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Senegal. Scoperto il laboratorio di scheggiatura dove i cacciatori-raccoglitori lavoravano la pietra novemila anni fa

Nel cuore della valle del Falémé, in Senegal, recenti scavi archeologici hanno gettato nuova luce sulle comunità di cacciatori-raccoglitori che popolavano l’Africa occidentale circa novemila anni fa. Il sito denominato Ravin Blanc X è stato oggetto di una lunga campagna di ricerca guidata dall’Università di Ginevra, che ha permesso di recuperare le tracce di uno straordinario laboratorio di scheggiatura della quarzite e i resti di un antico focolare. Rispetto ad altre regioni del mondo, dove le grotte custodiscono intatti reperti preistorici, le condizioni climatiche e geologiche dell’Africa occidentale hanno reso estremamente raro il ritrovamento di siti. . .

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Serbia. Trovati i resti di un orso, ucciso durante dei giochi gladiatori

A Viminacium, antica città romana situata nell’attuale Serbia orientale, un recente studio archeologico ha portato alla luce una scoperta eccezionale: la prima prova diretta dello scontro fra gladiatori e orsi bruni nei giochi dell’anfiteatro romano. Da tempo esistevano testimonianze scritte che narravano di queste cruente esibizioni, in cui bestie feroci venivano opposte a uomini armati davanti a una folla assetata di spettacolo, ma fino a oggi mancavano evidenze materiali inequivocabili. Il ritrovamento di un cranio di orso bruno, risalente a circa 1.700 anni fa, ha cambiato radicalmente la percezione di questi combattimenti, offrendo uno spaccato vivido della. . .

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Come vivevano i pompeiani? la vita quotidiana a Pompei

C’era un tempo, non così lontano, in cui Pompei si svegliava con il canto degli uccelli e si addormentava con il sussurro del vento tra le tegole, sospesa nel limbo tra la grandezza di Roma e la furia improvvisa di un Vesuvio silenzioso. Ma ciò che rende Pompei immortale non sono le sue rovine, ma quella pulsazione antica, il respiro di una città operosa e indomita, che la fece diventare il simbolo della vitalità estenuante e mai domata dei suoi abitanti.

Per capire davvero cosa significasse vivere a Pompei bisogna immergersi nell’intreccio dei suoi vicoli alla luce dell’alba, percepire l’odore di pane fresco che si spande dai forni, ascoltare il vociare dei mercanti e il passo affrettato degli schiavi che trasportano anfore di vino, contenitori di olio e casse di frutta. Sin dalle prime ore del giorno, appena la luce rosata del mattino lambiva il selciato delle strade principali, la città riprendeva vigore. Pompei, già nel VI secolo a.C., era crocevia di genti mercanti e popoli diversi, un mosaico umano in cui convivevano Osci, Greci, Etruschi, Sanniti e, infine, i Romani. Secondo Strabone, questa pluralità etnica riviveva in ogni piazza, in ogni mercato, nei riti pubblici e domestici che scandivano la vita cittadina.

Nonostante l’assenza di energia elettrica e le notti rischiarate solo dalle fioche lucerne d’olio, la città era governata dai ritmi della natura, ma nulla nel suo ticchettio era noioso o ripetitivo. Anzi, Pompei sprigionava ovunque vitalità, rumore, movimento. I suoi abitanti erano abituati a svegliarsi alle primissime ore, intorno all’hora prima diurna quando il sole iniziava appena a salire e le botteghe venivano aperte dai negozianti, uomini e donne di ogni ceto. Le fontane pubbliche diventavano così il cuore pulsante della città: lì si radunavano schiavi, bambini, matrone per attingere acqua, per scambiare brevi saluti, per origliare pettegolezzi o semplicemente lavarsi il volto. L’acqua corrente nelle domus era un lusso di pochi, la maggior parte ricorreva ai fontanili, ai bagni pubblici, alle terme.

Era nelle terme che la città trovava il suo vero centro di aggregazione. Non si trattava solo di igiene, ma di socialità, di politica, d’affari e piaceri. I cittadini si incontravano nelle grandi sale termali per discutere di contratti, per stringere amicizie, per allenarsi nei ginnasi. Lo stesso motto “mens sana in corpore sano” assumeva qui un significato tangibile: le terme erano palestra del corpo e della mente, integrate nella routine di uomini liberi e schiavi, di patrizi e plebei. Ognuno trovava a Pompei il proprio spazio nella scena urbana, a partire dalle terme, cuore d’una socialità che faceva della città il centro di una piccola rivoluzione quotidiana.

