Uno degli aspetti più interessanti della popolazione che costituiva Roma durante l’impero è la predominanza del multilinguismo.
Questa caratteristica non si limita al semplice uso del latino o al massimo del greco, ma include una vasta gamma di lingue parlate e scritte che riflettono la diversità culturale che caratterizzò l’Urbe imperiale.
Analizzando iscrizioni, fonti letterarie e archeologiche, è possibile comprendere sin da subito come il multilinguismo abbia influito sulla società romana e sul processo di romanizzazione, oltre ad un dato immediatamente evidente: il greco era più parlato persino del latino.
La prevalenza del greco rispetto al latino
Il greco, più che una semplice lingua straniera, rappresentava una lingua franca nell’impero romano, soprattutto tra le comunità orientali immigrate a Roma.
Durante il regno di Caracalla, per esempio, il greco era utilizzato persino in contesti pubblici, come riportato da Cassio Dione, che narra di una disputa al Circo Massimo tra spettatori appartenenti a classi diverse, interamente condotta in greco. Non si trattava di un caso isolato: iscrizioni in greco si trovano su dalle lapidi funerarie finoa lle dediche pubbliche passando per gli atti legali, testimonianza di come questa lingua fosse ampiamente utilizzata, non solo dagli immigrati ma anche dalle classi elevate che desideravano comunicare con loro.
Le comunità religiose, come quelle cristiane e giudaiche, gestivano i propri affari in greco, a dimostrazione della centralità di questa lingua per le minoranze culturali. Anche i culti orientali, come quelli dedicati a Serapide, Kore o Asclepio, preferivano il greco per le loro iscrizioni e cerimonie. Inoltre, molti dei medici dell’epoca, formati secondo la tradizione ellenica, utilizzavano il greco nelle loro pratiche professionali e nelle iscrizioni legate alla loro attività.
Le iscrizioni pubbliche e private in greco
Testimonianza forse principale del successo del greco nell’impero romano sono certamente le iscrizioni pubbliche. Queste, scritte spesso in greco, non erano limitate alle comunità immigrate o di recente romanizzazione ma coinvolgevano anche istituzioni ufficiali. Per esempio, durante il regno di Settimio Severo, i magistri delle regioni urbane, spesso liberti di origine orientale, proclamavano la loro lealtà all’imperatore attraverso iscrizioni in greco. Lo stesso avveniva per le dediche ai patroni, spesso commissionate da clienti provenienti dalle province ellenizzate.
Anche le iscrizioni funerarie costituiscono una delle principali fonti per analizzare il multilinguismo romano. Numerose lapidi in greco sono state trovate nei cimiteri di Roma, spesso accompagnate da testi in palmireno, latino o ebraico. Un esempio significativo è quello di un certo Iarhai, originario di Palmira, che dedicò una lapide in greco ai suoi dei ancestrali, aggiungendo il proprio nome in caratteri palmireni.
Ciò che le persone decidevano di scrivere sulle lapidi, e il fatto che lo facessero in greco, dimostra come gli anche i cittadini di più recente romanizzazione mantenessero forti legami con la propria cultura d’origine, anche dopo generazioni di permanenza a Roma.
Un altro elemento interessante è rappresentato dalle iscrizioni legali in greco presenti nei magazzini pubblici di Roma. Qui, locatari e commercianti orientali affermavano i propri diritti attraverso avvisi legali scritti nella loro lingua d’origine, sottolineando l’importanza del greco come strumento di comunicazione ufficiale e privata.
Il caso delle minoranze religiose
Se gran parte della cittadinanza conosceva o almeno masticava il greco, il multilinguismo era invece largamente evidente tra le minoranze religiose. La comunità giudaica di Roma, per esempio, utilizzava prevalentemente il greco per le proprie iscrizioni e documenti, sebbene alcuni testi fossero in ebraico o in aramaico. Il greco fungeva da lingua comune anche per altre comunità religiose orientali, come quelle dedite al culto di Iside, Serapide e Mitra.
Il Cristianesimo delle origini, che a Roma si sviluppò in seno alle comunità di immigrati orientali, utilizzava il greco come lingua liturgica e amministrativa fino al III secolo. Questa scelta era motivata da una serie di fattori: in primis la provenienza geografica dei primi cristiani romani, ma anche dalla volontà di distinguersi dal contesto latino e pagano dominante.
A conferma di ciò, molte iscrizioni cristiane antiche mostrano un mix di greco e simboli religiosi che riflettono le tradizioni sincretiche delle prime comunità cristiane.
Le implicazioni culturali e sociali del multilinguismo
Il multilinguismo romano rappresentava una sfida e un’opportunità per i nuovi cittadini. Da un lato, permetteva loro di preservare la propria identità culturale; dall’altro, poteva diventare un ostacolo all’integrazione. L’uso del greco, per esempio, era talmente radicato che molti immigrati non si sentivano incentivati a imparare il latino, aumentando la percezione di una società frammentata e rallentando, di fatto, la loro assimilazione presso il mondo romano.
Ma il multilinguismo non è da interpretare unicamente come una forma di resistenza culturale. Al contrario, esso facilitava gli scambi economici, sociali e religiosi tra le diverse comunità di Roma. La capacità di comunicare in più lingue era spesso considerata un vantaggio, specialmente per commercianti, artigiani e liberti che ambivano a migliorare la propria condizione sociale.
Le interazioni tra comunità linguistiche diverse contribuivano anche alla formazione di nuovi modelli culturali ibridi. Questi includevano traduzioni di testi religiosi e giuridici, l’adozione di termini greci nel latino parlato e lo sviluppo di pratiche religiose sincretiche che mescolavano elementi romani e orientali.
Il multilinguismo nella Roma imperiale, e in particolare la diffusione del greco, furono, in ultima analisi, una prova evidente della complessità culturale della capitale.
Fonti Primarie:
Cassio Dione, Storia Romana, libro 79.20.2 – Episodio della disputa in greco al Circo Massimo.
Epigrafi greche di Roma (IGUR – Inscriptiones Graecae Urbis Romae), con esempi di iscrizioni funerarie, dediche e testi legali.
Studi Moderni:
MacMullen, Ramsay. The Unromanized in Rome. In Diasporas in Antiquity, a cura di Shaye J. D. Cohen e Ernest S. Frerichs, Brown Judaic Studies.
Moretti, L. Inscriptiones Graecae Urbis Romae (1968-1990).
Prend, W.H.C. The Rise of Christianity (1984), con riferimento alla prevalenza del greco nella chiesa cristiana fino al III secolo.
Dubuisson, M. “Le Grec à Rome à l’époque de Cicéron,” Annales E.S.C. 47 (1992): 187-206.
Leon, H.J. The Jews of Ancient Rome (1960) – Focus sulla presenza ebraica e l’uso del greco.
Harris, W.V. “Towards a study of the Roman slave trade,” Roman Seaborne Commerce (1980) – Discussione sull’origine etnica e linguistica degli schiavi.
Nel corso della storia, le capitali hanno svolto un ruolo fondamentale come strumenti di rappresentazione del potere politico e simbolico. Durante il periodo barocco, due città in particolare si distinsero per il loro ruolo nel plasmare e comunicare il potere dei loro governanti: Roma, centro del cattolicesimo e sede del papato, e Versailles, simbolo del potere assoluto di Luigi XIV.
Roma barocca – la Città Eterna come simbolo di potere ecclesiastico
La città di Roma, già centro dell’Impero Romano, si trasformò durante il periodo barocco in una capitale che univa l’eredità classica e la missione universale del papato. Dopo il ritorno dei papi da Avignone nel XIV secolo, Roma divenne il fulcro della strategia politica e spirituale della Chiesa cattolica. La Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro ne rappresentano il cuore simbolico.
Il progetto della Basilica, iniziato da Niccolò V e proseguito da Giulio II, incarnava un’ideale cosmologico e gerarchico, unendo la perfezione geometrica del cerchio e del quadrato. La cupola di Michelangelo, completata sotto Sisto V, rappresenta il legame tra il cielo e la terra, mentre il colonnato di Gian Lorenzo Bernini abbraccia i fedeli, simboleggiando il ruolo universale della Chiesa come “Ecclesia Romana.”
La pianificazione urbanistica barocca trasformò Roma in una città ideale. Strade rettilinee e piazze monumentali collegavano i principali luoghi sacri, creando un’esperienza visiva e spirituale per pellegrini e visitatori. Sisto V, in particolare, utilizzò l’urbanistica per affermare il potere papale, erigendo obelischi e sviluppando una rete di strade che legava i luoghi più significativi della città.
Questi interventi non erano solo estetici, ma profondamente politici. Roma divenne un messaggio visibile di ordine e sacralità, opponendosi al caos medievale e affermando la centralità della Chiesa cattolica in un’epoca segnata dalla Riforma protestante.
Versailles – La Città del Sole come manifestazione dell’assolutismo francese
Versailles, trasformata da Luigi XIV da un modesto padiglione di caccia a una capitale de facto, rappresenta il culmine del potere assolutista. La decisione di Luigi XIV di trasferire la corte e il governo a Versailles non fu casuale: incarnava la visione del re come centro dell’universo politico e culturale della Francia.
Il simbolismo di Versailles è evidente in ogni suo aspetto. Il palazzo fu progettato per glorificare il re attraverso riferimenti mitologici e cosmologici. La “Galerie des Glaces,” con i suoi specchi e i dipinti che celebrano le vittorie del re, esalta il potere divino e terreno del monarca. Anche i giardini, progettati da André Le Nôtre, riflettono un ordine cosmico, con percorsi geometrici, fontane e statue che rappresentano le stagioni e i pianeti.
Versailles fu anche uno strumento di controllo politico. La corte centralizzata permetteva a Luigi XIV di monitorare l’aristocrazia, riducendo la possibilità di ribellioni e consolidando il potere monarchico. La città, costruita intorno al palazzo, simboleggiava un mondo ordinato, plasmato dalla volontà del re.
La scelta di Versailles, lontana dalla turbolenta Parigi, rifletteva anche la volontà di Luigi XIV di separare il potere monarchico dalle pressioni della popolazione urbana e delle élite politiche. Il palazzo divenne così non solo una residenza reale, ma il fulcro di un sistema politico e sociale che ruotava attorno al re.
Roma e Versailles, pur essendo espressioni del potere in contesti diversi, condividono alcune caratteristiche fondamentali nella loro rappresentazione del potere. Entrambe le città utilizzano l’architettura e l’urbanistica come strumenti di legittimazione e propaganda, ma lo fanno seguendo approcci distinti, riflesso delle loro nature e delle ambizioni politiche dei loro governanti.
La lotta fra Roma e Versailles
Sia Roma che Versailles puntano su una monumentalità che trasmette messaggi universali di ordine e autorità. A Roma, la Basilica di San Pietro e il colonnato del Bernini creano uno spazio sacro che richiama la centralità della Chiesa cattolica nel mondo cristiano. Allo stesso modo, la “Galerie des Glaces” e i giardini di Versailles esprimono l’idea che Luigi XIV fosse il fulcro del cosmo politico e culturale della Francia.
Entrambe le città fanno un uso intenzionale di simbolismi cosmologici. La cupola di San Pietro, che sovrasta il centro della Basilica, rappresenta l’unione tra cielo e terra, una chiara metafora del ruolo papale come intermediario divino. A Versailles, i riferimenti al sole e ai pianeti nei giardini e negli spazi interni riflettono l’identificazione del re con Apollo, il dio solare, sottolineando il suo ruolo di fonte di luce e potere.
La differenza principale risiede nella natura del potere rappresentato. Roma, come capitale religiosa, pone l’accento sulla sacralità e sull’eredità cristiana. Ogni strada, piazza e monumento richiama il ruolo divino del papa come successore di Pietro e guida della Chiesa universale. Al contrario, Versailles enfatizza il potere secolare di Luigi XIV, sebbene con frequenti richiami al divino. Il re non si presenta come vicario di Dio, ma come un sovrano scelto dalla provvidenza per governare.
Un’altra differenza significativa è il rapporto con la popolazione. Roma, centro di pellegrinaggio per milioni di fedeli, era pensata per accogliere e guidare i visitatori attraverso un percorso di fede e penitenza. Versailles, invece, è progettata come una corte chiusa, un teatro del potere dove ogni aspetto della vita del re è visibile ma controllato, riservato a una ristretta élite.
Entrambe le capitali utilizzarono le arti e la stampa per diffondere la loro immagine. A Roma, le guide dei pellegrini e le mappe delle “Mirabilia Urbis Romae” celebravano la magnificenza della città come centro della cristianità. Versailles, invece, fu immortalata in opere letterarie, incisioni e guide che esaltavano la grandeur del palazzo e dei suoi giardini, diffondendo l’immagine di Luigi XIV come il più grande monarca europeo.
Il potere diventa spettacolo
La retorica visiva fu uno strumento fondamentale per comunicare il potere a Roma e Versailles. Attraverso l’architettura, l’urbanistica, le arti visive e persino la pianificazione degli eventi, entrambe le capitali divennero palcoscenici per mettere in scena il messaggio politico dei loro governanti.
A Roma, l’architettura barocca riflette l’autorità della Chiesa e la sua connessione con l’eterno. La geometria e la simmetria delle piazze, unite alla monumentalità dei luoghi sacri, incarnavano l’ordine divino che il papa pretendeva di rappresentare sulla terra. San Pietro divenne il simbolo di un’autorità in grado di superare le divisioni religiose e politiche.
