soci, sconfiggendo e devastando le zone dei Burgundi, degli Alemanni, dei Sassoni e dei Franchi.
Dopodiché Diocleziano e Massimiano organizzarono una manovra a tenaglia. Il primo attaccò la regione della Rezia, il secondo partì dalla città di Magonza e penetrò nel territorio della Gallia Belgica, fino a catturare il re dei FranchiGennobaude, principale alleato di Carusio nelle Gallie.
Senza l’approvvigionamento e il sostegno d’oltremanica, il potere di Carausio cominciò a essere messo in seria discussione. La grande battuta finale doveva essere un’ultima battaglia navale, che si tenne nello Stretto della Manica, tra Massimiano e Carausio.
Massimiano preparò per mesi un’imponente flotta, addestrando il suo esercito per stroncare una volta per tutte il nemico. Ma il risultato fu disastroso: Carausio ottenne una decisiva vittoria, salvando il proprio dominio in Britannia e guadagnando il tempo di riorganizzarsi.
Non si sa esattamente se Massimiano fu effettivamente sconfitto in una battaglia navale o se intervenne piuttosto una tempesta a disperdere la sua flotta. Gli storici antichi suppongono che la tempesta sia stata una narrazione diffusa da Massimiano per mascherare la sconfitta, ma non ne avremo mai la sicurezza.
Tuttavia, è certo che Carausio, benché notevolmente ridimensionato nella sua libertà di manovra, non si poteva ancora considerare sconfitto.
L’invenzione della Tetrarchia
Diocleziano aveva affrontato, assieme a Massimiano, diversi problemi urgenti. Ma il prolungarsi della ribellione di Carausio aveva dimostrato con ancora maggiore chiarezza la necessità di una ulteriore riorganizzazione imperiale. Fu così che Diocleziano sviluppò un nuovo ed articolato sistema di governo, noto come «Tetrarchia», ovvero governo dei quattro imperatori.
Questa nuova forma di regno mirava a rendere i territori romani maggiormente gestibili, dividendo l’Impero non più in due, ma in ben quattro zone di competenza.
Diocleziano, che era già Augusto d’Oriente assieme al collega Massimiano, Augusto d’Occidente, scelse il giovane Gaio Galerio come suo vice, elevandolo al rango di Cesare d’Oriente, mentre Massimiano scelse Flavio Costanzo come Cesare d’Occidente.
Il territorio romano venne così diviso in quattro grandi regioni: Diocleziano avrebbe tenuto per sé la parte orientale, divisa in tre diocesi (Pontica, Asiana e Orientis) con capitale Nicomedia; Galerio avrebbe avuto la diocesi della Pannonia, della Mesia e della Tracia con capitale Sirmio; Massimiano avrebbe controllato Italia, Spagna e Africa, con capitale Mediolanum; e Costanzo Cloro avrebbe controllato Britannia, Gallia e la diocesi Viennesis, ovvero la Gallia del Sud, con capitale Augusta Treverorum.
È importante notare che ogni imperatore aveva piena autorità sulla propria regione, senza la necessità di ottenere per ogni decisione l’approvazione degli altri regnanti. Inoltre, sebbene Roma fosse ancora considerata la capitale morale, era evidente che, sotto l’aspetto militare e amministrativo, il potere si era ormai spostato altrove, in particolare nelle città di frontiera, da cui potevano partire le unità militari per difendere i confini più esposti.
Ma la tetrarchia voleva raggiungere un altro ambizioso obiettivo: risolvere il problema della successione imperiale, che nei decenni precedenti aveva fatto sprofondare Roma nella più completa anarchia e instabilità.
Secondo il disegno di Diocleziano, infatti, i due Augusti si sarebbero volontariamente ritirati dal potere; i due Cesari sarebbero quindi diventati i nuovi Augusti, e i nuovi Augusti avrebbero a loro volta scelto due Cesari, in una successione perfetta e regolare, concepita per ottenere stabilità nel controllo e nella gestione dell’impero.
La tetrarchia si mosse immediatamente per risolvere nuovi e urgenti problemi; in particolare, il cesareFlavio Costanzo si impegnò per affrontare la rivolta di Carausio, sostituendo Massimiano nel compito. La strategia di Costanzo ricalcò quella del suo Augusto: il giovane generale operò una serie di campagne militari volte a indebolire gli alleati di Carausio nelle Gallie. La sua azione fu straordinariamente efficace fino alla grande battaglia di Gesoriacum, l’odierna Boulogne, dove Costanzo sconfisse sonoramente il ribelle.
Quest’ultimo, tradito dai suoi più stretti collaboratori a causa delle brucianti sconfitte, fu momentaneamente sostituito da un successore, Alletto, il quale però, privo del suo carisma e con i romani ormai alle porte, fu rapidamente sconfitto. La grave e lunga ribellione di Carausio si risolse così grazie all’ultimo decisivo intervento del Cesare, Flavio Costanzo.
Nel frattempo, Massimiano si era spostato in Africa, nella regione della Mauretania, dove aveva il compito di respingere una serie di unità militari che minacciavano le città romane della costa. Fu così in grado di sconfiggere i Mauri, i Quinquegentiani e i Berberi, penetrando fino al deserto del Sahara con le proprie truppe.
Lo stesso Massimiano, assieme al collega Galerio, eseguì nuove incursioni militari sul confine Danubiano, sconfiggendo gli Iagizi, i Goti, i Carpi e i Sarmati. Tutte queste tribù furono pesantemente sconfitte, ma è importante notare che i Carpi e i Sarmati furono neutralizzati non solo militarmente, ma anche grazie a deportazioni sotto stretta sorveglianza delle autorità militari romane, che ricollocarono parte dei ribelli all’interno del territorio dell’Impero come nuovi braccianti o soldati.
Massimiano e Galerio furono anche in grado di stabilire una lunga linea difensiva e di operare un rafforzamento del Limes Danubiano, costruendo nuove fortificazioni, ponti e teste di ponte in territorio nemico, sempre a disposizione dell’esercito romano, oltre che gettando le fondamenta di nuove strade per favorire lo spostamento degli eserciti. Le fonti antiche utilizzano la parola «Tranquilitas» per definire la nuova situazione di sicurezza che i due, entro pochi anni, avevano stabilito sul confine del Danubio.
Diocleziano, nel frattempo, si occupò di reprimere i problemi in Egitto. In particolare, la città di Alessandria si era riunita attorno a un rivoltoso, Domizio Domiziano, che aveva abilmente sfruttato il malcontento delle classi più povere nei confronti delle autorità cittadine.
Diocleziano represse con la forza delle legioni il tentativo di ribellione, ma si rese parimenti conto della necessità di operare un censimento e si impegnò a snellire la burocrazia per una migliore gestione della provincia. Inoltre, fu effettuata una riforma delle tasse, per diminuire la pressione fiscale che stava strozzando i ceti meno abbienti.
L’imperatore riportò così l’Egitto sotto il controllo romano, dimostrando che, almeno in questa prima fase, la tetrarchia, dividendo i compiti e le aree di competenza, aveva perfettamente raggiunto il suo scopo amministrativo e militare.
La guerra persiana contro Narsete
Nel frattempo la sicurezza dei territori orientali era di nuovo compromessa. Diocleziano aveva firmato, pochi anni prima, degli accordi di pace particolarmente vantaggiosi con il re Bahram III, ma con la sua morte e l’arrivo del successore Narsete la situazione si era rapidamente deteriorata.
Narsete aveva deciso di adottare una politica estera molto aggressiva: egli si ispirava a Sapore I, il mitico re sasanide che aveva sconfitto i Romani di Crasso nella battaglia di Carre. Narsete aveva così invaso l’Armenia occidentale, formalmente provincia romana, e scacciato il re filoromano Tiridate.
L’esercito di Narsete dilagò con estrema rapidità e violenza in tutta la Mesopotamia, sconfiggendo sistematicamente ogni presidio romano. Quel territorio era sotto la giurisdizione di Galerio, che godeva della più completa fiducia di Diocleziano; egli, però, si mosse troppo tardi, rimanendo sorpreso dalla rapidità di movimento di Narsete, subendo nel pieno del proprio territorio una bruciante sconfitta.
Le fonti antiche fanno capire che Diocleziano attribuì tutta la colpa di quel disastro al solo Galerio, rimanendo profondamente scontento della sua reazione al pericolo. Sembra addirittura che durante alcune uscite pubbliche, Diocleziano abbia avuto l’intenzione di umiliare sottilmente Galerio, facendolo camminare dietro di lui, anziché al suo fianco.
Galerio aveva quindi la stretta necessità di ottenere una rivincita, non solo per il recupero dei territori, ma anche per non perdere l’appoggio del membro più importante della tetrarchia.Galerio fece quindi base con il suo esercito a Satala, in Turchia, e decise di operare un contrattacco basato su una strategia di rapido movimento sul territorio. Narsete, contando sui larghi spazi tipici del territorio sasanide, si appoggiò invece a una strategia più attendista.
Tuttavia, questa volta Galerio, con un’ottima organizzazione e con particolare carisma, inflisse due pesanti sconfitte a Narsete giungendo persino a conquistare l’accampamento nemico e a sequestrare l’harem con le mogli del Re. Decimato l’esercito avversario, Galerio riuscì ad assediare e conquistare la capitale dei Sasanidi, Ctesifonte, che fu brutalmente messa a ferro e a fuoco.
