Home Blog Pagina 21

Vigili nella Roma antica: dalle balliste alla cittadinanza, i segreti dei guardiani dell’Urbe.

L’antica Roma era una città di contrasti: palazzi di marmo e strade sontuose convivevano con vicoli stretti, case di legno e tetti di paglia. In questo contesto, il fuoco rappresentava una minaccia continua e devastante, capace di distruggere interi quartieri nel giro di poche ore.

Per far fronte a questo pericolo, l’imperatore Augusto istituì un corpo speciale: le coorti dei vigili. Il loro compito era duplice: spegnere gli incendi e mantenere l’ordine pubblico di notte. Per quasi quattro secoli, questi uomini furono il principale strumento di sicurezza della città.

Le insufficienze dell’epoca repubblicana

Durante la Repubblica romana, la lotta contro gli incendi era organizzata in modo disordinato e poco efficiente. Il compito della sorveglianza notturna spettava ai triumviri nocturni, magistrati di rango inferiore che, però, non agivano in autonomia: per svolgere le loro funzioni dovevano fare affidamento su figure di autorità superiore, come gli edili o i consoli.

Le persone a loro disposizione erano principalmente schiavi di proprietà dello Stato — la cosiddetta familia publica — dislocati presso le porte e le mura della Città.

Questo sistema presentava limiti evidenti. Gli uomini disponibili erano spesso troppo pochi rispetto alle dimensioni della città e, in assenza di una struttura gerarchica chiara, gli interventi risultavano lenti e disorganizzati.

Un esempio significativo è il caso dei Baccanali nel 186 a.C.: di fronte all’emergenza, il Senato fu costretto a conferire poteri straordinari ai triumviri capitales per garantire il controllo dell’ordine pubblico. Era ormai chiaro che una città destinata a superare il milione di abitanti aveva bisogno di un corpo di sicurezza stabile e specializzato.

Il pragmatismo di Augusto e la svolta del 6 d.C.

Augusto non arrivò subito a una soluzione definitiva, ma procedette per gradi. Un primo tentativo risale al 22 a.C., quando affidò agli edili curuli un gruppo di seicento schiavi appositamente addestrati per combattere gli incendi.

Tuttavia, nel 7 a.C., un grave incendio distrusse gran parte degli edifici intorno al Foro, dimostrando che questa misura non era ancora sufficiente. In risposta, Augusto creò i vici magistri: responsabili di quartiere scelti prevalentemente tra i liberti, ai quali fu affidato il comando degli schiavi antincendio.

La svolta decisiva arrivò nel 6 d.C., anno che segna la nascita ufficiale delle coorti dei vigili. Di fronte al ripetersi di incendi devastanti, Augusto decise di arruolare sette coorti formate da uomini liberi o liberti, poste sotto il comando di un prefetto di rango equestre che rispondeva direttamente all’imperatore.

L’aspetto più originale di questa riforma stava nell’equilibrio cercato con cura: un corpo abbastanza numeroso da essere efficace, ma con una connotazione militare volutamente contenuta. L’obiettivo era evitare di allarmare il Senato con una presenza eccessiva di soldati armati all’interno del pomerium, il confine sacro della città.

Una milizia fatta di liberti

Una delle caratteristiche più particolari dei vigili riguardava il loro status giuridico. A differenza dei pretoriani o dei soldati delle coorti urbane — che erano cittadini romani di nascita — i vigili dell’epoca augustea erano quasi tutti liberti, cioè ex schiavi che avevano ottenuto la libertà.

Non si trattava di una scelta casuale. Reclutando liberti, Augusto rispettava una tradizione consolidata che escludeva gli affrancati dall’esercito regolare, evitando al tempo stesso di introdurre truppe militari all’interno della città, cosa considerata una violazione delle consuetudini romane.

Per molti liberti, entrare a far parte dei vigili rappresentava una concreta opportunità di migliorare la propria posizione nella società romana. Il servizio era duro e pericoloso, ma offriva la possibilità di dimostrare lealtà verso lo Stato e senso di responsabilità civica.

Per questi uomini, arruolarsi non significava soltanto garantirsi un salario e le razioni di grano quotidiane. Era soprattutto un modo per integrarsi nella comunità romana e aprirsi la strada verso una futura promozione sociale.

La legge Visellia e il cammino verso la cittadinanza

Nel corso del I secolo d.C., la condizione giuridica dei vigili migliorò progressivamente. Una tappa fondamentale fu la promulgazione della lex Visellia nel 24 d.C., sotto il regno di Tiberio. Questa legge stabiliva che i vigili appartenenti alla categoria dei Latini Iuniani — una categoria intermedia tra schiavi e cittadini romani — potessero ottenere la piena cittadinanza romana dopo sei anni di servizio meritevole.

In seguito, un decreto del Senato ridusse questo termine a soli tre anni, rendendo il percorso di integrazione ancora più rapido e accessibile.

Ottenere la piena cittadinanza romana — il cosiddetto ius Quiritium — garantiva al vigile vantaggi concreti e significativi: il diritto di possedere proprietà, la possibilità di contrarre un matrimonio riconosciuto dalla legge e il diritto di redigere un testamento secondo le forme militari.

Quest’ultimo privilegio era particolarmente importante: permetteva al vigile di disporre liberamente dei propri beni, escludendo l’ex padrone (patronus) dall’eredità. Con il passare del tempo, la composizione del corpo cambiò profondamente. Già nel II secolo d.C. cominciarono ad arruolarsi uomini nati liberi e persino cittadini romani di pieno diritto, a testimonianza del crescente prestigio raggiunto dai vigili.

Sette coorti per quattordici regioni

La distribuzione dei vigili sul territorio rispecchiava la suddivisione amministrativa di Roma voluta da Augusto. La città era divisa in quattordici regioni, e le sette coorti furono organizzate in modo che ciascuna coprisse due regioni adiacenti.

Nel periodo di massimo splendore, ogni coorte contava circa mille uomini, anche se è probabile che in origine gli effettivi fossero più ridotti, intorno ai cinquecento uomini per unità.

Per garantire interventi rapidi, i vigili disponevano di due tipi di strutture: le caserme principali (castra) e i posti di guardia secondari (excubitoria). Ogni coorte aveva la propria caserma centrale in una delle due regioni di competenza, mentre nell’altra era presente un distaccamento fisso in un excubitorium.

Questa rete capillare di presidi trasformava Roma in una vera e propria ragnatela di sorveglianza: non appena scattava l’allarme, i vigili potevano intervenire in tempi rapidi. Un sistema che rendeva la città considerevolmente più sicura rispetto a quanto avrebbe offerto qualsiasi altra realtà urbana prima dell’avvento dei moderni mezzi antincendio.

Il prefetto dei vigili tra comando e giustizia

Al vertice di questa struttura si trovava il praefectus vigilum, un cavaliere scelto direttamente dall’imperatore tra uomini di provata esperienza e fiducia. Se in origine il suo ruolo era essenzialmente tecnico e di comando, con il tempo le sue responsabilità si ampliarono fino a includere funzioni giudiziarie.

Il prefetto aveva infatti il potere di giudicare i reati minori commessi di notte: dai furti nelle terme alle negligenze dei proprietari di casa che non conservavano scorte d’acqua nei propri appartamenti.

Il prefetto era tenuto a vegliare tutta la notte e, secondo quanto riferito dal giurista Paolo, doveva svolgere ronde di ispezione indossando calzature robuste e portando con sé gli strumenti necessari per i soccorsi.

Con il passare del tempo, la prefettura dei vigili divenne una tappa prestigiosa nella carriera dei cavalieri romani, spesso considerata un trampolino verso incarichi ancora più elevati, come la prefettura dell’annona o quella del pretorio — il vertice massimo a cui un cavaliere potesse ambire. A ricoprire questo ruolo furono anche giuristi di grande rilievo, come Quinto Cervidio Scevola ed Erennio Modestino, che contribuirono a sviluppare la giurisdizione del corpo fino a raggiungere livelli di notevole complessità e rigore.

La vita quotidiana e il mistero della sebaciaria

La vita quotidiana di un vigile era scandita da turni estenuanti e da una sorveglianza continua del territorio. La maggior parte delle informazioni su questa routine ci proviene dai graffiti rinvenuti nell’excubitorium della settima coorte, nel quartiere di Trastevere. Su quelle pareti, i soldati incidevano testimonianze delle loro attività, la più ricorrente delle quali era la sebaciaria.

L’esatta natura di questa mansione è stata a lungo dibattuta dagli studiosi, ma l’ipotesi più accreditata è che si trattasse del servizio di illuminazione notturna. Il termine deriva da sebum (sego), il che suggerisce l’impiego di torce o lampade alimentate da grasso animale. Il soldato incaricato, detto sebaciarius, aveva il compito di segnalare con punti luce i percorsi delle pattuglie e di illuminare le strade in occasione di feste religiose o visite imperiali.

Si trattava di un incarico tutt’altro che privo di rischi: una torcia mal posizionata poteva essa stessa provocare un incendio. Non sorprende quindi trovare sui muri scritte come «omnia tuta» — «tutto è sicuro» — o ringraziamenti alle divinità per aver concluso il mese di servizio senza incidenti.

Tecniche e strumenti della lotta contro le fiamme

Quando la prevenzione non bastava e un incendio divampava, i vigili intervenivano con una dotazione di strumenti sorprendentemente efficace. Ogni soldato portava con sé una dolabra, una sorta di piccone con un lato tagliente e uno appuntito, utile per abbattere pareti e creare fasce tagliafuoco. L’acqua veniva trasportata in secchi di corda o di sparto impermeabilizzati con la pece, chiamati hamae.

