martedì 3 Marzo 2026
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Il discorso tra Scipione e Annibale prima della battaglia di Zama

Publio Cornelio Scipione e Annibale, poco prima della battaglia di Zama, si incontrarono. Si trovarono l’uno di fronte all’altro, come un atto diplomatico che racchiude in sé il confronto tra due culture e due mondi, che stavano per scontrarsi.

Annibale aveva compiuto una delle più grandi imprese militari di tutti i tempi: valicando le Alpi e scendendo nella penisola italica, aveva inflitto ai romani una quantità sconsiderata di sconfitte, soprattutto a Canne, universalmente riconosciuta come la peggiore disfatta dell’esercito romano di tutti i tempi. 

Scipione incontra Annibale. Riproduzione su tela

Scipione incontra Annibale riproduzione su tela

Scipione, in realtà allievo militare di Annibale, generale che lo ammira e che impara da lui, è il conquistatore della Spagna, colui che rimuove la presenza cartaginese dalla penisola iberica, e che porta la guerra in Africa, cambiando in maniera determinante le sorti del conflitto.

Più nessun romano ha concesso ad Annibale uno scontro sul campo di battaglia: solamente Scipione lo fa, consapevole che, in quella occasione, sta dimostrando ai romani, ma soprattutto a se stesso, di avere imparato dal maestro e di averlo superato.

Ma prima della battaglia di Zama, Scipione e Annibale si incontrano:  un momento memorabile della storia romana che ci viene tramandato con precisione da Polibio che nelle sue “Storie romane”, al capitolo 15.6, ci riferisce le loro parole.

L’incontro e le parole di Annibale

Scipione inviò alcuni messaggeri al generale cartaginese, informandoli che era pronto ad incontrarlo e a discutere con lui dell’andamento della guerra. Sentendo tutto ciò, Annibale trasferì i suoi accampamenti a poche centinaia di metri da quelli di Scipione e si accampò su un colle che sembrava in posizione favorevole, nonostante il rifornimento di acqua dipendesse da un torrente lontano, il che provocava notevole fatica ai suoi soldati.

Il giorno dopo, entrambi i comandanti avanzarono dai loro accampamenti, assistiti da alcuni cavalieri di guardia, e si incontrarono.

I due Generali si allontanarono dalle rispettive scorte, e, accompagnati solamente da un interprete, si avvicinarono l’un l’altro. Dopo il consueto saluto, Annibale fu il primo a parlare. 

Annibale disse che nei suoi desideri i romani non avrebbero mai dovuto volere alcun possesso al di fuori dell’Italia, e nemmeno i cartaginesi avrebbero dovuto conquistare territori fuori dalla Libia. Si trattava di due imperi nobili, destinati dalla natura a comandare. Tuttavia, le rispettive pretese sul possesso della Sicilia li avevano resi nemici, e la stessa cosa era accaduta in Spagna.

E dal momento che nessuno dei due imperi aveva imparato dalle sconfitte ricevute, la situazione si era aggravata così tanto che ognuna delle due nazioni aveva messo in pericolo lo stesso suolo della sua patria. Appunto per questo motivo, non restava che combattere al meglio per placare l’ira degli Dei e porre fine a tutti i sentimenti di ostilità. 

Annibale si dichiara pronto a combattere, perché aveva imparato per esperienza che la fortuna è la cosa più volubile del mondo, che si inclina in favore dell’uno o dell’altro al minimo pretesto, trattando gli uomini come fanciulli.

Annibale invita a questo punto Scipione a considerare bene la situazione: secondo lui, il modo migliore per gestire una avversità è scegliere il male minore. Quale uomo di buon senso, si chiede Annibale, sceglierebbe deliberatamente di correre il rischio di una sconfitta, che per Scipione è proprio davanti a lui?

“Se ci conquisti –  dice Annibale a Scipione – non aggiungerai nulla di importante alla tua gloria o a quella del tuo paese, mentre se sarai sconfitto, sarai stato tu stesso il mezzo per cancellare tutti gli onori e le glorie che hai già conquistato.”

Dove vuole arrivare Annibale con il suo discorso? La proposta è che i romani conservino tutti i paesi per i quali finora ha conteso con Cartagine, ovvero la Sicilia, la Sardegna e la Spagna. I cartaginesi, invece, si impegneranno a non fare mai la guerra a Roma per questi territori. 

Anche tutte le isole comprese tra l’Italia e la Libia apparterranno a Roma, senza che Cartagine cerchi di strappare ai romani il possesso di questi luoghi.

La risposta di Scipione

Il discorso di Annibale, uomo più grande di Scipione, il suo maestro, il suo punto di riferimento, è molto serio e organizzato logicamente. Ma arriva la risposta di Scipione.

Secondo il generale romano, nè la Sicilia nè la Spagna sono state aggredite dai romani, ma è noto come siano stati i cartaginesi ad attaccare, e nessuno lo sa meglio che lo stesso Annibale. Gli Dei sanno che le cose stanno in questo modo, e lo hanno confermato concedendo ai romani la vittoria.

Le battaglie dei romani, peraltro, non sono state un capriccio, ma solamente delle azioni di autodifesa.

Scipione afferma che è pronto, come qualunque altro uomo, a tenere conto dell’incertezza della fortuna, facendo del suo meglio per non dimenticarsi mai della debolezza e dell’infermità umana.

Ma nonostante questo, i romani sono entrati in Libia e hanno conquistato il paese. Scipione ricorda ad Annibale che i suoi connazionali sono stati tutti battuti, e quando hanno rivolto fervide preghiere di pace, sono stati stipulati dei trattati scritti, nei quali è stato previsto che i cartaginesi avrebbero restituito i prigionieri senza riscatto, avrebbero consegnato tutte le loro navi da guerra, assieme al pagamento di 5000 talenti e alla consegna di ostaggi.

Questi erano i termini che lui e i generali cartaginesi sconfitti avevano reciprocamente concordato. I romani hanno acconsentito a concedere questi termini, ottemperando alle preghiere dei cartaginesi. Il Senato si era dimostrato d’accordo e anche il popolo aveva ratificato il trattato.

Ma sebbene avessero ottenuto tutto ciò che avevano chiesto, i cartaginesi stessi avevano annullato il patto con un atto di perfidia nei confronti dei romani. Scipione chiede ad Annibale che cosa dovrebbe fare: ritirare le clausole più severe del trattato? 

Dovrebbe lui concedere questo favore ai cartaginesi? In modo tale da dare loro una specie di ricompensa per il loro tradimento? in modo da insegnargli a oltraggiare i loro benefattori? o dovrebbe concedere tutto ciò solo per avere la loro gratitudine?

Scipione ricorda che i cartaginesi avevano ottenuto tutto quello che avevano chiesto come supplici, ma non appena erano venuti a conoscenza della presenza di Annibale e credendo di avere una magra speranza di successo, avevano subito trattato i romani come nemici pubblici e li avevano odiati ferocemente. 

In queste circostanze, se alle condizioni imposte si fosse aggiunta una clausola ancora più severa, si sarebbe potuto rinviare il trattato al popolo, ma se avesse dovuto ritirare qualcuna di queste condizioni, il popolo romano non l’avrebbe mai accettato.

Qual è allora la conclusione del discorso, si chiede lo stesso Scipione?

I cartaginesi devono sottomettersi ai romani in maniera incondizionata, oppure conquistarli sul campo.

La trattativa era conclusa: i due generali si salutarono in segno di rispetto, e dopo questi discorsi si allontanarono, senza contrattare ulteriori termini di pace. 

Il mattino seguente, sarebbe iniziata la battaglia di Zama.

Publio Elio Adriano: l’imperatore esteta che lavorò alla pace

Publio Elio Adriano è stato imperatore romano dal 117 al 138 d.C. Nato da una famiglia Italo-ispanica, guidò con mano ferma l’impero, causando molti cambiamenti soprattutto a livello di politica militare.

A differenza del suo predecessore, Traiano, che aveva portato i possedimenti di Roma alla massima espansione, Adriano adottò un brusco cambio di politica estera, consolidando, e a volte arretrando, i confini e lavorando per armonizzare i rapporti tra le varie popolazioni dell’impero.

Il suo ideale di impero romano si espresse con delle profonde rivoluzioni culturali, con grandi riforme amministrative e legali, e con delle iniziative architettoniche di grandissimo livello. Adriano lavorò chiaramente per portare l’impero romano ad un nuovo livello di civiltà e di consapevolezza, perseguendo con convinzione i propri ideali, e prendendo decisioni che avrebbero influito in maniera determinante sul futuro dell’impero.

Giovinezza e primi incarichi

Adriano nacque il 24 gennaio del 76 d.C, nella provincia romana della Hispania Baetica, probabilmente vicino alla città di Italica, odierna Siviglia, anche se altre fonti affermano che nacque a Roma. Suo padre, Publio Elio Adriano Afro, era senatore, mentre la madre, Domizia Paulina, apparteneva ad una importante famiglia senatoria originaria di Cadice. 

Adriano crebbe con una sorella maggiore, Elia Domizia Paulina, e fu istruito da una schiava di origine germanica, alla quale si legò con un affetto sincero e profondo.

I genitori di Adriano morirono nell’86 d.C, quando aveva solamente dieci anni. Così, lui e la sorella divennero protetti di Traiano e del suo prefetto del Pretorio, Pacilio. Traiano, primo cugino di suo padre, prese immediatamente a cuore la sorte dei due ragazzi e li crebbe nel palazzo imperiale.

Quando Adriano aveva solo quattordici anni, infatti, Traiano lo chiamò a Roma e si preoccupò di fornirgli una educazione adatta ad un giovane aristocratico romano. Adriano dimostrò immediatamente un grande entusiasmo ed interesse per la letteratura e la cultura greca, tanto che venne soprannominato “Graeculus”.

Con la protezione di Traiano, Adriano iniziò a dedicarsi alla carriera politica. Servì come tribuno militare, prima presso la legio II Adiutrix e poi con la legio V Macedonica. Evidentemente  il suo comportamento fu più che soddisfacente, tanto da ricoprire tre tribunati consecutivi, il che diede un notevole vantaggio alla sua carriera. 

Nel 101 venne eletto questore e di lì a poco svolse una funzione importante: venne nominato come ufficiale di collegamento tra l’imperatore e il Senato. Spesso si occupava di leggere i comunicati e i discorsi dell’imperatore ai senatori, e in più di una circostanza scrisse personalmente i discorsi di Traiano e dei suoi principali amici affinché venissero letti in pubblico. 

Nel frattempo, venne incaricato di avere cura dei registri del Senato, il che dimostra quanto la sua carriera stesse procedendo speditamente.

Nel 105 viene eletto tribuno della plebe e poi pretore. Servì poi come legato nella legione V Minerva e arrivò a ricoprire la carica di governatore nella provincia della Bassa Pannonia nel 107, con il compito di vigilare sul comportamento della tribù dei Sarmati. Proprio in quell’anno, ottenne la sua prima vittoria militare, sconfiggendo una invasione portata avanti della tribù degli Iazigi.

Arrivato alla soglia dei 30 anni, Adriano si recò in Grecia: il suo amore per quella cultura lo coinvolgeva profondamente, tanto che gli fu concessa la cittadinanza ateniese e fu addirittura nominato “Arconte eponimo” della città.

Non abbiamo informazioni sulla vita di Adriano negli anni successivi, ma è probabile che abbia proseguito i suoi studi e i suoi viaggi nei Balcani.

