martedì 3 Marzo 2026
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La battaglia di Isso. Alessandro Magno umilia i persiani di Dario III

La battaglia di Isso fu uno scontro tra la lega ellenica guidata da Alessandro Magno e l’impero achemenide guidato da Dario III. Si svolse nel sud dell’Anatolia, il 5 novembre 333 a.C., vicino alla città di Isso e alla foce del fiume Pinaro. Fu la seconda grande battaglia della conquista dell’Asia da parte di Alessandro e il primo incontro tra Dario III e Alessandro Magno.

La battaglia si concluse con la vittoria delle truppe macedoni sulle forze persiane. Dopo la battaglia, Alessandro catturò la famiglia di Dario e si impadronì del controllo del sud dell’Asia Minore. La battaglia di Isso ebbe importanti conseguenze storiche, poiché segnò il declino dell’impero achemenide e l’ascesa di Alessandro Magno come il dominatore del mondo antico.

L’invasione di Alessandro Magno dell’Asia minore e la battaglia di Granico

Alessandro Magno era il re di Macedonia e il capo della lega ellenica, una coalizione di stati greci che si opponevano all’impero achemenide. Nel 334 a.C., Alessandro attraversò l’Ellesponto con un esercito di circa 40.000 uomini e invase l’Asia Minore, la regione occidentale dell’impero persiano. Il suo obiettivo era vendicare le invasioni persiane della Grecia del V e IV secolo a.C. e liberare le città greche sotto il dominio persiano.

Il primo ostacolo che Alessandro dovette affrontare fu il fiume Granico, dove si scontrò con un esercito persiano composto da satrapi (governatori provinciali) e mercenari greci, guidati dal rodio Memnone. La battaglia del Granico si svolse nel maggio 334 a.C. e si concluse con una schiacciante vittoria di Alessandro, che riuscì a sfondare le linee nemiche con una carica di cavalleria e ad annientare le forze persiane.

I movimenti sul campo di Isso

Dopo aver appreso della sconfitta al Granico, Dario III decise di prendere il comando personale del suo esercito e di affrontare Alessandro in una battaglia decisiva. Dario radunò rinforzi da varie parti del suo impero e marciò verso l’Asia Minore con un esercito di circa 250.000-600.000 uomini (secondo le fonti antiche) o 50.000-60.000 uomini (secondo le stime moderne). Il suo piano era di sorprendere Alessandro alle spalle e tagliargli la linea di rifornimento.

Alessandro, invece, dopo aver conquistato l’Asia Minore, si diresse verso la Siria, dove sperava di incontrare Dario. Tuttavia, i due eserciti si persero di vista a causa della conformazione del terreno e delle informazioni errate dei loro esploratori. Mentre Alessandro procedeva verso sud lungo la costa mediterranea, Dario attraversò i monti Amanus e si posizionò a nord della città di Isso, bloccando la ritirata di Alessandro. Il condottiero macedone fu costretto a fare dietro-front per affrontare l’esercito persiano.

La disposizione sul campo dei persiani

Dario scelse il luogo della battaglia con cura, pur sapendo che il terreno stretto e pianeggiante tra il golfo di Isso e le montagne limitava il vantaggio numerico dei suoi uomini e favoriva la fanteria pesante macedone. Dario disponeva le sue truppe lungo la riva sinistra del fiume Pinaro, con il mare alle sue spalle e le montagne ai suoi fianchi. Il suo schieramento era il seguente:

Al centro, i 10.000 immortali, la guardia d’élite persiana, vestiti di bianco e armati di scudi, lance e archi.

Alla sinistra, i 10.000 mercenari greci comandati da Atizye, un satrapo persiano. Erano i soldati più addestrati e disciplinati dell’esercito persiano, armati di scudi, elmi, corazze, spade e lance lunghe. Il loro compito era di contrastare la falange macedone, la formazione più temibile di Alessandro.

Alla destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 11.000 cavalieri provenienti da varie regioni dell’impero persiano: Medi, Uzi, Cadusi, Siraci, Ircani, Battriani, Sogdiani, Aracosi e Parti. Erano guidati da Besso, un nobile persiano che aveva il comando supremo della cavalleria. Il loro obiettivo era di aggirare il fianco sinistro di Alessandro.

Davanti all’ala destra della cavalleria, una schiera di fanteria leggera, formata da lanciatori di giavellotti, frombolieri e arcieri provenienti da Babilonia e dalla Ionia. Erano armati di scudi di vimini e lance corte e avevano il compito di disturbare l’avanzata della cavalleria macedone con le loro armi da lancio.

Dario si posizionò al centro dello schieramento, su un carro dorato, circondato dai suoi guardaspalle e dai suoi consiglieri. Era vestito con una tunica porpora ricamata d’oro e indossava una tiara con una fascia bianca, il simbolo della sua autorità reale. Teneva in mano uno scettro e una mazza d’oro, gli attributi del suo potere. Era determinato a dimostrare il suo valore in battaglia e a sconfiggere Alessandro una volta per tutte.

La disposizione sul campo dei macedoni

Alessandro arrivò sul campo di battaglia con un esercito inferiore in numero a quello di Dario, ma superiore in qualità e coesione. Aveva circa 37.000 uomini, di cui 24.000 di fanteria pesante e 5.100 di cavalleria pesante. Il suo schieramento era il seguente:

Al centro, la falange macedone, formata da 9.000 falangiti, soldati armati di scudi rotondi e lunghissime lance chiamate sarisse. Erano divisi in sei battaglioni (taxeis), ognuno comandato da un generale (taxiarco). Dietro la falange, 3.000 ipaspisti, la guardia personale di Alessandro, armati come i falangiti ma più agili e versatili.

Alla sinistra della falange, 7.000 opliti alleati , provenienti dai vari stati greci che facevano parte della lega ellenica.

Alla destra della falange, 5.000 opliti mercenari, reclutati da Alessandro tra i greci che avevano combattuto per i persiani al Granico. Erano armati come gli opliti alleati, ma erano meno motivati e fedeli. Il loro ruolo era di rinforzare il fianco destro di Alessandro e di tenere a bada la fanteria leggera persiana.

Davanti alla falange e agli opliti, una schiera di fanteria leggera, formata da 7.000 traci e illiri, guerrieri barbari che combattevano con scudi di cuoio, spade corte e asce.

All’estrema destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri macedoni, l’élite della cavalleria di Alessandro, armati di lance lunghe e spade. Erano guidati dallo stesso Alessandro, che indossava un elmo con una cresta di leone e una corazza d’argento. Il suo obiettivo era di sfondare l’ala sinistra persiana e raggiungere Dario.

All’estrema sinistra, l’ala sinistra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri tessali, i migliori cavalieri della Grecia, armati di lance corte e spade. Erano guidati da Parmenione, il generale più anziano e saggio di Alessandro. Il suo compito era di resistere alla carica della cavalleria persiana e di proteggere la retroguardia macedone.

Lo svolgimento della battaglia di Isso

La battaglia iniziò nel pomeriggio del 5 novembre 333 a.C.

I cavalieri persiani caricarono i cavalieri tessali e greci, cercando di aprirsi un varco verso il retroguardo macedone. Parmenione resistette con coraggio e abilità, ma fu costretto a chiedere aiuto ad Alessandro tramite un messaggero.

Alessandro nel frattempo ordinò alla sua falange di avanzare verso il fiume Pinaro. La fanteria leggera macedone attraversò per prima il fiume, seguita dalla falange e dagli opliti. La cavalleria macedone rimase sulla riva destra del fiume, in attesa del momento opportuno per attaccare.

I persiani reagirono lanciando una pioggia di frecce, giavellotti e pietre contro i macedoni che guadavano il fiume. La fanteria leggera persiana si scontrò con la fanteria leggera macedone in una scaramuccia confusa e sanguinosa. Gli immortali persiani si prepararono a ricevere la carica della falange macedone, mentre i mercenari greci si schierarono in una formazione compatta per resistere agli opliti macedoni e alleati.

Con una manovra audace e rischiosa, Alessandro si lanciò in avanti con i suoi cavalieri macedoni, seguito dai cavalieri leggeri, e attaccò il fianco sinistro dei fanti persiani, che erano schierati di fronte a Parmenione. Il violento impatto mise in rotta i persiani, che si ritirarono verso le montagne. Alessandro li inseguì e li massacrò senza pietà.

Nel frattempo, Parmenione dovette affrontare la pressione dell’ala destra persiana, che era superiore in numero e qualità alla sua ala sinistra.

Alessandro ricevette il messaggio di Parmenione mentre stava per raggiungere Dario al centro dello schieramento persiano. Dovette scegliere tra inseguire il re persiano o soccorrere il suo generale. Scelse la seconda opzione e tornò indietro con i suoi cavalieri macedoni, lasciando i cavalieri leggeri a continuare la persecuzione dei persiani in fuga.

Alessandro arrivò in tempo per salvare Parmenione e respingere i cavalieri persiani. Poi si diresse verso il centro della battaglia, dove la falange macedone e gli opliti alleati e mercenari stavano combattendo contro gli immortali e i mercenari greci persiani.

La falange macedone aveva avuto la meglio sugli immortali, che non erano abituati a combattere contro le lunghe lance dei falangiti.

La battaglia si decise quando Alessandro arrivò al centro con i suoi cavalieri macedoni e caricò il retro delle truppe persiane. Questa mossa sorprese e spaventò Dario, che vide il suo nemico avvicinarsi minaccioso. Dario perse il coraggio e fuggì dal campo di battaglia sul suo carro dorato, abbandonando i suoi soldati al loro destino.

La fuga di Dario provocò il panico tra le truppe persiane, che si dispersero in tutte le direzioni. I mercenari greci persiani furono circondati dai macedoni e si arresero chiedendo la clemenza. Alessandro li trattò con rispetto e li incorporò nel suo esercito.

La battaglia di Isso si concluse con una vittoria schiacciante di Alessandro, che perse solo 452 uomini contro i 20.000-40.000 dei persiani. Alessandro catturò il campo di Dario, dove trovò un enorme bottino di oro, argento, gioielli e vesti preziose. Trovò anche la famiglia di Dario: sua madre Sisigambi, sua moglie Statira, sue figlie Statira e Barsine e suo figlio Oco. Alessandro trattò la famiglia reale con gentilezza e generosità, promettendogli di restituirgliela quando avrebbe sconfitto definitivamente Dario.

La clemenza di Alessandro Magno con la famiglia di Dario

Alessandro mostrò un grande rispetto e una grande magnanimità verso la famiglia di Dario, che era composta da donne e bambini. Non solo non le maltrattò né le umiliò, ma le trattò come se fossero della sua stessa famiglia. Alessandro si presentò davanti a loro con modestia e cortesia, e si inchinò davanti a Sisigambi, la madre di Dario.

Alessandro assicurò a Sisigambi che avrebbe rispettato la sua dignità di regina madre e che avrebbe provveduto al suo benessere e a quello dei suoi nipoti. Le disse anche che avrebbe trattato Statira, la moglie di Dario, come se fosse la sua sorella e che avrebbe sposato una delle sue figlie, Statira o Barsine. Alessandro mantenne le sue promesse e si comportò sempre con onore e gentilezza verso la famiglia di Dario.

Alessandro dimostrò così di essere non solo un grande condottiero, ma anche un grande uomo, capace di superare l’odio e la vendetta e di mostrare clemenza e generosità verso i suoi nemici sconfitti.

Le conseguenze e l’importanza storica della battaglia

La battaglia di Isso ebbe delle conseguenze decisive per il destino dell’impero persiano e per la storia del mondo antico. Con questa vittoria, Alessandro si assicurò il controllo del sud dell’Asia Minore e della Siria, dove conquistò le importanti città di Damasco, Sidone e Tiro. Si aprì anche la strada verso l’Egitto, dove fu accolto come un liberatore dal popolo egizio e dove fondò la città di Alessandria.

Dario, invece, fuggì verso l’est dell’impero persiano, dove cercò di radunare nuove forze per affrontare ancora Alessandro. Tuttavia, il suo prestigio e la sua autorità erano gravemente compromessi dalla sua sconfitta e dalla sua fuga. Molti dei suoi satrapi e dei suoi nobili lo abbandonarono o lo tradirono, passando dalla parte di Alessandro o ribellandosi al suo potere.

La battaglia di Isso segnò il punto di non ritorno nella guerra tra Alessandro e Dario. Da quel momento in poi, Alessandro fu sempre in vantaggio e non si fermò fino a conquistare tutto l’impero persiano. Dario fu ucciso da uno dei suoi generali, Besso, nel 330 a.C., mentre cercava di fuggire da Alessandro.

La battaglia di Isso fu anche un evento storico di grande rilevanza culturale e simbolica. Fu lo scontro tra due mondi diversi: quello greco-macedone, basato sulla libertà, sulla democrazia, sulla razionalità e sull’individualismo; e quello persiano-orientale, basato sulla tirannia, sul dispotismo, sulla superstizione e sul collettivismo.

Fu anche lo scontro tra due visioni diverse della vita: quella eroica e avventurosa di Alessandro, che aspirava alla gloria e alla conoscenza; e quella conservatrice e timorosa di Dario, che si aggrappava al suo potere e alla sua ricchezza.

La battaglia di Isso fu quindi un momento cruciale nella storia dell’umanità, poiché aprì la strada alla diffusione della cultura greca nel mondo.

Matrimoni omosessuali nell’antica Roma. Esistevano davvero?

Esistevano i matrimoni gay nell’antica Roma? Questa domanda ha suscitato molte discussioni e dibattiti tra gli storici e i sostenitori dei diritti LGBT. Alcuni hanno sostenuto che i romani fossero tolleranti e aperti verso le relazioni omosessuali, e che ci fossero esempi di unioni legali tra persone dello stesso sesso.

Altri hanno invece negato questa possibilità, sottolineando le differenze culturali e giuridiche tra il mondo antico e il nostro. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su questo argomento, analizzando le fonti storiche e le testimonianze disponibili.

La sessualità dei romani e il ruolo dell’uomo nel rapporto

Per capire la questione dei matrimoni gay nell’antica Roma, bisogna innanzitutto comprendere come i romani concepissero la sessualità e il ruolo dell’uomo nel rapporto. La sessualità romana era caratterizzata da una forte polarizzazione tra attivo e passivo, tra dominante e dominato, tra virile e effeminato .

L’uomo romano doveva essere attivo, dominante e virile, sia nei rapporti eterosessuali che omosessuali. Il partner passivo, invece, doveva essere sottomesso, dominato ed effeminato, e poteva essere una donna, uno schiavo, un prostituto o un ragazzo giovane. Questa distinzione non era basata sul genere o sull’orientamento sessuale, ma sullo status sociale e sull’età.

L’uomo romano poteva avere rapporti omosessuali senza perdere la sua reputazione, purché fosse sempre il partner attivo. Al contrario, il partner passivo era considerato degradato e disonorato, a prescindere dal suo status sociale o dal suo genere.

Questa visione della sessualità influenzava anche la concezione del matrimonio nell’antica Roma. Il matrimonio era un’istituzione giuridica e religiosa che aveva lo scopo di garantire la continuità della famiglia e della gens, cioè il gruppo di parentela patrilineare.

Il matrimonio era quindi basato sulla differenza di genere e sulla complementarità dei ruoli tra marito e moglie. Il marito era il capo della famiglia (pater familias) e aveva il potere (potestas) sui suoi familiari, compresa la moglie. La moglie era la compagna del marito (uxor) e aveva il compito di generare figli legittimi (liberi) e di occuparsi della casa (domus). Il matrimonio era anche un atto religioso che coinvolgeva gli dei della famiglia (lares) e richiedeva una cerimonia pubblica (nuptiae) con riti specifici.

I matrimoni gay nell’antica Roma: i casi di Nerone

Data questa premessa, possiamo ora esaminare alcuni esempi storici di matrimoni gay nell’antica Roma. Il caso più noto è quello di Nerone, l’imperatore che regnò dal 54 al 68 d.C. Secondo le fonti antiche, Nerone sposò due uomini: prima Pitagora, un liberto di origine greca, con il quale assunse il ruolo di sposa; poi Sporo, un ragazzo eunuco che assomigliava alla sua defunta moglie Poppea Sabina, con il quale assunse il ruolo di sposo. In entrambi i casi, Nerone celebrò delle cerimonie pubbliche con abiti nuziali, anelli, pronuba (la matrona che accompagnava la sposa), folla di invitati e banchetti.

Il caso di Eliogabalo

Nerone non fu l’unico imperatore a sposare uomini. Anche Elagabalo, che regnò dal 218 al 222 d.C., celebrò quattro matrimoni con uomini, tra cui un auriga di nome Ierocle e un atleta di nome Zotico .

Elagabalo era un sacerdote del dio solare orientale El-Gabal, e cercò di imporre il suo culto a Roma. Le sue nozze omosessuali erano parte della sua politica religiosa, che mirava a creare una nuova divinità androgina che unisse il maschile e il femminile . Tuttavia, le sue riforme incontrarono l’opposizione del senato e dell’esercito, che lo uccisero insieme alla madre Giulia Soemia.