Lo strumento più avanzato a disposizione dei vigili erano i siphones: sofisticate pompe idrauliche a doppio cilindro capaci di proiettare un getto d’acqua a diversi metri di altezza. Il loro utilizzo richiedeva una coordinazione precisa tra i siponarii, che gestivano la pressione, e gli aquarii, incaricati di rifornire continuamente le pompe attingendo alle cisterne o alle fontane pubbliche.

Nei casi più estremi, quando le fiamme erano ormai fuori controllo, i vigili ricorrevano persino alle balliste: macchine da guerra adattate per abbattere interi edifici e isolare così il nucleo dell’incendio, impedendone la propagazione.

I vigili nelle tempeste politiche dell’impero

Nonostante la loro funzione principale fosse civile, i vigili rimasero sempre una forza paramilitare pronta a intervenire nei momenti di crisi politica. Nel 31 d.C., durante la caduta del potente prefetto del pretorio Seiano, l’imperatore Tiberio si affidò proprio a loro per circondare il Senato e mantenere l’ordine, temendo una rivolta della guardia pretoriana rimasta fedele al caduto.

L’operazione fu condotta con grande abilità militare e valse al prefetto Graecinio Laco importanti onorificenze.

Allo stesso modo, durante il tormentato anno dei quattro imperatori (69 d.C.), i vigili furono coinvolti negli scontri tra le fazioni di Vitellio e Vespasiano. La loro presenza capillare nei quartieri della città li rendeva una forza d’ordine preziosa per chiunque aspirasse al controllo di Roma.

Questa doppia natura — pompieri e soldati al tempo stesso — li esponeva però anche al disprezzo della popolazione. I romani li chiamavano talvolta sparteoli, un appellativo sarcastico che derideva il loro equipaggiamento fatto di corde e la loro umile origine sociale.

L’apogeo sotto la dinastia dei Severi

Tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., i vigili raggiunsero il loro periodo di massimo prestigio e integrazione nell’apparato imperiale. Gli imperatori della dinastia severiana, interessati a bilanciare il potere spesso eccessivo dei pretoriani, trovarono nei vigili degli alleati affidabili.

Sotto questi sovrani, la paga dei vigili fu probabilmente equiparata a quella dei legionari e le coorti ricevettero titoli onorifici legati al nome dell’imperatore regnante, come Antoniniana o Severiana.

In quest’epoca, i vigili erano riconosciuti a tutti gli effetti come soldati nelle comunicazioni ufficiali e godevano di privilegi un tempo riservati alle truppe d’élite. Le iscrizioni celebrative si moltiplicarono, testimoniando un forte spirito di corpo e una gerarchia ben definita: i sottufficiali, detti principales, si occupavano degli aspetti amministrativi e logistici della vita in caserma.

Anche il reclutamento si era aperto a tutto l’impero. Tra i vigili del III secolo d.C. non figuravano più soltanto uomini di origine italica, ma anche soldati provenienti dalle province danubiane, africane e orientali — un riflesso della vastità dell’impero e della progressiva dissoluzione dei confini tra la guarnigione di Roma e le truppe di frontiera.

Il tramonto del corpo e i collegiati del basso impero

Il declino dei vigili prese avvio nel corso del III secolo d.C., in parallelo con la crisi generale che investì lo Stato romano. Con lo spostamento delle capitali imperiali lontano da Roma, la città perse progressivamente la sua importanza strategica e le sue istituzioni cominciarono a sgretolarsi lentamente.

Le coorti dei vigili si ridussero negli effettivi e la loro funzione militare si indebolì fino a scomparire quasi del tutto sotto i regni di Diocleziano e Costantino.

La fine definitiva arrivò sotto Valentiniano I, tra il 364 e il 375 d.C., quando le antiche coorti furono ufficialmente soppresse e sostituite dai collegiati. Questi nuovi addetti agli incendi non erano più soldati professionisti, ma membri delle corporazioni cittadine — come i fabbri e i centonari — chiamati a intervenire in caso di necessità, in modo simile ai moderni pompieri volontari.

Il loro numero era drasticamente ridotto: circa 560 uomini in totale, una frazione minima rispetto ai settemila vigili dell’epoca severiana. Dell’istituzione fondata da Augusto rimase soltanto il titolo del prefetto, ormai ridotto a semplice funzionario di giustizia subordinato al prefetto della città.

I vigili di Roma non furono eroi leggendari né protagonisti di grandi conquiste, ma custodi silenziosi e indispensabili della vita quotidiana. Attraverso la loro storia — fatta di secchi d’acqua, ronde notturne e aspirazioni di cittadinanza — possiamo leggere l’evoluzione della società romana: un mondo capace di trasformare schiavi in cittadini e la paura del fuoco in una delle macchine amministrative più efficienti dell’antichità.

Quando l’ultimo vigile smise di fare la ronda, Roma non era più la capitale del mondo. Ma il ricordo di quegli uomini che vegliavano mentre la città dormiva rimase impresso nelle pietre e nella memoria dell’Urbe eterna.

Pompei: scoperte tracce di un’antica arma a ripetizione romana sulle mura

A Pompei, nel tratto settentrionale delle mura tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano, le pietre conservano ancora le tracce di un attacco militare avvenuto quasi un Secolo prima della famosa eruzione del Vesuvio. Grazie a tecnologie digitali avanzate, un gruppo di studiosi italiani ha analizzato con grande precisione una serie di fori quadrangolari visibili nei blocchi di tufo e nel calcare di Sarno. Questi segni, diversi dai grandi crateri circolari provocati dai colpi delle balliste, rivelano l’uso di un’arma sorprendentemente avanzata per l’epoca. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

La schiavitù nell’antica Roma: l’evoluzione da oggetti a persone

La civiltà romana — con le sue leggi, i suoi monumenti e le sue conquiste — si reggeva su una realtà spesso dimenticata: il lavoro degli schiavi. Senza di loro, i grandi edifici pubblici, le ville dei ricchi, i campi coltivati e persino l’amministrazione dello Stato non avrebbero potuto funzionare.

Joël Schmidt, nel suo libro Vita e morte degli schiavi nell’antica Roma (Albin Michel, Parigi, 1973), ricostruisce con rigore e partecipazione questa pagina scomoda della storia antica, restituendo agli schiavi la dignità umana che Roma aveva loro negato.

La nullità giuridica dello schiavo

Nella Roma repubblicana, lo schiavo non era considerato una persona: era una cosa. Il diritto romano lo classificava come res — un bene di proprietà, alla stregua di un campo o di un animale da lavoro. Una condizione assoluta, senza eccezioni: lo schiavo non poteva possedere beni, sposarsi legalmente né ricorrere alla giustizia. Era interamente in balia del padrone, che aveva su di lui un potere di vita e di morte.

Eppure questa condizione non fu mai immobile. La schiavitù a Roma è una storia di lente trasformazioni: resistenze, tensioni sociali, adattamenti del diritto che seguirono i mutamenti della società romana nel corso dei secoli. Capire questa evoluzione significa capire qualcosa di essenziale sulla civiltà romana stessa.

Le fonti della schiavitù: guerra, pirateria e mercato di bambini

Come si diventava schiavi nell’antica Roma? Le strade erano diverse. La guerra era di gran lunga la fonte principale: i prigionieri catturati durante le campagne militari venivano ridotti in schiavitù e condotti a Roma, dove alimentavano un mercato vivace e sempre attivo. Anche la pirateria nel Mediterraneo aveva un ruolo di rilievo: i pirati rapivano uomini, donne e bambini e li rivendevano nei mercati costieri o nelle isole.

Ma esisteva anche una fonte che oggi ci appare particolarmente crudele: l’abbandono e la vendita di bambini. Nella società antica, i neonati indesiderati venivano talvolta esposti o ceduti, e potevano facilmente finire in schiavitù. Questo flusso costante di nuovi schiavi permetteva ai mercati di funzionare con regolarità, e ai grandi proprietari terrieri, agli imprenditori e alle famiglie nobili di disporre di manodopera a basso costo. Un sistema di approvvigionamento spietato nella sua logica, che Schmidt analizza con precisione rivelando tutta la sua brutalità strutturale.

La pax Romana e il cambiamento del mercato servile

A partire dal I secolo d.C., il quadro cominciò a cambiare profondamente. La cosiddetta «pax Romana» — il lungo periodo di relativa stabilità e pace garantito dall’Impero — ebbe un effetto paradossale sul mercato degli schiavi: riducendo le guerre di conquista e frenando la pirateria, rallentò in modo significativo l’arrivo di nuovi schiavi sul mercato.

Di fronte alla crescente scarsità di schiavi, i proprietari romani dovettero trovare soluzioni alternative. Una di queste fu il cosiddetto allevamento degli schiavi: incoraggiare le unioni tra schiavi e crescere i figli nati da esse come nuova forza lavoro domestica. Questo fenomeno, sempre più diffuso nel corso del I secolo d.C., trasformò la schiavitù da un sistema alimentato principalmente dall’esterno a uno in parte autosufficiente. La pax Romana, dunque, pur rappresentando un progresso per la civiltà, contribuì paradossalmente a modificare — senza abolire — uno dei sistemi di sfruttamento più radicati della storia antica.

Il prezzo di un essere umano

Un dato particolarmente significativo riguarda il valore economico dello schiavo. All’epoca di Augusto, il prezzo medio di uno schiavo equivaleva a circa venti mesi di paga di un legionario. Era dunque un investimento considerevole, che rifletteva sia il valore della manodopera sia la complessità del mercato degli schiavi a Roma.