Recuperato l’onore con i Romani e con Diocleziano, Galerio poté così aprire delle trattative con Narsete da una posizione di assoluta forza.
Diocleziano, tuttavia, intervenne per frenare la voglia e il desiderio di Galerio di umiliare l’avversario; egli sapeva che una pace umiliante per i Sasanidi si sarebbe presto tradotta in una nuova guerra prolungata e quindi impose, con la forza della sua autorità, delle trattative più concilianti con Narsete.
I territori vennero quindi semplicemente riportati allo status ante guerra: i Romani riottennero il controllo di diverse città strategiche, Tiridate fu ripristinato sul trono di Armenia e fu costruita una lunga via, nota come «Strata Diocletiana».
La propaganda imperiale di Diocleziano
I tetrarchi costruirono la loro legittimità attorno al concetto di restauratori del mondo romano (restìtutor orbis), presentandosi come salvatori di un impero che il «secolo di crisi» (235–284 d.C.) aveva quasi distrutto.
La manipolazione del passato fu uno strumento utilizzato consapevolmente. Le vittorie dell’ex imperatore Aureliano vennero deliberatamente ignorate, la rivolta di Carausio fu retrodatata al regno di Gallieno per far sembrare più lungo il periodo di crisi, e si lasciò intendere che fossero stati i tetrarchi stessi a sconfiggere i Palmireni, impresa in realtà di Aureliano.
In pratica, il periodo tra Gallieno e Diocleziano fu quasi completamente cancellato dalla memoria ufficiale. L’intera storia imperiale precedente alla tetrarchia venne descritta come un’epoca di guerre civili, dispotismo feroce e collasso dello stato. Si tratta di una misura che serviva a rendere ancora più luminosa l’opera dei quattro imperatori. Nelle iscrizioni ufficiali, Diocleziano veniva definito «fondatore della pace eterna» e i tetrarchi «restauratori del mondo intero». Era una narrativa costruita su misura: più buio era il passato, più necessari e provvidenziali apparivano loro.
La figura stessa dell’imperatore aveva bisogno di una radicale trasformazione. Se Augusto aveva costruito il suo dominio assoluto nascondendolo dietro le forme repubblicane e presentandosi come «Primus inter pares» ovvero fingendo di essere semplicemente il primo senatore tra i senatori e rispettoso delle tradizioni repubblicane, Diocleziano aveva ormai la necessità diametralmente opposta.
Diocleziano era un dominus, il padrone assoluto, e chi veniva ammesso alla sua presenza doveva eseguire la proskynesis, cioè prostrarsi a terra e baciare l’orlo della sua veste. Nelle occasioni formali indossava una veste di seta purpurea e scarpe ornate di gemme preziose, seduto su un trono.Nelle monete tetrarchiche scompare il ritratto realistico e individualizzato tipico dell’epoca augustea: i tetrarchi vengono raffigurati in modo quasi identico tra loro, con lineamenti stereotipati e austeri che esprimono forza divina piuttosto che umanità. Nelle statue i quattro imperatori appaiono rigidi, simmetrici, in armatura, in un abbraccio fraterno che trasmette potere collettivo e sovrumano.
L’intera estetica visiva abbandonò il naturalismo classico per uno stile ieratico e frontale, mutuato dalle tradizioni orientali persiane ed ellenistiche, più adatto a rappresentare esseri al di sopra dell’umano.
La riforma dello stato di Diocleziano
Oltre ai necessari interventi sotto l’aspetto militare, Diocleziano fu forse uno degli imperatori romani che più di ogni altro rivoluzionò l’apparato statale.
Uno dei suoi primi provvedimenti fu l’istituzione del cosiddetto «Consistorium». Questo era il consiglio segreto dell’imperatore, composto da alti funzionari, segretari, giuristi e ambasciatori che assistevano il sovrano nelle decisioni più importanti. Era l’erede del vecchio consilium principis augusteo, ma con Diocleziano divenne una struttura molto più formalizzata e gerarchica.
Il risultato fu un’esplosione della burocrazia imperiale: secondo Lattanzio, che era ostile a Diocleziano per via delle persecuzioni cristiane, il numero di funzionari civili raddoppiò, passando da circa 15.000 a 30.000 persone. I burocrati arrivarono persino ad adottare un’estetica para-militare, indossando il mantello e la cintura militare al posto della tradizionale toga.
Diocleziano si preoccupò anche di dividere il territorio. La provincia era l’unità amministrativa di base. Diocleziano ne raddoppiò il numero, da circa cinquanta a quasi cento, suddividendo quelle esistenti in unità più piccole. Ogni provincia era governata da un praeses, cioè un governatore civile, che si occupava di giustizia locale e riscossione delle tasse, ma senza alcun potere militare, affidato separatamente al dux provinciae.
Più province vicine venivano raggruppate in una diocesi, introdotta intorno al 296–297 d.C.. A capo della diocesi c’era il vicarius, un funzionario di rango equestre che supervisionava i governatori provinciali sottostanti, controllava che le tasse arrivassero correttamente e fungeva da tribunale d’appello per le sentenze provinciali. In tutto le diocesi erano dodici: Britannia, Gallia, Viennensis, Hispania, Africa, Italia, Pannoniae, Moesia, Thracia, Asiana, Pontica e Oriens.
Le dodici diocesi furono infine raggruppate in quattro grandi prefetture, ognuna retta da un praefectus praetorio, il funzionario più potente dell’impero dopo l’imperatore stesso. Le quattro prefetture erano la Gallia, che comprendeva Britannia, Gallia e Hispania, l’Italia, che includeva Italia, Africa e Pannoniae, l’Illirico, con Moesia e Thracia, e infine l’Oriente, che riuniva Asiana, Pontica e Oriens.
Il prefetto del pretorio gestiva le finanze, l’approvvigionamento militare e fungeva da giudice supremo nella sua area, rendendo di fatto impossibile per chiunque accumulare abbastanza potere da ribellarsi all’imperatore.
Sul fronte militare, Diocleziano costruì una catena di comando separata e parallela a quella civile. Il dux provinciae era il comandante militare della singola provincia, incaricato della difesa del confine assegnato e del controllo delle truppe stanziate nel territorio. Era una figura del tutto separata dal governatore civile (praeses): i due si occupavano della stessa provincia ma con competenze rigidamente distinte, l’uno per le armi, l’altro per la giustizia e le tasse. Da questo titolo deriva direttamente il termine italiano «duca».
Al di sopra dei duces provinciali si trovava il comes rei militaris, il comandante militare dell’intera diocesi. Coordinava i vari duces sotto di lui, garantiva la risposta militare rapida in caso di invasioni o rivolte che coinvolgessero più province contemporaneamente e rispondeva direttamente al livello superiore della catena di comando. Il titolo di comes, letteralmente «compagno dell’imperatore», indicava una stretta vicinanza alla persona imperiale e un rango di grande prestigio.
Al vertice della struttura militare si trovava il magister militum, il comandante supremo dell’esercito nell’intera prefettura, che rispondeva direttamente all’imperatore. Era lui a coordinare le grandi campagne militari, a distribuire le risorse tra le diocesi e a garantire la coesione strategica dell’intero apparato difensivo.
La separazione tra questa catena di comando militare e quella civile dei prefetti del pretorio era deliberata: Diocleziano voleva che nessun singolo funzionario controllasse insieme soldati, denaro e giustizia, eliminando così il rischio di usurpazioni che aveva devastato il III secolo.
Il diritto romano sotto Diocleziano
La trasformazione del Diritto romano è uno dei cambiamenti più profondi nella storia romana, e riguarda il passaggio da un sistema creativo a uno puramente esecutivo.
Nell’epoca repubblicana e nel primo Principato, il diritto romano era tutt’altro che un sistema rigido. Il protagonista centrale era il pretore, un magistrato che ogni anno, all’inizio del suo mandato, pubblicava l’edictum perpetuum, cioè un programma con i principi giuridici che avrebbe seguito durante il suo anno di carica. Questo significava che il diritto cresceva in modo organico, adattandosi alle nuove realtà sociali ed economiche: i giuristi classici come Papiniano, Ulpiano e Paolo interpretavano, discutevano e innovavano costantemente, e la loro auctoritas aveva peso normativo quasi pari alla legge. Era un sistema vivo, in continua evoluzione dal basso.
A partire dal III secolo questa creatività giuridica si spense progressivamente. Con il Dominato di Diocleziano si completò una trasformazione già avviata: l’imperatore divenne l’unica fonte del diritto, e i funzionari non creavano più norme ma si limitavano ad applicare quelle imperiali.
L’imperatore poteva legiferare attraverso quattro strumenti principali: gli edicta, cioè disposizioni con valore vincolante per tutto l’impero, i mandata, istruzioni operative per i funzionari, i rescripta, risposte a quesiti giuridici specifici, e i decreta, sentenze su casi particolari. Secondo la concezione del tempo l’imperatore era considerato «legge vivente ben superiore alle leggi scritte», il che rendeva superflua qualsiasi altra fonte autonoma di produzione giuridica.
Il risultato fu che il diritto romano smise di evolversi dal basso e divenne pura esecuzione della volontà imperiale. I giuristi non interpretavano più liberamente, ma commentavano i testi imperiali. I governatori e i vicari non creavano diritto, ma lo applicavano meccanicamente secondo le disposizioni ricevute dall’alto. Questa cristallizzazione, se da un lato garantì uniformità nell’enorme macchina burocratica tetrarchica, dall’altro segnò la fine della grande stagione creativa della giurisprudenza classicaromana, aprendo quello che gli storici del diritto chiamano il periodo postclassico.