A Versailles, l’architettura si concentrò sulla glorificazione personale di Luigi XIV. Il palazzo e i giardini furono progettati per simboleggiare il controllo assoluto del re sulla natura e sull’uomo. La “Gallerie des Glaces” non solo celebra le vittorie militari, ma trasforma la figura del re in un’immagine mitica, quasi divina.
La diffusione di mappe, guide e incisioni permise di estendere il messaggio delle capitali oltre i loro confini fisici. A Roma, queste pubblicazioni descrivevano le piazze, le chiese e i percorsi dei pellegrini, promuovendo l’immagine della città come la “nuova Gerusalemme.” A Versailles, le guide e i dipinti celebravano il re e i suoi successi, rafforzando la percezione di Luigi XIV come un sovrano universale.
In entrambe le città, il potere fu spettacolarizzato attraverso eventi pubblici. A Roma, le processioni religiose e le celebrazioni liturgiche enfatizzavano il ruolo del papa come leader spirituale. A Versailles, le feste e i rituali della corte mettevano in scena il potere del re, trasformando ogni momento della sua vita in una performance visibile a tutti.
Un duello non ancora concluso: popolo contro nobiltà
Roma e Versailles rappresentano due esempi emblematici di come l’architettura, l’urbanistica e l’arte possano essere utilizzate per comunicare e legittimare il potere. Nonostante le loro differenze – legate alla natura sacra o secolare del potere che incarnano – entrambe le capitali hanno raggiunto il medesimo obiettivo: costruire un messaggio di autorità universale che potesse influenzare non solo i loro contemporanei, ma anche le generazioni future.
Roma, capitale della cristianità, si impose come simbolo della sacralità e dell’eternità. La città, attraverso monumenti come San Pietro e un piano urbanistico che univa elementi classici e cristiani, diventò un messaggio visibile del primato spirituale e politico del papato. La trasformazione barocca di Roma rappresentò la risposta della Chiesa cattolica alle sfide della Riforma protestante, ribadendo la centralità della fede e del potere papale in un mondo in cambiamento.
Versailles, al contrario, riflette la potenza di un potere monarchico secolare che trovava legittimazione in un’immagine mitica del sovrano. Luigi XIV utilizzò il palazzo e i giardini come strumenti per consolidare la propria autorità, centralizzando il potere e riducendo il ruolo dell’aristocrazia. Il simbolismo solare e la spettacolarizzazione della corte trasformarono Versailles in un teatro di propaganda che celebrava il re come fonte di ordine e prosperità per la Francia.
Il confronto tra Roma e Versailles evidenzia come, nel periodo barocco, il potere trovasse espressione non solo nelle istituzioni, ma anche nello spazio fisico. Entrambe le città sfruttarono l’architettura e l’urbanistica per creare un ambiente che riflettesse un ordine superiore, capace di ispirare fedeltà e meraviglia. Ma mentre Roma si rivolse a un pubblico globale come centro spirituale, Versailles divenne un modello per le corti europee, imponendosi come simbolo del potere assoluto.
L’eredità di Roma e Versailles perdura fino ai giorni nostri. Roma continua a essere un centro spirituale e culturale, la cui architettura barocca attira milioni di visitatori ogni anno. Versailles, pur non essendo più un centro di potere, rimane un’icona dell’assolutismo e un capolavoro artistico che ispira e affascina.
Entrambe le città, attraverso la loro monumentalità e il loro simbolismo, ci ricordano come il potere possa essere scolpito nella pietra e immortalato nel tempo.
La battaglia di Ilipa è uno scontro della seconda guerra punica, in cui i legionari guidati da Publio Cornelio Scipione sconfissero i generali Asdrubale Giscone e Magone Barca. Si tratta di una battaglia tatticamente importante, poiché rappresenta la prima dimostrazione pratica della comprensione, da parte di Scipione, delle manovre utilizzate da Annibale e del loro miglioramento a danno del nemico. Durante lo scontro, infatti, venne utilizzata una formazione letteralmente inversa rispetto a quella adottata a Canne.
La battaglia di Ilipa rese impossibili ulteriori invasioni via terra verso l’Italia e iniziò a intaccare seriamente il dominio della famiglia di Annibale nella penisola iberica.
Contesto storico
Dopo la battaglia di Baecula e la partenza di Asdrubale Barca, fratello di Annibale, verso l’Italia, i cartaginesi inviarono ulteriori rinforzi, che sbarcarono nella penisola all’inizio del 207 a.C. I soldati di Annone si unirono rapidamente a quelli di Magone Barca, il fratello più giovane di Annibale. Insieme, i due formarono un esercito potente e iniziarono a reclutare mercenari dalla regione della Celtiberia. Nel frattempo, un altro generale cartaginese, Asdrubale Giscone, fece avanzare il suo esercito da Gades verso l’Andalusia.
Scipione si trovava quindi di fronte a due forze nemiche congiunte, che si davano manforte a vicenda e che aumentavano rapidamente i loro effettivi. Dopo un’attenta analisi della situazione, Scipione decise di inviare un distaccamento dei suoi legionari, sotto il comando di Marco Giunio Silano, per attaccare a sorpresa Magone, il generale più giovane e meno esperto.
Marciando a grande velocità attraverso il territorio iberico, Silano riuscì ad attaccare il nemico, prendendolo completamente alla sprovvista: gli accampamenti cartaginesi furono distrutti, i contingenti dei Celtiberi dispersi e, nel caos generale, Silano riuscì addirittura a catturare il generale Annone.
Asdrubale rimase così solo ad affrontare l’esercito di Scipione: il generale cartaginese, che iniziava ad essere in difficoltà, cercò di adottare una strategia attendista, dividendo le sue truppe fra le città fortificate della penisola iberica per costringere l’avversario a frazionare le sue forze e indebolirsi.
Disposizione degli eserciti
La primavera successiva, i cartaginesi avviarono una serie di campagne militari per cercare di recuperare tutti i loro possedimenti iberici. Magone fu raggiunto presso la città di Ilipa da un rinforzo di circa 74.000 uomini, guidati da Asdrubale Giscone. In questo modo, i cartaginesi avevano un vantaggio numerico rispetto a Scipione, il quale poteva contare solo su 48.000 soldati, tra cui un contingente di alleati iberici, fedeli ma meno esperti rispetto ai legionari.
Le cifre fornite da Tito Livio ridimensionano l’esercito cartaginese a 50.000 fanti e 4.500 cavalieri, mentre attribuiscono a Scipione una forza di 55.000 uomini. In questa versione della cronaca, i cartaginesi avevano quindi solo un leggero vantaggio numerico.
All’arrivo dei Romani, Magone scatenò un audace attacco contro l’accampamento romano, utilizzando la maggior parte della sua cavalleria sotto il comando dell’alleato numida Massinissa. Scipione, che aveva ampiamente previsto questa mossa, aveva nascosto la sua cavalleria dietro una collina. Da lì, i cavalieri romani poterono caricare improvvisamente sul fianco cartaginese, respingendo il nemico e infliggendo pesanti perdite all’esercito di Magone.
Nei giorni successivi, gli avversari si osservavano a vicenda. I cartaginesi uscivano per primi dal loro accampamento, disponendo l’esercito e preparandosi allo scontro. Solo dopo aver compreso la formazione del nemico, Scipione comandava ai suoi legionari di uscire dall’accampamento per contrapporsi ai cartaginesi. Poi, dopo qualche tempo, entrambi i contingenti rientravano ai loro posti.
Durante questi giorni di studio reciproco, la formazione romana si posizionava sempre con le legioni al centro e gli alleati iberici sulle ali. Scipione voleva infatti convincere Asdrubale e Magone che quella sarebbe stata la formazione definitiva che avrebbe schierato per la battaglia decisiva.
Svolgimento della battaglia
Scipione, convinto di aver ingannato gli avversari, fece la sua mossa. I legionari furono svegliati ancora prima dell’alba ed ebbero il tempo di nutrirsi e prepararsi adeguatamente. Dopodiché, Scipione inviò le sue truppe di cavalleria e la fanteria leggera contro gli avamposti cartaginesi. Nel frattempo, la gran parte dell’esercito usciva ordinatamente dall’accampamento per posizionarsi sul campo di battaglia.
Quel giorno, a differenza di quanto avvenuto in precedenza, le legioni erano posizionate sulle ali, mentre gli alleati iberici erano stati schierati al centro.
I cartaginesi, innervositi dagli attacchi nemici, si precipitarono fuori dai loro accampamenti senza nutrirsi e preparandosi il più in fretta possibile. Convinto che Scipione avrebbe disposto le sue forze come al solito, Asdrubale schierò le truppe africane più forti al centro e i mercenari spagnoli sulle ali. Il generale cartaginese si accorse troppo tardi del drastico cambio di formazione dell’avversario e, essendo i legionari di Scipione ormai troppo vicini, non vi era più alcuna possibilità di apportare modifiche allo schieramento.
Quando Scipione decise di attaccare, richiamò le truppe leggere, che attraversarono gli spazi lasciati tra i manipoli per posizionarsi dietro le legioni. L’ordine generale di Scipione prevedeva che gli iberici al centro avanzassero lentamente, mentre le ali, composte dai legionari, si avvicinavano al nemico a un passo decisamente più rapido.
In questo modo, Scipione fu in grado di formare una linea di battaglia concava, esattamente opposta alla disposizione di Annibale a Canne. Proprio per questo motivo, gli storici militari definiscono la battaglia di Ilipa anche “Canne rovesciata”.
Le truppe leggere si posizionarono sui fianchi dei legionari, estendendo ulteriormente le ali dell’esercito romano e accerchiando l’intera linea cartaginese su entrambi i lati.
Durante la manovra, Asdrubale si rese conto di trovarsi in un vicolo cieco: se avesse distolto le sue forze per contrastare le ali romane, avrebbe scoperto il centro, permettendo così agli alleati iberici di Scipione di attaccare facilmente, sfondando le sue linee. Ma, mantenendo la situazione invariata, le lunghe ali romane avrebbero finito per circondare il suo esercito.
Inoltre, Scipione era riuscito a contrapporre le proprie truppe più forti, costituite dai legionari, agli alleati, più deboli, di Asdrubale. Il centro cartaginese perse ogni coraggio, anche a causa degli elefanti, che, impazziti, iniziarono a devastare le stesse linee di Asdrubale. Spinti verso il centro dalla cavalleria romana che attaccava sui fianchi, gli elefanti finirono per distruggere quel che rimaneva delle difese cartaginesi.
Oltre alla fame e alla stanchezza, i cartaginesi videro il loro generale completamente circondato e disorientato. Asdrubale non poté fare altro che ordinare ai suoi uomini di ritirarsi ordinatamente verso l’accampamento, l’ultima frontiera di salvezza.
Scipione, intuendo la mossa del nemico, ordinò al centro iberico di accelerare il passo e attaccare ciò che rimaneva dell’esercito cartaginese.
Il contingente punico collassò e iniziò un massacro da parte dei legionari romani, che sarebbe stato pari a quello di Canne, se non fosse scoppiato un improvviso acquazzone, che bloccò tutte le azioni sul campo e permise ai cartaginesi rimasti di trovare rifugio nel loro accampamento.
Gli eventi successivi alla battaglia
Le truppe cartaginesi sopravvissute non riuscirono a riposare durante la notte successiva. Consapevoli che il mattino seguente i romani avrebbero inevitabilmente attaccato, trascorsero le ore notturne a rafforzare le loro difese. Ma nel corso della notte, un numero sempre crescente di mercenari iberici iniziò ad abbandonare Asdrubale, fuggendo disordinatamente verso le pianure circostanti.
Approfittando dell’oscurità, Asdrubale tentò di far uscire gli ultimi uomini a lui fedeli, cercando di sfuggire ai romani. Scipione, che aveva disseminato il territorio di vedette, si accorse immediatamente della manovra e ordinò un inseguimento. Guidato dalla cavalleria, l’intero esercito romano si mise sulle tracce di Asdrubale.
Quando i romani raggiunsero finalmente l’esercito cartaginese, si scatenò una vera e propria carneficina.
Asdrubale rimase con soli 6.000 uomini, che si rifugiarono su una montagna vicina, senza alcuna riserva d’acqua. Questo ultimo contingente cartaginese si arrese poco dopo.
Scipione aveva così ottenuto una vittoria decisiva, e soprattutto aveva portato l’intera cultura militare romana ad un nuovo livello.
Le conseguenze della battaglia di Ilipa
Dopo lo scontro, Asdrubale Giscone partì per l’Africa per incontrare il potente re numida Siface. Iniziò così una vera e propria “gara” diplomatica con Scipione, nel tentativo di assicurarsi per primo il favore dei Numidi, il cui contingente poteva risultare determinante sul campo di battaglia. Magone Barca, invece, fuggì verso le isole Baleari, da dove sarebbe salpato in direzione della Liguria, tentando un’invasione dell’Italia settentrionale.
Scipione, completata la campagna iberica, tornò a Roma, dove fu eletto console nel 205 a.C. con una nomina quasi unanime. Dopo aver ricevuto il consenso del Senato, ottenne il controllo della Sicilia come proconsole. Da lì, avrebbe organizzato e lanciato la sua invasione del Nord Africa.
La battaglia del Metauro fu una importante battaglia della seconda guerra punica tra Roma e Cartagine, avvenuta nel 207 a.C vicino al fiume Metauro, in Italia.
I cartaginesi erano guidati da Asdrubale Barca, il fratello di Annibale, che stava attraversando l’Italia nel tentativo di ricongiungersi con il suo parente.
Gli eserciti romani, guidati dai consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone, intercettarono Asdrubale e distrussero il suo esercito appena in tempo.