Al volgere dello sguardo verso il foro – il grande cuore amministrativo e commerciale – si incontravano magistrati, clienti, venditori, avvocati, mendicanti. Il foro era il crocevia di tutte le attività, dove pubblico e privato si mescolavano, dove il potere si esercitava non dietro porte chiuse, ma alla luce del sole e del giudizio popolare. Le iscrizioni osche e latine, i graffiti innalzati dalle mani anonime, mantenevano vivo il ricordo di una città dialettica e combattiva, capace di dibattere con passione questioni pubbliche e personali davanti allo sguardo di tutti. In tal senso Pompei rifletteva la polifonia del Mediterraneo, accogliendo usi, costumi e persino credenze religiose provenienti da ogni angolo dell’Impero.

L’universo dei mestieri, delle arti e dei commerci era sterminato. Qui ogni strada era costellata di botteghe: fabbri, ceramisti, panettieri, tessitori, tintori, vetrai, banchieri. Le iscrizioni ci restituiscono orgoglio di categorie intere: “Seavus Faber ferrarius”, “Crispus Panificatore”, “Aulius il tintore”. La città era un grande laboratorio, e ognuno era protagonista di una storia fatta di fatica, intelligenza e occasioni, come mostrano le tavolette cerate rinvenute nella casa di Lucio Cecilio Giocondo, banchiere che amministrava crediti e affari della comunità. L’artigianato pompeiano, oltre che sulle esigenze locali, si reggeva anche sulle esportazioni: le anfore pompeiane giungevano nei mercati di Roma, i tessuti e i vini erano apprezzati in tutto il golfo. Un’attività febbrile, testimoniata anche dalle tracce lasciate dagli strumenti di lavoro ritrovati sotto le ceneri.

Il cibo a Pompei racconta l’ingegno e la biodiversità di un popolo abituato all’abbondanza ma anche all’ingegno. Plinio il Vecchio, nella sua opera monumentale, elenca le decine di varietà di frutta e verdura usate dagli abitanti, dalla lattuga ai cavoli, dai legumi ai meloni. Il pane, diffuso già dal II secolo a.C., era fondamentale e prodotto nei numerosi forni disseminati per la città. Olio, vino, pesce e carni erano i cardini della dieta, con grande attenzione alle conserve e alla stagionalità. Le cene, raccontate nelle iscrizioni e nei testi poetici, erano veri rituali sociali: nei triclini, sdraiati secondo usanza aristocratica, i convitati gustavano antipasti di uova e ostriche, pietanze di pesce, carne, dolci e frutta, annaffiando il tutto col vino, spesso speziato o corretto con miele.

Dal punto di vista sociale Pompei rifletteva una stratificazione molto netta. L’ordine romano era squadrato in liberi, liberti e schiavi, ma la mobilità fra le classi era possibile. Gli schiavi potevano affrancarsi, i liberti divenire ricchi commercianti, i cittadini eleggibili alle cariche pubbliche se abbastanza influenti o generosi verso la comunità. Le iscrizioni e le dediche votive ne testimoniano l’orgoglio e le ambizioni: molti ex schiavi donarono monumenti ai Lari del proprio quartiere, lasciando incisa la traccia del proprio riscatto sociale.

La religiosità pompeiana era incredibilmente sincretica. La presenza di templi dedicati ad Apollo, a Venere Pompeiana, a Iside testimonia un pantheon dove divinità italiche, greche, egizie convivevano e si fondevano. Le edicole dedicate ai Lari tutelavano ogni incrocio, mentre nei larari domestici si compivano offerte quotidiane per proteggere la famiglia. La dimensione spirituale si respirava ovunque, tra le statue, i rilievi, le pitture che adornavano case e piazze. Alcune iscrizioni pubbliche parlano di processioni annuali, giochi religiosi, riti misterici che coinvolgevano indistintamente ricchi e poveri, uomini e donne, cittadini e stranieri.

