martedì 24 Febbraio 2026
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L’antica Roma e la guerra giusta, il Iustum Bellum

Uno dei concetti più importanti e significativi del pensiero romano è certamente quello della “guerra giusta” o “Iustum bellum”.

Nel corso della storia, vi sono state guerre condotte per puro imperialismo, mentre altre, come quella che ha portato alla liberazione dal regime nazifascista, considerate guerre assolutamente necessarie e corrette.

Quale valore aveva questo concetto per i romani?

Una decisione ponderata

Roma credeva nella guerra giusta, ma per comprenderne a fondo le ragioni bisogna osservare le cose con la loro mentalità e immergendosi nel loro tempo.

Per prima cosa doveva esistere un concreto e verificabile pericolo per il popolo romano: altrimenti, scatenare una guerra non avrebbe avuto senso, tenendo conto del fatto che vi doveva essere il via libera del Senato.

Inoltre, i romani ritenevano fondamentale evitare, quando possibile, il conflitto e il primo passo era quello di avviare delle trattative: il potenziale nemico doveva avere la possibilità  di arrendersi o accettare un accordo equilibrato.

In questo senso, l’inviolabilità degli ambasciatori era riconosciuta come parte integrante del diritto di guerra, e arrecare danno ad un emissario era considerato un atto di gravissima viltà e scorrettezza.

Inoltre, anche in caso di ferrea determinazione ad avviare una guerra, i romani stabilivano di attendere almeno 30 giorni per essere certi che non si trattasse di una “reazione” che nasceva dal furore del momento o da rabbia e concitazione.

La guerra doveva essere una decisione fredda e ragionata, e realizzata in accordo con gli Dei, il che presupponeva da parte dei romani anche tutta una serie di riti.

Soprattutto in quella che è stata la prima parte della storia romana, vi erano una serie di adempimenti religiosi da seguire e una delle tradizioni più famose e rispettate era quella di scagliare, simbolicamente, una lancia nel territorio nemico.

Un codice di onore

Regole e tradizioni dovevano essere rispettate anche nel corso della guerra stessa: ad esempio, dopo una battaglia ci si poteva accordare con il nemico per la restituzione dei rispettivi ostaggi.

E se una delle due parti aveva più ostaggi dell’altra, era previsto un pagamento in denaro per compensare la differenza degli uomini.

Caso emblematico, la conquista di una città: prima dell’assedio bisognava dare al nemico la possibilità di arrendersi e di contrattare, attraverso ambasciatori, sempre intoccabili.

Inoltre, solo quando l’ariete toccava per la prima volta la porta o le mura gli attaccanti erano autorizzati, conquistata la città, a compiere violenza.

Quando i romani conquistavano una cittadina, al pari di altri popoli, non facevano mancare razzie, stupri ed omicidi, che erano concepiti per eliminare le ultime sacche di resistenza e per sfogare il grandissimo carico di violenza accumulata nei soldati.

Ma una volta fatta propria la città, non vi era un ladrocinio indiscriminato delle ricchezze, ma una raccolta e una distribuzione regolata del bottino secondo il merito e i gradi oltre a precise punizioni, per chi non si era comportato valorosamente.

Il popolo romano, nonostante la sua brutalità, cercava così di regolarizzare e legalizzare la guerra.

L’avanguardi del pensiero romano

Ecco quindi che la guerra era giusta per i cittadini di Roma quando si seguivano le regole: si trattava di un atteggiamento che nel mondo antico era presente solamente presso i romani.

Ovviamente in alcuni casi le norme sono state “stiracchiate”o aggirate per consentire ad una battaglia di conquista di rientrare in parametri accettabili: qualcosa che accadde in particolare durante il periodo di imperialismo romano, che intercorse dalla guerra contro Pirro fino a Teutoburgo.

Ma eccetto una porzione di tempo relativamente circoscritta, il concetto di Iustum Bellum è un motivo ricorrente che è possibile incontrare per la stragrande maggioranza degli undici secoli della storia di Roma.

E’ qui che si può trovare la differenza tra il pensiero romano e quello dei barbari o di altri popoli: questi non si ponevano nessun particolare problema morale.

In altre parole, gli altri popoli antichi, non si chiedevano se la guerra che stavano facendo fosse “giusta” e se vi fosse una motivazione legittima per combattere rispetto ad una semplice volontà di saccheggio.

Essenzialmente, il barbaro faceva quello che risultava più conveniente.

Ciò che distingueva i romani dagli altri era questa necessità di legalizzare qualsiasi azione, anche se si trattava di attuare qualcosa d’immorale.

Era questo atteggiamento a costituire la base del pensiero romano e a generare il vastissimo ed articolato diritto che ancora oggi conosciamo.

Il razzismo nell’antica Roma. C’erano neri nell’esercito romano?

Un articolo sulla cultura dell’antica Roma fece discutere qualche tempo fa: Mary Beard, una delle più conosciute esperte globali della materia, scrisse che la società romana era con molta probabilità mista più di quanto si credesse e che all’interno dell’esercito romano vi fossero delle persone di colore.

Un dibattito delicato

Una posizione che le costò a suo tempo un vero e proprio linciaggio su Twitter. Nello specifico la classicista di Cambridge parlava di famiglie di origine africana e sub sahariana, difendendo un cartoon andato in onda sulla BBC nel quale veniva rappresentata in Britannia la presenza di soldati e centurioni di colore.

Nel suo esporre, Mary Beard sostenne che non era data sapere la percentuale di questi uomini, ma che era da considerare come scontata, dato il principio di assimilazione tipico dei romani.

Una posizione, quella dell’esperta, che è stata ovviamente sfruttata e strumentalizzata sia da chi nell’Inghilterra della Brexit era anti-immigrazione, sia da chi sosteneva il principio opposto.

È necessaria quindi una spiegazione tecnica storica e bilanciata.

La capacità di assimilazione della cultura romana

Potevano esserci dei neri tra le fila dell’esercito romano? La risposta è assolutamente si: i romani non erano affatto razzisti e non avevano nessun preconcetto razzista.

Un detto dell’antica Roma, legato alla fondazione della città recitava così: “Romolo ebbe per suoi concittadini coloro che fino a poco tempo fa erano suoi nemici”.

Un proverbio che illustra con semplicità come il romano sia in grado di superare le differenze e integrare.

Partendo da un punto di vista puramente storico, Roma è stata fin dalla sua nascita l’unione di tre tribù diverse e non ha avuto nessun problema a integrare popoli differenti in tutta la sua storia, eccetto un periodo di chiusura di circa 150 anni basato su motivazioni politiche e non razziali.

Roma ebbe addirittura un imperatore libico, Settimio Severo, e uno arabo a mille anni dalla sua fondazione, Filippo l’arabo: segno questo di un popolo che non era assolutamente razzista, sebbene potesse avere pregiudizi iniziali su coloro che non erano parte dell’Impero.

Quello del razzismo era un problema che sostanzialmente non si ponevano: le loro divisioni si sono sempre basate sul censo, sul comportamento, sul peso politico e altre differenze di stampo sociale, mai di tipo razziale.

Ecco quindi che non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ad avere un soldato nero nell’esercito: bisogna riconoscere ancora una volta ai romani il fatto di essere enormemente avanti sotto anche questo aspetto rispetto alla società attuale.