La battaglia impedì ad Annibale di ricevere fondamentali rinforzi, decretando il sostanziale fallimento della campagna italica del condottiero cartaginese, ed è considerata, anche se poco nota, una delle battaglie più importanti dell’intera storia romana.
La calata di Asdrubale in Italia
La calata in Italia di Asdrubale per aiutare il fratello Annibale stava procedendo abbastanza speditamente.
Dopo essere stato sconfitto in Spagna da Publio Cornelio Scipione nella battaglia di Baecula, Asdrubale era riuscito a sfuggire al generale romano, a reclutare dei mercenari nella regione della Celtiberia, superando poi la regione montuosa dei Carpazi e penetrando nella provincia della Gallia meridionale nell’inverno del 208 a.C.
Asdrubale, dopo aver atteso la primavera del 207, superò le Alpi, ben quindici anni dopo il fratello, presso il passo delle Traversette e riuscì a dilagare nell’Italia settentrionale.
Conoscendo il territorio italico, Asdrubale marciò molto più rapidamente rispetto ad Annibale, potendo anche sfruttare le strade e le costruzioni lasciate dall’esercito annibalico un decennio prima.
Inoltre, i Galli, che durante la calata di Annibale avevano ripetutamente attaccato il suo esercito, ora temevano e rispettavano i cartaginesi, permettendo loro di attraversare i loro territori indisturbati e, anzi, arruolandosi come loro alleati contro i Romani.
Nel frattempo, Roma si stava riprendendo da una serie di devastanti sconfitte inflitte da Annibale.
I Romani erano letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di dover combattere Asdrubale e Annibale insieme. Così vennero eletti, con la massima urgenza, i nuovi consoli Claudio Nerone e Marco Livio.
Il primo aveva il compito di controllare e impedire i movimenti di Annibale secondo la ben nota strategia temporeggiatrice di Quinto Fabio Massimo, e l’altro di intercettare Asdrubale.
Claudio Nerone, con 40.000 uomini, era in netta superiorità numerica rispetto ad Annibale e poté controllare i suoi movimenti nella regione meridionale del Bruzio, impedendo i suoi movimenti ma evitando allo stesso tempo una battaglia campale che sarebbe stata certamente disastrosa per l’esercito romano.
Nel frattempo, Marco Livio iniziò a cercare l’esercito di Asdrubale, pattugliando il versante adriatico della penisola e avvicinandosi a Senigallia.
I movimenti di Asdrubale e la marcia del console Nerone
Mentre marciava per l’Italia, Asdrubale inviò dei messaggeri per cercare di comunicare la sua posizione al fratello Annibale. L’intenzione di Asdrubale, trascritta nelle lettere affidate alle spie cartaginesi, era quella di incontrarsi nell’Umbria meridionale, ma, per fortuna dei Romani, i messaggeri vennero intercettati e catturati. Così i piani di Asdrubale caddero nelle mani del console Claudio Nerone.
Riconoscendo l’urgenza della situazione e l’enorme minaccia che l’unione dei due eserciti avrebbe costituito per Roma, Nerone prese una decisione estremamente coraggiosa. Aggirando l’autorità del Senato e senza aspettare il suo permesso, lasciò nel suo accampamento, sotto il comando del legato Quinto Cazio, una piccola parte del suo esercito per monitorare i movimenti di Annibale.
Con i restanti 7.000 uomini e mille cavalieri a sua disposizione, marciò con estrema rapidità verso nord, per unirsi a Marco Livio.
Alcuni cavalieri furono inviati in avanscoperta lungo la linea di marcia, con l’ordine di comandare agli abitanti delle campagne di preparare le provviste per i soldati in avvicinamento. Le truppe di Nerone furono accolte con estremo entusiasmo dai cittadini romani, molti dei quali si aggiunsero al suo esercito durante la marcia. Claudio Nerone, in soli tre giorni, raggiunse rapidamente Marco Livio, che era accampato insieme al pretore Porcio Licinio a Senigallia.
Asdrubale aveva posizionato il suo accampamento mezzo miglio a nord rispetto a quello di Livio. Credendo di dover combattere contro il solo Marco Livio, schierò il suo esercito. Tuttavia, osservando attentamente il contingente nemico, si rese conto che i soldati romani erano molto più numerosi rispetto ai giorni precedenti e che anche i contingenti di cavalleria erano ben più cospicui di quanto si aspettasse.
Inoltre, Asdrubale ricordò di aver sentito il suono di una seconda tromba all’interno dell’accampamento romano, segno che annunciava l’arrivo di una figura importante. Così, comprese che stava per affrontare due eserciti romani. Temendo la sconfitta, si ritirò nel suo accampamento.
Il resto della giornata trascorse senza eventi rilevanti.
Durante la notte, Asdrubale cercò di condurre silenziosamente il suo esercito fuori dall’accampamento per ritirarsi nelle Gallie, dove avrebbe potuto ingrossare il suo contingente e cercare di contattare Annibale. Ma all’inizio della marcia, le guide agli ordini di Asdrubale decisero di tradirlo, lasciandolo perso e confuso lungo le rive del fiume Metauro, alla vana ricerca di un guado per attraversarlo.
La notte trascorse per Asdrubale nella massima preoccupazione. Al mattino trovò il suo esercito in grande disordine, privo di sonno e ancora intrappolato contro le rive del Metauro, mentre un gran numero di truppe alleate galliche si era ormai ubriacato.
Vedendo alcuni distaccamenti della cavalleria romana avvicinarsi rapidamente e capendo che le legioni dei due consoli erano prossime, Asdrubale fu costretto a dare battaglia nella massima impreparazione.
Numeri degli eserciti
La battaglia venne combattuta sulle rive del fiume Metauro, nei pressi di Monte Maggiore al Metauro. Non conosciamo con esattezza il numero delle truppe da entrambe le parti, per cui possiamo fare solamente della supposizoni generali.
Asdrubale poteva contare sicuramente su circa 8.000 Liguri, che costituivano un terzo della sua fanteria. Tuttavia, i dati forniti dalle fonti antiche sono spesso insufficienti e si contraddicono.
Appiano afferma che la forza cartaginese contava 48.000 fanti, 8.000 cavalieri e persino 15 elefanti, ma Tito Livio sostiene che, alla fine della battaglia, ci furono 61.000 soldati cartaginesi uccisi o catturati e che molti altri riuscirono a fuggire al massacro. Si tratta di cifre certamente gonfiate, soprattutto considerando che Polibio, la fonte più attendibile, stima solamente 10.000 morti tra Cartaginesi e Galli.
Calcoli più recenti suggeriscono che l’esercito di Asdrubale fosse composto da circa 30.000 uomini, e quello di Marco Livio da altrettanti.
Per quanto riguarda gli effettivi dei romani, bisogna considerare che il pretore Porcio Licinio comandava due legioni, il che significa che assieme a quelle di Livio, i romani avevano quattro legioni, ovvero circa 40.000 uomini, compresi gli alleati.
Il numero dei contingenti alleati dei Romani potrebbe essere stato inferiore al solito, dato che negli anni precedenti diversi clienti romani si erano rifiutati di fornire truppe ausiliarie. Per questo motivo, le legioni di Porcio erano probabilmente sottodimensionate. La forza romana fu ulteriormente ridotta dai precedenti combattimenti contro Asdrubale, come dimostra la presenza di 3.000 prigionieri nell’accampamento del Cartaginese.
Le 7.000 truppe con cui Claudio Nerone partì dal Bruzio vennero invece ingrossate da circa 2.000 volontari, accorsi durante il tragitto. Al suo arrivo, i Romani avevano probabilmente 37.000 uomini contro Asdrubale.
La battaglia del Metauro: disposizione sul campo
Asdrubale era perfettamente consapevole di trovarsi in forte inferiorità numerica. Decise quindi di posizionare la parte più forte della sua fanteria, quella ispanica e ligure, al centro. Sulla sinistra schierò la debole fanteria gallica.
Sapendo che i soldati gallici erano ubriachi e disorganizzati, li posizionò dietro alcune colline e burroni, in modo da impedire, o comunque ostacolare, l’avanzata romana e compensare la poca preparazione degli alleati.
Sulla destra posizionò invece la propria cavalleria, affinché fosse vicina al fiume Metauro, che avrebbe costituito una barriera naturale e che avrebbe impedito alla cavalleria romana un pericolosissimo aggiramento. Di fronte alle sue linee, Asdrubale posizionò i suoi 15 elefanti.
Dall’altra parte, i Romani si schierarono nella classica formazione di fanteria triplex acies, dove Nerone comandava la parte destra dell’esercito e Salinatore quella sinistra.
La cavalleria romana venne anch’essa posizionata sulla sinistra per attaccare direttamente la controparte.
La battaglia del Metauro: svolgimento
La battaglia iniziò con il fianco sinistro romano che caricò il fianco destro cartaginese, mentre il centro della fanteria romana avanzava più lentamente.
La cavalleria cartaginese, inferiore nel numero, si scagliò comunque con grande coraggio contro la cavalleria romana.
Inizialmente i soldati di fanteria cartaginesi mantennero la loro posizione, mentre gli elefanti da guerra, lanciati all’attacco, riuscirono a rompere le linee romane e a diffondere panico e confusione.
Claudio Nerone, che si trovava sul fianco destro romano, stava lottando per superare le asperità del terreno che gli bloccavano la strada, nel tentativo di raggiungere i Galli sulla sinistra di Asdrubale, ma constatando l’inutilità di quella operazione, prese una decisione audace e coraggiosa.
Con metà dei suoi uomini, organizzati in coorti, fece un lungo percorso dietro le linee romane per sbucare dalla parte opposta del campo di battaglia, ovvero sulla sinistra romana, e dare manforte ai soldati di Livio, facendo poi ruotare le sue truppe e schierandosi contro il fianco destro cartaginese con una forza e intensità improvvise.
L’ala destra di Asdrubale, composta dagli Ispanici, non riuscì a resistere a questo doppio attacco da parte dei soldati di Marco Livio e di Claudio Nerone, così furono costretti a ritirarsi, trascinando con sé anche i Liguri, che iniziarono a retrocedere.
Gli elefanti correvano ormai impazziti, uccidendo sia i Romani che i Cartaginesi senza più alcun controllo.
Asdrubale combatté coraggiosamente al fianco dei suoi uomini, esortandoli continuamente a resistere, radunando i soldati in fuga e cercando di ricomporre le linee del suo esercito.
La situazione per i cartaginesi era ormai irrecuperabile, i Galli sulla sinistra cartaginese, che non si erano mossi, si trovarono completamente circondati da un attacco tripartito: Porcio Licinio dal fronte, Marco Livio dal fianco destro e Nerone dalla retroguardia.
La cavalleria romana, nel frattempo, aveva ormai completamente sconfitto quella cartaginese, che si era data alla ritirata. Nell’incertezza più totale e completamente circondato, l’esercito di Asdrubale cominciò a scappare in preda al terrore.
Sei degli elefanti vennero uccisi dai loro stessi conducenti per fermare la loro azione distruttiva, mentre altri quattro furono catturati dai Romani.
Asdrubale, constatando la più completa sconfitta, prese una decisione molto coraggiosa: forse perché dubbioso sulle sue reali prospettive di fuga o forse perché non voleva cadere prigioniero nelle mani dei Romani, spronò il suo cavallo, caricò i nemici insieme alle poche guardie ispaniche rimanenti e venne ucciso, cadendo armi in pugno.
Lo stesso Asdrubale fu elogiato sia da Polibio che da Tito Livio per aver fatto tutto il possibile come generale e per aver poi abbracciato una morte gloriosa.
Lo storico Dexter Hoyos ritiene invece che la morte di Asdrubale sia stata sciocca, perché il generale, ancora in vita, avrebbe potuto organizzare i resti del suo esercito e costituire una minaccia molto pericolosa nell’Italia settentrionale.
Comunque sia, un numero sconosciuto di Liguri e di Galli, forse 10.000, fuggirono dalla battaglia o forse non presero parte affatto al combattimento.
Almeno un ufficiale cartaginese, Amilcare, si rifiutò di arrendersi dopo la sconfitta e organizzò un esercito gallico di 40.000 uomini che affrontò i Romani nel 200 a.C. durante la battaglia di Cremona.
Conseguenze e considerazioni sulla battaglia
Claudio Nerone non mostrò alcun rispetto per il suo avversario: fece tagliare la testa di Asdrubale, che venne poi gettata nell’accampamento di Annibale a riprova della sconfitta del fratello.
Secondo le cronache, quando Annibale vide ciò, esalò un rammaricato sospiro, pronunciando la famosa frase: «Roma diventerà padrona del mondo».
Polibio racconta di 10.000 uomini uccisi per l’esercito di Asdrubale e di un imprecisato numero di prigionieri. Sei elefanti furono uccisi e quattro catturati, mentre i Romani persero circa 2.000 effettivi, stimati da Livio in 8.000.
La cifra riportata da Livio riguardante i prigionieri è generalmente accettata dagli storici moderni, mentre il numero dei morti cartaginesi non viene considerato attendibile.
Le proporzioni più verosimili sulle perdite cartaginesi si attestano sui 15.000 morti, tra cui 10.000 caduti e 5.000 catturati. Sicuramente un gran numero di ufficiali cartaginesi caddero sul campo di battaglia e molti altri vennero catturati.
Il significato e la portata della battaglia del Metauro è ampiamente riconosciuta tra gli storici militari.