Un altro esempio di matrimonio gay nell’antica Roma è quello di Sergio Orata e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore, due personaggi storici del II secolo a.C. Sergio Orata era un inventore e un imprenditore, famoso per aver introdotto le ostriche coltivate nel lago Lucrino.

Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore era un generale e un politico, nipote adottivo di Publio Cornelio Scipione Africano Maggiore, il vincitore di Annibale nella seconda guerra punica. Secondo Valerio Massimo, i due si sposarono con una cerimonia privata, in cui Sergio Orata assunse il ruolo di sposa e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore quello di sposo . Il loro matrimonio fu però segreto e non riconosciuto legalmente.

Questi esempi mostrano che i matrimoni gay nell’antica Roma non erano previsti dal diritto romano né accettati dalla società. Si trattava di casi eccezionali e scandalosi, che violavano le norme della moralità romana e del diritto romano.

I matrimoni gay nell’antica Roma non erano paragonabili ai matrimoni tra persone dello stesso sesso nella società contemporanea, che si basano sul principio dell’eguaglianza e del consenso tra i partner. Pertanto, è errato confrontare le due realtà senza tener conto delle differenze storiche e culturali.

Roma medievale. Storia di Roma nel Medioevo

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La storia di Roma medievale è caratterizzata da una serie di trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali che segnano il passaggio dall’antichità al medioevo.

Tra il V e il VI secolo, la città subisce la caduta dell’impero romano d’occidente, l’invasione di Odoacre e degli Ostrogoti, la conquista bizantina e le guerre gotiche. La popolazione diminuisce drasticamente e l’urbanistica si ridimensiona.

Il ruolo di Roma si sposta dalla sfera politica a quella religiosa, con il rafforzamento del potere del papa e della Chiesa. Tra il VII e il IX secolo, la città deve affrontare le invasioni dei Longobardi, cui segue l’intervento dei Franchi di Pipino il Breve e Carlo Magno, la nascita del Sacro Romano Impero e lo scisma con Costantinopoli.

Il papa diventa il signore temporale di Roma e dei territori circostanti, ma deve confrontarsi con le aspirazioni del popolo romano, che nel XII secolo fonda il Comune. Tra il XII e il XIV secolo, la città è teatro di lotte tra papato e impero, tra famiglie nobili romane, tra fazioni guelfe e ghibelline.

Il papa si trasferisce ad Avignone per circa settant’anni, lasciando Roma in una situazione di anarchia e decadenza. Il ritorno del papa a Roma segna l’inizio di una nuova fase di ricostruzione e rinascita della città.

La caduta dell’impero romano d’occidente e l’arrivo di Odoacre

La caduta dell’impero romano d’occidente è un processo graduale che si compie tra il III e il V secolo, a causa di crisi interne (politiche, economiche, sociali, militari) e di pressioni esterne (invasioni barbariche). Nel 395, alla morte di Teodosio I, l’impero viene diviso definitivamente tra i suoi due figli: Onorio riceve l’occidente con capitale Ravenna, Arcadio riceve l’oriente con capitale Costantinopoli.

Nel 410, Alarico, re dei Visigoti, saccheggia Roma per la prima volta dopo otto secoli. Nel 455, un altro sacco viene compiuto dai Vandali guidati da Genserico. Nel 476, Odoacre, capo degli Eruli, depone l’ultimo imperatore d’occidente Romolo Augustolo e invia le insegne imperiali a Zenone, imperatore d’oriente. Odoacre si proclama re d’Italia e stabilisce un regno barbarico che rispetta le istituzioni romane e riconosce la sovranità formale di Costantinopoli.

La lotta tra Odoacre e gli Ostrogoti

Il regno di Odoacre dura fino al 493, quando viene sconfitto e ucciso da Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti. Teodorico era stato inviato in Italia da Zenone per eliminare Odoacre e restaurare l’autorità imperiale. Tuttavia, Teodorico si comporta come un sovrano indipendente e fonda un regno ostrogoto che si estende dall’Italia alla Provenza. Teodorico cerca di conciliare le due componenti della popolazione: i Romani e i Goti. Mantiene in vigore le leggi romane per i Romani e le leggi gotiche per i Goti. Favorisce la cultura classica e cristiana (di fede ariana) e protegge le arti e le lettere.

La guerra greco-gotica

Il regno degli Ostrogoti tuttavia non poteva durare a lungo, e di lì a breve scoppiò la cosiddetta “Guerra greco-gotica”. La guerra fu il risultato della politica dell’imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell’Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all’impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre alcuni decenni prima e a quel momento dominate dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodato.

Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino guidato dal generale Belisario. Risalendo la penisola le forze di Belisario sconfissero le truppe gote dei re Teodato prima e Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna.

L’ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute. Solo con l’arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e del suo successore Teia la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.

L’esarcato bizantino in Italia e il ruolo di Roma

Al termine della guerra greco-gotica, la popolazione dei Longobardi cala in Italia, conquistando i territori settentrionali e ponendo la loro capitale a Pavia. Nel sud Italia si formano invece i ducati di Spoleto e di Benevento, sempre amministrati da aristocratici longobardi. I territori rimanenti, tra cui Roma, appartengono ancora ai bizantini, con il loro cosiddetto “esarcato”.

L’esarcato bizantino in Italia è il nome dato al governatorato militare che riuniva i territori dell’impero bizantino situati in Italia, a causa della continua pressione dei Longobardi. L’esarcato fu istituito alla fine del VI secolo e durò fino alla metà dell’VIII secolo. Il capo dell’esarcato era l’esarca, che risiedeva a Ravenna e aveva il compito di difendere e amministrare le province bizantine. L’esarca dipendeva formalmente dall’imperatore di Costantinopoli, ma godeva di una certa autonomia e talvolta entrava in conflitto con il papa.

Il ruolo di Roma durante questo periodo fu ambiguo e contrastato. Da un lato, la città era fedele all’impero bizantino e riconosceva l’autorità dell’esarca. Dall’altro, la città era il centro della Chiesa cattolica e sede del papa, che rivendicava una maggiore indipendenza dal potere imperiale.

La questione iconoclasta e lo scisma di Roma con Costantinopoli

La questione iconoclasta è il nome dato alla controversia religiosa che scoppiò nell’impero bizantino tra il VIII e il IX secolo, riguardante il culto delle immagini sacre (icone). L’iconoclastia (dal greco “rottura delle immagini”) era la dottrina che condannava il culto delle icone come idolatria e ne ordinava la distruzione. L’iconodulia (dal greco “servizio delle immagini”) era la dottrina che difendeva il culto delle icone come mezzo di venerazione e di mediazione tra i fedeli e i santi rappresentati.

L’iconoclastia fu promossa dagli imperatori bizantini Leone III (717-741) e Costantino V (741-775), che la imposero con editto nel 726 e con un concilio a Costantinopoli nel 754. Essi si basavano su argomenti biblici, teologici e politici, sostenendo che le icone erano contrarie al secondo comandamento, che offendevano la maestà divina, che favorivano l’eresia e che erano causa della debolezza militare dell’impero.

L’iconodulia fu sostenuta dai papi di Roma e dai patriarchi di Costantinopoli Germano I (715-730) e Giovanni VII (837-843), che la difesero con lettere, opere e sinodi. Essi si basavano su argomenti tradizionali, storici e spirituali, affermando che le icone erano conformi alla dottrina dell’incarnazione, che erano testimonianze della fede dei padri, che erano fonti di grazia e di miracoli.

La questione iconoclasta provocò uno scisma tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, che si accentuò quando il papa Gregorio II (715-731) scomunicò l’imperatore Leone III e quando il papa Gregorio III (731-741) convocò un concilio a Roma nel 731 per condannare l’iconoclastia. Lo scisma fu sanato temporaneamente quando l’imperatrice Irene (797-802) convocò il VII Concilio ecumenico a Nicea nel 787, che ristabilì il culto delle icone.

Tuttavia, l’iconoclastia fu ripresa dall’imperatore Leone V (813-820) e dai suoi successori fino al 842, quando l’imperatrice Teodora (842-855) restaurò definitivamente l’iconodulia con una solenne cerimonia a Costantinopoli il primo marzo, giorno ancora oggi celebrato come festa dell’ortodossia.

Il Papa chiama Pipino il Breve contro i Longobardi

A seguito della questione iconoclasta, Roma era in pericolo fra i bizantini, che sequestravano regolarmente i territori papali come punizione per la ribellione alle politiche iconoclaste, e i Longobardi, che dimostravano l’intenzione di conquistare la città.

Nel 751, il re longobardo Astolfo conquistò Ravenna, la capitale dell’esarcato bizantino in Italia, e minacciò di invadere i territori del patrimonio di San Pietro, che erano sotto la protezione del papa. Il papa Zaccaria (741-752) e il suo successore Stefano II (III) (752-757) chiesero aiuto all’imperatore bizantino Costantino V (741-775), ma non ottennero alcuna risposta. Allora si rivolsero al re dei Franchi Pipino il Breve (751-768), che era stato consacrato da Zaccaria come re legittimo al posto dell’ultimo merovingio Childerico III (743-751).

Nel 753, papa Stefano II partì per la Francia e riuscì a convincere Pipino il Breve ad agire contro i Longobardi, cui i Franchi erano fino ad allora rimasti alleati. Pipino li sconfisse nel 754 e poi ancora nel 756. Dopo questo successo, il re franco impose ai vinti di consegnare al papa i territori dell’ex esarcato di Ravenna e di altre città dell’Italia centrale, che costituirono la cosiddetta donazione di Pipino. Questa donazione fu il primo atto di riconoscimento del potere temporale del papa e della nascita dello stato della Chiesa. In cambio, il papa confermò a Pipino e ai suoi figli Carlo (Carlo Magno) e Carlomanno il titolo di re dei Franchi e di patrizi romani, cioè difensori della Chiesa e dell’impero.

Il Papa chiama Carlo Magno contro i Longobardi

Nel 771, alla morte del fratello Carlomanno, Carlo Magno (768-814) divenne l’unico re dei Franchi. Nel 772, il papa Adriano I (772-795) gli chiese nuovamente aiuto contro i Longobardi, che avevano ripreso le ostilità contro i territori pontifici. Carlo Magno accettò la richiesta e invase l’Italia nel 773. Dopo un lungo assedio, conquistò Pavia, la capitale longobarda, e catturò il re Desiderio e la sua famiglia. Nel 774, si fece incoronare a Pavia re dei Franchi e dei Longobardi e confermò al papa la donazione di Pipino.

Tuttavia, la resistenza longobarda non fu completamente domata. Nel 776, una rivolta scoppiò nel Friuli, guidata dal duca Rotgaudo. Carlo Magno intervenne prontamente e represse la ribellione. Destituì una serie di duchi longobardi e li sostituì con conti franchi. Inoltre, favorì la diffusione del cristianesimo cattolico tra i Longobardi, che erano in gran parte ariani. Nel 781, associò al trono il figlio Pipino come re d’Italia e lo fece battezzare a Roma dal papa.

Carlo Magno mantenne buoni rapporti con i papi successivi, Leone III (795-816) e Stefano IV (V) (816-817). Il primo lo incoronò imperatore a Roma nel giorno di Natale dell’anno 800, riconoscendogli il titolo di protettore della Chiesa e dell’impero romano d’Occidente. Il secondo lo consacrò nuovamente imperatore a Reims nel 816. Carlo Magno si impegnò a difendere i territori della Chiesa dalle minacce esterne e interne, ma esercitò anche una certa influenza sulle questioni ecclesiastiche, come la riforma del clero e la promozione della cultura cristiana.

La nascita del Sacro Romano Impero

La nascita del Sacro Romano Impero è il nome dato all’evento storico che segnò la trasformazione del regno dei Franchi in una realtà politica che si richiamava all’antico impero romano e alla sua universalità. Questo evento avvenne il 25 dicembre dell’anno 800, quando il papa Leone III (795-816) incoronò a Roma Carlo Magno (768-814) come imperatore dei Romani.

L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu il risultato di una convergenza di interessi tra il papa e il re franco. Il papa voleva rafforzare la sua autorità spirituale e temporale, minacciata dai Bizantini e dai Longobardi, e voleva anche riconoscere i meriti di Carlo Magno come difensore della fede cristiana e della civiltà romana. Il re franco voleva ottenere un titolo che esprimesse la sua supremazia sui suoi rivali e che gli consentisse di intervenire nelle questioni ecclesiastiche e politiche dell’Europa. Inoltre, entrambi volevano rinnovare l’idea di un impero universale, fondato sulla comunione tra Chiesa e Stato, tra potere spirituale e potere temporale.

L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu però anche fonte di problemi e di contrasti. In primo luogo, essa suscitò le proteste dell’imperatore bizantino Irene (797-802), che si considerava l’unica legittima erede dell’impero romano d’Oriente e d’Occidente. In secondo luogo, essa creò delle difficoltà nella successione dinastica dei Franchi, che doveva essere regolata secondo il principio dell’elettività e della partizione tra i figli del defunto sovrano.

In terzo luogo, essa mise in evidenza le differenze culturali e linguistiche tra le varie regioni del vasto impero carolingio, che rendevano difficile la sua unità e la sua amministrazione. Infine, essa aprì la questione del rapporto tra il papa e l’imperatore, che dovevano definire i rispettivi ambiti di competenza e di influenza.

La lotta per le investiture

La lotta per le investiture fu il conflitto che oppose il papato e l’imperatore tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo, riguardo al diritto di nominare e investire i vescovi e gli abati. Il papato, guidato da Gregorio VII (1073-1085), rivendicava la sua indipendenza e la sua supremazia spirituale sull’impero, guidato da Enrico IV (1056-1106), che invece pretendeva di mantenere il controllo sui benefici ecclesiastici e di influenzare le elezioni papali. La lotta si manifestò con scomuniche, deposizioni, ribellioni, guerre e concili, che coinvolsero anche i principi e i comuni italiani.

Il conflitto si concluse con il concordato di Worms (1122), che stabilì un compromesso: il papa riconobbe all’imperatore il diritto di partecipare alle elezioni dei vescovi e degli abati con il suo placet, ma solo in quanto laici; l’imperatore rinunciò al diritto di investire i prelati con gli anelli e il pastorale, simboli della loro autorità spirituale.

Il papa contro Federico Barbarossa e la battaglia di Legnano

Nonostante il concordato di Worms, la lotta tra Papa e Imperatore continuava. L’imperatore Federico I detto Barbarossa (1152-1190) aveva il progetto di restaurare l’autorità imperiale in Italia, dove i comuni si erano emancipati dal potere feudale e avevano formato delle leghe per difendere i loro interessi. Il papato, guidato da Alessandro III (1159-1181), si oppose a questo tentativo, appoggiando i comuni e scomunicando l’imperatore.

Federico scese in Italia per cinque volte, cercando di sottomettere i comuni ribelli e di imporre un antipapa, ma non riuscì a realizzare il suo disegno. La svolta si ebbe nel 1176, quando l’esercito imperiale fu sconfitto dalla lega lombarda nella battaglia di Legnano. Federico dovette riconoscere Alessandro III come legittimo papa e concedere ai comuni italiani una certa autonomia con la pace di Costanza (1183).

Le lotte fra le famiglie baronali romane

Oltre ai contrasti tra Papa e Imperatore, Roma venne scossa dalle lotte fra le famiglie baronali romane, conflitti che opposero le principali casate nobiliari della città tra il XII e il XIV secolo.

Queste famiglie erano discendenti dei grandi feudatari che avevano ricevuto dai papi o dagli imperatori dei territori e dei castelli nel Lazio. Essi avevano anche acquisito delle case-torri a Roma, dove esercitavano il loro potere politico ed economico.

Le famiglie baronali si dividevano in due fazioni: i guelfi, fedeli al papa, e i ghibellini, sostenitori dell’impero. Tra le famiglie più importanti vi erano i Colonna, i Frangipane, i Pierleoni, gli Orsini, i Savelli, gli Annibaldi, i Caetani. Le lotte fra le famiglie baronali furono spesso violente e sanguinose, provocando devastazioni e incendi nella città. Esse furono anche influenzate dagli avvenimenti politici esterni, come la cattività avignonese dei papi o l’elezione di Cola di Rienzo a tribuno del popolo.

La cattività avignonese

La cattività avignonese fu il periodo in cui i papi risiedettero ad Avignone, in Francia, dal 1309 al 1377, a causa delle pressioni politiche del re di Francia Filippo il Bello. Questo periodo fu caratterizzato da una perdita di prestigio e di autorità del papato, che si trovava lontano dalla sua sede naturale e dipendente dal potere francese.

Il trasferimento dei papi ad Avignone fu favorito dalla morte di Benedetto XI (1304-1305), che aveva cercato di resistere alle ingerenze di Filippo il Bello nella Chiesa e dal sequestro di Papa Bonifacio VIII.

