domenica 1 Marzo 2026
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L’assedio di Siracusa del console Marcello e la morte di Archimede

L’assedio di Siracusa è stato uno degli eventi centrali della seconda guerra punica. Episodio fondamentale nell’ambito della guerra tra Roma e Cartagine, la presa di Siracusa da parte dell’esercito romano ha costituito un importante cambio di fronte per gli equilibri del Mediterraneo.

L’assedio venne condotto dal console Claudio Marcello e vide coinvolte le forze siracusane e cartaginesi in uno scontro all’ultimo sangue, che è entrato nella storia per la sua complessità, per la sua importanza geopolitica e per la morte di Archimede, uno dei più grandi geni della storia umana.

I rapporti tra Roma e Siracusa e lo scoppio della guerra

La città di Roma e quella di Siracusa avevano stretto da diverso tempo dei trattati di pace e di profonda e proficua collaborazione, soprattutto grazie alla guida del carismatico tiranno di Siracusa, Gerone II. Alla sua morte, il successore, il nipote Geronimo, appena quindicenne, dimostrò invece insofferenza nei confronti della potenza romana, eccitato dagli ideali di libertà e indipendenza di Siracusa.

Una congiura lo assassinò in breve tempo e anche il suo successore, Adrianodoro, rimase al comando troppo poco per poter determinare un qualsiasi cambio di politica.

Come ci racconta Tito Livio, la situazione era in questo periodo estremamente instabile e nel Senato di Siracusa si aprì un acceso e a tratti violento dibattito, per decidere se rinnovare i propri trattati di pace con Roma o se sbilanciarsi a favore dei cartaginesi, alla ricerca di una propria indipendenza.

Al termine delle lunghissime discussioni, il Senato siracusano deliberò che Roma si era dimostrata un’alleata affidabile e soprattutto i siracusani avevano imparato a conoscere i romani a fondo, mentre i cartaginesi si erano più volte dimostrati non all’altezza delle aspettative.

In altre parole, il Senato siracusano preferiva ricostituire la pace con un alleato potente e conosciuto, piuttosto che aprirsi ad un’alleanza alquanto incerta.

Se il Senato di Siracusa aveva sostanzialmente deciso di rinnovare la pace con i romani, la situazione venne pesantemente influenzata da due notabili siracusani: i fratelli Ippocrate ed Epicide. Fermamente convinti che Siracusa dovesse opporsi al dominio Romano, i due utilizzarono ogni mezzo per aprire le ostilità con Roma.

Una prima occasione si verificò quando i Leontini, per via di alcune incursioni nei loro territori, chiesero supporto all’esercito siracusano. Ippocrate sapeva che i Leontini mal sopportavano la presenza romana e si recò presso la loro città per aiutarli a mantenere la sicurezza dei loro territori, ma colse anche l’occasione per attaccare una guarnigione romana provocando parecchie perdite.

L’azione di Ippocrate scatenò l’immediata reazione del console in carica, Marcello, il quale inviò a Siracusa un dispaccio ufficiale con cui richiedeva che i due fratelli, che tramavano evidentemente contro Roma, fossero allontanati, non solo da Siracusa ma dall’intera Sicilia.

La richiesta romana era di un esilio controllato nella cittadina di Locri.

Mentre Siracusa discuteva sul da farsi, anche Epicide raggiunse la città di Leontini e continuò a sobillare la popolazione contro i romani. La situazione era diventata incandescente: i Leontini decisero di schierarsi sia contro Roma, sia contro i siracusani che, in questa fase, volevano mantenere l’alleanza.

Constatando l’aggravarsi della situazione, il console Marcello attaccò con il proprio esercito i Leontini: secondo le cronache, i soldati romani erano talmente adirati dalla violazione dei trattati e da un’ingiustificata ribellione contro di loro, che i Leontini vennero facilmente battuti e la città messa a ferro e fuoco.

Ippocrate ed Epicide, che si trovavano nella città, furono costretti a scappare, sconfitti. Ma il loro ingegno gli permise di ribaltare e strumentalizzare la situazione a loro favore.

Epicide e Ippocrate si presentarono di fronte al Senato siracusano, raccontando di una impietosa strage da parte dei romani: leggendo in aula delle lettere false e portando in loro favore delle testimonianze organizzate a tavolino, i due fratelli convinsero i siracusani che i romani avevano operato un orrendo massacro, violando tutte le leggi e facendo capire che una sorte simile sarebbe un giorno toccata anche alla potente città greca.

La furbizia di Ippocrate e di Epicide, furono sufficienti a spostare il voto del Senato di Siracusa in loro favore: la città li accolse ufficialmente, violando il trattato con Roma, che ne pretendeva l’esilio: una dichiarazione di guerra.

Le fortificazioni di Siracusa e gli attacchi di Marcello

Nonostante un contingente militare di tutto rispetto, il Console Marcello si trovava di fronte ad una sfida di gigantesca entità. Come ci racconta Polibio nel libro VIII delle sue “Storie”, Siracusa era una grandissima città, che gareggiava per grandezza direttamente con Cartagine.

Era cinta da 27 km di mura, le quali erano spesso a strapiombo sul mare e quindi molto difficilmente attaccabili. Vi erano inoltre pochi accessi alla città, il che complicava notevolmente le operazioni.

Il Console Marcello decise di compiere un duplice attacco: posizionò l’accampamento a poca distanza da Siracusa e mandò all’attacco il suo generale, Claudio Pulcro, con scale e graticci presso la porta Exapilon.

Il Console Marcello in persona guidò invece l’attacco via mare: dotato di 60 quinqueremi mosse contro la zona della “Acradina“, la parte più fortificata della città le cui mura davano a strapiombo sul mare.

Marcello sapeva di trovarsi di fronte ad una sfida difficile, ma riteneva di avere un asso nella manica: le cosiddette “sambuche“. Si trattava di alcune scale, protette sui fianchi, posizionate sulla prua delle navi, in modo tale che sporgessero verso l’esterno.

Attraverso un sistema di corde, questo lungo corridoio poteva essere sollevato: la nave si avvicinava, il graticcio si abbassava quel tanto che bastava per appoggiarsi alle mura e dall’interno delle sambuche i legionari sarebbero sbucati per assaltare la città.

Ma quello che Marcello non sapeva è che siracusani avevano a disposizione uno dei più grandi geni dell’antichità: Archimede.

Il più grande scienziato del mondo antico, aveva ideato nel corso dei mesi una lunghissima serie di contromisure e di attrezzature che avrebbero dato filo da torcere ai legionari.

Le armi inventati da Archimede avevano dello straordinario: il celebre scienziato aveva organizzato una vastissima disposizione di armi da lancio. Le più potenti potevano attaccare le navi romane dalla grandissima distanza, affondandole a parecchie centinaia di metri. Una seconda fila di armi da lancio, con una gittata media, era capace di bersagliare i legionari durante l’avvicinamento e di sterminarli con relativa facilità.

E anche i soldati che riuscivano a farsi sotto le mura dell’Acradina, venivano bersagliati nella brevissima distanza da arcieri scelti, posizionati in strette feritoie. Le mura Siracusane, così difese, rappresentavano un autentico inferno per chiunque si fosse avvicinato.

Un’altra arma inventata da Archimede, era invece costituita da alcuni grossi cilindri, all’interno dei quali venivano posizionati dei massi del peso medio di 360 kg. Quando le navi nemiche si avvicinavano alle mura, questi cilindri venivano spinti al di fuori del perimetro murario e, con un meccanismo a scatto, le pietre venivano fatte cadere sulla prua della nave avversaria, distruggendo le sambuche e facendo affondare rapidamente le navi.

Non solo: Archimede aveva anche progettato delle enormi “mani giganti”, interamente in ferro che venivano allungate fuori dalle mura e che, abilmente manovrate dall’interno, erano in grado di afferrare o di “schiaffeggiare” le navi romane, schiantandole come fuscelli.

Come ci racconta Polibio, Marcello paragonava le sue navi a dei bicchieri, che Archimede rovesciava a suo piacimento.

Le cose non andavano meglio nell’attacco via terra guidato da Pulcro: le armi da lancio facevano strage di legionari e sempre le mani giganti di Archimede sollevavano decine di uomini e li sfracellavano per terra, come formiche.

Siracusa si stava difendendo, grazie al genio di Archimede, con straordinaria efficacia e nemmeno tutta la forza e l’ingegno romano sembravano poter mettere in crisi le difese della città.

Il tentativo di presa per fame e l’intervento cartaginese

Disperando di poter conquistare Siracusa con la forza, Marcello cercò di catturare la città per fame, facendo circondare il territorio e impegnandosi a tagliare ogni tipo di rifornimenti.

In questa fase, si aprì nella città di Siracusa una serie di violente discussioni tra chi voleva arrendersi ai romani e chi voleva difendersi ad oltranza, confidando nell’efficacia delle armi di Archimede. Alla fine, prevalse la via della lotta continua.

Se l’idea di Marcello era tutto sommato ragionevole, a scombinare i suoi piani giunsero i cartaginesi. Annibale, nonostante fosse impegnato in Italia, riceveva continue notizie da Siracusa, e inviò il generale Imilcone, con un grosso quantitativo di rifornimenti, per la città di Siracusa.

Continuamente foraggiati dai cartaginesi, i siracusani potevano resistere ad oltranza ai romani.

Marcello si rese rapidamente conto che non sarebbe riuscito a prendere Siracusa, nemmeno per fame. Secondo le fonti, a questo punto del percorso, il console romano iniziò a disperarsi seriamente: presto avrebbe dovuto ammettere la sconfitta e reimpiegare le sue forze contro Agrigento, anch’essa ostile ai romani e che aveva comunque una buona importanza strategica.

Sempre più amareggiato e deluso, Marcello concepì un ultimo e disperato tentativo, basato sul tradimento di qualcuno all’interno di Siracusa.

Grazie ai suoi servizi di “intelligence”, Marcello fece recapitare un messaggio all’interno di Siracusa: l’obiettivo del generale era quello di convincere la parte filoromana all’interno di Siracusa che se la città si fosse arresa e consegnata spontaneamente ai Romani, avrebbe avuto un trattamento di favore.

La sua proposta fece breccia, e un gruppo di disertori siracusani, pronti a vendere la città ai Romani, rispose all’invito.

Ma qualcosa nelle trattative andò storto: fra questi venne escluso un certo Attalo, che informò Epicide, il quale individuò rapidamente i disertori e li mise a morte.

Secondo Plutarco, Marcello era ormai disperato: colpevole di uno spreco enorme di risorse e di vite romane, la sua carriera era prossima alla fine.

Ma un fatto del tutto inaspettato, si verificò dopo pochi giorni. Le unità di guardia romane intercettatarono e catturarono un certo Damippo, ambasciatore siracusano che era stato inviato presso la corte di Filippo di Macedonia per chiedere aiuto.