Questo dato ci dice molto sul ruolo degli schiavi nell’economia romana. Non erano manodopera usa e getta: erano beni preziosi, che i padroni avevano interesse a mantenere in buona salute e in grado di lavorare. Questo non significa che fossero trattati con umanità; significa piuttosto che la logica economica imponeva una certa cura per la loro integrità fisica. Lo schiavo era, in fondo, un capitale investito — e come tale andava gestito. Ma questo non lo proteggeva affatto dai capricci e dalle crudeltà del padrone, al quale era completamente in balia.

La resistenza degli schiavi: fuga, suicidio e rivolta

Gli schiavi non erano però una massa passiva e rassegnata. Le forme di resistenza che mettevano in atto erano disperate, ma reali. Alla fuga — la più comune, ma raramente risolutiva — si affiancavano scelte estreme: il suicidio, l’assassinio del padrone e, nei casi più eclatanti, la rivolta aperta, tanto individuale quanto collettiva.

Le rivolte servili più gravi sconvolsero profondamente la Repubblica. Tre in particolare segnarono un’epoca: due esplosero in Sicilia, dove le grandi piantagioni gestite da masse di schiavi erano terreno fertile per il malcontento e la disperazione. La terza, e la più celebre, fu quella guidata da Spartaco in Italia, che per anni tenne in scacco l’esercito romano e seminò il panico tra le classi dirigenti. Queste rivolte non portarono alla fine della schiavitù, ma costrinsero Roma a fare i conti con le contraddizioni di un sistema fondato sulla sopraffazione e sulla negazione della dignità umana.

Le leggi che attenuarono il potere del padrone

Nonostante il padrone godesse di diritti pressoché assoluti sullo schiavo, nel corso dei secoli alcune norme giuridiche cominciarono a limitare questo potere. Un cambiamento che rifletteva una trasformazione culturale più profonda: nella figura dello schiavo si iniziava a intravedere qualcosa di più di una semplice cosa.

Le nuove norme riconobbero allo schiavo il diritto di accumulare un peculium — un piccolo patrimonio personale che poteva gestire, anche se giuridicamente restava di proprietà del padrone. Gli schiavi ottennero anche la possibilità di partecipare ad alcune cerimonie religiose e, in momenti eccezionali, persino di essere arruolati nell’esercito, come avvenne in alcuni frangenti critici della storia di Roma. Ma la conquista più importante restava l’affrancamento: la possibilità, cioè, di ottenere la libertà.

L’affrancamento: una libertà conquistata, ma non piena

L’affrancamento era un atto pubblico, rigorosamente codificato dal diritto romano, e poteva avvenire in tre modi. Il primo era l’iscrizione nei registri del censimento: il padrone dichiarava lo schiavo libero davanti al magistrato competente. Il secondo era la vindicta, un procedimento giudiziario in cui un terzo dichiarava davanti al pretore che lo schiavo era libero, senza che il padrone si opponesse. Il terzo, infine, era il testamento: il padrone poteva liberare i propri schiavi con le sue ultime volontà, garantendo loro la libertà dopo la propria morte.

Tuttavia, l’affrancamento non trasformava lo schiavo in un uomo completamente libero. Il libertus — il liberto — restava legato al proprio ex padrone da una serie di obblighi sociali e giuridici, e la sua condizione rimaneva comunque inferiore a quella di un cittadino romano nato libero. La libertà conquistata era dunque reale, ma imperfetta: segnata per sempre dal marchio delle origini servili.

I liberti che conquistarono Roma

Eppure, nonostante questi limiti, alcuni liberti riuscirono a raggiungere posizioni di grande rilievo nella società romana. Nel I secolo d.C., i più audaci e intraprendenti accumularono fortune immense, diventando figure di primo piano nel mondo degli affari e del commercio.

Il caso più significativo fu però quello dei liberti imperiali. Questi ex schiavi, affrancati dall’imperatore o dalla sua famiglia, cominciarono a occupare posizioni chiave nell’amministrazione dello Stato. Segreterie, archivi, finanze pubbliche: funzioni di enorme importanza vennero affidate a uomini che erano stati schiavi, e che ora gestivano le leve del potere. Un paradosso straordinario, che rivela tutta la complessità di una società capace di produrre percorsi di ascesa sociale del tutto imprevedibili.

I servi publici: schiavi al servizio dello Stato

Accanto ai liberti imperiali, un’altra categoria godeva di una posizione privilegiata: i servi publici, ossia gli schiavi di proprietà dello Stato. Con il consolidarsi dell’Impero, nacquero numerosi incarichi amministrativi e municipali che richiedevano personale stabile, affidabile e competente — e questi ruoli venivano generalmente affidati proprio a loro. La loro condizione sociale era nettamente superiore a quella degli schiavi privati.

Questa figura mostra bene come il sistema schiavile non fosse monolitico, ma prevedesse al suo interno gerarchie, distinzioni e possibilità di ascesa. Uno schiavo pubblico che gestiva l’amministrazione di una città poteva avere una vita radicalmente diversa da quella di uno schiavo agricolo nelle piantagioni siciliane. La schiavitù non era dunque un’unica condizione, ma un universo articolato, con le sue profonde disuguaglianze interne.

Verso un’umanizzazione dello schiavo

Un’altra trasformazione importante avvenne tra la fine della Repubblica e i primi secoli dell’Impero: si cominciò a considerare gli schiavi come esseri umani, e non più come semplici cose. Un cambiamento di mentalità lento e non uniforme, che aprì la strada alle riforme giuridiche già descritte e influenzò il modo in cui la filosofia, la letteratura e infine la religione affrontavano la questione della schiavitù.

Questa evoluzione non fu il frutto di una generosità improvvisa delle classi dominanti, ma il risultato di spinte sociali, pressioni filosofiche e necessità pratiche che si accumularono nel tempo. Il mondo antico stava cambiando, e con esso anche la percezione di chi ne era escluso.

Il cristianesimo e la schiavitù: un’accettazione scomoda

Quando il cristianesimo cominciò a diffondersi nell’Impero, ci si potrebbe aspettare che la nuova religione, con il suo messaggio di uguaglianza davanti a Dio, si fosse opposta con decisione alla schiavitù. Non fu così. Il cristianesimo accettò la società antica così com’era, inseparabile com’era dal sistema schiavile.

I Padri della Chiesa si rifiutarono di affrontare la schiavitù come un problema morale. Nelle loro riflessioni non vi era alcuna condanna esplicita della schiavitù in quanto tale. Anzi, la stessa Chiesa utilizzava schiavi nei propri possedimenti, comportandosi come qualsiasi grande proprietario dell’epoca. Solo verso la fine del IV secolo d.C. si cominciò a intravedere un cambiamento: lentamente, la servitù della gleba prese il posto della schiavitù antica, trasformando i rapporti di dipendenza senza eliminarli davvero. Il volto della servitù cambiava, ma la sua sostanza rimaneva.

La schiavitù e la caduta dell’Impero romano

La conclusione di Schmidt è di grande suggestione storica. Secondo l’autore, è proprio nella scomparsa della schiavitù — così come era stata concepita nell’Antichità — che vanno cercate le radici profonde della fine dell’Impero romano. La schiavitù non era un semplice fenomeno economico o sociale: era il fondamento su cui riposava l’intera struttura produttiva, amministrativa e culturale di Roma. Quando questo fondamento cominciò a cedere, l’intero edificio fu destinato a trasformarsi in modo irreversibile.

Schmidt ha cercato di comprendere la schiavitù nell’Antichità partendo dalla mentalità delle società antiche, nelle quali la manodopera servile suppliva all’assenza di macchine. Questo approccio — contestuale, privo di anacronismi moralistici, attento alle logiche di ogni epoca — fa del suo volume uno strumento prezioso, arricchito da una bibliografia commentata e da puntuali rimandi agli autori antichi. Un’opera che ogni appassionato di storia romana dovrebbe conoscere.

Antichi astronauti: l’archeologia smentisce il mito degli alieni

A Giza, in Egitto, le imponenti piramidi si innalzano da secoli sull’orizzonte del deserto, come una straordinaria testimonianza delle capacità ingegneristiche raggiunte dalle antiche civiltà. Eppure, davanti a queste opere monumentali, molti oggi preferiscono pensare che la loro costruzione non sia merito dell’uomo, ma di visitatori arrivati da altri mondi.

Questa tendenza a cercare spiegazioni oltre il nostro pianeta non nasce per caso. Le sue radici affondano in un periodo storico preciso: gli anni della guerra fredda. In quel clima segnato dalla minaccia nucleare e dalla corsa allo spazio, l’umanità iniziò. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

LA PROPAGANDA DEGLI IMPERATORI ROMANI. COME COMUNICAVANO SENZA GIORNALI E INTERNET?

Governare significa, in gran parte, far credere. Ma per far credere bisogna comunicare. Anche la Roma repubblicana e quella imperiale seguirono questa regola fondamentale, pur usando strumenti diversi a seconda dei cambiamenti delle istituzioni, dell’estensione del dominio e dei modi di amministrare il territorio.

La comunicazione pubblica scritta non serviva solo a trasmettere informazioni: era anche un vero atto di potere, utile al controllo sociale e al cambiamento della società politica. In un mondo senza giornali né reti telematiche, la scrittura diventò il principale mezzo per creare un legame tra il centro del potere e i sudditi. Si passò così da una pluralità di voci dei magistrati a un monopolio imperiale, che finì per trasformare per sempre l’idea stessa di Stato.