Il conclave che seguì la sua morte fu lungo e travagliato, e si concluse con l’elezione di un papa francese, Bertrando del Got, che assunse il nome di Clemente V (1305-1314).

Clemente V non si recò mai a Roma, ma stabilì la sua residenza ad Avignone, una città situata nel sud della Francia ma appartenente al regno di Napoli. Qui lo seguirono i suoi successori: Giovanni XXII (1316-1334), Benedetto XII (1334-1342), Clemente VI (1342-1352), Innocenzo VI (1352-1362), Urbano V (1362-1370) e Gregorio XI (1370-1378). I papi avignonesi cercarono di mantenere il controllo sulla Chiesa universale e di riformare gli abusi del clero, ma dovettero affrontare le difficoltà causate dalla guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, dalla peste nera del 1348, dalle eresie dei fraticelli e dei valdesi, dalle rivolte popolari in Italia e in Francia.

Essi furono anche accusati di nepotismo, di simonia, di lusso e di corruzione. La loro assenza da Roma provocò il degrado della città e la ribellione dei romani, che elessero un tribuno del popolo, Cola di Rienzo, nel 1347. Molti intellettuali e religiosi sollecitarono il ritorno dei papi a Roma, tra cui Francesco Petrarca, Caterina da Siena e Bridgetta di Svezia. Fu Gregorio XI a decidere di tornare a Roma nel 1376, spinto anche dalla minaccia degli eserciti mercenari chiamati compagnie di ventura. Il suo ritorno segnò la fine della cattività avignonese, ma non la fine dei problemi del papato.

Il ritorno del papa a Roma

Il ritorno del papa a Roma fu l’evento che segnò la fine della cattività avignonese e il ripristino della sede pontificia nella città eterna. Gregorio XI (1370-1378) fu l’ultimo papa ad aver risieduto ad Avignone per quasi tutto il suo pontificato.

Gregorio XI era un papa pacifico e riformatore, ma dovette affrontare le conseguenze della guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, che aveva diviso la cristianità in due fazioni opposte. Egli cercò anche di riportare l’ordine nella Chiesa, condannando le eresie dei fraticelli e dei valdesi e riformando gli ordini mendicanti. Tuttavia, il suo principale problema era quello della situazione italiana, dove i comuni si erano ribellati al dominio pontificio e dove le compagnie di ventura saccheggiavano le campagne. Gregorio XI decise quindi di ritornare a Roma.

Il ritorno del papa a Roma ebbe conseguenze positive e negative per la città. Da un lato, stimolò un rinnovamento artistico e culturale, con la costruzione o il restauro di chiese, palazzi, monumenti e opere d’arte. Tra i principali esempi si possono citare: la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di Santa Maria Maggiore, il Palazzo Apostolico, il Castel Sant’Angelo, il Ponte Sant’Angelo, il Colosseo, il Campidoglio. Tra gli artisti che operarono a Roma in questo periodo si ricordano: Giotto, Arnolfo di Cambio, Pietro Cavallini, Simone Martini, Filippo Brunelleschi.

Dall’altro lato, il ritorno del papa a Roma accentuò i contrasti tra il potere temporale della Chiesa e le aspirazioni autonomistiche della nobiltà e del popolo romani. Questi conflitti sfociarono spesso in rivolte e violenze, che resero instabile e insicura la vita cittadina. Tra gli episodi più drammatici si ricorda l’assalto al Palazzo Apostolico da parte dei romani nel 1378, che costrinse Urbano VI a fuggire da Roma.

Il ritorno del papa a Roma dopo la cattività avignonese fu un evento cruciale per la storia di Roma medievale, che ne determinò lo sviluppo e le trasformazioni nei secoli successivi.

La battaglia di Durazzo (48 a.C). Pompeo sconfigge Giulio Cesare

La battaglia di Durazzo (o Dyrrhachium) fu uno dei momenti cruciali della guerra civile romana tra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno. Combattuta il 10 luglio del 48 a.C. vicino alla città di Durazzo (nell’attuale Albania), vide la vittoria di Pompeo sulle forze di Cesare, ma non fu decisiva per l’esito finale del conflitto.

Contesto storico

La guerra civile tra Cesare e Pompeo scoppiò nel 49 a.C., quando Cesare, al comando delle legioni della Gallia, attraversò il fiume Rubicone e invase l’Italia, sfidando l’autorità del Senato romano che appoggiava Pompeo. Quest’ultimo, che era stato alleato e genero di Cesare, si ritirò in Grecia con le sue truppe e i suoi sostenitori, tra cui molti senatori e nobili. Cesare lo inseguì dopo aver assicurato il controllo dell’Italia e della Spagna, ma non riuscì a impedirgli di attraversare l’Adriatico e sbarcare nei Balcani.

La fuga di Pompeo dall’Italia

Pompeo lasciò l’Italia nel febbraio del 49 a.C., raggiungendo Brindisi con i suoi uomini e le sue navi. Da lì si imbarcò per la Grecia, dove aveva alleati e basi militari. Cesare lo seguì con una parte delle sue forze, ma non poté trasportare tutte le sue legioni per mancanza di navi sufficienti. Inoltre, la flotta di Pompeo era superiore a quella di Cesare e gli impedì di attraversare lo stretto di Otranto con facilità.

Cesare arriva nei Balcani

Cesare riuscì a sbarcare in Epiro con solo due legioni e 500 cavalieri, mentre il resto delle sue truppe rimase in Italia sotto il comando di Marco Antonio. Cesare si trovò così in una situazione precaria, isolato e inferiore numericamente al nemico. Tuttavia, non si scoraggiò e cercò di stabilire una testa di ponte nei Balcani, conquistando alcune città e assediando altre. Nel frattempo, inviò messaggeri a Marco Antonio per ordinargli di raggiungerlo con le altre legioni.

La lotta per arrivare a Durazzo

Pompeo aveva stabilito il suo quartier generale a Tessalonica, dove ricevette rinforzi da varie province orientali dell’impero romano. Aveva a disposizione circa 45.000 fanti e 7.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 22.000 e 1.000. Pompeo decise di marciare verso sud per affrontare Cesare prima che ricevesse i suoi rinforzi. I due eserciti si scontrarono in diverse scaramucce lungo la costa dell’Epiro, senza risultati decisivi. Cesare cercò di attirare Pompeo in una battaglia campale, ma questi si rifiutò di accettare lo scontro diretto, preferendo una strategia di logoramento.

Cesare allora decise di cambiare obiettivo e si diresse verso Durazzo, una città portuale fedele a Pompeo e ben fortificata. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume.

L’assedio di Cesare a Pompeo

Cesare iniziò l’assedio di Durazzo nel maggio del 48 a.C., costruendo una serie di opere difensive intorno alla città e al campo di Pompeo, che consistevano in una fossa, un terrapieno, una palizzata e una serie di torri. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume.

La reazione di Pompeo all’assedio di Cesare

Pompeo non rimase inattivo di fronte all’assedio di Cesare. Decise di contrattaccare con una serie di sortite e di incursioni contro le linee cesariane, cercando di rompere l’accerchiamento e di infliggere perdite al nemico. Inoltre, ricevette rinforzi da altre province orientali, tra cui la Siria e la Cilicia, che aumentarono il suo vantaggio numerico. Pompeo disponeva ora di circa 60.000 fanti e 9.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 30.000 e 1.000.

Pompeo forza il blocco e sfugge a Cesare

Il 10 luglio del 48 a.C., Pompeo decise di sferrare l’attacco decisivo contro le fortificazioni di Cesare. Approfittando di una breccia aperta da alcuni dei suoi soldati in un punto debole delle linee cesariane verso sud, Pompeo lanciò la sua cavalleria e la sua fanteria contro il nemico, sorprendendolo e mettendolo in rotta. Cesare, con l’aiuto di Marco Antonio che nel frattempo era riuscito a sbarcare in zona, cercò invano di resistere e di riorganizzare le sue truppe, ma dovette ritirarsi in disordine verso il suo campo principale. Pompeo non inseguì il nemico in fuga, ma si limitò a occupare le sue opere difensive e a catturare i suoi bagagli e i suoi approvvigionamenti per poi fuggire.

Le conseguenze per Cesare nella guerra civile

La battaglia di Durazzo fu una sconfitta pesante per Cesare, che perse circa 1.000 uomini e molti equipaggiamenti. Pompeo invece ebbe solo 50 morti e 300 feriti. Tuttavia, Pompeo non sfruttò il suo successo per annientare definitivamente Cesare, che riuscì a fuggire con le sue truppe verso la Tessaglia.

Pompeo lo seguì con cautela, ma non riuscì a impedirgli di riorganizzare le sue forze e di prepararsi per la battaglia finale.

La battaglia decisiva si svolse il 9 agosto del 48 a.C., presso Farsalo, dove Cesare sconfisse Pompeo in modo schiacciante, nonostante fosse ancora inferiore numericamente. Pompeo fuggì verso l’Egitto, dove fu assassinato su ordine del giovane re Tolomeo XIII. Cesare lo inseguì fino ad Alessandria, dove si innamorò della sorella di Tolomeo, Cleopatra VII, e si impegnò in una nuova guerra contro i suoi nemici egiziani.

La battaglia di Durazzo fu quindi un episodio importante ma non decisivo della guerra civile tra Cesare e Pompeo. Dimostrò la superiorità organizzativa di Pompeo, ma anche la sua mancanza di audacia e di determinazione nel seguire il suo vantaggio. Al contrario, Cesare dimostrò la sua abilità strategica nel sottrarsi alla situazione critica in cui si trovava e nel ribaltare le sorti della guerra con la sua vittoria a Farsalo.

L’editto di Tessalonica, 380 d.C. Il Cristianesimo è religione dell’impero romano

L’editto di Tessalonica è un documento emanato nel 380 d.C dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II, con il quale si stabiliva che il cristianesimo niceno fosse l’unica religione lecita nell’impero romano. Si tratta di un atto fondamentale nella storia del cristianesimo e dell’Europa, in quanto segnò la fine della tolleranza religiosa e l’inizio della persecuzione delle altre fedi, in particolare del paganesimo e dell’arianesimo. L’editto di Tessalonica fu anche il primo passo verso la formazione di un impero cristiano, in cui il potere politico e quello ecclesiastico si intrecciarono strettamente.

Contesto storico

L’editto di Tessalonica fu il risultato di un lungo processo di cristianizzazione dell’impero romano, iniziato con la conversione di Costantino nel 312 e proseguito con le sue riforme a favore della Chiesa. Costantino convocò anche il primo concilio ecumenico a Nicea nel 325, dove si definì il dogma della Trinità e si condannò l’arianesimo, una dottrina elaborata dal presbitero alessandrino Ario, secondo il quale Cristo partecipava alla gloria di Dio Padre ma con un ruolo inferiore e subordinato.

Tuttavia, l’arianesimo continuò a diffondersi tra i popoli barbari e alcuni imperatori successori di Costantino, come Costanzo II e Valente. Questi favorirono gli ariani e perseguitarono i niceni, provocando una profonda divisione religiosa nell’impero.

Nel 378, Valente morì nella battaglia di Adrianopoli contro i Goti ariani, lasciando il trono a Graziano e a Teodosio I. Graziano era un fervente sostenitore della dottrina nicena e nominò Teodosio come suo collega per governare la parte orientale dell’impero.

Teodosio era stato educato nella fede cattolica da suo padre, un generale romano che aveva combattuto contro gli ariani. Entrambi gli imperatori erano decisi a restaurare l’unità religiosa dell’impero e a eliminare le eresie. Per questo motivo, nel 380, mentre si trovavano a Tessalonica per affrontare una rivolta dei Goti, emanarono l’editto che sanciva il trionfo del cristianesimo niceno.

Contenuto dell’editto

L’editto di Tessalonica è conservato in una lettera inviata da Teodosio ai prefetti del pretorio d’Oriente. In essa si legge:

“Vogliamo che tutti i popoli che sono governati dalla nostra clemenza e moderazione abbraccino quella religione che san Pietro apostolo ha trasmesso ai Romani […] Crediamo in un solo Dio Padre onnipotente […] E in un solo Signore Gesù Cristo Figlio di Dio […] E nello Spirito Santo […] Questa è la fede degli apostoli; questa è la fede ortodossa; questa è la fede che ha stabilito l’universo. Condanniamo tutti gli empi errori e li proscriviamo dalla nostra presenza […] Chiunque abbia avuto l’audacia di seguire una tale opinione o una tale superstizione o una tale eresia […] lo dichiariamo alieno dalla comunione della Chiesa cattolica e lo priviamo della dignità del nome cristiano”.

L’editto non specificava le sanzioni per i trasgressori, ma li escludeva dalla società civile e religiosa. Inoltre, l’editto non nominava esplicitamente le altre religioni da proibire, ma usava termini generici come “empi errori”, “superstizione” ed “eresia”. Si può dedurre che tra questi rientrassero il paganesimo, l’arianesimo e tutte le altre forme di cristianesimo non allineate alla dottrina nicena.

Conseguenze dell’editto

L’editto di Tessalonica ebbe delle conseguenze importanti sulla società romana e sulla storia del cristianesimo. Da un lato, segnò la fine della libertà religiosa che aveva caratterizzato l’impero romano fino ad allora.

Da quel momento in poi, chi non si conformava alla religione ufficiale era considerato un nemico dello stato e della Chiesa. Da un altro lato, l’editto rafforzò il legame tra il potere imperiale e quello ecclesiastico, dando alla Chiesa cattolica una posizione di supremazia e di autorità. L’imperatore si presentava come il difensore della fede e il protettore della Chiesa, mentre i vescovi diventavano i suoi alleati e i suoi consiglieri.

L’editto di Tessalonica fu seguito da altri decreti teodosiani che intensificarono la repressione delle altre religioni. Nel 381, Teodosio convocò il secondo concilio ecumenico a Costantinopoli, dove si confermò il credo niceno e si condannarono nuovamente le eresie. Nel 382, Teodosio ordinò la chiusura dei templi pagani e la confisca dei loro beni.

Nel 383, Teodosio proibì i sacrifici pagani e le pratiche divinatorie. Nel 385, Teodosio fece giustiziare il filosofo pagano Priscilliano, accusato di stregoneria. Nel 391, Teodosio vietò ogni forma di culto pubblico o privato che non fosse cristiano. Nel 392, Teodosio dichiarò il cristianesimo niceno religione unica e obbligatoria per tutti i sudditi dell’impero.

Queste misure provocarono delle resistenze e delle rivolte da parte dei pagani e degli ariani, che furono però represse con la forza. Alcuni esempi sono la rivolta di Eugenio nel 392-394, sostenuta dai senatori pagani; la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria nel 391 da parte dei monaci cristiani; la morte di Ipazia, filosofa neoplatonica uccisa da una folla di fanatici nel 415. Allo stesso tempo, si verificarono anche dei tentativi di dialogo e di tolleranza da parte di alcuni imperatori e vescovi, come Ambrogio di Milano e Teodosio II.

L’editto di Tessalonica ebbe anche delle ripercussioni sulle relazioni tra l’impero romano e i popoli barbari che lo invadevano. Molti di questi erano convertiti all’arianesimo dai missionari goti Ulfila e Wulfila. Questo creava una differenza religiosa tra i conquistatori e i conquistati, che rendeva più difficile l’integrazione e la pacificazione. Alcuni esempi sono le guerre tra i Visigoti ariani e i Romani cattolici in Spagna; le persecuzioni degli Ostrogoti ariani contro i Romani cattolici in Italia; la conversione al cattolicesimo dei Franchi sotto Clodoveo nel 496.

L’editto di Tessalonica può essere considerato come uno dei momenti chiave nella storia del cristianesimo e dell’Europa. Esso segnò la fine dell’epoca antica e l’inizio del Medioevo, caratterizzato dalla fusione tra il mondo romano e quello germanico sotto l’egida della Chiesa cattolica.

FONTI

  • Codice teodosiano, libro XVI, titolo I, legge II.
  • Storia ecclesiastica di Socrate Scolastico: libro V, capitolo II.
  • Storia ecclesiastica di Sozomeno: libro VII, capitolo IV.
  • Storia ecclesiastica di Teodoreto di Cirro: libro V, capitolo V.
  • Vita di Ambrogio di Paolino di Milano: capitolo XXI.

La battaglia di Naisso (269 d.C). Claudio II sconfigge i Goti

Nel 269 d.C., l’impero romano fu minacciato da una massiccia invasione di Goti, una popolazione barbarica proveniente dalle regioni nord-orientali del Danubio. I Goti attraversarono il fiume Danubio e si spinsero fino alla Pannonia, saccheggiando e devastando le province romane.