Legionari di colore? Pochi per motivi demografici

È importante però non eccedere nemmeno in senso opposto: è difficile infatti storicamente asserire che vi fossero decine e decine di centurioni o soldati di colore fino in Britannia, per il semplice fatto che i neri provenienti dal ceppo subsahariano, che i romani definivano etiopi, erano molto pochi rispetto al resto della popolazione romana.

I romani infatti si sono espansi in Africa solo sulla costa settentrionale sebbene abbiano avuto contatti con i popoli del Sahara: con i Garamanti in particolare combatterono per un certo periodo di tempo prima di rinunciare alla conquista per evitare dispendio di risorse e di uomini.

I legionari romani di colore quindi, furono pochi per ragioni logistiche e demografiche, ma ci furono.

Come al solito la realtà sta nel mezzo: i romani non erano razzisti e non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ma la presenza di legionari neri all’interno dell’esercito sarà sicuramente stata molto esigua.

Roma, i Galli di Brenno e il soldato galleggiante

Si tramanda una storia curiosa dai tempi antichi, ovvero quella di un romano che attraversò il Tevere in maniera innovativa: si trattava di Ponzio Cominio e che divenne, nel vero senso della parola, un soldato galleggiante

Il sacco di Roma del 390 a.C.

Quest’uomo può essere definito uno straordinario inventore, soprattutto se si pensa all’epoca storica nel quale è vissuto, ovvero intorno al 390 a.C. .

Quell’anno i Galli senoni, guidati da Brenno, scesero in Italia partendo dall’odierna Francia e misero a ferro e fuoco ogni citta italica incontrata sul loro percorso.

I romani in tale situazione peccarono di superbia, pensando di poter vincere Brenno senza particolari problemi: addirittura un paio di ambasciatori si incontrarono con il comandante gallico prima dell’attacco.

Gli emissari avevano un atteggiamento tracotante, prepotente: lo presero addirittura in giro pensando di poterlo battere facilmente.

Lo scontro arrivò velocemente tra le due parti e i romani, che pensarono di poter vincere a mani basse, inviarono due legioni di soldati la cui organizzazione, non adeguata, si basava ancora sull’antico modello greco: ecco quindi che i Galli di Brenno, potenti, alti e forzuti travolsero gli avversari romani, ancora molto immaturi nell’arte della guerra.

Questo diede modo a Brenno di assediare Roma, arrivando addirittura a imporre agli abitanti di pagargli un peso in oro enorme per poter liberare la città.

Come riuscirono i romani a liberarsi dei galli invasori?

L’Intervento di Furio Camillo e il soldato galleggiante

A cambiare le carte in tavola fu l’intervento di Furio Camillo, già protagonista della presa di Veio, città vicino Roma: un grande stratega e uomo potente che era stato cacciato dall’Urbe perché divenuto troppo ricco e popolare.

“Non con l’oro ma con la spada si riscatta la propria patria” sarebbe stata la frase di Camillo, passata alla storia, cui seguì un sanguinoso scontro fuori dalle mura di Roma, che convinse i galli ad abbandonare il Lazio.

Questo è contesto storico in cui si verifica la storia curiosa e simpatica di Ponzio Cominio. Nel corso dei combattimenti tra romani e galli, a un certo punto, un soldato romano ricevette l’incarico di consegnare un messaggio al suo comandante.

Per farlo doveva attraversare il Tevere, un fiume ai tempi grande e ghiacciato, caratterizzato da acque insicure e difficile da passare a nuoto. Soprattutto con un’armatura di ben 11 kg a protezione della quale non ci si può disfare senza sottoporsi a un eccessivo pericolo.

Non è dato sapere se gli sia stato suggerito o sia stato lui stesso a idearlo, ma Ponzio Cominio mise a punto e indossò una copertura posticcia ma efficace: una sorta di gilet completamente fatto di sughero, da indossare sotto l’armatura.

Il sughero è un legno leggero, capace di galleggiare bene sull’acqua senza pesare ulteriormente.

Questa straordinaria trovata, permise al legionario di galleggiare come se indossasse un salvagente, consentendogli di attraversare il Tevere con facilità e portare il messaggio al suo comandante.

Una trovata geniale che è giusto che venga tramandata ancora dopo duemila anni, grazie al racconto di Plutarco che cita Ponzio Cominio nelle sue “Vite Parallele”, un’opera ricca di interessanti episodi della storia romana.

La battaglia di Adrianopoli – 378 d.C – Il collasso di Roma

La battaglia di Adrianopoli è stata una tappa fondamentale della storia romana: segna infatti il momento in cui l’impero romano d’occidente non è più in grado di difendersi militarmente e non riesce più a imporre un processo di romanizzazione graduale, che era sempre stata la chiave per gestire con successo le diverse popolazioni.

I goti chiedono di entrare nell’Impero Romano

Nel 376 d.C.  gli Unni, spostandosi dall’attuale Ungheria verso l’Europa, spinsero i Goti fuori dal loro territorio originario, fino a portarli ai confini dell’Impero Romano d’Oriente.

La popolazione gota collaborava e commerciava con i romani da decenni: ecco perché, spinti dagli Unni fino al Danubio, considerato da sempre un limite naturale tra barbari e romani, i goti chiesero all’imperatore Valente di poter entrare nel territorio dell’impero.

Valente accettò, pensando che l’entrata dei Goti nel territorio romano avrebbe risolto due problemi allo stesso tempo: quello della pressione sulle frontiere, che si sarebbe dissolta, e quello della mancanza di forza lavoro e di nuove reclute per l’esercito, garantite dagli stessi Goti.

La prassi romana consentiva l’entrata di nuovi popoli all’interno dei confini, con delle condizioni: Valente pretese dai Goti l’abbandono delle proprie armi e la conversione al Cristianesimo, religione ufficiale.

Per poter coadiuvare queste operazioni l’imperatore Valente investì un primo ingente capitale e diede compito ai generali romani di offrire ai migranti un primo sostentamento, lasciando loro il compito di gestire l’approvvigionamento.

Ma i comandanti romani dapprima intascarono tutti i soldi stanziati da Valente e in secondo momento iniziarono ad estorcere altro denaro ai Goti, obbligandoli a consegnare i propri averi. La situazione si fece così disperata che i Goti arrivarono a vendere i loro figli come schiavi per pagare e ottenere quel minimo necessario per sopravvivere.

I barbari vennero così portati alla disperazione, e non vennero nè disarmati nè registrati: quella che doveva essere una immigrazione controllata si trasformò in un esodo incontrollato e ingestibile a causa della corruzione dei generali romani.

Iniziarono a esserci le prime tensioni e i primi conflitti.

Vi sarebbe ancora la possibilità di trovare un accordo: a tal ragione si organizzò un incontro tra i generali romani, tra cui spiccava Lupicino che era il comandante in capo di quella zona e i Goti capeggiati da Fritigerno. Nel corso del banchetto però i romani tentarono di avvelenare quest’ultimo senza riuscirci e da qui la situazione degenerò inesorabilmente.

La devastazione dei Goti

Inizia lo scontro: i Goti, che a questo punto erano una vera e propria massa umana in termini numerici, iniziarono a devastare tutto quello che trovarono davanti a loro, saccheggiando le città di confine. Lupicino cercò di fermarli dapprima a Marcianopoli (odierna Bulgaria) ma venne sonoramente sconfitto sul campo.

I Romani si barricarono allora sulle montagne dei Balcani, cercando di tenere i Goti bloccati nella pianura e di sfiancarne la resistenza, complice l’imminente arrivo dell’inverno.