Il suo nome ritorna nelle cronache antiche qualche anno dopo, quando Traiano lo portò con sé come generale nella guerra contro i Parti: mentre il governatore della Siria venne inviato per sottomettere una rivolta in Dacia, Traiano scelse Adriano per sostituirlo, dandogli il comando indipendente di una provincia particolarmente importante e potente.

La conquista del ruolo di Imperatore

Quando Traiano si ammalò gravemente e si imbarcò per Roma, Adriano rimase in Siria come comandante generale dell’esercito romano d’Oriente. 

Traiano giunse fino alla città costiera di Selinunte, in Cilicia, e vi morì l’8 agosto. Adriano venne immediatamente considerato il suo diretto successore.

Ma l’operazione non fu semplice: Traiano non aveva ancora nominato ufficialmente un erede e si palesò il pericolo di una guerra di successione. Alcune fonti antiche riportano che Traiano, sul letto di morte, alla presenza della moglie Plotina e del suo prefetto del Pretorio, Appiano, scelse effettivamente Adriano come suo successore, ma il documento di adozione non venne firmato da Traiano in persona, ma da sua moglie, e venne datato il giorno dopo la sua morte. 

Questo rappresentava un problema, in quanto la legge romana sulle adozioni prevedeva la presenza fisica e contemporanea sia dell’adottatore che dell’adottato. Per questo motivo, si sollevarono subito dubbi e speculazioni sulle reali intenzioni di Traiano, e alcuni arrivarono a dire che l’imperatore era stato ucciso da persone vicino ad Adriano.

Secondo l’Historia Augusta, Adriano prese in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, informando il Senato che la sua adozione era un fatto compiuto e spiegando che l’esercito aveva bisogno quanto prima di un Imperatore.  Il Senato, che aveva già stima di Adriano e ingolosito dalla promessa di ingenti donazioni, approvò la nomina.

Rimanevano comunque alcuni pretendenti al trono, e Adriano dovette agire con efferatezza e decisione: il generale Quieto, e altri tre senatori, Publilio Celso, Cornelio Palma e Avidio Nigrino, vennero accusati da Adriano di tradimento, arrestati e uccisi senza processo. Questa mossa garantì ad Adriano il potere, ma compromise in maniera irrimediabile i rapporti con il Senato, che non digerì mai questa esecuzione sommaria.

Per tutto il resto del regno di Adriano, i senatori continuarono a trattarlo con diffidenza, tanto che il neo imperatore dovette attivare una vasta rete di informatori per stanare per tempo eventuali complotti e tentativi di detronizzazione.

I viaggi di Adriano in Britannia

Adriano è forse l’imperatore che più ha viaggiato per tutti i confini dell’Impero romano. Un territorio particolarmente instabile era quello della provincia di Britannia, che si era ribellata già da alcuni anni. I soldati romani stavano subendo continue perdite per reprimere le sommosse. Adriano, arrivato sul posto, prese una decisione importante: anziché proseguire ad utilizzare la forza militare per rispondere alle continue incursioni nei territori nemici, decise di costruire un muro per separare i romani dai barbari.

Si trattò di un importantissimo cambio di politica: l’impero romano, fino a quel momento, aveva utilizzato prevalentemente l’esercito per garantire la sicurezza del territorio. Adesso, la creazione di un muro rappresentava uno stop alla politica espansionistica e un cambio di approccio. Ora l’impero romano si metteva sulla “difensiva”.

Adriano diede l’ordine di costruire il muro, ma non supervisionò  le operazioni e non vide mai il completamento dell’opera. Proseguì  invece attraverso le zone della Gallia meridionale, e si dedicò alla costruzione di una basilica dedicata alla sua patrona Plotina, moglie di Traiano che gli aveva assicurato la successione, e trascorse l’inverno del 122 d.C a Terragona, in Spagna, dove si occupò di restaurare il tempio di Augusto.

I viaggi in Africa, Partia e Anatolia

Nel 123, Adriano attraversò il Mediterraneo e sbarcò in Mauretania, in Africa del nord, dove condusse personalmente una piccola campagna per sedare delle rivolte locali. Ma la sua visita fu interrotta dalla improvvisa necessità di recarsi in Partia, contro uno storico nemico di Roma che stava nuovamente minacciando le province e i confini ad est. Adriano raggiunse rapidamente la città di Cirene, dove finanziò personalmente l’arruolamento e l’addestramento di un nuovo esercito.

Arrivato con i suoi uomini presso il fiume Eufrate, avviò degli accordi diplomatici con il Re dei Parti, Cosroe I, ispezionò le difese romane e proseguì verso Ovest, lungo la costa del Mar Nero. Svernò a Nicomedia, recentemente colpita da un terremoto, e avviò la ricostruzione della città con grande gioia della popolazione, che lo acclamò come salvatore.

Probabilmente in questa fase della sua vita, Adriano visitò la città di Claudiopoli e conobbe un giovane ragazzo di umili origini, Antinoo. Tra i due si sarebbe sviluppata una profonda relazione sentimentale, anche se non conosciamo esattamente i dettagli del loro incontro e dei rapporti che si svilupparono in seguito.

Il viaggio di Adriano in Grecia

Adriano proseguì i suoi viaggi arrivando in Grecia, nell’autunno del 124 d.C. Raggiunse la città di Atene, che già da diversi anni lo aveva nominato cittadino onorario, e su richiesta degli ateniesi operò una revisione della Costituzione e delle leggi della città, concedendo un sussidio imperiale per la fornitura del grano. Adriano elargì fondi per finanziare giochi pubblici, festival e competizioni. Durante l’inverno, si occupò di visitare tutta la zona del Peloponneso e diede avvio alla costruzione di diversi templi e statue.

Diede inizio anche al restauro del tempio di Poseidone di Mantinea e si occupò di far ricostruire gli antichi santuari di Abea e Megara. Inoltre, proprio in questo periodo, Adriano convinse un grande aristocratico Spartano, Euriclea Ercolano, ad entrare nel Senato romano, dimostrando come le due civiltà, quella romana e quella greca, potessero rappresentare le grandi potenze dell’età classica. 

Si trattò di un atto importante, che fu in grado di vincere le resistenze dell’aristocrazia romana all’entrata di una nuova classe dirigente nei centri del potere.

Il ritorno in Italia e il viaggio in Africa

Ritornato in Italia, Adriano visitò la Sicilia. Nell’isola l’imperatore eseguì una serie di provvedimenti che piacquero particolarmente alla popolazione, dal momento che vennero coniate delle monete che lo chiamano “restauratore” della Sicilia.

Tornato a Roma, si impegnò in altre opere architettoniche, come la restaurazione del Pantheon, che era stato realizzato in epoca Augustea ma rovinato da diversi incendi e terremoti, e fece costruire la sua villa personale nella città di Tivoli, tra i Colli Sabini. La villa era strutturata per ricostruire, in piccolo, tutti i territori che aveva visitato nel corso della vita e ancora oggi è uno dei più bei segni della romanità nel Lazio.

In giro per l’Italia, restaurò il santuario di Cupra e migliorò il drenaggio del Lago Fucino.

Nella primavera del 128 d.C, nonostante si fosse ammalato, Adriano partì per visitare l’Africa. Lì, diede ordine di costruire nuove infrastrutture, ispezionò lo stato delle truppe e tornò in Italia nell’estate del 128 d.C. Ma il suo soggiorno fu breve: dopo pochi mesi, partì per un altro viaggio, che sarebbe durato tre anni.

In Grecia, Asia ed Egitto

Nel settembre del 128 d.C, Adriano si recò nuovamente in Grecia per partecipare ai misteri eleusini, dei riti religiosi che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra, proprio nella antica città greca di Eleusi.

Questa volta la sua visita si concentrò sulle città di Atene di Sparta. Qui Adriano concepì l’idea di organizzare le diverse città greche in una Confederazione: si trattava di un progetto particolarmente difficile, in quanto da secoli le città greche cercavano un metodo per convivere pacificamente, e riunirle tutte in una grande coalizione pacifica rappresentava un piano molto ardito.

Nel frattempo si recò in Egitto. Lì inaugurò il suo soggiorno restaurando la tomba di Pompeo Magno, che si trovava nella città di Pelusium, offrendogli sacrifici come eroe e componendo un’epigrafe per la sua tomba. Si trattava di una mossa di rispetto, ma dal valore anche politico: Pompeo era universalmente riconosciuto come responsabile dell’instaurazione del potere di Roma nelle province orientali, e questa mossa permise ad Adriano di riconfermare il controllo di Roma sulla regione.

Qui, le fonti antiche ci danno una prima testimonianza certa del rapporto con il giovane Antinoo: tennero infatti una caccia al leone nel deserto libico, e una poesia composta dal greco Pancrate conferma la presenza del giovane accanto all’imperatore.

Tuttavia, mentre Adriano e il suo giovane amante stavano navigando presso il fiume Nilo, Antinoo cadde nelle acque e annegò. Non si conoscono esattamente le circostanze della sua morte e le fonti antiche si sono espresse nelle più svariate ipotesi: l’incidente, il suicidio, l’omicidio e addirittura il sacrificio religioso.

Adriano fu comunque sconvolto dalla morte del ragazzo, tanto da cercare divinizzare la sua figura. Fondò la città di Antinopolis, il 30 ottobre del 130 d.C.

Nonostante fosse profondamente colpito a livello personale, Adriano dovette comunque riprendere il progetto di unificazione delle città greche. La sua idea era quella di creare una grande lega in cui tutti i centri urbani Greci avrebbero partecipato. I suoi messaggeri richiesero con forza l’adesione a questa nuova iniziativa, promettendo la lealtà della Roma imperiale e l’autonomia del territorio Greco.

Tuttavia, diverse evidenze epigrafiche confermano come le città erano poco attratte da questo progetto. Soprattutto i centri urbani più ricchi ed ellenizzati dell’Asia Minore erano riluttanti a partecipare all’iniziativa di Adriano, e infatti il progetto dell’imperatore non si concretizzò mai definitivamente.

La seconda guerra giudaica

Comprendendo che il suo progetto greco si stava allungando oltre le previsioni, Adriano si recò nella Giudea romana e precisamente nella città di Gerusalemme, che era ancora in rovina dopo la fine della prima guerra giudaica. Adriano avrebbe progettato di ricostruire la città, rendendola definitivamente una colonia romana, come aveva fatto Vespasiano con Cesarea Marittima.

Alcuni hanno ipotizzato che il progetto di Adriano prevedesse l’assimilazione del tempio ebraico al tradizionale culto Imperiale romano. Normalmente, questo processo, anche con altre popolazioni, aveva avuto dei buoni risultati, ma il mondo giudeo era molto più riluttante ad accettare un’integrazione. Scoppiò dunque una massiccia rivolta anti ellenistica e anti Romana, guidata da un personaggio di straordinario carisma: Simon Bar Kokhba.

Bar Kokhba si dimostrò particolarmente integralista: puniva ogni ebreo che si rifiutava di unirsi ai suoi ranghi e qualsiasi persona si dimostrasse anche vagamente filoromana. Secondo l’Historia Augusta, la goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione di Adriano di abolire il rito della circoncisione. Ma evidentemente la provincia soffriva anche di altri problemi: un’amministrazione romana inadeguata, tensioni tra poveri senza terra e coloni romani ricchi di privilegi, e un radicalismo religioso che costituiva un pericolo costante.

Non abbiamo fonti che ci confermano l’esatto inizio della rivolta, ma probabilmente questa scoppiò tra l’estate e l’autunno del 132 d.C. Inizialmente, i romani furono sopraffatti dalla ferocia degli uomini di Bar Kokhba. Adriano chiamò in aiuto il suo generale, Giulio Severo, dalla Britannia, che condusse le sue truppe fino al Danubio.