L’imperatore Gallieno riuscì a fermare l’avanzata dei Goti in una battaglia campale, ma non a espellerli dai territori dell’impero. Dopo la sua morte, avvenuta per un complotto dei suoi generali, gli succedette Claudio II, detto il Gotico per la sua origine trace. Claudio organizzò una nuova spedizione contro i Goti e li affrontò in una decisiva battaglia presso la città di Naisso (l’odierna Niš, in Serbia).

La battaglia di Naisso fu una delle più importanti della storia romana, perché segnò la fine della minaccia gota per almeno un secolo e dimostrò l’efficacia della nuova organizzazione militare data all’esercito romano: il comitatus, un esercito ad alta mobilità composto principalmente da forze di cavalleria.

Il pericolo dei Goti

I Goti erano una confederazione di tribù germaniche che abitavano le regioni tra il Mar Nero e il Danubio. Nel III secolo d.C., essi furono spinti verso sud dalla pressione degli Unni, un altro popolo barbarico proveniente dall’Asia centrale.

I Goti entrarono così in contatto con l’impero romano, che controllava le province danubiane. Inizialmente, i rapporti tra i due popoli furono pacifici e basati su scambi commerciali e alleanze militari. Tuttavia, a partire dal 250 d.C., i Goti iniziarono a compiere delle incursioni oltre il fiume, approfittando della crisi interna che affliggeva l’impero romano. L’imperatore Decio fu ucciso in battaglia contro i Goti nel 251 d.C., mentre il suo successore Valeriano fu catturato dai Persiani nel 260 d.C. In questo contesto di debolezza e instabilità, i Goti intensificarono le loro scorrerie e arrivarono a minacciare la stessa Roma.

Verso la battaglia

Nel 267-268 d.C., i Goti sferrarono la loro più grande invasione dell’impero romano. Essi si divisero in due gruppi: uno attaccò le province orientali via mare, arrivando fino all’Asia Minore e alla Grecia; l’altro invase le province occidentali via terra, attraversando il Danubio e penetrando nella Pannonia.

L’imperatore Gallieno reagì prontamente e riuscì a respingere entrambi gli attacchi. Tuttavia, egli fu assassinato da alcuni dei suoi generali nel settembre del 268 d.C., mentre si trovava nei pressi di Milano. Gli succedette Claudio II, uno dei suoi migliori comandanti militari. Claudio decise di continuare la guerra contro i Goti e di liberare l’impero dalla loro presenza.

Egli radunò un esercito composto da unità della guardia pretoriana, da vexillationes (distaccamenti) di diverse legioni e da truppe ausiliarie e alleate. Il nucleo dell’esercito era costituito dal comitatus, una forza di cavalleria pesante comandata dal futuro imperatore Aureliano.

La battaglia di Naisso

Claudio raggiunse la città di Naisso, dove si trovava una forte guarnigione romana, e si accampò nei pressi della città. I Goti, che si erano accorti della sua presenza, si disposero a nord della città, lungo la riva destra del fiume Naisso.

La battaglia ebbe inizio quando i Goti attaccarono il campo romano con una massa di fanteria e cavalleria. I Romani resistettero all’urto e contrattaccarono con la loro cavalleria, guidata da Aureliano. Questi riuscì a sfondare le linee nemiche e a mettere in fuga la cavalleria gota.

Poi si voltò contro la fanteria gota, che era rimasta isolata e priva di sostegno. I Goti furono massacrati dalla cavalleria romana, che li inseguì fino al fiume. Molti di loro annegarono nel tentativo di attraversare il fiume, mentre altri furono catturati o uccisi dai Romani. La battaglia fu una vittoria schiacciante per Claudio, che perse solo pochi uomini, mentre i Goti ne persero circa 50.000 tra morti e feriti.

Sottomessi per un secolo

La battaglia di Naisso fu il colpo finale all’invasione gota dell’impero romano. I Goti superstiti si ritirarono oltre il Danubio e non rappresentarono più un pericolo per i Romani per circa un secolo. Claudio fu acclamato come Gothicus Maximus (il vincitore dei Goti) e ricevette il titolo di imperator dal suo esercito. Egli continuò la sua campagna contro i barbari e riuscì a sconfiggere anche gli Alemanni e i Vandali.

Tuttavia, nel 270 d.C., morì a Sirmio per un’epidemia di peste che aveva colpito il suo esercito. Gli succedette il suo generale Aureliano, che completò l’opera di Claudio e restaurò l’unità e la stabilità dell’impero romano.

Fonti:

  • Zosimo, Storia Nuova, I, 40-41
  • Eutropio, Breviarium ab urbe condita, IX, 9

Il legionario romano repubblicano: armi ed equipaggiamento

Il legionario romano era il fante che faceva parte della legione romana, l’unità militare di base dell’esercito romano. I Romani dovettero affrontare svariate popolazioni che adottavano metodi di combattimento differenti tra loro; questo influì sia sull’organizzazione e sulla struttura della legione, sia sul tipo di armamento utilizzato.

Nel periodo repubblicano, il legionario era un cittadino romano che si arruolava volontariamente per una campagna militare e doveva provvedere al proprio equipaggiamento. Il sistema censitario stabiliva la qualità e la quantità delle armi che ogni soldato doveva portare. Con la riforma di Mario, avvenuta alla fine del II secolo a.C., il reclutamento divenne aperto a tutti i cittadini, anche i più poveri, e lo stato fornì l’equipaggiamento standard a tutti i legionari.

L’elmo del legionario romano repubblicano

L’elmo del legionario repubblicano romano era una parte fondamentale dell’equipaggiamento di questo soldato che combatteva nelle legioni romane. L’elmo aveva la funzione di proteggere la testa dai colpi nemici, ma anche di identificare il grado e l’appartenenza del legionario. L’elmo subì diverse trasformazioni nel corso della storia repubblicana, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze belliche.

Il tipo di elmo più diffuso tra i legionari repubblicani era quello detto Montefortino, dal nome del luogo dove fu trovato il primo esemplare. Si trattava di un elmo di origine celtica, adottato dai Romani dopo le guerre contro i Galli. Era costituito da una calotta semisferica in bronzo e due paragnatidi laterali per proteggere le guance. Sulla sommità dell’elmo sporgeva un pomello o una rosetta, a cui si poteva attaccare una penna o un cimiero per ornamento. L’elmo Montefortino era leggero e pratico, ma non offriva una copertura adeguata per il collo e le orecchie.

Altri tipi di elmi usati dai legionari repubblicani erano quelli di fattura greca, come l’elmo corinzio, l’elmo calcidico e l’elmo attico. Questi elmi erano più pesanti e ingombranti, ma coprivano meglio la testa e il viso. Erano spesso decorati con motivi geometrici o figurativi, e potevano avere una cresta trasversale o longitudinale. Gli elmi greci erano preferiti dai centurioni e dagli ufficiali, che li usavano come segno distintivo.

Un altro tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto Coolus, dal nome della città gallica dove fu prodotto. Era simile al Montefortino, ma aveva una calotta più allungata. Era spesso rinforzato da bande di metallo sul bordo e sulla sommità. L’elmo Coolus era più resistente e confortevole del Montefortino, e fu usato fino al I secolo d.C.

Un ultimo tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto Agen-Port, dal nome dei due luoghi dove furono trovati i primi esemplari. Era un elmo di origine gallica, simile al Coolus, ma con una calotta più bombata. Era decorato con motivi geometrici o floreali, e aveva due fori sulle paragnatidi per il fissaggio di una maschera facciale. L’elmo Agen-Port era usato dai soldati d’élite, come i pretoriani o i triarii.

L’elmo del legionario repubblicano romano era quindi un elemento essenziale per la sua sicurezza e la sua identità. Rifletteva le influenze culturali dei popoli con cui i Romani entrarono in contatto, ma anche le innovazioni tecniche e le esigenze tattiche dei vari periodi storici.

La corazza del legionario romano repubblicano

La corazza del legionario repubblicano romano era un elemento fondamentale della sua armatura, che lo proteggeva dai colpi dei nemici e gli conferiva un aspetto imponente e uniforme. La corazza variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze tattiche.

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il modello oplitico dei Greci e degli Etruschi, basato su una falange compatta di fanti pesanti. La corazza era costituita da una lorica di bronzo o di ferro, che copriva il torace e la schiena, e da uno spallaccio (parma equestris) che proteggeva la spalla destra, quella più esposta al combattimento. La lorica era decorata con figure geometriche o animali, mentre lo spallaccio poteva avere una forma circolare o rettangolare. Questa corazza era pesante e costosa, e quindi riservata ai ceti più abbienti.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), i Romani introdussero la riforma manipolare, che rendeva l’esercito più flessibile e adatto a combattere in terreni diversi. La corazza si alleggerì e si semplificò, seguendo l’esempio dei popoli italici come i Sanniti e i Celtiberi. La lorica fu sostituita da una corazza di cuoio o di lino imbottito (lorica lintea), rinforzata da strisce di metallo (lorica plumata) o da scaglie (lorica squamata). Lo spallaccio fu abbandonato, e al suo posto si usava una fascia di cuoio o di stoffa (balteus) che sosteneva il gladio. Questa corazza era più economica e accessibile a tutti i cittadini-soldati.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), i Romani affrontarono le guerre civili e le conquiste delle province. La riforma mariana rese l’esercito professionale e permanente, fornendo ai soldati l’equipaggiamento necessario. La corazza si arricchì di elementi presi dalle culture ellenistiche e orientali. La lorica squamata divenne più diffusa, soprattutto tra i centurioni e gli ufficiali. Si diffuse anche l’uso della lorica hamata, una cotta di maglia fatta di anelli di ferro intrecciati, che garantiva una buona protezione senza limitare la mobilità. Alcuni legionari adottarono anche la lorica musculata, una corazza anatomica di bronzo che imitava i muscoli del petto e dell’addome. Questa corazza era molto elegante ma poco pratica, e quindi usata solo per le parate o per le statue.

Lo scudo del legionario repubblicano

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il modello oplitico dei Greci e degli Etruschi, basato su una falange compatta di fanti pesanti. Lo scudo era rotondo e veniva chiamato clipeus o oplon. Era fatto di bronzo o di ferro e aveva due punti di presa interni: una guida di legno per l’avambraccio e una corda per la mano. Questo scudo era pesante e poco maneggevole, e quindi riservato ai ceti più abbienti.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.) lo scudo si modificò e divenne ovale e convesso, le cui dimensioni erano di circa 70cm larghezza e 118 cm in lunghezza. Era formato da assi di legno incollate tra loro e ricoperte da uno strato di tessuto di lino (all’interno) e uno di cuoio (all’esterno). I bordi superiori ed inferiori erano rafforzati da una lamiera di ferro, mentre al centro esterno era applicato un umbone metallico che proteggeva dai colpi più forti, oltre ad un rinforzo di legno noto come “spina” che correva lungo tutta l’altezza dello scudo.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), lo scudo ovale fu sostituito da uno rettangolare, con i lati superiori ed inferiori maggiormente curvi. La struttura era simile a quella dello scudo ovale, ma con uno strato aggiuntivo di cuoio all’esterno. L’umbone divenne più grande e sporgente, mentre lo scudo fu decorato con simboli della legione o dell’unità. Questo scudo era più resistente e particolarmente adatto a formare la testuggine.

Il Gladius Hispaniensis

Il gladio era la spada di ordinanza utilizzata dai soldati romani: era un’arma a doppio taglio con la lama larga e molto appuntita, adatta a colpire con affondi rapidi e letali. Il gladio variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari.

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono le spade dei Greci e degli Etruschi, come lo xiphos a lama diritta e la makhaira a lama curva. Queste spade erano usate per sferrare fendenti e tagli contro i nemici in formazione serrata ma erano poco maneggevoli e richiedevano una buona abilità nel combattimento.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), il gladio si modificò e divenne più corto e pesante, con una lama di circa 60-66 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi potenti e penetranti contro i nemici più vicini. Questo gladio era di chiara derivazione iberica, adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania nella seconda guerra punica. Per questo motivo era chiamato Gladius Hispaniensis. Il gladio aveva poi un manico in legno ricoperto talvolta di bronzo con un grosso pomello che aveva la funzione di riequilibrare il peso.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.) il gladio divenne un poco più corto e leggero, con una lama di circa 40-55 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici più diversi. Questo gladio era di tipo “Magonza” o “Pompei” (usati dalla metà del I secolo d.C. fino al III secolo d.C.) a seconda della forma della punta e della guardia.

Il Pilum: il giavellotto del legionario romano repubblicano

Il pilum era un giavellotto utilizzato dall’esercito romano nei combattimenti a breve distanza. Era un’arma micidiale, capace di perforare gli scudi e le armature dei nemici e di rendere inutilizzabili le loro armi. Il pilum variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari.

Le origini del pilum sono incerte. Secondo alcune testimonianze il pilum fu inventato dagli Etruschi per fermare gli attacchi delle tribù Celtiche nell’Italia Settentrionale, secondo altre fonti, il pilum fu adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania, dove era usato dai Celtiberi della Meseta.

Il pilum era composto da un’asta di legno unita da attacchi a una punta metallica. La lunghezza poteva variare da 150 a 190 cm, mentre il peso da 900 g a 2 kg. La punta metallica era più o meno lunga dell’asta di legno e aveva una forma conica o piramidale.

Ogni legionario portava normalmente due pila, uno leggero e uno pesante. Il pilum leggero aveva una lama più sottile e lunga e un’asta più corta e leggera. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici in avvicinamento. Il pilum pesante aveva una lama più spessa e corta e un’asta più lunga e pesante. Era usato per lanciare colpi potenti e devastanti contro i nemici più vicini.

Il pilum veniva lanciato da una distanza variabile di 10-25 metri dal bersaglio, prima di ingaggiare il combattimento ravvicinato con il gladio. Il pilum aveva la caratteristica di piegarsi o spezzarsi dopo l’impatto, rendendo difficile il suo recupero o riutilizzo da parte del nemico. Inoltre, se il pilum perforava lo scudo del nemico, lo rendeva molto pesante e ingombrante da portare, costringendo il nemico a gettarlo via e a rimanere scoperto.

Il legionario romano repubblicano fu il protagonista delle grandi conquiste che portarono Roma a dominare il mondo antico. Il suo successo dipendeva dalla sua disciplina, dal suo addestramento, dalla sua motivazione e dal suo armamento. Il pilum e il gladio erano le sue armi principali, che gli consentivano di affrontare con efficacia i diversi nemici che incontrava.

Il pilum e il gladio variarono nel tempo, seguendo le influenze culturali e le esigenze militari dei Romani. Il pilum e il gladio riflettevano la loro evoluzione storica e culturale, mostrando la loro capacità di adattarsi alle diverse situazioni belliche e di assimilare le innovazioni tecniche dei popoli che incontravano.

Ponzio Pilato. L’uomo che condannò Gesù

Ponzio Pilato è un personaggio storico conosciuto principalmente per il suo coinvolgimento nel processo di Gesù di Nazareth; tuttavia, la sua esistenza e la sua carriera politica forniscono una prospettiva interessante sul periodo romano.

Origini e famiglia

Le fonti antiche forniscono scarse informazioni riguardo alla sua famiglia e alle sue origini, ma l’analisi del suo nome e gli studi di Alexander Demand e Jean Pierre Lemon consentono di ricostruire alcuni particolari.

Ponzio Pilato era presumibilmente di discendenza sannita, un popolo italico della regione del Sannio, nel cuore dell’Italia. La sua famiglia era di estrazione plebea e indigente, come suggerisce l’analisi del suo nome. “Ponzio” è correlato a diversi tribuni plebei mentre “Pilato” potrebbe riferirsi al pileo, un copricapo frigio associato agli schiavi manomessi, o al pilum, il giavellotto dei legionari romani. Entrambe le interpretazioni indicano che la famiglia di Pilato fosse di umili origini e che abbia intrapreso una carriera militare per migliorare la propria posizione sociale.

Col passare del tempo, la famiglia di Pilato ottenne una promozione sociale e fu nobilitata, ascendendo al rango degli equestri, una classe sociale con reddito medio superiore ai plebei. Ponzio Pilato divenne un individuo erudito, istruito e abbastanza agiato, con molteplici legami politici e ben considerato dall’aristocrazia romana.

Ponzio Pilato come Prefetto di Giudea

Nonostante le fonti antiche non siano certe riguardo al periodo e alle circostanze in cui Pilato assunse il governo della Giudea, sappiamo che mantenne questa posizione per circa un decennio. Alcuni studiosi ritengono che gli sia stato assegnato l’incarico da Seiano, praefectus praetorio e comandante della guardia personale dell’imperatore Tiberio, mentre altri negano tale ipotesi.

Le fonti antiche più affidabili, come Giuseppe Flavio, indicano che Pilato assunse la carica nel 26 d.C. e la mantenne fino al 36 d.C., sebbene altre fonti suggeriscano date diverse, tra il 17 e il 19 d.C.

Durante il suo mandato, Pilato ebbe una posizione solida e stabile, in quanto era responsabile della riscossione delle imposte, dell’amministrazione della giustizia e del controllo del territorio nella provincia di Giudea.