Ma l’incapacità dei diversi comandanti di coordinarsi, seguendo una strategia unica, costrinse i romani ad arretrare, soprattutto nel momento in cui ai barbari si aggiunse anche la popolazione degli Alani, originari dell’Iran, conosciuti per essere particolarmente bellicosi e guerrafondai.

L’ultimo baluardo di resistenza, fu l’intervento personale dell’imperatore Valente, che si mosse con un esercito abbastanza imponente e affrontò i goti ad Adrianopoli, odierna Turchia.

Battaglia di Adrianopoli: lo schieramento

La battaglia di Adrianopoli nel 378 d.C. vede scendere in campo direttamente l’imperatore Valente con ulteriori forze militari in un disperato tentativo di sconfiggere i Goti. Il reggente, che potrebbe decidere di attendere gli aiuti da parte dell’imperatore d’occidente Graziano decide invece di attaccare da solo.

Le motivazione sono duplici: da un lato l’emergenza in atto, dall’altro la volontà di non condividere la gloria nè il potere con il collega d’occidente.

La battaglia di Adrianopoli dal punto di vista tattico non è molto complicata da comprendere.

Ciò che appare abbastanza chiaro è che i maggiori nemici dei romani furono la mancanza di coordinamento, unita a una forte mancanza di disciplina e a una inferiorità numerica sensibile.

Lo schieramento dell’imperatore Valente nello scontro vide la fanteria posta al centro del campo di battaglia con la cavalleria disposta sia a destra che a sinistra.

Fritigerno, il capo dei Goti, posizionò anch’esso la sua fanteria al centro ma circondandola, come prevedeva la tradizione gota, da carri. In questo modo il cuore del suo esercito era coperto da una efficace cortina di protezione rendendo possibile lo schieramento della cavalleria di sinistra nonostante quella di destra fosse fuori posizione perché ancora a caccia di approvvigionamenti.

Cercando di prendere tempo per consentire il rientro di parte della cavalleria, Fritigerno mandò degli emissari a conferire con l’imperatore Valente.

Battaglia di Adrianopoli: lo scontro

Ma accadde un fatto del tutto imprevisto, e dovuto alla poca coesione dell’esercito. La cavalleria del lato destro dei romani, convinta di avere un’occasione propizia per bucare lo schieramento nemico, decise di sua iniziativa di attaccare la controparte gota.

È così che ha inizio la battaglia di Adrianopoli. Fin da subito i romani ebbero la peggio: l’ala destra della cavalleria pesante, che pensava di poter essere vincente, venne subito costretta ad arretrare.

Una situazione simile accadeva sull’ala sinistra, dove i cavalieri romani scelsero di attaccare i carri centrali a protezione della fanteria gota, fallendo quasi subito nel loro intento.

Il ritorno della parte di cavalleria gota in ricognizione, colse i loro avversari in contropiede.

Con il totale fallimento della battaglia sui lati di cavalleria, la fanteria romana, disposta al centro, si trovò così totalmente scoperta sui fianchi: fu facile per i goti accerchiarla e dare inizio a un vero e proprio massacro.

È importante ricordare in tal senso che le truppe romane del tardo Impero sono molto simili per struttura ed equipaggiamento a quelle medievali: niente di comparabile con la leggerezza e la potenza che aveva sempre contraddistinto l’esercito di Roma.

Valente fu gravemente ferito e trasportato d’urgenza nella sua tenda da campo. Ma, secondo le fonti, i Goti, ignari della presenza dell’imperatore, appiccarono il fuoco, uccidendolo.

Le conseguenze

La battaglia di Adrianopoli è una delle peggiori sconfitte di Roma, non solo dal punto di vista bellico.

Come il collega Alessandro Barbero ha fatto notare, la più importante conseguenza di questo conflitto riguarda uno stacco netto che viene a crearsi.

Se prima le popolazioni barbare per entrare nel territorio dell’impero dovevano registrarsi, abbandonare le armi e “farsi romani”, secondo il noto processo di romanizzazione, con diritti e doveri ben precisi, dopo Adrianopoli la situazione era radicalmente cambiata.

Dopo questo “passaggio”, Roma non era più in grado di difendersi militarmente e le nuove popolazioni rimanevano estranee, non correttamente assimilate, nel territorio romano.

La corruzione, l’incapacità di gestione della popolazione da parte dei generali, lo sfruttamento massiccio, fino alla creazione di vere e proprie catastrofi umanitarie, diede modo ai barbari avviare il processo di sfaldamento della società romana dall’interno.

Gli ottimati e i popolari nella politica di Roma Antica

Gli ottimati (Optimates) e Popolari (Populares) erano due fazioni politiche che hanno caratterizzato la storia di Roma antica, a cui sono appartenuti, alternativamente, i più grandi personaggi romani.

È semplice cadere nell’errore di categorizzare ottimati e popolari in una lotta di ricchi contro poveri: in realtà, c’è molto più di questo nel loro opporsi.

O ancora, eseguendo un parallelismo sbagliato con i giorni nostri, alcuni pensano che gli optimates possano corrispondere a partiti di “destra” come Forza Italia e o la Lega e i populares a partiti di “sinistra” come il PD o Rifondazione Comunista: una comparazione completamente errata.

Per capire bene il perché di questo rapporto burrascoso tra le parti è importante comprendere qual è la differenza fra queste due espressioni della politica romana.

È importante fare chiarezza e per riuscire bisogna abbandonare ogni riferimento alla politica attuale: quello degli ottimati e dei popolari era un mondo totalmente avulso da quello moderno.

Chi sono gli optimates

Gli ottimati sono coloro che discendono dalle famiglie che hanno fondato Roma, e che hanno una storia familiare e una tradizione politica importante.

Proprio per via del loro lignaggio hanno quindi una preparazione, una cultura e una capacità politica, almeno in linea teorica, superiore: sono in possesso di tutta una serie di strumenti e di conoscenze che permettono loro di fare politica avendo voce in capitolo.

Il loro fare politica, in teoria, rappresenta il “bene di Roma”, ovvero quelle azioni che sostengono la Repubblica e il suo benessere sul lungo termine.

Gli optimates sono coloro che lavorano per ottenere risultati duraturi ma questo non cancellava il fatto che rappresentassero un sistema oligarchico e fossero componenti delle famiglie più ricche e più potenti di Roma.

Sono gli aristocratici, il ceto dominante, e dunque quello che “merita” di guidare Roma.

Questo non toglie che un ottimate potesse avere fra le sue clientele, ovvero una rete di persone legate da vincoli commerciali o finanziari, ogni tipo di persone, anche dei poveri.

Chi sono i populares

I populares sono al contrario persone che prima di tutto non hanno “precedenti politici”.

Ci sono ovviamente delle eccezioni: Cicerone, ottimate, non aveva una storia politica precedente, ma in linea di massima il popolare è molto spesso l’“Homo Novus” ovvero una persona che non ha mai avuto una tradizione nobiliare o politica e che per la prima volta scende in campo.

I popolari non hanno una vera e propria esperienza: la loro preparazione è cresciuta attraverso la partecipazione alle assemblee cittadine.

Non sono spesso persone di cultura, non conoscono il greco e la filosofia. In linea teorica sono più “grezzi” e rappresentano il popolo: a partire dal senzatetto e dai poveri, passando per il ceto medio e arrivando a persone che sono anche ricchi commercianti o piccoli imprenditori ma che non fanno parte della nobiltà per tradizione familiare.