Studiare queste dinamiche ci aiuta a capire come il potere si manifestasse attraverso iscrizioni, documenti d’archivio e cerimonie pubbliche. Se durante la repubblica la comunicazione era divisa tra diverse istituzioni, con il principato l’imperatore diventò il principale, e di fatto unico, grande comunicatore. Fu capace di creare reti di trasmissione molto estese, che raggiungevano anche i confini del mondo allora conosciuto.

L’aumento dell’uso della scrittura non servì solo a fare leggi, ma anche a costruire l’immagine dell’imperatore come benefattore. Allo stesso tempo, i cittadini venivano assoggettati attraverso una negoziazione continua, basata su petizioni e risposte standardizzate.

La comunicazione pubblica scritta durante l’epoca repubblicana

Sotto la Repubblica non esisteva un potere unico incaricato di organizzare la comunicazione ufficiale. Il sistema era infatti basato sulla pluralità: ogni istituzione aveva i propri modi di trasmettere i messaggi.

Per il senato, che era l’organo di governo più autorevole, la priorità era l’oralità, soprattutto nel ricevere richieste e nel dare risposte. È significativo che, fino al 59 a.C., il senato comunicasse molto raramente per iscritto con il popolo o con i sudditi.

Le decisioni senatorie, cioè i senatoconsulti, venivano conservate nell’erario pubblico, situato nel tempio di Saturno. La loro autorità dipendeva quindi soprattutto dalla registrazione negli archivi, più che dalla loro diffusione pubblica.

La trasmissione di queste decisioni dipendeva da mediatori esterni, come le reti private dei senatori o i rappresentanti delle comunità locali, che chiedevano una copia dei decreti per portarla nelle loro città d’origine.

I magistrati superiori, come i consoli e i pretori, avevano il compito di far conoscere le decisioni attraverso editti o lettere, a volte di propria iniziativa e altre volte su ordine esplicito del senato.

Questo sistema rendeva la comunicazione un processo mediato: il documento scritto serviva soprattutto come memoria sacra e patrimoniale del popolo romano, più che come strumento di informazione quotidiana per la massa.

L’innovazione di Giulio Cesare e la nascita degli atti pubblici

Una svolta decisiva avvenne nel 59 a.C., durante il primo consolato di Giulio Cesare. Cesare capì che la comunicazione scritta poteva diventare un importante strumento politico e di governo.

Perciò istituì gli atti del senato e dell’Urbe, ordinando la pubblicazione e affissione dei resoconti delle sedute del senato e delle notizie sulla vita cittadina.

Questa decisione rompeva la tradizionale segretezza che circondava le discussioni della nobiltà e rendeva i singoli senatori responsabili delle loro opinioni di fronte all’opinione pubblica.

Oltre a rendere più trasparente la vita istituzionale, Cesare usò la scrittura anche per aggirare le procedure tradizionali. Per esempio, faceva circolare i suoi bollettini di guerra tramite amici, senza aspettare il controllo del senato, e utilizzava lettere circolari per raccomandare i suoi candidati alle tribù.

Il ricorso allo scritto segnò così l’inizio di un potere più centralizzato e autoritario, capace di stabilire un rapporto diretto, anche se a distanza, con il corpo elettorale. Anche se in seguito Augusto limitò la pubblicità delle sedute del Senato per ristabilire una certa riservatezza, il modello di una comunicazione di governo più organizzata era ormai nato.

L’imperatore come centro del sistema informativo

Con l’avvento dell’impero, la comunicazione pubblica scritta cambiò profondamente. L’imperatore divenne il principale comunicatore e creò canali propri di trasmissione per rafforzare il controllo sulla società.

Ogni sua parola, che fosse un ordine o la risposta a una petizione, assumeva un valore generale. L’aumento della documentazione scritta permise così al principe di costruire la propria immagine di benefattore e di rafforzare il suo ruolo legislativo.

L’imperatore comunicava in due modi: da una parte inviava ordini e istruzioni, dall’altra rispondeva alle migliaia di lettere e richieste che arrivavano da ogni parte del mondo.

Una tale quantità di lavoro richiedeva un’organizzazione amministrativa specializzata. Nacquero così uffici specifici, dedicati per esempio alla corrispondenza o all’esame delle suppliche, guidati da uomini di cultura ed esperti di retorica, che svolgevano il ruolo di veri consulenti della comunicazione.

Il potere imperiale si esprimeva quindi attraverso una burocrazia composta da dotti, mettendo in evidenza il legame stretto tra cultura, scrittura e autorità.

Le forme della parola scritta: editti e rescritti

Lo strumento più noto della comunicazione imperiale era l’editto. All’inizio veniva letto ad alta voce da un banditore pubblico davanti al popolo riunito e poi affisso in luoghi ben visibili.

L’editto poteva contenere ordini, informazioni o anche opinioni personali dell’imperatore. A volte serviva a rispondere alle voci che circolavano o a rimproverare il popolo per comportamenti ritenuti inappropriati.

Se sotto la Repubblica l’editto era legato a un rapporto diretto tra magistrato e cittadino, sotto l’Impero finì invece per sostituire quel contatto, trasformando il principe in una figura onnipresente ma lontana.

Un’altra forma fondamentale di comunicazione era il rescritto, cioè la risposta dell’imperatore a una petizione inviata da un privato o da un funzionario. Se la richiesta veniva da un semplice cittadino, la risposta era spesso scritta direttamente sotto la supplica originale, sotto forma di sottoscrizione.

Questi documenti venivano poi esposti pubblicamente, così che gli interessati potessero leggerli o copiarli. Attraverso i rescritti, l’imperatore non solo amministrava la giustizia, ma entrava anche, in modo virtuale, nella vita quotidiana dei suoi sudditi, risolvendo controversie locali e trasformando decisioni particolari in norme generali valide per tutto l’impero.

La logistica della comunicazione: il sistema dei trasporti

Far arrivare le comunicazioni a destinazione era una grande sfida logistica in un territorio vastissimo, che andava dalla Britannia all’Egitto. Per questo Augusto istituì la cosiddetta vehiculatio, poi chiamata cursus publicus: un sistema di stazioni di posta, con cambi di cavalli e carri, pensato per trasmettere rapidamente le notizie ufficiali e militari.

Questo servizio era fondamentale per il controllo delle province e permetteva all’imperatore, pur vivendo a Roma, di ricevere informazioni e inviare ordini con grande rapidità, quasi come se avesse «le ali», secondo l’espressione di un retore dell’epoca.

Nonostante queste strutture, la velocità dei messaggi restava comunque limitata dai mezzi dell’epoca. Le notizie potevano impiegare mesi per attraversare il Mediterraneo, soprattutto in inverno o per raggiungere le regioni più interne. Per esempio, la notizia della morte di un imperatore poteva arrivare da Roma all’Egitto in circa due mesi.

Questa lentezza influenzava anche il modo di governare: gli imperatori dovevano spesso affidarsi ai loro delegati, ma cercavano di mantenere il controllo attraverso un flusso continuo di corrispondenza. In questo modo, il governo imperiale finiva per assomigliare a una vera e propria amministrazione per lettera.

La forza simbolica del bronzo e delle iscrizioni monumentali

Oltre ai documenti di uso quotidiano, scritti su carta o su legno, il potere romano utilizzava molto anche supporti più durevoli, come la pietra e il bronzo. Le iscrizioni monumentali non servivano solo a informare, ma anche a conservare la memoria pubblica e a rappresentare l’eternità del potere di Roma.

Le tavole di bronzo che riportavano leggi o trattati erano considerate una garanzia della protezione di Roma. Proprio per questo, durante le ribellioni, erano spesso tra le prime a essere distrutte dai rivoltosi, come gesto di rifiuto dell’oppressione.

Un esempio molto significativo di questa comunicazione simbolica sono le Res Gestae, il racconto delle imprese di Augusto, che egli volle far incidere su tavole di bronzo davanti al suo mausoleo.

Questo testo non era soltanto un’autocelebrazione, ma anche una vera rendicontazione delle finanze pubbliche e delle spese sostenute per il bene comune. Il suo scopo era mostrare che l’imperatore meritava l’apoteosi divina per i benefici concessi allo Stato.

La scrittura monumentale rendeva il potere visibile anche a chi non sapeva leggere bene, perché la grandezza stessa del supporto comunicava la maestà dell’autorità.

Alfabetizzazione e ricezione dei messaggi nel mondo romano

Perché la comunicazione scritta fosse davvero efficace, era necessario che nella società esistesse un certo livello di alfabetizzazione. Si ritiene che, nell’Ultimo Secolo della Repubblica, l’istruzione fosse abbastanza diffusa tra le classi dirigenti e che, sotto l’Impero, si estendesse anche a gruppi più ampi della popolazione.

La grande quantità di graffiti trovati a Pompei, insieme ai numerosi documenti commerciali e militari riportati alla luce dagli archeologi, mostra quanto l’uso della scrittura fosse diffuso.

Tuttavia, il potere cercava di rendere i messaggi accessibili a tutti. Gli editti dovevano essere affissi in modo chiaro, in luoghi frequentati e con caratteri leggibili da terra, così che nessuno potesse giustificarsi dicendo di non conoscere la legge.

In alcune regioni era inoltre necessario usare, accanto al latino, anche il greco o le lingue locali. Si racconta che l’imperatore Caligola, per imporre nuove tasse ai cittadini senza dare loro la possibilità di opporsi, fece esporre il testo della legge in caratteri molto piccoli e in un luogo stretto, proprio per impedire che qualcuno potesse copiarlo. Questo episodio mostra bene quanto la trasparenza potesse essere una questione decisiva sul piano politico.