La sua posizione fu ulteriormente rafforzata dall’assenza del governatore della Siria, Lucius Lamia, a cui il governatore della Giudea doveva rispondere. Lamia fu assente per sei anni, il che conferì a Pilato una notevole libertà d’iniziativa e potere decisionale.

Ponzio Pilato, governatore della Giudea, aveva il diritto di decidere il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme e scelse Giuseppe Ben Caifa. Grazie al sostegno della setta dei sadducei e dell’aristocrazia ebraica, Pilato consolidò il suo potere nella regione.

Il governatorato di Pilato fu caratterizzato tuttavia da una serie di incidenti e problemi, dovuti principalmente alla sua scarsa comprensione della società ebraica. Tra questi, si possono citare tre episodi particolarmente significativi.

Inizialmente, Pilato esibì simboli del potere imperiale romano, tra cui l’effigie dell’imperatore, a Gerusalemme, vicino al tempio. Questo gesto offese profondamente gli ebrei e provocò sommosse nella città. Alla fine, Pilato decise di rimuovere le immagini e ristabilire l’ordine.

Un altro incidente simile avvenne quando Pilato fece esporre degli scudi dorati a Gerusalemme. Gli ebrei si offesero, probabilmente perché dietro gli scudi vi era un’iscrizione che definiva l’imperatore Tiberio come divino. L’episodio provocò un’insurrezione che raggiunse le orecchie di Tiberio, il quale rimproverò Pilato per il suo comportamento imprudente. Anche in questo caso, Pilato fu costretto a ritirare i simboli.

Ponzio Pilato volle poi costruire un acquedotto nella Giudea e, per finanziare l’opera, ordinò di prelevare dell’oro direttamente dal tempio di Gerusalemme. Questo gesto fu considerato una grave provocazione dagli ebrei e causò una violenta rivolta, che Pilato dovette reprimere nel sangue.

Il processo di Pilato a Gesù Cristo

Il processo di Gesù Cristo è un evento storico di grande rilevanza, non solo per la sua importanza religiosa, ma anche per le implicazioni politiche e sociali dell’epoca.

Gesù Cristo predicava in quella regione e si autoproclamava re dei Giudei, una definizione che offendeva profondamente gli altri Giudei, in particolare gli aristocratici. A causa della sua predicazione, si verificarono disordini nel territorio e Gesù fu denunciato a Ponzio Pilato. L’accusa principale era di sedizione, ovvero di fomentare rivolte tra la popolazione.

Non si conoscono i dettagli del processo, ma è probabile che sia stata seguita una formula di “cognitio extra ordinem”, un processo in cui il giudice (in questo caso, il prefetto) aveva una vasta libertà decisionale. Le fonti disponibili si dividono in due versioni principali.

Secondo i Vangeli, in particolare il Vangelo di Marco, Ponzio Pilato avrebbe mostrato riluttanza a condannare Gesù, non ritenendolo colpevole di un crimine tale da meritare la pena capitale. Tuttavia, a causa della forte pressione popolare e delle proteste contro Gesù, Pilato avrebbe deciso di condannarlo a morte per accontentare la folla, lavandosene simbolicamente le mani.

D’altra parte, autori non cristiani come Tacito, Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria sostengono che Ponzio Pilato fosse più deciso nel condannare Gesù, in collaborazione con l’aristocrazia ebraica. Non è possibile determinare quale delle due versioni sia più accurata o storica, ma entrambe devono essere prese in considerazione.

Dal punto di vista storico, per Ponzio Pilato, il processo di Gesù non rappresentava un evento di particolare importanza, ma piuttosto un’ordinaria amministrazione. Si può ipotizzare che la decisione di condannare Gesù sia stata presa per accontentare la folla, soprattutto considerando il delicato contesto del periodo pasquale, con molti pellegrini presenti a Gerusalemme.

Ponzio Pilato dopo Gesù

Dopo il processo di Gesù, le informazioni sulla vita di Ponzio Pilato diventano più vaghe.

Sappiamo però di un altro incidente in cui Pilato intervenne con forze militari contro un gruppo di Samaritani guidati da Dositeo, che cercavano manufatti di Mosè. Dopo l’intervento sanguinoso, i Samaritani si rivolsero al governatore di Siria, Lucio Vitellio il Vecchio, sostenendo di non essere mai stati armati.

Pilato venne rimosso dall’incarico e mandato a Roma per essere giudicato al cospetto dell’imperatore Tiberio. Tuttavia, Tiberio morì e la causa passò sotto l’imperatore Caligola. Non si sa se Caligola abbia presenziato alle udienze o se abbia rigettato la causa. Sappiamo però che Pilato non fece mai più ritorno nella provincia.

Le fonti antiche offrono informazioni contrastanti sul destino di Ponzio Pilato. Secondo Eusebio di Cesarea, autore posteriore e cristiano, Pilato cadde in rovina e si suicidò nel 39 d.C. Altri studiosi, tuttavia, sostengono che Pilato sia andato semplicemente in pensione e abbia concluso la sua carriera lavorativa da ricco aristocratico.

La sua figura è stata interpretata dalla storia successiva con approcci diversi. I primi cristiani e i cristiani orientali, prevalentemente in Egitto e Etiopia, vedono Pilato come una figura che si è convertita, avendo compreso l’innocenza di Gesù. Essi credono che Pilato sia stato costretto dagli eventi a condannare Gesù.

Una tradizione più negativa, tipica del Cristianesimo occidentale e bizantino, vede invece Pilato come una figura totalmente malvagia, simbolo del potere romano spietato che non si rende conto della grandezza del Messia. Questa immagine negativa può essere stata influenzata dalla propaganda del nuovo Impero Romano cristiano, che aveva bisogno di stigmatizzare chi aveva condannato Gesù a morte.

Nonostante la realtà storica, tuttavia, Ponzio Pilato rimarrà una figura in grado di suscitare il dibattito per il resto della storia, con interpretazioni diverse e contrastanti che riflettono le complessità del suo ruolo.

Gneo Pompeo Magno: vita, triumvirato e guerra contro Cesare

Gneo Pompeo Magno (29 settembre 106 a.C. – 28 settembre 48 a.C.) fu un generale e uomo di stato romano.

Membro della nobiltà senatoriale, Pompeo intraprese una carriera militare folgorante e si distinse al servizio del generale Silla come comandante nella guerra sociale dell’83-82 a.C.

Il successo di Pompeo come generale gli permise di ottenere il consolato senza seguire il tradizionale cursus honorum (i passaggi richiesti per avanzare in una carriera politica).

Fu eletto console in tre occasioni (70, 55, 52 a.C.). Celebrò tre trionfi, e servì come comandante nella guerra contro Sertorio, nella terza guerra servile, nella terza guerra mitridatica e in varie altre campagne militari, come la guerra contro i pirati nel Mediterraneo. Il precoce successo gli valse il cognome di Magnus – “il Grande” – in onore del suo eroe dell’infanzia, Alessandro Magno. I suoi avversari gli diedero il soprannome di adulescentulus carnifex (“macellaio adolescente”) per la sua spietatezza.

Nel 60 a.C., Pompeo si unì a Crasso e Cesare in una alleanza politica privata nota come il “Primo Triumvirato”, che gli consegnò il comando della politica romana, cementata dal matrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia.

Dopo la morte di Giulia e Crasso (nel 54 e 53 a.C.), Pompeo passò alla fazione politica degli ottimati, la parte conservatrice del Senato romano. Pompeo e Cesare iniziarono quindi a contendersi la leadership dello stato romano, arrivando alla guerra civile contro Cesare, recente conquistatore delle Gallie.

Dopo una prima vittoria a Durazzo, Pompeo fu infine sconfitto nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C. Cercò rifugio in Egitto, dove fu assassinato a tradimento dai cortigiani di Tolomeo XIII.

L’ascesa sotto Silla

Pompeo proveniva da una famiglia di nobili senatori. Grazie alla sua fluente conoscenza del greco e alla stretta amicizia con i letterati greci, è probabile che abbia ricevuto un’educazione adeguata per un giovane nobile romano. La sua prima esperienza militare avvenne al fianco di suo padre, Pompeo Strabone, che lo ha aiutato a formare il suo carattere, a sviluppare le sue abilità militari e a far crescere la sua ambizione politica.

La famiglia di Pompeo possedeva terreni nella regione del Picenum, che corrisponde all’attuale zona marchigiana dell’Italia orientale, e vantava un vasto seguito di clienti, che Strabone ampliò notevolmente durante il suo mandato da console.

Durante la guerra civile tra i generali Lucio Cornelio Silla e Gaio Mario (88-87), Strabone si schierò contro Silla e appoggiò invece i Mariani.

Dopo la morte del padre, tuttavia, Pompeo si allontanò presto dal movimento mariano e, anzi, dotato di notevole iniziativa, si guadagnò il favore di Silla con azioni che dimostravano una grande capacità organizzativa.

Si presentò infatti con tre legioni, da lui autonomamente reclutate nel Picenum, e si unì a Silla come alleato nella campagna per strappare Roma e l’Italia ai Mariani nell’83. Silla, che apprezzò moltissimo la sua collaborazione, fece largo uso delle abilità militari del giovane Pompeo, il quale sposò anche la figliastra di Silla.

Per ordine di Silla, il Senato affidò a Pompeo il compito di recuperare la Sicilia e l’Africa dai Mariani, un incarico che portò a termine in due campagne lampo nel 82-81.

I capi mariani che si arresero a Pompeo furono uccisi senza pietà; per questo motivo, tra i suoi nemici, egli venne chiamato il “macellaio” di Silla, mentre tra le truppe venne acclamato come “Imperator” e “Magnus”.

Pompeo, tuttavia, dimostrò anche di saper forzare la situazione. Dall’Africa, Pompeo chiese di poter celebrare il trionfo a Roma e si rifiutò di sciogliere il suo esercito, presentandosi alle porte della città, e costringendo di fatto Silla a concedergli ciò che chiedeva.

Dopo l’abdicazione di Silla, Pompeo sostenne la candidatura di Marco Lepido per il consolato del 78. Tuttavia, una volta salito al potere, Lepido tentò una rivolta che Pompeo non esitò a reprimere, schierandosi a favore del Senato. Terminata la rivolta, Pompeo rifiutò di sciogliere il suo esercito e lo usò per esercitare pressione sul Senato, ottenendo il comando proconsolare per unirsi al generale Metello Pio, impegnato in Spagna contro il capo mariano Sertorio.

La campagna contro Sertorio

Durante la campagna per riconquistare la Spagna, Pompeo fu messo alla prova non solo dal punto di vista militare.

Sertorio era un generale romano esperto di guerriglia, che, ribellatosi al governo di Roma, aveva creato una sorta di “stato indipendente” in Spagna. La guerra durò diversi anni e fu caratterizzata da una serie di tattiche militari innovative, utilizzate da entrambi i lati.

Pompeo era determinato a porre fine alla rivolta di Sertorio, ma inizialmente ebbe poco successo, in parte perché Sertorio aveva il supporto dei popoli locali e in parte perché la sua tattica era particolarmente efficace contro le truppe romane regolari. Tuttavia, presto anche Pompeo iniziò a sviluppare nuove tattiche che gli permisero di combattere contro Sertorio con successo.

Dopo diversi anni di guerra, Pompeo riuscì a batterlo, ponendo fine alla sua rivolta e riportando la Spagna sotto il controllo romano.

Nel frattempo, Pompeo intesseva legami politici: la sua strategia era orientata alla riconciliazione e alla riabilitazione dei vecchi seguaci di Silla, e al termine della guerra contro Sertorio, la sua influenza personale e il suo patrocinio si estendevano ora sulla Spagna, la Gallia meridionale e l’Italia settentrionale.

Contraddicendo gli ordini di Metello, Pompeo decise di riportare il suo esercito in Italia, usando il pretesto di dover sedare la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco: in realtà il suo ruolo nella sconfitta di Spartaco fu marginale, ma i suoi luogotenenti riuscirono a portare la notizia della vittoria in Senato prima dei messaggeri del vero generale che lo aveva affrontato, Licinio Crasso, attribuendo a Pompeo tutto il merito.

Nonostante ciò, Pompeo e Marco Licinio Crasso misero momentaneamente da parte i rancori personali e usarono la presenza delle legioni per fare pressione sul Senato: i due furono eletti congiuntamente consoli nel 70 a.C e a Pompeo fu concesso un altro trionfo.

Durante il loro consolato, Pompeo e Crasso, seppur litigando continuamente, abrogarono le riforme politiche di Silla, ripristinando i poteri dei tribuni della plebe e privando i senatori del loro monopolio come giurati nei tribunali permanenti.

Le campagne di Pompeo contro i pirati e in Oriente

Pur essendo i nobili i dominatori delle elezioni consolari, le vere leve del potere si trovavano ormai nei generali in grado mobilitare le legioni. Il Senato aveva infatti bisogno di recuperare il controllo del mare Mediterraneo dai pirati, ed erano pronti ad affidare ad un generale un comando straordinario.

Pompeo si propose subito come volontario, ma nel Senato vi fu titubanza ad affidare un potere militare così vasto ad un generale che aveva già dimostrato di fare un uso quasi spregiudicato delle legioni.

Nonostante alcuni tentativi di ostacolarlo, nel 67 a.C, il tribuno Aulo Gabinio fece passare un disegno di legge attraverso l’assemblea popolare che autorizzava Pompeo ad affrontare il problema dei pirati.

Questa fu l’occasione perfetta per Pompeo, che si dimostrò subito all’altezza della situazione. In poco tempo, organizzò una flotta e iniziò una campagna senza precedenti contro i pirati del Mediterraneo, utilizzando non solo l’abilità militare ma anche le sue doti diplomatiche per convincere alcuni dei loro leader ad arrendersi.

Mentre Pompeo si trovava ancora in Oriente, impegnato nel reinsediamento dei pirati trasformati in pacifici agricoltori, un altro tribuno, Gaio Manilio, portò avanti a Roma un disegno di legge che nominava Pompeo comandante contro Mitridate, re del Ponto, un regno dell’Asia Minore che confinava con il Mar Nero, che sfidava il potere romano ad est.

La proposta fu approvata, concedendo a Pompeo pieni poteri per organizzare la guerra, pacificare e riorganizzare l’amministrazione delle province orientali romane.

Pompeo, spodestando il generale Lucullo, da tempo impegnato contro Mitridate, riuscì rapidamente a concludere la guerra, e dopo la morte di Mitridate nel 63 a.C, pianificò il consolidamento delle province orientali e dei regni di frontiera.

Pose il re Tigrane al comando dello stato cuscinetto di Armenia. Inoltre, respinse la richiesta del re partico di riconoscere il fiume Eufrate come confine romano ed, al contrario, estese la catena romana di protettorati per includere la Colchide, sul Mar Nero, e gli stati a sud del Caucaso.

In Anatolia, creò le nuove province di Bitinia-Ponto e Cilicia, annesse la Siria mentre lasciò la Giudea come uno stato ancora indipendente, benchè tributario di Roma.

La riorganizzazione dell’Oriente fu uno dei più grandi successi di Pompeo, che riuscì a raggiungere grazie alla sua comprensione profonda dei fattori geografici e politici della regione. Pompeo riuscì a creare un equilibrio che costituì la base del sistema difensivo dell’Oriente romano che durò per oltre 500 anni, con poche modifiche significative.

Nel dicembre del 62 a.C, Pompeo raggiunse il culmine del potere e del prestigio sbarcando a Brundisium (Brindisi) e congedando l’esercito, mentre il suo terzo trionfo nel 61 d.C fu un’ulteriore conferma del suo successo.

Tuttavia, il suo potere politico venne gradualmente minato da diversi oppositori. I nemici di Pompeo erano gli Optimates, ovvero gli aristrocratici, che se da un lato gli avevano affidato incarichi militari per risolvere problemi urgenti come i pirati o Mitridate, si erano resi conto che troppe volte Pompeo aveva forzato la situazione e ottenuto incarichi con la forza.

Tornato in Italia, Pompeo si rese perfettamente conto dell’atteggiamento ostile del Senato ma evitò di schierarsi con i Populares contro gli Optimates, poiché non era un rivoluzionario.

Dopo aver divorziato dalla sua terza moglie, Mucia, per presunto adulterio con Giulio Cesare, propose di allearsi politicamente con Marco Porcio Catone il Giovane, esponente dell’aristocrazia senatoria, proponendosi anche di sposarne la figlia, ma la sua offerta fu respinta.

I nobili serravano i ranghi contro di lui, determinati soprattutto ad impedire la ratifica delle sue decisioni in Oriente e a respingere la sua richiesta di terra per i suoi veterani.

Il primo triumvirato con Crasso e Cesare

L’aiuto per Pompeo arrivò solo quando Cesare fece ritorno dal suo governatorato in Spagna. Su iniziativa di Cesare, e insieme a Crasso, formarono il “Primo Triumvirato”, una accordo privato e segreto, che sarebbe diventato molto più di un semplice patto elettorale.