Secondo i principali trattati, tra cui “Le 15 battaglie decisive per il mondo” del 1851 di Shepherd Creasy, la battaglia del Metauro ha neutralizzato la minaccia cartaginese e aperto all’ascesa di Roma e al suo dominio continentale, lasciando Annibale definitivamente bloccato in Italia.
La sconfitta di Asdrubale pose fine al tentativo di inviare rinforzi ad Annibale, portando al fallimento della campagna annibalica in Italia e permettendo a Roma di destinare nuove forze e consolidare il proprio dominio sulla Spagna.
Nella storiografia, la battaglia del Metauro è stata oscurata da altri scontri della seconda guerra punica, come la grande vittoria di Annibale nella battaglia di Canne, o la sua sconfitta finale nella battaglia di Zama.
Ma l’importanza di questa vittoria dei consoli Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore ha sicuramente contribuito alla storia di Roma e del mondo intero.
Il fatto che uno degli ufficiali di Asdrubale, un certo Amilcare, si sia attestato nella Gallia Cisalpina e sia riuscito a organizzare un esercito di 40.000 soldati contro Roma dimostra quanto un secondo esercito nemico sul territorio italico avrebbe probabilmente compromesso la capacità di Roma di gestire il conflitto.
La guardia pretoriana era un’unità di eccellenza dell’esercito romano: i pretoriani avevano il compito di proteggere l’imperatore e di raccogliere informazioni in qualità di agenti segreti.
Durante la Repubblica Romana, i pretoriani dovevano proteggere principalmente gli alti funzionari, come senatori e procuratori. Nel 27 a.C., quando Roma si trasformò da una repubblica a un principato, il primo imperatore di Roma, Augusto, designò i pretoriani come guardia del corpo personale.
Per i tre secoli successivi, i pretoriani furono fondamentali sia per la protezione dell’imperatore che nella gestione degli intrighi di palazzo, influenzando in maniera determinante la politica imperiale e arrivando addirittura a uccidere diversi imperatori che avevano ormai perso il controllo.
Nel 312 d.C., dopo la vittoria contro Massenzio, il nuovo imperatore Costantino il Grande sciolse le coorti pretorie e distrusse le loro caserme presso i Castra Pretoria, sostituendole con le “Scholae Palatinae”.
I pretoriani sotto la Repubblica
Sebbene tradizionalmente associati al periodo imperiale, le origini dei pretoriani risalgono ai tempi della Repubblica Romana, quando dovevano fungere da protezione personale per diversi generali romani.
La primissima testimonianza storica dei pretoriani risale al 275 a.C., al servizio della famiglia degli Scipioni. I generali con l’autorità di comandare eserciti e ricoprire cariche pubbliche erano normalmente dotati di littori con il compito di proteggerli. Il console e il proconsole avevano 12 littori ciascuno, mentre le cariche di pretore e proprietore ne avevano sei.
Tuttavia, altri magistrati, non avendo una guardia del corpo designata dallo Stato, decidevano di proteggersi assoldando unità di guardia del corpo temporanee. Ad esempio, nella Hispania Citeriore, durante l’assedio di Numanzia del 134 a.C., il generale Scipione Emiliano si fece proteggere da un’unità di 500 soldati scelti.
Alla fine del 40 a.C., i due leader del secondo triumvirato, Ottaviano e Marco Antonio, scelsero di farsi proteggere personalmente dalle guardie pretoriane. Ottaviano fece insediare i suoi pretoriani all’interno del pomerium cittadino, il confine religioso e legale di Roma: fu la prima volta che truppe armate furono stanziate stabilmente dentro la città. In Oriente, Antonio comandò invece tre coorti di pretoriani, facendo anche battere alcune monete in onore della sua guardia.
Secondo lo storico Orosio, Ottaviano comandò cinque coorti di pretoriani durante la battaglia di Azio del 31 a.C., unendo poi le sue forze con quelle di Antonio. Diventato Augusto nel 27 a.C., Ottaviano decise di mantenere i pretoriani come propria guardia del corpo personale, stabilendo il loro accampamento nei Castra Pretoria.
I pretoriani sotto la dinastia Giulio-Claudia
Il compito principale dei pretoriani durante la dinastia Giulio-Claudia era proteggere la casa di Augusto sul Palatino, dove sia le centurie di fanteria che le turmae di cavalleria controllavano il palazzo dell’imperatore.
Oltre alla stretta protezione della figura dei Princeps, i pretoriani avevano anche altre importanti funzioni, tra cui la protezione dei membri della famiglia imperiale e attività paragonabili alla nostra polizia antisommossa, per stroncare sul nascere proteste e ribellioni.
Accampati nei castra pretoria, ogni pomeriggio il tribuno della coorte pretoriana riceveva, direttamente dall’imperatore, la parola d’ordine che permetteva agli altri pretoriani di entrare e uscire dall’accampamento.
Secondo Tacito, nell’anno 23 a.C. vi erano nove coorti pretoriane, per un totale di 4.500 uomini, l’equivalente di una legione, con il compito di mantenere la pace in Italia: tre stanziate a Roma e le altre nelle vicinanze.
Secondo lo storico Boris Rankov, una iscrizione di recente scoperta confermerebbe l’incremento delle coorti a 12 per un breve periodo. L’aumento degli effettivi della guardia pretoriana sarebbe avvenuto alla fine del regno di Augusto e all’inizio del regno del suo successore Tiberio, anche se Tacito conferma la presenza di sole 9 corti nel 23 a.C.
I pretoriani intervennero per la prima volta su un campo di battaglia durante la grande ribellione in Pannonia e alcuni ammutinamenti in Germania. Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., Tiberio si trovò di fronte a una serie di gravi ammutinamenti degli eserciti stanziati sui confini del Reno e della Pannonia, che protestavano per le dure condizioni del servizio militare.
I ribelli in Pannonia furono affrontati da Druso Giulio Cesare, il figlio di Tiberio, accompagnato da due coorti pretoriane di fanteria e da una di cavalleria, oltre che da alcune guardie del corpo germaniche.
L’ammutinamento in Germania fu invece represso dal nipote ed erede designato di Tiberio, Giulio Cesare Germanico, che guidò delle legioni e dei distaccamenti della guardia pretoriana durante due anni di campagna militare, riuscendo addirittura a recuperare due delle tre aquile legionarie che erano state perse durante la battaglia della foresta di Teutoburgo.
La prima occasione in cui la guardia pretoriana divenne protagonista della storia imperiale avvenne al tempo dell’imperatore Tiberio, quando il suo prefetto del pretorio, Seiano, sfruttò la sua posizione per concentrare sotto il suo comando tutti gli eserciti disponibili in Italia.
Seiano, approfittando delle debolezze di Tiberio, si fece nominare prefetto e divenne unico capo dell’esercito nel 15 d.C., e per poco non convinse il Senato a concedergli la completa responsabilità del governo. Seiano fu anche responsabile dell’avvelenamento di Druso, che sarebbe diventato il nuovo imperatore.
Con l’aiuto della moglie di quest’ultimo, Seiano programmò la sistematica eliminazione di tutti i possibili concorrenti al trono, convincendo Tiberio ad adottarlo legalmente. Il suo complotto fu però scoperto e svelato nel 31 d.C., e Tiberio sfruttò le coorti urbane, che non erano sotto il controllo di Seiano, per farlo arrestare e giustiziare.
Nel 37 d.C. Caligola divenne imperatore grazie al determinante supporto del prefetto del pretorio Sutorio Macrone, successore di Seiano come capo della guardia pretoriana.
Durante il suo regno, gli effettivi aumentarono da 9 a 12 coorti. Ma fu nell’anno 41 che l’ostilità di un tribuno pretoriano di nome Cassio Cherea, continuamente umiliato da Caligola per la sua voce stridula, portò all’assassinio dell’imperatore da parte degli alti ufficiali dei pretoriani.
Nonostante la disperata difesa della guardia del corpo germanica, Caligola fu brutalmente assassinato.
Durante quegli attimi concitati, mentre il Senato tentò di proclamare la restaurazione della Repubblica, i pretoriani, che stavano saccheggiando il palazzo imperiale, scoprirono Claudio, lo zio di Caligola, nascosto dietro una tenda.
Avendo bisogno di un imperatore per giustificare la propria esistenza, lo portarono a forza all’accampamento pretoriano e lo proclamarono imperatore. Claudio divenne così il primo regnante nominato direttamente dalla guardia pretoriana.
Claudio compensò i pretoriani con un bonus pari a cinque anni del loro stipendio e i pretoriani gli rimasero fedeli per tutta la vita, soprattutto durante la campagna di Britannia del 43 d.C.
Quando Claudio fu avvelenato dalla moglie Agrippina, i pretoriani diedero il proprio appoggio a Nerone, soprattutto per decisione del prefetto del pretorio Afranio Burro, che esercitò un’influenza molto benefica sul nuovo giovanissimo imperatore, in particolare durante i primi cinque anni del suo regno.
Ma dopo il repentino cambio di comportamento di Nerone, gli stessi pretoriani parteciparono alla cospirazione di Pisone, un complotto organizzato nell’anno 65 scoperto appena in tempo dall’imperatore.
Il nuovo prefetto del pretorio, Tigellino, guidò la soppressione della cospirazione e, per questo servizio, Nerone ricompensò la guardia pretoriana pagando un bonus di 500 denari ciascuno.
I pretoriani durante l’anno dei quattro imperatori
Nel 68 d.C. il nuovo collega di Tigellino, Ninfidio Sabino, convinse la guardia pretoriana ad abbandonare Nerone in favore del suo contendente Galba. Sabino aveva promesso 7.500 denari per ogni pretoriano. Ma quando Galba si rifiutò di pagare, dicendo: “È mia abitudine arruolare i soldati e non comprarli”, i pretoriani cambiarono il loro appoggio in favore del rivale Otone. Galba e il suo successore designato, il giovane Pisone, furono linciati il 15 gennaio.
Dopo aver sostenuto Otone contro un terzo contendente, Vitellio, i pretoriani vennero sconfitti sul campo di battaglia, e i loro centurioni giustiziati. Furono riformati dal nuovo vincitore Vespasiano, che creò 16 nuove coorti, reclutate direttamente tra i legionari e gli ausiliari fedeli a Vitellio. Così, dopo un anno di guerra civile, i pretoriani rimasero nuovamente fedeli all’imperatore e contribuirono al governo di Vespasiano.
I pretoriani sotto la dinastia Flavia
Sotto i Flavi, i pretoriani erano organizzati in nove coorti guidate dal prefetto Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano. La forza effettiva di ogni unità venne riportata a 500 uomini. Venne inoltre abolito il servizio di guardia all’ingresso del palazzo dell’imperatore, anche se i pretoriani continuarono a svolgere compiti di sicurezza rilevanti.
Sotto il secondo figlio di Vespasiano, Domiziano, le coorti pretoriane vennero aumentate a 10. In quell’occasione, la guardia pretoriana partecipò alle campagne militari guidate dall’imperatore in persona, combattendo in Germania e sul Danubio contro i Daci. Fu nel corso di una di queste azioni che il loro prefetto, Cornelio Fusco, fu sconfitto e ucciso dal re dei Daci, Decebalo.
I pretoriani sotto la dinastia Antonina
Dopo l’assassinio di Domiziano nel 96, i pretoriani pretesero l’esecuzione del prefetto Tito Petronio, che era stato implicato nell’omicidio. Così, all’inizio del 98, la guardia pretoriana sostenne la corsa al trono del generale Traiano, comandante dell’esercito del Reno. Traiano giustiziò il vecchio prefetto del pretorio e tutti i suoi partigiani. Giunto a Roma, la guardia pretoriana gli fu fedele, partecipando alle due guerre daciche e prestando servizio nella sua ultima campagna contro i Parti.
Nel II secolo i pretoriani accompagnarono l’imperatore Lucio Vero nella campagna in Oriente contro i Parti. Lucio Vero, fratello dell’imperatore Marco Aurelio, fu adeguatamente protetto e supportato dai pretoriani, che svolsero compiti importanti per la sua sicurezza.
Con l’ascesa al trono di Commodo, figlio di Marco Aurelio, nel 180 d.C., la guardia pretoriana tornò a stanziarsi a Roma. In questo periodo il prefetto del pretorio, Tigidio Perenne, e il liberto Marco Aurelio Cleandro, esercitarono una notevole influenza sull’imperatore. Tuttavia, Perenne fu ucciso da una delegazione di 1.500 legionari della Britannia, che erano venuti in visita a Roma per lamentarsi della sua ingerenza negli affari della provincia. Cleandro, rimasto da solo, abusò della sua influenza e del suo potere per nominare e licenziare i prefetti pretoriani, tanto da ottenere nel 188 il comando congiunto della guardia pretoriana assieme ad altri due colleghi.
Dopo qualche anno, anche Commodo cadde sotto i pugnali dei pretoriani, precisamente nel 192, quando il prefetto Quinto Emilio Leto organizzò una cospirazione per ucciderlo. Il nuovo imperatore, Pertinace, che aveva preso parte al complotto contro Commodo, pagò ai pretoriani un premio di 3.000 denari, ma venne assassinato solo tre mesi dopo, il 28 marzo del 193 dagli stessi pretoriani, poiché si era rifiutato di aumentare ulteriormente il bonus a loro destinato.
I pretoriani misero quindi l’impero all’asta, permettendo al ricchissimo senatore Didio Giuliano di “acquistare” letteralmente il titolo di imperatore.