Sul fronte dei divertimenti, Pompei non aveva rivali. Dall’anfiteatro – tra i più antichi del mondo romano – si udiva il ruggito della folla entusiasta, assetata di spettacoli cruenti, combattimenti di gladiatori e cacce di animali. Il celebre scontro del 59 d.C., raccontato da Tacito, provocò talmente tanto clamore e violenza da indurre il senato di Roma a sospendere i giochi per diversi anni. Tuttavia i pompeiani, come testimoniano numerosi graffiti, non persero mai il gusto dello spettacolo, che fosse teatrale, musicale o sportivo. Innumerevoli sono infatti le testimonianze di attività ludiche, giochi d’azzardo, musiche e danze, vissute sia nei luoghi pubblici che nelle case private più lussuose.

Il tempo libero tuttavia non era appannaggio di tutti: per molti, la giornata era una corsa fra mille piccoli lavori, riparazioni e commissioni. Le strade restavano “accese” per molte ore, animate da un’energia inesauribile. Solo verso il tramonto, Pompei vestiva una nuova atmosfera: le domus si illuminavano di candele, le strade divenivano più rischiose e la maggior parte degli abitanti si ritirava nella sicurezza della famiglia. Ma la notte, che in apparenza suggeriva silenzio, portava con sé nuove opportunità per chi cercava piaceri o fortuna. Talvolta, le locande e i lupanari restavano aperti, accogliendo chi desiderava prolungare il giorno oltre il naturale ciclo del sole.

Un aspetto particolarmente affascinante è quello dell’alfabetizzazione e della scrittura. Pompei è la città dei graffiti: ogni muro, ogni ingresso di casa, ogni colonna era uno spazio da occupare con messaggi d’amore, insulti, proclami politici, pubblicità per spettacoli o per le elezioni. Sono migliaia le frasi incise nella pietra da mani ignote: “Salve, guadagno!”; “Amo Asellina”; “Venite a vedere il nostro spettacolo!”. Attraverso di esse, Pompei rivive come una moltitudine di voci anonime, che resistono alla cancellazione del tempo.

Non manca la percezione del pericolo e della fragilità. Le fonti ricordano il terribile terremoto del 62 d.C., che devastò la città molto prima della grande eruzione. Gli edifici in parte crollati furono ricostruiti con energia, gli abitanti non abbandonarono mai la , continuando a vivere e a credere nel futuro. Pompei, seppure funesperanzastata da disgrazie, seppe sempre rialzarsi, reinventarsi, mantenere quella spinta vitale che la rese famosa fra le città della Campania.

Ogni gesto quotidiano – accendere un fuoco, cuocere il pane, affilare un coltello, lavare una tunica – assumeva un valore sociale, collettivo. La giornata pompeiana era fatta di innumerevoli piccoli riti che rafforzavano l’identità della città. Quello che si respirava tra i colonnati delle strade, nei mercati, davanti alle fontane era un senso di comunità profondo: Pompei non dormiva mai, perché ogni suo abitante aveva qualcosa da fare, qualcuno da amare, un piacere o un dovere a cui dedicarsi.

Poi, improvvisa, la fine. Negli scritti di Plinio il Giovane, un ragazzo in fuga da Stabia, i momenti dell’ultima eruzione si accendono come lampi. Il cielo si fa nero, la cenere comincia a cadere, il giorno si spegne. Ma l’ultimo ricordo che Plinio lascia tra le righe è quello di una città ancora viva, dove la preoccupazione e la solidarietà si mescolano, dove nessuno ha smesso di sperare o di aiutare il prossimo, dove ogni sussurro della notte sembra voler rimandare il sonno eterno.

Così Pompei ci ha regalato un’eredità fatta di passione, di creatività, di resistenza. Chi parla di Pompei oggi non può fare a meno di vedere, tra le sue pietre, non solo la morte ma soprattutto la celebrazione della vita. E, forse, proprio qui si cela il segreto della “città che non dormiva mai”: la consapevolezza che la grandezza di una civiltà sta nella somma dei piccoli gesti, nella capacità di vivere ogni giorno oltre il tramonto, pronti a ricominciare ancora e ancora.

Oggi chi passeggia tra i resti di Pompei potrebbe immaginare il rumore del mercato, il canto di una madre, il grido di un venditore, lo sguardo innamorato di due giovani su una soglia. Pompei, città che non dormiva mai, continua a vivere nel ritmo instancabile della curiosità umana: esempio e monito che ogni istante, anche il più banale, può diventare eterno nelle mani della storia.