La solidarietà tra i tre permise ad ognuno di ottenere i propri obiettivi. Cesare sarebbe diventato console per il 59 a.C e si sarebbe impegnato ad emettere decreti per cui Crasso avrebbe potuto consolidare il suo impero finanziario e Pompeo avrebbe avuto la redistribuzione di terre ai suoi veterani e l’approvazione delle riforme in Oriente di cui aveva bisogno.

Il piano funzionò perfettamente. Cesare, eletto console per il 59 a.C, impose immediatamente una legge fondiaria e, poco dopo, un’altra redistribuzione di terre pubbliche in Campania.

Pompeo, nel frattempo, risolse il problema dell’approvvigionamento di grano di Roma con la sua solita efficienza, ma i nobili mantennero la loro opposizione. Nel 56, l’anno critico per i triumviri, i nobili cercarono di impedire l’invio di Pompeo in missione militare in Egitto attraverso pretesti di natura religiosa, mentre il politicante Publio Clodio riuscì a convincere Pompeo che Crasso complottava contro di lui.

Inoltre, gli aristocratici cercarono di sospendere la legge di Cesare per la distribuzione delle terre campane, cercando di contrastare i piani dei triumviri in ogni modo possibile.

Crasso, preoccupato dei sospetti di Pompeo, decise di incontrare Cesare a Ravenna: i due convocarono poi Pompeo a Lucca per aggiornare il loro accordo. Questo rinnovo di alleanza, chiamato “Patto di Lucca” (56 a.C), preparò il terreno per la prossima fase della loro cooperazione.

Pompeo e Crasso volevano essere eletti consoli per il 55, per avere poi comandi quinquennali nelle province, mentre Cesare, tallonato dai nemici politici che volevano metterlo sotto processo, si era salvato solo con l’assegnazione di un comando militare straordinario nelle Gallie, e voleva che il suo comando fosse rinnovato per altri cinque anni.

Dopo una lunga lotta, i tre politici raggiunsero il loro obiettivo con la corruzione e la violenza. Pompeo e Crasso furono eletti consoli, con la maggioranza delle magistrature minori che andarono ai loro sostenitori. Cesare ottenne l’estensione del suo comando, mentre Pompeo e Crasso ricevettero incarichi rispettivamente in Spagna e Siria.

Nonostante la loro volontà di collaborazione, l’improvvisa morte della figlia di Cesare, Giulia, nel 54 a.C, distrusse il forte legame familiare tra Pompeo e Cesare. Inoltre, Crasso, che aveva sempre avuto un ruolo di mediazione, subì una disastrosa sconfitta a Carre contro i Parti, morendo sul campo di battaglia.

Il primo triumvirato non esisteva più, anche se Pompeo, in un primo momento, non mostrava alcuna intenzione di rompere con Cesare.

La guerra civile contro Cesare

La legislazione di Pompeo del 52 a.C dimostra il suo sincero interesse per le riforme, ma anche la sua doppiezza nei confronti di Cesare.

Pompeo riformò infatti i tribunali, nominando giurati affidabili, ma stabilì anche una legge contro la corruzione durante le elezioni, che è stata giustamente interpretata dai sostenitori di Cesare come un’iniziativa contro di lui.

Un’altra legge decisamente contraria a Cesare prevedeva un intervallo di cinque anni tra lo svolgimento di magistrature a Roma e l’assunzione del comando in una provincia. Questa legge, insieme ad un’altra che vietava la candidatura in assenza, impedì a Cesare di diventare console designato e di rimanere al sicuro prima di sciogliere il suo esercito in Gallia. Negli anni 51-50 furono fatti diversi tentativi di richiamare Cesare prima della fine del suo secondo mandato in Gallia.

Pompeo, pur essendo sempre più sospettoso delle ambizioni di Cesare, non si espresse apertamente contro di lui fino alla fine del 51, quando rese chiare le sue intenzioni. Dichiarò che non avrebbe preso in considerazione la proposta di candidare Cesare come console designato mentre era ancora al comando del suo esercito.

Le sue proposte per il richiamo di Cesare furono inaccettabili per quest’ultimo, il quale decise di usare la ricchezza accumulata in Gallia per comprare alleati al Senato in modo da ostacolare i suoi nemici.

Il Senato si trovò quindi diviso a metà tra Cesare e Pompeo. Gli Optimates erano marcatamente a favore di Pompeo, anche se lo vedevano semplicemente come il male minore. Ad un certo punto, Curione, un tribuno della plebe corrotto da Cesare, fu quasi sul punto di convincere il Senato a sciogliere gli eserciti sia di Cesare che di Pompeo.

Come riposta, il console Gaio Marcello, non riuscendo a indurre il Senato a dichiarare Cesare nemico pubblico, visitò Pompeo con i consoli designati e gli mise una spada in mano. Pompeo accettò il loro invito a radunare un esercito e difendere lo stato. Cesare continuò a offrire soluzioni di compromesso, anche se si stava già preparando alla guerra.

Il 7 gennaio 49 a.C, il Senato decretò finalmente lo stato di guerra e quattro giorni dopo Cesare attraversò il Rubicone.

Le battaglie contro Cesare e la morte

Il piano di Pompeo era di condurre una guerra di logoramento contro Cesare. Egli ritirò i suoi eserciti da Roma e dall’Italia, facendosi inseguire. Cesare lo raggiunse a Brindisi, ma Pompeo riuscì a sfuggirgli, riorganizzando le sue forze nei Balcani per lo scontro decisivo.

Inizialmente la strategia di Pompeo si dimostrò vincente. Cesare si ritrovò tagliato fuori dalla sua base in Italia e fu costretto ad affrontare forze terrestri superiori a Durazzo, dove subì la sua prima grande sconfitta contro Pompeo.

Cesare fu respinto in un assalto al campo di Pompeo e fu costretto a muoversi verso est, in Tessaglia. Pompeo lo seguì e si unì all’esercito del Senato guidato da Scipione, rendendo la situazione insostenibile per Cesare. La sua strategia “attendista” avrebbe ridotto l’esercito cesariano alla fame entro qualche mese.

Ma sotto la pressione dei suoi alleati Ottimati, che iniziarono a deriderlo e a sospettare che avesse paura dell’avversario, Pompeo fu costretto a cambiare i suoi piani e ad ingaggiare battaglia.

Questo si rivelò un errore fatale.

Cesare fu capace di sconfiggerlo, pur in inferiorità numerica, nella pianura di Farsalo, ottenendo una delle più brillanti vittorie militari della sua carriera e dell’intera storia romana.

Pompeo fuggì dal campo mentre il nemico lo prendeva d’assalto e si diresse verso la costa, dove perse il contatto con la sua flotta. Si spostò poi verso sud in Cilicia, Cipro ed infine in Egitto, dove credeva di essere al sicuro, dal momento che aveva diverse clientele e alleanze.

Fu invece ucciso a tradimento dai sicari del giovanissimo re Tolomeo, che saputo della vittoria di Cesare, sperava di ingraziarsi il vincitore della guerra civile.

L’eredità di Pompeo Magno

Il nome di Pompeo ha lasciato un segno duraturo nella storia. La sua fine ispirò alcuni dei migliori versi di Lucano e il suo successo è stato apprezzato dai grandi scrittori dell’impero.

Tuttavia, ci sono pochi resoconti chiari e imparziali di Pompeo da parte dei suoi contemporanei. Cesare nella sua propaganda lavorò inevitabilmente per danneggiare la reputazione del suo rivale, anche se dicono che pianse quando venne a sapere della sua morte. Cicerone aveva una visione distorta di Pompeo, a causa della sua invidia e della paura che egli potesse diventare dittatore.

Pompeo non era un rivoluzionario o un reazionario, ma si aspettava un’accettazione volontaria del suo primato. Tuttavia, i suoi metodi per ottenere ruoli e incarichi gli avevano alienato per sempre l’appoggio degli aristocratici, costringendolo a un ruolo secondario che non accettò mai. Pompeo era un politico inefficace a causa della mancanza di coerenza tra la sua politica e le sue azioni sul campo.

Come capo militare, Pompeo mancava del genio e del dinamismo di Cesare, ma era un perfetto amministratore. Eppure, nonostante avesse indovinato la strategia capace di sconfiggere Cesare, non riuscì ad imporla nel momento cruciale, di nuovo ostacolato da quei miopi aristocratici, che cercarono di utilizzarlo e di servirsene durante tutta la sua vita.

Gli Etruschi. Origini, storia e cultura

Gli Etruschi formarono la nazione più potente dell’Italia preromana, sviluppando una civiltà ricca e fiorente. La loro influenza sulla primissima storia di Roma e sull’intera cultura romana è sempre più riconosciuta dagli studiosi e dagli archeologi.

Diverse prove suggeriscono che gli Etruschi insegnarono ai Romani moltissime cose, come l’alfabeto, i numeri e diversi elementi dell’architettura, dell’arte, della religione e persino dell’abbigliamento come nel caso della toga, che normalmente viene associata alla cultura romana, ma che è in realtà un’invenzione etrusca.

Origine del nome

I Greci chiamavano gli Etruschi Tyrsenoi o Tyrrhenoi, mentre i Latini si riferivano a loro come Tusci o Etrusci. Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi si chiamavano Rasenna, e questa affermazione trova conferma nella parola “Rasna“, spesso presente nelle iscrizioni etrusche.

Geografia e risorse dell’Etruria

L’Antica Etruria si trovava nell’Italia centrale ed era delimitata a nord dal fiume Arno, a est e a sud dal fiume Tevere e a ovest dal Mar Tirreno.

L’area corrisponde alle odierne zone della Toscana, del Lazio e dell’Umbria. Le principali risorse naturali, che furono fondamentali per lo sviluppo del commercio etrusco e per la crescita delle città, erano i ricchissimi giacimenti di minerali metalliferi, presenti sia nelle zone settentrionali che in quelle meridionali.

Nell’area meridionale, dove infatti sorsero le prime grandi città etrusche come Tarquinia e Cere, i monti della Tolfa fornivano regolarmente rame, ferro e stagno. Questi minerali vennero trovati anche nell’entroterra del Monte Amiata, la più alta montagna delle Toscana, oltre che nelle vicinanze della città di Chiusi.

Ma l’area più produttiva fu sicuramente la zona settentrionale, nella catena dei Monti Metalliferi, da cui si estraevano enormi quantità di rame e ferro.

Anche le foreste costituivano una importantissima risorsa naturale, fornendo legna da ardere per le operazioni metallurgiche e legname per la costruzione delle navi.

Gli Etruschi erano inoltre famosi per le loro attività marittime: dominavano regolarmente i mari sulla costa occidentale dell’Italia e avevano una temibile reputazione di pirati, temuti per tutto il Mediterraneo.

La prosperità etrusca si fondò anche su una solida ed efficiente tradizione e produzione agricola, tanto che, diversi secoli dopo, Scipione l’Africano, organizzando una spedizione contro Annibale, si rifaceva regolarmente ai raccolti etruschi per foraggiare il suo esercito.

I periodi della storia etrusca

Secondo le iscrizioni rinvenute sul luogo, la presenza del popolo etrusco nella regione dell’Etruria si attesta già nel 700 a.C.

Tuttavia, è opinione diffusa che gli etruschi fossero presenti in Italia molto prima di questa data. Tanto è vero che si identificano come antenati degli Etruschi i cosiddetti Villanoviani, che vissero in quei luoghi dal IX all’VIII secolo a.C., durante l’età del ferro.

Dal momento che nessuna opera letteraria etrusca è sopravvissuta, tutta la cronologia della storia di questo popolo è stata costruita realizzando un parallelo con quella greca.

Questo perchè gli etruschi entrarono in contatto con la cultura greca nel periodo in cui fu fondata la prima colonia ellenica in Italia, nel 775 a.C. circa, quando i greci dell’isola di Eubea si stabilirono vicino al golfo di Napoli.

A partire da questa epoca, furono mano mano importati in Etruria numerosi manufatti greci e mediorientali: così, confrontando i ritrovamenti di oggetti etruschi con i manufatti greci dello stesso periodo, è stato possibile dedurre delle date relativamente precise sullo sviluppo della civiltà etrusca.

Così, il periodo della storia etrusca viene tradizionalmente diviso in periodo orientale, risalente al VII secolo a.C.; periodo arcaico, che corrisponde al VI e alla prima metà del V secolo a.C.; periodo classico, dalla seconda metà del V al IV secolo a.C. e periodo ellenistico, dal III al I secolo a.C.

Dopodiché, la cultura etrusca venne assorbita dalla civiltà romana durante il I secolo a.C. e scomparve come entità riconoscibile.

La lingua e la scrittura etrusca

Purtroppo l’etrusco non è sopravvissuto in alcuna opera letteraria e dunque gli storici si rifanno esclusivamente alla letteratura religiosa.

Anche se le prove sono decisamente poche e frammentarie, in realtà l’etrusco venne conosciuto e studiato fino al tempo della Roma imperiale. Ad esempio, l’imperatore Claudio era un grande conoscitore della storia degli Etruschi e scrisse su di loro un’opera perduta in 20 libri, che si basava su fonti preziose ancora conservate ai suoi tempi.

La lingua etrusca continuò ad essere utilizzata, soprattutto nel contesto religioso, fino alla tarda antichità e l’ultima testimonianza dell’uso dell’etrusco si individua ai tempi dell’invasione di Roma da parte di Alarico, il capo dei Visigoti, del 410 d.C, quando alcuni sacerdoti, che conoscevano ancora la divinazione etrusca, furono convocati per evocare dei fulmini contro i barbari.

Complessivamente, vi sono più di 10.000 iscrizioni etrusche conosciute e ogni anno vengono scoperte nuove prove. Si tratta fondamentalmente di brevi descrizioni funerarie su urne cinerarie o nelle tombe o su oggetti dedicati nei santuari.

Altre iscrizioni etrusche si trovano incise sul bronzo, dove danno il nome a figure mitologiche o si riferiscono al proprietario dell’oggetto. Anche sulle ceramiche, infine, vi sono iscrizioni, utili per comprendere qualche frammento della lingua etrusca.

L’iscrizione più lunga in lingua etrusca è relativa alla cosiddetta “Mummia di Zagabria”, trovata in Egitto nel XIX secolo e trasportata in Jugoslavia da un esploratore e oggi conservata nel Museo Nazionale di Zagabria.

Si trattava di un libro realizzato in stoffa di lino che ad un certo punto venne tagliato in strisce per avvolgere una mummia. Queste strisce contengono 1300 parole, scritte in inchiostro nero sul tessuto, e rappresentano il testo etrusco più lungo ad oggi conosciuto, contenente un calendario e alcune istruzioni per il sacrificio.

Da queste informazioni abbiamo un quadro abbastanza chiaro della letteratura religiosa etrusca.

Dall’Italia giunge invece un importante testo religioso, inciso su una piastrella nell’antico sito di Capua, oltre ad un’iscrizione su una pietra a Perugia, contenente un testo di natura giuridica.

Le poche iscrizioni bilingue etrusco-latine, tutte di natura funeraria, hanno poca importanza rispetto ai ritrovamenti precedenti per la comprensione globale dell’etrusco.

Alcune targhe d’oro trovate nell’antico santuario di Pyrgi, ma anche nella città portuale di Cere, ci forniscono invece due testi, uno in etrusco e l’altro in fenicio, di circa 40 parole. Si tratta di un’iscrizione bilingue paragonabile alle stelle di Rosetta e ci offrono dati sostanziali per la comprensione dell’etrusco attraverso una lingua conosciuta come il fenicio.

In realtà, la credenza sviluppatasi nel corso del ventesimo secolo, secondo la quale la lingua etrusca sia sconosciuta, è fondamentalmente errata.

Non esiste alcun problema nel decifrare la lingua etrusca, tanto che i testi etruschi sono in gran parte perfettamente leggibili.

L’alfabeto etrusco deriva infatti da quello greco, originariamente appreso dai Fenici, e venne diffuso in Italia dalle colonie dell’isola di Eubea durante l’VIII secolo a.C., adattandosi alla fonetica etrusca.

In realtà, il vero problema con i testi etruschi risiede nella difficoltà di comprendere le forme grammaticali. Il problema principale deriva dal fatto che non esiste alcuna lingua conosciuta con una parentela stretta con l’etrusco che possa consentirci un confronto affidabile, completo e conclusivo.

L’assoluta originalità della lingua etrusca e le conseguenti difficoltà di comprensione erano un problema già noto agli antichi, e anche la linguistica moderna esegue diversi tentativi, molto spesso vani, di collegare l’etrusco a uno dei vari gruppi linguistici nel mondo mediterraneo ed eurasiatico.