La riforma del fisco e il dirigismo economico
Altro fondamentale settore che conobbe delle riforme enormi, e a tratti soffocanti, fu quello del fisco.
Il punto di partenza dell’intero sistema fiscale fu il censimento, ripetuto a cadenza regolare ogni cinque anni attraverso le cosiddette indizioni. Ogni città doveva dichiarare sia il numero di persone che vivevano nel suo territorio sia la ricchezza prodotta dalla terra, ottenendo così una fotografia precisa delle risorse disponibili su cui calcolare le imposte. Diocleziano fu il primo imperatore a redigere in modo sistematico un bilancio annuale dello Stato, calcolando ogni anno la quantità di tasse necessaria in base alle spese militari e burocratiche previste.
Il sistema si fondava su due unità di misura distinte e complementari. Il caput era l’unità fiscale personale: rappresentava il valore economico di ogni individuo come forza lavoro, e da esso veniva calcolata la capitatio, cioè l’imposta sul reddito personale.
Lo iugum era invece l’unità fondiaria: rappresentava la porzione di terra arabile che un contadino in buona salute poteva lavorare, e da esso veniva calcolata la iugatio, l’imposta sui terreni pagata in denaro ma soprattutto in grano e derrate alimentari. I due sistemi erano strettamente intrecciati: uno iugum non poteva essere tassato senza un caput corrispondente e viceversa, il che spingeva il fisco a mantenere un equilibrio costante tra terra disponibile e forza lavoro.
La riscossione delle imposte avveniva ogni anno il 1° settembre ed era affidata ai decuriones, i membri dei consigli municipali delle singole città. Essi erano personalmente responsabili del gettito fiscale del loro territorio: dovevano raccogliere le imposte dai singoli contribuenti e versarle allo Stato, rispondendo con il proprio patrimonio personale in caso di ammanco.
Questo meccanismo trasformò i decurioni da élite locale privilegiata a categoria gravata da un peso enorme: chi non riusciva a far quadrare i conti rischiava la rovina economica, e col tempo la carica di decurione divenne un onere che molti cercavano di evitare.
La conseguenza più pesante dell’intero sistema fu la precettazione lavorativa, ovvero il divieto imposto ai lavoratori di abbandonare la propria terra o cambiare professione. Poiché le entrate fiscali erano calcolate in base al numero di capita e iuga registrati al momento del censimento, ogni spostamento di persone o abbandono di terreni avrebbe scompaginato i calcoli dello Stato.
Per questo i figli ereditavano obbligatoriamente la professione del padre: il figlio del contadino restava contadino, il figlio dell’artigiano restava artigiano. Il risultato fu, come hanno definito gli storici, una vera e propria «imbalsamazione della società»: la mobilità sociale e geografica fu di fatto eliminata per legge, gettando le basi di quel sistema di servi della gleba che avrebbe caratterizzato il Medioevo.
L’editto dei prezzi
L’Edictum De Pretiis Rerum Venalium del 301 d.C. è uno dei provvedimenti economici più ambiziosi e discussi di tutta la storia romana.
Il problema di fondo era una crisi monetaria che durava da quasi un secolo. Nel corso del III secolo i vari imperatori avevano progressivamente ridotto il contenuto di argento nelle monete per far fronte alle spese militari, fino a svuotarle quasi del tutto.
Diocleziano tentò di porvi rimedio introducendo una nuova moneta argentea, l’argenteus, dal peso simile al vecchio denario neroniano, ma l’effetto fu paradossalmente opposto: il valore dell’argento salì sui mercati, trascinando con sé tutti i prezzi e aggravando ulteriormente l’inflazione.
Prima dell’editto sui prezzi, Diocleziano tentò anche un cosiddetto Editto di Afrodisiade con cui raddoppiò il valore nominale delle monete di rame e bronzo, fissando addirittura la pena di morte per gli speculatori, accusati di essere come barbari nemici dell’impero, ma anche questo provvedimento si rivelò insufficiente.
Tra il 20 novembre e il 9 dicembre del 301 d.C., nel diciottesimo anno del suo regno, Diocleziano emanò l’editto con il consenso degli altri tre tetrarchi, che compaiono tutti come firmatari. Era un documento di straordinaria vastità: diviso in 32 sezioni, fissava i prezzi massimi, non prezzi fissi, ma tetti invalicabili, per oltre mille prodotti, beni e servizi presenti nell’intero impero. L’editto era redatto sia in latino che in greco, le due lingue fondamentali dell’impero, ed è stato ricostruito dagli storici moderni sulla base di 132 frammenti recuperati a partire dal 1709, ritrovati soprattutto nella parte orientale dell’impero.
Il livello di dettaglio era straordinario. Nella sezione De Piscis il pesce di mare di prima scelta veniva fissato a ventiquattro denari la libbra, quello di seconda a sedici, il pesce di fiume a dodici e otto, le sardine a sedici. Nella sezione De Oleribus venivano stabiliti i prezzi di cinque tipi di lattuga, e così via per ogni categoria merceologica immaginabile, dai cereali alle stoffe, dal vino ai salari dei lavoratori. La pena per chi vendeva a prezzi superiori al limite stabilito era la morte.
Nonostante la severità delle sanzioni, l’editto fu un fallimento quasi immediato. I commercianti, piuttosto che vendere in perdita, preferivano ritirare le merci dal mercato e alimentare il mercato nero e il contrabbando. Le autorità non erano in grado di controllare capillarmente migliaia di transazioni quotidiane su un territorio immenso, e il divario tra i prezzi ufficiali e quelli reali si fece rapidamente insostenibile. L’editto cadde di fatto in disuso ancora prima della fine del regno di Diocleziano, lasciando irrisolto il problema inflattivo che aveva cercato di combattere.
La lotta al Manicheismo
Altra parte fondamentale del regno di Diocleziano fu la lotta ad alcune religioni che, nella morale romana del tempo, potevano costituire un grave pericolo. Primo obiettivo fu sicuramente il Manicheismo.
Questa religione nacque in Mesopotamia, nel cuore dell’Impero sasanide persiano, fondato dal profeta Mani (216–276 d.C.). Era una religione profondamente dualistica: al centro di tutta la sua visione del mondo stava la lotta eterna e inconciliabile tra il Bene, identificato con la luce e il mondo spirituale, e il Male, identificato con le tenebre e la materia.
Secondo questa dottrina, non esiste un unico dio onnipotente, ma due princìpi eterni e contrapposti in guerra permanente, e il compito dell’uomo è liberare le particelle di luce intrappolate nella materia per restituirle al mondo spirituale.
Dalla Persia il manicheismo si era diffuso rapidamente verso ovest, raggiungendo l’Egitto e le province orientali dell’impero Romano attraverso le rotte commerciali. Questa origine persiana era agli occhi di Diocleziano un elemento politicamente devastante: nel 302, nel pieno delle tensioni con i Sasanidi, una religione nata e cresciuta nel paese nemico non poteva che essere considerata uno strumento di destabilizzazione politica oltre che religiosa.
Nel suo rescritto al proconsole d’Africa, Diocleziano usò parole durissime: i manichei avevano creato «nuove e finora sconosciute sette in opposizione alle credenze più antiche» e la sua paura era che «con il passare del tempo si adoperassero per infettare l’intero impero come con il veleno di un serpente maligno».
Il 31 marzo 302Diocleziano emanò il rescritto contro i manichei, la prima persecuzione religiosa dell’impero che prevedeva espressamente la distruzione delle scritture sacre. I capi manichei e i loro seguaci dovevano essere bruciati vivi insieme ai loro testi sacri, una misura di radicalità senza precedenti nella storia romana.
I manichei di rango inferiore furono condannati a morte, mentre quelli di ceto più elevato vennero mandati a lavorare nelle cave del Proconneso, l’odierna isola di Marmara, o nelle miniere di Phaeno. Tutte le proprietà manichee furono confiscate e trasferite al tesoro imperiale.
Al di là del fervore religioso, la persecuzione aveva una logica politica precisa. Il manicheismo era percepito come una forza anti-tradizionale che minacciava la coesione sociale su cui si reggeva il sistema tetrarchico. Per Diocleziano, che aveva costruito tutta la sua propaganda sull’idea del restauratore della prisca religio romana, una religione straniera, recente e rivoluzionaria era incompatibile con il progetto di rifondazione dell’impero. Come scrisse lui stesso: «l’antica religione non dovrebbe essere criticata da una appena creata».
La grande persecuzione contro i Cristiani
Nei primi quindici anni del suo governo, Diocleziano non perseguitò i cristiani in modo sistematico: si limitò a espellerli progressivamente dall’esercito e dall’amministrazione pubblica, ritenendo sufficiente tenerli lontani dalle cariche di potere. Era una posizione di prudenza: Diocleziano sapeva che i cristiani erano ormai diffusissimi nell’impero, anche tra i funzionari e la corte, e una repressione violenta avrebbe creato instabilità. Fu il suo Cesare Galerio a spingere verso la persecuzione generale nell’inverno del 302.