I pretoriani sotto la dinastia dei Severi
Giuliano riuscì a mantenere il suo potere per pochissimi mesi, e gli eserciti stanziati sul fiume Danubio scelsero al suo posto il governatore della Pannonia Superiore, Settimio Severo, che assediò Roma e ingannò i pretoriani avversari, convincendoli a uscire disarmati per poi arrestarli a tradimento.
Fu questo un momento di svolta per la storia della guardia pretoriana, che fu sciolta e sostituita da uomini fedelissimi a Settimio. I pretoriani smisero di essere di provenienza italica, come era stato sin dai tempi di Augusto, e furono reclutati prevalentemente dai provinciali, soprattutto della zona danubiana.
La nuova guardia pretoriana di Settimio Severo si distinse contro il suo rivale Clodio Albino nella battaglia di Lione del 197, accompagnando poi l’imperatore in Oriente dal 197 al 202 e in Britannia fino alla sua morte, avvenuta a York nel 211.
Il governo passò quindi ai due figli di Settimio, Caracalla e Geta. Caracalla perse rapidamente il favore delle truppe assassinando il suo fratello e co-imperatore, così nel 217, mentre era impegnato in una campagna militare in Oriente, venne assassinato su istigazione del suo prefetto del pretorio, Macrino, che divenne nuovo imperatore.
Dopo aver governato anch’egli per pochissimo tempo, i pretoriani prima videro con sospetto e poi si opposero apertamente al nuovo imperatore Elagabalo, giovane sacerdote del culto orientale di Baal, uccidendolo barbaramente e sostituendolo nel 222 con il cugino tredicenne Alessandro Severo.
In questo periodo, la posizione del prefetto del pretorio in Italia cominciò ad assomigliare sempre di più a un incarico amministrativo, dal momento che vi fu una tendenza a nominare non solo generali, ma anche giuristi. Un esempio è quello di Papiniano, che ricoprì l’incarico dal 203 fino alla sua eliminazione ed esecuzione. Un altro esempio è l’imperatore Alessandro Severo, che affidò la guida della prefettura del pretorio ad uno dei più famosi giuristi della storia romana, Ulpiano.
La guardia pretoriana del III secolo
Nella primavera del 238, sotto l’imperatore Massimino Trace, la maggior parte della guardia pretoriana venne impiegata sui campi di battaglia. Difeso da una piccola guarnigione residua, l’accampamento pretoriano di stanza a Roma fu attaccato da una folla di civili che voleva sostenere i senatori e il nuovo imperatore Gordiano, in rivolta contro Massimino.
La sconfitta di Massimino nella guerra civile portò alla sua morte per mano delle sue stesse truppe, compresi i pretoriani. I candidati al trono di origine senatoriale, Pupieno e Balbino, richiamarono la guardia pretoriana a Roma, ma, fallendo nel trovare con loro un accordo, si ritrovarono sotto attacco da parte degli stessi pretoriani. Entrambi furono uccisi il 29 luglio del 238, in favore di Gordiano III.
Dopo il 238, le fonti letterarie ed epigrafiche sui pretoriani diminuiscono drasticamente e le informazioni su di loro diventano più rare. Sappiamo che nel 249 i pretoriani assassinarono Filippo II, figlio dell’imperatore Filippo l’Arabo. Nel 272, sotto il regno dell’imperatore Aureliano, presero parte a una spedizione contro la città ribelle di Palmira.
Poi, nel 284, Diocleziano ridusse lo status dei pretoriani, escludendoli dalla vita di Palazzo. Diocleziano si era infatti trasferito, assieme alla sua corte, a Nicomedia, in Asia Minore, e fondò due nuovi corpi, gli Ioviani e gli Erculiani, chiamati così in onore degli dèi Giove ed Ercole, che sostituirono i pretoriani come guardia del corpo, una tendenza che rimase intatta durante tutto il periodo di governo della tetrarchia. Nel 297, li ritroviamo in Africa agli ordini del co-imperatore Massimiano.
Quando Diocleziano si ritirò a vita privata, il 1º maggio del 305, sembra che i castra praetoria ospitassero ormai solo una piccola guarnigione.
La dissoluzione della guardia pretoriana
Durante i primi anni del IV secolo, il Cesare Flavio Valerio Severo tentò di sciogliere la guardia pretoriana su ordine dell’Augusto Galerio. In risposta, i pretoriani diedero il loro appoggio a Massenzio, figlio dell’imperatore in pensione Massimiano, proclamandolo imperatore il 28 ottobre del 306 d.C.
Nel 312, tuttavia, il Cesare di Britannia, Costantino il Grande, marciò su Roma per affrontare Massenzio in una battaglia decisiva, con l’intento di ottenere il controllo dell’Impero romano d’Occidente. Fu la famosa battaglia di Ponte Milvio.
Durante quello scontro, l’esercito di Costantino ottenne una vittoria decisiva contro i pretoriani, che nonostante una resistenza eroica, furono annientati. Con la morte di Massenzio, Costantino comprese la pericolosità e la volubilità dei pretoriani, prendendo la storica decisione di sciogliere definitivamente i resti della guardia pretoriana.
I soldati rimanenti vennero dispersi nei vari angoli dell’Impero, e i castra praetoria furono completamente smantellati, inaugurando una nuova era nella storia romana e ponendo fine alla lunghissima storia dei pretoriani.
FONTI
“I Pretoriani. Soldati e cospiratori nel cuore di Roma” di Marco Rocco, 2018, Salerno Editore
“Pretoriani – Enciclopedia – Treccani” di Ugo Antonielli, 1930, Istituto dell’Enciclopedia Italiana
L’arruolamento del legionario romano era un momento fondamentale nella vita dell’esercito.
La qualità e la dedizione degli uomini era infatti ciò che poteva trasformare una sconfitta in una vittoria, una campagna fallimentare in un trionfo.
Arruolare i legionari necessitava però di una procedura ben precisa per rispettare sia alcuni vincoli legali che dei requisiti fisici che avrebbero trasformato un giovanotto in un valente soldato romano.
La decisione di dare il via all’arruolamento di una nuova legione spettava in epoca repubblicana esclusivamente al Senato, l’unica assemblea che poteva autorizzare il reclutamento. Poi, la responsabilità delle operazioni veniva regolarmente delegata ai due consoli, che attraverso alcuni funzionari potevano individuare nuove leve sia in Italia che nelle province.
In epoca imperiale, l’autorizzazione all’arruolamento spettava invece all’imperatore, in qualità di massima autorità militare, la cui decisione veniva comunque messa in pratica da una serie di addetti e funzionari, ai quali venivano indicati dei limiti temporali entro cui raggiungere gli obiettivi.
Normalmente, le procedure di arruolamento iniziavano nel mese di dicembre e terminavano a febbraio, cosicché le reclute sarebbero state pronte per l’estate, stagione durante la quale si avviavano la maggior parte delle campagne militari.
I candidati affrontavano quindi la fase della “Probatio”, detta altresì “Inquisitio”, il termine che designava il vero e proprio “esame” per l’arruolamento.
L’età legale
Il primo requisito riguardava sicuramente l’età. Le norme romane stabilivano a 17 anni l’età legale minima sia per diventare uomini adulti che per essere arruolati come legionari, anche se non si trattava di un limite inderogabile.
In alcuni casi, soprattutto quando si rendeva necessario un cospicuo numero di soldati per affrontare un pericolo imminente, i funzionari potevano accettare anche ragazzi di 15 o di 16 anni.
L’età media di arruolamento andava comunque dai 18 ai 23, anche se alcune fonti antiche citano casi di arruolamento a 26 o 27 anni, con un limite massimo, e assai raro, di 35.
La cittadinanza romana
Requisito fondamentale e irrinunciabile era la cittadinanza romana: solo ed esclusivamente un cittadino si sarebbe potuto arruolare come legionario.
Un uomo libero ma non cittadino o addirittura uno schiavo che si fosse finto tale per entrare nell’esercito, sarebbe stato immediatamente condannato a morte.
Questa regola, ferrea nell’epoca monarchica e repubblicana, conobbe in realtà una sorta di degenerazione nel tardo impero romano, nel senso che, di fronte ad una necessità sempre più famelica di soldati, la cittadinanza poteva essere spesso concessa allo stesso momento dell’arruolamento, per aggirare il vincolo legale.
Dopo la dimostrazione o la concessione della cittadinanza, il candidato doveva prestare solenne giuramento di fronte ad un funzionario e ad altri commilitoni, chiamati “cautores”, che facevano da veri e propri testimoni della sua promessa.
La lettera di raccomandazione
Diversi autori antichi, fra cui Giovenale, confermano che una lettera di raccomandazione da parte di un personaggio autorevole era fondamentale per ottenere l’arruolamento nell’esercito.
Si chiamavano “Epistule commendaticae” e si trattava di lettere siglate da un cittadino romano di alto rango, un funzionario militare, un nobile o un notabile che assicurava il buon comportamento della recluta e che cercava di convincere i funzionari, con la propria parola, ad accettare il candidato.
La raccomandazione, che nella società moderna viene considerata negativamente, era al contrario largamente accettata nel periodo romano, perché costituiva una sorta di garanzia aggiuntiva al giuramento del candidato.
L’altezza
Requisito fondamentale era l’altezza. Sappiamo che al tempo degli imperatori Valentiniano e Valente, nel Tardo Impero, si veniva accettati con un’altezza minima di 5 piedi e 7 pollici, che corrispondevano all’odierno 1,65 m. I cavalieri dovevano raggiungere invece i 6 piedi, ovvero 1,78 m.
Conferma a questa regola giunge dai funzionari addetti al reclutamento della Legio I Italica, voluta da Nerone, dove l’altezza richiesta era, di nuovo, di almeno 6 piedi.
Queste tracce nelle fonti antiche ci aiutano in realtà a sfatare il mito che l’esercito romano fosse composto da persone di bassissima statura. Sebbene di fronte ai guerrieri germanici, spesso alti 1.90, i romani sembrassero piccoli, nell’ambito del mondo mediterraneo i soldati latini avevano una statura perfettamente nella media.
La robustezza
Sappiamo con grande precisione dalle fonti antiche, che ce lo descrivono nel dettaglio, che la forma fisica era fondamentale e il buon candidato doveva essere soprattutto robusto.
Veniva largamente gradito un collo largo, spalle ampie e gambe muscolose per sopportare le fatiche della marcia, con dei piedi ben piantati per terra e senza particolari problemi nel movimento. A differenza di alcuni falsi storici, dove i legionari vengono presentati come culturisti pieni di muscoli, era invece preferita e valutata l’armonia generale del corpo e le buone proporzioni.
Se dalla struttura fisica complessiva traspariva una certa solidità, venivano accettati anche soggetti con alcuni difetti. Sappiamo ad esempio che avere un solo testicolo non comportava il fallimento della visita militare. Ma in compenso udito e vista dovevano essere assolutamente perfetti.
La provenienza della recluta
Nelle fonti antiche troviamo anche la citazione di alcune provenienze preferite dai funzionari addetti al reclutamento. Tendenzialmente, le persone che provenivano dalle campagne, abituate ai lavori più umili, erano certamente più gradite rispetto agli abitanti della città, che venivano guardati con scetticismo.
Tutti coloro che eseguivano lavori considerati femminili, come i cuochi, i tessitori, gli artigiani e gli artisti, venivano quasi sicuramente scartati.
Vi erano poi delle considerazioni circa la provenienza geografica. Coloro che provenivano dalle regioni settentrionali, come la Gallia Belgica o la Germania, venivano considerati impetuosi, e quindi particolarmente adatti allo scontro, ma allo stesso tempo imprudenti.
Chi veniva dal climi temperati veniva considerato equilibrato nel comportamento e dunque preferito, mentre i “meridionali”, che provenivano dall’Italia del Sud o dall’Africa del Nord, erano considerati particolarmente intelligenti, ma tendenzialmente oziosi, per cui era necessario imporre, per loro, un alto livello di disciplina.
L’istruzione del candidato
Le capacità intellettive del candidato potevano contribuire anche notevolmente alla valutazione. All’interno della legione romana era importante registrare tutto: la parola d’ordine del giorno, le paghe per i legionari, i turni di guardia, eventuali provvedimenti degli ufficiali, gli ordini.
Saper leggere e fare di conto veniva considerato sicuramente un elemento positivo, perché il candidato sarebbe stato di molto aiuto nella gestione quotidiana degli affari della legione.
L’assedio di Sagunto fu un lungo e doloroso assedio condotto dalle forze di Annibale contro la città di Sagunto, alleata dei romani.
Gli storici identificano questo evento come il casus belli della seconda guerra punica e viene collocato tradizionalmente nel 219 a.C.
L’assedio durò per ben otto mesi, fino al 218 a.C., quando gli abitanti di Sagunto, ormai stremati, si arresero alle truppe cartaginesi e subirono un pesantissimo saccheggio.
La conquista dell’Iberia da parte dei cartaginesi
I cartaginesi erano presenti in Iberia già dal 237 a.C., e nel corso dei decenni avevano stabilito dei solidi rapporti militari e commerciali con le tribù del luogo.
Il principale fautore della conquista dell’Iberia fu Amilcare Barca. Padre di Annibale e membro di spicco dell’aristocrazia cartaginese, Amilcare divenne comandante delle forze puniche in Iberia e iniziò una guerra di conquista per assicurarsi il controllo delle miniere di oro e di argento della regione.
Tali ricchezze, formalmente, gli avrebbero permesso di pagare più velocemente l’indennità di guerra imposta dai romani dopo la sconfitta cartaginese nella prima guerra punica. In realtà era chiaro il disegno di Amilcare di organizzare la riscossa.