Cosa facevano quindi i populares? Portavano avanti le istanze e i bisogni delle masse cittadine e di tutti i “non nobili”.

L’atteggiamento “populistico” era diffuso tra di loro: attraverso misure atte ad ottenere un consenso facile, facevano presa sulle masse e utilizzavano l’opinione pubblica per farsi strada in politica.

Similmente a prima, tra i sostenitori e nelle clientele dei popolari si potevano incontrare non solo dei poveri ma anche dei ricchi. Basti pensare a Caio Gracco, straordinario leader populares, ma che tra i suoi clienti aveva addirittura il Re di Pergamo.

Chi prevalse tra ottimati e popolari?

Nella millenaria storia romana, il conflitto fra ottimati e popolari non si sedò mai del tutto.

Possiamo dire che gli ottimati dominarono la prima parte della storia repubblicana, toccando l’apice assoluto con la dittatura e le riforme di Cornelio Silla ottenute da quest’ultimo proprio grazie alla vittoria contro il leader populares, Caio Mario.

I populares ebbero però la loro rivincita con Giulio Cesare e il nipote Ottaviano Augusto. Sicuramente i popolari riuscirono a scrivere la storia della parte finale della Repubblica romana e dell’alto impero.

Le differenze si acuirono ma diversificarono nel periodo del tardo impero.

Gli ottimati si trasformarono in una casta di privilegiati del tutto incapaci di gestire la politica e preoccupati solamente del loro benessere personale, mentre i populares vennero rappresentati da alcuni imperatori che cercarono di redistribuire la ricchezza o eseguire delle riforme sociali.

La battaglia di Pidna. Emilio Paolo sconfigge Perseo

La battaglia di Pidna è uno scontro tra le legioni romane guidate dal console Lucio Emilio Paolo e il sovrano macedone Perseo, dove le legioni romane inflissero una sonora sconfitta a loro avversario decretando il tramonto della potenza della falange macedone e la definitiva entrata di Roma in tutta la penisola balcanica.

La prima e la seconda guerra macedonica

I rapporti tra i romani e i macedoni erano cominciati diversi secoli prima, ma nei decenni precedenti si era arrivati più volte allo scontro armato. Nel corso della Prima guerra macedonica (214 – 205 a.C) Roma era impegnata nella seconda guerra punica e con la calata di Annibale nella penisola italiana.

L’ipotesi di un’alleanza tra Filippo V, Re di Macedonia e Annibale, preoccupava particolarmente lo Stato maggiore dell’esercito Romano, e dunque il Senato attivò un gioco di alleanze e contro alleanze con le diverse popolazioni greche, perennemente in lotta fra loro.

Venne intrapresa la famosa politica del “Divide et impera”: l’obiettivo principale era quello di mantenere la calma e di non aprire un nuovo fronte di guerra nel momento meno opportuno. L’operazione andò a buon fine.

Gli scontri ripresero nel corso della seconda guerra macedonica (200 – 197 a.C), quando il sovrano di Macedonia Filippo V dimostrò di avere delle mire espansionistiche importanti e andò allo scontro diretto con il popolo romano.

Se i primi generali inviati contro Filippo non ebbero particolare successo e le campagne furono inconcludenti, la storia cambiò con l’entrata in gioco di Tito Quinzio Flaminino, un generale di grandissima capacità che dimostrò di avere una profonda conoscenza dell’ecosistema della Grecia e della Macedonia.

Filippo V e Tito Quinzio Flaminino si incontrarono nella battaglia di Cinocefale, dove le legioni romane, con la loro velocità e mobilità, riuscirono a sconfiggere la terribile falange macedone: i risultati furono l’occupazione militare da parte dei romani di alcuni punti strategici della Macedonia e l’avvio di una serie di rapporti commerciali e di clientele, dove i romani erano particolarmente efficienti.

La terza guerra macedonica

Nel corso del tempo, Filippo V iniziò addirittura a collaborare con i romani, ma qualche anno dopo, suo figlio Perseo attivò una politica estera aggressiva, con l’obiettivo di riconquistare il potere militare perduto e riottenere il dominio sulla Macedonia e sui Balcani.

I romani non potevano accettare delle nuove espansioni ai danni delle loro clientele. Se la repubblica romana, nella prima fase della terza guerra macedonica, tergiversò senza riuscire ad arrivare a scontri decisivi, la storia ebbe una nuova svolta con la comparsa del console Lucio Emilio Paolo, che fu incaricato di guidare la guerra contro Perseo.

Si tratta di uno scontro tra due modi di fare la guerra diversi. Le legioni avevano dalla loro una grandissima mobilità e velocità di spostamento e si adattavano facilmente a tutti i tipi di terreno, ma si trovavano di fronte alla famigerata falange macedone, che nonostante una mobilità minore, con la sua formazione estremamente fitta e impenetrabile di lance o “sarisse”, costituiva un pericolo micidiale per chiunque gli si fosse parato davanti.

All’alba del 22 giugno 168 a.C, nei pressi del Monte Olimpo, Perseo e Lucio Emilio Paolo arrivarono alla resa dei conti.

Battaglia di Pidna: disposizione iniziale

La disposizione iniziale della compagine romana prevedeva le legioni al centro dello schieramento. Sulla parte destra, tradizionalmente quella più forte in ogni disposizione, vennero posizionati gli alleati italici e di fronte a loro una fila di elefanti per sfondare più facilmente e velocemente l’avversario. Sulla sinistra, gli alleati greci: secondo alcune fonti le ali sarebbero state rinforzate con della cavalleria.

La disposizione di Perseo era abbastanza speculare. Al centro, direttamente contro le legioni, i 3000 uomini che corrispondevano alla falange macedone e che avevano il compito di bucare il centro dello schieramento romano.

La parte sinistra, quella più debole, era costituita dagli ausiliari mentre la parte destra era decisamente più forte. Perseo, con i suoi uomini di cavalleria e la sua guardia personale, si posizionò sul lato destro, sfruttando al meglio la visuale sul campo di battaglia.

La battaglia di Pidna: lo scontro

Nel momento in cui le due formazioni avanzarono l’una contro l’altra, gli alleati greci ed italici tentarono di disinnescare il pericolo costituito dalle sarisse macedoni, cercando di mozzare le lance con le spade o di strapparle ai loro nemici per disarmarli.

Ci furono alcuni atti eroici: alcuni legionari saltarono addosso alle lance per superare la fila delle sarisse e attaccarono direttamente il nemico. Ma questa prima offensiva Romana non ebbe successo. Quel nugolo di lance appariva impenetrabile e terribile. Lo stesso Emilio Paolo, ammise di aver provato paura di fronte ad una vista tanto terribile.

A questo punto, il Generale romano concepì una ritirata strategica: i legionari si allontanarono dal campo di battaglia per rifugiarsi verso una posizione sopraelevata, arretrando lentamente ed ordinatamente.

Perseo, cogliendo la debolezza dell’avversario, diede ordine al proprio esercito di avanzare per incalzare il nemico… e qui accadde un fatto che cambiò completamente le sorti della battaglia.

Procedendo contro i romani, il terreno su cui la falange macedone si muoveva iniziò a cambiare: non più un suolo omogeneo e compatto, ma abbastanza impervio e diseguale. La formazione macedone iniziò quindi ad allargarsi e a disgregarsi fino al formarsi di veri e propri buchi tra i reparti.