Per risolvere il contrasto tra la sua cautela e la spinta di Galerio, Diocleziano ricorse a uno strumento tipicamente romano: la consultazione oracolare. Fu inviato un messaggero al celebre oracolo di Apollo a Didima (nell’odierna Turchia) con la richiesta di un responso sulla questione cristiana. La risposta dell’oracolo fu interpretata come un’approvazione della posizione di Galerio — secondo alcune fonti l’oracolo parlò di un «male sulla terra» che impediva al dio di rispondere, e i cristiani furono indicati come capro espiatorio. Questa risposta tolse a Diocleziano le ultime riserve, e la persecuzione generale fu proclamata il 24 febbraio del 303.
In meno di due anni furono emanati quattro editti successivi di crescente durezza. Il primo editto, affisso a Nicomedia il 24 febbraio 303, ordinava il rogo dei libri sacri e dei testi liturgici, la demolizione di tutte le chiese, il divieto assoluto di riunirsi per il culto e la proibizione per i cristiani di ricorrere ai tribunali in qualunque azione legale.
Contestualmente, senatori, cavalieri, decurioni, veterani e soldati cristiani furono privati dei loro ranghi, e i liberti cristiani ridotti in schiavitù. I successivi editti inasprirono le misure: il clero fu arrestato e imprigionato, poi fu ordinato un sacrificio universale con cui tutti gli abitanti dell’impero dovevano offrire sacrifici agli dei pagani pena la morte.
La persecuzione non fu uniforme su tutto il territorio. Nelle province occidentali di Costanzo Cloro fu applicato soltanto il primo editto, con qualche demolizione di chiese ma senza arresti di massa né esecuzioni. In Oriente, nelle province di Galerio e Diocleziano, la repressione fu invece feroce. Questo divario rivelò una realtà scomoda per i persecutori: in molte zone i pagani stessi erano indifferenti o apertamente ostili alla persecuzione, e non mancarono casi di funzionari e privati pagani che aiutarono i cristiani a nascondersi o a mettere in salvo i loro testi sacri.
Paradossalmente, la persecuzione ottenne l’effetto opposto a quello sperato. Il martirio, la morte accettata con serenità in nome della fede, divenne uno straordinario strumento di propaganda cristiana: ogni esecuzione pubblica attirava curiosi, spesso li convertiva e consolidava la coesione delle comunità cristiane rimaste. Come registrano le fonti, la persecuzione non riuscì a controllare la crescente diffusione della Chiesa, che anzi uscì rafforzata nella sua identità e nella sua coesione interna.
Non tutti i cristiani resistettero. Molti vescovi e chierici, per salvare la propria vita, si piegarono alle richieste imperiali: sacrificarono agli dèi pagani e, soprattutto, consegnarono i testi sacri alle autorità.
Il verbo latino tradere, consegnare, diede il nome a questi ceditori, chiamati appunto traditores, parola da cui deriva direttamente il nostro “traditori“. Quando la persecuzione finì, nacque una violentissima disputa: il vescovo Donato di Numidia sostenne che i sacramenti amministrati da un traditor erano nulli, perché un ministro che aveva rinnegato la fede non poteva trasmettere la grazia divina.
I suoi seguaci, i donatisti, rifiutarono di riconoscere i vescovi che si erano compromessi, affermando di essere loro la vera Chiesa di Cristo, mentre le comunità che erano rimaste in comunione con i traditores erano ormai apostati. Lo scisma donatista sopravvisse per quasi un secolo, e i donatisti si riconciliarono con la Chiesa cattolica solo dopo il concilio di Cartagine del 411.
L’abdicazione di Diocleziano
Nel 303 d.C.Diocleziano celebrò i suoi vicennalia, i vent’anni di regno, con grandi festeggiamenti a Roma, la prima e unica volta che l’imperatore visitò la capitale durante il suo lungo governo. Fu un momento di trionfo pubblico, ma già nella tarda estate del 304, durante una campagna sul Danubio, Diocleziano fu colpito da una grave malattia che lo lasciò in condizioni così precarie da far circolare per mesi la voce della sua morte. L’imperatore scomparve dalla vita pubblica per un lungo periodo, e le sue rare apparizioni lo mostravano invecchiato e debilitato nel corpo, tanto che molti alla corte dubitavano potesse ancora governare.
A Ravenna, nell’inverno tra il 304 e il 305, Diocleziano cominciò a organizzare la sua abdicazione, un evento senza precedenti nella storia romana: nessun imperatore aveva mai rinunciato volontariamente al potere. Le fonti antiche suggeriscono che dietro la decisione ci fosse anche una forte pressione da parte di Galerio, il quale aveva tutto l’interesse a liberarsi di Diocleziano per controllare più liberamente i successori. Secondo questa tradizione, Galerio arrivò quasi a minacciare il vecchio imperatore, sfruttando la sua malattia e la sua fragilità per costringerlo ad accelerare il processo.
Il 1° maggio 305, sulla stessa collina nei pressi di Nicomedia dove vent’anni prima aveva ricevuto il potere imperiale, Diocleziano si presentò davanti all’esercito radunato, con accanto Massimiano che contemporaneamente abdica a Milano. Di fronte alla statua di Giove, tra le lacrime, come riportano le fonti, Diocleziano depose la porpora e cedette il potere ai due nuovi Augusti, Galerio in Oriente e Costanzo Cloro in Occidente. Fu un momento di straordinaria solennità e malinconia: il vecchio imperatore, in lacrime, sulla stessa altura dove aveva iniziato tutto, chiudeva un’epoca.
Dopo l’abdicazione, Diocleziano si ritirò nel suo immenso palazzo di Spalato, l’odierna Split, in Croazia, che aveva fatto costruire negli anni precedenti come residenza per la vecchiaia. Quando, negli anni successivi, il sistema tetrarchico cominciò a crollare e gli antichi colleghi lo sollecitarono a riprendere il potere, Diocleziano rifiutò con una risposta rimasta celebre: disse di preferire coltivare le sue verdure piuttosto che tornare a governare un mondo in fi.
La crisi e il crollo della tetrarchia
Il sistema tetrarchico si rivelò fragile quasi subito dopo l’abdicazione, perché non riuscì a risolvere il problema della successione dinastica. I nuovi Cesari scelti da Galerio, Severo in Occidente e Massimino Daia in Oriente, erano sue creature e non riconosciuti da tutti.
Nel 306 morì Costanzo Cloro in Britannia e le sue truppe acclamarono imperatore il figlio Costantino, un atto del tutto contrario allo spirito tetrarchico che escludeva la successione per nascita. Nello stesso anno il figlio di Massimiano, Massenzio, si proclamò imperatore a Roma con l’appoggio del padre, che aveva ritirato la propria abdicazione. In pochi mesi il sistema ideato da Diocleziano, che prevedeva quattro imperatori scelti per merito, si frantumò in una guerra civile multipla tra pretendenti legati tra loro da parentele e alleanze.
La crisi si risolse con la progressiva eliminazione degli altri pretendenti da parte di Costantino, che sconfisse Massenzio nella celebre battaglia di Ponte Milvio nel 312 e poi Licinio nel 324, diventando unico imperatore di un impero riunificato.
La tetrarchia, nata per dividere il peso del governo tra quattro persone e garantire la stabilità, finì per produrre esattamente il tipo di guerra civile che Diocleziano aveva cercato di evitare. Il principio del merito era stato spazzato via dall’istinto dinastico: i soldati volevano seguire il figlio del loro generale, non uno sconosciuto scelto da un lontano imperatore.
Diocleziano morì probabilmente nel 311 o 312, pochi anni dopo aver assistito impotente, dal suo palazzo di Spalato, al collasso di tutto ciò che aveva costruito.
Se nell’antica Roma esistesse una forma riconoscibile di diritti umani è una domanda che gli storici del diritto si pongono da tempo. A prima vista, la risposta sembrerebbe negativa: i Romani non hanno mai redatto una dichiarazione formale paragonabile alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 o alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948. Eppure, un’analisi storica più attenta — come quella proposta dallo studioso Richard A. Bauman nel suo importante volume Human Rights in Ancient Rome (Routledge, Londra–New York, 1999) — rivela che i fondamenti teorici e le applicazioni concrete di questi diritti erano già profondamente radicati nel pensiero giuridico e filosofico romano, sia nella tarda Repubblica che durante il Principato.
La tesi centrale di Bauman, ricostruita nella recensione critica di Albert Deman pubblicata su L’Antiquité classique (tomo LXX, 2001, pp. 571–573), è quella di rintracciare le radici storiche della Dichiarazione universale del 1948 nell’esperienza giuridica di Roma repubblicana e imperiale. Secondo l’autore, la civiltà romana sviluppò il proprio sistema di diritti in modo graduale e pragmatico — «lentamente e caso per caso» —, seguendo un’etica che evitava di imporre riforme prima che i tempi fossero maturi. Come osserva Deman, questo approccio ricorda il concetto di piecemeal engineering elaborato dal filosofo Karl Popper: l’idea, cioè, di costruire una società migliore attraverso piccoli passi progressivi, senza stravolgimenti radicali. Un atteggiamento che trova un’eco perfetta nelle parole di Marco Aurelio: «Non sperare di realizzare la repubblica di Platone, ma tieniti soddisfatto se avanzi anche di poco».
Il punto di partenza è linguistico. Il latino non ha un’espressione diretta equivalente a diritti umani o droits de l’homme. Eppure il lessico giuridico e filosofico romano offre numerose formule di contenuto analogo: ius humanum, lex humanitatis, ius naturale, ius gentium. Come ha mostrato Maria Luisa Biccari in un saggio pubblicato su Jus Online (2-2017), riprendendo il pensiero di Giuliano Crifò, nell’elaborazione del diritto romano «è l’individuo il punto di riferimento principale» — un individuo considerato per natura libero, dotato di una naturalis libertas. Non si trattava di pure astrazioni filosofiche: questi concetti guidavano concretamente la produzione delle leggi e l’interpretazione dei giuristi, fungendo da categorie operative di primaria importanza.