Alla morte di Amilcare, suo figlio Annibale si sentì investito della missione di vendicare l’onore di Cartagine e cercò in tutti i modi un pretesto per iniziare una nuova guerra contro Roma.
Partendo dalla città di Qart Hadasht, iniziò a sottomettere le popolazioni a sud del fiume Ebro, come gli Olcadi nel 221 a.C., e i Vaccei e i Carpetani nel 220 a.C.
L’obiettivo del generale cartaginese era quello di assicurarsi una solida base di potere che gli avrebbe permesso di lanciare le future offensive, prima contro la città di Sagunto e poi per la sua grande traversata nell’Europa.
L’avvicinamento di Annibale a Sagunto
Entro la fine del 220 a.C., dopo otto mesi di fortunata campagna militare, Annibale ritornò con il suo esercito a Hadasht per trascorrervi l’inverno.
Gli abitanti di Sagunto capirono che la guerra era imminente, soprattutto per via di alcune incursioni dei vicini popoli dei Turdetani o Turboleti, probabilmente sobillati dallo stesso Annibale.
I Saguntini mandarono immediatamente messaggeri a Roma, convincendo i romani ad inviare degli ambasciatori per cercare di frenare le mosse di Annibale e avvertire il generale punico che la città di Sagunto era alleata del popolo romano.
Lo storico Polibio ci racconta che la delegazione romana, guidata da Publio Valerio Flacco e Quinto Bebio Tamfilo, arrivò ad Hadasht e fu ricevuta in persona da Annibale.
I delegati romani chiesero al generale cartaginese di non intervenire contro Sagunto, la quale era sotto la diretta protezione di Roma, e soprattutto di non attraversare il fiume Ebro con il suo esercito, per rispettare un accordo stipulato tra i romani e Asdrubale già nel 226 a.C.
Ma la storiografia romana tramanda la figura di un Annibale pieno di arroganza e voglia di combattere. Annibale rispose di aver ottenuto il benestare del Senato cartaginese e assicurò ai romani che il suo obiettivo era porre fine agli abusi commessi dagli abitanti di Sagunto nei confronti dei vicini turdetani, alleati dei cartaginesi.
Lo storico antico Polibio sottolinea quanto le argomentazioni di Annibale fossero poco più che pretesti, e che il cartaginese avrebbe avuto molta più credibilità se avesse chiesto la restituzione dell’isola di Sardegna, la quale era stata strappata ai cartaginesi dai romani sfruttando un momento di debolezza di Cartagine e in piena violazione dei trattati tra le due nazioni.
Gli ambasciatori romani ebbero subito la sensazione che Annibale cercasse la guerra a tutti i costi e salparono per la città di Cartagine con l’intenzione di presentare le loro domande direttamente al senato cartaginese.
Nel frattempo, il senato romano, di fronte alla minaccia di una nuova guerra, cercò di adottare delle misure volte a consolidare le conquiste romane ad est, verso il territorio dell’Illiria.
L’attacco di Annibale contro Sagunto
Secondo lo storico Tito Livio, l’esercito di Annibale contava quasi 150.000 soldati, mentre gli abitanti di Sagunto disponevano di forze limitate per difendersi all’interno delle loro fortificazioni.
Inoltre, gli assediati avrebbero dovuto dividere le proprie truppe per resistere contemporaneamente su più fronti.
Anche se le cifre di Tito Livio sono probabilmente esagerate, è chiaro che l’esercito cartaginese godeva di un vantaggio evidente.
Annibale si avvicinò alle campagne circostanti Sagunto con il suo esercito, dando ordine di devastare i campi per impedire ai saguntini di rifornirsi di cibo. Poi, dopo aver allestito il proprio accampamento, fece circondare la città con un massiccio assedio su tre lati.
Gli attacchi di Annibale si concentrarono principalmente sulla parte occidentale delle mura, quelle rivolte verso la pianura circostante, attaccate con diverse macchine di assedio e con un grande numero di arieti.
Il cartaginese fece costruire anche un’alta torre d’assedio per colpire le parti maggiormente fortificate e sorvegliate da soldati veterani di Sagunto.
Nel bel mezzo di questi scontri, sia Tito Livio che lo storico bizantino Zonara riferiscono di una ferita inflitta ad Annibale. Egli stesso, avvicinatosi eccessivamente alle mura, fu colpito alla coscia da un giavellotto: il suo esercito si spaventò e i soldati fuggirono, abbandonando quasi completamente l’assedio.
Annibale, ritornato nell’accampamento, dichiarò una tregua per curarsi, ma durante questo tempo diede ordine di costruire una nuova serie di fortificazioni attorno alla città, per continuare ad isolarla dalla regione circostante.
Ripresosi dalla ferita, gli scontri ricominciarono.
La resistenza di Sagunto e la nuova ambasciata romana presso Annibale
A poco a poco le mura della città iniziavano a scricchiolare sotto i ripetuti colpi di ariete, tanto che alcune parti delle fortificazioni erano ormai già crollate a terra con grande schianto.
Ad un certo punto, i cartaginesi riuscirono a creare una breccia e tentarono di fare irruzione nella città, ma trovarono un muro di soldati saguntini pronti a difendere le loro case in un combattimento corpo a corpo.
Come racconta Tito Livio, “da una parte la speranza, dall’altra la disperazione aumentavano il coraggio”. I cartaginesi sapevano che sarebbero diventati i padroni della città, se solo avessero compiuto un ultimo sforzo, mentre i saguntini proteggevano con le loro armature una patria che non aveva più difese.
Gli abitanti di Sagunto riuscirono a mantenere le posizioni e a contrastare il nemico, anche grazie ad un’arma da lancio che incuteva grande timore tra i cartaginesi, la falarica, in grado di scagliare grosse frecce a grande distanza.
L’esito della battaglia fu incerto per molto tempo, ma alla fine i saguntini riuscirono ad allontanare i cartaginesi, che fuggirono attraverso le rovine delle mura, tornando in disordine nel loro accampamento.
Nel bel mezzo dell’assedio di Sagunto sappiamo, sempre da Tito Livio, che Roma inviò dei nuovi ambasciatori presso Annibale.
Il generale cartaginese, questa volta, non era intenzionato a riceverli e mandò dei messaggeri per intercettarli e avvertirli che sarebbe stato pericoloso sbarcare e avvicinarsi alle zone del combattimento.
Così, i diplomatici romani scelsero di recarsi direttamente a Cartagine per lamentarsi del comportamento di Annibale.
Il punico, intuendo le mosse dei romani, immaginò che le rimostranze degli ambasciatori latini avrebbero potuto fare presa sulla parte del senato cartaginese timorosa della guerra con Roma e decise di anticiparli sul tempo, inviando una serie di messaggi al partito Barcide, che deteneva il controllo politico di Cartagine.
Magnificando le sue vittorie e facendo intendere che Sagunto era sull’orlo del crollo, il senato cartaginese fu infervorato dalle parole di Annibale, e di fronte agli ambasciatori romani si schierò compatto a favore della sua campagna militare.
L’assalto finale a Sagunto
Annibale, dopo diversi mesi di assedio e constatando la fatica dei suoi uomini, promise che non avrebbe tenuto per sè alcuna parte del bottino e che le ricchezze conquistate sarebbero state divise interamente fra i soldati.
Mentre i Saguntini presero qualche giorno di pausa dai combattimenti per ricostruire parte delle mura crollate, Annibale guidò in persona l’assedio, facendo costruire una torre più alta delle mura e dotata di catapulte e baliste che iniziarono a distruggere le parti più delicate delle fortificazioni di Sagunto.
Finalmente, 500 veterani africani armati di piccone riuscirono ad aprire una breccia nelle mura di Sagunto, così che i soldati cartaginesi iniziarono ad affluire nella città.
Annibale riuscì quasi subito a conquistare una collina che dominava i principali sobborghi di Sagunto, mentre l’attacco congiunto di catapulte e baliste continuava ad indebolire le difese.
Gli abitanti di Sagunto furono quindi costretti ad erigere una nuova cinta muraria più piccola di quella precedente per proteggere i quartieri della città non ancora nelle mani dei cartaginesi.
Nonostante la loro resistenza disperata, gli abitanti di Sagunto non riuscirono a difendere il territorio. Inoltre, la mancanza di cibo e la conseguente carestia stava diminuendo visibilmente la forza tra le file dei difensori e la speranza dell’arrivo di un aiuto da parte di Roma era ormai tramontata.
Vi fu un solo momento in cui i Saguntini credettero di poter recuperare terreno. Accadde quando Annibale fu costretto a lasciare l’assedio e intraprendere una rapida azione militare contro le tribù dei Carpetani e degli Oretani, che avevano arrestato degli ufficiali cartaginesi.
I Saguntini sperarono che, con l’assenza di Annibale, sarebbero riusciti a cacciare i cartaginesi dalla città, ma il suo principale luogotenente, Maarbale, fu in grado di sostituire alla perfezione il ruolo di Annibale e gli attacchi contro Sagunto continuarono senza interruzioni.
Tre grandi arieti riuscirono infatti ad abbattere gran parte delle mura, tanto che Annibale, al suo ritorno, mostrò estrema soddisfazione.
Si svolse quindi una nuova battaglia per il possesso della fortezza di Sagunto, dove già erano caduti molti soldati da entrambe le parti.
Vedendo che Sagunto era sull’orlo di crollare, alcuni aristocratici, guidati dal nobile Alcone, si recarono da Annibale, in piena notte, per cercare un accordo, ma le condizioni di resa imposte dal generale cartaginese erano troppo onerose.
Sagunto avrebbe dovuto restituire tutti i suoi possedimenti ai Turdetani, consegnare tutto l’oro e l’argento presente in città e gli abitanti avrebbero dovuto lasciare Sagunto con un solo capo di vestiti, per raggiungere un luogo stabilito dai cartaginesi.
Alcone, di fronte alla durezza di tali condizioni, preferì disertare e trasferirsi nell’accampamento cartaginese.
Constatato il fallimento di Alcone, i Saguntini proposero nuovamente la resa tramite dei messaggeri, guidati questa volta da Alorco, che era stato soldato nell’esercito di Annibale e che in quel momento era ospite dei Saguntini.
Mentre la parte principale della popolazione di Sagunto era radunata per discutere e dare una risposta ai cartaginesi, alcuni nobili iniziarono a raccogliere tutto l’oro e l’argento della città per fonderli e consegnarli ad Annibale.
Alcuni Saguntini, intenzionati a non arrendersi per nessun motivo, si gettarono nel fuoco, dando la precedenza agli uomini delle famiglie dominanti della città. Avvenne quindi, sotto gli occhi di Annibale, un agghiacciante suicidio collettivo, che faceva in realtà parte della cultura iberica e che spesso veniva utilizzato come soluzione per mantenere l’onore fino alla morte.
Mentre la situazione di Sagunto sfociava nel tragico, avvenne l’epilogo. L’improvviso crollo di una delle torri della città, da tempo bersaglio dei proiettili cartaginesi, consentì ai soldati di Annibale di entrare attraverso un’inaspettata breccia nelle mura, mentre la popolazione era ancora riunita nella piazza principale per trattare con il generale cartaginese.
Annibale capì che non poteva più aspettare e che era giunto il momento di porre fine all’assedio, dando ordine di annientare le ultime sacche di resistenza.
La strage della popolazione che scelse di non suicidarsi fu immane e la città, dopo alcuni giorni di pura violenza, cadde, lasciando ai vincitori un immenso bottino.
Le conseguenze e lo scoppio della guerra
La caduta di Sagunto rappresenta una ferita nella politica romana del tempo.
Il Senato comprese l’errore di non intervenire nel difendere le città e i popoli alleati, con tutte le conseguenze politiche del caso.
I romani cercarono di glorificare il coraggio, la lealtà e la resistenza dei Saguntini di fronte agli attacchi di Annibale, ma è entrata nella storia la frase di Livio.
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata)
Tito Livio ha spesso sottolineato il fatto che il Senato romano non aveva ancora deciso se inviare un’ambasciata ad Annibale che quest’ultimo aveva già iniziato l’assedio della città.
Gli aristocratici persero tempo nel decidere se inviare i consoli di quell’anno in Iberia oppure in Africa, se l’esercito si sarebbe dovuto preparare per una spedizione terrestre o marittima e se la guerra doveva essere intrapresa solamente contro Annibale o contro tutti i cartaginesi.
Nel frattempo, la città di Sagunto, stremata da mesi di carestia, battaglie e disperazione, venne completamente distrutta.
Tutte le ricchezze della città vennero accantonate in preparazione dell’imminente campagna militare, gli schiavi distribuiti tra i soldati e il resto del bottino inviato a Cartagine come trofeo di guerra.
Roma intervenne inviando una tardiva ambasciata nella capitale punica per chiedere che gli fosse consegnato Annibale, ma con le ricchezze provenienti dall’Iberia e con il partito favorevole alla guerra che aveva riconquistato fiducia in Annibale, il conflitto era inevitabile.
Nonostante l’intervento dell’aristocratico cartaginese Annone il Grande, che cercò di ricordare ai romani che il Trattato dell’Ebro del 226 a.C., in fondo, era stato rispettato, Roma dichiarò guerra a Cartagine.
Era la fine dell’anno 219 a.C. ed era scoppiata la seconda guerra punica.
Solo nel 214 a.C. Publio e Gneo Scipione, rispettivamente padre e zio di Scipione l’Africano, riconquisteranno la città dai cartaginesi. Durante le operazioni militari, gli abitanti di Sagunto, prigionieri nelle mani dei cartaginesi, furono liberati dai romani e ottennero il permesso di rientrare nella loro città.