Fonti:

  • Isidoro di Siviglia, Etymologiae 15.1.51 (origini del nome Pompei e trionfo di Ercole)
  • Servio, Commentario all’Eneide di Virgilio VII 662 (processione trionfale di Ercole a Pompei)
  • Strabone, Geografia 5.4.8 (composizione multietnica e descrizione urbanistica della città)
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 3.60-62; 17.26; 18.12, 19.24 (popolazione della Campania, agricoltura, alimenti)
  • Tacito, Annali 14.17 (rissa all’anfiteatro e sospensione dei giochi)
  • Lettere di Plinio il Giovane (testimonianza diretta dell’eruzione del 79 d.C.)
  • Graffiti, iscrizioni osche e latine, tavolette cerate, fonti raccolte in “Pompeii and Herculaneum: A Sourcebook”, Alison E. Cooley & M.G.L. Cooley, Routledge 2014

Scoperta nella necropoli etrusca del Palazzone un’urna con la testa di Medusa

PERUGIA – Nel corso di lavori di restauro ordinario nella necropoli del Palazzone, alle porte di Perugia, è emersa dagli strati millenari della storia una scoperta che ha sorpreso archeologi e storici. Una urna funeraria, ritrovata in un ipogeo risalente al III secolo a.C., rappresenta un enigma in grado di mettere in luce aspetti ancora poco noti delle pratiche rituali e delle credenze degli Etruschi della zona. L’oggetto, realizzato in travertino, mostra uno straordinario rilievo raffigurante la testa di Medusa, circondata da raffinati motivi floreali e iscrizioni in corsivo etrusco, ancora oggetto di studio e decifrazione.

Gli scavi nella. . .

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Giordania. A Jerash identificato il batterio della Peste di Giustiniano, la più antica pandemia della storia

A Jerash, in Giordania, un’équipe internazionale di ricercatori ha finalmente fornito una svolta fondamentale nella comprensione della più antica pandemia documentata dall’umanità: la Peste di Giustiniano. Questa epidemia, che imperversò tra il 541 e il 750 dopo Cristo, provocò la morte di un numero di persone compreso tra 25 e 100 milioni, cambiando per sempre il volto della civiltà mediterranea e mediorientale. Le ipotesi sulle cause e sull’origine della pandemia sono rimbalzate per secoli tra le pagine delle cronache antiche. Ora, grazie a uno studio interdisciplinare condotto da scienziati della University of South Florida e varie istituzioni. . .

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Medici, maghi e ciarlatani: incredibili rimedi nella Roma imperiale

Di notte, sui vicoli silenziosi della Suburra, tra ombre danzanti di fiaccole e miasmi che serpeggiano dagli acquitrini, un malato tenta il tutto per tutto rivolgendosi prima a un medico, poi si fa tentare dai sussurri di un mago e infine cede alle promesse di un ciarlatano. La scena non è inventata: nella Roma imperiale, il confine tra cura, superstizione e inganno era tanto labile quanto la speranza di sopravvivere a una febbre improvvisa o a una ferita infetta. In questa città che fu crocevia di popoli e idee, la ricerca della salute si colorava di rimedi straordinari, spesso assurdi, in un continuo confronto tra scienza, magia e truffa.

La medicina a Roma nacque tra i campi e le tradizioni orali della gens, affidata ai capifamiglia e alle donne che, con ricette tramandate di madre in figlia, tentavano di domare i malanni ordinari. Prima dell’arrivo della scienza ellenistica, domandare la guarigione era proprio della religione: a comandare era il favore delle divinità come Salus, Carna e Febris, e negli altari domestici si depositavano offerte e preghiere, invocando la sospensione del dolore. La medicina primitiva si affidava ai riti, ai filtri, ai bagni purificatori, alle parole incomprensibili sussurrate nel buio—un universo dove la guarigione si confondeva con l’esorcismo.