Sembra che Epicide tenesse particolarmente alla vita del giovane, e per questo motivo fu organizzato un incontro tra romani e siracusani per trattare lo scambio del prigioniero.

Durante le fasi di trattativa, un soldato romano notò che alcune torri potevano essere attaccate con delle scale di media grandezza. Al contempo giunse una seconda notizia di importanza fondamentale: secondo un informatore, i siracusani per i tre giorni successivi, avrebbero festeggiato la Dea Artemide e sarebbero stati particolarmente distratti in caso di un attacco.

In altre parole, si presentava per i romani una straordinaria occasione di compiere, finalmente, un grande attacco finale stavolta in grado di risolvere la battaglia.

L’attacco romano all’Esapilo e all’Epipole

La parte delle fortificazioni di Siracusa individuate dal legionario romano era effettivamente quella più debole: durante la notte, nel più assoluto silenzio, Marcello fece avvicinare lentamente, un manipolo alla volta, circa mille legionari nella zona dell’Esapilo.

Posizionando le scale con cautela e salendo silenziosamente sulle mura di Siracusa, i legionari riuscirono ad abbattere le sentinelle senza provocare rumore. Di lì a poco, nella zona delle Epipole si sviluppò rapidamente un rumoroso e sanguinoso scontro con le sentinelle.

Epicide, resosi conto che i romani erano riusciti a penetrare all’interno della città, spostò tutte le proprie forze nella zona della Acradina, particolarmente protetta e adatta per proseguire la resistenza ad oltranza.

Il Console Marcello reagì all’arrocco di Epicide, posizionando i propri soldati nella zona di Tycha e Neapolis.

La posizione dei romani era sufficientemente sicura, ma rimaneva un solo pericolo, il castello di Eurialo, posizionato alle spalle degli accampamenti, e nelle mani di un certo Filodemo.

In un primo momento, egli tergiversò con le trattative in attesa dell’arrivo dei cartaginesi, Ma quando si rese conto che non sarebbero arrivati nuovi rifornimenti, consegnò il castello ai Romani. Senza il pericolo di poter essere attaccato alle spalle, Marcello avviò l’assedio della Acradina.

Ora, per Siracusa, la situazione era davvero pesante.

La reazione cartaginese e la pestilenza

La situazione disperata in cui versava Siracusa, fu ben nota ai cartaginesi, che inviarono immediatamente rinforzi: in particolare Ippocrate sbarcò nel grande porto a sud della Acradina e attaccò i romani della zona di Neapolis, mentre la flotta cartaginese, ai comandi dell’ammiraglio Bomilcare, sbarcò presso il porto del Trogilo, a nord di Acradina.

In una condizione intricata e pericolosissima, una sorta di “pausa” nello scontro fu determinata dall’arrivo di una terribile pestilenza che colpì entrambi gli eserciti.

Gli scontri, che si protraevano ormai da mesi, il clima caldo e umido e la situazione sanitaria malsana fecero scoppiare un terribile morbo, che attaccò tutti gli eserciti coinvolti.

I romani, che portavano avanti l’assedio da parecchio tempo, si erano però abituati molto meglio alle condizioni della zona di Siracusa e inoltre il console Marcello aveva avuto cura di tenere i romani quanto più riparati possibile dal sole.

Per questo motivo, i cartaginesi furono colpiti molto più duramente da questa pestilenza: durante questa fase, morì anche Ippocrate e il generale Imilcone, lasciando l’esercito cartaginese senza una guida.

Un disperato tentativo da parte dei cartaginesi di aiutare Siracusa venne di nuovo dal generale Bomilcare, che salpò da Cartagine con 60 navi da guerra e 700 navi da rifornimento. Anche se il vento gli consentì una ottima traversata, Bomilcare faticò ad arrivare fino a Capo Pachino.

Epicide, saputo di questi rifornimenti in arrivo, salpò per cercare di intercettare Bomilcare e condurlo a destinazione e una volta incontratolo, riuscì a convincerlo che le loro flotte, insieme, avrebbero potuto battere i romani.

Marcello, informato di questa mossa potenzialmente disastrosa, e nonostante fosse in inferiorità numerica, decise di proseguire, aggressivo, contro entrambi. Forse perché non si aspettavano un attacco di questo tipo o forse per la rapidità del suo movimento, Bomilcare ed Epicide, decisero di evitare lo scontro.

Marcello aveva così evitato l’attacco congiunto dei cartaginesi e ottenuto la superiorità navale senza nemmeno combattere.

L’assalto finale all’Acradina e la morte di Archimede

A Marcello rimaneva solamente l’Acradina da espugnare e i siracusani, asserragliati, iniziarono a discutere violentemente sul da farsi.

Ippocrate era morto, Epicide era scappato e i cartaginesi decimati dalla pestilenza non potevano più portare alcun tipo di aiuto.

Così cominciarono ad arrivare a Marcello richieste di trattative. Consapevole che una parte degli asserragliati nella Acradina sarebbero stata consenzienti, Marcello lanciò l’ultimo attacco, quello decisivo.

Alcuni asserragliati aprirono le porte i romani, mentre delle sparute sacche di resistenza vennero rapidamente neutralizzate. Marcello diede il preciso ordine di non distruggere una delle città più belle del Mediterraneo: ai soldati romani fu consentito solo il saccheggio di tutte le ricchezze, senza fare del male alla popolazione.

Nel corso della presa dell’Acradina, avvenne il famoso episodio della morte di Archimede: su questo fatto storico, il principale narratore è Plutarco che ci tramanda almeno tre versioni.

Nella prima, un legionario romano entrò nell’abitazione di Archimede mentre questo era intento a svolgere alcuni calcoli: infastidito dalla presenza del soldato, Archimede avrebbe gridato: “Lascia stare i miei cerchi!” riferendosi ai disegni che stava tracciando nella sabbia. E il legionario adirato lo avrebbe trafitto con il suo gladio.

Una seconda versione vede Archimede “pregare“, il legionario di lasciargli portare a termine un compito matematico, ma il soldato non lo avrebbe nemmeno ascoltato, uccidendolo sul posto.

In una terza versione, Archimede si sarebbe arreso a Marcello. Ma, trasportando alcuni strumenti da far vedere agli scienziati Romani, alcuni soldati avrebbero scambiato quella attrezzatura per oro e pietre preziose, e avrebbero Archimede nel tentativo di impossessarsi del bottino.

Quello che sappiamo con certezza è che la morte di Archimede sconvolse particolarmente Marcello, il quale provvide personalmente a seppellire il grande scienziato, con il massimo degli onori.

La tomba di Archimede, secondo la tradizione, è ancora oggi visibile ma molto probabilmente si tratta solamente di una leggenda popolare, in quanto esiste una descrizione di Cicerone, che ci parla di una sua visita personale alla tomba di Archimede, e i dettagli raccontati dal grande oratore romano non corrispondono con il luogo oggi visitato.

Un grande colpo per Roma

La presa di Siracusa da parte dei romani costituisce una delle graduali rivincite che Roma stava incassando dopo la calata di Annibale in Italia. Le ricchezze di Siracusa rinfoltirono grandemente le casse del Senato Romano e contribuirono al finanziamento della guerra.

Ma soprattutto, permisero a Roma di conquistare un luogo strategicamente molto importante per il controllo del Mediterraneo, sottraendo ai cartaginesi una base di grande interesse geopolitico.

La formazione del diritto romano. Così nacquero le norme dell’antica Roma

La formazione del diritto romano si è sviluppata nel corso di diversi secoli ed è nata, nella stragrande maggioranza dei casi, nell’ambito di una lotta politica che, volendo legittimare i diritti ora di uno ora dell’altro, ha creato una grande quantità di norme senza tempo.

La Repubblica di Roma nasce come una costruzione di nobili possidenti terrieri, che chiamavano  se’ stessi “patrizi”. A fianco a loro, con minori diritti, si formò la fazione di coloro che non erano possidenti patrizi appartenenti ad una “gente”, ma commercianti, operai, tecnici ed ex schiavi che comunque erano cittadini romani, originariamente esclusi dai diritti o dalla protezione di essi dalla consorteria dei predetti “Patrizi”. Tra i quali venivano scelti coloro che amministravano la città, militarmente e giuridicamente. 

Le leggi originariamente non erano scritte, ma conservate dai “Pontefici”, che erano figure sia religiose che laiche, ma comunque tutti patrizi.

Lo scontro tra Patrizi e Plebei come nascita del diritto romano

Man mano che la plebe, guidata da coloro che possedevano una fonte di denaro e quindi di potere, prese coscienza del suo avere obiettivi comuni e della sua forza, cominció la lotta per raggiungere la parità dei diritti.

Le richieste di questa nuova coscienza civile erano chiare: ci volevano leggi scritte; le “magistrature” esercitanti diritto e potere non dovevano essere esclusive; non si poteva escludere dall’esercizio dei diritti una così grande maggioranza dei cittadini, tra i quali molti erano più ricchi (singolarmente) dei patrizi ed erano essenziali per la vita anche politica e militare della città.

Potremmo dire che accanto al Senato si stava formando il Populus.

In lunghi anni si ottennero, con lotte e compromessi, le leggi scritte delle XII tavole e la formazione di magistrature aperte ai plebei. 

Il processo fu lunghissimo, abbracciando più di duecento anni di storia politica della Roma antica, e produsse molte figure politicamente attive: come gli edili, plebei e curuli.  

I primi ad essere formati furono i pretori, uno all’anno. Dal 367 a.C , in seguito ad un compromesso fra frazione patrizia ed i plebei, ottennero una funzione di comando (imperium) tramite la quale sostituivano le funzioni consolari in loro assenza.

Soprattutto una funzione di “dire il diritto” e di nominare giudici privati che emettessero sentenza (noi diremmo di diritto privato) fra i cittadini romani che erano i soli che potevano essere soggetti attivi del “diritto civile” ( cioè dei “cives”, dei cittadini).

La funzione pretorile che ci interessa era il “dire il diritto” (ius dicere): il pretore, col suo diritto di essere ubbidito (imperium) aveva una duplice funzione: individuare le norme applicabili e nominare il giudice (o i giudici detti allora  recuperatores) che dietro suo ordine assegnava o denegava la sentenza, stabilendo la somma da versare al vincitore.

Tutte le decisioni erano di risarcimento.

La procedura era detta “legis actio” ( cioè azione tramite le leggi). Le parole che, senza poter variare nulla, dovevano essere pronunziate nascevano dalle parole usate nelle XII tavole, che erano in latino arcaico.

Ce ne parla Gaio (un giurista romano) nelle sue “Istituzioni”, un testo pervenutoci e base delle istituzioni che facevano parte del corpus legislativo di Giustiniano. Riporta (Gaio) la notizia di un cittadino romano che aveva subito il taglio delle sue viti (danno assai grave) e che con la parola “viti” espose la sua richiesta di risarcimento. Siccome le XII tavole parlano di “alberi”, la richiesta fu respinta perché, appunto, la “parola precisa” era “alberi”.

