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La battaglia di Aquae Sextiae. Caio Mario annienta i Teutoni

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Intorno al 210 a.C. la Repubblica Romana era in rapida espansione in tutto il Mediterraneo: ma nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivato un gravissimo pericolo dal Nord che avrebbe trovato il suo culmine e la sua risoluzione solo con la battaglia di Aquae Sextiae.

Fu proprio in quel momento che le tribù germaniche decisero di migrare verso il sud dell’Europa per trovare dei nuovi territori da coltivare e dove vivere, entrando in contatto con la Repubblica Romana e scatenando delle guerre devastanti, caratterizzate da lotta per sopravvivenza da entrambe le parti e da straordinarie sconfitte e vittorie sul filo del rasoio.

Di certo per la Repubblica Romana la battaglia di Aquae Sextiae, combattuta da Caio Mario, rappresenta una parte fondamentale di quella che è la storia non solo di Roma ma dell’Italia intera.

La migrazione dei Teutoni e la sconfitta di Noreia

la sconfitta di noreia

Tutto cominciò nel 210 a.C.  quando le popolazioni dei Cimbri, dei Teutoni e degli Ambroni si unirono alla ricerca di nuovi territori in cui vivere partendo da quella che è l’odierna Danimarca per migrare verso sud: un percorso incerto e difficile nel quale ad un certo punto vennero in contatto con la Repubblica Romana.

Le tribù germaniche chiesero delle terre per potersi fermare e prosperare ma i romani, con una punta di arroganza e non valutando correttamente il pericolo nel quale potevano imbattersi, risposero negativamente.

Si arrivò velocemente a uno scontro tra le due parti a Noreia, una cittadina di quella che ora è l’Austria orientale.

Differentemente da quel che si poteva pensare, i romani subirono una sonora sconfitta, venendo pesantemente decimati, seppur lasciando una grande devastazione anche tra le truppe germaniche le quali scelsero di proseguire da un’altra parte il loro peregrinare all’interno dell’Europa.

Una fortuna inaspettata per i Romani, i quali non avrebbero avuto in quel momento nessuna legione per difendere la Pianura Padana e l’Italia intera.

Una nuova sconfitta dei Romani ad Arausio

Un fatto questo ignorato dai Germani che prima trovarono rifugio in Gallia e poi incontrarono nuovamente le truppe di Roma ad Arausio.

La Repubblica Romana in questa occasione compì un errore immenso che pagò a caro prezzo: inviò due comandanti di due fazioni politiche differenti, uno parte degli ottimati e l’altro dei popolari. Il desiderio di entrambi di prendersi il merito di un eventuale trionfo, li spinse ad accamparsi in due luoghi separati dividendo di fatto le loro forze.

I Cimbri li assalirono travolgendoli con un’orda di soldati, dando vita a una delle peggiori sconfitte della storia dell’esercito Romano.

Nonostante la sconfitta di Arausio, le tribù germaniche si resero conto che la Repubblica Romana era comunque molto forte e capace di opporre una resistenza estenuante: decisero per questo di spostarsi verso la Spagna dove incontrarono i guerrieri celtiberi, soldati molto forti e resistenti  che dopo alcuni anni riuscirono a sconfiggerli e a metterli nuovamente in fuga verso la Gallia.

Per i germani rimaneva solo la possibilità di conquistare l’Italia e per questo decisero di dividersi in tre tronconi: il primo intenzionato a passare attraverso le Alpi per sbucare nell’odierno Piemonte, il secondo pronto a muoversi per la strada del Brennero e il terzo in cammino per passare attraverso le Alpi Giulie.

La battaglia ad Aquae Sextiae

la vittoria a aqua sextie

Sembrava non esserci speranza di vittoria per la Repubblica Romana, se non fosse per l’entrata in gioco di un giovane ma abilissimo generale: Caio Mario, uomo politico e militare di nuova concezione il quale, pur trovandosi davanti a una sfida veramente difficile, decise di “giocare” con astuzia.

Mariò cominciò infatti a seguire le mosse dei germani, e diede ordine di costruire un accampamento ben fortificato nel quale radunò il suo esercito.

Rifiutando, secondo un disegno prestabilito, lo scontro in campo aperto, i Teutoni sfilarono davanti all’accampamento dei romani: tanti erano, che impiegarono 6 giorni. E non mancarono le provocazioni: “Stiamo andando a Roma a divertirci con le vostre donne“, gridavano ai nemici.

Caio Mario non aveva paura che i Teutoni e le altre popolazioni potessero arrivare indisturbati a Roma, ma voleva che i suoi soldati si potessero abituare alla vista di questi enormi guerrieri e che montasse in loro la voglia di rivalsa e di vendetta.

Al termine di questa provocatoria sfilata, Caio Mario spostò i suoi legionari seguendo alcune scorciatoie, così da precedere le truppe germaniche fino ad intercettarli e stavolta bloccarli nella località di Aquae Sextiae.

Era arrivato il momento dello scontro.

Caio Mario utilizzò una tattica che, se non copiata, prese certamente ispirazione da quella messa a punto da Annibale proprio contro Roma: decise di mettere un piccolo contingente di soldati di cavalleria nascosti in un piccolo boschetto accanto al campo di battaglia, mentre il resto della fanteria venne schierata in blocco, anticipata dalla cavalleria.

Appena avvistato i nemico, i Teutoni si posizionarono davanti alle truppe romane, nella loro classica formazione a quadrato e lanciarono un attacco immediato. Caio Mario, che aveva studiato il territorio, aveva fatto però posizionare le sue truppe in alto, su una zona in pendenza.

Quando i Teutoni partirono con la loro tremenda carica non si resero conto che per loro la strada era in salita.

Il pensiero da soldato “professionista” vinse su quello del barbaro: le truppe germaniche vennero rallentate e affaticate dalla pendenza, mentre quelle romane sfruttarono la discesa per colpire ancora più velocemente con la cavalleria e la fanteria.

Un errore tattico quello dei germani evidente e importante: i soldati barbari vennero ricacciati in pianura e distrutti dall’esercito romano, il quale potè contare sulla cavalleria nascosta ai lati del campo di battaglia per porre definitivamente fine allo scontro.

Le conseguenze

L’intero popolo dei Teutoni fu sterminato o ridotto in schiavitù.

Alcuni dei prigionieri furono mostrati l’anno successivo ai Cimbri prima della Battaglia dei Campi Raudii. Gaio Mario infatti disse al re dei Cimbri durante la fase preliminare delle trattative “Non preoccupatevi dei vostri fratelli (Teutoni), abbiamo dato loro delle terre che conserveranno in eterno” per poi mostrare alcuni prigionieri teutoni aggiungendo “essi sono qui, e non possiamo permettere che ve ne andiate senza salutarli“.

La vittoria di Aquae Sextiae segnò l’inizio della riscossa romana sui germani, e assieme alla vittoria dei Campi Raudii, sancì il tramonto del pericolo germanico nei confronti di Roma.

Il cibo nell’antica Roma. Cosa mangiavano i romani?

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Come mangiavano i romani? I nostri antenati non erano solo soldati impegnati in guerre estenuanti, ma anche delle persone normali con i bisogni basilari di qualsiasi essere umano. E l’alimentazione rappresentava una delle loro caratteristiche più interessanti da conoscere.

