martedì 23 Giugno 2026
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La battaglia di Strasburgo. Giuliano salva l’Impero

La battaglia di Strasburgo è stato uno scontro che ha coinvolto il generale Giuliano e il re della confederazione degli Alemanni Cnodomario, avvenuto nel 375 d.C

La battaglia si inserisce nel contesto di un impero romano in crisi, pressato dalle tribù barbariche di confine e da pesanti guerre civili. La vittoria di Giuliano ha ristabilito il controllo e la sicurezza dell’Impero Romano d’Occidente, ritardando sensibilmente la sua caduta.

Annibale alla testa dei suoi elefanti – stampa su carta Amalfi

Annibale alla testa dei suoi elefanti – Musei capitolini

La situazione sul confine settentrionale

Nel IV secolo d.C, l’impero romano stava affrontando un periodo di grave difficoltà, sia per la crescente pressione delle tribù barbare sia per importanti problemi interni. In quel periodo, sul confine settentrionale, sancito tradizionalmente dal fiume Reno, si erano stanziate tre tribù: i Franchi, i Burgundi e gli Alemanni.

Spinti dalla ricerca di nuove terre coltivabili e dalla pressione di altri popoli più settentrionali, gli Alemanni migrarono in massa e occuparono un’area strategica chiamata “Agri Decumates“: si trattava di una zona costituita ai tempi dell’imperatore Domiziano, occupata per secoli ma che, per via di diversi problemi logistici, era stata volontariamente abbandonata dai soldati romani e rimasta incontrollata e incolta.

Gli Alemanni vi si stabilirono, dando luogo ad una società basata su unità territoriali chiamate “Pagi“: più Pagi formavano un “Regno” e, secondo le descrizioni di Ammiano Marcellino, esistevano diversi re di frontiera, con alcuni “Presidenti di Confederazione“. In un primo momento gli Alemanni non furono particolarmente avversi al romani e, anzi, avviarono dei buoni scambi commerciali con i mercanti romani.

Ma la situazione conobbe una svolta per via di una grave guerra civile che divampò nella società romana, e che distrasse importanti forze militari dai confini settentrionali.

La guerra civile tra Costanzo II e Magnenzio e l’invasione Alemanna

La guerra civile si scatenò quando l’imperatore romano d’Occidente, Costante I venne ucciso da Magnenzio, il capo della sua guardia del corpo. Appena ricevuta la notizia dell’usurpazione di Magnenzio, l’imperatore d’Oriente, Costanzo II, si mosse immediatamente verso la zona dell’Illirico (attuale Croazia) dove riuscì in breve tempo ad organizzare un esercito di circa 60.000 uomini.

Anche Magnenzio, tramite l’arruolamento di ausiliari germanici, soprattutto Franchi, diede vita ad un corpo militare di tutto rispetto, circa 45.000 uomini, che fece rapidamente convergere verso l’illirico.

Lo scontro fra Magnenzio e Costanzo II è noto come battaglia della Mursia Maggiore (351 d.C): nonostante la vittoria dell’imperatore d’Oriente, le perdite per l’esercito romano furono ingenti. Tra i 24.000 morti di Magnenzio e i 30.000 di Costanzo II, l’esercito romano sprecò delle risorse preziose. Ancora più grave fu che i confini, soprattutto quelli settentrionali, erano rimasti sostanzialmente scoperti, con pochissimi contingenti militari, del tutto inadeguati ad impedire una qualsiasi invasione.

Fu in quel momento che gli Alemanni, consapevoli dell’occasione, superarono i confini dell’Impero e dilagarono nei territori della Gallia orientale.

Le fonti antiche, come Ammiano Marcellino e Libanio, ci confermano come la situazione fosse estremamente grave: circa 10.000 cittadini romani furono resi schiavi e costretti a lavorare le terre per conto degli Alemanni. Nemmeno dei corposi contingenti militari erano ormai più in grado di attraversare serenamente il territorio, per via delle continue imboscate.

L’impero romano aveva di fatto perso il controllo territoriale delle Gallie, una delle province strategicamente più importanti e ricche di risorse, e correva il serio rischio di implodere nella sua parte occidentale.

Costanzo II si mosse, dopo la vittoria contro Magnenzio, direttamente nelle Gallie e riuscì a scacciare gli Alemanni oltre il fiume Reno. Ma il problema era stato solamente rimandato: la pace era stata garantita solamente tramite dei trattati con i principali Re germanici, Cnodomario e Vestralpo.

Dal momento che la situazione nell’Impero orientale era delicata e vi era il continuo pericolo di incursioni da parte dei Sasanidi, Costanzo II fu costretto a lasciare un suo vice in Occidente. In quel momento non vi erano dei candidati validi e l’unico maschio adulto della sua famiglia era suo cugino Giuliano.

La scelta, obbligata, lasciò immediatamente perplessi i soldati: Giuliano era un ragazzo di soli 23 anni, senza nessuna esperienza militare. Era un filosofo, uno studioso delle antiche religioni pagane: certamente non qualcuno che pareva in grado di risolvere la situazione o di contrastare la pressione dei barbari germanici.

Ma la storia dimostrò tutt’altro.

Le campagne militari di Giuliano in Gallia

A dispetto di ogni previsione, Giuliano si dimostrò uno straordinario generale, con un grande senso pratico, un’ottima organizzazione e la capacità di comprendere le intenzioni e i movimenti del nemico.

Con una sapiente e accorta gestione degli uomini, Giuliano partì dalla città di Vienne e riconquistò Autun, antica città romana dalla posizione strategicamente rilevante. Un secondo successo fu la riconquista di Colonia, una città che era importante per il controllo del territorio Germanico sin dai tempi di Augusto.

Ma non solo con la guerra Giuliano portò avanti il suo piano: grazie ad un’alleanza con i Franchi, riuscì a farsi un nemico in meno e soprattutto a creare delle crepe tra le coalizioni germaniche, indebolendo l’avversario e isolando sempre più gli Alemanni.

La svolta avvenne nella campagna militare del 357 d.C: Giuliano aveva concepito un piano per circondare gli Alemanni sul territorio delle Gallie. Il suo esercito sarebbe partito della città di Reims e si sarebbe diretto verso Oriente, mentre Barbazione, il capo dell’esercito di Costanzo II in Occidente, avrebbe raggiunto la Rezia. Il doppio attacco avrebbe dovuto spingere gli Alemanni fuori dai confini.

Gli eserciti di Giuliano e di Barbazione si mossero velocemente e riuscirono effettivamente a circondare gli Alemanni i quali, tuttavia, presero una decisione inaspettata. Anziché ritornare oltre il Reno, nei loro territori, scelsero di invadere la valle del fiume Rodano e cercarono di conquistare le città romane di quella zona.

In questo modo gli Alemanni rimasero sostanzialmente “imbottigliati”: il loro Re Cnodomario, per nulla intimorito, lanciò subito una sfida diretta contro Giuliano, invitandolo a combattere in una battaglia campale.

A questo punto Giuliano aveva due possibilità: la prima era quella di continuare a tallonare gli Alemanni, aspettando ulteriori rinforzi e rimandando il momento della battaglia, anche se questo comportava il rischio dell’arrivo di nuove tribù barbariche in soccorso.

Il secondo era quello di accettare la sfida di Cnodomario e combattere gli Alemanni, per la prima volta riuniti in un solo luogo. Ma anche questa scelta non era priva di rischi: l’esercito di Giuliano era in pesante inferiorità numerica.

Dopo un confronto con i suoi principali generali, Giuliano scelse per l’intervento armato.

La disposizione della battaglia di Strasburgo (375 d.C)

La battaglia di Strasburgo avvenne a pochi chilometri dall’omonima città: il campo di battaglia fu scelto in realtà da Cnodomario. Egli posizionò al centro dello schieramento due nutrite file di guerrieri:, tra cui gli Suomari, i Burgundi, gli Uri, i Vestralpi, i Wadomari, per una forza totale di circa 16000 uomini.

Poi, Cnodomario posizionò la cavalleria sulla sinistra, intervallata da alcuni fanti abilmente nascosti: in questo modo il lato sinistro conteneva una specie di “trappola” per la controparte avversaria. I fanti si sarebbero occupati di accoltellare i cavalli e di gettare a terra i cavalieri, mentre i loro commilitoni avrebbero finito gli avversari.

Sul lato destro vi era invece un fitto bosco dove, al comando di Serapio, furono posizionati altri 2000 Alemanni, ben nascosti nel profondo della foresta. In questo modo, la destra, oltre a non poter essere aggirata dai romani, conteneva di fatto una seconda sorpresa.

In netta superiorità numerica, l’esercito degli Alemanni era stato posizionato particolarmente bene e visto che i romani non erano ancora giunti sul campo, ebbe tutto il tempo di dispiegarsi.

L’esercito di Giuliano aveva marciato per decine di chilometri, arrivando sul campo di battaglia quando Cnodomario era già pronto al combattimento. Giuliano avrebbe preferito accamparsi e concedere del riposo ai suoi soldati, ma furono gli stessi legionari a chiedere di battersi immediatamente.

Giuliano iniziò a schierare i suoi uomini: il centro dell’esercito era composto da una prima fila di legionari organizzati in quattro contingenti di Mesiaci, Pannoniciani, Ioviani ed Herculiani: tutte unità che erano state create dall’imperatore Diocleziano e che rappresentavano la crema della potenza militare romana. Ai fianchi di questi quattro nuclei vi erano altri fanti ausiliari: a sinistra i Petulantes e gli Eruli, e a destra i Cornuti e i Brachiati.

Dietro questa prima linea, vi era una seconda sottile fila di arcieri ausiliari.

Giuliano si posizionò ancor più dietro, con una scorta di 200 cavalieri scelti, che costituivano la sua guardia del corpo personale, e ancora più indietro una sorta di terza linea di riserva, occupata dai legionari Primani, anche loro accompagnati da ausiliari: a sinistra i Celti, e a destra i Batavi e i Regi.

Sulle ali, Giuliano posizionò sulla sua destra sei contingenti di cavalieri, tra Dalmati, Sagittari (armati di frecce), Gentili, Catafratti e Scutari: questi ultimi due erano cavalieri corazzati. Sull’ala sinistra, al comando del generale Severo, altri cavalieri ausiliari accompagnati da altrettanti arcieri.

La battaglia di Strasburgo: il combattimento

La battaglia iniziò sul fianco destro: la cavalleria romana caricò gli avversari con grande impeto, ma il piano di Cnodomario funzionò perfettamente. I cavalieri romani furono sorpresi dalla presenza dei fanti, che li misero immediatamente in difficoltà. La cavalleria romana indietreggiò rapidamente, andò nel panico e iniziò a scappare, travolgendo la parte destra della prima linea di fanteria, in particolare i Cornuti e i Brachiati.

Tutto sarebbe andato a scompiglio, se non fosse intervenuto personalmente Giuliano a riprendere il controllo degli uomini e se della terza linea di battaglia i Reges non avessero contrattaccato la cavalleria Alemanna tamponando la situazione ed evitando un accerchiamento.

Sul lato sinistro la cavalleria di Severo si comportò molto meglio: alcune fonti spiegano che Severo riuscì ad intuire il pericolo che si nascondeva nelle foreste e decise di non attaccare, mentre altri testi ci dicono che uno scontro ci fu e arrise ai romani. Comunque, l’imboscata tesa da Cnodomario nel bosco non sortì particolari effetti e l’ala sinistra dell’esercito romano non subì danni rilevanti.

La presenza del bosco, tuttavia, impediva qualsiasi tipo di aggiramento: la battaglia poteva essere decisa a questo punto solamente dallo scontro delle fanterie.

Gli Alemanni caricarono in forza, con grandissimo impeto e straordinario vigore. La prima linea dei romani si dimostrò straordinariamente compatta e riuscì a reggere l’assalto degli avversari. Cnodomario, che guidava il centro della fanteria, iniziò a cercare assieme ai suoi generali un possibile punto debole. Questo venne individuato verso il centro dello schieramento romano.

I germani realizzarono una specie di “triangolo” di uomini, protetto da una serie di scudi, e caricarono di colpo un unico punto per penetrare nel varco della prima fila romana.

L’operazione andò a segno e, con grande sgomento di Giuliano, le due file romane vennero rotte a metà.

E qui prevalse la tattica e la prudenza romana. Mentre Cnodomario si era gettato nella mischia di fanteria, Giuliano era rimasto nelle retrovie e aveva mantenuto una visione globale del campo di battaglia: accortosi del pericolo impiegò con grande tempismo la terza linea di riserva: i Primani attaccarono direttamente gli Alemanni che erano riusciti a penetrare nelle linee romane e a metterli in crisi.

Allo stesso tempo i due tronconi di fanteria romana, seppure divisi, mantennero le loro posizioni ordinate. Così l’incursione degli Alemanni venne mano mano ridimensionata: i legionari ripresero le loro posizioni e, anzi, la situazione conobbe un ribaltamento.

La prima fila dei fanti romani cominciò dapprima a respingere gli Alemanni e poi ad assumere una forma a mezzaluna, schiacciando gli avversari gli uni contro gli altri, levandogli lo spazio necessario per combattere. In questo modo i germanici iniziarono ad andare in panico e di lì a poco l’arretrata si trasformò in una fuga disordinata.

Secondo le fonti, circa diecimila Alemanni persero la vita in quella che fu una disfatta totale. Cnodomario riuscì a sfuggire e a raggiungere, a circa 40 km dal campo, alcune barche che dovevano permettergli di risalire il fiume. Venne però catturato dai cavalieri romani e portato al cospetto di Giuliano che tuttavia dimostrò rispetto per un avversario che si era dimostrato temibile e intelligente: gli risparmiò la vita.

Cnodomario venne trasferito a Roma dove, dopo molti anni, morì.

La vittoria di Strasburgo da parte di Giuliano segnò un importante svolta nel periodo del tardo Impero Romano: la zona delle Gallie ritornò effettivamente sotto il controllo di Roma e le tribù germaniche vennero respinte oltre i confini del Reno. Recuperando un territorio ricco di uomini e di risorse, la parte Occidentale ebbe un vero e proprio respiro di sollievo, ritardando il processo di decadimento di cui erano visibili i primi segni.