Nel 337 a.C la carica fu aperta anche ai plebei. Ma sempre si trattava di un procedimento orale in un diritto riservato ai cittadini.

Il Pretore Peregrino e il processo formulare

Nel 242 fu affiancato al pretore un secondo pretore dotato di facoltà di comando detto “Peregrinus” ( peregrini erano gli stranieri, cioè i cittadini di altra città o paese) che doveva giuridicamente trattare i problemi sorti fra cittadini romani e stranieri, o tra stranieri diversi comunque abitanti a Roma.

Questi, esercitando la propria facoltà di comando, esprimeva un diritto nato dalla sua carica e da tale potere detto “ ius honorarium”, che seguiva nel corso della sua carica. Da essa nasceva il diritto di emettere e pubblicare un “editto” nel quale diceva esplicitamente quali diritti intendeva riconoscere e come li voleva tutelare.

Esprimeva, in pratica la “formula”. Questo processo, era aperto a tutti, era scritto, era più semplice e non esistevano parole speciali per attivarlo. Il processo (detto formulare) nasceva dall’editto o da nuove statuizioni (decreti) che potevano nascere dall’esperienza.

Si realizzava in due fasi: nella prima il richiedente esprimeva al pretore informalmente i fatti ed otteneva la “formula” da citare. Doveva quindi rivolgersi alla controparte (che era tenuta a rispondere) davanti al giudice. Come nella legis actio, era necessaria la presenza delle due parti.

Doveva leggere ad alta voce (lentamente e chiaramente) la formula che doveva essere capita ed accettata esplicitamente. Poi il pretore nominava il giudice cui il pretore dava le istruzioni. Esso emetteva sentenza. Come al solito era in forma risarcitoria.

L’editto era il principale atto di autoregolamentazione del pretore peregrino; una sorta di programma della propria attività di espressione del diritto. In esso il magistrato fissava, in maniera comunque mutabile, i principi cui si sarebbe attenuto nel corso dell’anno nel quale era in carica.

Il suo contenuto ( che consisteva essenzialmente in formule destinate alla impostazione delle controversie) si strutturava in vari Momenti: 

  1. introduzione della lite e svolgimento della stessa;

2)    Giurisdizione ordinaria (cioè cause normali e tipiche);

3)    Mezzi urgenti di tutela;

4)     Esecuzione della sentenza e procedure fallimentari sui debitori;

5).     Interdetti, eccezioni e accordi intervenuti davanti al Pretore stesso.

L’editto poteva trasmettersi al successivo pretore (se lo faceva suo) e allora si parlava di “Edictum tralaticium”. Oppure poteva essere l’espressione della volontà del pretore all’inizio del suo anno di carica (Edictum Perpetuum) o nascere da fatti nuovi presi in considerazione (Edictum repentinum). Per il resto il pretore agiva per decreto.

Tra il 150 a.C  (lex Aebutia) e il 17 a.C (Lex Iulia iudiciorum privatorum) vari provvedimenti portarono all’integrale sostituzione delle originarie “legis actiones” col processo formulare in tutti gli ambiti e anche nei processi che vedevano contrapporsi cittadini romani.

Le notizie sul processo ci pervengono dalle “Istituzioni” del giurista Gaio, attivo all’inizio del II secolo d.C, che furono poi trasfuse nell’opera giuridica di Giustiniano. Le istituzioni originali ci pervennero da una scoperta del 1816. Erano composte in Quattro libri, scritti a fini didattici. Siamo certi che morì dopo il 178 d.C perché cita un senatoconsulto datato in tale anno.

Perché diciamo che intorno all’opera dei pretori e soprattutto di quello “Peregrinus” si sviluppò il diritto romano?

Perché sia come consulenti dei magistrati che come principi che dall’opera di questi si potevano ricavare, si sviluppò una somma di elaborazioni concettuali, che tale diritto vennero a formare e sviluppare e che nei Digesta dell’opera di Giustiniano furono poi raccolti.

E sono giunti all’elaborazione degli studiosi del ‘500 e del ‘600.

La battaglia di Farsàlo: Cesare sconfigge Pompeo

La battaglia di Farsàlo avvenne durante la guerra civile cesariana, precisamente nel 48 a.C., nei pressi di Farsàlo, in Tessaglia. Lo scontro avvenne successivamente alla fuga di Pompeo in Epiro, dovuta alla discesa di Gaio Giulio Cesare in Italia e l’inseguimento dei pompeiani.

Dopo la battaglia di Durazzo, che arrise ai repubblicani, Cesare riorganizzò le proprie legioni in Tessaglia, dopo aver espugnato con la forza la città di Gomphi e aver occupato tutte le città tessale con l’eccezione di Larissa, arrestò la propria marcia nella piana di Farsàlo, nel tentativo di costringere Pompeo a combattere una battaglia campale.

Alcuni studiosi, però, non sono d’accordo nel collocare il luogo dello scontro a Farsàlo, in quanto nel De Bello Civili Cesare non fa mai riferimento alla cittadina e, inoltre, si riferisce all’Enipeo non col termine di “Flumen”, ma con “rivus”, mai accaduto precedentemente quando si riferiva al suddetto fiume.

Al netto di queste diatribe storiche, tuttavia, la sproporzione di forze alla vigilia del combattimento era evidente: Pompeo disponeva di circa 12 legioni, ripartite tra 7000 cavalieri e 45.000 fanti, secondo quanto riporta Cesare nelle sue memorie, mentre Cesare stesso aveva a propria disposizione 1.000 cavalieri e circa 22.000 fanti.

La strategia di Pompeo contro Cesare

Nonostante queste cifre, Pompeo decise che la strategia migliore fosse quella di continuare con azioni di logoramento dell’esercito cesariano, in quanto quest’ultimo era composto da un maggior numero di veterani, e solo tre legioni erano state appena arruolate in Italia, al contrario dei legionari e soldati pompeiani, principalmente tutte reclute; difatti, la Prima Legione, la prediletta di Pompeo, era da considerarsi inesperta se messa al confronto con le provate truppe cesariane.

Cesare, seppur uscito sconfitto da Durazzo, era a conoscenza di questa situazione, e più volte tentò di provocare la reazione di Pompeo, per saggiarne le forze. Pompeo indugiava e temporeggiava, in quanto non si fidava sulle prestazioni della propria fanteria, che giudicava, oltre che inesperta, fortemente inaffidabile.

Inoltre, vi è da considerare che la Quindicesima legione, appartenente allo schieramento pompeiano, era stata fino a pochi anni prima, con la riassegnazione da parte del Senato (ossia fino al 50 a.C.) una delle legioni cesariane, avendo combattuto al suo servizio durante la campagna bellica della Gallia.

Questo status preoccupava, molto probabilmente, Pompeo in quanto non sapeva se effettivamente la Quindicesima sarebbe rimasta al suo fianco durante la battaglia e non avrebbe disertato in favore del suo ex condottiero. Pompeo fu vittima anche di cattivi consiglieri: i suoi uomini e i suoi alleati lo esortavano a dare battaglia contro Cesare, convinti della vittoria grazie alla superiorità numerica e alla cavalleria.

A questo proposito, nel De Bello Civili, Cesare riporta che Pompeo affermasse più volte che, con l’uso dei reparti di cavalleria (comandati da Labieno), Cesare e le sue truppe sarebbero stati sbaragliati.

Oltre a ciò, si somma la sostanziale divisione del fronte repubblicano, molto più preoccupato a scambiarsi prebende, regalie e a contendersi le cariche per il contesto politico che sarebbe sorto in seguito alla vittoria dell’Ottimate nella tenzone fra i due generali.

Cesare non mancherà, nelle sue memorie, di rimarcare questo aspetto con una tagliente ironia, sia per glorificarsi, sia per denunciare la discordia serpeggiante che si era insinuata nel campo avversario. Le cronache riportano anche di un singolare episodio avvenuto la notte prima dello scontro: Pompeo sognò di pregare la statua di Venere in seguito alla battaglia.

Questa visione onirica venne interpretata come un cattivo presagio dall’ex genero di Cesare, in quanto la gens Julia vantava, secondo la leggenda, una discendenza diretta dalla Dea. I suoi alleati, gli altri senatori che avevano appoggiato la parte di Pompeo, però, erano convinti che fosse di buon augurio, in quanto avrebbe significato un certo trionfo (Venere Vittoriosa). La storia avrebbe dato ragione ai brutti presentimenti di Pompeo.

La disposizione sul campo di battaglia

Dopo numerose giornate ricolme di scaramucce e schieramenti, le legioni pompeiane abbandonarono il proprio campo e si disposero in formazione da battaglia, perdendo anche il vantaggio tattico costituito dall’altura. Cesare colse l’invito e schierò il proprio esercito di fronte al nemico.

Pompeo aveva disposto il suo esercito sulla sinistra con la cavalleria comandata da Labieno, la Quindicesima, la Prima e le legioni di Domizio Enobarbo, al centro le unità comandate dal suocero di Pompeo, Scipione, mentre sull’ala destra pompeiana egli aveva schierato alcuni reparti di ausiliari e di frombolieri, in quanto si affacciavano sull’Enipeo e, data la conformazione del ruscello, non abbisognava di particolari accorgimenti per resistere su quel fianco.

La sua tattica era estremamente semplice ed efficace: sconfiggere la cavalleria cesariana, in modo da privare l’esercito avversario della mobilità e della rapidità della cavalleria, e poi accerchiarlo, in modo da mandare in rotta la gran parte dei reparti nemici.

Cesare, invece, dispose le sue truppe in diverso modo: alla destra pose la Decima legione e i reparti di cavalleria, coadiuvati da diverse coorti (alcune stime riferiscono di circa 9 cohortes) che, secondo Appiano, furono preventivamente fatte sdraiare in terra, al fine di contrastare la cavalleria pompeiana, con a capo Publio Silla; al centro furono collocate, sotto il comando di Domizio Calvino le legioni di reclute, di “novellini”, reclutate in Italia da Cesare e considerate meno esperte rispetto alle altre.

Infine, sul fianco sinistro, furono dislocate le truppe cosiddette ispaniche, guidate da Marco Antonio. Il piano di battaglia di Cesare era prevalentemente orientato alla sconfitta della cavalleria avversaria, avendo intuito che essa poteva essere la variabile che avrebbe fatto propendere, col suo esito favorevole, la vittoria a Pompeo.

La battaglia di Farsalo: lo scontro

La battaglia cominciò con l’assalto di Labieno, che attaccò il fianco destro cesariano. La cavalleria cesariana, in forte inferiorità numerica, si ritirò. Labieno, avendo compreso che potesse essere l’occasione favorevole, divise la cavalleria e con i suoi reparti si diresse verso il retro dello schieramento cesariano, con l’intenzione di colpire da dietro.