Per comprendere come si nutrivano i romani in maniera completa è bene dividere il concetto in base alle disponibilità economiche categorizzando in poveri, benestanti e ricchi.

L’alimentazione del romano povero

Il cittadino romano povero, quello che apparteneva alla fascia debole della popolazione, seguiva un regime alimentare basato su verdura e  legumi consumati in quantità davvero importante. E di qualsiasi tipologia: entrambi questi elementi consentivano ai cittadini meno abbienti di potersi sostentare in modo abbastanza completo senza spendere troppo.

Verdura e legumi erano così importanti per la popolazione romana più debole.

Altro elemento molto importante era il farro: in particolare nella prima parte della storia romana, questo cereale fa assolutamente da padrone all’interno dell’alimentazione degli abitanti: la zuppa di farro veniva mangiata quasi tutti i giorni.

E non solo: il farro veniva anche macinato per ottenere una farina da cui si ricavava della polenta, alla quale veniva poi aggiunto qualsiasi condimento disponibile, come piccoli residui di pesce, di carne o alimenti in grado di aggiungere sapore.

Alcuni cambiamenti arrivarono quando Roma iniziò a espandersi: con la conquista di nuovi territori come per esempio la Sicilia, conosciuta come il “granaio di Roma” assieme all’Egitto, il farro viene sostituito pian piano dal frumento.

Arrivarono addirittura a esservi tutta una serie di leggi “frumentarie” per distribuire il grano alla parte più bassa e più povera della popolazione con regolarità.

In questo modo diveniva possibile preparare il pane che, per quanto povero, era comunque di una qualità superiore rispetto a quello a base di farro. Un “pane rusticus”, nero e dal sapore non propriamente eccezionale che tuttavia serviva a variare l’alimentazione.

Ogni tanto gli appartenenti al ceto dei meno abbienti potevano permettersi qualche piccolo pezzo di carne di maiale o del pesce piccolo di seconda pescata, come le sardine o le acciughe.

Per il bere la scelta era abbastanza limitata: una bevanda composta di acqua e aceto o vino di scarsissima qualità, quasi inacidito, era il massimo a cui potevano aspirare, tra una colazione fatta di avanzi del giorno prima e l’occasionale buon pasto delle festività.

L’alimentazione del romano benestante

Come mangiava invece il benestante? Coloro che potevano contare su un’economia un pochino più florida, pur non essendo ancora ricchi, riuscivano ad ogni modo a permettersi degli sfizi maggiori rispetto alla fascia più povera della popolazione.

La struttura dei pasti era la stessa generalmente, ma caratterizzata da una qualità differente: per ciò che riguardava frutta e verdura il benestante poteva permettersi degli alimenti come le albicocche e le ciliegie che talvolta riusciva a coltivare e che altre volte trovava nel mercato.

Potendo spendere di più, poteva cibarsi di verdure più variegate e dal sapore più stuzzicante. E se il farro era comunque un alimento presente generalmente tra i romani, per ciò che riguardava il pane, questa fascia della popolazione poteva consumare un pane di farina bianca chiamato “pane secundus”, dal sapore più interessante e più raffinato perché la farina veniva macinata più volte.

Anche per ciò che riguarda il pesce e la carne il benestante poteva permettersi alimenti di qualità migliore: riusciva a mangiare spesso la carne non solo maiali ma anche manzo e coniglio godendo di gusti più piacevoli e prelibati grazie a una maggiore possibilità di scelta. Consumava pesci piccoli ma anche branzini: alimenti dalla struttura e dal sapore migliori.

Una delle differenze tra la classe povera e quella benestante in materia di alimentazione era la presenza di salse e condimenti che non fossero il miele. La salsa più utilizzata era il garum: un composto dal gusto forte che in pochi avrebbero il coraggio di mangiare al giorno d’oggi ma che era considerata una prelibatezza che veniva utilizzata dovunque ai tempi dei romani.

Una versione “antica” della più gustosa colatura di alici odierna: era infatti ricavata da interiora di pesce che venivano mescolate con un po’ di sale e messe ad essiccare al sole in grandi recipienti. In questo modo si otteneva una sostanza liquida o semiliquida – gelatinosa e molto forte dal punto di vista organolettico, che veniva abbinata a tutto, come accade oggi con la maionese.

Un altro condimento molto interessante era la muria: intestini e sangue del tonno messi a macerare finché non diventavano una salsa.

Per quanto sembri una cosa da nulla, questi composti erano in grado aiutare il ceto romano dei benestanti ad ampliare la propria dieta in materia di gusti. La bevanda più consumata era il vino, di migliore qualità, che poteva essere annacquato o addizionato con del miele per rendere il sapore più gradevole.

L’idromele rappresentava un’ottima alternativa al vino: un misto di acqua e miele fermentato, che veniva dato anche ai bambini.

L’alimentazione del romano ricco

cibi dei ricchi a roma

Il romano ricco poteva mangiare ovviamente qualsiasi alimento consumato dalle due fasce di popolazione precedenti, a partire dal farro fino ad arrivare al garum, potendosi permettere però tutta una serie di alimenti dal gusto incredibile e dalla rarità, per i tempi, conclamata.

Un esempio? I funghi porcini: erano considerati una prelibatezza e valevano molto di più di quel che oggi può valere un tartufo.

Il pane ovviamente era un pane di prima qualità, composto con farine di frumento setacciate diverse volte fino a formare il “pane candidus”, dal sapore molto buono e più vicino in aspetto e qualità a quello attuale. Il ricco poteva permettersi carne tutti i giorni, scegliendo tra i tagli migliori di manzo o qualsiasi altro animale.

Stesso discorso valeva per il pesce: branzini e orate erano la consuetudine, ma anche anguille e storioni: pesci che nella maggior parte delle famiglie romane non abbienti era qualcosa che ci si poteva permettere dopo aver fatto sacrifici.

L’alimentazione dei romani ricchi era variegata per sapori, qualità e consistenza. Il vino portato in tavola era di altissimo pregio e non aveva bisogno di essere annacquato o condito con il miele: quest’ultimo veniva usato solo a discrezione del gusto della persona. Il più consumato nelle tavole dei più ricchi era il Falerno insieme a quelli provenienti da Sorrento.

I cibi, nelle case dei ricchi conquistavano anche una valenza coreografica e spesso venivano presentati ancora vivi agli ospiti prima di procedere con la cottura: i pasti di luculliana memoria ne sono un esempio.

Come si mangiava a Roma: i pasti

I pasti nell’antica Roma erano tre ed erano organizzati in un crescendo di quantità che partiva la mattina e si concludeva la sera.

La colazione era molto frugale e spesso basata sugli avanzi del giorno prima, il pranzo era si più completo ma sempre molto veloce: il vero pasto soddisfacente era servito alla sera dove al mangiare erano riservati attenzione, piacere e godimento. Ci si prendeva il proprio tempo e si mangiava con più calma, in compagnia della famiglia.