Marco Cocceio Nerva. Imperatore meteora

Marco Cocceio Nerva fu imperatore romano dal 96 al 98 d.C.  Meteora del periodo imperiale romano, crebbe sotto Nerone ed esercitò il suo potere per brevissimo tempo, ucciso da una cospirazione di palazzo guidata dalla guardia pretoriana e da molti dei suoi liberti.

Nerva non fu in grado di gestire la delicata situazione politica in cui Roma si trovava, e nonostante il suo impegno, pagò con la vita, cedendo il posto al ben più noto Traiano.

Marco Coceio Nerva – Disegno su carta Amalfi

Marco Cocceia Nerva

Una vita da consigliere

Marco Cocceio Nerva nacque a Narni, un villaggio a 50 km a nord di Roma, figlio dell’omonimo Marco Cocceio Nerva, console durante il regno dell’Imperatore Caligola. Nella sua famiglia si registra una sorella di nome Cocceia, andata in sposa al fratello dell’imperatore Otone.

Si trattava di un membro della nobiltà italica, sebbene non fosse un aristocratico di rango senatorio. I Coccei avevano guadagnato parecchie posizioni politiche durante la tarda Repubblica e l’alto impero, ottenendo diversi consolati che avevano consolidato il loro potere.

Nel corso del regno di Augusto e di Tiberio, i suoi antenati erano stati uomini di una certa importanza e suo padre era diventato console sotto l’imperatore Caligola.

Nerva iniziò la sua carriera politica diventando pretore nel 65 d.C, dimostrando delle buone doti come diplomatico e stratega. Grazie al suo temperamento mite ed alla sua acuta intelligenza, divenne consigliere di Nerone e fu uomo determinante nello scoprire la congiura portata avanti da Pisone nel 65 d.C per uccidere l’imperatore.

Le fonti non spiegano esattamente in che modo abbia contribuito alla scoperta del complotto, ma le ricompense che gli sono state tributate da Nerone e dal suo prefetto del Pretorio, Tigellino, confermano un’alta gratitudine nei suoi confronti. Nerva ricevette diversi onori di natura militare e gli fu consentito di installare alcune sue statue addirittura nel palazzo imperiale.

Secondo un poeta contemporaneo, Marziale, Nerone amava anche le capacità letterarie di Nerva. e persino il generale e futuro imperatore Vespasiano, strinse amicizia con lui.

Quando Nerone si tolse la vita, il 9 giugno del 68 d.C, ponendo fine alla dinastia giulio-claudia, lo stato romano precipitò nel cosiddetto “Anno dei Quattro Imperatori“, un periodo di guerre civili in cui si succedettero gli imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

Non sappiamo esattamente dove si trovasse Nerva e quale fu il suo comportamento durante quel periodo convulso, ma secondo gli studi di Murison avrebbe appoggiato fortemente la famiglia dei Flavi che sarebbe diventata la successiva dinastia alla guida di Roma.

Sempre per servizi non ben conosciuti, Vespasiano lo ricompensò con un consolato nel 71 d.C: si trattava di un onore considerevole, in quanto Nerva era estraneo alla famiglia dei Flavi. Dopo il 71, Nerva scompare nuovamente dai documenti ufficiali: è probabile che abbia continuato la sua carriera come consigliere sotto Vespasiano e sotto i suoi figli, Tito e Domiziano.

Il rapporto con Domiziano

Il suo nome riemerge durante la rivolta di Saturnino dell’89 d.C. Saturnino era governatore della Germania superiore: al comando di tre legioni e con l’aiuto della tribù germanica dei Catti, il generale si ribellò all’autorità dell’impero.

La notizia si sparse velocemente e il governatore della Germania Inferiore, Lapio Massimo, si mosse immediatamente contro l’usurpatore.

La ribellione fu repressa nell’arco di soli 24 giorni: le legioni ribelli furono inviate sul fronte dell’illirico, odierna Croazia, mentre i legionari che erano rimasti fedeli all’autorità imperiale furono debitamente ricompensati.

Anche stavolta sembra che un uomo fondamentale per raccogliere informazioni sui piani di Saturnino sia stato Nerva. Fu in questo periodo che Nerva stabilì un buon rapporto con l’imperatore Domiziano, che molte volte gli chiese consiglio affidandogli incarichi importanti.

Il 18 settembre del 96 d.C, Domiziano fu assassinato da una cospirazione di palazzo organizzata da funzionari di corte. E nei giorni immediatamente successivi, Nerva apparve subito come una delle persone più autorevoli e benvolute dall’aristocrazia.

Lo stesso giorno della morte di Domiziano, il Senato lo proclamò nuovo imperatore.

La figura di Nerva era particolare: si trattava di un uomo vecchio, senza figli maschi che potessero succedergli, che aveva vissuto gran parte della sua carriera dietro le quinte, e che non aveva una particolare presa sull’esercito. Probabilmente, come suggerisce Murison, Nerva fu scelto come imperatore “di passaggio“, in attesa di trovare un altro uomo che godesse del consenso dell’esercito.

Nerva come Imperatore

L’Imperatore Nerva si assicurò dapprima di avere il sostegno del Senato. Giurò pubblicamente che nessun senatore sarebbe stato messo a morte finché fosse rimasto in carica, decretò la fine di ogni processo per tradimento e rilasciò parecchi prigionieri che erano stati catturati proprio con questa accusa.

Concesse l’amnistia a diversi aristocratici che erano stati esiliati e tutte le proprietà che erano state confiscate da Domiziano furono restituite alle rispettive famiglie.

Nella sua politica di pace e di concordia, elargì concessioni di denaro al popolo: 75 denarii per ogni cittadino e 5000 denarii ad ogni pretoriano.

Ma aldilà dei donativi per ingraziarsi i potenti, secondo gli studi di Merlin, sembra che Nerva avesse iniziato una serie di riforme economiche per alleviare la pressione fiscale sui cittadini romani più bisognosi.

Ai più poveri Nerva concesse appezzamenti di terreno, fino a spendere un totale di 60 milioni di sesterzi dalle casse statali. Esentò i genitori di figli poco abbienti dalla tassa di successione, e concesse prestiti ai proprietari terrieri italici, a condizione che dessero una parte dei loro introiti per sostenere altre famiglie bisognose.

Un altro intervento fu quello volto ad estirpare gli abusi nella provincia di Giudea, cancellando un’imposta che colpiva in particolar modo la popolazione ebraica.

Sebbene Nerva si fosse impegnato per dare un concreto aiuto ai cittadini romani, le sue spese misero a dura prova l’economia e fu necessario creare una commissione speciale per ridurre i costi dello Stato. La commissione fu guidata dall’ex console Sesto Giulio Frontino che cercò di porre in atto una serie di misure per rimpinguare le casse statali.

Pur con tutta la buona volontà, Nerva non riuscì a perseguire la sua politica: la sua posizione come imperatore si rivelò presto troppo vulnerabile e il suo carattere amichevole si trasformò, nel momento meno opportuno, in una mancanza di carisma.

La successione di Traiano

Ormai era chiaro: Nerva era sostanzialmente un gregario, e non un leader.

Uno dei principali problemi giuridici che imperversava nei suoi anni era l’utilizzo dell’accusa di tradimento del Senato, sfruttata in maniera pretestuosa dagli aristocratici per eliminare gli avversari diretti: un problema che Nerva non fu in grado di risolvere.

Inoltre, una nuova cospirazione per prendere il potere, guidata stavolta dal senatore Gaio Calpurnio Pisone, fallì: Nerva si rifiutò di mettere a morte i congiurati, con grande disapprovazione del Senato, che lo giudicò debole e inadatto al suo ruolo.

Se la politica di Nerva si rivelò piena di buone intenzioni ma inadeguata alla situazione, la sua salute peggiorò: secondo Dione Cassio, l’imperatore cominciò a vomitare sistematicamente il cibo per una malattia non ben identificata. Consapevole della sua condizione fisica, Nerva iniziò a pensare ad un successore, ma non aveva figli naturali. Solo parenti lontani, del tutto inadatti a ricoprire la carica.

Nel 97 d.C Nerva sembrò essersi deciso e fu sul punto di adottare Marco Cornelio Materno, potente governatore della Siria. Ma la nomina fu osteggiata da coloro che sostenevano un comandante militare ben più popolare: Marco Ulpio Traiano, generale degli eserciti sulla frontiera germanica.

L’adozione di Traiano e la morte

Nell’ottobre del 97 d.C, l’incertezza e le tensioni giunsero al culmine quando la guardia pretoriana, guidata dal generale Casperio Eliano, pose d’assedio il palazzo imperiale e prese in ostaggio Nerva.

L’imperatore fu costretto a sottomettersi alle richieste dei militari, consegnando i responsabili della morte di Domiziano e arrivando all’umiliazione di dover pronunciare un discorso in cui addirittura ringraziava i pretoriani che lo avevano imprigionato.

Messo alle strette e resosi conto della sua sempre maggiore influenza, Nerva adottò lo stesso anno Traiano come suo successore, ed ebbe cura di farlo pubblicamente.

Traiano fu insignito del titolo di “Cesare” e divise il consolato con Nerva già nel 98 d.C.

Anche se Dione Cassio lodò Nerva per la sua scelta di adottare Traiano benché non fosse di provenienza italica, in realtà il vecchio aristocratico aveva ben poca scelta riguardo al suo successore. Aveva disperatamente bisogno del sostegno di un uomo che potesse ripristinare la sua reputazione e proteggerlo dalle intemperanze dell’esercito.

Il primo gennaio del 98 d.C, Nerva ebbe un ictus durante un’udienza privata. Fu colpito da una grave febbre e morì entro pochi giorni nella sua villa, nei giardini di Sallustio, il 28 gennaio. Il Senato, anche in onore della sua politica di conciliazione, decise senza indugi di divinizzarlo e le sue ceneri furono poste nel Mausoleo di Augusto: fu l’ultimo imperatore romano ad essere sepolto in quella struttura.

Dopo Nerva la guida dell’impero passò in maniera del tutto naturale al figlio adottivo Traiano, con particolare entusiasmo da parte dell’esercito e del popolo. Secondo i racconti di Plinio il Giovane, Traiano dedicò un tempio in onore di Nerva, ma non abbiamo mai trovato alcuna traccia di quella costruzione.

Abbiamo poche fonti che raccontano la vita di Nerva, un imperatore di passaggio. Possiamo solamente dire che i principali scritti su di lui, soprattutto quello di Dione Cassio e di Tacito,  parlano di un regno breve ma fondamentalmente positivo.

Ai posteri rimane l’immagine di un governante volenteroso ma sostanzialmente debole, e per questo inefficace. La cattiva gestione delle finanze statali e la mancanza di autorità sull’esercito, fanno di Nerva una figura di passaggio, che portò Roma sull’orlo di una significativa crisi finanziaria.

Il suo posto nella storia romana è quindi relegato ad un nome fugace, poco prima dell’inizio delle grandi dinastie Traiano-Antonine.

Nuove regole per bar e ristoranti

Nelle attività dei servizi di ristorazione, il consumo al tavolo è consentito per un massimo di 4 persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi. Lo precisa il ministero della Salute, richiamandosi al Dpcm dello scorso 2 marzo. Il limite resta sia nelle zone gialle che in quelle bianche.

La riapertura dei ristoranti al chiuso deve avvenire rispettando il numero massimo di presenze del locale in relazione allo spazio, e i tavoli devono essere disposti in modo che ci sia almeno 1 metro di distanza tra i clienti di tavoli diversi, ad eccezione di conviventi o parenti stretti. Inoltre, in base alle nuove linee guida approvate dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, non c’è più il limite di quattro persone per tavolo.

Sempre da oggi si può assistere a eventi sportivi all’aperto entro alcuni limiti: non più del 25 per cento della capienza della struttura, e in tutto non più di 1.000 persone all’aperto e 500 al chiuso. Dal 1º luglio questa possibilità sarà estesa anche agli eventi sportivi che si svolgono al chiuso.

Le prossime riaperture avverranno il 15 giugno, quando in zona gialla potranno riaprire  fiere e parchi tematici e potranno svolgersi feste relative a matrimoni e altre cerimonie. Come già succede al momento in zona bianca, dove queste riaperture sono già avvenute, l’accesso alle feste di matrimonio e ad altre cerimonie potrà avvenire solo con il cosiddetto “certificato verde”, che dimostra una delle seguenti condizioni: il completamento del ciclo vaccinale nei nove mesi precedenti; la guarigione dal coronavirus nei sei mesi precedenti; o il risultato negativo di un test molecolare o antigenico valido nelle 48 ore dall’esecuzione.

Altro via libera già da oggi, ma solo nelle zone bianche (per le Regioni gialle bisognerà aspettare il 15 giugno) per le feste e i banchetti dopo le cerimonie civili o religiose: tutti gli invitati però devono avere il ‘green pass’. 
Di cosa si tratta: le “certificazioni verdi Covid-19” anche dette “green pass”, sono certificazioni che attestano la sussistenza di condizioni personali che consentono gli spostamenti sul territorio nazionale e sono rilasciate per attestare una delle seguenti condizioni: aver completato la vaccinazione anti-SARS-CoV-2; essere guariti dal Covid, con cessazione dell’isolamento; aver effettuato un test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus SARS-CoV-2 (fatto nelle 48 ore precedenti). Il certificato ha validità “dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale” e vale per 9 mesi.
Se si è guariti dal Covid, invece, bisogna avere il certificato dell’ospedale, del medico di base o del pediatra.

Chi è Hamas e il ruolo in Palestina

Hamas è un acronimo della frase araba o Ḥarakat al-Muqāwamah al-Islāmiyyah, che significa “Movimento di resistenza islamica”. Questo acronimo, HMS, è stato successivamente glossato nel Patto di Hamas dalla parola araba ḥamās che a sua volta significa “zelo”, “forza” o “coraggio”.