Il sistema delle petizioni e la persuasione del suddito

Uno degli aspetti più interessanti della comunicazione imperiale era il dialogo continuo tra il sovrano e i suoi sudditi. Attraverso le petizioni, i singoli cittadini e le città potevano rivolgersi direttamente all’imperatore per chiedere privilegi, esenzioni o giustizia.

Questo sistema creava l’idea di un dialogo possibile, nel quale l’imperatore appariva come un arbitro giusto e un benefattore di tutti. La parola del principe era attesa con grande attenzione e venerata quasi come fosse divina. In Egitto, per esempio, è attestata perfino la pratica di prosternarsi davanti ai decreti imperiali.

Questo rapporto particolare non era soltanto il risultato della propaganda, ma si basava anche su un’ideologia davvero condivisa. Sudditi e sovrano finirono per parlare lo stesso linguaggio, usando nelle loro comunicazioni gli stessi termini e gli stessi modelli retorici.

La persuasione divenne così un elemento centrale del potere: l’imperatore non si limitava a comandare, ma cercava anche di ottenere il consenso. Per farlo adottava uno stile che, con il passare dei secoli, divenne sempre più solenne e autoritario, passando dalla sobria brevità degli inizi alla maestosità del Basso Impero.

Dalla comunità dei cittadini all’aggregato di individui

L’effetto più profondo dello sviluppo della comunicazione scritta fu il cambiamento della natura stessa dello Stato. Sotto la repubblica, la cosa pubblica era concepita come il bene del popolo, cioè di una comunità unita da interessi comuni e da un ordine condiviso. La comunicazione avveniva nelle piazze, attraverso la voce dei banditori e il contatto diretto.

Con l’Impero, invece, questo legame collettivo cominciò a dissolversi.

Lo Stato divenne poco a poco un insieme di individui, ciascuno legato all’imperatore da interessi particolari e da privilegi personali ottenuti attraverso lo scambio di documenti scritti. La negoziazione individuale prese il posto della partecipazione politica collettiva.

Così, mentre l’impero si unificava formalmente grazie alla cittadinanza universale, la società politica si frammentava in una moltitudine di rapporti di fedeltà personale verso la figura concreta dell’imperatore. In questo processo, l’idea stessa di bene comune finì per coincidere con l’insieme dei benefici che il principe concedeva ai singoli sudditi.

La fine di un’era e l’eredità della comunicazione romana

In conclusione, la storia della comunicazione a Roma è anche la storia di come la parola scritta abbia costruito e trasformato un Impero. Dalle tavole di bronzo del Senato ai rescritti conservati nella memoria degli archivi imperiali, la scrittura fu il sistema nervoso del potere romano.

Permise di amministrare territori immensi, di unificare il diritto e di creare un consenso destinato a durare per secoli.

Tuttavia, lo stesso strumento che diede forza all’impero ne segnò anche il cambiamento interno, trasformando il cittadino in suddito e la repubblica in un potere personale.

La lezione che arriva dall’antica Roma è che la comunicazione non è mai neutrale: contribuisce a definire chi siamo come comunità e come individui di fronte al potere. Quando la voce pubblica del popolo fu sostituita dal silenzio degli archivi segreti e dalla grandiosità dei decreti imperiali, la natura stessa della politica romana cambiò per sempre, lasciando in eredità un modello di amministrazione burocratica che avrebbe influenzato la nascita dello Stato moderno.

Egitto: trovati 13.000 frammenti iscritti ad Athribis, è record mondiale

A Sohag, nell’Alto Egitto, lungo la riva occidentale del Nilo, una missione archeologica congiunta egiziano-tedesca ha portato alla luce un eccezionale tesoro di documenti antichi: tredicimila frammenti di ceramica iscritti. Questi reperti, chiamati ostraka, costituiscono una delle più grandi raccolte di testi antichi mai scoperte in un unico sito archeologico egiziano. Il ritrovamento arriva dall’antica città di Athribis, vicino all’odierno villaggio di Nag al-Sheikh Hamad, e conferma l’importanza di questo centro per ricostruire la vita quotidiana, l’amministrazione e perfino le credenze. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Il Colosso di Barletta. L’enigma: Chi è l’imperatore rappresentato?

Sulla costa adriatica, a Barletta, si trova una delle statue bronzee più grandi e misteriose arrivate fino a noi dall’antichità classica. Alta più di cinque metri, questa figura imperiale si alza accanto alla chiesa del Santo Sepolcro e osserva i passanti con uno sguardo severo, quasi a voler sfidare il tempo. La sua vicenda unisce elementi affascinanti: naufragi, restauri del Rinascimento e lunghi dibattiti tra studiosi che, per secoli, hanno cercato di dare un nome a questo gigante di bronzo.

Un gigante venuto dal mare

La presenza del colosso a Barletta non dipende dalla sua collocazione originaria. Secondo le fonti, la statua fu recuperata al largo delle coste pugliesi dopo il naufragio di una nave veneziana, avvenuto nel XIII secolo d.C. Si pensa che la nave stesse trasportando questo prezioso carico da Costantinopoli a Venezia. In quegli anni, infatti, la Repubblica di Venezia, guidata dal doge Dandolo, aveva saccheggiato Costantinopoli nel 1204 d.C., portando via enormi tesori, tra cui i cavalli di bronzo che oggi si trovano sulla basilica di San Marco. Forse il colosso era destinato a decorare un arco di trionfo a Ravenna, ma il mare e le tempeste dell’Adriatico cambiarono il suo destino, facendolo finire sul fondo del mare fino al momento del suo recupero.

Le ferite del tempo e il restauro del quattrocento

Quando la statua fu riportata a terra, era in pessime condizioni. Solo nel 1431 d.C. lo scultore Fabio Alfano ricevette l’incarico di restaurarla. Il suo intervento fu molto invasivo: ricostruì completamente le gambe, l’avambraccio sinistro e gran parte del braccio destro, compresa la mano. In quell’occasione fu aggiunta anche una piccola croce, un dettaglio che per molto tempo ha influenzato l’identificazione del personaggio raffigurato. Per questo, la statua che vediamo oggi è il risultato dell’unione tra l’arte tardoantica e la sensibilità del primo Rinascimento italiano.

Chi si cela dietro il volto di bronzo?

L’identità dell’imperatore ha diviso gli storici per molti decenni. Le prime ipotesi, avanzate all’inizio del secolo scorso, identificarono la statua con Valentiniano I, imperatore tra il 364 e il 375 d.C. Chi sosteneva questa tesi vedeva una somiglianza tra il volto del colosso e la descrizione lasciata dallo storico Ammiano Marcellino, che parlava di un uomo energico, dai lineamenti forti e tipici delle popolazioni pannoniche. Altri studiosi, però, non erano d’accordo: secondo loro, il profilo della statua è molto diverso da quello che appare sulle monete di Valentiniano I, soprattutto per la forma e la lunghezza del naso.

Altre teorie hanno proposto i nomi di Marciano, imperatore tra il 450 e il 457 d.C., e di Giustiniano, che regnò tra il 527 e il 565 d.C. L’ipotesi su Marciano si basava sull’aspetto guerriero della statua e sull’età avanzata del personaggio, più compatibile con lui che con altri sovrani raffigurati più giovani. Nel caso di Giustiniano, alcuni studiosi hanno dato importanza al diadema con pendenti laterali, considerato un elemento tipico delle monete emesse durante il suo regno, intorno al 538 d.C. Tuttavia, nessuna di queste ipotesi ha trovato una conferma definitiva confrontando insieme fonti storiche, monete e caratteristiche artistiche.

Gli indizi della numismatica e l’ipotesi Onorio

Una svolta importante arrivò nel 1973, quando Pasquale Testini propose di identificare il colosso con Onorio, imperatore dal 395 al 423 d.C., colui che fece di Ravenna la capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Oggi questa ipotesi è considerata la più convincente, per diversi motivi storici e tecnici. Uno dei principali riguarda l’acconciatura: i capelli, tagliati in modo arrotondato e tali da coprire la parte superiore delle orecchie, sono tipici dell’età teodosiana e si ritrovano anche nei busti di Teodosio II e Valentiniano III.

Un altro elemento fondamentale è la barba. Nelle raffigurazioni giovanili Onorio appare senza barba, come nel famoso cammeo che celebra le sue nozze con Maria nel 398 d.C. Tuttavia, le monete coniate a Ravenna verso la fine del suo regno, tra il 421 e il 422 d.C., mostrano un uomo di circa trentotto anni con barba e baffi ben visibili, proprio come il colosso. Nel bronzo, e soprattutto in una statua di dimensioni così grandi, questi tratti risultano ancora più marcati e danno al sovrano un aspetto solenne e severo, in sintonia con gli ultimi anni del suo difficile governo.

Un gioiello rivelatore: l’oreficeria barbarica

Un dettaglio del diadema imperiale, spesso poco considerato, rafforza l’idea che la statua risalga all’inizio del V secolo d.C. Al centro del diadema, sulla fronte, non c’è una semplice gemma ovale, ma un cabochon rettangolare decorato con la tecnica dello smalto alveolato. Questo tipo di lavorazione era tipico delle popolazioni danubiane e dei Goti e cominciò a diffondersi nelle corti imperiali proprio tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C.