Di certo in quanto a gusto era particolare e risulterebbe insostenibile per molti palati attuali, ma nella sua composizione, l’alimentazione romana era da considerare sana, in un certo senso, grazie alla quasi totale mancanza di zuccheri al suo interno.

La congiura di Catilina. Attentato a Roma

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La congiura di Catilina è uno dei fatti più interessanti che abbiano caratterizzato la storia repubblicana di Roma: cosa successe? Questo cospiratore era davvero così malvagio come lo dipingevano?

La dittatura di Silla e le liste di proscrizione

Si era nel periodo della tarda Repubblica e le guerre civili tra Mario e Silla vennero vinte da quest’ultimo, che si pose a capo di Roma come dittatore dando il via a una riforma dello Stato Romano.

La riforma di Silla dava molto più potere al Senato e ridimensionava drasticamente il ruolo del tribuno della plebe, che in teoria doveva proteggere gli interessi del popolo, ma che venne quasi completamente neutralizzato.

Parimenti, Silla ideò le liste di proscrizione: degli elenchi contenenti i nomi dei nemici politici che potevano essere uccisi pubblicamente, le cui ricchezze sarebbero andate in parte allo stato e in parte al suo assassino.

Sotto la dittatura Sillana emersero, chiaramente, alcuni personaggi.

Uno di essi fu Gneo Pompeo, che si dimostrò subito un validissimo generale al punto di essere chiamato “Imperator” da Silla in segno di favoritismo. Era certamente il suo “pupillo”, e probabilmente il suo successore.

Il secondo fu Crasso che, grazie alle liste di proscrizione, diventò in breve l’uomo più ricco di Roma con un patrimonio sconfinato e interessi diramati in tutti i settori finanziari.

Vi fu poi il protagonista di questo racconto, ovvero Lucio Sergio Catilina che fin da subito mostrò una comprensione della situazione di sofferenza del popolo ma anche una indole violenta.

Basti pensare che per il suo tornaconto personale fece inserire il fratello nelle liste di proscrizione per poterlo eliminare e per non avere problemi di tipo legale.

Catilina e i tentativi di raggiungere il consolato

Tra gli uomini che emersero durante il regno di Silla, Catilina fu senza dubbio quello più spietato e il primo, una volta morto il dittatore, a tentare di prendere il potere in un momento in cui la politica romana era immersa nel caos.

In quel momento Catilina era governatore in Africa ma al termine del suo incarico decise di candidarsi al consolato. La sua candidatura fu però subito stroncata da accuse di brogli e malversazioni che lo riguardavano nel suo periodo di gestione dell’Africa: per un uomo come lui, così ambizioso, si trattò di uno smacco duro da accettare.

A breve distanza, un episodio altamente significativo.

Vennero eletti due consoli sui quali caddero subito delle accuse di brogli elettorali, che risultarono poi fondate: le votazioni vennero annullate e i due accusatori dei neoconsoli vennero insediati al loro posto.

I due, estromessi e defenestrati, iniziarono a meditare di uccidere i due consoli attraverso un complotto al quale molte persone decisero di aderire, tra i quali figurava anche Catilina.

Dopo poco però, l’idea di un attentato venne accantonata: non è chiara la motivazione, forse si trattava solo di minacce.

Svetonio che ne raccontò, disse che al complotto erano pronti a partecipare anche Crasso e Cesare, ma non vi sono prove ulteriori di tale evenienza. Si tratta, a ogni modo, di una idea abbastanza inverosimile dato che entrambi credevano in un approccio alla politica differente e non volevano ricorrere violenza, almeno in questa fase di Roma.

Questo appena raccontato può essere considerato un primo virtuale attentato pensato ma non compiuto da Catilina.

Passò del tempo e Catilina decise di candidarsi nuovamente per il consolato riponendo in questo ultimo tentativo tutte le sue speranze: in opposizione a lui vi era Cicerone, l’homo novus, colui che non aveva altri politici in famiglia e che rappresentava una totale novità.

Catilina aveva in questo caso delle buone possibilità di vittoria potendo contare tra le altre cose anche del supporto economico, stavolta dichiarato, di Crasso e di quello politico di Cesare.

Entrambi lo appoggiavano perché ne condividevano le idee: Catilina voleva combattere l’oligarchia senatoria, voleva andare contro i potenti e contro l’aristocrazia.

Ma un certo punto sia Crasso che Cesare si resero conto della reale portata delle idee di Catilina: questo voleva organizzare un colpo di stato, creare una monarchia e diventare dittatore.

Una visione grande e violenta che portò sia Cesare che Crasso ad abbandonare Catilina per non essere accomunati a un progetto di così importante gravità. Il consolato venne quindi ottenuto da Cicerone.

La congiura di Catilina

Una ennesima sconfitta che fece scattare in Catilina l’idea di dare vita a una rivoluzione armata mettendo in atto un piano ben preciso: grazie alla complicità di alcuni uomini a lui fedelissimi, in una data precisa, avrebbero dovuto  essere compiuti degli attentati nella città di Roma per eliminare i consoli e le personalità politiche importanti al fine di prendere immediatamente il potere.

E allo stesso tempo Manlio,  il suo più fedele seguace, avrebbe dovuto portare anche l’Etruria, luogo perfetto per il reclutamento di soldati e difficile da gestire, a insorgere contro il potere romano avvalendosi di un esercito armato.

catilinaria cicerone senato

La congiura di Catilina sembrava avere tutte le carte per andare in porto se non fosse che Cicerone venne avvisato della rivolta in costruzione da ben tre persone contemporaneamente: Fulvia, amante di uno dei congiurati e da Cesare e Crasso che, pur essendo avversari politici del console, non condividevano l’attacco che l’ex amico aveva intenzione di portare avanti.

Cicerone ebbe così modo e tempo di prendere delle contromisure per tutti gli attentati organizzati da Catilina, che vennero soffocati sul nascere insieme alla congiura.

Cicerone avvertì il Senato al quale mostrò una serie di lettere anonime in cui la congiura veniva presentata e svelata. Un incontro nel quale Catilina si presentò spavaldo e durante il quale Cicerone pronunciò nella quarta catilinaria la famosa frase “Fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza?”.

Le accuse misero sostanzialmente Catilina al muro: il senatore decise dapprima di tentare di difendersi, salvo poi lasciare il Senato per organizzare una vera e propria rivolta armata.

Un atto che nel 62 a.C. a Pistoia lo vide perdere sia la battaglia contro l’esercito consolare che la vita.

Una riforma mancata?

Sebbene sia Catilina una figura abbastanza discutibile nel comportamento e nei modi di fare politica, non bisogna cadere nell’errore di considerarlo solamente un pazzo e un violento che voleva prendere il potere.

Era sicuramente tutto questo, ma è stato anche un uomo politico capace di raggruppare un forte seguito tra coloro che non avevano più nulla, tra i proletari disperati, tra coloro che erano falliti o sommersi dai debiti.

La sua idea politica era quella di annullare tutti i debiti, di redistribuire le terre: Catilina era in poche parole l’espressione del malessere del popolo romano, di cittadini costretti a vivere situazioni insostenibili.

E’ espressione al contempo della corruzione e della politica arrotolata su se stessa, un segno della scontentezza radicata nel popolo e della ferita profonda  presente nella società romana della tarda Repubblica.