Paolo, intuendo immediatamente la vulnerabilità del nemico, diede ordine i suoi legionari di attaccare e di infilarsi negli spazi tra un gruppo e l’altro dei soldati macedoni. In questo modo, i legionari romani riuscirono a superare il nugolo di sarisse e arrivarono al combattimento corpo a corpo con gli avversari.

Il miglior equipaggiamento romano era nettamente più efficace nel combattimento ravvicinato e consentì ai romani di fare strage di nemici. Nello stesso momento, il lato destro romano riuscì a sfondare la controparte e l’esercito di Perseo cominciò a andare nel panico e a disgregarsi in maniera irreparabile.

Perseo, con la sua guardia personale, ebbe un comportamento criticato dai contemporanei. Si allontanò infatti dal campo di battaglia e venne accusato dagli uomini di fanteria di essere un codardo.

Altre fonti lo giustificano parzialmente, e riferiscono che Perseo, ferito, venne trasportato dalla sua guardia personale che voleva portarlo nella vicina città di Pidna. Il giudizio complessivo sul comportamento di Perseo è comunque negativo, soprattutto perchè, per un motivo inspiegabile ma probabilmente legato ad una cattiva gestione da parte del sovrano, circa 10.000 macedoni non parteciparono al combattimento.

I soldati romani inseguirono i macedoni per ore, facendone strage, circondando i piccoli gruppi di uomini e annientandoli senza pietà.

Conseguenze

Alla fine del combattimento alcune figure eroiche si registrano da entrambe le parti.

Per i romani certamente Scipione Emiliano, il figlio del console Lucio Emilio Paolo, che combattè con particolare fervore e valore, ma anche Marco Porcio Catone, figlio di Catone il Censore, che nella stessa battaglia si vantò di aver perso la spada e di aver avuto la forza di ritrovarla tanto aveva annientato i propri nemici.

Onore delle armi alla guardia personale di Perseo, che combattè fino alla morte e arrivò al completo annientamento.

Perseo venne catturato dai Romani, fu fatto prigioniero ed ebbe il disonore di sfilare incatenato nel corteo di trionfo del console Lucio Emilio Paolo.

La vittoria di Roma nella battaglia di Pidna segna il definitivo tramonto della falange macedone e la sconfitta dell’ultimo grande sovrano che poteva opporsi all’influenza di Roma nei Balcani.

Da questo momento, comincia un graduale presenza militare sempre più imponente in Macedonia che da lì a qualche decennio si sarebbe ufficialmente trasformata in una provincia Romana a tutti gli effetti.

La battaglia di Zama. Scipione Africano vs Annibale

La battaglia di Zama è uno scontro tenutosi fra le truppe di Scipione Africano e Annibale che si è svolto il 19 ottobre 202 a.C. nella piana di Zama, vicino a Cartagine.

Zama ha segnato profondamente il destino dell’Europa e del mondo occidentale come lo conosciamo, tanto che lo storico Polibio scrisse che “tutti dovrebbero conoscere lo svolgimento di questa battaglia”.

Battaglia di Zama di Cornelis Cort

Ma per capire appieno cosa sia successo e perché Scipione ne sia uscito vincitore è necessario spiegare il pensiero militare che fa da sfondo alle battaglie precedenti.

Scontro fra giganti. Annibale a Canne, Scipione ai Campi Magni

Comprendere Zama necessita di risalire, in realtà, all Battaglia di Canne. In quell’epico scontro, Annibale ebbe la meglio su un esercito romano molto più numeroso puntando su una tattica sopraffina.

Annibale concepì un fronte di soldati che fece finta d’indietreggiare, ma che in realtà inglobò i soldati romani in una trappola, anche grazie ad alcune unità nascoste che attaccarono ai lati e alla cavalleria che, senza difficoltà, colpì i legionari alle spalle in un accerchiamento totale e perfetto.

Una “manovra a tenaglia” che viene ancora oggi studiata nelle accademie militari.

Scipione, considerato l’eterno rivale di Annibale, ne è allo stesso tempo “studente”:  Scipione, che partecipa alla disfatta di Canne, osserva Annibale, ne studia le tecniche e ne propone una versione molto migliorata.

Dal momento che il classico schieramento romano prevede tre linee di soldati che si danno il cambio, Scipione decide di usare la seconda e la terza fila per scorrere rapidamente sui lati e alle spalle del nemico, avvolgendolo con una azione attiva e volontaria, anzichè tramite la spinta dell’avversario, che collabora inconsapevolmente.

E’ quanto avviene nella battaglia dei Campi Magni, 203 a.C, dove Scipione annientò gli eserciti di Asdrubale Giscone e Siface.

Infine, il 19 ottobre del 202 a.C., Annibale e Scipione, Maestro e Studente, diedero luogo ad uno scontro diretto.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Annibale

Prima dello scontro, Annibale sa di avere a disposizione un numero maggiore di uomini, ma dalla qualità inferiore. La maggior parte è composta infatti da mercenari assoldati all’ultimo momento, e il vero nerbo del suo esercito è composto dai veterani della campagna d’Italia.

Gli elefanti sono animali che da sempre fanno parte dell’immaginario collettivo quando si parla Annibale, ma pochi sanno che il condottiero cartaginese li utilizzò in maniera intensiva solo nella Battaglia della Trebbia.

A Zama, Annibale è ormai perfettamente consapevole che i Romani hanno imparato a gestire questo tipo di animali e non si aspetta che il loro intervento sia risolutivo. Considerandoli come una prima onda d’urto, li posiziona in primissima fila.

La sua prima fila di fanteria, è composta da un numeroso gruppo di mercenari assoldati. Annibale li utilizzerà come forza di sfondamento. Lo stesso discorso vale per i cartaginesi africani posizionati in seconda linea che, per loro natura, difficilmente combattevano direttamente per la propria patria, a differenza dei romani che ne facevano una questione d’onore.

La vera forza di Annibale era costituita in realtà dalla terza linea, quella composta dai veterani d’Italia: soldati straordinari, dall’esperienza e dalla forza quasi sovrumana, che avevano combattuto con lui per 15 anni nella Campagna d’Italia.

La principale mossa di Annibale è il posizionamento di questi ultimi. Immaginando che Scipione non operi più come i generali prima di lui, ed essendo venuto evidentemente a conoscenza della sua abitudine di circondare l’avversario, Annibale stacca i veterani di qualche centinaio di metri, a costituire una riserva tattica.

La cavalleria viene schierata classicamente ai lati: anche in questo caso per preparazione e numero le truppe a cavallo di Annibale sono inferiori.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Scipione

Scipione si trova a dover prima di tutto neutralizzare gli elefanti e per ottenere questo fondamentale risultato, dispone i suoi soldati diversamente dalla tipica formazione romana a scacchiera.

Sceglie infatti di disporre i manipoli in colonne ordinate, per creare dei “corridoi” tra una fila e l’altra. Gli elefanti verranno dirottati in questi spazi, di modo che attraversino l’esercito sbucando sul retro dello schieramento, senza colpire la fanteria.

Per non scoprire immediatamente la sua soluzione e rendere invisibili al nemico i suoi corridoi, posiziona i velites, i soldati leggeri dedicati a tirare le prime frecce e i primi giavellotti, immediatamente davanti per non rivelare questo suo cambiamento tattico. Questo diversivo ha però un prezzo da pagare: il condottiero romano rinuncia alla tipica mobilità dei manipoli.