Le testimonianze di Catone il Vecchio sono un compendio di questi saperi arcaici. Nel suo manuale pratico per il buon paterfamilias, il “De Agri Cultura”, raccomanda la foglia di cavolo pestata per lenire i dolori delle articolazioni, la radice di melograno cotta nel vino per scacciare i vermi intestinali, infusi di finocchio contro il mal di testa e, soprattutto, celebra la supremazia dell’autocura rispetto ai medici stranieri. È una fiducia quasi religiosa nelle virtù contadine, che però mostra presto i suoi limiti davanti alle malattie più gravi e misteriose.

Proprio nel corso del I secolo a.C., con la conquista di territori e la fusione di culture, la città eterna vide un rapido fiorire della medicina scientifica greca. Personaggi come Asclepiade di Bitinia, Aulo Cornelio Celso e, più tardi, Galeno, portarono a Roma la pratica della diagnosi ragionata, della dissezione e della classificazione delle terapie. Celso, nel suo celebre “De Medicina”, codifica terapie razionali e innovative, come l’uso del salasso, dell’alimentazione bilanciata, del movimento come prevenzione e di interventi chirurgici efficaci; eppure perfino lui non rigetta del tutto l’uso di talismani e amuleti, la recitazione di formule di buon auspicio e l’invocazione degli déi durante le operazioni.

Eppure, anche nei momenti di massimo splendore della scienza, la città pullula di ciarlatani. Nei crocicchi e nei vicoli, soprattutto tra le classi popolari, prosperano improvvisati guaritori—barbieri, flebotomi, venditori di pomate e sanguisughe—e, come scrive Cicerone, “ad ogni ora del giorno esibiscono unguenti e pozioni urlando promesse di guarigione”. Gli amuleti abbondano: mani di corallo, occhi di vetro, falli in miniatura, ghiande d’argento da appendere al collo dei neonati per scacciare il malocchio; in casi più gravi si consultano maghi stranieri, specializzati in incantesimi di protezione, filtri d’amore e maledizioni scritte su lamine di piombo che vengono poi seppellite nei cimiteri per allontanare il male.

I rimedi usati dai ciarlatani romani sono un catalogo incredibile di bizzarrie: impacchi di sterco fresco mischiato al vino per le infezioni cutanee, impiastri a base di ceneri di topi arrostiti contro la calvizie, somministrazione di urina umana per depurare lo stomaco e placare le infiammazioni più ostinate. La bile di vipera veniva consigliata come rimedio portentoso per le affezioni oculari, mentre le ferite si cospargevano con miele e polvere di ossa carbonizzate. L’uso del latte d’asina era visto come panacea per febbri e convalescenza, e la saliva di cane, raccolta e spalmata sulle piaghe, era venduta come efficace cura anti-infiammatoria.

Nelle farmacie dell’epoca, il termine pharmakon abbracciava senza distinzione farmaci, veleni e amuleti. Numerose preparazioni mescolavano ingredienti animali, vegetali e minerali: infusi di aglio contro i dolori, roietto (papavero selvatico) e mandragora come anestetici durante gli interventi chirurgici, grasso d’oca per i disturbi uterini, carne e interiora di animali vari per curare ogni male noto. Plinio il Vecchio, nella sua “Historia Naturalis”, suggerisce il consumo di broccoli crudi prima dei banchetti per proteggere lo stomaco, e narra dell’abitudine diffusa tra le matrone di usare infusi di alloro, camomilla e calendula sia come rimedio per molti disturbi che come prodotti di bellezza.

Accanto a queste pratiche più o meno accettate, prosperava la magia come risorsa estrema e misteriosa. I Papiri Magici Greci conservano decine di formule, in latino e in greco, rivolte sia alla guarigione sia all’autodifesa magica. Alcuni suggeriscono di raccogliere erbe “al levare della luna nuova” e di pronunciare invocazioni a Ecate o a Ermes per ottenere la remissione dei sintomi. Non erano rari i rituali di trasmigrazione del male: una malattia ostinata veniva “trasferita” a un oggetto, una statuina o persino a un animale sacrificato. In altri casi si seppellivano tavolette magiche presso le tombe sperando di sigillare con esse la mala sorte.

In questa atmosfera di eterna incertezza, nemmeno il più colto dei medici poteva sempre permettersi di snobbare del tutto la superstizione. Galeno, autore universalmente celebrato, afferma che spesso si era costretti, per non perdere la fiducia dei malati, ad associare alle cure razionali il ricorso ad amuleti o formule ereditate dalla tradizione popolare. La suggestione psicologica, per quanto incompresa, trovava così pieno utilizzo in un contesto dove la fiducia nel mistero spesso superava quella nella scienza.