In ebraico, c’è una parola dal suono simile, ḥāmās che connota “violenza” ed è stato suggerito che la somiglianza fonemica tra i due termini potrebbe aver condotto a favorevoli rapporti acrimoniosi tra Israele e questo movimento palestinese.

Hamas è stata fondata nel 1987, subito dopo lo scoppio della Prima Intifada, come propaggine della Fratellanza Musulmana egiziana che nella sua filiale di Gaza era stata precedentemente non conflittuale verso Israele e ostile all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).

Il co-fondatore, lo sceicco Ahmed Yassin, disse nel 1987, e la Carta di Hamas affermò nel 1988, che Hamas era stato fondato per liberare la Palestina, compreso l’odierna Israele, dall’occupazione israeliana e per stabilire uno stato islamico nell’area che ora è Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Dal 1994 il gruppo ha spesso affermato che avrebbe accettato una tregua se Israele si ritirasse ai confini del 1967, pagasse le riparazioni, consentisse libere elezioni nei territori e desse ai profughi palestinesi il diritto al ritorno.

Leadership e struttura

Hamas ha ereditato dal suo predecessore una struttura tripartita che consisteva nella fornitura di servizi sociali, formazione religiosa e operazioni militari sotto un Consiglio della Shura. Tradizionalmente aveva quattro funzioni distinte:

a) una divisione di assistenza sociale di beneficenza (dawah);
b) una divisione militare per l’approvvigionamento di armi e lo svolgimento di operazioni (al-Mujahideen al Filastinun);
c) un servizio di sicurezza (Jehaz Aman); e
d) un ramo dei media (A’alam).

Hamas ha sia una leadership interna in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia una leadership esterna, divisa in un gruppo di Gaza diretto da Mousa Mohammed Abu Marzook dal suo esilio prima a Damasco e poi in Egitto, e un gruppo kuwaitiano (Kuwaidia) sotto Khaled Mashal. Il gruppo kuwaitiano di esuli palestinesi hanno cominciato a ricevere ampio finanziamento del Golfo dopo il suo leader Mashal ha rotto con Yasser Arafat. Il 6 maggio 2017, il Consiglio della Shura di Hamas ha scelto Ismail Haniya per diventare il nuovo leader, in sostituzione di Mashal.

Consigli consultivi

L’organo di governo è il Majlis al-Shura. Il principio alla base del consiglio si basa sul concetto coranico di consultazione e assemblea popolare (shura), che i leader di Hamas sostengono prevede la democrazia all’interno di un quadro islamico. Man mano che l’organizzazione diventava più complessa e la pressione israeliana aumentava, aveva bisogno di una base più ampia per le decisioni, il Consiglio della Shura fu ribattezzato “Consiglio consultivo generale”, eletto dai membri dei gruppi del consiglio locale e questo a sua volta elesse un Politburo di 15 membri. al-Maktab al-Siyasi che ha preso decisioni al più alto livello. Rappresentanti provengono da Gaza, dalla Cisgiordania, leader in esilio e da prigioni israeliane. Questo organo si trovava a Damasco fino a quando la guerra civile siriana non lo portò a trasferirsi in Qatar nel gennaio 2012, quando Hamas si schierò con l’opposizione civile contro il regime di Bashar al-Assad.

I servizi sociali di Hamas

Hamas ha sviluppato il suo programma di assistenza sociale replicando il modello stabilito dai Fratelli Musulmani egiziani. Per loro la carità e lo sviluppo della propria comunità sono prescritti dalla religione e, allo stesso tempo, sono da intendersi come forme di resistenza. La tradizione islamica dawah da obbligo ai fedeli di raggiungere gli altri sia con il proselitismo sia con opere di carità, e in genere il secondo centro sulle moschee che fanno uso di entrambe le waqf risorse di dotazione e donazioni di beneficenza (zakat, uno dei cinque pilastri dell’Islam) per finanziare servizi di base come asili nido, scuole, orfanotrofi, mense per i poveri, attività femminili, servizi bibliotecari e persino club sportivi in ​​un contesto più ampio di predicazione e discussioni politiche.

Negli anni ’90, circa l’85% del suo bilancio era destinato alla fornitura di servizi sociali. È stato definito forse il più importante attore dei servizi sociali in Palestina. Nel 2000 essa o le sue organizzazioni di beneficenza affiliate gestivano circa il 40% delle istituzioni sociali in Cisgiordania e Gaza e, con altre organizzazioni di beneficenza islamiche, nel 2005 supportava 120.000 persone con sostegno finanziario mensile a Gaza.

Parte del fascino di queste istituzioni è che riempiono un vuoto nell’amministrazione dell’OLP dei territori palestinesi, che non è riuscita a soddisfare la domanda di lavoro e di ampi servizi sociali, ed è ampiamente considerata corrotta. Ancora nel 2005, il bilancio di Hamas, attingendo a contributi di beneficenza globali, era per lo più impegnato a coprire le spese correnti per i suoi programmi sociali, che si estendevano dalla fornitura di alloggi, cibo e acqua ai bisognosi a funzioni più generali. come aiuti finanziari, assistenza medica, sviluppo educativo e istruzione religiosa. Una certa flessibilità contabile ha permesso a questi fondi di coprire sia cause caritative che operazioni militari, consentendo il trasferimento dall’una all’altra.

La stessa infrastruttura dawah era intesa, nel contesto palestinese, come il terreno da cui sarebbe fiorita un’opposizione militante all’occupazione. A questo proposito si differenzia dalla Jihad islamica palestinese rivale che non ha alcuna rete di assistenza sociale e si basa su spettacolari attacchi terroristici per reclutare aderenti. Nel 2007, attraverso i finanziamenti dell’Iran, Hamas è riuscito a stanziare, al costo di 60 milioni di dollari, stipendi mensili di 100 dollari per 100.000 lavoratori e una somma simile per 3.000 pescatori messi inattivi dall’imposizione israeliana di restrizioni sulla pesca in mare aperto, più sovvenzioni per un totale di 45 milioni di dollari ai detenuti e alle loro famiglie.

Matthew Levitt sostiene che le sovvenzioni di Hamas alle persone sono soggette a una rigorosa analisi costi-benefici di come i beneficiari sosterranno Hamas, con quelli legati ad attività terroristiche che ricevono più di altri.

Fino al 2007, queste attività si sono estese alla Cisgiordania, ma, dopo una repressione dell’OLP, ora continuano esclusivamente nella Striscia di Gaza. Dopo che il colpo di stato egiziano del 2013 ha deposto il governo eletto dei Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi nel 2013, Hamas si è trovata in una camicia di forza finanziaria e da allora ha tentato di ricadere sull’onere della responsabilità per le infrastrutture dei lavori pubblici nella Striscia di Gaza. l’Autorità Nazionale Palestinese, ma senza successo.

I finanziamanenti di Hamas

Hamas, come il suo predecessore i Fratelli Musulmani, ha assunto l’amministrazione delle proprietà waqf di Gaza, dotazioni che si estendono per oltre il 10% di tutti gli immobili nella Striscia di Gaza, con 2.000 acri di terreno agricolo detenuti in trust religiosi, insieme a numerosi negozi, appartamenti in affitto ed edifici pubblici.

Nei primi cinque anni della prima Intifada, l’economia di Gaza, il 50% della quale dipendeva da fonti di reddito esterne, è crollata del 30-50% quando Israele ha chiuso il suo mercato del lavoro e le rimesse dei palestinesi espatriati nei paesi del Golfo si sono prosciugate in seguito la guerra del Golfo del 1991-1992 .

Alla conferenza di Philadelphia del 1993, le dichiarazioni dei leader di Hamas indicavano di aver letto lo schema di George HW Bush di un Nuovo Ordine Mondiale come incarnazione di un tacito obiettivo di distruggere l’Islam, e che quindi i finanziamenti dovrebbero concentrarsi sul rafforzamento delle radici islamiche dei palestinesi. Che significa anche zelo per la giustizia sociale, nei territori occupati.

Hamas divenne particolarmente esigente nel mantenere risorse separate per i suoi rispettivi rami di attività: servizi militari, politici e sociali. Aveva una holding a Gerusalemme Est (Beit al-Mal), una partecipazione del 20% in Al Aqsa International Bank che fungeva da braccio finanziario, il Sunuqrut Global Group e la società di cambio valuta al-Ajouli.

Circa la metà dei finanziamenti di Hamas proveniva dagli stati del Golfo Persico fino alla metà degli anni 2000. L’Arabia Saudita ha fornito metà del budget di Hamas di 50 milioni di dollari all’inizio degli anni 2000, ma, sotto la pressione degli Stati Uniti, ha iniziato a tagliare i suoi finanziamenti reprimendo le organizzazioni di beneficenza islamiche e i trasferimenti di donatori privati ​​ad Hamas nel 2004 che ha ridotto drasticamente il flusso di denaro da quella zona.

Iran e Siria, all’indomani della vittoria elettorale di Hamas nel 2006, sono intervenuti per colmare il deficit. Il finanziamento saudita, negoziato con terze parti come l’Egitto, è rimasto a sostegno di Hamas come gruppo sunnita ma ha scelto di fornire maggiore assistenza all’ANP, il perdente elettorale, quando l’UE ha risposto al risultato sospendendo il suo aiuto monetario.

Durante gli anni ’80, l’Iran iniziò a fornire il 10% dei finanziamenti di Hamas, che aumentò ogni anno fino a quando negli anni ’90 non fornì 30 milioni di dollari. Alla fine degli anni 2000 22 milioni di dollari, più di un quarto del budget di Hamas. Secondo Matthew Levitt, l’Iran preferiva il finanziamento diretto ai gruppi operativi piuttosto che agli enti di beneficenza, richiedendo prove video degli attacchi.

Si dice che gran parte del finanziamento iraniano venga incanalato attraverso Hezbollah. Dopo il 2006, la volontà dell’Iran di assumersi l’onere del deficit creato dal prosciugamento dei finanziamenti sauditi rifletteva anche le tensioni geopolitiche tra i due, poiché, sebbene sciita, l’Iran sosteneva un gruppo sunnita tradizionalmente strettamente legato al regno saudita. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla banca iraniana Saderat, sostenendo di aver incanalato centinaia di milioni ad Hamas.

Gli Stati Uniti hanno espresso la preoccupazione che Hamas ottenga fondi attraverso simpatizzanti palestinesi e libanesi di discendenza araba nella Foz do Iguaçu.area della regione dei tre confini dell’America Latina, un’area a lungo associata al commercio di armi, al traffico di droga, al contrabbando, alla fabbricazione di merci contraffatte, al riciclaggio di denaro e alla frode valutaria. Il Dipartimento di Stato aggiunge che mancano informazioni di conferma su una presenza operativa di Hamas.

Nel 2017, il governo dell’AP ha imposto le proprie sanzioni contro Gaza, tra cui, tra le altre cose, il taglio degli stipendi a migliaia di dipendenti dell’AP, nonché l’assistenza finanziaria a centinaia di famiglie nella Striscia di Gaza. L’Autorità Palestinese inizialmente aveva detto che avrebbe smesso di pagare per l’elettricità e il carburante che Israele fornisce alla Striscia di Gaza, ma dopo un anno ha parzialmente fatto marcia indietro. Il governo israeliano ha permesso che milioni di dollari dal Qatar venissero convogliati regolarmente attraverso Israele ad Hamas, per sostituire i milioni di dollari che l’ANP aveva smesso di trasferire ad Hamas. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che lasciare che il denaro passasse attraverso Israele significava che non poteva essere utilizzato per il terrorismo, dicendo: “Ora che stiamo supervisionando, sappiamo che andrà a cause umanitarie”.

L’intifada palestinese

Il primo attacco di Hamas contro Israele è avvenuto nella primavera del 1989 quando ha rapito e ucciso Avi Sasportas e Ilan Saadon, due soldati israeliani. All’epoca, Shehade e Sinwar prestarono servizio nelle prigioni israeliane e Hamas aveva costituito un nuovo gruppo, l’Unità 101, guidato da Mahmoud al-Mabhouh, il cui obiettivo era rapire i soldati.

La scoperta del corpo di Sasportas ha innescato, nelle parole di Jean-Pierre Filiu, “una risposta israeliana estremamente violenta”: centinaia di leader e attivisti di Hamas, tra cui Yassin, condannato all’ergastolo, sono stati arrestati, e Hamas fu messo fuorilegge. Questa detenzione di massa di attivisti, insieme a un’ulteriore ondata di arresti nel 1990, ha di fatto smantellato Hamas e, devastato, è stato costretto ad adattarsi; il suo sistema di comando fu regionalizzato per rendere più diffusa la sua struttura operativa, e per ridurre al minimo le possibilità di essere individuato.

La rabbia in seguito al massacro di al-Aqsa nell’ottobre 1990 in cui i fedeli musulmani avevano tentato di impedire agli ebrei ortodossi di porre una prima pietra per il Terzo Tempio sul Monte del Tempio e la polizia israeliana ha sparato nella moschea di al-Aqsa, uccidendo 17 persone, ha causato Hamas a intensificare la sua campagna di rapimenti. Hamas dichiarò ogni soldato israeliano un obiettivo e invocò una “jihad contro il nemico sionista ovunque, in tutti i fronti e con ogni mezzo”.

Il primo attentato suicida di Hamas è avvenuto a Mehola Junction in Cisgiordania nell’aprile 1993 utilizzando un’auto parcheggiata tra due autobus che trasportavano soldati. A parte l’attentatore, l’esplosione ha ucciso un palestinese che lavorava in un insediamento vicino. Il progetto della bomba era difettoso, ma Hamas avrebbe presto imparato come fabbricare bombe più letali.