La fanteria ha il compito, al momento opportuno, di avviare la sua manovra avvolgente ai danni dell’esercito cartaginese.

Alla sua sinistra, Scipione schiera la cavalleria italica guidata da Lelio, suo fidatissimo, mentre sulla sua destra l’alleato Massinissa con i terribili numidi.

Lo schieramento complessivo all’inizio della battaglia era il seguente:

La battaglia di Zama: lo svolgimento

scipione vince la battaglia di zama

Inizia la battaglia e gli elefanti di Annibale attaccano con forza, ma il piano di Scipione funziona alla perfezione e i pachidermi vengono presto resi inoffensivi grazie ai velites, che dirottano gli animali nei corridoi e si occupano di tenerli impegnati lontano dal campo di battaglia.

Anche le rispettive cavallerie entrano in contatto e quelle romane presto prevalgono per preparazione e forza, costringendo l’avversario a fuggire. Lelio e Massinissa inseguono gli avversari.

Sul campo di battaglia rimangono i due contendenti in compagnia della sola fanteria.

La prima linea di Scipione composta dagli Hastati e la seconda, quella dei Princeps, combatte con estremo vigore contro l’avversario e sembra avere la meglio sulle due rispettive linee dei mercenari cartaginesi.

A questo punto, Scipione si prepara ad utilizzare la manovra avvolgente, ovvero muovere i suoi soldati delle retrovie per scorrere sui fianchi e sul retro dei nemici e circondarli.

Ma la porzione di veterani che Annibale ha staccato e posizionato più lontana renderebbe la manovra di Scipione troppo lunga e pericolosa. E questo disinnesca, a sorpresa, l’asso nella manica di Scipione.

A questo punto la battaglia ha una sorta di pausa, dove i due generali riorganizzano le loro forze.

Annibale registra una parte dei soldati mercenari in fuga, mentre altri riescono a rientrare nei ranghi. Alchè crea una sola fila di fanteria con i mercenari sui lati e i veterani al centro, che avanza compatta contro il nemico.

A Scipione, privo della sua manovra avvolgente, non rimane che allungare la fila dei suoi soldati per pareggiare quella di Annibale ed evitare un aggiramento.

Le due file hanno una differenza fondamentale: quella di Annibale ha al centro i veterani freschi e riposati, mentre quella romana ha legionari spossati dal combattimento precedente con le due file di nemici precedenti.

Si può dire che, tatticamente, Annibale gioca le sue carte meglio di Scipione.

Per quale motivo vincono i romani e non Annibale?

C’è chi lo chiama destino: in realtà è una questione d’onore. Sono gli legionari sconfitti a Canne, umiliati e senza diritti, quelli posizionati al centro della fila di Scipione.

Se avessero vinto, sarebbero diventati degli eroi. Una nuova sconfitta, avrebbe significato il disonore eterno, come già dopo Canne. Avrebbero perso tutti i diritti di cittadino romano, non avrebbero potuto più votare, nemmeno abitare nelle città. Le loro famiglie coperte di vergogna per sempre.

Fu la loro voglia di rivalsa e il desiderio di riconquistare l’onore che conferì a quei soldati una carica che Annibale non poteva prevedere. E per cui non aveva ricette.

Con la sovrumana resistenza del centro di Scipione, Annibale non riuscì a disarticolare la compagine nemica. Le cavallerie di Lelio e di Massinissa, una volta tornate sui loro passi, colsero i cartaginesi alle spalle e ne fecero massacro.

Conclusioni

La battaglia di Zama mette a confronto due fra le più grandi menti militari della storia antica e probabilmente della storia umana.

Saremmo scorretti a non riconoscere quanto Annibale abbia giocato bene, forse meglio, le sue carte sul piano tattico. Di fatti, il cartaginese rimane da solo con la sua fanteria in una posizione di vantaggio, mentre Scipione, senza l’azione avvolgente, può contare solamente sulla resistenza dei singoli legionari.

Ma la differenza la fa il soldato. La figura del cittadino-soldato è una variabile che Annibale non poteva prevedere. La tempra del legionario, la sua capacità di coesione sapientemente organizzata e gestita da une mente tattica geniale si è rivelata un ingrediente insuperabile.

In fondo, Annibale gioca meglio, ma perde. Scipione gioca bene, e non perde. Ma il vero trionfatore è il legionario romano: sporco, impolverato, esausto, vittorioso.

Gesù Cristo è esistito veramente?

Uno degli elementi più interessanti della storia romana ed eterno enigma per i posteri, è quello relativo all’esistenza di Gesù come personaggio storico. Il Cristo adorato dalla religione è veramente esistito?

Gesù Cristo: il problema delle fonti

Osservando la storia romana è facile osservare quale sia stato l’effetto del messaggio di Gesù e l’impatto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero. È normale porsi domande a proposito della sua esistenza.

Quale è il problema principale che si incontra quando ci si chiede se Gesù sia davvero esistito? Il punto è che non abbiamo fonti coeve, cioè dello stesso periodo, e super-partes, ovvero non cristiane, che ci parlano del personaggio.

Le uniche fonti a nostra disposizione sono esclusivamente fonti cristiane e quindi “di parte“, come i Vangeli, i quali, peraltro, sono stati scritti almeno 40 anni dopo gli avvenimenti che vengono narrati.

Il frammento di Qumran e la citazione di Giuseppe Flavio

Dal punto di vista tecnico, ecco che lo storico si trova in difficoltà. Molto spesso mancano le basi, le fonti, per affermare che “Gesù è esistito” come avviene con altri personaggi.

Per molto tempo su questo si è cercato di trovare una fonte storica dirimente. Ad esempio, fece molto scalpore il ritrovamento di un piccolo frammento nella grotta di Qumran, in Cisgiordania: era scritto in greco ed era incompleto. Ma tentando di ricomporlo con parole abbastanza verosimili il risultato era un versetto del vangelo di Marco. Il quale sarebbe stato redatto “solo” pochi anni più tardi la morte del Cristo.

Un ritrovamento interessante e particolare, che è stato considerato una fonte quanto più vicina possibile al periodo in cui è vissuto Gesù.

Il problema è che della veridicità storica di questo frammento non si è ancora totalmente sicuri. Sulle lettere è stato fatto, comunque, un lavoro di ricostruzione.

I maggiori papirologi del mondo sono abbastanza divisi sul merito dell’autenticità, e siamo ancora nella stessa situazione: a tutt’oggi non si hanno fonti “schiaccianti” sul Gesù storico.

Un altro elemento è la citazione di Gesù nel testo di Giuseppe Flavio, uno storico ebreo vissuto nel periodo delle guerre giudaiche e che fa menzione di un certo Gesù che predicava nelle terre della Palestina.

Il riferimento sarebbe certamente interessante anche perchè proveniente finalmente da una fonte non cristiana, ma il problema si ripresenta di fronte alla possibilità di “interpolazioni”, ovvero aggiunte medievali realizzate dai copisti, prevalentemente cristiani.

Le possibili cause sulla scarsità di fonti

Quindi, possiamo affermare che Gesù non è esistito per totale mancanza di fonti?

Non è detto: e questo perché ci sono una serie di elementi che potrebbero giustificare questa assenza di conferme.