I romani subirono inizialmente la distruzione di un’intera legione, con 4000 morti. La vendetta di Roma si scatenò con enorme ferocia: secondo lo storico antico Dione Cassio, le operazioni romane in Giudea fecero 580.000 morti, devastando 150 città fortificate e radendo al suolo 985 villaggi. Una parte consistente della popolazione venne ridotta in schiavitù.

La punizione che Adriano pensò per la provincia ribelle fu piuttosto pesante: il territorio venne ribattezzato Siria e Palestina, abolendo il nome della Giudea dalle mappe romane. Gerusalemme venne ribattezzata “Aelia Capitolina”, in onore di se stesso e di Giove Capitolino, e venne avviata la ricostruzione della città secondo lo stile architettonico greco. 

In questo modo, la sanguinosa repressione romana, oltre ad essere arrivata ai limiti del genocidio, aveva posto fine alla secolare indipendenza politica ebraica all’interno dell’ordine Imperiale romano.

Le riforme legali e sociali di Adriano

Adriano non si occupò solamente di visitare l’impero e di prendere una serie di provvedimenti militari e organizzativi. Egli fu anche autore di una vastissima serie di riforme legali e sociali.

Con la collaborazione del giurista Salvio Iuliano, Adriano eseguì il primo tentativo di codificare in maniera definitiva il diritto romano: nell’opera di revisione adrianea, le azioni legali dei pretori divennero degli statuti fissi, che non potevano più essere oggetto di interpretazione o di modifica da parte di altri magistrati, se non l’imperatore in persona.

Adriano, riprendendo una procedura avviata da Domiziano, creò anche il consultivo legale dell’imperatore, il “Consilia Principis”, un organo permanente composto da assistenti legali regolarmente stipendiati.

Questo provvedimento segnò il superamento delle tradizioni repubblicane e alto Imperiali, per cui il diritto romano era qualcosa che veniva creato al momento, al bisogno dello specifico magistrato, in un sistema giuridico completamente aperto e che si rinnovava in continuazione. La riforma apriva la strada ad una burocrazia, con funzioni amministrative fisse e con regole immodificabili.

Adriano sdoganò anche una importante divisione e discriminazione tra i cittadini: gli uomini più ricchi, quelli più influenti o dal rango più elevato, vennero conosciuti con il termine di “Honestiores”, e godettero di un vantaggio fondamentale: essere soggetti a pene più lievi in corrispondenza della gran parte dei reati. 

Le persone di basso rango, chiamate “Humiliores“,  subivano invece una sorte diversa: per gli stessi reati potevano essere soggetti a pene fisiche estreme, compreso il lavoro forzato nelle miniere, la partecipazione ai lavori pubblici o forme di servitù a tempo determinato.

Un altro esempio pratico era il reato di tradimento: per gli “Honestiores” la peggiore punizione poteva essere la decapitazione, senza torture, mentre gli “Humiliores” avrebbero potuto subire crocifissioni, condanne al rogo, o la condanna ad essere sbranati dalle bestie nelle arene.

Se prima il diritto romano applicato al cittadino era tecnicamente privo di favoritismi, la riforma di Adriano rese istituzionali delle differenze tra categorie di cittadini. Dopo la sua riforma, il prestigio, il rango, la reputazione e il valore morale di una persona, erano elementi che facevano palesemente e ufficialmente la differenza all’interno del diritto romano.

Un altro provvedimento di Adriano fu quello di chiarire le competenze di alcuni funzionari locali eletti dalla classe media, i Decurioni, che erano responsabili della gestione degli affari ordinari e quotidiani delle province. Sempre seguendo la sua riforma, i decurioni entrarono a far parte degli “Honestiores”, assieme ai soldati veterani e alle loro famiglie, mentre tutti gli altri, compresi i liberti e gli schiavi, vennero considerati come “Humiliores”.

Per quanto riguarda la schiavitù, questo era un concetto che Adriano approvava e che trovava moralmente accettabile. Nonostante ciò, l’imperatore limitò le punizioni fisiche che potevano essere subite dagli schiavi.  Ai padroni venne fatto divieto di vendere gli schiavi ad addestratori di gladiatori, e di castrarli o amputare mani e piedi.

Adriano si mostrò anche tradizionalista: una serie di provvedimenti imposero degli standard di abbigliamento, soprattutto per gli “Honestiores”, che prevedevano di indossare la toga quando si trovavano in pubblico e di mantenere in generale un atteggiamento coerente con il loro status. Vi fu anche una rigida separazione tra i sessi nei teatri e nei bagni pubblici e in altre occasioni mondane.

Il problema della successione

Adriano aveva compiuto una serie sterminata di viaggi, emanato innumerevoli provvedimenti sia di natura militare che legislativa. Ma sul far della vecchiaia, l’imperatore iniziava a sentire con urgenza il problema della successione imperiale.

Il matrimonio che aveva contratto con Sabina era stato senza figli. In cattive condizioni di salute, capì di avere poco tempo. Nel 136 d.C adottò uno dei consoli ordinari di quell’anno, Lucio Ceionio Commodo, che venne ribattezzato Lucio Elio Cesare.

Non si sa esattamente per quale motivo Adriano puntò tutta la sua attenzione su questo personaggio: secondo lo storico moderno Girolamo Carcopino, probabilmente Elio Cesare era il figlio naturale di Adriano. 

Altri ipotizzano invece che l’adozione di Elio Cesare da parte di Adriano fu solamente un tentativo di riconciliarsi con una delle più importanti famiglie senatoriali, i cui membri principali erano stati giustiziati subito dopo la successione dell’imperatore, senza un particolare interesse per quella specifica persona.  

Fatto sta che Elio Cesare, anche lui di salute cagionevole, morì improvvisamente di tubercolosi, lasciando Adriano senza la prospettiva di un successore.

Adriano adottò allora un’altra persona: Tito Ario Antonino, il futuro imperatore Antonino Pio, che aveva servito sotto di lui come proconsole in Asia. L’adozione di Antonino ebbe però delle condizioni ben precise: nell’interesse della stabilità dinastica, Adriano comandò ad Antonino di adottare a sua volta Lucio Ceionio Commodo, figlio del defunto Elio Cesare, e un giovane ragazzo, Marco Aurelio.

Anche in questo caso, non sappiamo esattamente le motivazioni di queste scelte. Ceionio Commodo, essendo figlio di Elio Cesare, potrebbe essere una persona a cui Adriano era sentimentalmente legato, ma Marco Aurelio non aveva delle particolari motivazioni per essere scelto. Probabilmente ad unirli furono le loro origini comuni, in quanto anche Marco Aurelio proveniva dalla Spagna, o forse Adriano aveva percepito in quel ragazzo delle capacità di comando e un equilibrio interiore particolare.

Gli ultimi anni di Adriano furono segnati da conflitti e infelicità: le sue adozioni si dimostrarono impopolari, anche perché vi erano tanti altri pretendenti alla successione che avevano maggiore merito, come il cognato, Urso Serviano,  che sebbene fosse piuttosto vecchio, era tecnicamente in linea di successione sin dall’inizio del regno di Adriano. 

Nel 137 d.C venne tentato probabilmente un colpo di stato ai suoi danni: Adriano se ne accorse in tempo e ordinò che tutti i partecipanti fossero messi a morte.

Adriano, ormai malato, pregò più volte di essere aiutato a suicidarsi, ma questo atto estremo sembra gli sia stato impedito più volte dai suoi principali consiglieri. 

La morte di Adriano

Tra diverse sofferenze, Adriano morì nell’anno 138 d.C, esattamente il 10 luglio, nella sua villa a Baia, all’età di 62 anni. Dione Cassio, nella sua Historia Augusta, ci riporta i dettagli della sua salute cagionevole e delle ultime settimane di vita. Il corpo venne trattenuto a Pozzuoli, vicino a Baia, in una tenuta che a suo tempo era appartenuta a Cicerone

Poco dopo, le sue spoglie furono trasferite a Roma e sepolte nei giardini di Domizia, vicino al suo mausoleo. Quando la sua tomba venne ultimata, le sue ceneri vennero deposte dal suo successore, Antonino Pio.

Il Senato si dimostrò riluttante a concedere ad Adriano degli onori divini, dati i cattivi rapporti che erano stati sviluppati nel corso del tempo, ma Antonino Pio convinse gli aristocratici a procedere con la pratica, minacciando addirittura di rifiutare la sua posizione di imperatore e creare una crisi di stato.

Il Senato, accettò di divinizzare la figura di Adriano e conferì ad Antonino il titolo di “Pio “, in riconoscimento del suo amore nei confronti del padre adottivo e della solerzia con cui stava ottemperando alle indicazioni testamentarie di Adriano.

La congiura di Pisone. Il grande complotto per uccidere Nerone

La congiura di Gaio Calpurnio Pisone fu un complotto ordito nel 65 d.C per uccidere l’imperatore Nerone. Nonostante le macchinazioni dei congiurati non andarono a buon fine, la cospirazione di Pisone conferma come la classe dirigente romana e gli alti rappresentanti dell’esercito mal sopportassero il governo dell’imperatore, che aveva assunto ormai un atteggiamento del tutto dispotico.

La congiura di Pisone fu un fallimento, soprattutto per ripetute fughe di informazioni che si verificarono prima dell’esecuzione, e si concluse con un totale di 41 condanne a morte.

Le motivazioni della congiura

La tradizione romana afferma che i primi cinque anni di governo di Nerone furono particolarmente illuminati, sia per l’influenza della madre, Agrippina Minore, sia per la presenza del celebre filosofo Seneca, che fungeva da mentore e consulente dell’imperatore. 

Ma una serie di elementi, fra cui la quantità di nemici politici, le grandi responsabilità e le sfide che si trovava di fronte, portarono Nerone a perdere gradualmente il controllo e ad uccidere sistematicamente una serie di familiari e di appartenenti alla sua corte, sviluppando un carattere impossibile, caratterizzato da decisioni improvvise, frutto della paranoia, che stavano minando la stabilità dell’impero.

Da diverso tempo, negli ambienti aristocratici, si meditava di uccidere Nerone e di sostituirlo con un’altra personalità, proveniente dall’aristocrazia senatoria o dagli alti comandi dell’esercito.

L’organizzazione della congiura e le rivelazioni di Epicharis

Gaio Calpurnio Pisone era un importante statista romano, attivo come oratore e letterato, e punto di riferimento di quanti stavano accumulando odio nei confronti dell’ imperatore. Secondo le fonti antiche che ci parlano della cospirazione, prevalentemente Plutarco e Tacito, Pisone intendeva far assassinare Nerone e sostituirlo come imperatore, facendosi acclamare dalla guardia pretoriana. 

Secondo altre interpretazioni, ma che hanno indizi piuttosto deboli, l’obiettivo della congiura era la restaurazione della Repubblica, la forma di governo precedente all’Impero.

La cospirazione prese corpo nel 65 d.C, ottenendo il sostegno di diversi importanti senatori, cavalieri e generali. Secondo Tacito, tra i personaggi più importanti che parteciparono alla cospirazione vi fu un tribuno di nome Sabius Flavus e un centurione di nome Sulpicio Afer, che aiutò in maniera determinante Pisone ad organizzare i dettagli della cospirazione.

Tuttavia la congiura fu messa in grave pericolo dall’imprudenza di una donna, Epicharis. La ragazza era amica, o forse amante, di Volusius Proculus, il comandante della flotta romana stanziata nella città di Miseno. Proculo si lamentava regolarmente del fatto che l’imperatore non gli volesse concedere i premi militari che gli sarebbero spettati. Capendo la posizione di Proculus, Epicharis si decise ad informarlo della congiura in corso.