Humanitas e philanthropía: la matrice filosofica
Al centro dell’intero sistema si trova il concetto di humanitas. Nel suo significato principale, il termine indica l’insieme delle qualità civili e culturali — corrispondenti alla paideia di tradizione ellenistica — che l’educazione trasmette all’essere umano, distinguendolo dalla brutalità. In senso più ampio, humanitas diventa un imperativo morale: astenersi da comportamenti crudeli verso gli altri esseri umani, costituendo così il fondamento implicito di un sistema di obblighi e tutele reciproche.
La nascita di questo concetto è inseparabile dall’incontro tra Roma e il mondo ellenistico nel corso del II secolo a.C. La nozione greca di philanthropia — la benevolenza verso il genere umano — venne accolta e rielaborata in una sintesi originale. Il principale tramite di questa trasmissione fu Publio Terenzio Afro, commediografo di origine cartaginese e già schiavo liberato, la cui celebre battuta dall’Heauton timorumenos — «Homo sum: humani nihil a me alienum puto» («Sono un uomo: nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me stesso») — risuonò come un manifesto dell’universalismo romano. Due secoli dopo, Seneca riprese quella stessa frase per coronare la sua riflessione sull’unità del genere umano come fondamento di ogni rapporto sociale e giuridico, facendone il punto di partenza della propria dottrina della clementia, esposta nel trattato omonimo dedicato al giovane Nerone.
La libertas e le garanzie processuali
L’impianto giuridico a tutela della persona nella Roma repubblicana si fondava sul concetto di libertas. Questo termine non indica semplicemente il contrario della schiavitù, ma l’insieme delle garanzie processuali e politiche riconosciute al cittadino romano. Come ha evidenziato uno studio pubblicato su Rechtsgeschichte – Legal History dedicato a Cicerone e Sallustio, la libertas era protetta da tre istituti distinti:
Provocatio ad populum: il diritto di appellarsi al popolo contro una decisione coercitiva presa da un magistrato
Appellatio: la facoltà di ricorrere al tribuno della plebe come garante contro l’arbitrio dei magistrati
Suffragium: il diritto di voto nelle assemblee popolari
Questi istituti affondavano le radici nelle Leges Valeriae et Porciae — una serie di norme approvate tra il 509 a.C. e il 184 a.C. — che esentavano i cittadini romani da punizioni degradanti come la flagellazione e la crocifissione, sancendo al tempo stesso il diritto di provocatio. Secondo gli storici del diritto moderni, queste leggi costituiscono un vero e proprio sistema di garanzie individuali, funzionalmente simile agli odierni diritti processuali fondamentali, anche se limitato ai soli cittadini romani. La Lex Porcia del 199 a.C. estese inoltre il diritto di provocatio ai cittadini romani residenti nelle province e ai soldati arruolati negli eserciti, segnando un primo passo verso quella vocazione universale che il diritto romano avrebbe sviluppato nelle epoche successive.
Cicerone e il ius naturale: verso una teoria universale
Nessun pensatore antico contribuì quanto Cicerone a dare una forma filosofica compiuta ai diritti umani nel mondo romano. Nel De officiis, nel De re publica e nel De legibus, egli elaborò una teoria del ius naturale — il diritto naturale — che andava oltre i confini della cittadinanza romana per abbracciare l’intera umanità. Fortemente influenzato dallo stoicismo di Panezio di Rodi, Cicerone sosteneva l’esistenza di una legge universale, radicata nella ragione umana, dalla quale derivavano diritti e doveri validi per tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione sociale o dalla loro origine.
Come ha osservato Federico Procchi sulla Rivista di diritto romano (LED Edizioni, 2017), Cicerone offrì «la prima compiuta elaborazione di concetti — quali l’aequitas, il ius gentium, lo stesso ius naturale — che presentano un ruolo centrale anche nella riflessione giuridica dell’epoca classica». In questa prospettiva, Cicerone affrontò temi di grande attualità politica: la pena di morte, l’esilio, i limiti del potere coercitivo dei magistrati. La sua arringa Pro Rabirio perduellionis reo contiene un passaggio di straordinaria modernità, nel quale egli celebra l’abolizione della fustigazione pubblica e della croce come conquiste di civiltà attribuite agli antenati romani, che avevano saputo preservare la libertà attraverso leggi miti piuttosto che con punizioni feroci.
Di uguale importanza è la dottrina ciceroniana del ius exilii: il diritto del cittadino di sottrarsi alla pena di morte scegliendo l’esilio volontario prima che la condanna diventasse definitiva. Impedire l’esercizio di questo diritto da parte di un magistrato era considerato un improbum factum — un atto giuridicamente riprovevole.
Il ius gentium: dall’universalismo romano ai diritti moderni
Accanto al ius naturale filosofico, il diritto romano elaborò, sul piano pratico, lo strumento del ius gentium — il diritto delle genti. Nato originariamente come insieme di norme destinate a regolare i rapporti tra cittadini romani e stranieri nelle controversie commerciali, il ius gentium si sviluppò progressivamente in un sistema giuridico a vocazione universale, fondato sulla naturalis ratio — la ragione naturale condivisa da tutti gli esseri umani. Come chiarisce uno studio dell’Università di Vienna sui rapporti tra il diritto romano e l’ordine internazionale post-1945, «la peculiarità del ius gentium consiste non soltanto nel suo dichiarato universalismo, ma nel fatto che poteva essere azionato dagli individui — tanto romani quanto stranieri — dinanzi a un magistrato specializzato».
Gaio, nelle sue Institutiones — il primo manuale sistematico di diritto romano pervenuto integro —, definì il ius gentium come il diritto «comune a tutti i popoli», fondato su una ragione naturale di portata universale e perciò eticamente superiore al semplice ius civile. Questa concezione avrebbe influenzato in modo determinante il pensiero giuridico moderno: Hugo Grotius (1583–1645), principale artefice della dottrina dei diritti naturali soggettivi, costruì il proprio sistema attingendo agli strumenti giuridici romani e alla filosofia morale di Cicerone, come ha argomentato Benjamin Straumann in uno studio pubblicato su Law and History Review.
Adriano: l’imperatore dello Stato di diritto
Nel contesto dell’età imperiale, Adriano occupa un posto di primo piano nello studio dei diritti umani nell’antica Roma. Come ha sottolineato Albert Deman nella sua recensione a Bauman, Adriano fu «l’imperatore dei diritti dell’uomo e l’imperatore dello Stato di diritto», nonostante alcune cadute puntuali. Tre episodi documentano questa vocazione con particolare chiarezza.
Il primo episodio è il rescritto con cui Adriano accordò al direttore del Collegio di Epicuro in Atene il diritto di redigere testamento in greco e di designare un successore di condizione straniera (FIRA, I, 79) — un atto che riconosceva personalità giuridica a soggetti altrimenti esclusi dalle tutele del diritto civile romano. Il secondo è la riforma di un senatus consultum riguardante i figli illegittimi nati da madre cittadina e padre schiavo, operata per renderlo compatibile con una norma del ius gentium: il giurista Gaio, nelle Institutiones (I, 82–83), riferisce che l’imperatore fu spinto ad intervenire dall’«iniquitate rei et inelegantia iuris» — dall’iniquità della situazione e dall’incoerenza della norma stessa. Il terzo è il principio conservato nel Digesto (XLVIII, 8, 14): «In maleficiis voluntas spectatur, non exitus» — «Nei reati si considera l’intenzione, non il risultato» — lontano precursore del moderno principio di colpevolezza.
Il divario tra teoria e realtà: la contraddizione strutturale della schiavitù
Sarebbe tuttavia fuorviante presentare Roma come una società pienamente orientata alla tutela dei diritti umani, ignorandone le profonde contraddizioni. Lo stesso Deman, nella sua valutazione critica di Bauman, lamenta che l’autore non abbia messo sufficientemente in luce «il divorzio tra la teoria dei diritti dell’uomo e la realtà sociale: la teoria sono i testi generosi degli Stoici e dei giureconsulti nonché del Vangelo; la realtà è più cupa, nonostante il lento progresso della condizione servile suscitato dai provvedimenti puntuali di alcuni imperatori illuminati».
La schiavitù rimane la contraddizione strutturale irrisolvibile del mondo antico. Friedrich Engels, nell’Anti-Dühring, aveva formulato con efficacia il paradosso fondante: «Senza la schiavitù nessuno Stato greco, nessuna arte e scienza greca; senza la schiavitù nessun Impero romano». A ciò Deman aggiunge con lucidità: «Senza la schiavitù antica nessuna democrazia moderna, nessun moderno diritto dell’uomo». Si tratta di una provocazione intellettuale di grande densità: la moderna sensibilità verso i diritti umani è storicamente il frutto di una civiltà che quei diritti negava sistematicamente a una larga parte della popolazione. Non è tuttavia privo di significato ricordare che già Posidonio di Rodi — stoico e maestro intellettuale di Cicerone — aveva elaborato, nei frammenti del suo pensiero tramandati da Diodoro Siculo nelle narrazioni delle rivolte servili di Sicilia, una riflessione umanitaria che andava oltre lo stesso antropocentrismo stoico, avanzando verso il riconoscimento dei doveri dell’uomo nei confronti degli animali e della natura.