Gli scavi archeologici nell’antica città di Myra e nel suo porto, Andriake, hanno recentemente portato alla luce una scoperta di grande rilievo: un’abbondante quantità di placche di vetro millefiori, una delle prime rinvenute di questa portata in Turchia. Myra, una delle sei città principali della Licia e famosa come luogo legato a San Nicola, non smette di sorprendere gli studiosi con il suo ricco passato storico.
L’antica città si trova vicino all’attuale Demre, nella provincia di Antalya, e rivestiva un ruolo centrale nella Lega Licia, come scrive lo storico Strabone. Grazie al suo porto strategico, Andriake, Myra era un crocevia per il commercio nel Mediterraneo, contribuendo alla sua ricchezza e al suo prestigio. Durante il periodo ellenistico, la città raggiunse un alto grado di autonomia e potere, confermato anche dalla zecca locale e dal suo status di centro politico rilevante fino all’epoca bizantina. La presenza di San Paolo e, più tardi, di San Nicola – che fondò la sua chiesa nella città – rafforzarono ulteriormente l’importanza di Myra, rendendola un faro del Cristianesimo in Licia.
Ma la recente scoperta di centinaia di placche millefiori nell’agorà di Andriake getta nuova luce sulla vita quotidiana e culturale della città nel V secolo d.C. Le placche, realizzate con una tecnica complessa che prevede la fusione di bacchette di vetro colorato per formare motivi floreali o geometrici, non sono solo esempi di artigianato avanzato, ma testimoniano anche il gusto estetico e il livello di raffinatezza delle élite locali. La presenza di queste decorazioni indica come gli interni delle abitazioni o degli edifici amministrativi fossero adornati con oggetti di lusso, espressione di status e potere.
Oltre ai millefiori, sono stati ritrovati anche altri ornamenti, tra cui piccole rosette di vetro e cornici, suggerendo un complesso schema decorativo che impreziosiva gli ambienti interni. Le figure di uccelli, santi e cammelli, realizzate con la tecnica dell’opus sectile, confermano la varietà e la cura artistica impiegate nelle decorazioni murarie, rendendo Andriake un sito unico in Turchia per quanto riguarda il lusso architettonico e artistico dell’epoca.
L’edificio in cui sono stati rinvenuti questi reperti, identificato come “Struttura 42”, si trova in un punto chiave dell’agorà, all’incrocio tra il Granarium e la via principale del porto, confermando la sua funzione amministrativa. La ricchezza decorativa di questo edificio riflette il ruolo cruciale che Andriake ricopriva non solo come centro commerciale, ma anche come fulcro di potere politico e culturale nell’antica Licia.
Questa scoperta non solo arricchisce la comprensione della vita quotidiana in una delle città più prospere dell’antichità, ma offre anche uno spaccato dell’arte e del lusso che caratterizzavano la società dell’epoca, evidenziando la centralità del porto di Andriake nelle rotte commerciali e culturali del Mediterraneo.
La battaglia di Talamone (225 a.C.), uno degli scontri fondamentali della storia antica, vide la Repubblica Romana contrapporsi ad una corposa alleanza di tribù celtiche.
I Romani erano guidati dai consoli Gaio Attilio Regolo e Lucio Emilio Papo, che furono in grado di sconfiggere un importante contingente di tribù celtiche guidate dal re dei Gaesati Concolitano e da Aneroeste.
Si tratta di una delle battaglie più importanti per l’espansione della Repubblica Romana, in quanto allontanò in maniera duratura la minaccia celtica sia da Roma che dall’Italia settentrionale e fu determinante per l’espansione territoriale di Roma nella zona dell’attuale pianura padana.
Il contesto storico
Nei decenni precedenti, i Romani avevano avuto diverse scaramucce, per lo più inconcludenti, con le tribù che abitavano la Gallia Cisalpina, lungo tutta l’attuale valle del Po.
Queste si erano però concluse nel 238 a.C. e i rapporti tra i Romani e le tribù galliche erano sostanzialmente equilibrati. Addirittura, quando alcuni Celti transalpini avevano attraversato la catena montuosa delle Alpi ed erano discesi nell’Italia settentrionale nel 230 a.C., erano stati proprio i Boi, stanziati nella Gallia Cisalpina, a respingerli.
I rapporti si incrinarono, tuttavia, quando i Romani riorganizzarono il territorio celtico del Piceno secondo le proprie leggi senza consultare le tribù galliche, creando risentimento e paura tra i Galli Boi e i Galli Insubri.
La situazione peggiorò nel 232 a.C. quando i Romani approvarono una legge che assegnava delle vaste aree, formalmente appartenenti alle tribù galliche, ai propri cittadini più poveri.
Queste decisioni vennero considerate azioni profondamente provocatorie nei confronti dei Celti, che iniziarono seriamente a temere una invasione romana.
Così, nel 225 a.C., i Boi e gli Insubri pagarono ingenti tributi alla potente popolazione germanica dei Gaesati, assoldandoli come mercenari. Questi, guidati dai generali Aneroeste e Concolitano, accettarono di buon grado di combattere contro Roma.
I Romani, venuti a sapere della formazione di una pericolosa alleanza gallica, stipularono un trattato di pace con il generale cartaginese Asdrubale il Bello che gli cedeva il controllo incondizionato dell’Hispania, per poter concentrare tutte le loro forze militari nella gestione dell’imminente pericolo nell’Italia settentrionale.
I romani iniziarono così un pesante e massiccio arruolamento. Il console Lucio Emilio Papo aveva a disposizione quattro legioni di cittadini romani per un totale di 22.000 uomini, oltre a 32.000 truppe alleate, posizionate presso il suo quartier generale ad Ariminum.
Dopodiché inviò 54.000 alleati sabini ed etruschi sul confine tra l’Etruria e la Gallia Cisalpina con il compito di pattugliare il territorio e intercettare eventuali incursioni galliche.
Inviò poi 40.000 tra Umbri, Veneti e Cenomani per compiere delle incursioni nel territorio dei Boi, così da distrarli e indebolirli.
Nel frattempo, l’altro console, Gaio Attilio Regolo, stava reclutando un esercito delle stesse dimensioni in Sardegna. Regolo, oltre alle normali legioni romane, poteva contare su una riserva di 21.000 cittadini e 32.000 alleati, oltre a dei rinforzi provenienti dalla Sicilia e da Taranto.
L’invasione celtica dell’Etruria
I Celti decisero di adottare una strategia estremamente aggressiva che prevedeva una rapida invasione dell’Etruria per marciare direttamente verso Roma.
Le truppe alleate romane, posizionate sul confine etrusco, intercettarono i nemici a soli tre giorni di marcia dalla capitale e si prepararono al combattimento.
I Celti giocarono ad astuzia: aspettarono l’arrivo della notte per lanciare un improvviso attacco di cavalleria, la quale attirò gli alleati fuori dal loro accampamento. Ma anziché accettare la battaglia, scelsero di barricarsi nella città di Fiesole, dove iniziarono a costruire dei sistemi difensivi
Il mattino successivo, la cavalleria gallica uscì dall’accampamento e si schierò in modo da essere ben vista dall’esercito nemico, dando l’impressione che i Celti stessero battendo in ritirata. Gli alleati latini, ingannati, iniziarono a inseguirli.
Al momento più propizio, i Celti fecero un immediato dietrofront e costrinsero i nemici ad una inaspettata battaglia, sfruttando il vantaggio della posizione e ottennero, dopo un duro scontro, una netta vittoria.
Seimila alleati romani vennero uccisi, mentre il resto del contingente latino riuscì a ritirarsi su una collina.
Solo la notte successiva alla disfatta, il console Papo riuscì ad arrivare sul posto con i suoi soldati, accampandosi nelle vicinanze. Nonostante sperasse di poter rovesciare la situazione, il generale Gaesato Aneroeste convinse i Celti a ritirarsi con il loro bottino per riprendere la guerra più tardi.
Papo non potè fare altro che inseguire e molestare la retroguardia celtica, ma non rischiò una battaglia campale per la quale non si sentiva pronto.
Nel frattempo, il console Regolo aveva appena sbarcato i suoi uomini a Pisa, marciando verso Roma.
Sulla strada che lo portava alla capitale però, i suoi esploratori incontrarono fortuitamente un’avanguardia di Celti nei pressi del fiume Talamone, in un’area chiamata Campo Regio. Regolo intuì la portata del pericolo e comprese che era necessario affrontare quanto prima i nemici.
La battaglia di Talamone: la conquista della collina
Regolo posizionò le sue truppe e diede l’ordine di prepararsi al combattimento. La sua prima mossa fu quella di avanzare con la sua cavalleria nel tentativo di occupare una collina posta al di sopra di una strada che avrebbe bloccato la ritirata dei Celti.
Questi, totalmente ignari dell’arrivo di Regolo, presumevano che Papo avesse mandato solo alcuni dei suoi soldati per occupare la collina e si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalieri e pochi reparti di fanteria leggera per combatterli.
Ma non appena si trovarono di fronte all’esercito di Regolo al completo, capirono di dover affrontare due generali romani e furono costretti a schierare la loro fanteria il prima possibile, consapevoli che sarebbero stati attaccati da due lati.
L’unica soluzione tattica per i Celti sarebbe stata quella di combattere schiena a schiena, per sopportare un attacco che sarebbe giunto sia da Nord che da Sud. Posizionarono i Gaesati e gli Insubri nella parte meridionale, pronti ad affrontare l’esercito del console Papo, mentre i Boi e i Taurisci, dalla parte opposta, attesero l’arrivo di Regolo.
I Galli protessero i fianchi del loro grosso contingente con un muro di carri, mentre una piccola forza militare custodiva il bottino, conservato su una collina vicino al campo di battaglia.
Lo scontro di cavalleria per la conquista della collina fu feroce e, sebbene Papo avesse inviato i suoi cavalieri per aiutare Regolo, quest’ultimo fu ucciso in combattimento e la sua testa portata trionfalmente di fronte ai capi Celti.
Nonostante la drammatica morte del loro generale, i cavalieri romani riuscirono però a sconfiggere i Galli e si assicurarono il possesso della collina.
La battaglia di Talamone: lo scontro sul campo
Nel frattempo, sul campo di battaglia, i Veliti romani avanzavano contro la fanteria celtica da entrambe le direzioni, lanciando raffiche di giavellotti. Questo attacco fu particolarmente devastante per i Gaesati, che per la loro cultura militare combattevano nudi, utilizzando solo degli scudi stretti a loro difesa.
Alcuni di loro si lanciarono furiosamente contro le unità di fanteria leggera romana ma furono letteralmente massacrati. Altri, invece, indietreggiarono per rimanere più vicini ai loro commilitoni, ma la loro ritirata disordinata causò il caos tra gli alleati.
Gli Insubri avanzarono per prendere il posto dei Gaesati, mentre i Romani ritirarono i loro Veliti, facendo avanzare gli Hastati che si muovevano in manipoli. Insubri, Boi e Taurisci resistettero duramente per contrastare l’avanzata della fanteria pesante romana.
In un primo momento ebbero successo, poiché i Romani, nonostante il loro superiore equipaggiamento, non erano ancora riusciti a rompere la formazione. Dopo alcune ore di battaglia inconcludente, i Romani utilizzarono la tecnica della “mutatio”, facendo arretrare gli Hastati e avanzare i Principes, soldati più esperti che presero il loro posto.
I Principes cominciarono a schiacciare la fanteria celtica in uno spazio sempre più ristretto nonostante questi fossero ancora in grado di opporre una considerevole resistenza.
La battaglia conobbe una decisiva svolta quando la cavalleria romana, ormai vittoriosa, scese dalla collina e si schiantò contro il fianco della fanteria celtica, ormai esausta per il prolungato combattimento.
I Celti vennero massacrati dove si trovavano, mentre la loro cavalleria fuggì in preda al panico. Quarantamila Celti furono uccisi sul campo di battaglia e diecimila fatti prigionieri, tra cui il generale Concolitano.
Aneroeste fuggì con un piccolo gruppo di seguaci che decisero di suicidarsi con lui per non cadere vivi nelle mani dei Romani. Dopo la battaglia, Papo marciò con i suoi eserciti in Liguria e nel territorio dei Boi per condurre delle spedizioni punitive.
Le conseguenze
Il console Papo fu onorato con un trionfo a Roma per la sua vittoria, che pose fine per sempre alla minaccia celtica nei confronti della capitale.
Nel 224 a.C. due eserciti romani invasero i territori celtici costringendo i Boi a sottomettersi. Negli anni successivi seguirono altre importanti vittorie romane, che costrinsero regolarmente i celti ad arrendersi, rinunciando a grandi appezzamenti di terreno. Iniziò così l’insediamento di coloni romani nelle terre del nord Italia.
Ma il risentimento che i Celti maturarono nei confronti dei Romani ebbe un ruolo decisivo nella loro decisione di allearsi con Annibale, che nell’imminente Seconda Guerra Punica, si sarebbe presto affacciato con i suoi eserciti nel Nord Italia.
La battaglia di Adys (o Adis) ebbe luogo alla fine del 256 a.C. durante la prima guerra punica tra un esercito cartaginese e un esercito romano guidato da Marco Attilio Regolo.
Contesto storico
Nel 264 a.C. era scoppiata la prima guerra punica tra Roma e Cartagine.
Cartagine era una potenza marittima con traffici consolidati in tutto il Mediterraneo occidentale, mentre Roma aveva da poco unificato l’Italia continentale a sud del fiume Arno.