Quanto alla chirurgia, Pompei e Ercolano hanno restituito strumenti straordinari: bisturi a doppio taglio, scalpelli, aghi, trapani e persino dispositivi destinati alla riduzione dei traumi cranici, come il meningofilo, studiato per limitare i rischi di danno cerebrale. Ma la componente magica non era mai totalmente esclusa: alla vigilia di un’operazione, si bruciavano incensi, si gettavano preghiere alle divinità e si recitavano parole rituali perché i ferri “non mordessero la carne”.

Più singolari ancora sono i rimedi per le malattie mentali o gli “spiriti ossessivi”: si prescrivono inalazioni di fumi prodotti dalla combustione di ingredienti esotici, bagni in acqua consacrata, ingestione di polvere di ossa di civetta, o l’uso di “parole di potere” scritte su minuscole lamine d’oro da maghi orientali. Alcune fonti raccontano che per sconfiggere l’epilessia si faceva bere al malato il sangue caldo di un gladiatore appena caduto nell’arena, convinti che l’anima del forte, trasferita attraverso il sangue, potesse scacciare il demone del male.

Non erano immuni da superstizione neanche i prodotti tradizionali: gran parte delle cure domestiche erano accompagnate da esorcismi e scongiuri. Le donne mescolavano composti di erbe e recitavano silenziose preghiere alle divinità della notte affinché la febbre abbandonasse il corpo dei bambini. Gli uomini più prudenti costruivano amuleti con pigne di pino, noci, semi d’origano o denti di lupo, appesi al collo per respingere la sfortuna. L’antica credenza che “il simile guarisca il simile” portava ad assumere polvere di corno di cervo contro i dolori alle ossa, o a portare addosso frammenti di pietre color sangue per placare le emorragie.

In tutto l’impero, la figura più temuta e rispettata era però quella del mago, spesso straniero o proveniente dalle province orientali del Mediterraneo. I maghi erano esperti non solo in incantesimi di guarigione, ma anche in filtri d’amore e maledizioni: gli imperatori stessi, come Augusto e Nerone, consultavano astrologi e aruspici per difendere la salute e prevenire ogni rischio di avvelenamento. Quando una cura falliva, la ricerca del colpevole si trasformava in caccia alle streghe o ai maghi “malevoli”—un tema ricorrente nella satira di Giovenale.

L’economia del prodigio e del mistero permeava anche l’attività quotidiana dei medici più famosi: Dioscoride, nel suo trattato di botanicoterapia, documenta l’impiego di ogni possibile fonte vegetale per la cura delle infermità. Plinio, invece, racconta di ricette raccolte in Persia, Egitto, Gallia e nelle province africane, acclimatando a Roma radici, estratti e unguenti esotici di ogni genere. L’incontro e lo scontro tra saperi produce così una stratificazione affascinante, dove nessuno sa veramente distinguere—né nei vicoli né fra i colonnati del foro—il limite tra la cura e l’incantesimo.

Il popolo romano, nella sua intramontabile capacità di adattamento, accoglie tutto ciò che promette guarigione: un amuleto contro la malaria, una pozione per l’impotenza, una polvere trasportata da lontano per le convulsioni infantili. Eppure, la medicina vera cerca sempre di farsi largo: la costruzione delle terme, degli acquedotti e delle latrine pubbliche mostra una crescente attenzione per l’igiene e la prevenzione, mentre i medici di scuola greca introdurranno ben presto la visita medica, il polso, la dieta controllata e le prime, rudimentali, statistiche cliniche.

Nonostante ciò, i ciarlatani continueranno a trionfare soprattutto perché sanno offrire consolazione e speranza, anche laddove la scienza tace. Si cammina così, tra le macerie di Pompei o sui colli di Roma, sospesi fra la possibilità della guarigione e l’incubo della menzogna, osservando uno scenario che non smette mai di sorprendere chi ancora oggi si chiede dove finisca la cura e dove cominci la magia.