Un gioiello molto simile compare anche sulla corona di Elia Eudossia, moglie di Arcadio e madre di Teodosio II, raffigurata sui solidi d’oro coniati a Costantinopoli intorno al 400 d.C. La presenza di questa stessa tecnica decorativa sul colosso fa pensare che la statua sia stata realizzata in un atelier di Costantinopoli proprio in quegli anni, prima che questo stile venisse abbandonato nelle epoche successive.

Dalla lancia militare al simbolo della croce

Il restauro del XV secolo aggiunse nella mano destra del colosso una piccola croce, ma il movimento del braccio fa pensare che in origine la statua tenesse altro. Probabilmente l’imperatore impugnava una lunga lancia, che non era soltanto un’arma da guerra. Tra il 421 e il 425 d.C., infatti, i simboli del potere imperiale cambiarono profondamente: il labaro costantiniano, con il monogramma di Cristo, cominciò a essere sostituito da una lunga lancia sormontata da una vera croce.

Questo cambiamento è attestato anche dai solidi d’oro emessi da Teodosio II e dal giovane Valentiniano III. In queste monete, l’imperatore impugna una lancia a forma di croce, con la quale a volte trafigge un serpente, simbolo del male o degli usurpatori sconfitti. È quindi probabile che il colosso di Barletta tenesse in origine una di queste alte lance cruciformi, sollevata sopra la testa come segno di una vittoria non solo militare, ma anche spirituale.

Una complessa partita politica tra oriente e occidente

Perché Teodosio II, imperatore d’Oriente, avrebbe fatto realizzare una statua così imponente per suo zio Onorio? La risposta sta nella volontà di ribadire l’unità dell’Impero Romano e la legittimità della dinastia teodosiana. Nonostante tensioni e rivalità, Onorio era infatti l’Augusto senior, colui che aveva assicurato la continuità del potere imperiale in un Occidente sconvolto dalle invasioni barbariche e dalle usurpazioni.

Nel 422 d.C., Onorio celebrò i suoi trent’anni di regno, un risultato straordinario per quel tempo. Nello stesso periodo, Teodosio II festeggiava i suoi vent’anni di potere e promosse diverse iniziative per rendere omaggio allo zio e rafforzare il legame tra le due corti imperiali. La statua potrebbe quindi essere stata commissionata proprio in questo clima di riavvicinamento dinastico, oppure poco dopo la morte di Onorio, avvenuta nel 423 d.C., come omaggio postumo e come strumento per sostenere la legittimità dell’ascesa al trono del giovane Valentiniano III, figlio di Galla Placidia e nipote di Onorio.

La moda imperiale: tuniche e calzature

Un’ulteriore analisi degli abiti del colosso conferma la sua collocazione storica. A differenza delle statue più antiche, che raffiguravano gli imperatori con gambe e braccia nude secondo la tradizione eroica pagana, il gigante di Barletta indossa una tunica a maniche lunghe sotto la corazza. Questo dettaglio riflette il nuovo gusto e il nuovo cerimoniale della corte cristiana, nella quale la nudità eroica non era più ritenuta adatta a rappresentare il sovrano.

Anche le calzature offrono un indizio importante: non sono i campagi, i sandali aperti tipici dei generali vincitori, ma stivaletti chiusi, usati dagli alti funzionari civili e dai membri della famiglia imperiale nelle cerimonie solenni. Questo particolare fa pensare che l’imperatore non sia raffigurato solo come comandante militare, ma come massima autorità dello Stato e difensore della fede.

Il colosso come baluardo contro l’invasore

Oltre al suo valore storico e archeologico, il colosso ha assunto nel tempo anche un forte significato simbolico per la città di Barletta. Quando fu restaurato e collocato davanti alla chiesa del Santo Sepolcro, il mondo cristiano si trovava di fronte a una nuova e grave minaccia: l’avanzata dei Turchi Ottomani. In questo contesto, la figura dell’imperatore in armatura, con il volto deciso e la croce impugnata come un’arma, finì per rappresentare la resistenza contro il nemico che cominciava ad affacciarsi sulle acque dell’Adriatico.

La vittoria navale di Lepanto, nel 1571 d.C., allontanò infine questo pericolo. Per oltre un secolo, però, quel gigante di bronzo fu visto dai cittadini come un custode instancabile delle coste italiane. Ancora oggi, anche se la sua identità continua a essere discussa dagli studiosi, la sua presenza imponente richiama l’autorità di un impero che, tra crisi e divisioni, cercò fino all’ultimo di difendere la propria eredità sotto il segno della croce.

L’eredità di un’immagine intramontabile

In conclusione, il colosso di Barletta resta una delle testimonianze più impressionanti della tarda antichità. Che rappresenti l’apatico Onorio, il guerriero Marciano o il fiero Valentiniano I, la statua ha comunque raggiunto il suo scopo originario: trasmettere un’idea di stabilità eterna e di potere straordinario. Il fatto che i Veneziani del XIII secolo d.C. abbiano deciso di portarla via da Costantinopoli mostra che, anche molti secoli dopo la sua realizzazione, quest’opera continuava a colpire per la sua grande qualità artistica e per la sua imponenza, suscitando meraviglia e desiderio di possesso.

Oggi, passeggiando per le strade di Barletta, il colosso ci ricorda che la storia non è fatta soltanto di date e battaglie, ma anche di oggetti che attraversano i mari, cambiano significato e si adattano alle paure e alle speranze di epoche diverse. La sua mano destra, che un tempo teneva una lancia e oggi stringe una croce, continua a indicare un orizzonte in cui la storia dell’uomo e quella dell’arte si uniscono in un unico, continuo racconto di bronzo.

Ritrovata a Blois una pagina perduta del Palinsesto di Archimede

Blois, Francia — Tutto è iniziato quasi per scherzo. Victor Gysembergh, ricercatore del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, stava parlando con alcuni colleghi quando ha lanciato una proposta apparentemente bizzarra: «Andiamo a vedere se a Blois c’è un palinsesto». Sembrava una battuta, una di quelle idee dette senza troppe aspettative. E invece proprio da lì è partita una scoperta filologica tra le più sorprendenti degli ultimi decenni: una pagina perduta del celebre Palinsesto di Archimede, riemersa nelle riserve del Museo delle Belle Arti. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Gli imperatori gallici: quando l’Impero delle Gallie si staccò da Roma

Il III secolo dC fu uno dei periodi più difficili nella storia dell’Impero romano. I confini erano costantemente attaccati dai popoli barbari, la pressione dall’Oriente cresceva senza sosta, e al vertice del potere si alternavano imperatori sempre più deboli e instabili. È proprio in questo clima di crisi che, tra il 260 e il 273 dC, nelle Gallie prese forma uno stato autonomo di breve durata. A governarlo si succedettero diversi imperatori, le cui date di regno e il cui ordine di successione sono ancora oggi oggetto di discussione tra storici e studiosi di numismatica.

La grande crisi del III secolo

La svolta arrivò quando l’imperatore Valeriano fu catturato dal re persiano Sapore I, intorno al 260 d.C. Si trattò di un evento sconvolgente e senza precedenti: era la prima volta nella storia di Roma che un imperatore fu fatto prigioniero dal nemico. Suo figlio Galieno, che reggeva l’Impero insieme a lui, si trovò improvvisamente solo a dover affrontare una situazione disperata: le invasioni dei popoli germanici lungo il Reno e il Danubio, la crescente minaccia delle potenze orientali, e una serie di rivolte interne come non se ne erano mai viste prima.


Il potere centrale era così debole da non riuscire più a proteggere le province più vulnerabili. In questo vuoto di autorità, le legioni stanziate ai confini cominciarono a proclamare i propri comandanti come imperatori locali. Nella maggior parte dei casi, non si trattava di uomini ambiziosi assetati di potere, ma di militari che le circostanze erano costretti a farsi carico della difesa di ciò che ancora si poteva salvare.

La nascita dell’Impero gallico

Tra questi personaggi, il più importante fu Marco Cassianio Latino Postumo, governatore della Gallia. La sua salita al potere avvenne in modo brusco e violento, nel pieno della crisi del 260 dC. Galieno aveva affidato a suo figlio Salonino la supervisione delle province galliche, con Postumo nel ruolo di tutore militare. Le fonti antiche — Aurelio Vittore, Eutropio, lo Pseudo-Epitome de Caesaribus e Zonara — concordano nel legare l’usurpazione di Postumo all’assassinio di Salonino, anche se differiscono sui dettagli.

Secondo Zonara, la scintilla fu il rifiuto di Postumo di consegnare al figlio di Galieno il bottino preso a un gruppo di barbari intercettati mentre tornavano da una razzia in territorio romano. Questo atto di disobbedienza fece precipitare gli eventi: le truppe di Postumo si ribellarono, Salonino fu ucciso e il comandante gallico venne proclamato Augusto. La data di questi avvenimenti è stata a lungo discussa dagli studiosi, ma grazie all’analisi dei papiri egiziani e delle monete coniate ad Alessandria può essere collocata tra giugno e agosto del 260 dC.

Postumo: il fondatore

Postumo non fu un usurpatore nel senso tradizionale del termine. Galieno tentò più volte di sconfiggerlo, arrivando persino a restare ferito durante un assedio, ma non riuscì mai ad avere la meglio. Nel frattempo, Postumo rafforzò il proprio controllo su Gallia, Britannia e Hispania, riportò la pace nelle province galliche e respinse le invasioni dei Germani. Eutropio lo descrive come un imperatore che «regnò per dieci anni e recuperò province quasi perdute senza ritorno».