La caduta dell’impero romano spiegata in 5 minuti

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La caduta dell’Impero romano, o meglio il crollo dell’impero romano di Occidente è una delle pagine più sofferte e discusse della storia di Roma: sono diverse le ragioni che hanno portato all’epilogo del più grande impero della storia umana.

In questo articolo spiegheremo in maniera estremamente semplificata le motivazioni del crollo, che possono essere successivamente approfondite.

Nei testi scolastici, ci è sempre stato insegnato che la colpa della caduta dell’Impero Romano sia stata dei barbari.

In altri testi, sembra che a compromettere la civiltà romana sia stato il Cristianesimo, una nuova religione in grado di indebolire lo “spirito romano”, come sostenne lo storico Edward Gibbon.

Soprattutto per ciò che riguarda la posizione di Gibbon è bene sottolineare che il grande studioso espresse questo concetto in una Londra anticlericale del 1700: un fattore che senza dubbio influenzò la sua posizione che non può essere, per quanto importante, considerata priva di errori.

In realtà, al netto delle principali teorie e spiegazioni su questo enorme fenomeno, vi sono soprattutto due concetti fondamentali da comprendere.

La gestione del potere

A causare la caduta dell’impero romano d’Occidente è stata soprattutto una scorretta gestione del potere.

Roma era infatti una società basata sul concetto del cittadino che faceva carriera all’interno della vita pubblica: un cursus honorum che consentiva all’uomo di contribuire allo Stato romano arrivando, tecnicamente parlando, dai gradini più bassi della società fino alle massime cariche dello Stato.

Alla base di tutto vi era un discorso di meritocrazia, per il quale il cittadino romano poteva, tra oneri e onori, arrivare addirittura a diventare imperatore.

Dove sorge il problema? Nel corso del tempo la politica romana si è avvitata sempre di più su sé stessa fino a portare la gestione del potere nelle mani di chi già deteneva il controllo militare.

Ogni personaggio importante della politica romana e gli imperatori che si sono succeduti, soprattutto sotto il periodo del dominato, potevano contare su legioni di fedelissimi soldati che li sostenevano.

Si arrivò addirittura a una situazione in cui l’impero veniva “comprato con soldi” e veniva trattato come se fosse stato una proprietà privata.

Passava da un imperatore all’altro in base agli innumerevoli intrighi di Palazzo che non avevano più niente a che fare con i cittadini: il potere smise di essere l’oggetto di una scalata meritocratica di tutti, ma diventò il prodotto di una serie di intrighi tra imperatori, soldati, generali e capipopolo con un totale scollegamento dalla figura del cittadino.

Il tramonto del cittadino soldato

ragioni della caduta dell'impero romano

Di pari passo, il concetto del cittadino soldato.

Roma è stata sempre forte perché era colma di cittadini e alleati pronti a prendere le armi per combattere: i privilegi che spettavano ai cittadini erano una forte spinta al “patriottismo” e alla voglia di scendere in campo per difendere i confini.

Durante il tardo periodo imperiale la figura del cittadino soldato smise di esistere: il romano diventò un suddito come tanti altri, come già accadeva nelle grandi monarchie orientali.

L’abitante dell’impero romano doveva solamente obbedire e non aveva più voce in capitolo su nulla: nessuno volle più impegnarsi per la difesa del territorio, costringendo i generali a selezionare barbari da schierare in cambio della cittadinanza.

Una riprova di questo si trova facilmente osservando il destino dell’altra parte dell’impero, quella orientale, che sopravvisse per mille anni rispetto alla pars occidentalis.

Oltre a godere di una maggiore vitalità economica, l’imperatore Eraclio eseguì una riforma del territorio dividendolo in distretti e organizzando la società in modo tale da dare una prospettiva di vita al cittadino, il quale non lesinerà di difendere il proprio impero a tutti i costi fino al momento della sua disfatta finale nel ‘400 di fronte alla potenza ottomana.

L’imbarbarimento dell’esercito ebbe certo il suo ruolo: inserire al suo interno forze che non avevano ancora avuto modo di romanizzarsi di certo ha fatto la sua parte, tanto quando il Cristianesimo, che deve essere però considerato un effetto collaterale secondario.

La Colonna Traiana: l’arte romana al suo massimo

La Colonna Traiana è uno dei monumenti più belli che turisti e romani hanno la possibilità di visitare all’interno della Città Eterna: un’opera originale per i suoi tempi che merita di essere conosciuta.

Sulla Colonna Traiana è rappresentata la spedizione militare di conquista in Dacia dell’imperatore Traiano: una campagna particolarmente ostica per la quale venne commissionata questa opera, al fine di celebrare il trionfo dell’imperatore e delle sue truppe.

Una storia raccontata nel marmo

Si tratta ovviamente di un monumento celebrativo chiamato a raccontare una storia: se la osserviamo a partire dalla base, la Colonna Traiana dipana davanti a noi un racconto in ordine cronologico, non caratterizzato da immagini messe a caso ma da una evoluzione dei fatti.

Il termine esatto per descrivere questa colonna è “coclide” per via della struttura a forma a spirale. E’ come trovarsi davanti a un fumetto fatto di bassorilievi inciso nella pietra.

La Colonna Traiana racconta una storia piuttosto emozionante: pur essendo l’autore (o gli autori sconosciuti), il racconto è stato scolpito nella colonna con l’intento di mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore.

Sono il pathos, l’emozione e il coinvolgimento i veri protagonisti: il racconto è proposto all’occhio dell’osservatore senza che si verifichino cali di attenzione, spesso addirittura sacrificando le principali regole artistiche.

Anche la prospettiva viene sacrificata per mantenere alta l’emozione: in molti punti di quest’opera ci si ritrova, ad esempio, a osservare legionari  alti come dei muri, non tenendo conto di nessuna regola.

Non è solo la prospettiva a essere ignorata sulla Colonna Traiana, ma si tratta di un particolare irrilevante per chi scolpisce: gli oggetti vengono resi più grandi di quello che sono e i paesaggi vengono ristretti in maniera innaturale a favore dell’emozione e a discapito della correttezza tecnica.

Il messaggio da recapitare giustifica l’artista nel prendersi delle licenze.

I valori romani nascosti nell’opera

Perché per riprodurre la spedizione in Dacia sulla Colonna Traiana ci si concessero queste “leggerezze artistiche”?

Il primo motivo è che la storia di questa campagna è una storia costruttiva. Le legioni romane che possiamo osservare non sono semplicemente truppe che combattono, ammazzano, distruggono e portano la morte ovunque passino.

Sulla colonna vengono infatti rappresentate molte scene di vita quotidiana: la costruzione di bastioni e di ponti di passaggio, la realizzazione di strade e molto altro.

Vi è alla base la volontà di far capire che la legione romana non è solamente veicolo di combattimento e morte ma è esportatrice della civiltà romana, attraverso la costruzione di infrastrutture.

La legione romana è il primo avamposto dell’impero: il suo atteggiamento costruttivo consente di portare la civiltà nel mondo.