Espulsione dalla Giordania

Nel 1999 Hamas è stato bandito dalla Giordania, secondo quanto riferito in parte su richiesta di Stati Uniti, Israele e Autorità Palestinese. Il re di Giordania Abdullah temeva che le attività di Hamas e dei suoi alleati giordani avrebbero messo a repentaglio i negoziati di pace tra l’Autorità palestinese e Israele, e accusò Hamas di impegnarsi in attività illegittime all’interno della Giordania. A metà settembre 1999, le autorità hanno arrestato i leader di Hamas Khaled Mashal e Ibrahim Ghosheh al loro ritorno da una visita in Iran, e li hanno accusati di essere membri di un’organizzazione illegale, immagazzinare armi, condurre esercitazioni militari e utilizzare la Giordania come base di formazione. I leader di Hamas hanno negato le accuse. Mashal è stato esiliato e alla fine si è stabilito a Damasco, in Siria, nel 2001. In seguito alla guerra civile siriana , nel 2012 ha preso le distanze dal regime di Bashar al-Assad e si è trasferito in Qatar.

Antisemitismo e antisionismo

Secondo l’accademica Esther Webman, l’antisemitismo non è il cardine principale dell’ideologia di Hamas, sebbene la retorica antisemita sia frequente e intensa nei volantini di Hamas. I volantini generalmente non fanno differenza tra ebrei e sionisti. In altre pubblicazioni di Hamas e interviste con i suoi leader, sono stati fatti tentativi di questa differenziazione. Nel 2009 i rappresentanti del piccolo gruppo ebraico antisionista Neturei Karta si sono incontrati con il leader di Hamas Ismail Haniyeh a Gaza, il quale ha affermato di non avere nulla contro gli ebrei ma solo contro lo stato di Israele.

Hamas ha rilasciato dichiarazioni contrastanti sulla sua disponibilità a riconoscere Israele. Nel 2006 un portavoce ha segnalato la disponibilità a riconoscere Israele entro i confini del 1967. Parlando delle richieste ad Hamas di riconoscere gli accordi tra l’Autorità Palestinese e Israele, Khaled Suleiman, membro anziano di Hamas, ha affermato che “questi accordi sono una realtà che consideriamo tale, e quindi non vedo alcun problema”. Sempre nel 2006, un funzionario di Hamas ha escluso il riconoscimento di Israele con riferimento alla Germania Ovest ed Est, che non si sono mai riconosciute.

Dichiarazioni sull’olocausto

Hamas è stato esplicito nella sua negazione dell’Olocausto. In reazione alla conferenza di Stoccolma sull’Olocausto ebraico , tenutasi alla fine di gennaio 2000, Hamas ha emesso un comunicato stampa che ha pubblicato sul suo sito web ufficiale, contenente le seguenti dichiarazioni di un alto leader:

Questa conferenza porta un chiaro obiettivo sionista, volto a forgiare la storia nascondendo la verità sul cosiddetto Olocausto, che è una storia presunta e inventata senza basi. (…) L’invenzione di queste grandi illusioni di un presunto crimine mai avvenuto, ignorando i milioni di morti europee vittime del nazismo durante la guerra, rivela chiaramente il volto razzista sionista, che crede nella superiorità della razza ebraica sul resto delle nazioni. (…) Con questi metodi, gli ebrei nel mondo si fanno beffe dei metodi di ricerca scientifica ogni volta che tale ricerca contraddice i loro interessi razzisti.

Attacchi missilistici su Israele

Gli attacchi missilistici di Hamas sono stati condannati dalle organizzazioni per i diritti umani come crimini di guerra, sia perché di solito prendono di mira i civili, sia perché l’inesattezza delle armi metterebbe in pericolo i civili in modo sproporzionato anche se si scegliessero obiettivi militari.

Dopo l’operazione Pillar of Defense, Human Rights Watch ha dichiarato che i gruppi armati palestinesi hanno sparato centinaia di razzi contro le città israeliane, violando il diritto internazionale umanitario, e che le dichiarazioni dei gruppi palestinesi che avevano deliberatamente preso di mira i civili israeliani hanno dimostrato un “intento a commettere crimini di guerra”.

La direttrice di HRW per il Medio Oriente, Sarah Leah Whitson, ha affermato che i gruppi palestinesi hanno chiarito che “il loro obiettivo era danneggiare i civili” e ha affermato che il lancio di razzi su aree popolate non aveva alcuna giustificazione legale. Il diritto internazionale umanitario proibisce gli attacchi deliberati ai civili e le violazioni intenzionali possono essere crimini di guerra.

Bambini come combattenti

All’inizio del periodo dell’Intifada, i bambini di Gaza e della Cisgiordania furono instillati da Hamas con valori militari. Le prove del 2001 mostrano che i bambini dell’asilo hanno partecipato a cerimonie in cui indossavano uniformi emblematiche e portavano finti fucili. Alcuni erano travestiti da attentatori suicidi, la cui disponibilità a morire per la causa era considerata un modello da imitare. I bambini in età prescolare avrebbero giurato di “perseguire jihad, resistenza e intifada”. Nei campi estivi, oltre agli studi coranici e alla familiarizzazione con i computer, venivano impartiti corsi che includevano l’addestramento militare.

Sebbene Hamas ammetta di sponsorizzare le scuole estive per addestrare gli adolescenti a maneggiare le armi, condanna gli attacchi dei bambini. Dopo la morte di tre adolescenti durante un attacco del 2002 a Netzarim nel centro di Gaza, Hamas ha vietato gli attacchi dei bambini e “ha invitato gli insegnanti e i leader religiosi a diffondere il messaggio di moderazione tra i giovani ragazzi”. Anche l’uso del lavoro minorile da parte di Hamas per costruire tunnel con cui attaccare Israele è stato criticato, con almeno 160 bambini uccisi nei tunnel nel 2012.

Gaio Svetonio Paolino. Lo spietato generale che annientò Boudicca

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Gaio Svetonio Paolino è stato uno dei più capaci generali della storia romana imperiale, e principale avversario di Boudicca, la regina degli Iceni, che scatenò una ribellione delle tribù britanne in grado di compromettere la presenza stessa di Roma nell’isola. Svetonio dimostrò un pensiero tattico palesemente superiore ma fu anche un comandante spietato.

Poco sappiamo della famiglia di Svetonio Paolino: le poche informazioni frammentarie lo definiscono probabilmente originario dell’odierna Pesaro.

La prima missione in Africa

I suoi primi passi militari risalgono al 40 d.C, quando, dopo aver servito come pretore, venne nominato governatore della Mauretania, nell’Africa del nord.

Gaio Svetonio Paolino sviluppò una collaborazione particolarmente solida con Gneo Osidio Geta e assieme a lui fu in grado di reprimere una pericolosa rivolta nella zona dell’Edemon. La rivolta era partita dall’ordine dell’imperatore Caligola di condannare a morte il sovrano locale: la popolazione si era ribellata immediatamente e il pericolo aveva assunto proporzioni preoccupanti, tanto da dover richiedere l’intervento dell’esercito.

Dopo aver sedato la rivolta, Svetonio, nel 41 d.C, fu il primo comandante romano a guidare delle truppe attraverso le montagne dell’Atlante africano, tanto da meritarsi una menzione da parte di Plinio il Vecchio che, nella sua “Naturalis Historia”, cita Svetonio come fonte per la descrizione del territorio.

Gaio Svetonio Paolino governatore della Britannia

Nel 58 d.C, dopo essere stato console, venne nominato governatore della Britannia. Si trattò di una nomina fatta in tutta fretta, in quanto il governatore, Quinto Veranio, era morto improvvisamente durante il suo governatorato.

Gaio Svetonio Paolino proseguì la politica di Veranio, impegnandosi a sottomettere con particolare aggressività le tribù che corrispondono alla odierno Galles e ottenendo diversi successi militari già nei primi anni di guerra. La sua reputazione come generale aumentò drasticamente, arrivando allo stesso livello di quello che era considerato il più grande condottiero dell’epoca: Gneo Domizio Corbulone.

Gaio Svetonio Paolino
Gaio Svetonio Paolino

Certamente Gaio Svetonio Paolino ebbe degli ottimi aiutanti come Quinto Petilio Ceriale e Gneo Giulio Agricola, che negli anni successivi avrebbe spinto il dominio romano in Britannia verso confini straordinariamente avanzati.

Nel 61 d.C, Paolino attaccò l’isola di Mona, odierna Anglesey, sia per stanare dei fuggitivi britanni sia per attaccare i Druidi, sacerdoti britanni colpevoli di eseguire sacrifici umani, una pratica condannata spietatamente dalla legge romana.

Durante il suo impegno presso Mona, le tribù britanniche del sud-est approfittarono per organizzare una rivolta. Boudicca, regina degli Iceni, aveva sviluppato un sentimento di odio verso i romani per l’aspro trattamento che era stato riservato alla sua gente e per i legionari, che avevano addirittura stuprato le sue due figlie davanti a lei. Così, radunando in breve tempo diverse tribù, anche quelle che per anni erano state fedeli ai romani, avviò una ribellione su vasta scala.

Budicca attaccò Camulodunum, odierna Colchester, distruggendo la città, torturando gli abitanti, facendo violentare le donne e massacrando persino i bambini. Un primo contingente romano, inviato per fermarla e guidato dal generale Petilio Ceriale, fu severamente sconfitto.

Gaio Svetonio Paolino, comprendendo la gravità del pericolo, marciò immediatamente con i suoi soldati attraverso la lunga strada romana di Watling Street, fino a Londinium. Purtroppo Svetonio fece dei rapidi calcoli: i suoi uomini era sono assolutamente insufficienti per fronteggiare il nemico e fu costretto ad ordinare l’evacuazione della città, senza poter attaccare Boudicca.

I britanni distrussero indisturbati Londinium e i cittadini rimasti subirono la stessa sorte di quelli di Colchester. Poi Boudicca mise a ferro e fuoco Verulamium, oggi Saint Albans, come ci raccontano gli strazianti passi di Tacito e di Cassio Dione.

Gaio Svetonio Paolino. La battaglia di Watling Street

Svetonio doveva raggruppare al più presto quanti più soldati possibili per contrattaccare Boudicca. In quel momento il generale aveva a disposizione la legione XIV Gemina e alcuni distaccamenti della XX Valeria Victris. Svetonio fece ricorso a tutti gli ausiliari disponibili, mettendo in mano un gladio a chiunque sapesse minimamente combattere.

Con estrema fatica, Paolino radunò una forza di circa 10,000 uomini: non potendo ricevere ulteriori rinforzi da Roma, il generale fu costretto ad accettare battaglia contro Boudicca, sebbene ancora in forte inferiorità numerica.

Fortunatamente l’avversario si dimostrò particolarmente inesperto di tattica militare: Budicca accettò infatti battaglia in un luogo favorevole ai romani. La zona esatta dello scontro non è stata ancora identificata, ma viene descritta dalle fonti come una valle, con un bosco alle spalle, da qualche parte lungo la Watling Street.

L’incredibile orda dei britanni si infranse contro gli ordinati legionari romani, e i famigerati carri da guerra di Boudicca, su cui la regina contava molto, non scompigliarono le file nemiche e anzi, alcune imboscate ordite da Svetonio compromisero pesantemente l’esercito avversario.

Una serie di altri carri, che le famiglie britanne avevano posizionato dietro al campo di battaglia per assistere allegramente al massacro dei romani, si trasformarono in una trappola e furono di ostacolo alla fuga, trasformando lo scontro in una carneficina.

Secondo Tacito, 80.000 britanni furono uccisi, contro le sole 400 perdite romane.

Boudicca si avvelenò pur di non cadere in mano al nemico.

Gaio Svetonio Paolino. La sospensione dall’incarico

Dopo il successo conseguito nella battaglia di Watling Street, Svetonio rafforzò il suo esercito con legionari provenienti dalla Germania e si impegnò ad eliminare le ultime sacche di resistenza. Ma l’eccessiva spietatezza e la mancanza di comprensione dei bisogni delle tribù britanne portarono ad un nuova ribellione.

Fu allora che il nuovo procuratore di Britannia, Gaio Alpino Classiciano scrisse direttamente all’imperatore Nerone, spiegando che la cattiveria di Svetonio, senza un’adeguata collaborazione con la popolazione, si sarebbe rivelata alla lunga controproducenti e la Britannia non poteva essere tenuta solamente con la forza.

Nerone diede credito a Classiciano e attraverso un suo liberto, Policleto, avviò un’indagine: non vi erano particolari motivi per sollevare Svetonio dal suo incarico e dunque venne utilizzato uno stratagemma. Con la scusa che Svetonio aveva perso alcune navi con del carico prezioso, Nerone colse l’opportunità per toglierlo dal comando.

Svetonio fu sostituito da un nuovo governatore, Publio Petronio Turpiliano, decisamente più conciliante con la popolazione.

Nonostante questo, Svetonio Paolino fu riempito di onori. Diversi ritrovamenti a Roma associano il suo nome direttamente a quello di Nerone. A conferma della immutata stima, Gaio Svetonio Paolino, o forse il suo figlio omonimo, fu nominato console nel 66 d.C a dimostrazione della gratitudine nei confronti dell’intera famiglia.

Paolino durante l’anno dei quattro imperatori

Svetonio Paolino fu impegnato anche durante il cosiddetto “Anno dei quattro Imperatori”, un periodo di guerra civile seguito alla morte di Nerone, durante il quale si susseguirono gli imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

Nel 69 d.C, fu uno dei più alti generali e consiglieri militari di Otone. Nel momento in cui Vitellio, avversario di Otone e pretendente al trono, mosse il suo esercito, fu Svetonio, assieme a Mario Celso, a sconfiggere Aulo Cecina, il principale generale di Vitellio.

Nel momento in cui Cecina riuscì a riorganizzare le sue forze e ad unirle con quelle dell’altro generale vitelliano, Fabio Valente, Svetonio consigliò ad Otone di non intraprendere una battaglia campale, ma il suo avviso non venne ascoltato: Otone venne sconfitto pesantemente a Bedriaco e Svetonio fu catturato da Vitellio.

Dimostrando notevole prontezza, Svetonio si difese di fronte al nuovo imperatore, asserendo di aver deliberatamente perso la battaglia per tradire Otone e consegnare il potere a Vitellio. Secondo Tacito si trattava di una bugia, inventata solo per salvarsi la vita. Comunque sia andata, Paolino fu graziato.