Il suo regno durò dal 260 al 269 d.C., come attestano le dieci potestà tribunizie e i cinque consolati incisi sulle sue monete. Nonostante la sua energia e la sua efficacia nel proteggere le Gallie, Postumo morì per mano dei propri soldati. Quando l’usurpatore Leliano si ribellò a Magonza, Postumo lo sconfisse militarmente, ma si rifiutò di permettere alle sue truppe di saccheggiare la città. Fu proprio questo rifiuto a costargli la vita: i soldati, delusi e furiosi, lo uccisero insieme al figlio.

Leliano e Mario: due ombre nell’epilogo

La morte di Postumo non chiude semplicemente un capitolo. Attorno alla sua fine si aprì una vera crisi di successione, con la comparsa quasi simultanea di altri due pretendenti al trono gallico: Leliano e Mario.

Leliano si era ribellato a Magonza, probabilmente negli ultimi mesi del regno di Postumo, che riuscì a sconfiggerlo. Il suo regno fu brevissimo — forse solo qualche mese — e le monete a lui attribuite sono molto rare, segno di un potere fragile e limitato. Mario è invece la figura più enigmatica: le fonti letterarie gli attribuiscono un regno di appena due o tre giorni, ma i numismatici hanno dimostrato che la sua produzione monetaria fu più abbondante di quella di Leliano. Questo suggerisce che il suo potere durò molto più a lungo, forse in parallelo con gli ultimi mesi di regno di Postumo stesso.

Dall’analisi delle fonti e delle monete emerge che, verso la fine del regno di Postumo, nelle Gallie regnarono contemporaneamente tre imperatori: Postumo, Leliano e Mario. La frase di Aurelio Vittore — «dopo la morte di Postumo Mario si impadronì del potere, ma fu sgozzato dopo due giorni» — va intesa nel senso che Mario sopravvisse solo due giorni dopo i suoi predecessori, non che il suo intero regno fosse durato appena due giorni.

Vittorino: il successore di Postumo

Il vero erede di Postumo fu Vittorino, che prese il potere nelle Gallie all’inizio del 269 d.C. Eutropio ci riferisce che fu ucciso a Colonia nel secondo anno del suo regno: le monete, che gli attribuiscono tre potestà tribunizie, confermano questa notizia e collocano la sua morte nel corso del 271 d.C. La sua fine fu insieme violenta e banale: stando alle fonti, fu assassinato da un marito tradito.

Il personaggio di Vittorino è tuttavia fondamentale per comprendere la continuità dell’Impero gallico. Egli mantenne il controllo delle zecche di Colonia e di Treviri, continuando a coniare monete con i titoli imperiali tradizionali. L’analisi dei ripostigli monetari — i tesori sepolti nell’antichità e riemersi nei secoli successivi — ha permesso agli storici di ricostruire con precisione la cronologia del suo regno, collocando l’inizio del suo potere nel 269 d.C., poco dopo la morte di Postumo.

Il potere delle monete come fonte storica

Per ricostruire la storia degli imperatori gallici, le sole fonti letterarie non sono sufficienti. I testi antichi sono spesso contraddittori: l’Historia Augusta, Aurelio Vittore, Eutropio, l’Epitome de Caesaribus, Zonara e Zosimo offrono versioni discordanti sulla successione e le date dei vari regni. È qui che la numismatica — lo studio delle monete — diventa uno strumento indispensabile.

Le monete coniate dagli imperatori gallici riportavano con precisione le potestà tribunizie — rinnovate ogni anno il 10 dicembre — e i consolati, assunti ogni 1° gennaio. Questi dati permettono di costruire una cronologia abbastanza affidabile. Ancora più preziosi sono però i ripostigli monetari: tesori nascosti in tempi di pericolo e mai recuperati dai loro proprietari. Esaminare la composizione di questi ripostigli — quali imperatori vi sono rappresentati, in quali quantità e con quali tipi di moneta — consente di stabilire quando furono sotterrati, e quindi di ricostruire la sequenza degli eventi politici.

Quarantatré ripostigli rinvenuti in Armorica, Normandia, nel nord della Gallia, in Belgio, in Britannia e in Svizzera sono stati analizzati con questo metodo. Il fatto che molti di questi tesori contengono monete di Vittorino ma non di Tetrico, pur essendo databili al periodo di Aureliano, dimostra in modo definitivo che il regno di Tetrico iniziò dopo quello di Aureliano, e non prima come alcuni studiosi avevano sostenuto.

Tetrico e la fine dell’Impero gallico

Dopo l’assassinio di Vittorino, fu una donna — Vittoria, sua madre — a tenere le redini del potere nelle Gallie. Grazie a una generosa distribuzione di denaro alle legioni, riuscì a far proclamare Augusto Tetrico, un senatore che governava l’Aquitania e che aveva assunto il potere a Bordeaux.

Tetrico regnò dal 271 al 273 d.C. circa, associando al potere il proprio figlio con il titolo di Cesare. Le monete attestano due potestà tribunizie e due consolati certi, confermando la brevità del suo regno. La situazione interna peggiorò rapidamente: l’imperatore si trovò a dover fronteggiare non solo le minacce esterne, ma anche disordini interni sempre più difficili da tenere sotto controllo.

La resa ai Campi Catalaunici

La fine dell’Impero gallico giunse sui Campi Catalaunici — l’area intorno all’odierna Châlons-en-Champagne — dove Aureliano affrontò e sconfisse le truppe di Tetrico. La battaglia si svolse però in circostanze singolari: secondo Eutropio, fu Tetrico stesso a «consegnare il proprio esercito» all’imperatore legittimo. In altre parole, l’ultimo imperatore gallico tradì i propri soldati, cercando un accordo con Aureliano.

Aureliano non si mostrò vendicativo nei confronti del vinto. Tetrico fu condotto a Roma per il trionfo dell’imperatore — una cerimonia in cui sfilò anche Zenobia, la regina di Palmira, altra grande nemica dell’unità imperiale — ma in seguito ricevette la nomina a Corrector Lucaniae, un incarico amministrativo nell’Italia meridionale. Stando alle fonti, visse a lungo come semplice privato cittadino.

Difensori, non rivali

Come interpretare, in conclusione, il fenomeno degli imperatori gallici? La domanda è se questi personaggi fossero veri rivali dell’imperatore legittimo o piuttosto dei sostituti obbligati dalle circostanze, costretti ad esercitare un potere che nessuno a Roma sembrava in grado di assumere al loro posto.

Una risposta illuminante viene da Zonara: quando fu chiesto a Claudio II quale dovesse essere il primo obiettivo delle sue campagne militari — Postumo o i popoli barbari che premevano sul limes danubiano — l’imperatore rispose: «La guerra che fa Postumo riguarda solo me; quella che fanno i popoli stranieri riguarda tutto l’Impero». Questa frase, citata dallo studioso Lafaurie come la più efficace per definire il ruolo del primo imperatore gallico, rivela tutta la complessità della situazione: c’era rivalità tra l’imperatore legittimo e l’usurpatore, ma anche unità di scopo e comunanza di visione — difendere l’Impero, la cui integrità non era mai davvero in discussione.

L’Impero delle Gallie durò tredici anni, dal 260 al 273 d.C. In quel breve arco di tempo, cinque imperatori — Postumo, Leliano, Mario, Vittorino e Tetrico — si alternano al potere in una successione spesso violenta, ma sempre orientata verso lo stesso obiettivo: tenere in piedi, a qualunque costo, quel lembo di mondo romano che il potere centrale non riuscì più a proteggere.

I quartieri Ebraici nell’antica Roma. Come erano organizzati?

La comunità ebraica dell’antica Roma è uno dei capitoli più affascinanti della storia della città classica. Studiare dove vivevano gli ebrei romani non significa solo ricostruire la mappa di una minoranza: significa capire come i popoli stranieri si intrecciassero con la civiltà latina e, attraverso di essa, contribuissero alla nascita di nuove correnti spirituali, fino al cristianesimo.

Un popolo senza ghetto

Una delle prime domande che chi studia la presenza ebraica a Roma si pone riguarda il ghetto: esisteva un quartiere dove gli ebrei fossero costretti a vivere? La risposta è no. Nonostante persecuzioni, espulsioni temporanee e la perdita di alcuni privilegi, nulla indica che gli ebrei di Roma siano mai stati obbligati a concentrarsi in un’unica zona della città.

Tra le misure più severe si ricordano quelle di Vespasiano, che introdusse il fiscus Judaicus — una tassa speciale imposta agli ebrei — e quelle di Domiziano, Adriano e Antonino Pio. Tiberio e Claudio arrivarono persino a espellere l’intera comunità dalla città. Eppure, in nessuno di questi casi fu mai imposta una separazione fisica per legge.

Il pomerium e i culti stranieri

Prima di affermare che tutta la città fosse aperta agli ebrei, è necessario affrontare una questione di diritto sacro romano: il pomerium. Si trattava del confine sacro di Roma, entro il quale i culti stranieri erano in teoria vietati. Secondo lo studioso Ambrosch, nessuna sinagoga avrebbe quindi potuto sorgere all’interno di questo perimetro.

Tuttavia, questa regola conobbe molte eccezioni nella pratica. Già nel 217 a.C. fu consacrato sul Campidoglio un tempio alla Venere dell’Erice, e il culto di Iside si radicò così profondamente su quello stesso colle da richiedere interventi di allontanamento da parte dei consoli negli anni 58, 54, 50 e 48 a.C., e da parte di Augusto nel 28 a.C. Inoltre, anche quando il pomerium veniva rispettato, nulla vietava agli ebrei di abitare all’interno del confine sacro e di costruire le loro sinagoghe al di fuori di esso — come probabilmente accadde nel quartiere della Suburra, servita da una sinagoga situata oltre l’agger.