La ragazza aveva fatto male i calcoli: Proculus, pensando al contrario di guadagnarsi il favore di Nerone, informò prontamente l’imperatore della cospirazione e la donna fu subito arrestata. La ragazza cercò di negare con forza le accuse, ma venne torturata brutalmente e l’imperatore, ormai, scatenò i suoi informatori. La cospirazione ebbe una grave battuta d’arresto.

 Tragico fu il destino di Epicharis : per ottenere maggiori informazioni su quanto si stava meditando contro Nerone, i soldati la stavano accompagnando in una cella per torturarla una seconda volta, ma la donna preferì suicidarsi, strangolandosi con la sua stessa cintura.

Un nuovo tentativo di congiura

I cospiratori avevano fatto un primo buco nell’acqua: nelle ore immediatamente successive alla morte di Epicharis, una parte di loro pensò di uccidere Nerone nella sua villa di Baia, ma ad un esame più attento il piano risultava troppo improvvisato e rischioso. Appunto per questo motivo, i congiurati preferirono compiere l’attentato direttamente a Roma, durante i giochi che lo stesso Imperatore aveva organizzato.

Il prefetto della guardia pretoriana Fenio Rufo, avrebbe condotto Pisone al campo pretorio, dove i soldati lo avrebbero acclamato come imperatore, mentre Nerone moriva.

Ma anche questa volta le cose andarono male: la mattina in cui si doveva svolgere il complotto dei congiurati, il 19 aprile, un Liberto di nome Milikus informò il segretario di Nerone, Epafrodito, che il suo ex padrone Scervino stava organizzando qualcosa, dal momento che aveva ricevuto l’ordine di affilare un coltello e preparare delle bende.

Scervino fu così scoperto: inizialmente riuscì a sviare i sospetti, affermando che il coltello gli serviva per ben altro e che il suo ex schiavo non aveva capito le sue istruzioni. Ma la sua versione non convinse Epafrodito: sotto la minaccia della tortura e grazie ad ulteriori prove fornite dalla moglie di Milikus, che aveva riferito di un lungo incontro tra Scervino e Antonio Natalis, un altro cospiratore, Scervino confessò.

Venne consegnato per punizione al prefetto del Pretorio Fenio Rufo, ma per evitare di essere torturato, Scervino incolpò anche lui di voler partecipare alla congiura. Nel frattempo, un altro cospiratore, Subrius Flavus, espresse apertamente il suo odio per Nerone in tribunale, forse nel tentativo di portare il popolo della sua parte, ricordando come l’Imperatore si fosse lasciato andare all’omicidio della madre, a diversi crimini cruenti e quanto fosse ridicolo quando si esibiva come auriga e attore.

La cospirazione era ormai stata del tutto scoperta: Nerone ordinò a Pisone, al filosofo Seneca, al nipote di Seneca, Lucano, e al satirico Petronio di suicidarsi. Molti furono invece uccisi dalla sua guardia pretoriana.

In totale, 41 persone vennero accusate di far parte della cospirazione, tra cui 19 senatori, 7 appartenenti alla classe degli Equites, 11 soldati e 4 donne. La gran parte dei cospiratori venne uccisa o fu costretta al suicidio. Altri vennero esiliati o subirono delle pesanti emarginazioni e l’annullamento dei loro privilegi. Pochissimi i perdonati o gli assolti.

Industria: aumento congiunturale del 3,1%

A giugno si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, registri un aumento congiunturale del 3,1%, risultante da una crescita su entrambi i mercati (+4,7% quello estero e +2,1% quello interno). Nel secondo trimestre l’indice complessivo evidenzia un incremento del 5,2% rispetto ai tre mesi precedenti (+5,5% sul mercato interno e +4,8% su quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a giugno gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per tutti i principali settori: l’energia (+6,0%), i beni intermedi (+5,0%), i beni di consumo (+2,6%), i beni strumentali (+0,3%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2020), il fatturato totale cresce in termini tendenziali del 28,4% (+30,2% sul mercato estero e +27,5% sul mercato interno).

Per quanto riguarda gli indici corretti per gli effetti di calendario riferiti ai raggruppamenti principali di industrie, si registrano marcati incrementi tendenziali per tutti i settori: +54,3% l’energia, +35,4% i beni intermedi, +31,0% i beni strumentali e +14,1% i beni di consumo (+26,4 i beni non durevoli e +11,6 quelli durevoli).

Con riferimento al comparto manifatturiero, si evidenziano aumenti tendenziali per tutti i settori di attività economica, ad eccezione dell’industria farmaceutica con una variazione pressoché nulla (-0,1%).

Covid-19: la FDA approva definitivamente il Pfizer-BioNTech

La Food and Drug Administration americana ha concesso la piena approvazione al vaccino contro il coronavirus di Pfizer-BioNTech per le persone di età pari o superiore a 16 anni, rendendolo il primo a superare lo stato di utilizzo di emergenza negli Stati Uniti.

La decisione scatenerà una cascata di richieste di vaccini da parte di ospedali, college, aziende e altre organizzazioni. Il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III invierà linee guida ai 1,4 milioni di membri del servizio attivo del paese che richiedono che siano vaccinati.

United Airlines ha recentemente annunciato che i suoi dipendenti saranno tenuti a mostrare la prova della vaccinazione entro cinque settimane dall’approvazione.

L’approvazione arriva quando la lotta contro la pandemia si è nuovamente intensificata, con la variante Delta altamente infettiva che ha rallentato drasticamente i progressi che gli Usa avevano compiuto nella prima metà dell’anno. L’amministrazione Biden spera che lo sviluppo motiverà almeno alcuni dei circa 85 milioni di americani non vaccinati.

Mentre milioni di persone hanno già ricevuto in modo sicuro vaccini Covid-19, riconosciamo che per alcuni, l’approvazione di un vaccino da parte della FDA può ora infondere ulteriore fiducia per essere vaccinati“, ha affermato in una dichiarazione la dott.ssa Janet Woodcock, commissario ad interim della FDA. . “Il traguardo di oggi ci avvicina di un passo all’alterazione del corso di questa pandemia negli Stati Uniti

Pfizer ha dichiarato di aver presentato alla FDA i dati di 44.000 partecipanti a studi clinici negli Stati Uniti, nell’Unione europea, in Turchia, in Sud Africa e in Sud America. La società ha affermato che i dati hanno mostrato che il vaccino era efficace al 91 percento nel prevenire l’infezione, un leggero calo rispetto al tasso di efficacia del 95 percento che i dati hanno mostrato quando la FDA ha deciso di autorizzare il vaccino per l’uso di emergenza a dicembre. Pfizer ha affermato che la diminuzione riflette il fatto che i ricercatori hanno avuto più tempo per analizzare le persone che sono state infettate.

Un recente sondaggio della Kaiser Family Foundation, che ha monitorato gli atteggiamenti pubblici durante la pandemia, ha rilevato che tre persone non vaccinate su 10 hanno affermato che avrebbero maggiori probabilità di essere vaccinate con un vaccino che fosse completamente approvata.

Ma i sondaggisti e altri esperti hanno avvertito che la percentuale potrebbe essere esagerata. “Penso che sia un numero incredibilmente piccolo di persone nella vita reale“, ha detto Alison Buttenheim, professore associato di infermieristica presso l’Università della Pennsylvania ed esperta di esitazione ai vaccini.

L’azione normativa offre ai medici più margine di manovra per prescrivere una terza dose del vaccino Pfizer ai pazienti, ma i funzionari federali hanno fortemente scoraggiato le persone dal cercare colpi extra fino a quando i regolatori non decideranno che sono sicuri ed efficaci. In attesa dell’autorizzazione normativa, il governo federale prevede di iniziare a offrire colpi di richiamo per gli adulti il ​​prossimo mese.

Il vaccino continuerà ad essere autorizzato per l’uso di emergenza per i bambini dai 12 ai 15 anni mentre Pfizer raccoglie i dati necessari richiesti per la piena approvazione. Una decisione sull’autorizzazione del vaccino per i bambini di età inferiore ai 12 anni potrebbe essere necessaria almeno per diversi mesi e il Dr. Woodcock ha affermato che a nessun bambino di quell’età dovrebbe essere somministrato alcun vaccino contro il Covid-19 perché i regolatori mancano di dati sulla sicurezza.

Finora, più di 92 milioni di americani – il 54% di quelli completamente vaccinati – hanno ricevuto l’iniezione di Pfizer. La maggior parte del resto ha ricevuto il vaccino di Moderna.

Il Dr. Peter Marks, il principale regolatore dei vaccini della FDA, ha affermato che la licenza del vaccino Pfizer ha seguito una rigorosa revisione di centinaia di migliaia di pagine di dati e includeva ispezioni delle fabbriche in cui viene prodotto il vaccino. “Il pubblico e la comunità medica possono essere certi che, sebbene abbiamo approvato rapidamente questo vaccino, era pienamente in linea con i nostri standard elevati esistenti per i vaccini negli Stati Uniti“.

Le agenzie sanitarie federali continueranno a monitorare la sicurezza del vaccino e la FDA richiederà a Pfizer di continuare a studiare i rischi di miocardite, un’infiammazione del muscolo cardiaco e pericardite, un’infiammazione della membrana che circonda il cuore, compreso i risultati a lungo termine per i destinatari. La FDA a giugno ha allegato avvertimenti ai vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna rilevando un possibile aumento del rischio di tali condizioni dopo la seconda dose.

Sebbene Pfizer sia ora libera di commercializzare il farmaco con il nome di Comiraty, la società ha affermato che solo il governo federale distribuirà le dosi negli Stati Uniti.

Esperti sanitari e funzionari statali hanno accolto favorevolmente lo sviluppo. Con la variante Delta che fa aumentare il numero di casi in tutto il paese, “la piena approvazione non potrebbe arrivare in un momento più importante“, ha affermato il dott. Richard Besser, presidente della Robert Wood Johnson Foundation ed ex direttore ad interim dei Centers for Disease Control and Prevention. Ha invitato le scuole e le imprese a richiedere la vaccinazione prima di consentire alle persone di radunarsi in casa.

Meno di due mesi dopo che sembrava aver frenato la diffusione del virus, gli Stati Uniti ora registrano una media di circa 150.000 nuovi casi al giorno e oltre 90.000 pazienti Covid-19 ricoverati. Una media di circa 1.000 al giorno muoiono di Covid-19, un bilancio che gli esperti sanitari federali hanno recentemente liquidato come altamente improbabile, prima che la variante Delta prendesse piede. Anche molti bambini sotto i 12 anni stanno diventando infetti.

Alcuni esperti hanno stimato che la piena approvazione potrebbe convincere solo il 5% di coloro che non sono vaccinati. Anche se è così, “è ancora un’enorme fetta di persone”, il dottor Thomas Dobbs, capo dell’ufficiale sanitario per il Mississippi, uno stato particolarmente colpito dalla variante Delta. Ha detto che la concessione di licenze aiuterà a “sciogliere questa falsa affermazione secondo cui i vaccini sono una cosa “sperimentale”.

Il dottor Marks, il regolatore dei vaccini, ha citato una serie di altri miti sui vaccini come uno dei principali ostacoli alla lotta contro la pandemia, comprese false affermazioni secondo cui i vaccini avrebbero causato infertilità. “Queste affermazioni non sono vere”, ha detto.