Purtroppo, da questo momento, non abbiamo più informazioni. Gli ultimi anni di Paolino ci sono ignoti, e il suo nome scompare improvvisamente dalla storia.

Catone il Censore: la vita del più severo tra i romani

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Marco Porcio Catone, conosciuto anche come Catone il Censore o Catone il Vecchio, è stato un importante senatore e aristocratico romano, passato alla storia per essere il più strenuo difensore delle antiche abitudini della società romana e per essersi drasticamente opposto alle nuove mode provenienti dalla Grecia, oltre ad aver aspramente combattuto in Senato per votare la distruzione di Cartagine.

Di Porcio Catone ci rimangono diverse cronache, tante opere storiografiche da lui redatte (e purtroppo non giunte fino a noi), ma soprattutto un simbolo eterno di integerrimo romano, che ha incarnato fino all’ultimo le più antiche tradizioni e l’atteggiamento più rustico e guerriero, proprio dei Padri fondatori di Roma.

Infanzia e giovinezza

Catone nacque nel comune di Tuscolo: il padre aveva militato nell’esercito e suo bisnonno aveva ricevuto una ricompensa per aver ucciso cinque cavalli nemici in battaglia. Ma nonostante queste prodezze militari, la famiglia di Catone non aveva mai ottenuto particolari ruoli o riconoscimenti politici, nè magistrature di un certo rilievo.

Durante la sua primissima infanzia, Catone supervisionò un terreno che gli era stato lasciato in eredità dal padre, nella zona del Sabino, dove condusse una vita particolarmente semplice e dove sviluppò il senso per gli affari.

Un curioso particolare è che un suo vicino di casa era Manio Curio Dentato, il generale che mise di fatto fine alle guerre sannitiche, che fu di grande ispirazione per Catone, il il quale lasciò presto la vita rurale per dedicarsi alla carriera politica e militare.

Sappiamo che nel 214 a.C prestò servizio militare a Capua e lo ritroviamo durante l’assedio di Taranto, nel bel mezzo della seconda guerra punica, al fianco del dittatore Quinto Fabio Massimo.

Un altro momento di particolare importanza per la sua carriera politica fu quando, sotto il comando del console Claudio Nerone, partecipò alla battaglia del Metauro. Secondo le fonti, Catone e il suo lavoro di raccolta di informazioni furono molto importanti per comprendere i movimenti del nemico, il cartaginese Asdrubale Barca.

Fu probabilmente in questo periodo che Catone sviluppò la sua idea di totale annientamento dell’avversario punico. Plutarco, nella Vita di Catone il Vecchio”, ci racconta che proprio in quel periodo cominciò a concludere i suoi discorsi pubblici con la storica frase “Carthago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”.

La missione in politica con Flacco

Incarnando al meglio lo spirito degli antichi padri fondatori, Catone tornò, subito dopo la guerra, nella sua fattoria Sabina, dove era abituato a vestirsi in maniera semplice, lavorando la terra e senza godere di alcun privilegio dal suo servizio militare. Le fonti antiche lo riportano come giudice imparziale, severo ma giusto, e che spesso si adoperò per sostenere o dirimere delle cause tra i suoi vicini, portando le esigenze dei cittadini di campagna di fronte alle grandi assemblee aristocratiche.

Durante questo periodo di “pausa” delle guerre, Catone sviluppò notevoli capacità oratorie, imparò l’arte della retorica e approfondì i suoi studi in legge, sviluppando una personalità particolarmente dura e complessa, ma anche straordinariamente efficace nella difesa degli antichi valori romani.

Uomo fondamentale per la carriera di Catone, fu Lucio Valerio Flacco: si trattava di un giovane appartenente ad una famiglia patrizia, che aveva una notevole influenza sulla politica romana. Ammirando il carattere di Catone, Flacco cominciò a sostenerlo pubblicamente, esaltando presso i suoi concittadini lo spirito marziale di Catone e lodandolo per la sua capacità retorica.

In questo modo Catone venne definitivamente attratto verso la carriera politica e cominciò a farsi notare nel foro, tenendo una lunga serie di discorsi e perorando una grande quantità di cause diverse, fino alla sua candidatura a magistrato.

Catone questore e nemico di Scipione Africano

Nel 205 a.C Catone fu finalmente nominato questore e si fece un nemico importante.

Durante il suo mandato, il generale Scipione l’Africano chiese al Senato il permesso di condurre la guerra contro Annibale direttamente in Africa. Flacco si oppose all’idea di conferire a Scipione tale potere e manifestò parere negativo, assieme a Catone, che si schierò contro la famiglia degli Scipioni.

Nonostante le proteste, Scipione ottenne dal Senato il permesso che cercava. E Catone fu perdipiù incaricato di scortare alcune navi portabagagli e di consegnarle proprio al suo avversario.

Osservando come Scipione stava organizzando la campagna d’Africa, Catone avrebbe criticato l’eccessiva indulgenza nei confronti delle truppe e le esagerate spese che stava sostenendo. Tornato a Roma, Catone propose al Senato una serie di riflessioni sullo sperpero di denaro che Scipione stava portando avanti e fu per il suo intervento che venne inviata una commissione di tribuni per esaminare l’attività di Scipione.

Scipione superò l’esame, ma Catone rimase sempre la figura politica più critica nei confronti del grande generale romano.

Scipione governatore della Sardegna

Nel 399 a.C Catone fu eletto edile e, grazie alla stretta collaborazione con il suo collega Elvio, restaurò i giochi della plebe, tenendo diversi banchetti in onore di Giove. Nel 398 a.C divenne pretore e fu nominato governatore della Sardegna, al comando di 3000 fanti e 200 cavalieri. La gestione della Sardegna fu perfettamente in linea con il suo carattere: vennero ridotti i costi di tutti gli ufficiali operativi e dimostrò una grande frugalità, in opposizione all’opulenza dei magistrati provinciali che avevano governato prima di lui.

Vennero celebrati diversi riti religiosi, ma senza spendere troppo denaro dalle casse pubbliche, e amministrò con assoluta imparzialità la giustizia sul territorio, comminando delle punizioni particolarmente severe, qualora necessario. Aurelio Vittore ci parla anche di una rivolta che fu rapidamente risolta da Catone durante il suo governatorato.

Il consolato e la lotta contro il lusso

La carriera di Catone era ormai lanciata e nel 195 a.C, a soli 39 anni, Catone fu eletto console, assieme al suo amico e patrono Flacco. L’attività di Catone come console fu particolarmente prolifica: Catone si adoperò per limitare il lusso a Roma, che secondo la sua visione stava degradando gli antichi valori dei padri fondatori.

Nel 215 a.C, su richiesta del tribuno della plebe Caio Oppio, fece approvare una legge che limitava il lusso e la stravaganza delle matrone romane, per risparmiare denaro necessario per le operazioni militari. La linea di Catone era durissima: nessuna donna poteva possedere più di mezza oncia d’oro, non poteva indossare indumenti di diversi colori o guidare una carrozza di cavalli a meno di un miglio dalla città.

Dopo la vittoria di Roma contro Annibale vi furono dei tentativi di abolire la legge ma Marco Giunio Bruto e Tito Giunio Bruto si opposero.

La situazione però diventò incandescente: le matrone romane iniziarono ad affollare le strade, bloccarono l’accesso al Foro e chiesero a tutti gli aristocratici di restaurare i tradizionali ornamenti propri delle donne romane. Le signore dell’aristocrazia romana lanciarono continue richieste a pretori, consoli e altri magistrati per l’abrogazione della legge.

Se persino Flacco prese in considerazione l’idea di annullare il provvedimento, Catone rimase totalmente inflessibile, pronunciando un discorso particolarmente duro nei confronti delle matrone romane e dei loro vizi.

Nonostante il suo sforzo, alla fine la legge fu abrogata e le matrone romane sfilarono in processione per le strade di Roma, felici di esibire i loro ornamenti.

Catone in Spagna

Nonostante la sconfitta politica e al termine del suo consolato, Catone si recò nella Spagna Citeriore, dove diede nuovamente prova di duro lavoro e prontezza di spirito.

Viveva sobriamente, condividendo il cibo e le fatiche dei soldati comuni e cercava di sovrintendere personalmente ad ogni tipo di operazione. Molto spesso utilizzò il metodo del “Divide et Impera”, mettendo una tribù contro l’altra o pagando dei mercenari indigeni perché passassero dalla sua parte.

Questo periodo della storia di Catone ci è raccontato da Tito Livio, che riporta diversi aneddoti di una grande durezza, e quasi spietatezza, nei confronti della popolazione. Sembra che Catone abbia più volte condannato tribù sconfitte a spogliarsi di tutte le armi e i vestiti, portando addirittura a suicidi di massa per il disonore, oltre a perpetrare frequenti saccheggi sul territorio.

Probabilmente durante questo periodo, fu coniata da Catone la frase “Bellum se Ipsum alet”, “La guerra si alimenta da sola”, che riassume la sua strategia di alimentare il proprio esercito con le risorse sottratte ai territori conquistati.

Dopo aver ridotto la zona all’obbedienza con il pugno di ferro, Catone si impegnò ad aumentare l’estrazione del ferro e dell’argento dalle miniere. Il Senato, in seguito a questi successi militari ed economici, lo ringraziò con tre giorni di festeggiamenti in suo onore.

Nel 394 a.C, quando tornò nella capitale, fu premiato con il trionfo e in quell’occasione Catone non fu parsimonioso: distribuì gran parte dei premi in denaro che gli spettavano ai suoi soldati.

Il ritorno di Catone Roma riaccese l’inimicizia nei confronti di Scipione l’Africano. Questo, console nel 194 a.C, cercò di ottenere il comando della Spagna, proprio quella dove Catone stava raccogliendo denaro e notorietà. Su questo le fonti sono abbastanza contrastanti: Cornelio Nepote ci dice che Scipione non riuscì ad ottenere il governo della provincia, mentre Plutarco afferma che Scipione fu effettivamente nominato per succedergli ma, poiché Senato non era disposto ad annullare i provvedimenti di Catone, preferì rimanere solo formalmente come governatore, senza impegnarsi concretamente.

Dalla famiglia degli Scipioni giunsero diverse critiche nei confronti dell’amministrazione di Catone, ma egli fu particolarmente bravo a difendersi, sia con la sua magnifica eloquenza, sia dimostrando per filo e per segno l’utilizzo dei soldi pubblici che erano stati impiegati nella gestione della provincia.

Gli avversari: Antioco e Scipione

Ormai vecchio saggio della politica, nel 191 a.C Catone partecipò alla spedizione militare guidata dal console Acilio Glabrione, inviato in Grecia per opporsi all’invasione di Antioco III, il grande Re dell’impero Seleucide. Catone si distinse nella battaglia delle Termopili, che portò alla sconfitta e alla caduta del Re Antioco.

Sembra infatti che Catone abbia guidato un’avanzata piuttosto difficile in territorio nemico, sorprendendo e sconfiggendo un corpo di ausiliari etolici che combattevano per conto di Antioco. In questo modo, Catone avrebbe scatenato il panico nell’avversario, volgendo la battaglia a favore dei romani.

Tutte le fonti antiche, e soprattutto il collega e patrono Flacco, attribuiscono a Catone il massimo merito per la vittoria conseguita e la sua abilità oratoria non fece altro che diffondere e confermare ulteriormente la sua già grande fama militare presso il Senato.

Catone continuò poi ad avversare Scipione l’Africano, soprattutto a livello giudiziario.

Scipione venne infatti accusato di essersi appropriato indebitamente del bottino di guerra del generale Antioco III. Si trattava in realtà di una serie di processi politici, instaurati per eliminare una figura che stava assumendo eccessivo potere, e Catone fece naturalmente parte della fronda anti-scipioniana.

Ma Catone non attaccò Scipione solamente per la questione del denaro: alla base della sua ostilità vi era anche una avversione alla diffusione della cultura ellenica, che invece Scipione appoggiava. Secondo Catone si trattava di un grave pericolo per la tradizionale aspra semplicità dei valori romani.

La vecchiaia: conservatore fino all’ultimo

Negli ultimi anni della sua vita, Catone non ricoprì particolari cariche pubbliche, ma continuò a distinguersi in Senato come ostinato oppositore di qualsiasi nuova idea o tendenza. Attaccò per esempio gli astrologi caldei che, arrivati in Italia da Oriente, stavano esportando le conoscenze greche nell’osservazione delle stelle.

Ancora, chiese più volte al Senato di allontanare filosofi greci come Carneade, Diogene e Critolao, venuti come ambasciatori di Atene, in quanto riteneva che le loro idee fossero pericolose per la tradizione romana.

Nel 157 a.C, partecipò ad una delle ultime missioni della sua vita: fu chiamato ad arbitrare una questione tra i cartaginesi e il Re di Numidia, Massinissa. Il vecchio Catone fu evidentemente impressionato dalla crescente prosperità di Cartagine e si convinse che la sicurezza e il futuro di Roma dipendessero esclusivamente dall’annientamento dell’antica capitale cartaginese. Da quel momento, tutti i suoi discorsi terminavano con la frase, a volte letteralmente urlata dagli scranni del Senato, “Cartago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”.

L’eredità di Catone il Censore

Il lascito politico e soprattutto morale di Catone è decisamente imponente: protagonista del suo tempo, Catone fu uno degli ultimi irriducibili delle antiche norme romane. La sua figura si staglia, rigida e severa, nel panorama romano della repubblica e costituisce un esempio di assoluta integrità, in un periodo storico dove le nuove tendenze greche, ma soprattutto la dilagante mollezza del ceto dirigente, stava dominando.

La Gallia romana: storia di una provincia chiave dell’impero

Con il termine “Gallia romana” facciamo riferimento ad una importante e fondamentale provincia della Repubblica prima e dell’Impero romano poi, che ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza a livello geopolitico.

La storia della Gallia romana equivale in realtà alla storia di gran parte dell’Europa, dal momento che la presenza romana in Gallia ha di fatto posto un freno alla germanizzazione del continente e lasciato una eredità duratura nei secoli successivi.