La seconda ragione è il bisogno di realtà. Per quanto la Colonna Traiana sia un’opera celebrativa, l’Imperatore Traiano non vuole raccontare una storia fantasiosa: vuole che i cittadini possano osservare la realtà di ciò che è successo e quindi decide di non ritoccare la storia.

Non fa scolpire una realtà che rende i romani perfetti, esaltando le vittorie e minimizzando i fallimenti: senza alcun campanilismo è possibile osservare i legionari che vengono messi in difficoltà dai nemici o ancora un soldato romano che spacca la testa a un bambino.

Si tratta di un’opera che non rispetta le prospettive ma che riporta fedelmente la realtà. Un fattore molto importante per comprendere meglio il ragionamento romano e la vita romana del tempo.

Il terzo elemento importante che caratterizza la storia raccontata dalla Colonna Traiana coinvolge la pietà e il rispetto per il nemico.

Non importa che il nemico sia riprodotto mentre si arrende o si suicida per non perdere l’onore: l’avversario viene sempre rappresentato con fierezza per rendere giustizia al suo valore.

Osservando le varie scene della Colonna Traiana, ci si rende conto di essere davanti a una storia esternamente interessante e ad una incredibile testimonianza della vita e del pensiero romano.

La battaglia di Alesia. Giulio Cesare sottomette le Gallie

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La battaglia di Alesia è uno scontro avvenuto tra le legioni romane di Giulio Cesare nelle campagne galliche, e le tribù guidate dal Re degli Arverni, Vercingetorige.

Rappresenta una delle più grandi vittorie di Giulio Cesare: un avvenimento che consegnò definitivamente la Gallia nella mani di Roma e che cambiò per sempre il destino dell’Europa.

Le campagne in Gallia e l’arrivo di Vercingetorige

Quando Giulio Cesare decise di conquistare la Gallia, perseguì una campagna puramente imperialistica e fece coincidere all’espansione di Roma anche il suo tornaconto politico ed economico.

Nel corso delle campagne galliche, Cesare compì una serie di operazioni militari straordinarie ricordate ancora oggi come uno dei momenti più alti dell’organizzazione bellica di Roma.

Uno degli elementi fondamentali che gli garantirono il successo, fu il fatto che le tribù galliche, notoriamente divise tra di loro, non furono quasi mai in grado di organizzarsi a dovere, alleandosi talvolta con Roma e sostenendola dal punto di vista degli approvvigionamenti.

La conquista della Gallia sembrava un processo quasi concluso, almeno fino al 52 a.C quando avvenne un colpo di coda proprio nel momento in cui sembrava che tutte le tribù fossero state sottomesse: Vercingetorige, capo degli Arverni, riescì nell’intento di unire tutte le tribù galliche contro il nemico comune.

Vercingetorige utilizzò la tattica della terra bruciata, tagliando i rifornimenti alle truppe romane, anche se questo aveva un grosso costo per le stesse tribù galliche che dovevano bruciare i loro raccolti.

Fino al momento in cui ebbe un primo scontro con Cesare, a Gergovia, una zona molto ben fortificata e capitale della tribù degli Arverni.

Nonostante un assedio ben congegnato, Cesare subì uno smacco e fu costretto a ritirarsi, in quella che viene ricordata come la prima grande sconfitta di Cesare in Gallia.

In realtà, Vercingetorige avrebbe voluto continuare una guerra di logoramento, ma le instabili tribù galliche premevano per un confronto diretto, il che modificò pesantemente la strategia adottata fino a quel momento.

Allo stesso tempo, con la sua ben nota velocità, Cesare attaccò il cuore della rivolta gallica. Il campo di battaglia si spostò così verso Alesia, dove Vercingetorige si era bloccato e barricato con le sue truppe.

A questo punto, Cesare diede il via a uno dei più importanti assedi della sua carriera militare facendo costruire un’enorme serie di fortificazioni attorno alla rocca, la circonvallazione: strutture estremamente complesse che ancora oggi sono considerate un capolavoro d’ingegneria.

Vercingetorige tentò d’inviare contingenti di cavalleria per cercare di spezzare le linee romane, ottenendo solo una pesante sconfitta: resosi conto di aver bisogno di aiuto, inviò i suoi cavalieri a chiedere soccorso e milizie a tutte le altre tribù galliche.

Una vera e propria chiamata alle armi su vastissima scala.

Cesare capì che la situazione si era fatta molto particolare: mentre il suo esercito stava assediando Vercingetorige, tutte le tribù della Gallia stavano convergendo ad Alesia per colpirlo alle spalle.

Per questo motivo, decise di costruire un’altra serie di immani fortificazioni, stavolta per difendersi da un attacco esterno, chiamata controvallazione, per resistere all’orda barbarica che stava accorrendo in aiuto di Vercingetorige.

La doppia fortificazione non era un’idea di Cesare: era già stata utilizzata nell’assedio di Siracusa, diversi secoli prima. Ma nel caso di Alesia possiamo certamente dire che questa tecnica venne portata al suo massimo.

Una brutta pagina di storia merita di essere ricordata per ciò che concerne Alesia. Dopo le prime settimane di assedio, le donne e i bambini che si trovavano in città vennero cacciati fuori dalla roccaforte da Vercingetorige perché colpevoli di consumare cibo e acqua.

Cesare, per non correre rischi, decise di non accoglierli e una piccola massa umana rimase intrappolata in una zona franca fra i due eserciti.

Uno stallo che portò centinaia di persone a morire di fame tra le urla e la disperazione, davanti agli occhi impietosi di entrambi gli schieramenti.

Alesia. L’attacco di cavalleria

primo giorno battaglia alesia

Sono tre gli attacchi dei Galli che vennero scagliati ad Alesia: il primo avvenne di giorno e fu portato avanti prevalentemente dalla cavalleria.

Le truppe di Vercingetorige vennero schierate a occidente: la cavalleria fu intervallata dalla fanteria e dagli arcieri che insieme costituirono una linea di attacco importante e pericolosa.

Cesare rispose a questa linea di assedio con la sua cavalleria ingaggiando una battaglia feroce dove per tutta la giornata le forze si equivalsero in quanto a potenza d’attacco.

Il condottiero gallico fece partire allo stesso tempo un attacco dall’interno di Alesia verso l’esterno, ma l’iniziativa non ottenne i risultati sperati, giungendo in ritardo in battaglia.

Fu la cavalleria germanica, la più forte in assoluto tra le fila romane, a risolvere la situazione attaccando sul fianco le truppe galliche e costringendole alla ritirata.

Alesia. L’attacco notturno

secondo giorno battaglia alesia

La seconda battaglia sul campo di Alesia avvenne invece di notte: i galli aspettarono il favore delle tenebre per attaccare, proponendo essenzialmente lo stesso schieramento del primo “round”.

In questo caso, l’immenso attacco venne ammortizzato con difficoltà dai romani che si trovarono a dover difendere con tutte le proprie forze le fortificazioni.

Per tentare di distruggere questa barriera romana i galli utilizzarono di tutto: frecce, sassi, giavellotti. I soldati di Vercingetorige compirono molteplici attacchi simultanei in più punti, scatenando una risposta altrettanto forte da parte dei romani che risposero al fuoco utilizzando anche la loro temibile artiglieria.