Le coorti di riserva cesariane, si alzarono appena la cavalleria fu abbastanza vicina da poterla colpire efficacemente (dopo il segnale di Cesare) e usarono i propri pilum a mo’ di lancia, per colpire i cavalieri nemici, avendo come conseguenza la caduta di circa un centinaio di cavalieri, la quale indusse Labieno a ripiegare.

Nel frattempo, il fianco destro cesariano avanzò contro le truppe di Pompeo. Ora, i pompeiani avevano adottato una tattica prevalentemente difensiva, in quanto attendevano l’urto dei cesariani contro i propri scudi, poiché questo avrebbe portato a sfiancarli preventivamente.

La tattica sarebbe stata adatta in una battaglia in cui delle legioni esperte si trovavano ad affrontare dei reparti di reclute, in quanto queste ultime non avrebbero fornito la necessaria attenzione a riposarsi prima della carica finale, per non arrivare già stanchi di fronte al nemico; ma la Decima era composta da veterani, e infatti, sebbene caricò, le cronache riportano che si fermò per circa un minuto prima di lanciare l’ultima carica contro il nemico.

All’urto, le legioni pompeiane resistettero solo inizialmente, ma dopo furono costrette alla ritirata. Si inserisce qui la vicenda di Cràstino, narrata anche all’interno del De Bello Civili: il centurione primipilo della Decima legione, dopo aver esortato i propri uomini al combattimento, si lanciò all’assalto, combattendo ferocemente prima di essere ucciso da un soldato dello schieramento avversario.

Le altre ali riuscirono a collidere con i reparti avversari, realizzando il timore di Pompeo, che sapeva di non poter sostenere una battaglia contro i veterani cesariani.

La cavalleria cesariana, inoltre, liberatasi di Labieno, assieme ai reparti di fanteria, attaccò le truppe di arcieri e di frombolieri pompeiani, sconfiggendoli. Fu a questo punto che Pompeo abbandonò la Prima legione per ritirarsi al proprio campo e rifugiarsi nella propria tenda per attendere l’esito della battaglia.

Intanto, il suo schieramento aveva perso la coesione, e andò in rotta; alcuni reparti si ritirarono ordinatamente, altri, come il centro, si diedero alla fuga diventando facile preda degli inseguitori. Cesare attaccò il campo pompeiano e lo occupò, richiamando anche i reparti che si erano dati all’inseguimento. Poi, dopo aver organizzato nuovamente l’esercito, si diresse verso Larissa per impedire la ricostituzione dell’esercito pompeiano (che continuava a vantare ancora circa 22.000 uomini).

Vittoria per Cesare, disfatta e morte per Pompeo

La battaglia terminò con un completo trionfo dell’esercito cesariano, e fu il vero punto di svolta nella guerra civile: Pompeo, in seguito alla sconfitta, fu costretto a riparare in Egitto, dove venne ucciso dal faraone Tolomeo Teo Filopàtore per essere consegnato a Cesare.

Cesare non accettò l’uccisione del rivale, dato il suo status di Romano, e si dice che si mise a piangere di fronte alla testa decapitata di Pompeo; questo episodio fu il preludio per i successivi screzi politici tra l’Egitto e Roma. Cesare, con questa battaglia, riuscì a distruggere l’esercito repubblicano e di consolidare il proprio potere, oltre a scompaginare il fronte avversario.

L’Harpastum. Il calcio degli antichi romani

 
Bentornati all’appuntamento con la ricostruzione storica della Legio III Italica. Oggi parliamo dell’Harpastvm o Harpvstvm, un gioco molto diffuso all’epoca imperiale ma poco noto ai tempi nostri e molto poco studiato dagli storici moderni.
 
Si tratta di un gioco a squadre, atletico, oggi diremmo sport di contatto, assimilabile al nostro calcio, al nostro rugby e alla nostra pallamano. L’harpastvm prevedeva l’utilizzo di una palla la cui misura si crede variasse da quella di un moderno pallone da calcio a quella di uno da pallamano.
 
Questo sport veniva anche chiamato infatti il “gioco della palletta”. L’harpastvm è un gioco già documentato durante le campagne di conquista della Grecia del II secolo a.e.v. L’origine stessa della parola deriva dal verbo greco “harpàzo” che significa sottrarre, togliere con forza, strappare via; termine che già di per sé dà l’immagine del tipo di sport.
 
Sappiamo che questo gioco veniva praticato a diversi livelli: dai gladiatori, a scopo di allenamento, e dai legionari come passatempo; e che poi si è diffuso in tutto l’impero per essere giocato ovunque. Non era raro assistere a scontri tra gli autoctoni e i soldati romani.
 
Una tra le più famose di queste “partite” fu contro i Britanni, che vide prevalere questi ultimi con il punteggio di 1-0.

Come si giocava l’Harpastum

Come si giocasse a questo sport non è ben chiaro; purtroppo le fonti in merito sono poche e vaghe e addirittura alcuni sostengono che anche all’epoca non esistessero regole precise.
 
Quello che sappiamo è che si trattava di uno sport a squadre, il cui scopo era portare la palla nell’area estrema del campo avversario. Esistevano, quindi, una tracciatura del campo, la mediana del campo e le aree di meta.
 
Sappiamo che la palla poteva essere lanciata con il braccio oppure con i piedi, e che gli avversari venivano “placcati” o fermati in maniera poco elegante, con scontri a corpo a corpo. Sono infatti menzionate risse, feriti e a volte morti.
In ambito militare l’harpastvm era presumibilmente giocato su campi terrosi; perciò, dati i continui scontri e le mischie, si formavano vere e proprie nuvole di polvere, da cui l’associazione al gioco della parola “pvlvervlentvs”.
 
Se tentiamo di immaginare il tutto, questo sport, può assomigliare al calcio, al rugby o football australiano, oppure alla pallamano.
 
Sappiamo inoltre che esistevano dei campionati ben organizzati di Harpastum. Tacito, ad esempio, fa riferimento alla partita della squadra di casa di Pompei che si scontrava contro la squadra di Nocera, già in rivalità perché quest’ultima era stata retrocessa a colonia perdendo diritti di coltivazione a vantaggio di Pompei.
 
Sappiamo anche che esistevano dei ruoli (i mediani ed i difensori), che tutti potevano placcare (ma non sappiamo come e se la cosa fosse regolamentata), che esisteva un’area di meta che farebbe somigliare l’Harpastum al rugby; ma anche che la palla poteva essere calciata con i piedi, facendo assomigliare il gioco al nostro calcio. D’altra parte il calcio deriva dal rugby, quindi le parentele sono obbligate.
 
Per vari motivi siamo legati alla visione del mondo ludico romano quasi totalmente per la gladiatura ma in realtà esistevano sport molto seguiti (ad esempio le corse dei carri, il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto, il podismo, ecc…) con tifoserie, rivalità, colori di appartenenza e tante altre cose che ci rendono più simili a loro di quanto non si voglia ammettere.
 
La verità è che sappiamo molto poco e per lenire questa mancanza tendiamo a dare per certe delle cose che in realtà non sono vere o che sono alterate.
 
Corrado Porta

Le corse dei carri nell’Antica Roma. Come si svolgevano

Le corse dei carri sono una manifestazione davvero spettacolare del mondo antico, particolarmente gradite e amate dai Romani e che sono entrate nell’immaginario collettivo anche grazie ai grandi kolossal americani. Le corse dei carri erano uno degli eventi sportivi e di celebrazione più amati dal popolo romano, che monopolizzava le feste e attorno al quale si scatenava sempre una grande curiosità, ma anche un giro di scommesse e di commerci molto fiorente.

Le origini delle corse dei carri

Le corse dei carri sono un momento di competizione e di divertimento sempre esistito, presente fin dagli albori del mondo antico: già i greci si dilettavano continuamente con questo tipo di eventi, ma anche gli etruschi avevano una buona tradizione di gare con i carri. Queste manifestazioni affascinarono rapidamente anche i romani e fin dagli inizi della loro storia. La tradizione afferma che addirittura il mitico fondatore di Roma, Romolo, avrebbe istituito giochi di questo tipo, e per un motivo molto particolare.

Secondo le cronache, i romani dell’epoca arcaica avevano bisogno di donne per generare le prime famiglie e così fu elaborato un grande piano per rapire le ragazze appartenenti alla tribù dei Sabini: per questo motivo, Romolo, in occasione delle feste dei Consualia, avrebbe organizzato delle magnifiche corse dei cavalli per distrarre i padri delle Sabine e permettere ai suoi legionari di rapire le fanciulle.

Dall’epoca regia le corse dei cavalli si diffusero rapidamente come fenomeno di cultura e di costume in tutto il popolo, diventando un appuntamento fisso e irrinunciabile per tutti i romani.

Le corse dei carri al Circo Massimo

Situato tra i colli Palatino e Aventino, il Circo Massimo era il luogo d’eccellenza dove i romani organizzavano le loro corse. Sembra che la prima costruzione, interamente in legno, risalisse addirittura al regno del Re Tarquinio Prisco che, appunto di origine etrusca, avrebbe sdoganato questo folclore anche presso il popolo romano.

Fu però Cesare ad aggiornare la struttura del Circo Massimo, facendo costruire le prime parti in muratura, operazione che sarà poi completata dall’imperatore Augusto, i cui interventi daranno una forma sostanzialmente definitiva alla struttura.

Per tutto il resto del periodo imperiale, il Circo Massimo avrebbe comunque conosciuto ulteriori migliorie, soprattutto ad opera degli imperatori Nerone, un fan accanito delle corse dei cavalli, e Domiziano. Sopravvissuto a crolli ed incendi, anche di grandissime proporzioni, il Circo Massimo ha dominato la scena dei giochi romani per diversi secoli.

Il Circo Massimo era una struttura impressionante: una ellisse larga 600 metri e alta 225, che poteva contenere fino a 250.000 spettatori. L’aspetto più interessante dell’infrastruttura sono certamente i sedili in muratura, perfettamente organizzati per far defluire la folla e farla accomodare quanto più rapidamente possibile al proprio posto. Con un atteggiamento piuttosto democratico, riconoscendo al popolo romano il diritto al divertimento, vi erano posti gratuiti per i poveri. I cittadini più abbienti potevano però prenotare i posti migliori, ovvero quelli che avevano la visuale più ampia e riparati dal sole.

Al centro del Circo Massimo vi era la cosiddetta “Spina“, una costruzione centrale allungata, che seguiva di fatto la forma dell’intera struttura, attorno alla quale i carri dovevano girare e che molto spesso era arricchita con colonne e altri abbellimenti anche di notevolissimo pregio.

Il Circo Massimo non era però solamente una struttura sportiva. Perfettamente integrati all’interno della costruzione, vi erano anche dei Templi per le cerimonie religiose, ed era anche un luogo di negozi e di botteghe dove si svolgeva un’attività commerciale fiorente e ininterrotta. Attorno al Circo Massimo, vi erano diverse stazioni di bagarini, che organizzavano e gestivano dei grandi giri di scommesse che movimentavano degli affari piuttosto ingenti.