Anche se comunemente ci riferiamo a questo territorio come “Gallia”, sarebbe più corretto definirlo “Gallie”, dal momento che i romani dividevano la provincia in più zone distinte. La Gallia Cisalpina comprendeva un territorio situato nella parte settentrionale della penisola italiana, corrispondente grosso modo all’odierna pianura del fiume Po. La città più importante di questo territorio era certamente Mediolanum, posizionata strategicamente per proteggere l’Italia dalle incursioni delle tribù nordiche.

Più a settentrione si stagliava quella che i romani chiamavano “Gallia Transalpina“, che partiva dalla catena montuosa dei Pirenei, al confine settentrionale tra le odierne Spagna e Francia, fino al canale della Manica, e terminava presso il Belgio moderno. La Gallia più a nord era chiamata “Gallia belgica“: territorio di tribù perlopiù sconosciute ai romani, che era considerata una delle regioni in assoluto più settentrionali e di confine dell’intera terra dei romani.


La gallie nel periodo della monarchia e prima repubblica romana

Le Gallie sono sempre state abitate da una moltitudine di tribù celtiche con una grande tradizione, una buona organizzazione e delle eccellenti qualità metallurgiche e produttive. Nello stesso periodo in cui i romani deponevano la monarchia e iniziavano a costruire la Repubblica, diverse tribù celtiche si stabilivano in varie zone dell’Europa centro-occidentale: nel VI secolo a.C si registrano gli Insubri, i Cenomani, i Boi, i Lingoni e i soprattutto Sènoni, i quali si allargarono fino all’Italia settentrionale e all’odierna regione delle Marche.

La pressione che le tribù celtiche esercitavano sulla penisola italica divenne, attorno al IV secolo a.C, piuttosto pericolosa per l’allora principale potenza, l’Etruria. Gli etruschi, una civiltà ben più antica dei romani e con un particolare livello di sviluppo, venne pesantemente attaccata dalle tribù celtiche in cerca di nuove terre coltivabili o di bottino.

Il primo incontro fra i celti e i romani fu particolarmente devastante per quest’ultimi: gli etruschi avevano chiesto aiuto alla città di Roma, una potenza emergente, proprio per contrastare la discesa di alcune tribù celtiche che danneggiavano i loro territori.

I romani compirono un terribile errore di valutazione, sottovalutando la potenza degli avversari e inviando circa 15000 uomini, che ai tempi corrispondeva alla totalità dell’esercito romano, contro il loro condottiero, Brenno, nella battaglia del fiume Allia (390 a.C).

Terrorizzati dalla potenza dei guerrieri Galli, l’esercito Romano fu completamente sbaragliato e la stessa città di Roma fu messa a ferro e fuoco. Durante il sacco del 387 a.C, i senatori furono massacrati sul posto, l’esercito fu annientato e seguì un’ondata di stupri e di violenze nei confronti di tutta la popolazione romana.

Mentre i romani stavano raccogliendo l’oro e l’argento per pagare il riscatto a Brenno, il generale gallico avrebbe pronunciato la storica frase: “Vae victis!”, “Guai ai vinti“. Fu in questo frangente che andarono perse anche fonti importantissime, come le primissime leggi romane o preziose testimonianze dell’epoca monarchica. E sempre in questo periodo, sarebbe sorta quella viscerale paura dei romani nei confronti dei galli, chiamata “Metus Gallicus”.

A liberare Roma intervenne di lì a poco il condottiero Marco Furio Camillo, in una sanguinosa battaglia fuori dalle mura di Roma: sempre secondo la tradizione, i romani, all’indomani della liberazione da Brenno, furono in dubbio se proseguire la loro storia all’interno della città di Roma, ormai devastata, o spostarsi in un’altra zona. Ma le cronache antiche ci parlano di un centurione, che avrebbe sentenziato: “Hic manebimus optime” “Qui staremo benissimo” e da quel momento la città di Roma conobbe un nuovo sviluppo.

L’espansione romana durante il periodo repubblicano

I rapporti tra i romani e le tribù celtiche conobbero una nuova fase con lo scontro tra gli eserciti repubblicani e i galli Sènoni. Le incursioni celtiche furono definitivamente fermate nella battaglia di Talamone del 225 a.C: l’esercito romano aveva ormai imparato a fronteggiare e a sconfiggere questo tipo di tribù e riuscì a conquistare nuovi territori fondando la provincia della Gallia Cisalpina, avanzando entro pochi anni di parecchie decine di chilometri e catturando la città strategica di Milano nel 222 a.C.

Le prime colonie romane di Piacenza e Cremona, sulle rive del fiume Po, furono il principale simbolo della nuova conquista romana che si andava espandendo senza sosta.

L’espansione romana fu rallentata solo dalla seconda guerra punica, quando la discesa di Annibale Barca in Italia costrinse i romani ad affrontare l’avversario cartaginese e rimandare l’appuntamento con i celti. Solo dopo la vittoria della guerra e la battaglia di Zama nel 202 a.C, i romani ripresero i loro attacchi per espandersi ulteriormente nella Gallia Cisalpina, fondando nuove colonie a Bononia, Parma e Modena.

Si verificò in questa fase una prima romanizzazione del territorio dell’Italia del Nord. Sulla linea di queste conquiste, i romani formarono anche la provincia della Gallia Narbonese, dominata dalla città marittima di Massilia, che li metteva direttamente in contatto con la Spagna in una situazione di relativa tranquillità.

Durante i decenni successivi vi furono diversi contatti tra i romani e le tribù celtiche basati prevalentemente sull’importazione di vino di alta qualità e altri prodotti richiesti dai consumatori romani.

La conquista delle Gallie di Giulio Cesare

A imporre una definitiva svolta nella storia, una sola persona: Caio Giulio Cesare. Cesare, mettendosi alla testa di numerosi eserciti consolari, e utilizzando come pretesto una serie di pericoli che i galli rappresentavano per la sicurezza dei confini romani, avviò una personale campagna di conquista.

La conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare fu una straordinaria operazione militare, che ancora oggi riecheggia nella storia. I principali scontri tenuti da Giulio Cesare comprendono la battaglia contro gli Elvezi, contro il capo dei germani Ariovisto, la vittoria sul popolo dei Veneti e dei Belgi, fino addirittura ad uno sbarco temporaneo sulle coste della Britannia, dove Cesare ottenne la sottomissione delle tribù del posto.

Il più grande avversario di Cesare, il capo degli Arverni, Vercingetorige, fu l’unico a riunire tutte le tribù, che fino a quel momento avevano combattuto anche fra di loro, contro il nemico comune. Dopo aver ottenuto una prima vittoria a Gergovia, Vercingetorige si asserragliò nella rocca di Alesia, in una delle battaglie più importanti di tutta la storia antica.

Giulio Cesare assediò Vercingetorige che a sua volta fece convergere centinaia di migliaia di uomini alle spalle di quest’ultimo: in tre giorni di aspri combattimenti, si decise la storia delle Gallie con la vittoria definitiva di Giulio Cesare, favorita dalla qualità dei suoi uomini e dalla creazione di decine di chilometri di fortificazioni che diedero un decisivo vantaggio al suo esercito.

La conquista della Gallie, non fu scevra da critiche sulla sua ferocia, da parte degli stessi contemporanei: dopo il massacro delle tribù degli Usipeti e dei Tencterii, quando vennero uccise decine di migliaia di persone nell’arco di pochi giorni, nel Senato Romano si aprirono delle discussioni sulla legittimità di massacri di tale entità. Fu coniato in quella occasione il termine “Crimine contro l’umanità”: al termine della guerra, un milione di guerrieri galli erano morti, per l’iniziativa di un solo generale, che si era infilato prepotentemente nella storia.

Le Gallie sotto Augusto

Il figlio adottivo ed erede di Giulio Cesare, l’imperatore Augusto, divise il vasto territorio a sua disposizione in quattro province amministrative: la gallia narbonense nel sud-est, la Lugdunense, situata appena a nord dei Pirenei, l’Aquitania nel centro e la Belgica nel nord.

La romanizzazione delle Gallie ebbe anche degli effetti straordinariamente positivi: i romani furono in grado di dare al territorio un decisivo impulso verso un nuovo livello di civiltà, costruendo migliaia di chilometri di strade, fondando diverse città e soprattutto romanizzando la popolazione, creando una società romano celtica estremamente articolata e produttiva.

Furono esattamente gli abitanti della Gallia i primi cittadini provinciali ad entrare di diritto nel Senato Romano, nel periodo dell’imperatore Claudio, che tenne uno storico discorso per convincere l’aristocrazia ad accettare i nuovi arrivati.

Provincia di sempre strategica importanza, la Gallia rappresentò per diversi secoli uno dei punti più importanti dell’impero, integrandosi particolarmente bene con la civiltà romana.

La crisi del III secolo

La storia della Gallia Romana conobbe una crisi attorno al III secolo d.C, quando tutto l’impero romano cominciò a dare segni di cedimento. La tribù germanica degli Alemanni fu un grado di invadere la Gallia, provocando devastazioni su vasta scala: in questo periodo i romani furono coinvolti e distratti in numerose guerre civili, che gli impedirono di prendere efficaci contromisure.

Addirittura in un periodo di 50 anni, dal 235 al 285 d.C, noto come “Anarchia militare“, regnarono almeno 20 imperatori, ognuno dei quali rimaneva in carica per pochi mesi prima di essere sistematicamente ucciso dalla guardia pretoriana.

In questo periodo di estrema incertezza, le Gallie vennero governate per qualche tempo da alcuni generali autonomi. Un condottiero formalmente inviato sul territorio per conto di Roma, creò persino un “Impero delle Gallie”, indipendente dalla capitale: era il generale Postumo. Il nuovo Impero, con un proprio Senato e una propria moneta, sarebbe durato attraverso quattro imperatori: Leliano, Mario, Vittorino e Tetrico.

Si trattava certamente di una inaccettabile presa di distanze dall’impero, anche se in diverse occasioni, pur potendo compiere delle incursioni in Italia, questi generali scelsero un rapporto di collaborazione con Roma: per diversi storici si trattò paradossalmente di un meccanismo “difensivo” dell’impero da parte di alcune entità politiche e militari in grado di gestire autonomamente la situazione, fino al ritorno del potere centrale.

Fu l’imperatore Aureliano a sconfiggere definitivamente I ribelli e a riportare il territorio delle Gallie come ufficiale provincia romana.

Le Gallie attraverso la caduta dell’Impero Romano d’Occidente

Sotto il governo dell’imperatore Probo, Franchi, Vandali e Burgundi devastavano ormai sistematicamente i territori. Il controllo delle Gallie nel 337 d.C finì sotto il figlio maggiore dell’imperatore Costantino, Costantino II e successivamente sotto Costante e Costanzo II. Ma si trattava di un territorio ormai perso, solo formalmente parte dell’impero romano.

Nel 406 d.C furono i Vandali ad attraversare e a devastare per l’ennesima volta le Gallie. Quando l’impero romano d’Occidente collassò definitivamente, nel 476 d.C, la Gallia era ormai nelle mani dei Franchi, dei Burgundi e dei Visigoti.

Fra questi, nel corso del tempo, furono proprio i Visigoti a prevalere nel controllo del territorio, creando un regno romano barbarico relativamente stabile, riprendendo e aggiornando la cultura romana e reinterpretandola.

Un regno che durò fino a quando il Re dei Franchi, Clodoveo, salì al trono nel 481 d.C, sconfiggendo i Visigoti, Burgundi e Alemanni e consolidando il suo potere in tutta la Gallia. Nel 511 d.C quando Clodoveo morì, lasciò un’enorme regno ai suoi figli, che univa la cultura romana alle tradizioni galliche e un interessantissimo misto di lingua, religione e leggi, accumulate nei secoli precedenti.

Da lì prenderà il via la dinastia dei Merovingi considerati i precursori dell’odierna nazione della Francia.

Fonti:

  • André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano, Net, 2002
  • Peter Berresford Ellis, L’impero dei Celti, Casale Monferrato, Piemme, 1998
  • https://www.worldhistory.org/Roman_Gaul/ di Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA)

La dinastia dei Flavi. Gli imperatori indipendenti e severi

La dinastia Flavia fu la famiglia di imperatori che governò Roma dal 69 al 96 d.C. Dopo la morte di Nerone, senza eredi, lo stato romano aveva due possibilità: quello di ritornare verso una repubblica classica od evolvere verso un concetto di impero più radicato. I membri della dinastia Flavia portarono la storia di Roma decisamente verso questo secondo percorso.

Durante la dinastia dei Flavi si susseguirono, oltre a campagne militari di notevole rilevanza, riforme economiche e culturali di importanza decisiva per il futuro dell’impero. Non ultime, la costruzione di diverse infrastrutture.

Gli indiscussi protagonisti furono Tito Flavio Vespasiano e i suoi figli, Tito e Domiziano.

Vespasiano, il capostipite dei Flavi

La dinastia Flavia prese il via quando, dopo un anno di instabilità politica e di guerra civile noto come “L’anno dei Quattro Imperatori”, Vespasiano, valente generale, riuscì a consolidare la sua posizione e ad avviare la sua dinastia sconfiggendo i predecessori, Galba, Otone e Vitellio, nelle battaglie di Bedriaco.

Vespasiano fu in grado di instaurare un buon rapporto con i soldati e avviare una serie di riforme per rimpinguare le casse dello Stato romano, che erano state compromesse dalla gestione degli ultimi anni di Nerone.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sappiamo che nei suoi primi anni di governo Vespasiano si dedicò esclusivamente alla situazione di Roma in Egitto e affidò l’amministrazione dell’impero al suo prefetto del pretorio Muggiano e a suo figlio Domiziano.