Esistono alcuni paralleli con le lingue indoeuropee, in particolare con le lingue italiche, ma anche con quelle non indoeuropee dell’area occidentale del Caucaso. Questo significa che l’etrusco, in realtà, non è una lingua totalmente isolata. Le sue radici si intrecciano sicuramente con altre formazioni linguistiche all’interno di un’area geografica che si estende dall’Asia occidentale all’Europa centro-orientale e al Mediterraneo centrale, e gli ultimi sviluppi della lingua potrebbero derivare da un contatto più diretto con le lingue indoeuropee e non indoeuropee dell’Italia.

Rimane tuttavia fermo il fatto che l’etrusco non può essere classificato semplicemente come una lingua caucasica, anatolica o indoeuropea, come facciamo con il greco e con il latino, dal momento che la sua struttura ne è profondamente diversa.

Le tecniche tradizionalmente utilizzate per comprendere la lingua etrusca sono sostanzialmente l’etimologico, che si basa sul confronto delle radici delle parole e degli elementi grammaticali conosciuti con quelli di altre lingue, la tecnica combinatoria, dove si analizzano e si interpretano i testi etruschi eseguendo uno studio comparativo all’interno degli stessi testi della stessa lingua, (rimanendo quindi sempre all’interno delle forme grammaticali e delle parole etrusche), e infine la tecnica bilingue, dove si confrontano le formule rituali, votive e funerarie etrusche con delle formule analoghe di testi appartenenti al greco, latino o all’umbro.

In passato, le scuole linguistiche prediligevano una sola di queste tecniche, ma oggi, grazie ai ritrovamenti più recenti, si utilizza spesso un mix di queste procedure.

L’Urbanistica e le infrastrutture etrusche

La mancanza di una letteratura etrusca e i resoconti contraddittori da parte degli studiosi dell’antica Grecia e dell’antica Roma fanno sì che per la comprensione della storia etrusca, i ritrovamenti archeologici siano fondamentali.

I resti archeologici e i contesti nei quali questi vengono trovati rientrano in tre categorie fondamentali: funerarie, urbane e sacre.

La più grande percentuale di ritrovamenti è sicuramente di natura funeraria. Ecco perché abbiamo molte informazioni sull’idea etrusca relativa all’aldilà e sull’atteggiamento verso i defunti delle famiglie, ma anche le informazioni sugli insediamenti etruschi sono per noi di grande importanza.

Le testimonianze meglio conservate appartengono alla città etrusca di Marzabotto, vicino a Bologna. Queste rivelano che gli Etruschi furono tra i primi nel Mediterraneo a progettare delle città con un piano a griglia, impostando una strada principale da nord a sud assieme ad un’altra strada principale da est a ovest, cosa poi comune nel mondo romano.

Il rituale utilizzato per la fondazione di una città comprendeva l’innalzamento di mura, di templi e di altre aree sacre, qualcosa di noto anche ai Romani come “ritus etruscus“.

Questi piani urbanistici rigidamente organizzati si riscontrano in alcune città etrusche, ma subiscono spesso delle variazioni, soprattutto quando le città etrusche appartengono a precedenti villaggi di epoca villanoviana che hanno dovuto adattarsi all’andamento delle colline.

Sotto l’aspetto sacrale, il tempio etrusco viene costruito attraverso una precisa organizzazione, tramandando questo stesso sistema ai Romani.

A differenza dei templi greci, quelli etruschi mostravano una chiara differenza tra il fronte e il retro del tempio, con un portico anteriore dotato di un profondo colonnato e una cella. I materiali con cui venivano costruiti i templi erano spesso deperibili, come il legno e i mattoni di fango, ad eccezione delle abbondanti sculture di terracotta che adornavano puntualmente il tempio.

I templi meglio conservati sono sicuramente il Portonaccio a Veio, risalente al VI secolo a.C., dove si trovano diverse figure mitologiche.

Di natura diversa sono gli spettacolari reperti di Poggio Civitate, vicino a Siena, dove gli scavi hanno rivelato un enorme edificio del periodo arcaico con mura realizzate in terra battuta. Questo era adornato con figure di terracotta a grandezza naturale sia maschili che femminili, umane e animali.

Gli archeologi non sono perfettamente d’accordo sulla natura del sito e non hanno ancora compreso perfettamente se l’edificio fosse un palazzo, un santuario o un luogo per le assemblee civiche.

Le più comuni case etrusche presenti nei numerosi siti archeologici includono invece capanne di forma ovale, mentre altre hanno una struttura a pianta rettilinea come quelle che si trovano ad Acquarossa e a Vetulonia.

Per quanto riguarda le necropoli della zona, queste mostrano occasionalmente segni di una pianta a griglia, come quelle ad Orvieto, risalenti alla seconda metà del sesto secolo a.C. e a Cere, ma più spesso vi è una pianta irregolare.

Dal momento che gli Etruschi si impegnarono regolarmente per rendere i loro cimiteri confortevoli per i parenti defunti, questi hanno spesso una struttura simile ai quartieri che ospitavano le case.

Così, le tombe di Cere sono scavate sotto terra nel morbido tufo vulcanico e hanno non solo finestre, porte, colonne e travi, ma anche mobili scolpiti nella roccia viva.

A Tarquinia, la tradizione per la decorazione delle tombe ha portato a dipingere le pareti delle camere funerarie con alcuni affreschi che rappresentano banchetti, giochi, balli, musiche e vari spettacoli, a volte in paesaggi all’aperto.

Le scene servivano sicuramente per rallegrare l’ambiente, ma facevano probabilmente anche riferimento al tipo di aldilà che ci si aspettava per il defunto. Il concetto di un aldilà “positivo” prevalse soprattutto nel periodo Etrusco arcaico, mentre nei secoli successivi la cultura etrusca deve avere evidentemente avuto un’evoluzione, ritenendo l’aldilà un regno più oscuro, simile ai nostri Inferi.

Gli affreschi più tardi mostrano infatti il sovrano dell’Ade che indossa un berretto di pelle di lupo e siede in trono accanto a sua moglie, in una scena popolata da diversi demoni e mostri, come si vede nella Tomba dei Demoni Blu scoperta a Tarquinia. Situazione simile alla Tomba di Francois a Vulci, dove vi è una sorta di diavolo dalla pelle blu che aspetta, con il suo martello, di colpire il defunto per portarlo negli inferi.

Manifattura e produzione artigianale

Un tema continuo per il mondo etrusco è il rapporto con i modelli greci.

Il confronto con la cultura ellenistica è essenziale, soprattutto alla luce delle enormi quantità di manufatti greci, soprattutto vasi, che sono stati ritrovati in Etruria e che confermano come l’arte etrusca abbia ampiamente tratto ispirazione da quella greca, soprattutto nelle ceramiche.

Ed è certo che diversi artigiani greci si stabilirono in Etruria, come dimostrano i rapporti di Plinio il Vecchio, che cita un nobile corinzio di nome Demarato che si trasferì a Tarquinia portando con sé i suoi artisti.

Tuttavia, non è corretto dire che l’arte etrusca sia inferiore o si limiti ad imitare quella greca, mentre è più giusto considerare l’arte greca, come in altri casi della storia, come portatrice di modelli in grado di ispirare la cultura etrusca.

Oltre ai loro originali modi di progettare una città o di costruire un tempio o una tomba, si può notare un processo di produzione della ceramica unico da parte degli etruschi, noto come bucchero, dove su un fondo nero lucido sono presenti incisioni decorative, radicalmente diverse dalla concezione standard della produzione greca, che normalmente utilizzava una vernice con un contrasto di rosso di crema sul nero.

Nella metallurgia, gli specchi di bronzo, prodotti in quantità dagli etruschi, sembrano essere una sorta di “industria nazionale etrusca” che non ha paragoni nel mondo antico, dove gli specchi stessi avevano un lato riflettente convesso e un lato concavo adornato con diverse incisioni che riprendevano i temi della mitologia greca e della vita quotidiana.

Anche la moda etrusca aveva molti elementi assolutamente originali, come quello di portare una lunga treccia fino alla schiena, le scarpe a punta e un mantello con l’orlo curvo, che sarà noto ai romani come toga.

Infine, gli etruschi sembrano aver avuto un interesse nel riprodurre le fattezze dei loro parenti o dei funzionari statali più importanti, dando un grande impulso allo sviluppo della ritrattistica realistica in Italia.

Religione e mitologia etrusca

Il principio essenziale nella religione etrusca era la convinzione che la vita umana fosse immensamente piccola all’interno di un universo controllato da dei, che manifestavano regolarmente la loro natura e la loro volontà gestendo i fenomeni del mondo naturale.

Questa credenza si vede benissimo nelle arti rappresentative etrusche, dove vi sono spesso rappresentazioni di terra, mare e aria, dove l’uomo è sistematicamente integrato nell’ambiente.

Gli scrittori romani riferiscono che gli etruschi consideravano qualsiasi elemento, da un uccello ad una bacca, come una potenziale fonte di conoscenza degli dei. I loro miti spiegano che la tradizione etrusca venne comunicata dagli dei attraverso un profeta, Tages, un bambino dai poteri miracolosi ma con le fattezze di un vecchio saggio, che sbucò fuori da un solco arato nei campi di Tarquinia e che rivelò tutti gli elementi della struttura dell’universo, in un modo che i romani chiamarono più tardi “discipline etrusche”

Le fonti letterarie ed epigrafiche lasciano intravedere una cosmologia dove l’immagine del cielo si riflette in aree più piccole sulla terra, persino nelle viscere degli animali.

Così, la cupola celeste veniva divisa in 16 compartimenti, abitati da varie divinità: le divinità maggiori posizionate ad est, composte da esseri divini astrali, seguiti da esseri terrestri a sud, esseri infernali ed infausti ad ovest, mentre le divinità più potenti e misteriose, legate all’andamento del destino, abitavano il nord.

Tali divinità si manifestavano per mezzo di fenomeni naturali, principalmente i fulmini.

Questo macrocosmo si rivelava puntualmente nel microcosmo del fegato degli animali. Il più famoso esempio e conferma di ciò è un modello in bronzo di un fegato di pecora ritrovato nei pressi di Piacenza, dove vi sono incisi i nomi delle divinità, organizzati esattamente in 16 aree.

Questa concezione portò all’arte della divinazione, per la quale gli etruschi erano particolarmente famosi in tutto il mondo antico. Azioni sia pubbliche che private venivano decise solo dopo aver interrogato gli dei, e le risposte negative o minacciose richiedevano, per contro, complesse cerimonie protettive

La forma più importante di divinazione era l’aruspicina, ovvero lo studio dei dettagli dei visceri, specialmente il fegato degli animali sacrificali.

Seconda per importanza vi era l’osservazione dei fulmini e di altri fenomeni celesti, come il volo degli uccelli. Infine, vi era l’interpretazione dei prodigi, cioè gli eventi straordinari e meravigliosi osservati nel cielo e sulla terra.

Queste pratiche, che vengono esplicitamente attribuite dagli autori antichi alla religione etrusca, vennero massicciamente importate e adottate dai Romani.

Gli etruschi riconobbero più di 40 divinità, molte ad oggi sconosciute. La natura delle divinità era spesso vaga, e i riferimenti a loro sono pieni di ambiguità sia sui loro attributi che sul loro numero. Alcune furono equiparate ai principali dei greci e romani. Per quanto ne sappiamo, Tin o Tinia era equivalente a Zeus/Giove, Uni a Era/Giunone, Sethlans a Efesto/Vulcano, Turms a Hermes/Mercurio, Turan ad Afrodite/Venere e Menrva ad Atena/Minerva.

Tuttavia, le caratteristiche di questi dei erano profondamente diverse dalle controparti greche. Ad esempio, Menrva era una divinità immensamente popolare, che proteggeva il matrimonio e il parto, in contrasto con la vergine Atena, molto più interessata alla protezione dei maschi.

Molti degli dei etruschi avevano poteri di guarigione e talvolta la possibilità di lanciare fulmini. Vi erano poi divinità più simili al mondo greco-romano come Ercole e Apulu, evidentemente introdotte direttamente dalla Grecia.

Le origini degli Etruschi

Dal momento che gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, pur essendo circondati da popoli indoeuropei come i Latini o gli Umbri, gli studiosi del XIX secolo hanno spesso dibattuto in maniera anche molto aspra sulle origini di questa popolazione del tutto anomala.

La disputa è continuata fino al XXI secolo, anche se ora ha perso gran parte della sua forza. Uno dei più grandi studiosi degli Etruschi, Massimo Pallottino, ha osservato che queste discussioni sono ormai diventate sterili, dal momento che il problema è sempre stato posto in maniera errata.

È stata infatti posta troppa enfasi sulla provenienza degli Etruschi, aspettandosi una risposta semplice. In realtà, il problema è molto più complesso, e bisognerebbe invece dirigere la propria attenzione alla comprensione della formazione della popolazione etrusca.

Il dibattito sull’origine degli Etruschi cominciò già nell’antichità, con l’affermazione di Erodoto che li riteneva originari della Lidia, in Anatolia, e che identificò il loro leader in Tyrsenos, che diede il suo nome a tutta la razza.

I sostenitori di questa teoria, definita “orientale“, si basarono soprattutto su prove archeologiche che denotavano una profonda influenza orientale in tutta la cultura etrusca, come vediamo nell’architettura funeraria monumentale o nell’utilizzo di oggetti di lusso in oro, avorio e altri materiali.

Ma cronologicamente, l’arrivo di manufatti orientali avvenne quasi 500 anni troppo tardi per dare credito alla migrazione affermata da Erodoto.

Si pensò anche ad una improvvisa immigrazione di massa dall’Anatolia, il che è abbastanza spiegabile facendo riferimento alle rotte commerciali stabiliti dai Greci nell’ottavo secolo a.C.

Un documento chiave sul quale si basa questa teoria è l’iscrizione sulla stele tombale in pietra trovata sull’isola di Lemnos, vicino alla costa dell’Anatolia, che mostra notevoli somiglianze lessicali e strutturali con la lingua etrusca.

Ma questo è un documento isolato che risale al VI secolo a.C. e non può da solo costituire una prova definitiva della migrazione affermata da Erodoto dall’Anatolia.

Al contrario, viene ora proposto che l’iscrizione di Lemnos possa essere conseguenza di una colonizzazione o di uno scambio tra Etruschi e commercianti anatolici attorno al VI secolo a.C.

Una seconda teoria sulle origini etrusche venne proposta da Dionigi da Alicarnasso, che rifiutò l’interpretazione di Erodoto, sottolineando che la lingua e i costumi LIdi e quelli degli Etruschi erano molto diversi tra di loro.

Dionigi afferma che gli Etruschi erano autoctoni e quindi di origine locale italica. Ora, l’accettazione di questa teoria “autoctona” richiede che la cultura villanoviana sia considerata come una fase iniziale della civiltà etrusca.

Vero che ci sono collegamenti tra la cultura etrusca e quella dei popoli villanoviani, con le loro abitudini, ma ve ne sono anche con la cultura appenninica seminomade.

Vi sono, inoltre, prove crescenti di un periodo di transizione, dalla fine dell’età del bronzo all’inizio dell’età del ferro, in cui si sono verificati sviluppi importanti e dove vengono dimostrate minori commistioni tra gli Etruschi e la cultura villanoviana.

In questo periodo si verificò un aumento della popolazione e della ricchezza complessiva, una tendenza a stabilire insediamenti più grandi e permanenti, un’espansione delle conoscenze metallurgiche e un rafforzamento delle tecniche agricole.

Il fatto che i ritrovamenti archeologici dipingano l’età villanoviana dominata da uno sviluppo graduale, piuttosto che dal risultato di un’improvvisa invasione o grande immigrazione, sembra dare credito alla teoria degli Etruschi autoctoni.

Ma ancora una volta, il quadro è offuscato, in quanto tracce villanoviane si trovano anche in diverse aree sparse in tutta Italia, comprese delle zone che sicuramente non vennero colonizzate dagli Etruschi.

A queste due teorie antiche, si aggiunse nel XIX secolo una terza che ipotizzava la migrazione degli Etruschi in Italia dal nord via terra. Questa teoria non ha alcun supporto letterario antico e si basa sulle analogie tra le abitudini e i manufatti delle culture crematorie Villanoviane dell’età del ferro a nord delle Alpi e un dubbio confronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Raeti, un popolo che abitava le Alpi centro-orientali nel V secolo a.C.

Attualmente, la teoria ha pochi sostenitori, sebbene l’influenza o la presenza di alcuni tipi di armi e elmetti dell’Europa centrale e forme di vasellame in Etruria non vengano negate. Tuttavia, questi elementi sono ora considerati come rappresentativi di un significativo filone nella complessa trama della cultura etrusca, che si sviluppò dall’età Villanoviana all’Orientalizzante.

Queste connessioni settentrionali in un certo senso parallele alle influenze greche nei periodi successivi, sia euboiche (VIII secolo a.C.), corinzie (VII secolo), ioniche (VI secolo) o attiche (V secolo).