La storia dei rimedi più assurdi nella Roma imperiale è dunque la storia della fragile divinità che abita ogni uomo: la fede in qualcosa che possa salvare, perché nulla è più urgente del tentativo di sfuggire alla morte. Tra il bisturi affilato di un medico, il sortilegio sussurrato dal mago e la vendita ingannevole del ciarlatano, si specchia la faticosa crescita della conoscenza umana, mai immune dalla seduzione dell’enigma.

Oggi, chi varca le soglie delle antiche rovine rischia ancora di udire, portato dal vento tra le pietre, il mormorio di una formula magica o la voce rauca di un venditore di filtri. Perché nel desiderio di guarire, Roma non fu mai del tutto diversa da noi.

Fonti antiche utilizzate:

  • Aulo Cornelio Celso, “De Medicina” (tr. ufficiale inglese)
  • Plinio il Vecchio, “Historia Naturalis” (tr. ufficiale inglese)
  • Papiri Magici Greci, traduzione inglese a cura di Hans Dieter Betz
  • Catone il Vecchio, “De Agri Cultura” (tr. inglese)
  • Ovidio, “Fasti” e “Metamorfosi” (tr. inglese)
  • Seneca, Lettere e Satire (tr. inglese)
  • Giovenale, Satire (tr. inglese)
  • Dioscoride, “De Materia Medica” (tr. inglese)
  • Columella, “De Re Rustica” (tr. inglese)
  • Apuleio, “Apologia” (tr. inglese)

Grecia. Archeologi scavano la zona dove Aristotele educò Alessandro Magno

Mieza, in Grecia settentrionale, è tornata recentemente al centro delle ricerche archeologiche grazie a una campagna di scavi che ha riacceso i riflettori su uno dei siti più emblematici dell’antichità. In questo luogo, attorno al 343 a.C., Aristotele avrebbe istruito il giovane Alessandro, futuro grande re di Macedonia, secondo quanto tramandato dagli storici greci. Gli ultimi lavori sono stati concentrati su un’indagine approfondita e sulla conservazione del monumentale ginnasio, una struttura pensata per offrire agli allievi un ambiente ideale sia per l’addestramento fisico che per lo studio intellettuale.

Questa grande struttura, la cui datazione aggiornata colloca. . .

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Sorpresa in Piazza San Marco, l’icona di Venezia è una scultura cinese della dinastia Tang

Venezia – La storia della celebre scultura del leone alato che sovrasta la Piazza San Marco si arricchisce di nuovi dettagli sorprendenti, grazie a una recente ricerca coordinata dal team di Massimo Vidale, archeologo dell’Università di Padova. Ogni anno, milioni di persone attraversano il centro della città lagunare passando sotto lo sguardo vigile del Leone di Venezia, simbolo della Serenissima e della sua potenza, collocato in cima a una colonna di granito che guarda la Basilica e il Palazzo Ducale. Tuttavia, la vera origine di questa effigie millenaria è rimasta per secoli avvolta nel mistero, tra incertezze e ipotesi mai. . .

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Come una città dei Maya resistette alla colonizzazione spagnola

Hunacti, una località situata nella regione settentrionale dello Yucatán, è al centro di una delle più affascinanti storie di resistenza culturale del periodo coloniale. Fondata dagli spagnoli nel 1552 come sito missionario rivolto alle comunità indigene, la cittadina sembra, a un primo sguardo, incarnare pienamente i canoni insediativi europei: strade tracciate secondo una severa griglia geometrica, case dallo stile architettonico europeo, una piazza centrale, e la presenza imponente di una grande chiesa. Tuttavia, lo studio recente di un équipe dell’Università di Albany ha riportato alla luce una realtà ben più complessa, fatta di sottili ma tenaci strategie di resistenza. . .

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Spagna, ritrovata l’unica sepoltura di un bambino della storia romana

A León, nella comunità autonoma della Castiglia e León, nel nord-ovest della Spagna, un gruppo di ricercatori ha recentemente studiato i resti di un neonato rinvenuto nel 2006 durante scavi d’emergenza presso la sacrestia del convento Siervas de Jesus. La scoperta riveste particolare importanza per gli archeologi perché si tratta dell’unica sepoltura di bambino mai individuata in un contesto militare romano nella penisola iberica. Il luogo del ritrovamento corrisponde infatti al sito dove sorgeva l’antico forte della Legio VI Victrix, uno dei baluardi della presenza romana in quella regione.

Le leggi sulle sepolture nell’esercito romano. . .

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