Erano armi davvero micidiali: studi recenti hanno evidenziato come le biglie di ferro lanciate dalle fionde romane erano tranquillamente paragonabili a pallottole di una 44 magnum.

Anche nel corso di questa seconda giornata di battaglia, Vercingetorige cercò di attaccare dall’interno, ma di nuovo sbagliò i tempi: a rivelarsi ottimo alleato di Cesare, in una battaglia dove la crudeltà e la fierezza di entrambi i popoli la fecero da padrona, fu il sorgere del sole.

La luce permise ai romani di calibrare con maggiore precisione i propri colpi, costringendo i Galli a ritirarsi nuovamente.

L’attacco dal monte Rea

terzo giorno battaglia alesia

Il terzo e ultimo giorno di battaglia ad Alesia vide cambiare la situazione in campo: tutti, soprattutto le tribù galliche, si giocarono il tutto e per tutto.

Impegnandosi in un’attenta ricognizione delle fortificazioni romane, i Galli si accorsero che esisteva un punto debole finora non sfruttato: in corrispondenza del monte Rea, a nord delle fortificazioni romane.

Si trattava di un’altura così imponente e così alta, intervallata da fiumi, da non consentire il completamento della struttura di difesa nella zona settentrionale.

I capi galli decisero quindi di selezionare 60 mila tra i loro soldati più forti e coraggiosi e li posizionarono, nascosti, dietro il monte Rea per attaccare nel momento giusto.

Al terzo giorno di scontri si verificò un attacco multiplo: il primo avvenne, come sempre, ad occidente e frontale alle fortificazioni, il secondo da settentrione, dal Monte Rea, e proprio nel punto più debole della barriera romana.

Il terzo, dall’interno e portato avanti dallo stesso Vercingetorige e questa volta perfettamente sincronizzato.

Fu in questo momento che le difese romane iniziarono a scricchiolare seriamente.

Ma avvenne qualcosa d’incredibile che portò un esercito attaccato in tre punti e bisognoso di approvvigionamenti alla vittoria.

Giulio Cesare, che si trovava nella parte meridionale del territorio attorno ad Alesia, scese direttamente in campo.

Percorse tutta quanta la linea di fortificazioni di Alesia, incoraggiando, dando ordini ai centurioni e spronando i soldati fino ad arrivare proprio nella zona più calda dei combattimenti, davanti al monte Rea.

Il suo intervento personale fu decisivo: grazie anche alle truppe che lo accompagnavano e a quelle giunte sul campo ai comandi del suo braccio destro, Tito Labieno, Cesare riuscì a ribaltare la situazione, attaccando le fanterie scelte dei galli e costringendoli alla resa.

La resa di Vercingetorige e il trionfo di Cesare

Vercingetorige, secondo la tradizione, dopo aver indossato la sua corazza più bella, uscì con il suo cavallo e percorse solennemente un piccolo sentiero, avvicinandosi alle truppe romane che lo osservavano con estrema attenzione.

Il generale gallico, entrò nell’accampamento romano, compì tre giri attorno a Cesare, seduto vicino alla sua tenda. Poi, posizionatosi davanti al suo nemico esclamò: “Hai vinto un uomo forte, o uomo fortissimo”.

E gettò a terra le armi, rimanendo muto e accettando la sconfitta.

Il destino fu molto duro con Vercingetorige. Vide il suo popolo arrendersi ai romani, e rimase carcerato fino al ritorno di Cesare a Roma, quando, durante il trionfo, venne strangolato pubblicamente.

Il popolo gallico entrò negli anni successivi nell’orbita romana senza più la capacità di opporre una serie resistenza alle legioni romane.

Ma bisogna tributare a Vercingetorige il più grande onore delle armi, per essere stato uno dei nemici più forti che si contesero un posto nella storia con il grande Giulio Cesare.

Il Limes romano. Un confine psicologico e politico

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Tra i concetti più importanti e allo stesso tempo equivocati della storia romana vi è il cosiddetto “Limes”: il confine tra l’impero romano e il mondo dei barbari è molto di più che una semplice barriera fisica o geografica.

Siamo abituati a considerare il limes come ad un confine difensivo, creato dai romani per proteggersi dalle tribù oltre il muro. Ma in realtà, la sua funzione era molto più articolata.

Differenza tra Limes Romano e muri moderni

Il concetto moderno di muro è rappresentato da una costruzione che divide una zona in maniera netta: basta prendere ad esempio il muro di Berlino, che divideva fisicamente la Germania in due blocchi profondamente diversi.

In quel caso esisteva la parte occidentale e quella orientale, con differenti legislazioni e soprattutto con due organizzazioni politiche diverse.

Un altro muro “moderno” è quello che si trova al confine tra gli Stati Uniti e il Messico: qualcosa, anche in questo caso, che crea una separazione netta tra due società.

In realtà, il Limes romano aveva una funzione più profonda e costituiva un confine molto meno netto rispetto alla sua concezione moderna.

Un confine economico e psicologico

Il Limes Romano innanzitutto differiva per struttura: era formato da una serie di fortificazioni che nel corso dei decenni vennero aumentate di numero e furono collegate le une alle altre, e non da un unico muro di separazione.

La sua importanza non era legata al suo aspetto materiale ma al messaggio che era in grado di dare agli avversari di Roma.

Il Limes Romano era il confine oltre il quale le legioni romane decidevano deliberatamente di non spingersi. Un approccio che non dipendeva dalla impossibilità o incapacità dovuta ad avversari troppo forti o dalla paura di spingersi all’interno di zone inesplorate.

Si trattava puramente di una decisione pratica: quello era il limite oltre il quale inviare delle legioni sarebbe stato troppo costoso. E la sicurezza dei confini poteva essere ottenuta con altri metodi più economici, diversi dal dispiegamento fisico dei soldati.

Pur senza l’invio dei legionari, l’influenza dell’Impero non si esauriva con la mancanza di presenza fisica, ma continuava a farsi sentire attraverso la politica e la forza psicologica.

Il primo strumento era senza dubbio quello degli stati cuscinetto: territori nei quali gli avversari di Roma sapevano che non sarebbe stato conveniente attaccare nè transitare, pena l’intervento dell’esercito romano con spedizioni punitive.

Non bisogna poi dimenticare che vi erano interi regni e tribù governati da persone gradite al Senato e all’amministrazione romana, i classici “protettorati” che pur non essendo parte dell’Impero, ne rendevano possibile un’espansione “psicologica” nei confronti dei nemici.

Un ulteriore strumento era quello della cosiddetta “politica del terrore”, un approccio con cui si influenzano le dinamiche dei popoli esterni attraverso la paura o la minaccia che le truppe dell’impero intervengano per proteggere le tribù amiche.

Dei confini molto più vasti

Roma si espandeva politicamente e psicologicamente ben oltre il suo Limes fisico, grazie agli stati cuscinetto, con i protettorati e più generalmente con la cosiddetta deterrenza psicologica: mezzi molto più economici e sostenibili rispetto a continue guerre di conquista o di riaffermazione del controllo militare.

Il Limes era quindi un confine poroso che risultava essere più comodo e funzionale rispetto a un muro che avrebbe necessitato di un’importante manutenzione e una difesa che avrebbe richiesto l’intervento di troppe forze, con conseguenti perdite economiche per l’Impero.