L’eredità: dall’antica Roma alla Dichiarazione del 1948
Il lascito giuridico e filosofico di Roma in materia di diritti umani è dunque ambivalente ma imprescindibile. Da un lato, la tradizione degli stoici, dei giureconsulti classici e degli imperatori illuminati elaborò concetti e strumenti di tutela della persona destinati a attraversare i secoli: il ius naturale, il ius gentium, la provocatio, la naturalis libertas, l’aequitas. Dall’altro, la struttura schiavistica e gerarchica della società romana rimase un limite invalicabile, creando un divario permanente tra i principi teorici e la realtà concreta.
È in questo scarto — tra la generosità del pensiero e la durezza delle strutture — che risiede la modernità paradossale dell’antica Roma: una civiltà che non possedeva ancora il linguaggio dei diritti umani, ma ne stava forgiando lentamente, caso per caso, le categorie fondamentali. Ciò che scrissero i grandi giuristi romani — da Gaio a Papiniano, da Ulpiano a Modestino — sopravvisse alla caduta dell’Impero e alimentò, attraverso il diritto canonico medievale e il giusnaturalismo dei secoli XVII e XVIII, le grandi Dichiarazioni dei secoli XVIII e XX. Il filo che collega il ius gentium di Adriano alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 non è immaginario: è documentato, riconoscibile e, come dimostrano le ricerche più recenti, ancora vivo.
Berkeley (California) — Nel marzo 2026, uno studio pubblicato su The International Journal of the History of Sport ha riportato alla luce una figura dell’antichità rimasta nell’ombra per oltre centosessant’anni: una venatrix, cioè una cacciatrice professionista che affrontava belve feroci nell’arena.
L’autore della ricerca, Alfonso Mañas, esperto di sport antico dell’Università della California di Berkeley, ha riletto un’importante testimonianza del passato: il disegno di un mosaico romano rinvenuto nel 1860 a Reims, nell’attuale Francia, dall’archeologo Jean-Charles Loriquet, che ne pubblicò una riproduzione grafica due anni dopo, nel 1862.
Il mosaico originale era di dimensioni eccezionali, circa undici metri per nove, e mostrava una ricca sequenza di scene ambientate nell’anfiteatro, racchiuse in cornici a medaglione: gladiatori, animali selvatici, cacciatori e combattenti si alternavano in una composizione complessa e spettacolare.
Con ogni probabilità decorava la dimora privata di un personaggio molto facoltoso, forse un editor munerum, cioè uno di quei notabili che finanziavano i giochi nell’arena. L’opera fu purtroppo distrutta per sempre durante i bombardamenti del 1917, e oggi ne resta soltanto un piccolo frammento, conservato al Museo di Storia Saint-Rémi di Reims.
A testimoniare l’aspetto originario del mosaico rimane quindi il disegno realizzato nell’Ottocento da Loriquet: un documento fragile, certo, ma ancora capace di raccontare moltissimo.
Per decenni, la figura al centro del dibattito è stata interpretata in modo incerto e spesso poco convincente. A volte veniva descritta come un presunto agitator, un ruolo che però non trova riscontro nelle fonti antiche; altre volte come un paegniarius, una sorta di intrattenitore dell’arena che combatteva con frusta e bastone, protetto da un paramano.
Secondo Mañas, però, questa lettura non regge. Con un’analisi filologica rigorosa, lo studioso mostra infatti che nella figura non compaiono né il bastone né il paramano, due elementi iconografici fondamentali per identificarla in quel ruolo. Non si tratterebbe nemmeno di un condannato mandato a morire contro le belve: i damnati ad bestias, infatti, non ricevevano armi.
Al contrario, il personaggio impugna una frusta e sembra partecipare attivamente a una battuta di caccia organizzata, mentre spinge un leopardo verso un secondo combattente. C’è poi un dettaglio particolarmente significativo: il torso scoperto. Nelle raffigurazioni romane di gladiatrici e cacciatrici, infatti, la parziale nudità aveva una funzione precisa, quella di rendere immediatamente visibile al pubblico la natura femminile della combattente, che altrimenti sarebbe stata difficile da riconoscere dagli spalti.
Mettendo insieme tutti questi indizi — l’assenza dei tratti tipici del paegniarius, la presenza di un’arma, la nudità associata convenzionalmente alle figure femminili e il ruolo attivo nella venatio — Mañas arriva a una conclusione molto forte: con ragionevole certezza, quella raffigurata sarebbe la prima e unica immagine conosciuta di una venatrix nel mondo romano.
Alla sua interpretazione aderisce anche la storica Alison Futrell, docente all’Università dell’Arizona, secondo la quale le donne partecipavano con regolarità agli spettacoli dell’arena, ma sono rimaste molto meno visibili nelle testimonianze scritte e nelle immagini giunte fino a noi.
Anche l’aspetto cronologico della scoperta è tutt’altro che marginale. Finora, le fonti scritte lasciavano pensare che le cacciatrici fossero scomparse dall’arena attorno al 100 d.C., mentre le gladiatrici sembravano uscire di scena intorno al 200 d.C. Il mosaico di Reims, però, datato al III secolo, sposta questo limite in avanti di almeno cent’anni e costringe quindi a rivedere convinzioni che sembravano ormai acquisite sulla presenza femminile negli spettacoli romani.
In altre parole, questa scoperta offre una prova concreta del fatto che la storia delle donne nell’arena non si esaurì con i primi imperatori, ma continuò anche nel pieno della tarda età imperiale.
La storia del mosaico di Reims offre anche una riflessione più ampia: mostra quanto la memoria storica possa essere fragile e quanto siano preziosi gli archivi. Un semplice disegno pubblicato in un volume dell’Ottocento, rimasto a lungo trascurato, si rivela oggi una fonte di grande valore per ricostruire la storia sociale di Roma antica.
Quella venatrix che brandisce la frusta davanti al leopardo non è solo un’immagine di forte impatto. È anche una traccia silenziosa ma eloquente di vite femminili che passarono per l’arena, affrontarono le belve e solo oggi cominciano a trovare il posto che meritano nella storia.
Per secoli, le guerre nell’Italia antica e nel Mediterraneo furono combattute non solo da eserciti di cittadini, ma anche da soldati che combattevano in cambio di denaro. Questi guerrieri a pagamento, noti come mercenari, furono una figura centrale e complessa del mondo antico. In Italia, il fenomeno raggiunse proporzioni notevoli, diventando una vera e propria realtà sociale ed economica ben radicata nella penisola.
In origine, i mercenari erano una presenza rara e discontinua: singoli combattenti o piccoli gruppi che offrivano le proprie capacità militari ad eserciti stranieri o a ricchi proprietari terrieri, spesso confusi con la manodopera servile. Tutto cambiò a partire dalla fine del V secolo a.C.: il mercenariato divenne un fenomeno di massa, una realtà stabile e profondamente integrata nella vita militare e sociale della penisola.
La crisi dei popoli montanari
Per capire perché tanti uomini scelsero di diventare mercenari, bisogna guardare alle condizioni di vita delle popolazioni montane italiche, in particolare dei popoli osco-sabellici. Queste comunità, insediate sugli Appennini e sulle alture dell’Italia centro-meridionale, si trovarono verso la fine del V secolo a.C. ad affrontare una grave crisi demografica ed economica. Le terre montane, già povere e difficili da coltivare, non riuscivano più a sfamare popolazioni in continua crescita.
La rottura di questi equilibri spingeva ondate di uomini a scendere dalle montagne verso le pianure costiere, più fertili e prospere. Non si trattava di una semplice migrazione pacifica: era uno spostamento massiccio e spesso violento, che trasformava profondamente le comunità investite da questo flusso umano. La pressione demografica e la povertà endemica delle zone montane furono dunque il motore principale di un fenomeno che avrebbe segnato per secoli la storia militare della penisola.
La trasformazione delle città costiere
Le città costiere di tradizione greca furono le prime a subire l’impatto di questa pressione demografica. Cuma e Posidonia ne sono esempi emblematici. Cuma, una delle più antiche colonie greche della penisola, e Posidonia, celebre per i suoi magnifici templi dorici ancora oggi visibili nella piana del Sele, videro la propria identità greca progressivamente travolta dall’arrivo delle popolazioni scese dalle montagne.
Fu una trasformazione profonda, che cambiò costumi, istituzioni e persino le tradizioni religiose di queste antiche città. I nuovi abitanti portavano con sé una solida cultura guerriera, forgiata nei secoli di vita dura sulle alture appenniniche, e una naturale attitudine al combattimento che li rendeva particolarmente adatti alla vita militare. Quella che gli studiosi moderni chiamano «barbarizzazione» delle città costiere fu, in fondo, anche la premessa culturale del grande fenomeno del mercenariato italico.
Mercenari del popolo e cavalieri d’élite
Non tutti i mercenari italici erano uguali. All’interno di questo fenomeno è possibile distinguere almeno due grandi categorie, molto diverse tra loro per condizione sociale, equipaggiamento e valore in battaglia.
Da un lato vi era il mercenariato popolare, composto soprattutto da Sanniti, Brettii e Lucani. Si trattava di guerrieri provenienti dalle classi più umili, uomini che combattevano a piedi con un equipaggiamento semplice, e che vedevano nel servizio militare retribuito un modo per sfuggire alla povertà. Il legame tra miseria e mercenariato è qui diretto e chiaro: era la necessità economica a spingere questi uomini a vendere il proprio braccio in cambio di denaro.