Il fantino e i cavalli

Il fantino era, il più delle volte, uno schiavo, che intraprendeva questa carriera per il divertimento del popolo romano e per assecondare il volere dei suoi padroni, ma era anche spinto dalle vincite in denaro, che in caso di vittoria potevano essere anche piuttosto generose, oltre alla possibilità di guadagnarsi la libertà, qualora fosse diventato popolare presso il pubblico. Il fantino montava su un carro perfettamente organizzato e particolarmente robusto.

Mentre nelle corse dei carri greche il fantino non aveva particolari protezioni, l’auriga romano era invece molto ben protetto da un casco e da una piccola armatura ed era legato alla vita con delle corde che si attaccavano direttamente ai cavalli. Molte volte questo metteva a rischio l’incolumità del fantino in caso di caduta, tanto che era dotato di un coltello per cercare di liberarsi poco prima di un incidente.

Normalmente erano previsti 2 cavalli, e allora si parlava di una biga, o quattro cavalli, una quadriga. Raramente si poteva aumentare il numero dei cavalli, fino ad un massimo di 10, anche se in questo caso lo scopo non era tanto quello di vincere la corsa, quanto di esibire la bellezza della biga.

Anche se era tecnicamente possibile che un fantino gareggiasse da solo, nella maggior parte dei casi i partecipanti erano organizzati in fazioni. Le più note erano quella dei Rossi, devoti al Dio Marte, i Bianchi a Zeffiro, i Verdi, devoti alla madre terra e gli Azzurri, seguaci degli Dei del cielo e del mare. Una fazione poteva mettere in campo fino ad un massimo di 3 carri per ogni corsa e i fantini potevano passare da una fazione all’altra, seguendo una dinamica molto simile al nostro acquisto di calciatori poco prima dell’inizio della stagione calcistica.

La corsa dei carri

La gara era un momento di particolarissimo interesse ed intensità, paragonabile per partecipazione ed affetto, al nostro palio di Siena. In uno dei lati più corti della costruzione, vi era la zona dove i carri si posizionavano per la partenza. I carri entravano all’interno di piccoli cancelli chiamati “carceres“, e una volta che tutto era pronto, scattava il segnale del via, molto spesso sotto forma di un panno che veniva lasciato cadere dall’organizzatore dei giochi o direttamente dall’imperatore.

I carri scattavano e iniziavano la loro corsa. A differenza di quello che potremo pensare oggi, durante le corse dei carri romane i partecipanti erano completamente liberi di svolgere qualsiasi tipo di movimento e di stratagemma per superare gli avversari. Anche il tentativo di speronare o di far sfracellare i partecipanti contro la spina centrale era una mossa perfettamente consentita e anzi incoraggiata, in quanto aumentava particolarmente la spettacolarità dell’evento.

Uno dei momenti fondamentali del tragitto dei carri era il superamento della curva chiamata “Meta“. Questa era la parte del tracciato dove più spesso si potevano superare gli avversari e allo stesso tempo era il momento in cui più sovente si verificavano incidenti, anche di particolare gravità. Non era affatto raro che gli aurighi si schiantassero contro il muro e morissero sulla pista da corsa.

Una volta completato il giro, questo veniva segnato grazie ad un meccanismo presente nella spina centrale: vi erano infatti dei segnali a forma di delfino, che venivano lasciati cadere in un canaletto d’acqua all’interno della Spina, a segnalare il completamento di un giro. In epoca repubblicana e primo imperiale si prevedevano 7 giri per ogni gara, che furono però ridotti a cinque, in epoca tardo Imperiale, per aumentare il numero delle corse giornaliere.

Al vincitore della gara spettava una corona di foglie di alloro e un premio in denaro piuttosto ingente.

Un momento di aggregazione

Le corse dei carri rappresentavano uno dei momenti di principale aggregazione del popolo di Roma ed era anche uno dei pochi momenti in cui l’imperatore si faceva vedere di fronte a diverse decine di migliaia di persone. Le corse dei carri erano un momento di particolare divertimento e di partecipazione, attorno al quale, sia sotto forma di scommesse che sotto forma di commerci, si svolgeva una parte importante della vita economica cittadina.

Le corse continuarono fino al tardo impero quando, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, divennero sempre meno comuni e il Circo Massimo, complice una serie di malfunzionamenti che non vennero corretti, si trasformò mano mano in un’immensa cava a cielo aperto, che venne più volte utilizzata per prelevare del materiale da utilizzarsi per la costruzione di altre infrastrutture.

Oggi non rimane più nulla della struttura del Circo Massimo: quello che è visibile, nel bel mezzo della città di Roma, è la pianta ellittica, che riesce ancora oggi a darci la sensazione della grandezza di questa costruzione.

Il principe Filippo, consorte della regina Elisabetta II, muore a 99 anni

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Il 9 aprile è morto il principe Filippo, l’ex ufficiale di marina destinato a svolgere un ruolo di supporto a volte incerto ma incrollabile come marito della regina Elisabetta II d’Inghilterra.

La morte al Castello di Windsor è stata annunciata dalla famiglia reale. Era stato recentemente ricoverato in ospedale mentre era in cura per un’infezione e si stava riprendendo dopo un intervento chirurgico al cuore.

Quando il principe Filippo salì sul palcoscenico mondiale dopo la seconda guerra mondiale come affascinante corteggiatore dell’allora principessa Elisabetta, fu visto come un vichingo alto, biondo e atletico che avrebbe dato vita alla stantia istituzione della monarchia britannica.

Si sposarono nel 1947 e, con l’incoronazione di Elisabetta nel 1953, la coppia incarnò una via da seguire per una potenza mondiale in contrazione che stava vivendo la privazione del dopoguerra e lo smantellamento del suo impero nel mondo. L’attraente giovane regina e il suo focoso marito erano considerati celebrità vere e proprie nel dopoguerra.

Era amante delle attività all’aperto, cacciatore, amava i cavalli, aviatore e marinaio, e difendeva cause come il servizio pubblico e un programma di fitness per i giovani, la conservazione della fauna selvatica globale e varie organizzazioni sportive.

In alcuni casi parlava liberamente, forse troppo per il suo ruolo, come nel caso del despota paraguaiano Alfredo Stroessner nel 1963: “È un piacere vivere in un paese che non è governato dalla sua gente”. Durante un tour in Cina nel 1986, descrisse parti di Pechino come “orribili”.

Nel corso degli anni, le sue “esternazioni” e i suoi tentativi di umorismo sono diventati leggendari per il loro cattivo gusto.

Durante una visita in Scozia nel 1995, chiese a un istruttore di guida: “Come fai a tenere gli scozzesi lontani dall’alcol abbastanza a lungo da superare il test?” A 90 anni, ha chiesto a un disabile su una sedia a rotelle elettrica: “Quante persone hai fatto cadere questa mattina su quella cosa?”

Il principe Filippo non ha mai nascosto il suo disprezzo per i giornalisti scandalistici, che ha accusato di rovinargli la vita e di trasformare le vite sempre più turbolente della famiglia reale britannica in una soap opera.

I biografi dipingono una versione molto più complessa del principe Filippo. Lo hanno descritto come un maschio alfa, brusco, a volte scortese – anche con la regina – ma uno che ha lavorato duramente per sostenerla e dare una lucentezza moderna all’istituzione millenaria della monarchia inglese. Oltre a snellire il funzionamento quotidiano di Buckingham Palace, divenne una voce di spicco per l’industria e la tecnologia britanniche.

Proprio mentre il principe Filippo si stava preparando a ritirarsi dalla vita pubblica, la serie Netflix “The Crown” è arrivata per far luce sui punti oscuri della sua prima vita matrimoniale. Si diceva che il maschio alfa in gabbia avesse avuto qualche amante. Anche se mai provati, i rapporti hanno fornito la base per gli episodi di “The Crown”.

“Ti sei mai fermato a pensare che negli ultimi 40 anni non mi sono mai trasferito da nessuna parte senza un poliziotto che mi accompagna?” disse all’Independent nel 1992. “Allora come diavolo potevo farla franca con una cosa del genere?”

A solo un anno dalla sua nascita, la famiglia fu cacciata dalla Grecia mentre suo padre, il principe Andrea stava per essere giustiziato per una pasticciata campagna militare contro la Turchia.

Filippo è cresciuto come un bambino “sfollato” in quella che sarebbe diventata una famiglia distrutta. La famiglia visse a Parigi per la maggior parte degli anni ’20, ma Filippo fu mandato in un collegio in Inghilterra quando aveva 8 anni. Poco dopo, sua madre, la principessa Alice, fu ricoverata in un ospedale psichiatrico in Svizzera e suo padre la lasciò. Nel giro di un anno, le quattro sorelle maggiori di Filippo avevano tutte sposato nobili tedeschi.

Quando aveva 12 anni, Filippo si trasferì in un nuovo collegio in Germania, Schloss Salem, fondato dal suocero di sua sorella e da un eccentrico ma brillante educatore di nome Kurt Hahn. Hahn, che era ebreo, fuggì in Gran Bretagna dopo un arresto da parte dei nazisti, e poi fondò sulla costa nord-orientale della Scozia una scuola maschile simile con un’enfasi sulla costruzione del carattere.

La scuola, Gordonstoun, divenne nota per le difficoltà fisiche subite dai suoi ragazzi, che includevano docce fredde mattutine. 

Nel 1938, con la guerra alle porte, andò all’Accademia navale britannica a Dartmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, per seguire una tradizione familiare di servizio navale. Sia suo zio, Louis “Dickie” Mountbatten che suo nonno prima di lui salirono ai ranghi più alti della Royal Navy. Mountbatten servì come comandante supremo alleato nel sud-est asiatico durante la seconda guerra mondiale e divenne l’ultimo viceré dell’India prima dell’indipendenza.

Mentre Filippo serviva nella marina britannica durante la guerra, lui ed Elisabetta si scambiarono una corrispondenza e si incontrarono più volte. Filippo disse di non aver preso in considerazione il matrimonio fino al 1946.

Al matrimonio della coppia, Filippo divenne Duca di Edimburgo e gli furono assegnati altri titoli. Quando è diventato cittadino britannico, ha perso il titolo greco, ma è stato nominato di nuovo principe, questa volta del Regno Unito, dalla moglie, 10 anni dopo.

Filippo amava l’ordine della vita navale e nel 1950 gli fu dato il comando della sua prima fregata, la Magpie. Tim Heald, un altro biografo, ha detto che il comando di Filippo“ fu un successo. Era un duro, e se aveva un difetto era una tendenza all’intolleranza “.

Sebbene avesse sposato l’erede al trono britannico, si aspettava che suo suocero, il re Giorgio VI, vivesse per altri 20 anni o più, e non vedeva l’ora di intraprendere una lunga carriera navale. Ma il re si ammalò e anche prima della sua morte nel 1952, Filippo dovette rinunciare alla sua carriera per quella che sarebbe diventata una vita come consorte della regina. Col tempo, è stato leader o membro di oltre 780 organizzazioni, incluso il World Wildlife Fund.