Il Limes Romano non era quel “muro” oltre il quale Roma non esisteva più: l’Urbe riusciva ad estendersi ben oltre quelli che erano i suoi avamposti più distanti.

E lo faceva con uno strumento “misto”, molto più comodo per i romani rispetto ad esempio alla Muraglia Cinese, che al contrario, necessitava di un dispiego di forze imponenti e aveva alti costi di gestione.

I giochi gladiatori dell’antica Roma. Che senso avevano?

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Una delle cose per le quali Roma e il suo Impero sono conosciuti in tutto il mondo sono certamente i giochi gladiatori: si tratta di una manifestazione della cultura romana tra le più riconoscibili, anche grazie alle numerose rappresentazioni moderne di film e serie televisive.

Il senso dei giochi gladiatori

Per scoprire i più famosi e influenti gladiatori basta cercare sui libri di storia, ma quel che è interessante è approfondire il senso dei giochi gladiatori per i romani.

Considerarli come un semplice esempio d’intrattenimento è riduttivo: non bisogna dimenticare che i Romani sono stati un popolo civile e straordinariamente avanzato rispetto ai loro tempi.

Spesso gli storici si sono chiesti come è possibile che una civiltà per certi versi così raffinata, si sia abbandonata a degli spettacoli così truculenti, pieni di sangue e di morte, dando spazio ad un mondo così “carnale” e animalesco.

La risposta a questa curiosità può essere estrapolata direttamente dalla storia romana e dall’organizzazione della sua società.

Sono quattro i principali motivi alla base dell’organizzazione dei giochi gladiatori.

I giochi gladiatori come mezzo d’informazione

Il primo motivo era legato alla necessità di informare la popolazione sui fatti storici: ai tempi dei romani, spiegare al grande pubblico gli avvenimenti più salienti, come lo svolgimento di una campagna militare, l’andamento di una battaglia o il racconto di una spedizione, non era semplicissimo.

Attraverso i giochi gladiatori si poteva ricostruire un avvenimento storico che sarebbe stato recepito da migliaia di persone in un solo momento.

Non potendo contare sui mass media, i romani puntavano sulla ricostruzione di grandi avvenimenti all’interno di un anfiteatro: la necessità di informare e raccontare era certamente la prima ragione della presenza di questi giochi.

Un modo per rassicurare il popolo

Il secondo motivo dell’esistenza dei giochi gladiatori è da legare al bisogno di rassicurare la popolazione.

Noi oggi conosciamo le caratteristiche di tutto il nostro globo: i continenti, i mari, i deserti, i popoli.

I romani, invece, avevano sì conquistato enormi porzioni del Mediterraneo, ma vivevano in una zona della terra fortemente circoscritta.

Intuivano la presenza di altri continenti, ma non ne conoscevano l’esatta estensione nè le caratteristiche. E da questo scaturivano diverse paure, legate ad animali sconosciuti, a popoli agguerriti e terribili, che potevano mettere a rischio la sicurezza dell’impero.

I giochi gladiatori servivano così a dimostrare la potenza di Roma, a spiegare quanto Roma fosse forte e stabile e quanto fosse in grado di difendersi da pericoli sconosciuti.

Ci può sembrare strano, ma in realtà, anche noi, oggi, viviamo lo stesso sentimento e abbiamo bisogno delle stesse rassicurazioni.

Abbiamo esplorato tutto il mondo ma non conosciamo fino in fondo l’universo: riusciamo ad osservare il nostro sistema solare e le galassie, ma non sappiamo esattamente fin dove si spinga il cosmo e cosa vi si trova.

E abbiamo paura degli alieni.

Da questa paura e dalla necessità di rassicurazione, nascono i film nei quali gli alieni invadono la Terra e l’umanità, grazie all’intelligenza, con l’arguzia e con la capacità di collaborare e di superare le divisioni, sconfigge il pericolo.

Basandosi sullo stesso concetto, i giochi gladiatori servivano ad esorcizzare la paura dell’ignoto.

L’espressione dei valori

ragioni dietro giochi gladiatori

La terza ragione che spiega l’esistenza di questo fenomeno, a prescindere dalla sua truculenza, è la volontà di condivisione di valori. Attraverso i combattimenti venivano tramandati i valori di coraggio, forza e resistenza, di cui i gladiatori erano straordinari esempi.

E quei valori, quegli esempi, erano poi di ispirazione per la vita di tutti i giorni.

Cosa avrebbe potuto dire una madre prima di mettere a letto suo figlio piccolo? “Sii coraggioso come lo è stato Spartaco nell’arena, che non ha avuto timore e ha vinto, non avere paura del buio!”

I gladiatori nell’antica Roma erano così delle vere e proprie celebrità ed esempi valorosi per la popolazione. Entravano facilmente nell’immaginario collettivo che si affezionava a loro come ad idoli.

La condivisione del potere e la distrazione delle masse

Il quarto e ultimo motivo alla base dell’esistenza dei giochi gladiatori era quello della condivisione del potere: una ragione molto valida perché sfruttando la visibilità dei giochi, sia l’imperatore che i governatori delle Province potevano farsi vedere dal popolo e creare un rapporto di fedeltà basato sulla condivisione.

Quando l’imperatore o il governatore chiedevano alla folla che cosa dovevano fare, se lasciare in vita oppure lasciar morire un gladiatore sconfitto, facevano sentire alle persone che avevano voce in capitolo, che venivano ascoltate e che contavano nella società.

I giochi gladiatori e le dinamiche che si instauravano con il pubblico si rivelavano così uno degli strumenti di consenso più facili da sfruttare.

Ma non solo: i giochi gladiatori erano anche un importante strumento di controllo del popolo.

Come capì perfettamente Ottaviano Augusto, con la sua politica del “Panem ed Circenses” (Cibo e giochi), l’organizzazione di spettacoli serviva a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle attività politiche.

Era un enorme mezzo di distrazione delle masse, o, in momenti particolarmente difficile, un metodo per convogliare lo scontento e il furore del popolo, in modo tale da abbassare il pericolo di rivolte e contestazioni.

L’antica Roma e la guerra giusta, il Iustum Bellum

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Uno dei concetti più importanti e significativi del pensiero romano è certamente quello della “guerra giusta” o “Iustum bellum”.

Nel corso della storia, vi sono state guerre condotte per puro imperialismo, mentre altre, come quella che ha portato alla liberazione dal regime nazifascista, considerate guerre assolutamente necessarie e corrette.

Quale valore aveva questo concetto per i romani?

Una decisione ponderata

Roma credeva nella guerra giusta, ma per comprenderne a fondo le ragioni bisogna osservare le cose con la loro mentalità e immergendosi nel loro tempo.

Per prima cosa doveva esistere un concreto e verificabile pericolo per il popolo romano: altrimenti, scatenare una guerra non avrebbe avuto senso, tenendo conto del fatto che vi doveva essere il via libera del Senato.

Inoltre, i romani ritenevano fondamentale evitare, quando possibile, il conflitto e il primo passo era quello di avviare delle trattative: il potenziale nemico doveva avere la possibilità  di arrendersi o accettare un accordo equilibrato.