Dall’altro lato vi era un mercenariato d’élite, rappresentato soprattutto dai cavalieri campani, gli equites della Campania. Questi combattenti a cavallo godevano di una reputazione eccezionale: erano considerati tra i migliori cavalieri del mondo antico, e il loro servizio era molto ricercato dagli eserciti che potevano permetterselo. La loro presenza nel panorama del mercenariato italico appare quasi paradossale: se il mercenariato è generalmente associato alla povertà e alla necessità, come spiegare la scelta di combattere per denaro da parte di uomini benestanti e ben equipaggiati? La risposta risiede probabilmente in una tradizione guerriera profondamente radicata, in cui il combattimento era un valore e una fonte di onore, indipendentemente dal compenso ricevuto.
I fattori che alimentarono la crescita
Oltre alla crisi demografica delle montagne, altri fattori contribuirono all’affermarsi del mercenariato italico. Uno dei più importanti fu la vicinanza geografica tra le zone di combattimento e le aree di reclutamento: le guerre si svolgevano spesso in regioni vicine alle terre di origine dei mercenari, rendendo il reclutamento rapido ed economico.
Un secondo fattore determinante fu la necessità degli eserciti greci di disporre di reparti specializzati. Le città greche della penisola e della Sicilia erano impegnate in conflitti continui e avevano bisogno di soldati capaci di combattere con tecniche diverse. Le popolazioni italiche, con la loro solida tradizione bellica forgiata nei secoli di vita montanara, offrivano una riserva pressoché inesauribile di ottimi combattenti. Per i comandanti greci assoldare questi uomini era doppiamente vantaggioso: erano geograficamente vicini e militarmente provati.
Il ver sacrum: quando il rito diventa migrazione
Tra i temi più affascinanti legati al mercenariato italico vi è il rapporto con un’antichissima pratica religiosa dei popoli osco-sabellici: il ver sacrum, ovvero la «primavera sacra». Secondo questo rito, nei momenti di crisi grave per la comunità, si consacravano agli dèi tutti i nati in una determinata primavera. Una volta cresciuti, questi individui erano destinati ad abbandonare la propria comunità e a cercare fortuna altrove, fondando nuovi insediamenti o mettendosi al servizio di popoli stranieri.
Il collegamento tra questo rito sacro e la migrazione volontaria dei mercenari è molto illuminante. In entrambi i casi si tratta di uomini che lasciano la propria terra, spinti da una necessità — religiosa nel caso del ver sacrum, economica nel caso dei mercenari — per offrire le proprie capacità lontano dai luoghi natali. Questo parallelismo è una delle intuizioni più originali nell’analisi del mercenariato italico, e offre una chiave di lettura che unisce storia religiosa, sociale e militare in un quadro coerente.
La conquista romana e il declino del mercenariato
Con l’espansione di Roma nella penisola italica, il panorama del mercenariato subì una trasformazione radicale e irreversibile. La progressiva incorporazione dei popoli italici nell’orbita romana privò il mercenariato del suo principale bacino di reclutamento. A partire dal 334 a.C., i Campani furono integrati nella sfera romana: i loro guerrieri venivano ora inquadrati nelle truppe ausiliarie di Roma, invece di essere liberi di offrire i propri servizi al miglior offerente.
Man mano che Roma estendeva il proprio controllo sulla penisola, le popolazioni locali non avevano più motivo di cercare impiego militare altrove. L’esercito romano e le sue strutture ausiliarie offrivano un’alternativa stabile e organizzata, capace di assorbire la forza combattente che in precedenza alimentava il mercenariato. Il serbatoio di uomini che aveva reso così vasto e florido questo fenomeno veniva così progressivamente esaurito dall’espansione militare romana.
Gli ultimi mercenari: disertori e nemici di Roma
Chi continuava a offrire i propri servizi a eserciti stranieri era ormai per lo più un disertore delle legioni romane, oppure apparteneva a popolazioni sannite e meridionali che resistevano all’espansione di Roma e nutrivano una profonda ostilità verso la città sul Tevere. Greci e Cartaginesi continuarono a reclutare tra questi elementi, trovando in loro soldati motivati non solo dal guadagno, ma anche dall’odio verso Roma.
La caduta di Taranto nel 272 a.C. e il trattato di pace con Cartagine nel 241 a.C. segnarono definitivamente la fine del mercenariato italico come fenomeno organizzato e di massa. Con questi due eventi si chiuse un capitolo importante della storia militare dell’Italia antica. Roma aveva ormai consolidato il proprio dominio sulla penisola, e le vie attraverso cui i mercenari italici trovavano impiego si erano del tutto esaurite.
Un bilancio storico complesso
La conquista romana non fu soltanto una vicenda politica e militare: fu anche una trasformazione profonda del tessuto sociale ed economico delle popolazioni italiche. I mercenari italici, lungi dall’essere semplici avventurieri in cerca di fortuna, erano il prodotto di condizioni ben precise: la povertà delle montagne, la pressione demografica, la tradizione guerriera dei popoli osco-sabellici e la domanda militare dei grandi eserciti del Mediterraneo antico.
Studiare questo fenomeno richiede un approccio rigoroso e attento alle fonti, capace di seguire la sua evoluzione nel tempo e di mettere in luce le trasformazioni graduali che portarono dai primi mercenari isolati a un mercenariato su vasta scala. Solo una lettura che tenga conto delle diverse fasi storiche e dei molteplici fattori in gioco permette di restituire la piena complessità di un fenomeno che intrecciò indissolubilmente povertà, guerra, identità culturale e dinamiche geopolitiche.
La corruzione politica nella Roma antica
Accanto alla storia dei mercenari, un’altra dimensione della vita romana che merita attenzione è quella della corruzione politica. Nel campo degli studi sull’antica Roma, alcuni studiosi hanno tentato di tracciare paralleli tra le pratiche corruttive del mondo romano e quelle del mondo contemporaneo, sostenendo che tangenti, malversazioni e raccomandazioni fossero fenomeni antichissimi, costanti nella storia dell’umanità.
Tuttavia, questo approccio presenta rischi considerevoli. Il pericolo dell’anacronismo è sempre presente quando si proiettano categorie moderne su realtà antiche: assimilare i legami di clientela nella Roma antica a pratiche riconducibili alla criminalità organizzata contemporanea è una semplificazione eccessiva e fuorviante. I rapporti di clientela nell’antica Roma erano strutture sociali complesse, regolate da norme precise e da un forte senso dell’onore e della reciprocità, che le distingue profondamente dalle reti corruttive del mondo odierno. Ciononostante, le testimonianze scritte sulle pratiche elettorali e sulla vita politica romana restano una fonte preziosa per chi voglia approfondire con rigore la vita pubblica dell’antica Roma.
Le origini del sistema fiscale romano risalgono all’epoca dei re, molto prima che Roma diventasse una repubblica. Lo storico Livio attribuisce al re Servio Tullio, vissuto nel VI secolo a.C., l’introduzione del primo censimento organizzato della popolazione. Questo strumento non serviva solo per l’esercito, ma anche per distribuire in modo equo le tasse tra i cittadini.
La società romana venne divisa in cinque categorie, basate sulla ricchezza di ciascuno. Chi possedeva di più contribuiva di più alle spese di guerra. Come scrive Livio, il tributo non veniva più calcolato «per testa», come avveniva in passato, ma in proporzione al patrimonio di ogni individuo.
Questo principio — pagare secondo le proprie possibilità — rappresentò una vera novità per l’epoca e avrebbe influenzato il sistema tributario romano per tutta la sua lunga storia.
Il tributum era l’imposta diretta pagata dai cittadini romani, ma non si trattava di una tassa fissa e continuativa. Veniva richiesta solo in momenti di emergenza, soprattutto durante le guerre. Se la campagna militare produceva bottino a sufficienza, il denaro raccolto veniva in teoria restituito ai contribuenti.
Accanto al tributum, esisteva un’altra forma di prelievo ancora più antica: il portorium, un dazio sulle merci che entravano o uscivano dalla città. La tradizione lo attribuisce al re Anco Marzio, che avrebbe introdotto questa tassa in coincidenza con la fondazione del porto di Ostia.
Queste due imposte — una sul patrimonio dei cittadini, l’altra sui commerci — costituirono per secoli le basi dell’intero sistema fiscale romano.
Il tributum e le guerre di conquista
Durante il periodo repubblicano, il tributum subì importanti cambiamenti, legati alle vicende militari di Roma. La seconda guerra punica (218–201 a.C.) mise in grave difficoltà le casse dello Stato. Livio racconta che nel 214 a.C. i consoli dovettero chiedere contributi straordinari ai cittadini più ricchi per pagare e mantenere i marinai della flotta — una misura del tutto inedita, che segnò la prima volta in cui una flotta romana fu finanziata con denaro privato.
La vera svolta arrivò però con la vittoria sulla Macedonia. Nel 167 a.C., il generale Lucio Emilio Paolo tornò a Roma con un bottino così enorme da garantire alle casse pubbliche risorse sufficienti per decenni. Da quel momento, l’imposta diretta sui cittadini italiani fu sospesa e non venne mai più ripristinata in modo ordinario.
Plutarco e Plinio il Vecchio confermano che quella campagna militare aveva reso superflua qualsiasi ulteriore tassazione diretta, segnando una svolta epocale nella storia fiscale della Repubblica romana.