In un’intervista del 1992 con l’Independent, era ancora irato al pensiero di aver rinunciato alla sua carriera militare. “Non era mia ambizione essere presidente del comitato consultivo della zecca. Non volevo essere presidente del WWF. Mi è stato chiesto di farlo “, ha detto. “Preferivo di gran lunga essere rimasto in Marina, francamente.”

Ha trascorso decenni a promuovere l’industria britannica e, nei suoi tour di fabbriche e stabilimenti, metteva in dubbio il modo in cui veniva gestito un’azienda. Questa posizione polemica divenne un segno distintivo della sua personalità pubblica. Durante un tour in una distilleria vicino a Glasgow durante il quale al principe è stato detto che le bacche di ginepro per fare il gin erano state importate rispose: “Ma santo cielo ci sono cespugli di ginepro in tutta la Scozia. Perché diavolo devi importarli? “

Tra il principe e la regina, l’immagine che rimane è quella che il London Independent una volta descriveva come “routine reciprocamente confortevole”. Avevano camere da letto separate per la maggior parte del tempo. Ha tollerato le sue passioni – i corgi gallesi e le corse di cavalli – e lei gli ha permesso di seguire i suoi hobby da solo. Era spesso in tournée all’estero, mentre lei si occupava di compiti vicino a casa.

Un amico di Philip, l’artista Hugh Casson, una volta descrisse il principe come un quadro “assolutamente totalmente diretti, senza bighellonare. Colori forti, pennellate vigorose. “

La battaglia di Milazzo. Il corvo romano umilia i cartaginesi

La battaglia di Milazzo (260 a.C.) è stato uno storico scontro navale tra la flotta dei romani, guidata dal Generale Gaio Duilio, contro le forze cartaginesi di Annibale Giscone. La battaglia è entrata nella storia soprattutto per l’utilizzo di un’arma di nuova concezione, il corvo, che ha permesso ai Romani di abbordare le navi avversarie e di capovolgere una situazione inizialmente sfavorevole.

Milazzo è certamente uno dei massimi esempi dell’ingegno romano, sfoderato di fronte a grandi sfide di natura militare, ma soprattutto rappresenta la prima grande vittoria marittima romana contro i cartaginesi nell’ambito della prima guerra punica.

La situazione in Sicilia e la superiorità marittima cartaginese

Il centro dello scontro, in questo periodo storico del Mediterraneo, è l’isola di Sicilia, contesa per secoli dai Greci, dai Cartaginesi e dai Siracusani, che con la loro città-stato rappresentavano uno dei centri urbani più fiorenti del periodo. Fino a quel momento la Sicilia non aveva risentito in maniera particolare dell’influsso dei romani, fino a quel momento impegnati nell’espansione nella penisola italica, ma dopo la vittoria romana nelle guerre pirriche, il Senato mise gli occhi sulle rotte commerciali dell’isola.

In altre parole, Roma era diventata una nuova forza militare, intenzionata a contendersi il controllo del territorio.

La situazione geopolitica del tempo era però inizialmente a favore dei cartaginesi. Cartagine era da secoli un impero marittimo grande e fiorente, con una imponente tradizione di marina militare, una flotta che comprendeva centinaia di navi all’avanguardia e che deteneva il controllo del Mar Mediterraneo.

Rimane nella storia una famosa frase di un ambasciatore cartaginese che, rivolgendosi ai Romani allo scoppio della prima guerra punica disse: “I Romani non potranno nemmeno lavarsi le mani nell’acqua del Mediterraneo, senza il permesso di un ufficiale cartaginese”.

La nuova flotta romana e la sconfitta di Lipari

I romani erano perfettamente consci della loro inferiorità marittima rispetto ai cartaginesi: i legionari conoscevano poco il mare e le uniche imbarcazioni conosciute erano quelle commerciali. Così nel 260 a.C il Senato autorizzò la costruzione di una imponente flotta per contrastare l’avversario cartaginese. Secondo Polibio il modello di riferimento per la costruzione delle nuovi nuove navi fu una quinquereme sottratta ai cartaginesi a largo di Messina, da cui i romani appresero sostanzialmente tutto quello che c’era da sapere sugli armamenti di una nave da guerra.

Questa teoria è stata contraddetta da alcuni storici moderni, come Dorey e Dudley, che affermano come i romani, molto probabilmente, avevano già avuto modo di ottenere le prime informazioni direttamente dal mondo greco. Nonostante le diverse interpretazioni, i romani svilupparono in pochissimo tempo una flotta che contava 100 quinqueremi e 20 triremi, riuscendo a porsi, almeno a livello numerico, come un avversario di tutto rispetto.

Il primo scontro tra romani e cartaginesi si verificò tra il console Scipione Asina e il generale cartaginese Boode, al largo di Lipari. Asina, alla guida di 17 navi da guerra, venne rapidamente sbaragliato e affondato dal Generale nemico, che riuscì addirittura a catturarlo. Lo smacco subito a Lipari fece rapidamente capire ai Romani come la situazione fosse molto più complessa rispetto alle previsioni. Fu per questo che il comando venne affidato all’altro console, Gaio Duilio, un generale particolarmente intraprendente, ma dotato anche di una certa dose di prudenza.

Duilio capì immediatamente che era necessario compiere un balzo tecnologico per colmare il divario con l’esperienza cartaginese. Per questo motivo, Duilio e lo Stato maggiore dell’esercito Romano ebbero l’idea di utilizzare uno strumento di concezione siracusana chiamato “Corvo“.

Si trattava di un grosso pennone cilindrico montato sulla prua di una nave. Da questo pennone, attraverso un sistema di corde, si poteva calare una passerella in legno dotata di ringhiere. Sulla punta di questa, un uncino di ferro ricurvo aveva l’obiettivo di ancorarsi fermamente alla nave avversaria. Quando si voleva far entrare in azione il corvo, bastava eseguire un rapido scatto attraverso le corde e la passerella cadeva violentemente sulla nave avversaria, che veniva letteralmente infilzata.

In questo modo, i soldati di fanteria presenti sulla nave romana potevano utilizzare la passerella per abbordare la nave del nemico e trasformare il combattimento da marittimo a terrestre, dove i legionari eccellevano particolarmente.

La battaglia di Milazzo

La prima occasione per dimostrare la funzionalità del corvo avvenne al largo di Milazzo. I cartaginesi erano impegnati a saccheggiare il porto della città con le loro forze. Intuendo il pericolo, Duilio si avvicinò all’area con una flotta di 103 navi, puntando direttamente verso l’avversario. Nel frattempo, alcuni informatori riuscirono ad allertare il generale cartaginese Annibale Giscone, che in quel momento si trovava a Palermo.

Subito Giscone partì con 130 navi da guerra per intercettare Duilio e l’incontro fra le due flotte da guerra avvenne direttamente nel Golfo di Milazzo.

In realtà, secondo quanto riferisce Polibio, i cartaginesi si accorsero immediatamente della presenza dei corvi, di cui non avevano ben intuito la funzione, ma nonostante una prima sorpresa, avrebbero sottovalutato la forza dei romani, considerandoli solamente navigatori di fiume, tanto da non mettere in atto nessun tipo di contromisura. E invece l’efficacia del corvo, si dimostrò in tutta la sua forza di lì a poche ore.

Le prime trenta navi da guerra cartaginesi, guidate da Annibale Giscone, si scontrarono con la flotta romana. I corvi entrarono immediatamente in azione e i romani, ancorando gli avversari, riuscirono ad abbordare e ad affondare le prime 30 navi senza particolare difficoltà. Lo stesso Annibale Giscone fu costretto a scappare a bordo di una scialuppa e a riconsiderare l’andamento della battaglia.

In realtà, confidando ancora nella superiore esperienza cartaginese e contando di poter evitare i corvi con la maggiore maneggevolezza delle sue navi, Annibale Giscone ordinò un nuovo attacco con altre 20 unità. Lo scontro marittimo però arrise nuovamente ai Romani i quali, sempre con l’utilizzo del corvo, riuscivano rapidamente ad avvicinarsi all’avversario e a prendere il controllo delle navi nemiche.

La battaglia di Milazzo rappresentò una piena vittoria romana, allorchè, dopo aver perso 50 navi da guerra, Giscone preferì non impegnare ulteriori porzioni della sua flotta e allontanarsi. I Romani lo inseguirono fino in Sardegna, dimostrando che le sorti della guerra marittima erano radicalmente cambiate.

Trionfo per Duilio, crocifissione per Giscone

Grandi festeggiamenti furono tributati al generale e ammiraglio Gaio Duilio per aver sconfitto l’odiato nemico cartaginese. Il segno principale di questa vittoria è certamente la “Colonna rostrata”, una colonna tutt’ora conservata a Roma, dove vengono riprodotti i rostri delle navi vincitrici e alcune iscrizioni commemorative: 31 navi catturate, 13 affondate e un quantitativo di oro e di argento sequestrato alle navi avversarie per un totale di 2 milioni di sesterzi.

A Gaio Duilio venne concesso il trionfo e gli fu consentito di erigere il Tempio di Giano nella parte centrale di Roma: una piccola parte di questo tempio è ancora visibile nella chiesa di San Nicola in Carcere.

Ben diverso fu l’esito per Annibale Giscone: la legge cartaginese prevedeva la crocifissione per i generali che si erano dimostrati incapaci in guerra. Secondo alcuni studiosi, il corvo potrebbe non essere mai esistito. Potrebbe trattarsi di un’invenzione partorita proprio dalla mente di Annibale Giscone con l’intento di sminuire le sue colpe e convincere i suoi concittadini a non comminargli la pena capitale. In ogni caso, Giscone non convinse i magistrati e fu crocifisso.

Tuttavia, dal punto di vista storico, il rapido cambio delle sorti della guerra e le descrizioni di Polibio, che sono particolarmente attendibili, sembrano confutare questa ipotesi.

L’abbandono del corvo

La guerra punica prenderà da questo momento una rotta completamente differente: di lì a poco, nella battaglia di Capo Ecnomo, la più grande battaglia navale del mondo antico, i romani ottennero un’altra straordinaria vittoria, utilizzando nuovamente il corvo.

Ma nonostante il grande servizio reso a Roma, il corvo venne abbandonato dopo alcuni anni. Il problema è che si trattava di una strumento particolarmente robusto, che appesantiva notevolmente la prua della nave e rendeva difficili le manovre. Secondo le cronache, si verificarono almeno tre tempeste durante le quali le navi romane affondarono rapidamente, senza riuscire a salvarsi, proprio per il peso del corvo.

Per questo motivo, sembra che già nella battaglia delle Isole Egadi del 241 a.C, lo scontro decisivo della prima guerra punica, questo strumento non fosse già più in dotazione alla flotta romana.