Innanzitutto Gesù visse in mezzo agli Ebrei zeloti (secondo altri gli Esseni) che furono, notoriamente, una comunità molto chiusa. Data la rigorosa e riservata cultura, le informazioni non filtravano facilmente verso l’esterno. Possiamo parlare di una forte “gelosia” nel conservare i dati e le tradizioni, il che rende inizia a spiegare la mancanza di informazioni.

Inoltre non possiamo dimenticare la deportazione che i romani operarono nei confronti dei Giudei durante le guerre: gran parte delle persone e moltissime fonti che avrebbero osservato Gesù dal vivo, potrebbero essere morte o, data la situazione di guerra, le testimonianze potrebbero essere state nascoste.

C’è anche da considerare un altro aspetto, non meno importante: Gesù, stando al racconto della sua vita, diede un messaggio puramente metafisico.

Da parte di Gesù Cristo non vi furono gesti eclatanti, o azioni, come la conquista di un territorio, molto più facilmente registrabili dalle fonti.

E’ comprensibile che in un avvenimento storico “concreto” vi siano storiografi in grado di registrarlo e testimonianze archeologiche a conferma.

Ma di fronte ad un episodio che lascia poche “tracce”, come il miracolo del camminare sulle acque o la resurrezione di Lazzaro, è comprensibile che le fonti scarseggino.

A parte le persone che furono direttamente testimoni del fatto, chiunque avesse deciso di raccontarlo sarebbe stato preso per pazzo o mitomane.

In altre parole, è nella natura delle azioni commesse da Gesù la difficoltà della testimonianza.

Ecco perché dobbiamo considerare nel nostro ragionamento una serie di “attenuanti” alla mancanza di fonti.

Una conclusione

La comunità accademica è ancora divisa sull’argomento, ma è doveroso registrare come la maggior parte degli storici concordi abbastanza serenamente sull’esistenza di Gesù come effettivo personaggio storico, oltre che come fondatore del Cristianesimo.

E’ infatti estremamente difficile che una religione tanto fondamentale per la storia umana e con delle conseguenze radicali per l’Uomo sia nata da un complotto, o un “racconto organizzato”, come sostenuto da alcuni scettici.

La peste antonina. La grande epidemia dell’Impero Romano

La peste antonina è una epidemia, probabilmente di vaiolo, che si diffuse nell’impero romano fra gli anni 160 – 180 d.C. Si trattò di una catastrofe di proporzioni mondiali: nell’arco di poco meno di 30 anni, morirono dalle 50 alle 70 milioni di persone e l’impero romano ebbe delle catastrofiche conseguenze sotto l’aspetto demografico, produttivo e militare.

Le origini dell’epidemia

Alcune fonti del tempo, narrano di una malattia grave e contagiosa, sviluppatasi in Cina, che si propagò rapidamente mietendo migliaia di vittime.

Il paese orientale, soprattutto nel periodo storico di riferimento, era un mondo estremamente lontano dalle regioni abitate dell’Impero Romano. Ma a fungere da via di collegamento con l’Europa vi fu la Via della Seta, un percorso di oltre 7000km trafficato dai viandanti e commercianti di tutto il mondo.

La peste Antonina ebbe origine dalla Cina e raggiunse l’Europa attraverso la Via della Seta

Quella che era una straordinaria via di comunicazione e di trasporto delle merci, si trasformò così in un binario di diffusione del morbo, che raggiunse in un tempo relativamente breve l’impero dei Parti (odierno Iraq, Iran), perennemente in guerra con i romani.

Il contatto tra i romani e il morbo si verificò in occasione di alcune campagne militari. In quel periodo, l’impero era guidato dall’imperatore Marco Aurelio e dal fratello Lucio Vero, che regnavano congiuntamente: quest’ultimo fu incaricato di guidare una grande guerra contro il nemico partico al comando di un grosso contingente di legionari. La svolta si ebbe nell’inverno tra il 165 e il 166 d.C.

I romani erano impegnati nell’assedio dell’antica città di Seleucia, a poca distanza dall’odierna Baghdad, Iraq. Dopo settimane di combattimenti, l’esercito romano riuscì ad espugnare la città, compiendo razzie e seminando devastazione per le strade.

E di questo momento esistono due leggende, tramandate dalle fonti: la prima riguarda lo stesso imperatore Lucio Vero, che durante il saccheggio avrebbe profanato una tomba alla ricerca di tesori, e che si sarebbe contagiato con il morbo asiatico entrando in contatto con la carne putrefatta.

La seconda parla invece di un semplice legionario romano che, impegnato a trafugare i tesori dorati del tempio di Apollo, avrebbe contratto per primo la malattia.

Tutti gli autori antichi concordano comunque nell’identificare l’assedio di Seleucia come l’inizio della diffusione dell’epidemia presso i romani.

Sintomi e segni e della malattia

Contemporaneo degli avvenimenti e testimone diretto, fu il famoso medico Galeno, che nel suo “Methodus medendi“, descrisse con notevole precisione le caratteristiche della malattia. Il sintomo principale era la febbre, che insorgeva quasi subito, accompagnata da un forte mal di gola, una infiammazione della faringe e una tosse secca, maleodorante e persistente.

Allo stesso tempo, i pazienti presentavano diarrea con sangue, sintomo di un sanguinamento interno dell’intestino. Dopo circa 9 giorni, insorgevano delle placche cutanee, a volte di un rosso vivo, altre volte più scure e squamose.

La malattia era fortemente debilitante e spossante: il suo decorso si attestava attorno alle 2 settimane, e la prognosi era grave. Tre quarti dei malati riusciva a guarire, sviluppando gli anticorpi e diventando immune ad un successivo contagio, mentre un quarto dei pazienti giungeva irrimediabilmente alla morte.

I medici romani, per quanto preparati e avanzati per i loro tempi, tanto da conoscere già sostanze antisettiche e saper eseguire operazioni chirurgiche, avevano solo dei blandi strumenti per il trattamento della malattia. L’esito finale, dipendeva in gran parte dalla resistenza del sistema immunitario del paziente.

La diffusione dell’epidemia per tutto l’impero

Il morbo si diffuse con notevole rapidità attraverso tutta l’Europa. Furono soprattutto i legionari romani di ritorno dalla spedizione partica a rappresentare il principale vettore di contagio. Il primo focolaio italico, venne identificato nel 166 d.C nella città di Aquilea, oggi in Friuli Venezia Giulia.

Da quella cittadina, il virus si sarebbe diffuso in tutta la penisola, raggiungendo Roma e colpendola con una forza inaudita: lo storico romano Dione Cassio, ci parla di 2000 morti al giorno nella sola capitale. Da lì, l’epidemia si sarebbe diffusa anche nelle Gallie e fino al confine settentrionale del fiume Reno, dove i legionari di stanza avrebbero contagiato a loro volta le popolazioni germaniche oltre confine.

La peste raggiunse Aquileia (Friuli), Roma e infine si diffuse nella Gallie e in Germania

L’epidemia ebbe una seconda ondata, circa 9 anni dopo, ancora peggiore della precedente. Le cronache parlano di strade disseminate di cadaveri, fino a 5000 morti al giorno a Roma, e scene di disperazione generalizzata.

Nel corso di circa 30 anni, la durata del fenomeno complessivo, la popolazione europea perse dai 50 ai 70 milioni di componenti: circa un quarto degli abitanti dell’impero, morirono.