Prima delle conquiste di Pompeo in Oriente, le tasse pagate dalle popolazioni delle province romane ammontavano complessivamente a circa duecento milioni di sesterzi — cifra riportata da Plutarco. Con Cesare, la sola Gallia fu tassata per quaranta milioni di sesterzi, come testimonia Svetonio.
Le province erano ormai diventate la principale fonte di entrata per le casse della Repubblica. Gestire questa enorme ricchezza distribuita in territori così vasti poneva, però, problemi amministrativi di una complessità mai affrontata prima.
I pubblicani e l’appalto fiscale
Con l’espansione dei territori romani sorse un problema pratico di difficile soluzione: come raccogliere le tasse in province lontane, con una burocrazia ancora poco sviluppata e magistrati che cambiavano ogni anno? La risposta fu affidare questo compito ai cosiddetti publicani, privati cittadini — per lo più appartenenti all’ordine equestre — che acquistavano all’asta il diritto di riscuotere le imposte in una determinata area.
Il meccanismo funzionava così: i publicani versavano in anticipo allo Stato l’intera somma prevista, e poi si occupavano in proprio di recuperarla dalla popolazione locale, tenendo per sé l’eventuale guadagno in eccesso. Il profitto stimato era intorno al 12%, ma nella pratica risultava spesso molto più alto, grazie a metodi di riscossione tutt’altro che delicati.
Il sistema dei publicani si rivelò però un’arma a doppio taglio. Cicerone, nelle sue orazioni contro Verre, descrisse senza mezzi termini le estorsioni praticate dai riscossori in Sicilia, dove la decuma — la decima parte del raccolto agricolo dovuta come tassa — diventava spesso pretesto per abusi sistematici. Un anonimo autore del II secolo a.C. arrivò a scrivere che «tutto il mondo geme ai piedi dei pubblicani».
La tensione tra i publicani e le popolazioni provinciali raggiunse il suo punto più drammatico nell’88 a.C.Mitridate VI del Ponto sfruttò il malcontento diffuso per guidare la rivolta delle città asiatiche contro Roma: in un solo giorno, ottantamila romani — tra cui moltissimi publicani — furono massacrati. Le fonti antiche lo interpretano come un atto di vendetta collettiva contro decenni di oppressione fiscale.
Le societates publicanorum: il capitalismo fiscale di Roma
Con l’espansione dei territori romani, le concessioni fiscali divennero troppo grandi per essere gestite da un singolo individuo. Nacquero così le societates publicanorum: vere e proprie società finanziarie, dotate di una struttura interna organizzata e di una forma rudimentale di personalità giuridica.
Al vertice di ogni società si trovava il manceps, colui che firmava il contratto con lo Stato. Sotto di lui operavano il magister, direttore generale con sede a Roma, e i promagistri, responsabili delle singole province. La società era finanziata da due categorie di investitori: i socii, soci a piena responsabilità, e gli adfines, investitori con responsabilità limitata le cui quote potevano essere liberamente comprate e vendute.
Questo mercato secondario si teneva al Foro Romano, nei pressi del tempio dei Dioscuri — un luogo che gli studiosi moderni non hanno esitato a definire la prima «Wall Street» della storia occidentale.
Il potere politico ed economico delle societates publicanorum raggiunse il suo apice tra il II e il I secolo a.C. In quel periodo, queste società non si limitavano a riscuotere le tasse: gestivano anche i grandi appalti per le costruzioni pubbliche, le forniture all’esercito e lo sfruttamento delle miniere.
Polibio osservava come quasi tutti i cittadini romani fossero in qualche modo coinvolti in questi appalti e nei guadagni che ne derivavano — un quadro in cui finanza pubblica e interessi privati si intrecciavano in modo quasi indistinguibile.
Il giurista Gaio definiva il publicanus semplicemente come colui che «ha preso in appalto un’entrata del popolo romano»: una formula sintetica che cattura perfettamente la natura ambigua di questa figura, a metà strada tra l’imprenditore privato e il funzionario al servizio dello Stato.
Dall’aerarium al fiscus: la riforma di Augusto
La crisi della Repubblica e l’ascesa del Principato portarono una trasformazione radicale nel sistema fiscale romano. Augusto, durante il suo regno (27 a.C. – 14 d.C.), riformò in profondità le finanze pubbliche. Accanto all’antico aerarium Saturni — la cassa tradizionale del Senato e del popolo romano — creò una nuova istituzione: il fiscus, la cassa personale dell’imperatore.
Nel fiscus confluivano i proventi fiscali dell’Egitto e, progressivamente, tutti gli altri redditi imperiali. Augusto lo utilizzò per distribuire terre ai veterani e finanziare le campagne militari, come egli stesso ricorda nelle Res Gestae. Il fiscus ricevette poi la sua organizzazione definitiva sotto Claudio (41–54 d.C.), che introdusse una contabilità sistematica delle entrate e delle uscite.
Intorno al 6 d.C., Augusto istituì l’aerarium militare, un fondo speciale destinato al pagamento dei veterani dell’esercito. Questo fondo era alimentato da due imposte: la centesima rerum venalium, pari all’1% sulle aste pubbliche, e la vicesima hereditatum, pari al 5% sulle eredità.
Quest’ultima fu la più contestata, soprattutto dai ceti più abbienti che ne erano i principali colpiti. Plinio il Giovane la definì «il tributo più gravoso imposto ai cittadini romani». Anche sotto Tiberio (14–37 d.C.) le pressioni per abolirla furono forti, ma l’imperatore resistette: come ricorda Tacito, rinunciarvi avrebbe significato mettere a rischio il mantenimento dell’esercito.
Le imposte nell’Impero: dirette, indirette e straordinarie
Il sistema fiscale imperiale si basava su una distinzione fondamentale tra imposte dirette e imposte indirette. Fino all’epoca di Diocleziano (284–305 d.C.), le imposte dirette venivano riscosse esclusivamente nelle province, attraverso due strumenti principali: il tributum capitis, un’imposta personale sugli individui in età lavorativa — indicativamente dai quattordici ai sessantacinque anni — e la decuma, pari al 10% dei redditi agricoli.
Non tutti erano obbligati a pagare: le città che godevano di particolari privilegi giuridici, come lo ius Italicum o l’immunitas, e i singoli cittadini con esenzioni personali erano esclusi da questi tributi, come previsto dal Digesto.
La riscossione si basava sulle dichiarazioni presentate dai contribuenti durante il censimento. Quest’operazione fu condotta per l’ultima volta a livello centralizzato sotto Vespasiano (69–79 d.C.); in seguito, la raccolta dei dati fu affidata ai funzionari imperiali e alle rilevazioni delle singole province.
Le imposte indirette erano numerose e toccavano ogni aspetto della vita economica. Tra le principali figuravano la vicesima libertatis, pari al 5% sul prezzo pagato per liberare uno schiavo, una tassa del 4% sulla vendita degli schiavi, e la centesima rerum venalium, l’1% sui proventi delle aste pubbliche — quest’ultima abolita da Caligola nel 38 d.C., almeno per l’Italia.
Accanto a queste, centinaia di tasse minori gravavano sulle attività più disparate: il possesso di animali da lavoro, l’uso degli archivi pubblici, le prestazioni delle prostitute e perfino la raccolta della cera d’api. La più celebre rimane però la tassa sull’urina raccolta nelle latrine pubbliche, utilizzata dai conciatori e dai tintori nei loro processi di lavorazione.
Fu proprio questa imposta a ispirare uno degli aneddoti più famosi della storia romana. Quando il figlio Tito espresse la propria indignazione per una tassa così poco dignitosa, l’imperatore Vespasiano gli avvicinò al naso una moneta chiedendogli se puzzasse. Alla risposta negativa di Tito, Vespasiano replicò con la frase rimasta proverbiale: «pecunia non olet — il denaro non ha odore».
Il declino dei pubblicani e la crisi del sistema
Il declino dei publicani iniziò già con Cesare, che nel 47 a.C. affidò direttamente alle città dell’Asia la riscossione dei tributi provinciali, lasciando loro un terzo del gettito come compenso. Augusto e i suoi successori continuarono su questa strada, sostituendo progressivamente le societates publicanorum con funzionari imperiali — questori, procuratori e censori — che rispondevano direttamente all’imperatore.
Il processo si accelerò nei decenni successivi. Sotto Tiberio, le societates persero il potere di riscuotere le imposte dirette. Nerone fece un ulteriore passo avanti, imponendo la pubblicazione delle tariffe fiscali — fino ad allora tenute segrete — e stabilendo che i tribunali giudicassero con priorità le cause di abuso intentate contro i publicani. Adriano (117–138 d.C.) sottrasse loro infine anche la riscossione delle imposte indirette nelle province, affidandola ad esattori locali sotto la supervisione di un funzionario imperiale.
Nel II secolo d.C. le societates publicanorum si estinsero definitivamente.
Con la scomparsa delle societates publicanorum, il sistema fiscale romano non sparì tuttavia nel nulla. Le strutture tributarie imperiali, ormai centralizzate e burocratizzate, sopravvissero a lungo, trasmettendo concetti, pratiche e terminologia al mondo medievale e, attraverso di esso, al diritto europeo moderno.
Termini come fiscus, aerarium, vicesima e decuma risuonano ancora nelle categorie del diritto tributario contemporaneo. Roma non ci ha lasciato soltanto le basi del diritto privato e pubblico: con straordinaria capacità amministrativa, ha inventato anche la scienza del fisco.
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