Von der Leyen umiliata. Charles Michel non si scusa

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Charles Michel dell’UE si dice triste per la gaffe che ha lasciato Ursula von der Leyen senza un posto adeguato durante una riunione ad alto livello in Turchia, ma non si scusa.

E’ su tutti i media del mondo il momento imbarazzante dove Michel e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno preso i due posti principali, lasciando von der Leyen a chiedersi dove dovesse sedersi. Alla fine, si è dovuta sedere su un divano, a una certa distanza dai due uomini.

L’incidente arriva in un momento in cui la Turchia è sotto i riflettori sui diritti delle donne dopo il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale sulla prevenzione della violenza domestica.

Ma Michel, presidente del Consiglio europeo, non è sfuggito alle critiche. Non ha offerto il suo posto a von der Leyen – la prima donna presidente della Commissione europea – nonostante entrambi fossero di pari rango.


Michel, difendendosi poi su Facebook, ha scritto: “La rigida interpretazione delle regole di protocollo da parte dei servizi turchi ha prodotto una situazione angosciante: il trattamento differenziato, se non ridotto, del presidente della Commissione europea

Le poche immagini che sono state mostrate hanno dato l’impressione che io sia stato insensibile a questa situazione. Niente è più lontano né dalla realtà né dai miei sentimenti profondi. Né dai principi di rispetto che mi sembrano essenziali“.

Usando la prima persona plurale, Michel ha detto che sia lui che von der Leyen hanno preferito concentrarsi sulla sostanza della discussione con il presidente Erdoğan, che includeva i diritti delle donne, invece di aggravare l’incidente.

Sono triste per due motivi“, ha detto Michel alla fine della sua dichiarazione.

“In primo luogo, dall’impressione data nei confronti di Ursula. Tanto più che sono onorato di partecipare a questo progetto europeo, di cui fanno capo due grandi istituzioni su quattro donne, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde.

“Infine, sono rattristato, perché questa situazione ha messo in ombra l’importante e benefico lavoro geopolitico che abbiamo svolto insieme ad Ankara e di cui spero che l’Europa raccolga i frutti”.

“Le richieste da parte dell’UE sono state soddisfatte”, ha detto il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. “Ciò significa che la disposizione dei posti a sedere è stata effettuata secondo i loro suggerimenti. Le nostre unità di protocollo si sono riunite in precedenza e le loro richieste sono state soddisfatte”.

La gaffe ha toccato un nervo scoperto tra i deputati, che, a differenza dei governi nazionali, sono più inclini a criticare la Turchia in termini espliciti.

Le eurodeputate erano particolarmente arrabbiate. Sophie in ‘t Veld, del gruppo liberale Renew Europe, ha condiviso su Twitter le foto di precedenti riunioni UE-Turchia, in cui l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è seduto su un piano di parità con l’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk .

Il Partito popolare europeo (PPE), il gruppo più numeroso al Parlamento europeo, ha dichiarato giovedì mattina che richiederà un dibattito – alla presenza di Michel e von der Leyen – per scoprire cosa è successo esattamente ad Ankara.

La visita ad Ankara dei Presidenti von der Leyen e Michel avrebbe dovuto essere un messaggio di fermezza e di unità dell’approccio dell’Europa alla Turchia. Sfortunatamente, si è tradotta in un simbolo di divisione in quanto i presidenti non sono riusciti a stare insieme quando era necessario. più dalla politica estera europea “, ha affermato il presidente del PPE Manfred Weber.

Il PPE, di cui la stessa von der Leyen appartiene in quanto membro dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) tedesca, vuole anche discutere gli impegni dell’UE presi con la Turchia in materia di visti e unione doganale, le tensioni nel Mediterraneo orientale e le relazioni con Cipro.

Iratxe García Pérez, presidente del gruppo Socialisti e Democratici (S&D), ha detto che il suo gruppo chiederà anche che un dibattito sulla visita ad Ankara sia incluso nell’ordine del giorno della prossima tornata del Parlamento, prevista per la settimana di lunedì, aprile 26. Il leader socialista aveva precedentemente affermato che l’episodio “sofagate” era “vergognoso”.

I velites dell’esercito romano

I velites erano una classe di fanteria leggera dell’esercito romano, tipica del periodo medio repubblicano ed erano solitamente le truppe che aprivano le battaglie.

L’origine dei Velites

I velites discendevano da una precedente classe di fanteria leggera chiamata “Leves“che risale alla legione Camillana del V secolo avanti Cristo. Si trattava dei soldati più poveri e più giovani della legione.

Erano armati con un certo numero di giavellotti, ma portavano anche una lancia, ed erano posizionati solitamente vicino ad altre unità più pesanti come quelle degli Hastati.

Dopo il periodo delle “leves”, i “Velites” furono impiegati per la prima volta durante l’assedio di Capua nel 211 avanti Cristo: erano cittadini che normalmente sarebbero stati troppo poveri per accorparsi alle unità degli Hastati, ma furono comunque impiegati sul campo di battaglia per carenza di effettivi.

Vennero addestrati a cavalcare con gli equites e a saltare giù da cavallo ad un dato segnale, per lanciare giavellotti contro il nemico. Dopo questo assedio furono adottati stabilmente nelle legioni come forza di fanteria leggera e irregolare, per tendere imboscate e molestare il nemico con i loro giavellotti prima che la battaglia iniziasse.

Equipaggiamento dei velites

Dal momento che i veliti erano i soldati più giovani e di solito i più poveri, appartenendo ad una classe di cittadini che non guadagnava più di 2500 denari all’anno, avevano un’equipaggiamento piuttosto scarno.

Erano armati con dei giavellotti leggeri (il Verutum) costituiti da un’asta di legno di 90 cm, dal diametro di un dito e una punta metallica di 25 cm. Questi giavellotti erano progettati per piegarsi all’impatto per evitare che il nemico potesse raccoglierli e rilanciarli a sua volta, utilizzando una funzione simile a quella dei pila in dotazione agli altri legionari.

Tito Livio ci dice che ognuno di loro portava 7 giavellotti, mentre il satirico romano Lucillo ci riporta il numero di 5, il che suggerisce che la quantità probabilmente cambiò nel corso dei secoli.

I velites portavano anche dei gladi, delle spade corte di 74 cm, che rappresentavano un’ arma di riserva da utilizzare solamente nel caso in cui il combattimento si fosse trasformato in una mischia.

Erano dotati di un piccolo scudo di legno rotondo (Parma) con un diametro massimo di 90 cm. Non avevano un armatura particolare. Ma in compenso portavano spesso dei copricapi realizzati con pelle di lupo: serviva a farsi vedere sia dai propri legionari, di modo che potessero riconoscere il loro valore in battaglia, sia dagli avversari.

Organizzazione e impiego dei Velites

Nella legione i velites non costituivano un corpo autonomo, ma erano costantemente vicini a ciascun manipolo di Hastati, Principes e Triarii. Venivano solitamente posizionati nella parte anteriore della legione, nelle primissime file, per molestare il nemico con i loro lanci di frecce e giavellotti e per impedire alle truppe avversarie di schierarsi efficacemente sul campo di battaglia.

Oltre a questo, potevano eseguire degli attacchi di mischia in formazione sciolta. Dopo il loro impiego, i velites si ritiravano velocemente attraverso le truppe dei loro commilitoni e andavano a posizionarsi nelle retrovie.

I velites ebbero il loro più grande momento di gloria quando furono usati contro gli elefanti dei cartaginesi nella battaglia di Zama, nel 202 avanti Cristo, dove si contesero la vittoria Scipione l’Africano e Annibale.

Con le riforme militari di Gaio Mario nel 107 a.C., progettate per combattere la carenza di manodopera dovuta alle guerre contro Giugurta , le diverse classi di unità furono completamente sciolte. I requisiti di ricchezza ed età furono eliminati. Ora i soldati diventavano dei professionisti, e sarebbero stati tutti dotati di un equipaggiamento standard fornito dallo stato.

Scipione Emiliano. Vita del distruttore di Cartagine

Publio Cornelio Scipione Africano Emiliano (185–129 a.C), è stato uno dei più grandi generali e politici dell’antica Roma, noto soprattutto per aver guidato la terza guerra punica e aver portato a termine la distruzione definitiva della città di Cartagine.

La sua attività militare fu accompagnata anche da una notevole sensibilità per la scrittura e la filosofia mentre sul fronte puramente politico fu una figura sui generis, che ostacolò con forza le proposte di riforma di Tiberio Gracco. La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ancora oggi un enigma.

Giovinezza e incarico in Macedonia

Scipione Emiliano era il secondo figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il generale che aveva guidato le legioni romane alla vittoria durante la terza guerra macedonica, e di sua moglie Papiria Masonis. Scipione, già in giovane età, fu però adottato dal cugino, di modo che divenne nipote adottivo del famoso Scipione Africano, che aveva vinto il generale Annibale nella battaglia di Zama (202 a.C)

Suo fratello maggiore fu invece adottato da un figlio o probabilmente da un nipote di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, anche lui importante statista romano, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra contro Annibale in Italia.

Le prime esperienze di Scipione Emiliano risalgono alla terza guerra di Macedonia, che si svolse dal 171 al 168 a.C.

In particolare, Plutarco ci informa che il comandante in carica, Lucio Emilio Paolo, portava Scipione Emiliano con sé, in quanto incline ad imparare velocemente l’arte militare e dotato di una spiccata intelligenza. Vi è anche un episodio significativo della stima di Emilio per l’Emiliano, sempre raccontato da Plutarco: dopo la battaglia di Pidna, Emilio Paolo era particolarmente preoccupato, in quanto i suoi soldati non riuscivano a rintracciare il giovane Scipione Emiliano.

Temendo di averlo perso, Paolo era caduto in depressione e aveva organizzato una ricerca su vasta scala per ritrovare il figlio prediletto, che fu poi rintracciato con grandissimo sollievo.

La guerra numantina

Una seconda esperienza militare coinvolse Scipione Emiliano durante la guerra numantina (151-150 a.C). Già nel 152 avanti Cristo, il Console Claudio Marcello aveva presentato al Senato la richiesta di concludere una pace con i guerrieri celtiberi. Il Senato aveva però dato un giudizio negativo e anzi, appoggiando una politica aggressiva, aveva inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per proseguire la guerra fino alla vittoria definitiva contro gli avversari.

Il reclutamento di nuovi uomini fu tuttavia particolarmente difficile, in quanto il protrarsi della guerra e le pesanti perdite romane costituivano un importante deterrente all’arruolamento di nuovi legionari. Secondo le fonti, il parere di Scipione Emiliano si sarebbe allineato con quello del console Marcello per il proseguimento della guerra. Sembra che lui stesso abbia chiesto al Senato di essere inviato in Spagna come tribuno militare o come legato di legione.