Non sappiamo esattamente le motivazioni per cui Vespasiano impiegò tutta questa attenzione nei confronti della provincia di Egitto, ma probabilmente la ritenne una zona strategica, in cui era necessario consolidare il dominio romano, tanto che giunse a Roma stabilmente diversi anni dopo la sua elezione ad Imperatore, solamente verso la metà degli anni 70 d.C

Quando Vespasiano giunse a Roma, avviò una serie di riforme fiscali di notevole importanza imponendo delle tasse piuttosto pesanti alle province romane, ma anche agli stessi italici, che solitamente erano esenti dalle imposte. Significativa e simbolica la tassa sugli orinatoi, che ancora oggi porta il suo nome.

Di notevole importanza per il governo di Vespasiano fu la propaganda, necessaria dopo un anno di guerra civile, che si espresse in un’opera di persuasione su vasta scala: vennero costruite diverse infrastrutture, come l’anfiteatro Flavio, oggi conosciuto come Colosseo, o come l’Arco di Trionfo in onore di suo figlio Tito e delle sue vittorie.

Durante il suo regno si concluse infatti la prima guerra giudaica, che terminò con la distruzione della città di Gerusalemme, da parte di Tito nel 70 d.C.

Tito, delizia del genere umano

Tito, figlio di Vespasiano, prese il potere immediatamente dopo la morte del padre, avvenuta il 23 giugno del 79 d.C. Alcuni storici del suo tempo non nutrivano molte aspettative su di lui, ma ebbero ben presto a ricredersi.

Tito si rivelò immediatamente un buon amministratore: i suoi principali interventi riguardarono un vasto programma di edilizia pubblica a Roma, che ebbe il suo momento di maggior splendore nell’inaugurazione del Colosseo, nell’anno 80 d.C, quando Tito ebbe l’onore di presentare al pubblico il grande anfiteatro iniziato da suo padre.

Ma Tito è anche l’imperatore in carica durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C e durante l’incendio di Roma dell’80 d.C. Secondo le cronache, Tito si adoperò per fronteggiare questa serie di calamità cittadine e naturali con grande sollecitudine, tanto che gli storici del suo periodo lo chiamavano “Delizia del genere umano”.

A livello religioso ed etico, Tito si impegnò a deificare la figura di suo padre, processo che si concretizzò nella costruzione del “Tempio di Vespasiano e Tito” e terminato da suo fratello minore, Domiziano.

Tito regnò invero molto poco: dopo appena due anni dalla sua elezione, morì improvvisamente di febbre il 13 settembre dell’81 d.C. La sua figura fu immediatamente divinizzata dal Senato romano.

Domiziano: l’ultimo dei Flavi

Ultimo erede della dinastia Flavia, Domiziano fu eletto imperatore dalla guardia pretoriana già il giorno dopo la morte di Tito.

Iniziò così un regno durato per 15 anni: un tempo particolarmente lungo, che consentì a Domiziano di imprimere una politica determinante per il futuro di Roma.

Domiziano si impegnò innanzitutto a rafforzare l’economia tramite un sistema di rivalutazione della moneta romana, che negli ultimi anni aveva conosciuto diverse svalutazioni. Si impegnò in molteplici campagne militari per difendere i confini dell’impero, anche se fu costretto a trattare la pace con i Daci, in maniera poco onorevole per la tradizione romana.

In compenso, grazie all’intervento del suo miglior generale, Gneo Giulio Agricola, l’Impero romano si espanse in Britannia fino alla Scozia moderna.

Ma il grande problema di Domiziano fu il rapporto con il Senato. Poco incline ad accettare l’influenza delle famiglie aristocratiche di Roma, su Domiziano si accalcarono presto arie di congiura.

Negli ultimi anni del suo regno, Domiziano era costantemente terrorizzato dall’idea di essere ucciso a tradimento e dopo la sua morte, che avvenne esattamente per un complotto della Guardia pretoriana, venne condannato dal Senato alla “Damantio Memoriae”, una pena che prevedeva la sistematica cancellazione delle tracce di una persona dai registri ufficiali.

Domiziano venne fatto passare come uno dei grandi imperatori “matti” di Roma. La storia moderna ha però rivalutato la sua figura, giudicandola come un tiranno crudele e paranoico, ma allo stesso tempo piuttosto efficiente e sensibile a programmi culturali, economici e politici che misero le basi per una pace duratura nei decenni successivi.

La politica romana sotto la guida dei Flavi

Il governo di Roma durante la dinastia dei Flavi è particolarmente interessante. Dopo la caduta della Repubblica e l’arrivo del principato di Augusto, era stato stabilito un sistema in base al quale l’imperatore era il massimo garante del funzionamento dello stato, scelto e confermato dal Senato.

Ma inevitabilmente, si era verificata mano mano una frizione tra l’imperatore, che desiderava un potere sempre più slegato dall’influenza delle famiglie senatoriali, e il Senato, che mirava a dominare, come nella tradizione repubblicana, la politica.

L’approccio dei Flavi al governo mirò a mantenere un rispetto “di facciata” nei confronti del Senato, soprattutto tramite la propaganda e la concessione di favori, ma conquistare di fatto una autonomia sempre più marcata.

Molto spesso, i flavi si dimostravano estremamente generosi, concedendo doni ai militari e a persone di rilievo per ingraziarsi le personalità più eminenti. Ad esempio Vespasiano arrivò ad includere fra i suoi amici dei non Flaviani, alcuni addirittura militanti nella precedente guerra civile contro di lui.

Ma i reali disegni andarono evidentemente verso la creazione di una propria dinastia familiare. E si vede bene nei poteri che furono conferiti ad esempio a Tito, che fu insignito del potere tribunizio assieme al padre, di sette consolati, del ruolo di censore, e del comando della Guardia pretoriana assommando su di sé una serie di poteri decisamente fuori dalla tradizione politica romana precedente.

Un segno di tutto questo fu anche la transizione del potere dopo la morte di Vespasiano: alla morte del padre, Tito gestiva il potere ormai da anni, e divenne il suo naturale successore senza particolari strappi con il passato, e senza l’approvazione del Senato.

Se il regno di Tito fu troppo breve perché potesse esprimere una propria politica personale, il regno di Domiziano fu particolarmente lungo e rappresenta un aspetto molto importante della dinastia Flavia.

Domiziano, a differenza di Vespasiano, che tendeva a mantenere una collaborazione di facciata con il Senato, trasformò palesemente il suo governo in una monarchia divina, assommando su di sé il potere ed esercitandolo nei più piccoli dettagli, senza interfacciarsi con l’aristocrazia senatoria.

Domiziano prendeva personalmente ogni decisione riguardo al governo dell’impero, arrivando ad emanare editti dove regolava anche i più piccoli aspetti della vita quotidiana, mantenendo una tassazione elevata ed alcune leggi moralizzatrici particolarmente rigide.

L’elemento distintivo di Domiziano, rispetto al fratello e al padre, fu l’inclusione di parecchi elementi provinciali all’interno delle massime cariche dell’impero, laddove i suoi predecessori tendevano a scegliere rimanendo all’interno della propria famiglia.

L’economia e le riforme fiscali dei Flavi

Di notevole importanza furono le riforme finanziarie che caratterizzarono fortemente il governo dei Flavi. Le casse dello Stato erano state prosciugate dalla pessima gestione di Nerone e i Flavi dovettero agire con grande durezza per non portare Roma al collasso economico.

Venne istituita una lunga serie di tasse particolarmente elevate, aumentando quelle vecchie e istituendo dei nuovi tributi. Questo nuovo gettito fiscale proveniva prevalentemente dalle province. Questo lavoro, iniziato da Vespasiano e proseguito da Domiziano, agì anche sulla moneta standard di Augusto, che era andata svalutandosi nel corso degli ultimi anni, e che venne rivalutata aumentando del 12% il contenuto d’argento inserito all’interno di ogni singola moneta.

La rigorosa politica fiscale dei Flavi assicurò che gli standard monetari fossero stabili e garantiti. Secondo alcuni interessanti studi, durante il periodo dei Flavi, almeno un terzo delle tasse raccolte dalla popolazione era destinato alle spese militari, mentre il secondo capitolo di spesa era dedicato alla ricostruzione e alla manutenzione dei monumenti della città di Roma.

La politica militare dei Flavi

Il periodo dei Flavi fu caratterizzato da diversi interventi militari: il più noto è certamente l’impegno dei soldati di Tito nella presa di Gerusalemme, che venne saccheggiata nel 70 d.C. Durante questa campagna durissima, si verificò la morte, secondo il principale cronista dell’epoca, Giuseppe Flavio, di un milione di persone.

Un secondo intervento militare fu in Britannia, sotto il comando del generale Gneo Giulio Agricola, che fu in grado di recuperare il territorio perduto negli ultimi decenni, espandendo i confini dell’Impero Romano fino alla Caledonia. Nell’82 d.C, Agricola arrivò addirittura a combattere con dei popoli, i Caledoni, la cui esistenza non era ancora nota ai romani.

In questo periodo i romani conobbero anche il territorio dell’Irlanda, per loro poco importante, tanto che secondo le cronache poteva essere controllato da una sola legione.

Di notevole importanza fu la costruzione o il rafforzamento di diverse frontiere i militari in Germania.

Il Limes germanicus si sviluppò attraverso la costruzione di nuove strade, fortezze e torri di guardia, lungo il fiume Reno. Si registrano in questo periodo anche combattimenti contro le tribù dei Catti, aldilà del fiume Reno, contro i Sarmati e i Daci.

Forse il momento più basso delle campagne militari dei Flavi, venne toccato con Domiziano: nonostante l’impegno militare contro i Daci, Domiziano fu costretto a firmare una pace umiliante con il re Decebalo, dovuto allo scoppio in contemporanea di una ribellione delle tribù germaniche.

Decebalo ricevette un ingente compenso in denaro per mantenere la pace, continuando a costituire un pericolo per i confini romani. Il re dei Daci, verrà neutralizzato solo sotto il regno di Traiano, nel 106 d.C, con una mastodontica campagna militare che portò alla conquista della Dacia e alla sua annessione come nuova provincia romana.

L’eredità dei Flavi

Nonostante la dinastia dei Flavi si sviluppò per un periodo relativamente breve, il loro apporto alla storia romana fu determinante.

Da un lato i flavi violarono sistematicamente gli equilibri nei confronti del Senato, accentrando il potere sulla figura dell’imperatore (Vespasiano in maniera più velata, Domiziano in maniera più palese). Ma dall’altro le riforme dei Flavi furono fondamentali per garantire stabilità all’Impero, soprattutto a livello economico.

In altre parole, se Augusto e la sua famiglia avevano creato il concetto di Impero in collaborazione con il Senato, furono i Flavi a rendere l’imperatore definitivamente indipendente dell’aristocrazia senatoria. In un certo senso, sono loro i fondatori dell’impero come noi oggi lo conosciamo più comunemente.

L’imperatore diventa, con i Flavi, una figura di supremo comandante militare che agisce in maniera quasi del tutto autonoma, in grado, da solo, di determinare in maniera profonda il futuro della storia romana imperiale.

L’arte romana: le caratteristiche fondamentali dell’arte a Roma

L’arte romana è un fenomeno lungo e complesso, difficilmente classificabile, ma certamente composto da un processo di unificazione, continuo interscambio e trasporto di novità e tendenze per tutto il Mediterraneo, per un periodo di svariati secoli.

I romani non partono da una solida tradizione artistica, come nel caso dei Greci. Soprattutto nell’epoca arcaica, l’attività artistica viene considerata come quasi completamente inutile e il lavoro stesso dell’artista ha una bassa reputazione. In alcuni casi, ritrarre delle immagini, soprattutto di divinità, è inutile e vietato.

Nonostante questa iniziale chiusura, i romani, essendo originari dell’Italia centrale e in particolare delle tribù dell’antico Lazio, vennero comunque influenzati da altre culture locali italiche, soprattutto quelle dell’Etruria, che determinarono in maniera sostanziale le tendenze artistiche dei primi romani.

Ma nel momento in cui Roma si espande e comincia a conquistare dei nuovi territori, assumendo una dimensione Mediterranea, l’esibizione dei trofei prelevati dai luoghi conquistati diventa racconto dell’espansione stessa di Roma e, in un continuo scambio interculturale, inizia a delinearsi un’arte italica mista alle specifiche culture delle province conquistate.

L’arte romana nell’architettura

Fra i campi in cui l’arte romana si espresse al suo massimo, vi è certamente l’architettura. Roma fa tesoro della tradizione greca per interpretarla in senso pragmatico e funzionale. L’architettura romana “ripulisce” quella greca da alcuni abbellimenti pregiati, preferendo delle linee piane e semplificate e appoggiandosi a nuovi materiali come il mattone e soprattutto il cemento.

Nell’architettura, l’arte romana non si concretizza nei dettagli ma soprattutto nelle forme fondamentali delle strutture. Protagonista indiscusso è l’arco, che i romani ereditano dal mondo etrusco, ma che perfezionano: l’intenzione è indubbiamente quella di dare un senso di ordine e di concretezza alle strutture. 

Un esempio di arte bella e concreta allo stesso tempo si vede bene nelle grandi terme di Roma, ma anche nel Pantheon e, in epoca più tarda e reinterpretata in chiave cristiana, nelle grandi chiese e basiliche che dominano il tardo Impero e il primo Medioevo.

A partire dal I secolo d.C, la continua espansione dell’impero portò l’arte greco-romana in molte parti d’Europa, dal nord Africa all’Asia, consentendo lo sviluppo di una miriade di arti provinciali miste, italiche e locali, che andarono dalla Britannia fino alle zone settentrionali del Sahara e dalla Spagna all’Arabia.

La scultura e la ritrattistica romana

Nella scultura e nella ritrattistica, un aspetto chiave dell’arte romana era la commemorazione di personaggi importanti ed aristocratici: sotto questo aspetto si possono registrare due tendenze che arrivano a convivere insieme. Da una parte la necessità tipicamente romana di ritrarre la realtà dei volti, con una tradizione veristica molto pronunciata, e dall’altra l’influenza ellenistica che impone regole e limiti.

Si crea nel tempo uno stile medio in cui i volti appaiono estremamente reali, anche con dettagli caratteristici come le rughe, la fronte stempiata o gli occhi profondi, ma senza dimenticare i canoni greci, soprattutto a livello di armonia generale delle forme e di equilibrio nelle statue intere.