Allo stesso modo, le influenze orientali possono essere facilmente riconosciute, provenienti da aree diverse come Lidia, Urartu, Siria, Assiria, Fenicia ed Egitto. Tuttavia, nessuna di queste connessioni, di per sé, offre alcuna prova convincente delle “origini” etrusche, e la ricerca attuale si concentra maggiormente sulla comprensione dell’interrelazione di queste influenze e del contesto in cui si sviluppò la civiltà in Etruria.

Espansione e dominio degli Etruschi

Le indagini archeologiche rappresentano un’importante fonte di informazioni sulla nascita delle città etrusche durante il periodo villanoviano. Quasi tutte le città etrusche di un certo rilievo storico hanno lasciato tracce di questa fase, ma è nella zona meridionale, specialmente lungo la costa, che si possono rintracciare i primi segni della transizione verso l’urbanizzazione. Si ritiene che gruppi di capanne sparse su una o più colline vicine si siano fusi in insediamenti preurbani in quel periodo. (È interessante notare come la forma plurale dei nomi di alcune di queste città, come Vulci, Tarquinii e Veio, sembri confermare questa teoria.)

Le urne funerarie a forma di capanna con tetti di paglia ritrovate nella zona forniscono un’idea di come fossero fatte le case dei cittadini, mentre la parità dei corredi funerari per uomini e donne suggerisce l’esistenza di una società sostanzialmente egualitaria, almeno nelle prime fasi. La cremazione con deposizione delle ceneri in un vaso biconico era una pratica comune già nel periodo proto-villanoviano, ma con il passare del tempo l’inumazione divenne il rito prevalente, tranne che nell’Etruria settentrionale, dove la cremazione resistette fino al primo secolo a.C.

Dopo il contatto con i Greci e i Fenici, l’Etruria conobbe l’arrivo di nuove idee, materiali e tecnologie. Nel periodo orientalizzante, la scrittura, il tornio da vasaio e l’architettura funeraria monumentale accompagnarono l’aumento della produzione di beni di lusso in oro, avorio e di oggetti commerciali esotici come uova di struzzo, conchiglie di tridacna e maioliche.

La tomba Regolini-Galassi a Caere, scoperta nel 1836 in uno stato intatto, rappresenta uno dei massimi esempi del periodo orientalizzante. La camera principale della tomba apparteneva a una signora estremamente ricca, inumata insieme al suo servizio da tavola e a una vasta gamma di gioielli realizzati con granulazione e repoussé. La parola Larthia sui suoi oggetti funerari potrebbe indicare il suo nome. Nonostante Caere non avesse una monarchia a quel tempo (cosa che invece era accaduta a Roma o sarebbe accaduta a Caere nel V secolo), era chiaro che la società era diventata nettamente differenziata, non solo in termini di ricchezza, ma anche nella divisione del lavoro.

Molti studiosi ipotizzano l’esistenza di una potente classe aristocratica, mentre artigiani, mercanti e marinai costituivano una classe media. È probabilmente in questo periodo che gli Etruschi iniziarono a utilizzare schiavi “eleganti”, per i quali erano noti. (Diversi autori greci e romani riportano come gli schiavi etruschi vestissero bene e come spesso possedessero le loro case. Si liberavano facilmente e rapidamente salivano di status una volta liberati.)

La rapida crescita della civiltà etrusca e la sua influenza nel settimo secolo si riflettono nelle cosiddette tombe “principesche“, molto simili alla tomba Regolini-Galassi, che sono state scoperte non solo in Etruria a Tarquinia, Vetulonia e Populonia, ma anche lungo il fiume Arno (come a Quinto Fiorentino), nel sud a Praeneste nel Lazio, a Capua e a Pontecagnano in Campania.

Le fonti letterarie ci informano che, alla fine del settimo secolo, Roma stessa cadde sotto il dominio dei re etruschi. Livio ci racconta dell’arrivo di Tarquinio Prisco, il futuro re, e della sua moglie Tanaquil, ambiziosa e colta, provenienti da Tarquinia. Tanaquil è stata descritta come una figura altrettanto importante quanto la regina Larzia di Caere. Esistono anche prove archeologiche dell’espansione etrusca verso nord nella pianura padana nel sesto secolo.

I precedenti sviluppi hanno portato alla vera urbanizzazione, con la nascita di città-stato dotate di mura fortificate e di altre opere pubbliche, sia in Etruria che nelle sue zone di influenza. La Roma dei re etruschi, descritta dettagliatamente da Livio e documentata dagli scavi archeologici, aveva mura di cinta, un foro lastricato, un sistema di drenaggio principale (la Cloaca Maxima), uno stadio pubblico (il Circo Massimo) e un imponente tempio in stile etrusco dedicato a Giove Optimus Maximus.

Nel tardo sesto secolo si hanno le prime tracce di una pianificazione urbanistica nelle città e nei cimiteri citati in precedenza. Le abitazioni e le tombe, spaziose ma sorprendentemente uniformi, suggeriscono un maggiore controllo e cooperazione, e forse segnano un cambiamento nel governo. Le città etrusche, come Roma stessa, potrebbero aver cominciato a rimuovere i propri re in questo periodo, operando sotto un sistema oligarchico con funzionari eletti dalle famiglie nobili.

L’affermazione di Catone, l’oratore romano, secondo cui “quasi tutta l’Italia era un tempo sotto il controllo etrusco”, è particolarmente applicabile a questo periodo. Senza dubbio, la potenza marittima e il commercio etrusco hanno giocato un ruolo centrale in questa dominazione.

Gli oggetti etruschi esportati di questo periodo sono stati trovati in Nord Africa, Grecia, Egeo, Anatolia, Jugoslavia, Francia e Spagna, e in seguito hanno raggiunto persino il Mar Nero. Anche le rotte terrestri erano ben controllate, soprattutto nel corridoio che attraversava Roma e il Lazio fino a Capua e alle altre città etrusche della Campania.

Nel nord Italia, Bologna (Felsina) era la città principale, e le colonie di Marzabotto, Adria e Spina lungo la costa dell’Adriatico rappresentavano importanti snodi lungo la rete commerciale settentrionale.

Fin dai primi tempi, gli Etruschi si trovavano a dover competere con i Greci, che avevano fondato numerose colonie nell’Italia meridionale a partire dalla fondazione di Pithekoussai e Cuma, e con i Fenici, che avevano stabilito Cartagine intorno all’800 a.C.

I Cartaginesi rivendicavano parti della Sicilia, della Corsica e della Sardegna come zone di influenza e dominavano i mari ad ovest di queste isole fino alla Spagna. Le relazioni commerciali solitamente pacifiche tra queste tre nazioni e l’equilibrio di potere furono sconvolti, tuttavia, durante il periodo arcaico, quando arrivarono nuove ondate di coloni greci.

I Focei greci fondarono una colonia in Corsica ad Alalia (oggi Aleria), che minacciò sia gli Etruschi a Caere che i Cartaginesi e portò ad una coalizione navale tra di loro. La battaglia che seguì nei mari al largo della Corsica (circa 535 a.C.) ebbe conseguenze disastrose per i Focei, che sebbene avessero vinto, persero così tante navi che dovettero abbandonare la loro colonia e trasferirsi nell’Italia meridionale. I Cartaginesi e gli Etruschi riaffermarono il loro controllo sulla Corsica, e la potenza etrusca rimase salda per altri venticinque anni.

Organizzazione delle città etrusche

A partire dal VI secolo a.C., l’organizzazione territoriale e l’iniziativa politica ed economica si concentravano in un numero limitato di grandi città-stato situate in Etruria stessa.

Queste città-stato, simili alle poleis greche, consistevano in un centro urbano e in un territorio di dimensioni variabili. Numerose fonti fanno riferimento ad una lega dei “Dodici Popoli” dell’Etruria, creata per scopi religiosi ma con qualche funzione politica; si incontravano annualmente presso il principale santuario degli Etruschi, il Fanum Voltumnae o santuario di Voltumna, situato vicino a Volsinii.

La posizione precisa del santuario è sconosciuta, ma potrebbe essere stato in una zona vicino alla moderna Orvieto (che molti credono essere l’antica Volsinii). Per quanto riguarda i Dodici Popoli, non è sopravvissuto un elenco preciso di questi (in effetti, sembrano essere variati nel corso degli anni), ma è probabile che provengano dai seguenti principali siti: Caere, Tarquinii, Vulci, Rusellae, Vetulonia, Populonia – tutti situati vicino alla costa – e Veio, Volsinii, Clusium, Perusia (Perugia), Cortona, Arretium (Arezzo), Faesulae (Fiesole) e Volaterrae (Volterra) – tutti nell’entroterra.

Ci sono anche notizie di leghe etrusche corrispondenti in Campania e nel nord Italia, ma è molto più difficile stabilire un elenco di colonie etrusche o città etrusche dalla struttura e organizzazione simili.

Nella lega e nelle singole città, sono noti i nomi di alcune magistrature come lauchme, zilath, maru e purth, anche se c’è poca certezza sui loro precisi compiti. Lauchme (equivalente all’italiano “lucumone”) era il titolo del re etrusco. Il titolo di zilath… rasnal, che in latino sarebbe tradotto come “pretore dell’Etruria” e che indicava qualcosa come la “giustizia dell’Etruria”, era evidentemente applicato all’individuo che presiedeva la lega.

Gli uomini che ricoprivano queste magistrature appartenevano all’aristocrazia, la cui posizione sociale derivava dalla continuità della famiglia. Le formule onomastiche mostrano che le persone libere avevano normalmente due nomi.

Il primo era un nome individuale, o praenomen (nei maschi, nomi come Larth, Avle, Arnth e Vel erano comuni, mentre nelle femmine si trovavano nomi come Larthia, Thanchvil, Ramtha e Thana); seguiva un nome di famiglia, o nomen, derivato da un nome personale o forse dal nome di un dio o di un luogo.

Questo sistema era in uso dalla seconda metà del 7 ° secolo, sostituendo l’uso di un singolo nome (come in “Romolo” e “Remo”) e riflettendo la nuova complessità delle relazioni che si sviluppavano con l’urbanizzazione. Gli Etruschi usavano raramente il cognomen (soprannome di famiglia) impiegato dai Romani, ma spesso le iscrizioni includono sia il nome del padre (patronimico) che quello della madre (matronimo).

Nell’antica Etruria, le donne avevano uno status elevato e una libertà senza precedenti rispetto alle loro controparti a Roma e in Grecia. Erano libere di possedere e mostrare pubblicamente oggetti di lusso e abiti costosi, partecipare liberamente alla vita pubblica, partecipare a feste e spettacoli teatrali, ballare, bere e riposare a stretto contatto fisico con i loro mariti sui divani dei banchetti.

Quest’ultima pratica, in particolare, era considerata scioccante dai Greci e dai Romani.

Inoltre, molte donne etrusche erano istruite e alcune erano persino alfabetizzate, come si può dedurre dalle iscrizioni sui loro specchi. Livio descrive anche Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco, come un’esperta nella previsione del futuro.

La famiglia aristocratica etrusca riconosceva l’importanza delle donne all’interno del nucleo familiare, una caratteristica che sembra aver contribuito alla stabilità e alla durata della società etrusca.

Crisi e declino

Il periodo tra la fine del 6° e l’inizio del 5° secolo rappresentò una svolta per la civiltà etrusca. Durante questo tempo, gli Etruschi attraversarono diverse crisi dalle quali non si ripresero mai del tutto.

In effetti, queste furono solo le prime di numerose sconfitte che avrebbero subito nei secoli successivi. L’espulsione dei Tarquini da Roma nel 509 A.C. li privò del controllo su una posizione strategica sul Tevere e interruppe la loro via terrestre verso la Campania.

Poco dopo, la loro supremazia navale crollò quando la flotta dell’ambizioso Gerone I di Siracusa inflisse una sconfitta devastante alle loro navi al largo di Cuma nel 474 A.C. Inoltre, completamente separati dalle città etrusche della Campania, gli Etruschi non furono in grado di impedire che le tribù umbro-sabelliche, che si spostavano dall’interno verso la costa, conquistassero quest’area.

Tutte queste sconfitte portarono a una forte depressione economica e a un’interruzione del commercio per le città costiere e del sud, causando una redirezione del commercio verso il porto adriatico di Spina. La situazione nel sud peggiorò ulteriormente quando Veio entrò periodicamente in conflitto con Roma, la sua vicina più prossima, e divenne il primo stato etrusco a cadere sotto il potere in crescita di questa città nel centro Italia (nel 396 a.C.).

Una certa prosperità era giunta alla valle del Po e alle città adriatiche, ma anche questa vitalità etrusca nel nord fu di breve durata. La progressiva pressione dei Celti, che erano penetrati nei territori e si erano insediati nella pianura del Po, alla fine soffocarono e sconfissero le fiorenti comunità urbane etrusche, distruggendo quasi completamente la loro civiltà entro la metà del IV secolo a.C. e riportando così gran parte del nord Italia a uno stadio proto-storico della cultura.

Nel frattempo, i Galli Senoni occuparono saldamente il distretto del Picenum sul Mar Adriatico e le incursioni celtiche raggiunsero, da un lato l’Etruria tirrenica e Roma (catturata e bruciata circa nel 390 a.C.), e dall’altro la Puglia.

Nel IV secolo a.C., l’Italia antica era stata profondamente trasformata. I popoli italici orientali di ceppo umbro-sabellico si diffusero sulla maggior parte della penisola; l’impero siracusano e infine la crescente potenza di Roma avevano sostituito gli Etruschi (e le colonie greche del sud Italia) come forza dominante. Il mondo etrusco era stato ridotto a una sfera circoscritta e regionale, isolata nei suoi valori tradizionali; questa situazione determinò il suo progressivo passaggio nel sistema politico di Roma.

In questo contesto, l’Etruria conobbe una ripresa economica e un rilancio dell’aristocrazia. I gruppi di tombe contenevano nuovamente ricchezze e la sequenza di tombe dipinte a Tarquinia, interrotta nel V secolo, riprese. Tuttavia, c’era una nuova atmosfera in queste tombe: ora si trovavano immagini di un aldilà tetro, rappresentato come un mondo sotterraneo pieno di demoni e sovrastato da nuvole scure.

Nonostante la rinnovata opposizione al potere romano sul Tevere, questa si rivelò inutile, come dimostrano le testimonianze storiche di numerosi trionfi e vittorie romane sulle città etrusche, soprattutto a sud.

Tarquinio chiese la pace nel 351 A.C. e Caere ottenne una tregua nel 353. Successivamente, si registrarono i trionfi su Rusellae nel 302 e su Volaterrae nel 298, con la sconfitta definitiva di Rusellae nel 294. Anche Volsinii fu attaccata nello stesso anno e subì la devastazione dei suoi campi.

Nel frattempo, la società etrusca era tormentata da conflitti di classe che causarono la nascita di una cospicua classe di liberti, soprattutto nell’Etruria settentrionale, dove si insediarono numerosi piccoli villaggi sui colli. In alcune città, l’aristocrazia chiese l’aiuto di Roma per porre fine alla turbolenta rivolta degli schiavi. Ad esempio, la famiglia nobile dei Cilnii ad Arretium chiese l’aiuto di Roma durante la rivolta delle classi inferiori nel 302 A.C. A Volsinii, la situazione degenerò talmente tanto che i Romani dovettero marciare e distruggere la città nel 265 A.C., reinsediando i suoi abitanti a Volsinii Novi, oggi Bolsena.

Entro la metà del terzo secolo a.C., sembra che tutta l’Etruria fosse stata pacificata e saldamente sotto l’egemonia romana. In molti casi, le città etrusche e i loro territori mantenevano una forma di autonomia come stati indipendenti con propri magistrati. Il secondo secolo a.C. fu un periodo tranquillo per l’Etruria, con poche fonti storiche che riportano eventi significativi.

Il momento più triste della storia etrusca arrivò nel primo secolo a.C. Nel 90 A.C., Roma concesse la cittadinanza a tutti i popoli italici, un atto che di fatto sancì la completa unificazione politica dello stato italico-romano e mise fine alle ultime pretese di autonomia delle città-stato etrusche.

Inoltre, l’Etruria settentrionale subì una devastazione finale a causa della guerra civile tra Mario e Silla, che si svolse proprio sui suoi territori. Molti etruschi si schierarono con Mario e furono puniti duramente quando Silla trionfò nel 80-79 A.C.

A Faesulae, Arretium, Volaterrae e Clusium, il dittatore confiscò e distribuì terre ai soldati delle sue 23 legioni vittoriose. I nuovi coloni maltrattarono brutalmente i vecchi abitanti e, allo stesso tempo, sperperarono le loro ricompense militari, finendo inesorabilmente nei debiti. Ci furono rivolte e rappresaglie, ma il processo di romanizzazione non fu completato fino al regno di Augusto (31 A.C.-14 D.C.), che portò una nuova stabilità economica e una riconciliazione duratura.

In quel periodo, il latino aveva sostituito quasi completamente la lingua etrusca.


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