Le conseguenze dell’epidemia sull’esercito

La primissima conseguenza dell’epidemia Antonina fu la decimazione dei soldati romani. Soprattutto sul fronte germanico settentrionale, la morte di gran parte dei legionari indebolì il sistema difensivo, permettendo alle tribù di intensificare, e con successo, le loro scorrerie all’interno del territorio dell’impero, un evento che non si verificava da circa 200 anni.

La reazione dell’allora imperatore Marco Aurelio fu quella di guidare personalmente le legioni per un lavoro di “recupero”. Per compensare le perdite, vennero arruolate tutte le persone minimamente in grado di combattere, fra cui anche ragazzini, poveri, schiavi e gladiatori.

Questo provocò una chiamata alla armi di emergenza che ebbe un effetto deprimente sul morale della popolazione dell’impero.

Nella confusione e depressione generale, si moltiplicarono i santoni e i maghi che predicavano oscure profezie e promettevano la guarigione o la protezione dal morbo dietro pagamento.

La definitiva soluzione, da un punto di vista militare, fu rappresentata dalle campagne contro i Quadi e i Marcomanni, vinte da Marco Aurelio al termine di estenuanti anni di guerra.

Le conseguenze sulla società

L’elevatissimo numero di morti, ebbe conseguenze devastanti anche sulla capacità produttiva. Nel giro di pochi anni morirono soprattutto agricoltori, braccianti, artigiani, piccoli imprenditori e funzionari. Il risultato si tradusse in un importante calo della capacità produttiva soprattutto nel settore alimentare.

Il cibo scarseggiò per anni, e il costo dei pochi alimenti ancora sul mercato aumentò vertiginosamente, impoverendo ulteriormente le famiglie dei sopravvissuti. Analoga situazione per tutto il settore manifatturiero e commerciale.

Non solo, la forte diminuzione di cittadini rappresentò anche un importante calo dei contribuenti, tanto da determinare un potente ammanco nelle tasse riscosse dall’Impero: lo stato romano si trovò quindi ad avere meno denaro per le enormi spese militari e di gestione, in un momento, al contrario, straordinariamente delicato.

La reazione dell’impero

L’impero romano subì un colpo devastante, ma allo stesso tempo dimostrò una enorme “resilienza”, ovvero una grande capacità di reazione di fronte all’imprevisto.

Il problema principale causato dal morbo era stata la grande contrazione della popolazione produttiva. Per cui, le soluzioni adottate dall’impero furono sostanzialmente due, una “esterna” e una “interna”.

La prima, “esterna”, fu quella di importare intere popolazioni entro i confini. Il principale bacino di uomini del tempo era rappresentato dalle tribù germaniche del nord, che vennero sistematicamente introdotte nell’impero.

Le autorità romane invitarono intere tribù offrendo l’occasione di lavorare e acquisire la cittadinanza romana. Ma in altri casi, l'”invito” non fu amichevole: intere popolazioni vennero deportate con l’intimidazione nei confini romani, per fornire una immediata forza lavoro.

I romani invitarono, in altri casi deportarono, intere tribù germaniche per rimpolpare la popolazione decimata dalla peste.

L’afflusso di nuovi popoli era fondamentale per recuperare produttività, e nel corso degli anni successivi, Roma rimpolpò le proprie terre con efficacia.

Ovviamente, l’inserimento di popoli venne controllato e sottoposto a regole stringenti: ogni immigrato veniva iscritto in appositi registri, doveva essere disarmato e, dopo alcuni aiuti iniziali, doveva trovare una rapida collocazione come soldato, agricoltore o artigiano.

La seconda soluzione, più “interna”, si basò sull’allentamento di regole sociali importanti: decine di migliaia di liberti e di schiavi vennero affrancati dalla loro condizione, e ottennero il permesso di ricoprire una serie di cariche funzionali e amministrative.

Si può parlare in questo caso di un efficace riutilizzo di una parte della popolazione interna all’impero per ricostituire il tessuto sociale.

Una prova superata?

Roma superò l’emergenza sanitaria dimostrando una grande efficienza e una notevole capacità di trovare soluzioni alternative.

Nonostante l’enorme numero di morti, le successive generazioni riuscirono a recuperare parte del tipico livello di benessere dell’impero, riavviando la macchina militare e produttiva.

Ma gli effetti dell’epidemia furono profondi e per certi versi irreversibili: l’imbarbarimento dell’esercito, la mancanza di un tessuto agricolo stabile oltre che una capacità militare ridotta, furono la principale eredità dell’epidemia Antonina, e allo stesso tempo, avvisaglie delle grandi dinamiche che porteranno alla caduta dell’impero.

Come festeggiavano il compleanno i romani?

Quando si parla dell’antica Roma è bello conoscere anche le piccole cose, e non solo le grandi battaglie e le grandi dinamiche. Non vi è niente di meglio che scoprire la quotidianità: oggi vogliamo spiegare una cosa molto comune, ovvero come i romani festeggiavano i compleanni.

Il compleanno nell’Antica Roma

Nell’antichità i compleanni sono sempre stati festeggiati dai potenti: bisognava essere un nobile di alto grado, un re o un imperatore.

I popoli antichi non avevano la consuetudine di festeggiare il compleanno di un singolo cittadino, che non aveva particolare importanza.

Ma i romani sono i primi a rivoluzionare questo concetto.

Sotto questo aspetto possiamo considerarli molto “democratici” perché i romani sono il primo popolo antico che, in maniera sistematica, festeggia il compleanno anche di un capofamiglia, di un figlio o di un fratello.

Ma con un approccio più profondo: per noi il compleanno è un’occasione di svago da passare insieme agli amici e ai familiari e di questa ricorrenza abbiamo una concezione di divertimento giocoso e d’intrattenimento. Per i romani aveva invece un significato molto più profondo .

Questo perché i romani avevano una vita più collegata alla natura, agli Dèi e a tutto ciò che era metafisico: pensavano che ci fosse un’entità che li proteggesse durante tutto l’anno. Non riuscivano a vedersi separati dal resto del mondo e dall’universo: sentivano di poter contare sulla protezione di un Dio che era loro dedicato.

I festeggiamenti

Ecco quindi che questa protezione doveva essere rinnovata: nel giorno del compleanno, il festeggiato cercava d’ingraziarsi il proprio dio per ottenere protezione per altri 12 mesi, lodandolo per la sua benevolenza e impegnandosi a fare qualcosa che gli fosse gradito.

In altre parole, aveva il bisogno, in questo giorno speciale, di rinnovare questa garanzia.

Il romano poneva così molta attenzione al rito stesso del festeggiamento: invitava nella sua dimora i parenti e gli amici, che lo aiutavano a rinnovare il patto con il proprio protettore.

Da qui, una differenza importante. Oggi il festeggiato riceve dei doni, ma nel mondo dell’antica Roma valeva l’esatto opposto: era lui a fare piccoli regali e ad offrire un banchetto agli invitati. Era un ringraziamento per l’aiuto ricevuto dai propri amici in un momento delicato dell’anno.

Unica pecca? Quella che a festeggiare il proprio compleanno e a ottenere la benevolenza degli Dèi erano solo gli uomini: purtroppo, eccetto alcuni casi legati alle famiglie imperiali, il compleanno delle donne non veniva celebrato. Per questo dovremo infatti aspettare il Medioevo.

Ma l’approccio di Roma ai compleanni è una delle ragioni per le quali questo popolo non smette mai di stupirci. Per il suo essere puntualmente più “moderno” e avanzato, rispetto alle popolazioni del suo tempo.