Un’altra tendenza fondamentale nella scultura romana è la copia delle grandi opere greche. I nobili e gli aristocratici romani facevano eseguire puntualmente delle fedeli riproduzioni delle principali sculture greche per abbellire le loro ville e celebrare la grandezza della loro famiglia.

Ma in questo modo, quasi inconsapevolmente, la nobiltà romana ha anche raccolto l’eredità greca, trasportando fino ai giorni nostri quelle opere. La stragrande maggioranza delle sculture greche, infatti, ci è nota oggi grazie alle copie romane.

Nel periodo imperiale la raffigurazione degli imperatori diventò sistematica e non si limitò più alle sole statue, ma si espresse anche in costruzioni imponenti, come gli archi di Trionfo, celebri quelli di Tito e di Costantino, o come le colonne, come quella di Traiano, che ripercorrono, attraverso una serie di bassorilievi, conquiste e spedizioni in paesi lontani.

In queste occasioni gli artisti romani non prestano particolare attenzione ad elementi formali come la prospettiva o la giusta grandezza degli elementi, quanto piuttosto alla drammaticità e all’efficacia dei racconti, attraverso scene significative che comunichino l’attività militare e allo stesso tempo civilizzatrice di Roma.

Anche se Roma fu senza dubbio il centro di produzione preferito dell’aristocrazia e destinazione finale delle più importanti opere artistiche, gran parte della scultura del periodo romano venne prodotta nelle province, dove scultori locali lavoravano pietre calcaree e arenarie, seguendo lo stile romano classico ma adattandolo alle specificità della propria cultura e del proprio territorio.

Molto interessante per esempio è tutta la scultura prodotta nelle regioni di Treviri, in Germania, nella Gallia settentrionale e in Britannia. Di grandissimo interesse artistico e di innegabile fascino sono anche le produzioni scultoree della zona di Palmira in Siria e in generale in tutto il Medio Oriente, dove le sculture religiose, ma anche funerarie, hanno lasciato delle tracce importantissime dell’arte romana.

Gli affreschi nell’epoca romana

Un altro elemento fondamentale della produzione artistica romana erano i dipinti e gli affreschi delle ville private. La maggior parte delle testimonianze risalgono al periodo compreso tra il I secolo a.C  e il I secolo d.C, nella zona campana e ovviamente a Pompei, dove l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C ha letteralmente “cristallizzato” delle città antiche per sempre.

In linea generale, si notano quattro stili nei dipinti romani: il primo che utilizza i pigmenti per imitare le venature del marmo, il secondo che riproduce delle vedute paesaggistiche, che sembrano quasi “sfondare” il muro su cui sono dipinte e dare l’illusione che le stanze siano più grandi, un terzo che si occupa di riprodurre motivi decorativi e fantasiosi e l’ultimo che si concentra su temi mitologici.

Nonostante sia indubitabile la presenza dei modelli ellenistici, che sono sempre il punto di partenza dell’arte romana, vi sono dipinti di notevole originalità, come quelli del giardino della casa di Livia a Prima Porta, appena fuori Roma, o quelli della Domus Aurea di Nerone.

L’arte figurativa romana conosce poi una rivoluzione importante nel periodo paleocristiano. La pittura diventa semplice, con colori più tenui ma soprattutto fortemente simbolica. Il significato non è quello immediatamente visibile, che sembra appartenere a normali scene quotidiane, ma quello continuamente ribadito da simboli conosciuti solamente dalla comunità Cristiana.

I mosaici romani

L’arte romana si esprime anche con i mosaici. Anche se questi non sono un’invenzione della romanità, è certo che i romani dimostrarono di gradire questo tipo di espressione artistica, facendola propria. 

Molti mosaici romani sono di natura prettamente geometrica, utilizzati nelle stanze come noi oggi usiamo i tappeti, ma vi sono anche tanti soggetti figurativi, che vanno dalle scene mitologiche e religiose ai mosaici paesaggistici marini, fino a scene di combattimenti tra gladiatori e bestie feroci.

Lo stile dei mosaici si personalizza poi a seconda dell’area geografica: nel Nord Africa troviamo molte rappresentazioni realistiche delle arene di combattimento, mentre in Grecia e in Britannia si sono sviluppate più spesso rappresentazioni mitologiche.

Anche in questo caso abbiamo delle opere d’arte di particolare pregio che sono arrivate fino a noi, come il mosaico di inizio del IV secolo a.C della grande caccia in Piazza Armerina in Sicilia, che rappresenta lotte tra uomini e bestie, così come un mosaico rinvenuto a Woodchester, in Inghilterra, che riproduce degli animali che girano intorno ad un piccolo monumento.

La produzione di gioielli e monili

Da non sottovalutare, anche se rientrano nelle categorie delle arti minori, la produzione di gioielli. I ricchi aristocratici romani  gareggiavano tra di loro nel commissionare gioielli in oro, servizi di piatti argentati o più in generale manifattura pregiata. In questo caso celebre esempio è la cosiddetta “Coppa di Licurgo”, realizzata con particolare perizia, tanto da cambiare colore a seconda della luce con cui viene illuminata.

Sono notevolissime anche le produzioni di gemme incise, tra cui zaffiri e smeraldi, cristalli provenienti dall’India, pietre delle Alpi e ambra del Baltico. Molto spesso le pietre dure venivano scolpite con intagli estremamente raffinati e particolareggiati, tanto che gli studiosi sono giunti alla conclusione che gli artisti romani erano riusciti, attraverso un sistema di vetri, ad ingrandire notevolmente l’area di lavoro come noi faremmo oggi con una lente o un microscopio.

Alcune opere erano firmate da artisti famosi come quelle di Dioskurides, noto per aver scolpito l’anello con il sigillo imperiale di Augusto.

L’arte romana è vasta e la sua diversità, a volte, è difficile da classificare. Ma nel periodo antico vennero di fatto poste le basi di tutta l’arte successiva e soprattutto vennero sdoganati dei modelli a cui l’arte mondiale non può non rifarsi continuamente.

Anche se, giustamente, la storia dell’arte è dominata dal periodo del Rinascimento, non si può dunque prescindere dal lunghissimo e imponente percorso artistico che si è sviluppato in tutto il periodo greco-romano.

Le terme nell’antica Roma. Come funzionavano?

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Le terme romane sono una delle strutture più caratteristiche della civiltà di Roma, che ancora oggi impressionano gli spettatori e i turisti e che sono un ottimo esempio del livello di sviluppo raggiunto dai tecnici e dagli ingegneri della civiltà romana. Si tratta di complessi ancora oggi visibili nelle principali città corrispondenti all’Impero e che rappresentano un notevolissimo spaccato sulla nostra eredità romana.

Le terme svolgevano diverse funzioni: erano anzitutto un luogo dedicato ai bagni e all’igiene, cosa che, in città popolate da molte decine di migliaia di persone, era di fondamentale importanza. Ma erano anche un luogo di incontro per la cittadinanza, occasione di riunione e stimolo alla vita quotidiana e ai commerci, nonché simbolo della ricchezza e dello splendore della civiltà romana.

La struttura delle terme romane

Le terme non sono un’invenzione prettamente romana. Già i greci avevano concepito alcune strutture che potremmo definire “bagni pubblici”, ma che nella tradizione greca si sono limitati ad una serie di servizi igienici messi a disposizione della popolazione con qualche elementare abbellimento architettonico.

Furono i Romani a concepire l’idea di allargare il semplice bagno pubblico ad un’intera struttura di pulizia e benessere, che svolgesse anche una funzione culturale, tramite mercati e biblioteche integrate nei complessi.

Le terme romane venivano costruite nei luoghi principali di ogni città, presso le vie più importanti e trafficate. Ovviamente necessitavano di un accesso all’acqua che fosse vicino e di grande portata, e per questo le strutture venivano posizionate puntualmente vicino agli acquedotti, che a volte venivano addirittura deviati per garantire il rifornimento di enormi serbatoi dedicati agli impianti termali.

La struttura classica delle Terme si apriva con una stanza chiamata “Apodyterium“, che fungeva da spogliatoio, dove si potevano lasciare i propri effetti personali e i vestiti, indossando solitamente delle mutande grandi e leggere.

Un’altra sala fondamentale erano le cosiddette “Palestrae“, dedicate agli esercizi fisici, sia per i normali cittadini ma soprattutto per gli atleti o i legionari che avevano bisogno di mantenersi in costante allenamento anche durante il congedo o periodi di pace.

Un terzo ambiente tipico era la “Natatio“, una grande piscina all’aperto che solitamente accoglieva i primi visitatori per un bagno veloce. Vi erano poi i cosiddetti “Sudatoria“: erano delle stanze secche e umide, surriscaldate in maniera costante, e che equivalgono in tutto e per tutto al nostro bagno turco.

I romani le usavano, come noi, per espellere le tossine e dimagrire, ed erano un piccolo capolavoro di ingegneria: queste stanze erano costruite con particolare perizia per mantenere una temperatura costante e un vapore persistente.

A seconda delle esigenze del cittadino esistevano poi tre tipi di stanze con altrettante temperature. Il “Calidarium” era una zona dotata di grandi piscine con acqua calda e molto spesso accompagnata da una vasca separata di supporto denominata “Labrum”.

Per chi gradiva una temperatura più mite, vi era il “Tepidarium“, una stanza dalla temperatura leggermente inferiore, tiepida e confortevole.

Infine il “Frigidarium“, una stanza fresca, che molto spesso era la preferita dai cittadini, dato che i grandi centri urbani erano puntualmente caldi e afosi. Era dotata di una grande vasca d’acqua a temperatura ambiente, impreziosita da particolari abbellimenti architettonici, e soprattutto di una imponente cupola centrale, che rappresentava sicuramente il cuore del complesso termale.

A fianco di queste stanze si aprivano anche altre sale per i massaggi e trattamenti di salute, che erano particolarmente graditi dalle donne.

Ma le terme non si fermavano solamente ad un complesso di vasche: come detto, i romani concepivano le terme come delle strutture multifunzionali e anche culturali. Non era raro trovare, all’interno delle Terme, anche delle biblioteche di libera consultazione, delle zone dedicate allo studio e alla conversazione, delle aule per l’insegnamento ai ragazzi, oltre a fontane e giardini all’aperto che andavano a completare una struttura di grandissime dimensioni.

Come funzionava il calore nelle terme romane?

Le terme erano delle strutture di grandissima efficienza per il periodo, e spesso ci si chiede come facevano i romani a garantire delle stanze dotate addirittura di vari livelli di temperatura.

Se le terme di epoca primo repubblicana si basavano sull’utilizzo di semplici bracieri in stanze relativamente piccole, nel corso dei secoli gli ingegneri concepirono diverse soluzioni di alta tecnologia e a partire da Augusto in poi, vennero ideati e sviluppati dei sistemi di riscaldamento decisamente più sofisticati.

Esistevano dei veri e propri forni di grandi dimensioni, che consumavano parecchie tonnellate di legno al giorno: il calore veniva prima fatto accumulare sul “tetto” dei forni grazie a pietre cilindriche e poi veniva convogliato verso le stanze in modo che riscaldasse il pavimento, chiamato “Ipocausto”. L’aria bollente che stazionava per ore sotto i pavimenti era in grado di fornire un calore costante e uniforme.

Ma, grazie ad un sistema di cunicoli, il calore si sprigionava addirittura dalle pareti, attraverso dei tubi rettangolari. Il risultato veniva garantito anche da alcuni mattoni speciali, cavi all’interno, e studiati per isolare il calore. Queste soluzioni permettevano di emanare una buona temperatura, anche parecchie ore dopo lo spegnimento dei forni.

Dal momento che, a volte, la temperatura andava abbassata, si procedeva sia con degli spegnimenti programmati dei forni, sia con delle grandi vetrate, che avevano lo scopo di aumentare la luce a disposizione ma anche di disperdere una parte del calore per raggiungere una condizione ottimale.

Le terme come stimolo all’architettura

Le strutture termali ebbero una notevole importanza anche per lo sviluppo stesso dell’architettura romana. La necessità di offrire una temperatura costante e di ottenere un calore stabile costrinse gli ingegneri a sviluppare nuove soluzioni, sia nel campo dei materiali che nelle tecniche di costruzione.

E’ grazie alle terme se l’architettura romana è progredita nella realizzazione di muri con mattoni cavi, nell’uso dei contrafforti e nei rinforzi in ferro. Ma, soprattutto, la necessità di realizzare zone fresche come il Frigidarium, consentì agli architetti romani di perfezionare le loro conoscenze nella costruzione delle cupole. Le grandi cupole presenti nelle basiliche paleocristiane e successivamente cristiano medievali, sono state sviluppate grazie agli “esercizi” e agli studi intrapresi per la costruzione delle cupole termali.

Esempi di terme romane famose

Fortunatamente disponiamo di alcuni celebri esempi di terme romane, a volte in ottimo stato di conservazione. Fra le più celebri vi sono le Terme di Caracalla, imperatore della dinastia dei Severi. Le Terme di Caracalla sono certamente le più imponenti mai edificate in tutta la storia di Roma e furono costruite per servire la zona del Celio, dell’Aventino e del Circo Massimo. Si trovano sul “piccolo Aventino”, edificate tra il 212 e 216 d.C in un tratto iniziale della via Appia.

Assolutamente degne di nota, le terme di Traiano. Furono realizzate nel 109 d.C, a pochi anni dal grande incendio che aveva distrutto la Domus Aurea di Nerone: le terme vennero inaugurate ufficialmente il 22 giugno e si trattava di un complesso termale di grandissime dimensioni, integrato nel più ampio progetto del Foro di Traiano e dei mercati di Traiano.

Furono progettate direttamente dal più celebre architetto dell’antichità, Apollodoro di Damasco. Ancora oggi, le Terme di Traiano sono perfettamente riconoscibili dalla loro tipica forma: un corpo centrale circondato dagli edifici del recinto che conferiscono alla struttura un’aspetto accogliente e imponente allo stesso tempo.