Una presenza diffusa, con centri ben definiti

Gli ebrei non erano distribuiti in modo uniforme per tutta Roma, né confinati in poche zone isolate. La situazione era più sfumata: ebrei si potevano incontrare in ogni quartiere della città, specialmente quelli abbastanza ricchi da potersi permettere qualsiasi residenza. In alcune aree, però, la presenza ebraica si concentrava fino a formare veri e propri centri comunitari.

La maggior parte degli ebrei romani apparteneva agli strati più poveri della società, come testimoniano lo stile e la fattura delle loro epigrafi funerarie. Molti si dedicavano al commercio — e non è un caso che i principali quartieri ebraici coincidessero con le zone commerciali della capitale imperiale.

Il Trastevere: cuore della Roma ebraica

Il cuore del giudaismo romano fu il Trastevere. Qui gli ebrei si insediarono fin dalle origini della loro comunità, crebbero di numero e si radicarono per tutta l’età latina. All’epoca di Augusto, come attesta Filone di Alessandria, il Trastevere era di fatto l’unico vero quartiere ebraico dell’intera città.

Come avvenne questo insediamento? Non fu una scelta deliberata, ma una conseguenza naturale dei flussi commerciali. Le merci provenienti dall’Asia risalivano il Tevere da Ostia, e gli ebrei — attratti dal porto, dai magazzini e dalle botteghe — si stabilirono dove approdavano i loro carichi. Filone attribuisce agli affranchiti di Pompeo l’origine della comunità trasteverina, ma si tratta di una semplificazione: la comunità ebraica era già presente molto prima. Intorno al 160 a.C. Giuda Maccabeo stipulava già un trattato con Roma; attorno al 140 a.C. il pretore Ispallo sgomberava dai luoghi pubblici i materiali delle proseuché, le case di preghiera ebraiche; nel 59 a.C. Cicerone denunciava apertamente il potere acquisito dalla comunità israelita.

Quanto alla consistenza numerica, un calcolo approssimativo basato su Flavio Giuseppe indica che nel 4 a.C. ottomila ebrei romani accompagnarono Erode il Grande in udienza dal principe. Poiché quella delegazione era composta probabilmente solo da uomini adulti di un certo rango, la popolazione totale del Trastevere ammontava forse a quaranta o cinquantamila persone — cifra che gli studiosi tendono a ridurre a trenta o quarantamila. Il quartiere aveva un aspetto non troppo diverso dai ghetti di età moderna: botteghe modeste e insegne ebraiche nel tipico contesto delle insulae romane. Un’atmosfera di festa particolare animava il sabato, con lampade ornate di viole alle finestre profumate di olio e le famiglie riunite attorno al tonno in salsa, come descrive il poeta Persio.

Le sinagoghe del Trastevere

Il quartiere trasteverino ospitava diverse sinagoghe, come attesta esplicitamente Filone per l’epoca di Augusto. Le iscrizioni funerarie rinvenute nelle catacombe di Monteverde permettono di identificarne alcune con ragionevole certezza.

La prima è la sinagoga degli Augustenses, così chiamata in onore dell’imperatore Augusto, il sovrano romano più favorevole agli ebrei dopo Cesare. Fu lui a ordinare che ogni giorno a Gerusalemme venissero offerti in sacrificio un toro e due agnelli a sue spese, e a scrivere alle città dell’Asia per tutelare i privilegi ebraici. La sinagoga sopravvisse probabilmente fino a epoche piuttosto tarde, come suggerisce la presenza tra i suoi membri di un mellarchonte di dodici anni: la carica di archonte, originariamente non ereditaria e di grande prestigio, divenne col tempo un semplice titolo onorifico, attribuito persino a bambini.

La seconda è la sinagoga degli Agrippenses, posta sotto il patronato di Marco Vipsanio Agrippa, il grande generale e architetto a cui si deve, tra l’altro, il ponte che portò il suo nome sul Tevere, nei pressi dell’attuale Ponte Sisto. È probabile che la sinagoga sorgesse proprio alla testa di quel ponte. A sostegno di questa ipotesi c’è un cubo di marmo scoperto nel novembre del 1881 vicino alla Farnesina, sulla riva del Tevere, recante l’iscrizione IACΩN ΔIC APXΩN: potrebbe essere parte di un edificio pubblico ebraico, forse la sinagoga degli Agrippenses stessa.

La terza è la sinagoga di Volumnius, il cui patrono fu probabilmente un funzionario romano coinvolto nella politica della Siria-Palestina e negli affari della famiglia di Erode. A queste si aggiungono la comunità dei Vernaculi e quella dei Tripolitani, probabilmente insediatasi a Roma sotto Settimio Severo, imperatore nato a Leptis Magna e notoriamente ben disposto verso gli ebrei. Il rabbino Kimchi, vissuto nel XII secolo d.C., menziona infatti una sinagoga di Severo costruita a Roma.

Il Campo Marzio: una seconda comunità

Un secondo centro ebraico è attestato nel Campo Marzio. Le fonti in questo caso sono esclusivamente epigrafiche: si tratta delle iscrizioni di alcuni membri della comunità dei Campenses, il cui nome deriva chiaramente da Campus, il termine con cui si indicava comunemente il Campo Marzio. Su questa comunità restano molte incertezze storiche e topografiche. La presenza di un archonte bambino tra i suoi membri suggerisce che si sia mantenuta fino a un’epoca relativamente tarda. I Saepta Iulia, trasformati nel corso del I secolo d.C. in una grande sala d’aste, offrivano spazio per le attività commerciali ebraiche in quella zona.

La Suburra e i Calcarienses

Esisteva anche una comunità ebraica nella Suburra, uno dei quartieri più centrali, popolosi e malfamati di Roma. Lo dimostrano le epigrafi dei Suburenses e, soprattutto, un’iscrizione pagana relativa a un fruttivendolo di nome P. Corfidius Signinus, che indicava la propria residenza come situata de aggere a proseucha — cioè “dalla parte dell’agger verso la sinagoga”. Quella sinagoga, abbastanza nota da servire come punto di riferimento topografico, doveva essere già ben consolidata all’epoca della morte di Signinus, collocata alla fine del I secolo d.C. Gli ebrei si erano quindi insediati nella Suburra almeno nella prima metà del I secolo d.C.

Il quartiere ebraico della Suburra si estendeva lungo l’agger, il tratto delle mura di Servio Tullio che correva ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Cispio. Ne è testimonianza la comunità dei Calcarienses, un gruppo enigmatico il cui nome rimanda ai lavoratori dei forni da calce o a chi viveva nelle vicinanze di quelle industrie. La scoperta di due iscrizioni nei pressi delle Terme di Diocleziano, vicino alla Porta Collina, permette di localizzare il loro centro all’estremità settentrionale dell’agger. A questi si aggiunge forse la comunità degli Hebrei, identificabili come gli ebrei più osservanti, che potrebbero aver utilizzato la piccola catacomba della via Labicana, dove due iscrizioni su cinque sono scritte interamente in ebraico.

L’Aventino e la Porta Capena

Il quarto grande insediamento ebraico ci è descritto dal poeta Giovenale nella sua Satira III, scritta intorno al 115 d.C.. Il testo ritrae, accampata presso la Porta Capena nel bosco sacro vicino al santuario di Egeria, una sorta di tribù di ebrei erranti: ognuno disteso sul fieno accanto ai propri bagagli in un cesto orientale, pagava una tassa per l’albero sotto cui si riparava. Mendicità e pratiche di magia sembravano, agli occhi pungenti del satirico, le principali risorse di quella comunità.

Ma la presenza ebraica a sud di Roma era ben più solida e duratura. Ne sono prova le catacombe lungo la via Appia: la Vigna Randanini, con oltre duecento iscrizioni e bolli laterizi databili tra il 135 e il 211 d.C., è la più significativa. Al di sopra di essa sorge una struttura identificata da alcuni studiosi come una sinagoga, con una nicchia dipinta di azzurro e due absidi contrapposte — elementi che richiamano la nicchia della Torah presente in molte sinagoghe del mondo antico. Anche la presenza di un pozzo è rilevante, poiché il culto ebraico richiedeva frequenti abluzioni rituali. Il quartiere si estendeva verso est almeno fino al Macellum Magnum, il grande mercato coperto situato sotto l’attuale chiesa di Santo Stefano Rotondo, come attesta l’epigrafe del macellaio Alessandro, un ebreo che dichiarava di abitare de macello.

Una rete che avvolgeva tutta la città

Percorrendo i quartieri fin qui descritti — il Trastevere, il Campo Marzio, la Suburra, l’Aventino e la Porta Capena — si delinea una rete che avvolgeva l’intera Roma imperiale. Gli ebrei erano presenti in ogni angolo della città, portando con sé la loro vitalità commerciale, le loro tradizioni e la loro religione. Non si limitavano alle periferie: insediati in quartieri centralissimi come la Suburra, raggiungevano il cuore stesso della capitale.

Le loro usanze erano un elemento familiare nel paesaggio urbano romano: la loro intensa vocazione proselitistica e il fascino del monoteismo si offrivano ogni giorno alla curiosità dei vicini romani, dei liberti, degli schiavi, dei mercanti. È in questo contesto vivace e articolato che affondano le radici, come sottolinea l’autrice dello studio, la straordinaria diffusione del messaggio cristiano e la sua capacità di raggiungere ogni strato della popolazione della capitale imperiale.