La decisione di Scipione Emiliano e il suo coraggio nel proporsi per una guerra tanto difficile, aumentò drasticamente la sua popolarità in ambito militare e, come ci racconta Polibio nelle sue “Storie”, diversi giovani romani iniziarono, sul suo esempio, ad offrirsi volontari per arruolarsi per la campagna.

Circa l’andamento della guerra, abbiamo delle fonti che ci confermano quanto Scipione Emiliano si fosse comportato con valore. Ricevette infatti in questo periodo una “corona murale“, un premio militare che veniva conferito al primo soldato che riusciva a scavalcare le fortificazioni di una città assediata.

Lo scrittore Floro ci parla addirittura di un duello diretto tra Scipione Emiliano e un Re dei Celtiberi, vinto dal comandante romano, che riuscì anche a conquistare la cosiddetta “Spolia opima“, un trofeo di guerra che consisteva nelle armature e nelle armi strappate direttamente dal corpo del nemico ucciso per propria mano. Si trattava di una uno dei trofei di guerra più onorevoli di tutto l’esercito romano.

La terza guerra punica e la distruzione di Cartagine

Scipione Emiliano stava rapidamente scalando i gradini della carriera militare ed era ormai ritenuto un generale di prim’ordine. La parte più importante della sua carriera da generale fu certamente legata alla terza guerra punica, che si svolse dal 149 al 146 a.C

La forza militare della città di Cartagine era stata ormai completamente ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale e il trionfo di Roma nella guerra punica precedente. Tuttavia, nel popolo e nel Senato Romano rimaneva ancora un forte risentimento nei confronti dei cartaginesi e una continua paura che questi potessero riarmarsi e riprendere la guerra.

È passata alla storia la frase “Cartagine deve essere distrutta“, pronunciata dall’integralista Catone il Vecchio, che al termine di ogni discorso in Senato ribadiva la necessità di porre completamente fine all’esistenza della città di Cartagine. Nel 350 a.C, i cartaginesi lanciarono un’appello proprio a Scipione Emiliano, affinché agisse come mediatore nei confronti del principe di Numidia, Massinissa che invadeva sistematicamente il loro territorio.

In realtà il principe numida era appoggiato dalla fazione anti cartaginese di Roma, perché continuasse a depredare i territori dell’odiata città e creasse il Casus Belli necessario per poter riprendere la guerra. E il casus belli puntualmente arrivò. I cartaginesi, dal momento che i romani rimandavano consapevolmente il loro intervento, decisero di violare i patti che erano stati presi al termine della seconda guerra punica e armarono di loro iniziativa un esercito di 50.000 mercenari per contrastare Massinissa.

I romani ebbero così l’occasione che aspettavano per poter riprendere le ostilità nei confronti di Cartagine.

Nelle primissime fasi della terza guerra punica, i romani subirono diverse sconfitte, ma nel 147 a:C, Scipione Emiliano, benché non avesse l’età legale, fu eletto console e, saltando le procedure regolari che si basavano sull’estrazione a sorte, fu assegnato come generale per condurre la guerra in Africa. Iniziò così un anno di combattimenti feroci attorno al territorio di Cartagine, che si conclusero con uno degli assedi più disperati e devastanti della storia.

Scipione Emiliano riuscì finalmente a fare breccia nelle mura di Cartagine, imprigionando cinquantamila uomini, circa un decimo della popolazione della città. Diede ordine ai cartaginesi di evacuare, risparmiandogli la vita come gli era stato ordinato dal Senato: dopodiché i legionari ebbero il comando di incendiare e radere completamente al suolo Cartagine, arando il territorio circostante.

A questo punto della storia vi è un luogo comune profondamente sbagliato. Secondo la tradizione, Scipione Emiliano avrebbe versato del sale su tutta la città di Cartagine, per dichiarare quella terra maledetta e impedire che potesse crescere qualsiasi tipo di raccolto. In realtà si tratta di una bufala storica: il sale era un elemento piuttosto pregiato nel periodo romano e nessun generale avrebbe sparso una quantità così considerevole di un bene tanto prezioso come il sale

In realtà questo racconto deve essere visto sotto l’aspetto simbolico: la maledizione degli Dei nei confronti della più odiata città dai Romani.

Scipione Emiliano fece ritorno a Roma dove ottenne il trionfo militare e in quella occasione potè aggiungere al suo nome l’appellativo di “Africano” per la sua vittoria.

La campagna contro i Celtiberi e l’assedio di Numanzia

Nel 134 a.C, il Senato romano era consapevole che Scipione Emiliano era probabilmente l’unico generale in grado di guidare l’esercito alla vittoria sui guerrieri Celtiberi. Questi avevano la loro capitale nella città di Numanzia e tenevano testa alle legioni romane da ormai nove anni, sfruttando efficacemente la loro conoscenza del territorio. Un altro elemento importante era che gli eserciti acquartierati in Spagna erano indisciplinati e mal organizzati e non riuscivano a combattere efficacemente il nemico.

Scipione Emiliano, arrivato sul posto come generale incaricato di condurre la guerra, si occupò innanzitutto di riprendere il controllo e la disciplina delle legioni, imponendo delle marce massacranti, ordinando la costruzione e l’immediata demolizione di alcuni accampamenti a puro fine di esercitazione e attuando dei regolamenti particolarmente stretti. Una volta che l’esercito ebbe recuperato la classica disciplina propria dei romani, Scipione Emiliano accampò i legionari vicino alla città di Numanzia.

Anziché attaccare gli avversari attraverso la via più breve, dove i romani avevano più volte subito delle imboscate, fece una deviazione attraverso la terra dei Vaccaei che erano soliti rifornire i numantini di cibo. Nonostante diverse imboscate da parte dell’avversario, Emiliano riuscì sempre a condurre i suoi uomini in salvo.

Molto spesso l’esercito veniva fatto marciare di notte, ed Emiliano si preoccupava che i rifornimenti di acqua avvenissero da fonti diverse rispetto a quelle consuete, per minimizzare il rischio di ulteriori imboscate. Marciò attraverso il territorio dei Caucaei fino a presentarsi di fronte all’avversario, assieme ad un rinforzo giunto da Giugurta, figlio del re di Numidia, che portava con sé arcieri, frombolieri e 12 elefanti da guerra.

Scipione avviò quindi l’assedio della città di Numanzia, costruendo 9 chilometri di fortificazioni, un muro alto 3 m e largo 2 metri e mezzo e costruendo un enorme terrapieno. Le fortificazioni consistevano anche in due torri posizionate lungo il corso del fiume Douro oltre ad un consistente numero di travi dotate di coltelli e punte di lance che la corrente del fiume muoveva continuamente: il suo obiettivo era quello di impedire che gli assediati potessero utilizzare il fiume per scappare.

Alla fine, Numanzia fu presa per fame e i cittadini mandarono degli ambasciatori per arrendersi formalmente all’esercito di Scipione l’Emiliano. Le principali sacche di resistenza vennero stroncate e i principali capi militari giustiziati, mentre il resto degli uomini fu ridotto in schiavitù. Dopo questo ennesimo successo, Scipione ritornò a Roma tra gli onori, potendosi fregiare dell’ulteriore soprannome di “Numantino“.

Un avversario dei Gracchi

La storia di Scipione l’emiliano è interessante anche dal punto di vista politico. Secondo alcuni autori antichi e diversi studiosi moderni, Scipione Emiliano non condivideva diverse posizioni degli ottimati, la fazione aristocratica di Roma. Si dimostrò in particolare disaccordo con le riforme promosse da Tiberio Gracco in qualità di tribuno della plebe, che aveva promosso una importante legge per redistribuire la terra alle fasce più povere della popolazione romana.

Tiberio Gracco, venne infine ucciso, nell’ambito di una lotta politica che ormai non risparmiava l’utilizzo della violenza. Secondo Plutarco, Scipione Emiliano fu completamente estraneo all’omicidio di Gracco, anche perché all’epoca della sua morte, Emiliano si trovava a condurre la guerra in Spagna. Ma mentre si trovava a Numanzia, e seppe della morte di Tiberio, sembra che Emiliano abbia risposto attraverso un verso dell’Odissea di Omero: “Così possano perire tutti coloro che si impegnano In tali complotti senza legge.”

Anche dopo il suo ritorno a Roma, sembra che Scipione Emiliano facesse fatica a dissimulare la soddisfazione per la morte di Tiberio Gracco e il contrasto alle misure sostenute da quest’ultimo fu sempre palese, in ogni occasione ufficiale. Questa avversità nei confronti di un tribuno della plebe che aveva perso la vita, gli attirò anche le antipatie di una parte della popolazione.

La lotta politica che imperversava a Roma dopo la morte di Tiberio Gracco, consisteva in una fazione, quella dei plebei, che tentava di dare attuazione al provvedimento ridistribuendo le terre fra i cittadini romani, e l’aristocrazia che ostacolava questo processo.

Sicuramente Scipione Emiliano si pose contro il tentativo di attuazione della legge, fino a che, in maniera inaspettata, morì.

La morte misteriosa

Secondo Appiano non si seppe mai se Scipione Emiliano fu assassinato tramite veleno da Cornelia, la madre dei Fratelli Gracchi, che lo aveva naturalmente in odio e preoccupata che la riforma di Tiberio potesse essere abrogata o se forse lo stesso Scipione Emiliano sia ricorso del suicidio, vedendo il crollo della sua popolarità.

Tuttavia Appiano ci racconta che, secondo alcune testimonianze di schiavi sottoposti a tortura, alcune persone si erano introdotte furtivamente in casa di Scipione Emiliano, soffocandolo. Plutarco scrisse che Scipione Emiliano morì in casa dopo l’ora di cena: non vi sono delle prove convincenti che possano confermare l’avvelenamento, ma anche a Plutarco risultano delle voci di un veleno somministrato da persone a lui vicine e dell’irruzione di alcuni nemici che avrebbero tentato di soffocarlo nel corso della notte.

Dal momento che il corpo di Scipione Emiliano fu esposto per un certo periodo, Plutarco conferma che vi erano dei pallidi segni di colpi sul suo corpo, che avrebbero potuto indicare un tentativo di violenza nelle ultime ore prima della morte. I sospetti più pesanti caddero su Fulvio Flacco, storico avversario politico di Emiliano, che lo stesso giorno della morte lo aveva attaccato in un discorso pubblico di fronte al popolo.

Anche Caio Gracco, fratello ancora in vita di Tiberio, fu sospettato. Ma dal momento che la sua figura, quella del fratello sopravvissuto, era particolarmente cara ai Romani, la popolazione si oppose decisamente a qualsiasi tipo di processo nei suoi confronti.

Nonostante le circostanze della morte di Scipione Emiliano siano ancora particolarmente confuse a distanza di secoli, l’Emiliano rappresenta uno dei più grandi generali di Roma, il vero e proprio distruttore della città di Cartagine e figura politica di rilievo nell’eterna lotta tra patrizi e plebei.