I regolatori stanno ancora esaminando la domanda di Moderna per la piena approvazione del suo vaccino. Questa decisione potrebbe richiedere diverse settimane. Si prevede che Johnson & Johnson richiederà presto la piena approvazione.

Caracalla: lo spietato imperatore che rese tutti cittadini romani

Marco Aurelio Antonino, meglio conosciuto come Caracalla, è stato un imperatore romano che ha governato dal 198 al 217 d.C. Figlio maggiore di Settimio Severo e di Giulia Domna, governò per un breve periodo assieme a suo fratello Geta, che tuttavia venne brutalmente assassinato proprio da Caracalla.

Divenuto unico imperatore, Caracalla dovette affrontare un periodo particolarmente instabile, dominato da invasioni esterne, prevalentemente da parte di popoli germanici, e alcune urgenti riforme interne. L’atto più noto di Caracalla è certamente la “Constitutio Antoniniana”, nota anche come “Editto di Caracalla”, dove l’imperatore concesse la cittadinanza romana a quasi tutti gli uomini liberi che risiedevano nell’Impero. 

Si tratta di un provvedimento molto discusso dagli storici, tra chi interpreta questa mossa come una pietra miliare della storia romana e chi è più critico nei confronti di una misura che ha, in un certo senso, svuotato la cittadinanza del suo significato.

Giovinezza e ascesa al potere

Caracalla nacque a Lugdunum, nelle Gallie, ora Lione in Francia, il 4 aprile del 188 d.C. Suo padre, Settimio Severo, era un acclamato generale di origini puniche, mentre la madre, Giulia Domna, era una nobildonna romana particolarmente potente. Il 9 aprile del 193 d.C suo padre fu proclamato imperatore dai soldati, dando inizio alla dinastia dei “Severi”.

La carriera di Caracalla fu spianata dal padre: all’età di soli 5 anni, esattamente il 28 gennaio del 198 d.C., Severo nominò Caracalla “Augusto” e imperatore a pieno titolo con lui. Così, nel giorno in cui si celebrava il trionfo di Settimio Severo sull’impero dei Parti e il saccheggio della loro capitale Ctesifonte, il giovanissimo Caracalla venne anche insignito del titolo di pontefice massimo, la massima autorità religiosa. Suo fratello più piccolo, Geta, fu proclamato invece “Nobilissimo Cesare”, sempre lo stesso giorno.

Il padre proseguì la sua azione che mirava a concedere al figlio tutti gli onori necessari per governare da successore: fu inserito nel collegio sacerdotale dei fratelli Arvali nel 199 d.C, e nello stesso anno ottenne il titolo di “Padre della Patria”. Nel 202 d.C, oltre ad essere eletto console, Caracalla sposò la figlia di un aristocratico, Claudiano, Fulvia Plautilla.

In realtà, Caracalla odiava Plautilla, ma i piani di suo padre per garantirgli la successione ebbero la meglio e il matrimonio venne celebrato il 15 aprile.

Nel 205, Caracalla venne eletto console per la seconda volta, in compagnia del fratello minore Geta. Proprio in quell’occasione, fece giustiziare Claudiano per tradimento, ma è molto probabile che  Caracalla abbia costruito delle prove fasulle solo per potersi liberare di un pretendente al trono e di un aristocratico che minacciava il suo potere.

Colse anche l’occasione per divorziare da sua moglie, che morì di lì a poco, probabilmente per ordine dello stesso Caracalla.

Mentre Caracalla governava con mano ferma e dimostrava già una certa dose di violenza nei confronti degli oppositori, la madre, Giulia Domna aumentava la sua influenza negli affari della famiglia Imperiale. Attuando una sorta di “Mecenatismo“, Domna attirò a Roma tutta una serie di pensatori, filosofi e scrittori e iniziò ad amministrare alcuni aspetti finanziari dell’impero.

L’impero di Caracalla e Geta

Il 4 febbraio del 211 d.C, il padre di Caracalla e Geta, Settimio Severo, morì, lasciando l’impero nelle piene mani dei due figli, che governavano come imperatori a pari titolo e a pari merito.

La prima azione ufficiale dei due nuovi imperatori fu quella di concludere una pace con la tribù britannica dei Caledoni, ponendo fine all’invasione romana della Caledonia iniziata nel 208 e riposizionando il confine settentrionale dell’impero sul Vallo di Adriano. Nonostante questa decisione congiunta, già durante il viaggio di ritorno a Roma, mentre trasportavano ancora le ceneri di loro padre, Caracalla e Geta litigarono continuamente, dimostrando rapporti estremamente ostili e inconciliabili.

Consapevoli che una condivisione del potere non sarebbe stata possibile, Caracalla e Geta coltivarono l’idea di dividere l’Impero in due parti esatte, seguendo la linea del Bosforo. Caracalla avrebbe dovuto governare i territori ad ovest, mentre Geta avrebbe avuto giurisdizione ad est. Ma la madre Giulia Domna, avendo a cuore l’unità dell’impero, riuscì ad imporre il proprio parere e a scongiurare questa possibilità.

Caracalla e Geta vissero così nel palazzo imperiale in continua inimicizia e contrasto: secondo le fonti antiche, non si incontravano mai, se non adeguatamente scortati dalle guardie del corpo, e la madre doveva fare continuamente da mediatrice tra le due personalità.

Il 26 dicembre del 211 d.C, Caracalla propose a Geta un incontro, formalmente mirato ad una riconciliazione, ma in realtà si trattava di una trappola: i membri della Guardia pretoriana fedeli a Caracalla, assassinarono Geta direttamente nel palazzo imperiale: il ragazzo morì fra le braccia della madre.

A Caracalla non bastò: l’ormai unico imperatore diede inizio ad una sistematica persecuzione dei sostenitori di Geta e ordinò per il fratello una pena nota come “Damnatio memoriae”, con cui si eliminavano tutte le tracce di una persona per impedire che i posteri avessero ricordo di lui. Le esecuzioni di Caracalla, fra sostenitori, membri dell’esercito e guardie del corpo, toccarono l’impressionante cifra di 20.000 persone.

Il regno di Caracalla come unico Imperatore: le missioni militari contro Germani e Parti

La politica militare di Caracalla fu particolarmente generosa nei confronti dei soldati: aumentò la paga annuale del legionario medio portandola a duemila sesterzi, elargendo diversi donativi e benefici. Sicuramente, Caracalla non dimenticò mai il consiglio di suo padre, che sul letto di morte gli disse: “Curati dell’esercito e di null’altro”.

Ma Caracalla non si limitò solamente ad aumentare il benessere economico dei soldati, ma a condividere con loro il campo e le fatiche. Adottava spesso i loro costumi e secondo le fonti antiche cucinava personalmente il suo pranzo, esattamente come faceva qualsiasi altro legionario.

Nel 203 d.C, Caracalla lasciò Roma e non ci sarebbe mai più ritornato. La sua prima preoccupazione, di natura militare, fu quella di recarsi sui confini settentrionali per trattare con la tribù germanica degli Alemanni, che avevano sfondato i confini romani in Rezia e minacciavano la tranquillità dell’impero. Le trattative durarono pochissimo e si passò immediatamente all’azione armata. 

Durante le campagne militari del 213 e 214, Caracalla riuscì ad ottenere delle prime vittorie, utilizzando un misto di forza e di diplomazia. L’imperatore pensò nel frattempo di rafforzare le fortificazioni che si trovavano nella zona della Rezia e della Germania superiore, note come “Agri Decumates “, un’operazione estremamente utile, che garantì altri 20 anni di stabilità al territorio.

Nella primavera del 214 d.C, Caracalla spostò la sua attenzione sulle provincie orientali, in particolare in quelle di Asia e Bitinia. In poco tempo, raggiunse la città di Nicomedia, passò ad Antiochia e raggiunse nel 215 d.C Alessandria, sul delta del Nilo.

E qui si verificò un atto di estrema violenza: quando la popolazione egizia venne a sapere dell’omicidio di Geta, alcuni satiri realizzarono piccoli poemi ironici contro l’imperatore. Caracalla, infuriato, massacrò un gran numero di notabili egizi che si erano radunati davanti alla città per salutare il suo arrivo. Inoltre, diede ordine alle sue truppe di saccheggiare Alessandria per diversi giorni.

Nella primavera del 216 d.C, Caracalla ritornò ad Antiochia per gestire i rapporti con l’impero dei Parti.  Inizialmente l’imperatore cercò di utilizzare la diplomazia: inviò dei messaggeri al Re partico, Artabano V, offrendosi di sposare sua figlia. Artabano si rese immediatamente conto che dietro la proposta di matrimonio si nascondeva la chiara volontà di Roma di estendere il dominio sui territori della Partia e declinò la proposta.

Caracalla concepì quindi un’operazione militare in grande stile: stabilì la sua base operativa nella città di Edessa, odierno sud-est della Turchia, dove raccolse circa 16000 uomini. Sembra che l’esercito non venne organizzato secondo le tradizionali tecniche e armamenti romani. Caracalla ammirava immensamente la figura di Alessandro Magno e delle sue conquiste, e così sembra abbia preparato l’esercito organizzandolo in falangi in stile macedone, nonostante questa formazione tattica fosse ormai obsoleta da diversi secoli.

Alcuni storici suggeriscono che Caracalla si sia semplicemente ispirato alla falange macedone, senza la volontà di dispiegarsi sul campo con una tattica tanto vecchia, ma è sicuro che l’influenza della memoria di Alessandro Magno fu decisiva, anche perché Caracalla si comportava esattamente come il grande condottiero macedone, sia nei modi di vita che nella ritrattistica commissionata ai suoi artisti di corte.

La mania di Caracalla per le gesta di Alessandro Magno si spinse talmente oltre che durante una sua visita nella città egiziana di Alessandria, mentre si preparava per l’invasione contro i Parti, decise di perseguitare e far giustiziare i filosofi della scuola aristotelica, semplicemente perché era venuto a conoscenza di una leggenda, del tutto infondata, secondo cui lo stesso Aristotele avrebbe avvelenato Alessandro Magno.

Quando la stagione lo permise, gli scontri con Artabane cominciarono, ma la campagna si interruppe quasi subito per l’improvvisa morte dell’imperatore.

La “Constitutio Antoniniana” o editto di Caracalla

Uno degli atti per cui Caracalla è passato alla storia è certamente un editto con cui concesse la cittadinanza a tutti gli adulti liberi nell’Impero. Prima di questo editto, solo i coloni romani che abitavano da tempo varie città dell’impero erano cittadini, mentre molti altri, nuovi immigrati, ausiliari dell’esercito e popolazioni recentemente sottomesse, non godevano dei diritti della cittadinanza. 

Nel 212 d.C, Caracalla emanò un editto ufficiale, noto come “Constitutio Antoniniana”, con cui tutti gli uomini liberi che risiedevano nei confini dell’Impero romano divennero automaticamente cittadini romani, ad eccezione di pochissime fasce della popolazione, tra cui gli schiavi e i cosiddetti “Dediticii“, persone che si erano appena arrese a Roma per via della guerra.

Questa misura si presta a diverse interpretazioni: secondo lo storico romano Cassio Dione, l’Editto di Caracalla fu uno stratagemma per aumentare le persone tassabili all’interno dell’impero. Roma, effettivamente, stava attraversando una situazione finanziaria difficile e aveva bisogno di allargare la platea dei contribuenti. L’editto ampliava di molto l’obbligo di servizio pubblico e, attraverso le tasse di successione, l’impero aumentò drasticamente il suo gettito fiscale.

Vi è anche da osservare, però, che la gran parte degli uomini che ricevette la cittadinanza romana non era particolarmente ricca, e anche i provinciali, che avevano un reddito tendenzialmente basso, godettero della stessa misura. 