E proprio l’espansione di Roma nell’Italia meridionale e la vittoria della guerra contro Pirro rese inevitabile lo scontro tra i romani e l’altra grande potenza del Mediterraneo. Il casus belli fu rappresentato dal controllo della città siciliana di Messana, odierna Messina, che aveva dato il via al conflitto.
Entro il 256 a.C. però la guerra stava conoscendo una fase di stallo. I romani tentavano di sconfiggere i cartaginesi con delle grandi battaglie campali, con l’obiettivo di controllare l’intera Sicilia. I cartaginesi utilizzavano invece una strategia più attendista e aspettavano che le risorse economiche dei loro avversari si esaurissero, per poi riconquistare i loro possedimenti e negoziare la pace da una posizione di forza.
Anche sotto l’aspetto tattico i romani si trovavano in difficoltà. I cartaginesi concentravano la loro difesa su delle città ben fortificate che potevano essere facilmente rifornite dalla loro flotta.
Così, il fulcro della guerra si spostò inevitabilmente sul mare, dove i romani avevano però poca esperienza. Nonostante questo, nel 260 a.C. i romani costruirono una flotta utilizzando una quinquereme cartaginese che utilizzarono come modello per le proprie imbarcazioni da guerra.
Copiando e migliorando le tecnologie navali del nemico, i romani riuscirono ad ottenere la prima grande vittoria navale a Milazzo nel 260 a.C. seguita da quella di Sulci nel 258 a.C.
Così i romani, certi di poter vincere la guerra, concepirono l’audace piano di invadere il territorio nemico direttamente nel Nordafrica minacciando la loro capitale, e si prepararono ad un grande attacco su vasta scala per la conquista di Cartagine.
La flotta latina, composta da 330 navi da guerra, salpò da Ostia, il porto di Roma, all’inizio del 256 a.C., comandata dai consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Vulso Longo. Con loro, circa 26.000 legionari provenienti dalla Sicilia.
I cartaginesi, ben consapevoli delle intenzioni dei romani, radunarono tutte le navi da guerra disponibili, circa 350, che furono poste sotto il comando di Annone e Amilcare. Le navi puniche stazionavano a largo della costa meridionale della Sicilia, con l’obiettivo di intercettare il nemico.
L’incontro tra le due flotte portò alla battaglia di Capo Ecnomo, la più grande battaglia navale della storia per un numero di combattenti coinvolti. Dopo una lunga giornata di combattimento, i cartaginesi vennero sconfitti, perdendo 30 navi contro le 24 romane.
Lo sbarco dei romani in Africa
Dopo la vittoria su Capo Ecnomo, i romani, guidati da Regolo e Longo, sbarcarono in Africa, vicino ad Aspis, sulla penisola di Capo Bon, iniziando a devastare le campagne cartaginesi per rifornire il loro esercito, composto da 90.000 rematori e 26.000 legionari.
Durante queste prime operazioni, i romani catturarono 20.000 schiavi, intere mandrie di bovini, e dopo un breve assedio, conquistarono la città di Aspis.
Ma l’inverno era ormai prossimo. Il Senato romano diede ordine alla maggior parte delle navi di tornare in Sicilia, al comando del console Longo, per ovviare alle difficoltà logistiche di rifornire 100.000 uomini durante la stagione fredda.
Solo Regolo rimase in terra d’Africa con 40 navi, 15.000 fanti e poco più di 500 cavalieri. L’ordine del Senato era quello di limitarsi ad indebolire l’esercito cartaginese con attacchi sporadici e di aspettare i rinforzi, che sarebbero arrivati in primavera. Nel frattempo, Longo avrebbe dovuto fomentare la ribellione tra i territori soggetti a Cartagine per indebolire il nemico senza affrontarlo direttamente.
Ma i consoli avevano ampia discrezione nel prendere decisioni di natura militare. Così Regolo scelse di utilizzare i suoi uomini, nonostante in inferiorità numerica, per attaccare Cartagine. Avanzando sulla città di Adis la conquistò, trovandosi ora a soli 60 chilometri a sud-est dalla capitale nemica.
I cartaginesi, consapevoli del pericolo, avevano subito richiamato dalla Sicilia il loro generale Amilcare con 5.000 fanti e 500 cavalieri, che venne posto al comando di un esercito ricco di cavalleria ed elefanti, e che aveva approssimativamente la stessa dimensione delle forze romane.
I cartaginesi stabilirono il loro accampamento su una collina vicino ad Adys. I romani, durante la notte, lanciarono un’attacco a sorpresa, accerchiando l’accampamento da due direzioni opposte. Dopo un confuso combattimento, i cartaginesi andarono in rotta e fuggirono, permettendo ai romani di conquistare numerose città, tra cui Tunisi, che distava ormai solamente 16 chilometri da Cartagine.
Da quel punto, i romani furono in grado di razziare e devastare l’area circostante.
Le mosse romane stavano sfaldando anche le alleanze nel nord Africa: vedendo la loro capitale indebolita, molti possedimenti africani decisero di ribellarsi e la stessa Cartagine si riempì di rifugiati, schiavi in fuga e criminali. La situazione, già esplosiva, si aggravò ulteriormente quando, per via delle razzie dei romani, iniziò a scarseggiare il cibo.
Secondo la maggior parte delle fonti, in questa situazione tragica, fu Cartagine a chiedere la pace ai romani, vedendo ormai la sconfitta imminente. Polibio fornisce l’unica versione differente, affermando che fu Regolo ad avviare i negoziati di pace, sperando di ratificare la sua vittoria il più velocemente possibile e porre immediatamente fine alla guerra, prima che arrivassero consoli successori per sostituirlo e rubargli la scena.
Comunque sia andata, le condizioni di pace richieste ai cartaginesi erano estremamente dure. La capitale punica avrebbe dovuto consegnare la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, oltre a pagare tutte le spese di guerra e versare un tributo annuale a Roma.
I cartaginesi avrebbero potuto dichiarare guerra solo previo permesso del Senato romano e avrebbero avuto una marina militare limitata alla ridicola forza di una sola nave da guerra.
I cartaginesi, trovando queste condizioni inaccettabili e umilianti, decisero di continuare a combattere.
I due eserciti a confronto
La maggior parte dei cittadini romani maschi era tenuta a prestare servizio militare come fanteria, mentre una minoranza aristocratica, che disponeva del denaro necessario per acquistare l’animale e l’equipaggiamento, combatteva a cavallo.
Tradizionalmente i romani arruolavano due legioni di 4.200 fanti e 300 cavalieri. Non è chiaro come fossero costituiti i 15.000 fanti al comando di Regolo, ma probabilmente rappresentavano quattro legioni, due romane e due alleate, solo leggermente sottodimensionate.
Regolo decise di non arruolare truppe dai territori che si erano appena ribellati a Cartagine, dubitando della loro fedeltà e decise di affrontare il nemico con una forza di cavalleria ridotta a soli 500 soldati.
I cittadini cartaginesi, a differenza dei romani, prestavano servizio nell’esercito solo se vi fosse stata una minaccia diretta. In questo caso, combattevano con una fanteria pesante e ben corazzata, armata di lunghe lance, ma generalmente l’esercito cartaginese era male addestrato e poco disciplinato.
Nella maggior parte delle situazioni, Cartagine reclutava infatti mercenari stranieri per comporre il suo esercito. Molti provenivano dal Nord Africa, equipaggiati con grandi scudi, elmi, spade e lunghe lance.
Come unità di supporto, i cartaginesi usavano spesso anche i frombolieri, in grado di lanciare sassi contro l’esercito nemico, che vennero reclutati dalle isole baleari. Tratto tipico dell’esercito punico era anche l’uso di elefanti da guerra, provenienti dalle foreste africane del Nord Africa.
La riforma dell’esercito di Xantippo
I cartaginesi, oltre ai soldati e alle varie unità da schierare in campo, reclutavano regolarmente anche i generali, scegliendo di volta in volta i migliori da tutta la regione del Mediterraneo. Tra loro individuarono un comandante spartano di nome Xantippo.
Il giovane generale fece immediatamente una buona impressione ai magistrati cartaginesi e convinse il senato di Cartagine che gli elementi più forti del loro esercito sarebbero stati la cavalleria e gli elefanti, che andavano schierati con tattiche innovative.
Xantippo venne immediatamente incaricato di addestrare l’esercito cartaginese durante l’inverno, sotto il controllo di alcuni magistrati.
Nel corso dei mesi, le abilità di Xantippo divennero sempre più evidenti, fino a che il senato punico decise di affidargli il pieno controllo delle forze armate di Cartagine.
Svolgimento della battaglia
Xantippo guidava un esercito di 100 elefanti, 4.000 cavalieri e 12.000 fanti, tra cui 5.000 veterani siciliani.
Il generale spartano si posizionò vicino all’accampamento dei romani, presso una grande pianura. Non conosciamo esattamente il sito, ma il luogo si trovava con tutta probabilità vicino all’odierna Tunisi.
L’esercito romano contava invece 15.000 fanti e 500 cavalieri. Regolo diede ordine ai suoi soldati di avanzare e si accampò a circa due chilometri di distanza dall’accampamento cartaginese.
La mattina successiva entrambe le formazioni si schierarono per la battaglia.
Santippo decise di posizionare le milizie cittadine cartaginesi al centro, mentre i lati furono occupati dai veterani siciliani da un lato e dalla fanteria dall’altro.
La cavalleria venne divisa equamente su entrambi i lati. Gli elefanti furono invece schierati in un’unica linea di fronte al centro della fanteria.
Dall’altro lato, i romani posizionarono la fanteria legionaria al centro, disposta in linee più profonde rispetto al solito. Probabilmente si trattava di una formazione elaborata per contrastare l’attacco degli elefanti, anche se, come vedremo, questo permise ai cartaginesi di aggirare più facilmente il nemico.
Di fronte a loro gli schermigliatori di fanteria leggera e ai lati 500 cavalieri divisi tra i fianchi.
Dalla disposizione tattica, sembra che Regolo avesse sperato di sfruttare la forza della sua fanteria per sconfiggere gli elefanti, superare la falange cartaginese al centro e vincere la battaglia prima di preoccuparsi degli attacchi sui fianchi.
La battaglia iniziò con gli attacchi della cavalleria e degli elefanti cartaginesi. La cavalleria romana, inferiore numericamente, incontrò subito grandi difficoltà e fu rapidamente sbaragliata. I legionari romani tentarono allora di avanzare, urlando e sbattendo le spade contro gli scudi per generare rumore e spaventare gli elefanti.
Parte dell’ala sinistra dell’esercito romano riuscì a oltrepassare la linea degli elefanti e caricò contro la fanteria cartaginese di destra, che si disgregò e fuggì verso l’accampamento, inseguita dai romani.
Ma il resto della fanteria romana trovò grandi difficoltà nel fronteggiare gli elefanti, che non furono intimiditi dal rumore, ma caricarono, causando numerose vittime e scompaginando le linee romane. Solo alcuni legionari riuscirono a farsi strada attraverso i pachidermi e ad attaccare la falange cartaginese, ma il loro contingente era troppo disordinato per combattere efficacemente, e la falange riuscì a resistere al loro assalto.
A questo punto, alcune unità della cavalleria cartaginese, rientrate dall’inseguimento, attaccarono la retroguardia e i fianchi romani, aumentando il caos e la confusione tra le file nemiche.
I romani, circondati su tutti i fronti, furono completamente travolti. Nonostante i legionari tentassero di resistere, gli elefanti continuavano a colpire le loro linee e la cavalleria cartaginese bloccava la loro retroguardia.
A questo punto, Santippo ordinò alla falange di avanzare. La maggior parte dei romani si trovò ammassata in uno spazio troppo stretto per combattere efficacemente con le loro spade e furono letteralmente massacrati.
Regolo, insieme a una piccola guardia del corpo, dovette combattere strenuamente per cercare di uscire dall’accerchiamento, ma alla fine furono inseguiti e costretti ad arrendersi.
Complessivamente, i romani persero 13.000 uomini, mentre i cartaginesi subirono solo 800 perdite, principalmente provenienti dalla destra che era stata messa in rotta. Le perdite del resto dell’esercito cartaginese non sono note.
Soltanto 2.000 romani sopravvissero, provenienti dall’ala sinistra che era riuscita a fare irruzione nell’accampamento cartaginese. Consapevoli della sconfitta, fuggirono dal campo di battaglia e si ritirarono presso la città di Aspis. Questa fu l’unica grande vittoria terrestre di Cartagine durante la prima guerra punica.
Conseguenze della battaglia
Santippo sapeva di aver ottenuto una grande vittoria, ma iniziò a sospettare che l’invidia dei generali cartaginesi potesse metterlo in difficoltà. Perciò, accettò una lauta paga e tornò in Grecia. Regolo, invece, morì durante la sua prigionia a Cartagine.
Alcuni autori romani, successivamente, inventarono un racconto che esaltava la virtù di Regolo durante la sua prigionia.
I romani inviarono una flotta per evacuare i loro sopravvissuti, alla quale i cartaginesi tentarono di opporsi. Ne seguì la battaglia di Capo Ermete, dove i cartaginesi furono pesantemente sconfitti, perdendo 114 navi. Nonostante la vittoria, la flotta romana fu devastata da una tempesta durante il ritorno in Italia. Affondarono 384 navi e morirono centomila uomini, la maggior parte dei quali erano alleati latini.
Questa grave battuta d’arresto prolungò la guerra per altri 14 anni, che si svolse principalmente sul territorio della Sicilia e nelle acque circostanti, prima di concludersi con la definitiva vittoria romana.
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