In questo senso, l’inviolabilità degli ambasciatori era riconosciuta come parte integrante del diritto di guerra, e arrecare danno ad un emissario era considerato un atto di gravissima viltà e scorrettezza.

Inoltre, anche in caso di ferrea determinazione ad avviare una guerra, i romani stabilivano di attendere almeno 30 giorni per essere certi che non si trattasse di una “reazione” che nasceva dal furore del momento o da rabbia e concitazione.

La guerra doveva essere una decisione fredda e ragionata, e realizzata in accordo con gli Dei, il che presupponeva da parte dei romani anche tutta una serie di riti.

Soprattutto in quella che è stata la prima parte della storia romana, vi erano una serie di adempimenti religiosi da seguire e una delle tradizioni più famose e rispettate era quella di scagliare, simbolicamente, una lancia nel territorio nemico.

Un codice di onore

Regole e tradizioni dovevano essere rispettate anche nel corso della guerra stessa: ad esempio, dopo una battaglia ci si poteva accordare con il nemico per la restituzione dei rispettivi ostaggi.

E se una delle due parti aveva più ostaggi dell’altra, era previsto un pagamento in denaro per compensare la differenza degli uomini.

Caso emblematico, la conquista di una città: prima dell’assedio bisognava dare al nemico la possibilità di arrendersi e di contrattare, attraverso ambasciatori, sempre intoccabili.

Inoltre, solo quando l’ariete toccava per la prima volta la porta o le mura gli attaccanti erano autorizzati, conquistata la città, a compiere violenza.

Quando i romani conquistavano una cittadina, al pari di altri popoli, non facevano mancare razzie, stupri ed omicidi, che erano concepiti per eliminare le ultime sacche di resistenza e per sfogare il grandissimo carico di violenza accumulata nei soldati.

Ma una volta fatta propria la città, non vi era un ladrocinio indiscriminato delle ricchezze, ma una raccolta e una distribuzione regolata del bottino secondo il merito e i gradi oltre a precise punizioni, per chi non si era comportato valorosamente.

Il popolo romano, nonostante la sua brutalità, cercava così di regolarizzare e legalizzare la guerra.

L’avanguardi del pensiero romano

Ecco quindi che la guerra era giusta per i cittadini di Roma quando si seguivano le regole: si trattava di un atteggiamento che nel mondo antico era presente solamente presso i romani.

Ovviamente in alcuni casi le norme sono state “stiracchiate”o aggirate per consentire ad una battaglia di conquista di rientrare in parametri accettabili: qualcosa che accadde in particolare durante il periodo di imperialismo romano, che intercorse dalla guerra contro Pirro fino a Teutoburgo.

Ma eccetto una porzione di tempo relativamente circoscritta, il concetto di Iustum Bellum è un motivo ricorrente che è possibile incontrare per la stragrande maggioranza degli undici secoli della storia di Roma.

E’ qui che si può trovare la differenza tra il pensiero romano e quello dei barbari o di altri popoli: questi non si ponevano nessun particolare problema morale.

In altre parole, gli altri popoli antichi, non si chiedevano se la guerra che stavano facendo fosse “giusta” e se vi fosse una motivazione legittima per combattere rispetto ad una semplice volontà di saccheggio.

Essenzialmente, il barbaro faceva quello che risultava più conveniente.

Ciò che distingueva i romani dagli altri era questa necessità di legalizzare qualsiasi azione, anche se si trattava di attuare qualcosa d’immorale.

Era questo atteggiamento a costituire la base del pensiero romano e a generare il vastissimo ed articolato diritto che ancora oggi conosciamo.

Il razzismo nell’antica Roma. C’erano neri nell’esercito romano?

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Un articolo sulla cultura dell’antica Roma fece discutere qualche tempo fa: Mary Beard, una delle più conosciute esperte globali della materia, scrisse che la società romana era con molta probabilità mista più di quanto si credesse e che all’interno dell’esercito romano vi fossero delle persone di colore.

Un dibattito delicato

Una posizione che le costò a suo tempo un vero e proprio linciaggio su Twitter. Nello specifico la classicista di Cambridge parlava di famiglie di origine africana e sub sahariana, difendendo un cartoon andato in onda sulla BBC nel quale veniva rappresentata in Britannia la presenza di soldati e centurioni di colore.

Nel suo esporre, Mary Beard sostenne che non era data sapere la percentuale di questi uomini, ma che era da considerare come scontata, dato il principio di assimilazione tipico dei romani.

Una posizione, quella dell’esperta, che è stata ovviamente sfruttata e strumentalizzata sia da chi nell’Inghilterra della Brexit era anti-immigrazione, sia da chi sosteneva il principio opposto.

È necessaria quindi una spiegazione tecnica storica e bilanciata.

La capacità di assimilazione della cultura romana

Potevano esserci dei neri tra le fila dell’esercito romano? La risposta è assolutamente si: i romani non erano affatto razzisti e non avevano nessun preconcetto razzista.

Un detto dell’antica Roma, legato alla fondazione della città recitava così: “Romolo ebbe per suoi concittadini coloro che fino a poco tempo fa erano suoi nemici”.

Un proverbio che illustra con semplicità come il romano sia in grado di superare le differenze e integrare.

Partendo da un punto di vista puramente storico, Roma è stata fin dalla sua nascita l’unione di tre tribù diverse e non ha avuto nessun problema a integrare popoli differenti in tutta la sua storia, eccetto un periodo di chiusura di circa 150 anni basato su motivazioni politiche e non razziali.

Roma ebbe addirittura un imperatore libico, Settimio Severo, e uno arabo a mille anni dalla sua fondazione, Filippo l’arabo: segno questo di un popolo che non era assolutamente razzista, sebbene potesse avere pregiudizi iniziali su coloro che non erano parte dell’Impero.

Quello del razzismo era un problema che sostanzialmente non si ponevano: le loro divisioni si sono sempre basate sul censo, sul comportamento, sul peso politico e altre differenze di stampo sociale, mai di tipo razziale.

Ecco quindi che non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ad avere un soldato nero nell’esercito: bisogna riconoscere ancora una volta ai romani il fatto di essere enormemente avanti sotto anche questo aspetto rispetto alla società attuale.

Legionari di colore? Pochi per motivi demografici

È importante però non eccedere nemmeno in senso opposto: è difficile infatti storicamente asserire che vi fossero decine e decine di centurioni o soldati di colore fino in Britannia, per il semplice fatto che i neri provenienti dal ceppo subsahariano, che i romani definivano etiopi, erano molto pochi rispetto al resto della popolazione romana.

I romani infatti si sono espansi in Africa solo sulla costa settentrionale sebbene abbiano avuto contatti con i popoli del Sahara: con i Garamanti in particolare combatterono per un certo periodo di tempo prima di rinunciare alla conquista per evitare dispendio di risorse e di uomini.

I legionari romani di colore quindi, furono pochi per ragioni logistiche e demografiche, ma ci furono.

Come al solito la realtà sta nel mezzo: i romani non erano razzisti e non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ma la presenza di legionari neri all’interno dell’esercito sarà sicuramente stata molto esigua.