Un altro scopo di questo editto, come potrebbero confermare alcune iscrizioni all’interno del papiro su cui venne steso il testo del provvedimento, potrebbe essere stata la voglia di Caracalla di placare l’ira degli Dei dopo l’omicidio di Geta.

In fondo, Caracalla aveva ucciso suo fratello ed era riuscito a non subire particolari conseguenze.

Molto religioso, Caracalla potrebbe aver sviluppato un timore nei confronti degli Dei: secondo l’interpretazione degli storici moderni Rowan e Goldsworthy, Caracalla avrebbe potuto emanare questo editto per garantirsi un buon rapporto con gli Dei romani, tramite un importante regalo nei confronti di tutti i cittadini. 

A voler “difendere” Caracalla, si potrebbe invece considerare che le periferie dell’impero stavano diventando particolarmente importanti, sia per quanto riguarda la leva dei nuovi soldati, sia per questioni amministrative, e la concessione della cittadinanza potrebbe essere vista come un atto naturale e fisiologico di una Roma in continua espansione, che ormai domina incontrastata tutta la zona Europea.

La morte di Caracalla  e la sua eredità

All’inizio del 217 d.C, Caracalla si trovava ancora nella città di Edessa, pronto a proseguire le ostilità contro i Parti.  Il giorno 8 aprile, l’imperatore era in viaggio per visitare un tempio nei pressi della città di Carre, odierna Turchia meridionale, dove nel 53 a.C i romani avevano subìto una pesantissima sconfitta proprio per mano dei Parti. 

Secondo le fonti antiche, Caracalla si era inimicato un soldato, Marziale, rifiutandosi di concedergli la promozione al rango di centurione, e il prefetto del pretorio di Caracalla, Macrino, colse l’opportunità di usare Marziale per porre fine al regno dell’imperatore e prendere il suo posto. Per questo motivo, mentre Caracalla si era appartato momentaneamente per urinare, Marziale lo avrebbe raggiunto e lo avrebbe pugnalato a morte. 

Subito dopo, Macrino fece giustiziare Marziale, liberandosi di uno scomodo testimone. Tre giorni dopo, nascondendo quanto avvenuto, Macrino inviò una comunicazione al Senato con cui diceva che i suoi soldati, ancora sconvolti per la morte improvvisa di Caracalla, lo avevano nominato come nuovo Imperatore e che le emergenze militari lo avevano costretto ad accettare la carica.

Caracalla non fu soggetto a “Damnatio Memoriae” dopo il suo assassinio: il Senato aveva con lui un cattivo rapporto, soprattutto per la sua cattiveria, per l’omicidio di Geta e per lo scarso rispetto che mostrava nei confronti dell’aristocrazia. Ma la sua popolarità presso i militari impedì di prendere drastici provvedimenti contro la sua memoria, e lo stesso Macrino non potè dichiararlo apertamente nemico pubblico.

Macrino fu in grado solamente, soprattutto per non scontentare il Senato, di far rimuovere segretamente e con prudenza le statue di Caracalla dalla vista del pubblico.

Nonostante questo, Macrino dovette avviare il processo di divinizzazione e commemorazione ufficiali di Caracalla.

Il giudizio su Caracalla è piuttosto controverso: la maggioranza delle fonti antiche puntano l’attenzione sulla sua crudeltà, lo presentano come un tiranno crudele e un sovrano selvaggio. L’omicidio di suo fratello Geta è certamente una macchia sulla sua vita che non può essere ignorata. Ma anche i massacri successivi, avvenuti per una serie di motivazioni, a volte anche futili, non possono che consegnarci una memoria negativa di questo imperatore.

Caracalla, in realtà, assomiglia più ad un soldato che ad un imperatore: le sue campagne militari, eccetto quella in Germania, non hanno avuto importanti risultati, e le sue misure di politica interna sono abbastanza controverse, tra chi vede nella “Constitutio Antoniniana” una grande scelta in favore del Popolo romano, e chi la considera solamente uno stratagemma per aumentare le entrate fiscali.

Caracalla, in ultima battuta, si inserisce perfettamente nella dinastia degli imperatori-soldato, che gestiscono con mano ferma un impero gigantesco ma che, al momento opportuno, mancano di attuare le riforme necessarie per supportare una società civile che inizia a dare segni di cedimento.

Afghanistan, le donne fantasma

Dopo il ritorno a Kabul da parte dei talebani, le strade della capitale afghana sono quasi del tutto prive di donne.

Le donne che si trovano in strada sono completamente coperte dal tradizionale burqa e dai vestiti neri, lunghi comunemente indossati in Medio oriente. C’è una nota costante in quelle donne che vedi fare la spesa a Kabul: sono accompagnate da un uomo. Non possono più uscire da sole. I talebani lo hanno chiarito bene, una donna che gira da sola porterà una violazione dell’onore di tutta la famiglia di appartenenza. E si sa, la mancanza di onore in Afghanistan è un fatto grave.

Le donne hanno paura, chiunque riferisce o invia tramite i social fotografie rappresenta donne impaurite, che guardano sempre in basso e sono sempre attente che non arrivi qualche gruppo di talebani che controllano la città. Le donne e le ragazze che vivono da sole, dato che non hanno un tutore maschio, ora non possono nemmeno uscire di casa.

Centinaia di persone hanno cercato di issare la bandiera tricolore dell'Afghanistan
Centinaia di persone hanno cercato di issare la bandiera tricolore dell’Afghanistan

Da quando i talebani hanno ripreso il controllo completo dell’Afghanistan tutti i centri educativi, le scuole, le università, gli edifici governativi e gli uffici privati ​​sono stati chiusi.

La proprietaria del ristorante Taj Begum, ha scritto sulla sua pagina social: “Il mondo è cambiato per noi per sempre. Taj Begum non c’è più”. Lei, insieme a molte imprenditrici, ha chiuso il suo ristorante dopo la caduta di Kabul. In tutta la città la presenza delle forze dell’ordine è completamente scomparsa  tutti i mezzi una volta utilizzati dalla polizia sono stati presi  dai talebani utilizzano per scorrazzare in città senza alcuna regola.

I talebani controllano tutti gli uffici governativi a Kabul, e la loro bandiera bianca ha sostituito la bandiera della repubblica afgana.

Centinaia di persone hanno cercato di issare la bandiera tricolore dell’Afghanistan nella provincia di Nangarhar per l’anniversario dell’indipendenza dell’Afghanistan, ma sono state raggiunte dal fuoco dei talebani.

La testimonianza di Malala Yousafzai

I talebani – che fino alla perdita del potere 20 anni fa hanno vietato a quasi tutte le ragazze e le donne di frequentare la scuola e hanno inflitto dure punizioni a coloro che li hanno sfidati – hanno ripreso il controllo. Come molte donne, temo per le mie sorelle afghane.

Malala Yousafzai
Malala Yousafzai

Non posso fare a meno di pensare alla mia infanzia. Quando i talebani hanno preso il controllo della mia città natale nella valle dello Swat in Pakistan nel 2007 e poco dopo hanno vietato alle ragazze di ricevere un’istruzione, ho nascosto i miei libri sotto il mio lungo e pesante scialle e sono andata a scuola spaventata. Cinque anni dopo, quando avevo 15 anni, i talebani hanno cercato di uccidermi per aver parlato del mio diritto ad andare a scuola.

Non posso fare a meno di essere grata per la mia vita ora. Dopo essermi laureata l’anno scorso e aver iniziato a ritagliarmi il mio percorso professionale, non riesco a immaginare di perdere tutto, tornare a una vita definita per me da uomini armati.

Le ragazze e le giovani donne afgane sono di nuovo dove sono stata io, disperate al pensiero che non avrebbero mai più potuto vedere un’aula o tenere in mano un libro. Alcuni membri dei talebani affermano che non negheranno alle donne e alle ragazze l’istruzione o il diritto al lavoro. Ma data la storia dei talebani di reprimere violentemente i diritti delle donne, le paure delle donne afghane sono reali. Già, stiamo sentendo segnalazioni di studentesse allontanate dalle loro università, di lavoratrici dai loro uffici.

Le persone fuggono a migliaia e abbiamo bisogno di aiuti umanitari immediati in modo che le famiglie non muoiano di fame o mancanza di acqua pulita. I poteri regionali dovrebbero essere attivi nella protezione delle donne e dei bambini. I paesi vicini – Cina, Iran, Pakistan, Tagikistan, Turkmenistan – devono aprire le loro porte ai civili in fuga. Ciò salverà vite umane e aiuterà a stabilizzare la regione. Devono inoltre consentire ai bambini rifugiati di iscriversi alle scuole locali e alle organizzazioni umanitarie per creare centri di apprendimento temporanei nei campi e negli insediamenti.

Cleopatra: era davvero bella come la immaginiamo?

Cleopatra era veramente quella donna bellissima che tutti immaginiamo?

Quando pensiamo a Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, la mente visualizza naturalmente una donna di straordinaria bellezza e avvenenza. Per chi ama i film di Hollywood, il ricordo va immediatamente all’attrice Liz Taylor, che ha  magistralmente interpretato la regina egiziana in una pellicola indimenticabile.

Antonio e Cleopatra – La perla – Antonio Gionima

Ma diversi appassionati di storia non hanno potuto fare a meno di notare che in diverse monete l’immagine di Cleopatra è molto meno avvenente di quanto ci aspettiamo: naso aquilino, mento pronunciato e sopracciglia folte.

La domanda, dunque, sorge spontanea: Cleopatra era veramente quella donna di grande avvenenza che tutti immaginiamo?

La bellezza di Cleopatra nelle fonti antiche

La prima fonte con cui possiamo cercare di rispondere alla domanda è certamente la serie di resoconti che gli autori antichi hanno dedicato a questa importante figura storica. Secondo Plinio il Vecchio, (Nat. Ist. 9.58.1),  Cleopatra non era altro che “una regina meretrice”, dedita alla prostituzione e senza la minima moralità. 

Anche lo storico Dione Cassio, che scrive però nel III secolo d.C, e dunque a grande distanza dai fatti,  sembra allinearsi con l’interpretazione di Plinio. Cassio (Storia Romana,  (42.34.4) racconta che Giulio Cesare, quando incontrò Cleopatra, nel 48 a.C, venne colpito “da una donna di straordinaria bellezza, che era nel pieno della sua giovinezza e particolarmente avvenente”  e ancora, facendo riferimento al suo funerale, “anche vestita a lutto, era meravigliosamente attraente”.

Questi due autori, particolarmente importanti e affidabili nei loro resoconti, confermano l’immagine che tutti abbiamo di una regina d’Egitto dalla bellezza fuori dal comune, capace di far innamorare gli uomini al primo sguardo.

Bisogna però osservare che entrambi gli autori potrebbero essere stati influenzati dalla propaganda di Ottaviano Augusto: nella sua guerra contro Marco Antonio, Ottaviano aveva tutto l’interesse a presentare Cleopatra come una donna bellissima, capace di obnubilare la mente e la volontà del generale romano.

In altre parole, l’immagine di Cleopatra e la sua naturale bellezza, potrebbero essere state enfatizzate per propaganda politica.

Un resoconto più equilibrato ci viene da Plutarco. Anche questo importantissimo autore scrive parecchi secoli dopo gli avvenimenti, ma si riconosce a Plutarco una analisi puntuale dei fatti. Plutarco racconta che “coloro che avevano visto Cleopatra, sapevano che né in giovinezza né in bellezza era superiore ad Ottavia “, la sorella di Ottaviano Augusto.

Questo potrebbe portarci a pensare che Cleopatra non fosse dotata di una bellezza fuori dal comune, ma che si trattasse di una bella donna, aiutata non tanto da lineamenti straordinariamente irresistibili quanto da una personalità estremamente affascinante.

Effettivamente, Cleopatra parlava 7 lingue, era particolarmente istruita, e il suo carattere era permeato da una grande ambizione,  aspetto che ben si conciliava con la personalità di grandi generali come Giulio Cesare e Marco Antonio.

Analizzando le fonti antiche, potremmo quindi concludere che Cleopatra fosse una donna abbastanza bella, ma che il suo asso nella manica fosse racchiuso nella sua particolare e originale personalità.

La ritrattistica su Cleopatra

Un altro metodo che potremmo impiegare per rispondere alla domanda è quello di analizzare la ritrattistica dedicata a Cleopatra.  

Sappiamo che nel 34 a.C, quando Marco Antonio era impegnato nella conquista dell’Armenia, vennero fatte coniare delle monete che ritraevano lui stesso e Cleopatra. Analizzando le immagini a nostra disposizione, vediamo una donna dalle buone proporzioni, ma notiamo subito un naso pronunciato, così come anche il mento.

Anche in questo caso dobbiamo però pensare che le monete coniate vennero realizzate a fini propagandistici, e dunque i volti di Marco Antonio e di Cleopatra vennero parzialmente modificati per assomigliare ai grandi re e Faraoni del passato,  il che consisteva nell’accentuazione di alcuni lineamenti del volto.

Abbiamo un’altra moneta di argento, coniata poco prima della battaglia di Azio, 31 a.C, in cui Cleopatra viene ritratta con un naso più rotondo e delicato, sebbene sia un elemento ancora importante del suo volto, con dei lineamenti abbastanza gradevoli.

Altre monete, stavolta in bronzo, ritrovate ad Alessandria e vicino all’isola di Cipro, ritraggono Cleopatra con una fronte piatta, gli occhi grandi e leggermente appuntiti, quasi a mandorla, che rivelano le sue origini macedoni. In queste immagini, Cleopatra sembra una bella donna, che risponde abbastanza bene ai canoni di avvenenza dell’epoca, senza tuttavia apparire straordinaria.

Un altro elemento che potrebbe aiutarci sono le sculture di Cleopatra: non disponiamo di molti ritratti marmorei della regina egiziana. Ne abbiamo uno, considerato il più attendibile, ritrovato nel 1784 presso la via Appia e ora conservato nei Musei Vaticani. Il volto è abbastanza ben conservato, il naso è mancante, ma appare chiaro quanto i lineamenti siano piuttosto gradevoli.

Quale bellezza per Cleopatra? 

Come molto spesso accade, è probabile che la verità stia nel mezzo. Cleopatra non poteva essere una donna brutta o priva di un carisma fisico: Giulio Cesare e Marco Antonio erano due straordinari generali, che raggiunsero i vertici del potere romano. Considerato che nella loro condizione avrebbero potuto conquistare qualsiasi donna avessero voluto, non possiamo che riconoscere a Cleopatra una gradevolezza e una bellezza indiscutibile. 

Tuttavia, la ritrattistica che è giunta fino a oggi, ci conferma come Cleopatra avesse dei tratti a volte un po’ ” duri “, che fanno di lei una donna certamente bella, o come diremmo noi oggi “carina”, ma non dotata di quella insuperabile e quasi introvabile bellezza che Hollywood ci ha proposto.

Molto probabilmente, il successo di Cleopatra con gli uomini fu dovuto ad un insieme di fattori: la grande importanza che l’Egitto aveva per Roma, una presenza fisica di tutto rispetto, ma soprattutto un carattere, che, evidentemente, era capace di colpire e di rimanere impresso negli interlocutori.

Fonti

Original article: Was Cleopatra beautiful? by Branko van Oppen (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Alessandro Giusti

Giulio Cesare Germanico: vita e vittorie del vendicatore di Teutoburgo

Giulio Cesare Germanico è uno dei nomi più amati dagli appassionati di storia romana: grandissimo generale, è noto per aver vendicato la sconfitta di Teutoburgo, punendo gli uomini del ribelle Arminio, e aver ristabilito l’onore dei romani nei territori germanici.

Mappa dell’Impero romano alla massima espansione

Mappa massima espansione impero romano

La sua spedizione in Germania era sul punto di riconquistare l’intera provincia, quando l’imperatore Tiberio, per una serie di considerazioni militari e politiche, gli ordinò di sospendere le operazioni. La sua carriera proseguì in Oriente, dove perse la vita improvvisamente e in circostanze misteriose.

La giovinezza di Giulio Cesare Germanico

Giulio Cesare Germanico nacque nel 15 a.C da Nerone Claudio Druso, il figlio della moglie di Augusto, Livia, e da Antonia minore, la figlia della sorella di Augusto, Ottavia.

Già il padre aveva ottenuto delle consistenti vittorie militari in Germania e il soprannome del ragazzo, “ Germanico”, gli venne assegnato proprio per onorare i risultati militari del genitore.

La carriera di Germanico proseguì rapidamente: facendo parte della famiglia imperiale aveva un evidente vantaggio politico, e già all’età di vent’anni, nel 7 d.C, si candidò e ottenne la carica di questore. Divenne poi console nel 12 d.C, e si dimostrò da subito uno dei personaggi più promettenti della famiglia di Augusto.

La sua giovinezza fu segnata da due episodi molto gravi: il primo fu l’improvvisa morte del padre, che dopo aver sottomesso le tribù germaniche fino a toccare il fiume Elba, cadde rovinosamente da cavallo, rompendosi un femore e perdendo la vita in pochi giorni.

Il secondo fu la disastrosa sconfitta di Teutoburgo, quando il generale Publio Quintilio Varo, tradito dal capo della tribù alleata dei Cherusci, Arminio, venne attirato in una imboscata: in tre giorni, tre intere legioni romane andarono completamente distrutte e il dominio di Roma nella neocostituita provincia di Germania compromesso per sempre.

La disfatta di Teutoburgo aveva gettato Augusto nella disperazione: il suo prestigio politico era fortemente influenzato dalle conquiste in Germania, e anche le risorse finanziarie della famiglia Imperiale risentivano in maniera importante delle conquiste in quel territorio.

Augusto aveva ordinato un reclutamento obbligatorio di quanti più uomini possibili, per scongiurare una coalizione germanica contro Roma e per recuperare il terreno perso.

Alla guida di questo esercito, raccolto nel più breve tempo possibile, vennero assegnati due generali: il primo era il giovane Tiberio, che diventerà imperatore, e il secondo fu proprio Germanico, che raggiunse il luogo per emulare le gesta del padre.

L’esercito aveva bisogno di denaro: così venne avviata la riscossione di tributi presso le ricche città della Gallia del nord, mentre gli uomini si preparavano alla spedizione.

Le prime mosse di Germanico in Germania

Dopo la morte di Augusto, occorsa nel 14 d.C, Tiberio venne nominato suo successore e Germanico rimase l’unico generale a condurre le operazioni.

Questa fase non fu affatto facile: i soldati erano stati inviati sul territorio con la forza, non avevano intenzione di combattere e temevano per la loro vita. Germanico cercò di convincerli con grandi discorsi, mostrando addirittura delle false lettere firmate dall’imperatore Tiberio con cui venivano concesse straordinarie donazioni, ma la situazione rimaneva estremamente critica.

Più di una volta Germanico rischiò di essere sopraffatto dal malcontento dei propri uomini, forse fino ad essere ucciso.

Germanico aveva bisogno di una immediata vittoria per sollevare il morale dei propri uomini: per fortuna, alcuni esploratori lo informarono che la vicina popolazione dei Marsi, alleata dei Cherusci, era impegnata in una serie di festeggiamenti.

Gli uomini erano completamente ubriachi, e sarebbero stati per lo più indifesi. Muovendo il suo esercito, silenziosamente, verso il territorio dei Marsi, Germanico diede ordine ai suoi soldati di precipitarsi sul nemico, facendone strage.

Quella facile e subitanea vittoria, con tutto il bottino che ne seguì, aumentò la sua popolarità presso i soldati. Una sorte simile toccò ad un’altra tribù, quella dei Catti, che vennero completamente sottomessi. La campagna militare iniziava così sotto i migliori auspici, e i soldati avevano sviluppato finalmente fiducia nel loro generale.

La campagna militare nel profondo della Germania

Nonostante questi primi ed evidenti successi, Germanico sapeva che non avrebbe sempre incontrato tribù ubriache, ed era necessario sviluppare una strategia efficace.

I principali accampamenti dei romani in quel territorio erano a quell’epoca Mogontiacum e Castra Vetera, che rappresentarono i punti di partenza per tutte le successive incursioni.

La strategia di Germanico si basava sulla divisione dell’esercito in più colonne indipendenti, che avrebbero percorso il territorio contemporaneamente per attaccare il nemico in maniera inaspettata, ma anche per darsi manforte l’una con l’altra in caso di pericolo.

L’esercito di Germanico si divise in tre: una colonna guidata da lui in prima persona, la seconda dal suo comandante in seconda, il generale Aulo Cecina Severo, e la terza guidata da Silio.

In questo modo, Germanico fu in grado di penetrare nel territorio con grande rapidità fino a raggiungere la tribù dei Cauci, che si arrese quasi senza combattere.

Nel bel mezzo della spedizione, Germanico riuscì finalmente a ritornare sui luoghi di Teutoburgo.

Fu un momento di grande emozione per l’esercito: i Germani avevano lasciato deliberatamente i corpi dei romani insepolti, ad imperitura memoria del loro successo e come trofeo di guerra.

I legionari, tra la commozione generale, ricomposero e seppellirono con grande rispetto i resti dei loro commilitoni, caduti diversi anni prima, e furono in grado di recuperare persino due delle tre insegne militari che erano state rubate durante l’imboscata.

A questo punto, Germanico cercò di individuare Arminio e i suoi uomini per compiere la sua vendetta: gli esploratori segnalarono la presenza del principe dei Cherusci in una zona non molto lontana, e Germanico mandò la sua cavalleria per coglierlo di sorpresa. Ma Arminio, con una manovra a tenaglia, mise immediatamente i cavalieri romani in crisi, costringendoli a ritirarsi precipitosamente.

La stagione adatta per i combattimenti volgeva al termine, e Germanico fu costretto a rimandare le operazioni, ritornando con i soldati presso gli accampamenti di Castra Vetera. Sul territorio, rimaneva però la colonna guidata da Cecina, che fu presa da un’imboscata.

I Germani misero in grave difficoltà l’esercito di Cecina, il quale fu costretto ad affrontare dei momenti drammatici e per poco non fece la stessa fine di Varo. Per fortuna, Cecina era un generale con trent’anni di esperienza: riuscì a mantenere il controllo sui propri uomini, anche con atti eroici, come quello di sdraiarsi sulla porta dell’accampamento per impedire agli uomini di scappare, e riuscì, seppur faticosamente, a disimpegnarsi, ritornando agli accampamenti.

Verso lo scontro con Arminio

Germanico capì che le sue spedizioni ottenevano dei buoni successi, ma non erano sufficienti per riprendere il controllo del territorio. Inoltre i rischi, come quello affrontato da Cecina , rimanevano enormi.

Confrontando i suoi movimenti con quelli di suo padre Druso, si rese conto che era necessario raggiungere il nord della Germania, e passare attraverso il mare, dove la tribù dei Frisi aveva da tempo stretto accordi con i romani, e sarebbe stata favorevole al passaggio delle legioni.

Seguendo questa nuova strategia, Germanico fece costruire un’enorme flotta costituita da ben mille navi da guerra, che condusse attraverso il Mare del Nord per cogliere le tribù barbare alle spalle.

Sbarcato con successo è addentratosi nel profondo della Germania, ricevette finalmente la notizia che Arminio e i suoi uomini si stavano avvicinando per un battaglia risolutiva.

Le battaglie Idistaviso e del Vallo Angrivariano

Il primo vero confronto di Germanico contro Arminio si svolse in una zona nota come Idistaviso. La battaglia fu particolarmente complessa: dapprima Germanico riuscì a varcare il fiume Weser, e a posizionare i suoi uomini all’interno di un accampamento protetto. Grazie ad una efficace attività di intelligence, venne a sapere per tempo che i Germani avrebbero condotto un attacco notturno: così gli uomini, anzichè prepararsi per dormire, sia appostarono adeguatamente preparati dietro le palizzate, e furono in grado di resistere all’attacco.

Il giorno dopo, finalmente, gli uomini di Germanico affrontarono sul campo quelli di Arminio.

L’attenta disposizione dei legionari permise di avere la meglio sulla carica dei Germani. Anche le famigerate incursioni dei guerrieri di Arminio, che sbucavano improvvisamente dalle foreste, erano state previste, e l’esercito romano riuscì ad ottenere la vittoria. Arminio venne quasi ucciso, ma riuscì a scampare per un pelo, probabilmente coprendosi il volto per non farsi riconoscere.

La colonna romana, disimpegnata dal primo combattimento, si mosse verso nord, ma il passo venne sbarrato da un vallo che era stato costruito dalla tribù degli Angrivari.

Gli avversari iniziarono a bersagliare i legionari con ogni sorta di frecce e di giavellotti, e i legionari vennero messi effettivamente in difficoltà. Ma Germanico fece arretrare i suoi uomini, in modo tale che uscissero dalla gittata delle armi nemiche, e utilizzando efficaci attrezzi di artiglieria riuscì a condurre un contrattacco.

La vittoria romana fu totale: 50.000 Germani persero la vita in quella che fu, in tutto e per tutto, la rivincita di Roma su Teutoburgo .

La scelta di Tiberio e il ritiro delle truppe

Germanico aveva ottenuto delle vittorie particolarmente importanti, e le resistenze dei germani erano quasi completamente fiaccate. Arminio era sfuggito miracolosamente alla cattura, ma i suoi uomini non rappresentavano più un pericolo. Diverse tribù avevano inviato messaggeri di pace a Roma, riconfermando la loro fedeltà.

La campagna militare di Germanico, probabilmente, avrebbe ricondotto l’intero territorio sotto il definitivo potere di Roma, o comunque, avrebbe consentito di riprendere quel processo di romanizzazione che Teutoburgo aveva interrotto.

Ma qui entrarono in gioco le considerazioni dell’imperatore Tiberio: il processo di romanizzazione della Germania era stato compromesso, e farlo ripartire sarebbe stato estremamente costoso. Inoltre, la sicurezza del confine sul Reno si poteva ottenere con una lungimirante disposizione dell’esercito, e con un gioco di alleanze e di protettorati con le tribù confinanti.

Inoltre, Germanico era alla testa di decine di migliaia di uomini che lo veneravano come un generale invincibile: poteva rappresentare un pericolo per il potere Imperiale.

Per tutti questi motivi, Tiberio scelte di richiamare Germanico a Roma, tributandogli il trionfo, ma posizionando definitivamente il confine romano sul fiume Reno, interrompendo, questa volta per sempre, la romanizzazione della Germania fino al fiume Elba.

Fu in questa occasione che Germanico ebbe la sua principale occasione di sfidare il potere di Tiberio e di sostituirsi a lui. Sua moglie, Agrippina, premeva fortemente per questa soluzione, ma dopo una profonda valutazione, Germanico scelse di non mettere in discussione l’autorità Imperiale e di accettare l’ordine di Tiberio.

Il trionfo per Germanico ebbe un sapore dolce-amaro: da un lato la reputazione dei romani era stata pienamente ristabilita, e soprattutto era stata scongiurata una pericolosissima coalizione germanica. Ma rimase sempre il rimpianto di non aver completato una spedizione militare che avrebbe esteso il dominio romano su quasi tutto il mondo conosciuto.

La missione in Oriente

All’indomani dei festeggiamenti, Tiberio conferì a Germanico un’autorità suprema su tutti i territori che si trovavano ad Est del mare Adriatico: si trattava di un potere che non era mai stato concesso a nessun governatore prima di lui, ed era un atto propedeutico ad una nuova missione, stavolta in Oriente.

Le province romane orientali si trovavano in una situazione di instabilità, e Tiberio pensò di inviare Germanico sia per risolvere la situazione, ma anche per allontanare un possibile pretendente al trono da Roma.

Germanico raggiunse la nuova base militare romana, posizionata presso la città di Antiochia, in Siria, per prendere il comando delle operazioni.

Il problema principale di Germanico, stavolta, non fu di natura militare. Il suo vero avversario era Gneo Calpurnio Pisone, un altro governatore, nominato sempre da Tiberio, che entrò quasi subito in contrasto con lui.

Sia Germanico che Pisone pensavano che l’uno violasse la giurisdizione dell’altro, e molto spesso le loro azioni non si conciliavano.

Germanico, nonostante le intromissioni di Pisone, organizzò un incontro con il re alleato di Armenia, Artassia, e concordò con lui l’insediamento di un governatore filoromano nella zona.

Dopo ciò, Germanico concentrò le sue forze sull’Egitto. Nella provincia egizia erano state segnalate delle carestie, la popolazione era vicina alla ribellione ed era necessario intervenire immediatamente. Giunto sul luogo, Germanico pensò di risolvere i problemi abbassando il prezzo del grano, e costruendo dei nuovi depositi per un miglior rifornimento della regione.

Il piano funzionò, ma l’azione di Germanico non piacque a Tiberio. Egli aveva deciso di sua iniziativa di modificare il prezzo del grano in una provincia strategicamente rilevante come quella egizia, senza avvisare l’imperatore, il che aveva messo in ombra Tiberio: questo costò a Germanico una severa reprimenda.

Quando Germanico ritornò in Siria, ebbe un’amara sorpresa: Pisone aveva annullato tutti i suoi provvedimenti. La convivenza tra lui e Pisone non era più possibile: le relazioni fra i due divennero pessime.

In questa circostanza, Pisone decise di abbandonare il comando, rimettendosi alle decisioni di Tiberio.

La morte di Germanico

Mentre era preoccupato per la situazione orientale, e in pieno contrasto con Pisone, Germanico, improvvisamente, si ammalò.

La febbre si impossessò di lui, e Germanico, in poche settimane, morì ad Antiochia, il 10 ottobre del 19 d.C. Alcune fonti antiche suggeriscono che sul suo corpo vi fossero delle tracce di veleno, probabilmente somministrato da emissari di Pisone, forse dietro ordine di Tiberio, che era eccessivamente preoccupato per la reputazione di Germanico.

La moglie di Germanico, Agrippina, fu la principale sostenitrice dell’esistenza del complotto per togliere la vita al marito: tornata a Roma, cercò per anni di denunciare l’accaduto e di convincere il popolo che il marito era stato ucciso, mettendosi in aperto contrasto con Tiberio.

Le prove della colpevolezza di Tiberio e di Pisone non vennero mai trovate, ma ormai da secoli grava il sospetto che la morte di Germanico sia stata un atto politico deciso dall’imperatore.

Comunque, le grandi vittorie di Germanico, l’aver vendicato l’onta di Teutoburgo, l’aver sottomesso le tribù germaniche, nonché la sua morte avvenuta in circostanze misteriose, resero questo straordinario generale e la sua memoria leggendarie.

Nella mente e nel cuore dei romani, il nome di Germanico rimase sempre carissimo e la sua influenza nella storia non può passare inosservata: oltre alle sue vittorie di natura militare, Germanico fu anche determinante per la successione Imperiale: suo figlio sarà infatti il futuro imperatore Caligola.

Kathy Hochul. La prima governatrice di New York

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Gli scandali scoppiati per le accuse di molestie sessuali verso il governatore Andrew M. Cuomo daranno a New York il suo primo governatore donna: Kathy Hochul.

Cuomo ha annunciato le sue dimissioni, effettive tra due settimane. Ciò è avvenuto dopo che un’indagine del procuratore generale dello stato ha scoperto che Cuomo ha molestato sessualmente più donne e mentre i procedimenti di impeachment contro il governatore stavano aumentando.

Ora, la costituzione dello Stato dice che Hochul subentrerà per il resto del mandato di Cuomo, che scade nel 2023. Lei potrebbe decidere di candidarsi per avere un nuovo mandato completo.

Hochul è stata al fianco di Cuomo per sei anni come sua vice, ma è stata in gran parte al di fuori della sua cerchia ristretta perché la natura del suo lavoro è stato più di rappresentanza che politica.

La nuova governatrice è popolare tra i democratici di New York, Hochul ha un curriculum di ruoli politici locali, statali e nazionali – e quel curriculum è stato influenzato più volte da uomini che poi hanno avuto problemi legali. In cima alla lista c’è Cuomo.

Hochul non ha mai appoggiato il suo alleato politico su questa faccenda: “Credo a queste donne“, ha detto in una dichiarazione dopo la pubblicazione del rapporto. Inizialmente ha smesso di esortare Cuomo a dimettersi, ma subito dopo che lo ha fatto, ha dichiarato di essere d’accordo con la sua decisione.

Hochul non è molto conosciuta a New York City, ma è un membro del Partito Democratico. E forse, cosa più importante per i Democratici di New York, è completamente libera da problemi legali. Ha iniziato la sua carriera politica come assistente del senatore Daniel Patrick Moynihan, un’icona della politica di New York, lavorando nella contea di Erie.

Quando New York ha ridisegnato i suoi distretti congressuali dopo il censimento del 2010, rendendo il suo distretto ancora più conservatore, ha perso la sua candidatura per la rielezione del 2012 contro il repubblicano Chris Collins. (Collins è diventato un fedele alleato del presidente Donald Trump, e in seguito si è dimesso e si è dichiarato colpevole di insider trading e false dichiarazioni.)

Nel 2014, Hochul è tornata politicamente attiva, unendosi a Cuomo per un secondo mandato come sua vice. Hanno vinto di nuovo insieme nel 2018.

La reazione dell’opinione pubblica all’elezione di Hochul al posto di Cuomo è stata ampiamente, pubblicamente positiva. “Ho piena fiducia che il tenente governatore Hochul stabilirà un’amministrazione professionale e capace“, ha dichiarato il leader della maggioranza al Senato Charles E. Schumer, aggiungendo di aver parlato con Hochul in privato.

So che il nostro stato è in buone mani con il tenente governatore Kathy Hochul al timone“, ha affermato il procuratore generale di New York Letitia James, che ha supervisionato l’indagine su Cuomo. Quando la corsa per l’elezioni da governatore si apriranno nel 2022, Hochul e James sarebbero entrambi seri contendenti se decidessero di correre.

Prima degli scandali di Cuomo, il futuro politico di Hochul sembrava destinato a essere di nuovo il numero 2 per un quarto mandato il prossimo anno.

Nel 2008, David Paterson è diventato il primo governatore nero di New York dopo che Eliot Spitzer si è dimesso per uno scandalo di prostituzione. A quel tempo, Cuomo era il procuratore generale dello stato.