Numa Pompilio, il secondo re, è una figura meravigliosa di cui parlare: il suo governo, così diverso da quello di Romolo, fece conoscere a Roma un lungo periodo di pace, ricchezza e tranquillità.
Numa Pompilio, il re della Pace
Romolo, al termine della sua vita terrena, ascese secondo la tradizione al cielo durante una tempesta e il Consiglio del Re, i Patres, cercarono in ogni modo di prendere in mano la gestione delle cariche pubbliche stabilendo un’oligarchia: vennero fermati dalla necessità di trovare una figura amata dal popolo che mantenesse la pace.
Trovare un nome sul quale sia i Sabini che i Romani fossero d’accordo non fu semplicissimo: i primi volevano Velesio, i secondi Proculo.
La quadra si trovò proprio con Numa Pompilio: un romano ma sposato con la figlia di Tito Tazio, re dei sabini e dunque una figura equidistante e potenzialmente in grado di mettere d’accordo tutti quanti.
E’ importante sottolineare che al momento della sua elezione a monarca Numa Pompilio possedeva già un’ottima reputazione ed era considerato un nome di prestigio da tutta la popolazione.
Cosa decise di fare Numa Pompilio? Astenersi completamente dalla guerra. Il re si rese infatti conto che la società romana necessitava di essere stabilizzata e crescere in un clima di pace e tranquillità.
Per raggiungere tale obiettivo decise di usare la religione e più precisamente il timore religioso come strumento di coesione e organizzazione.
La nascita degli ordini religiosi romani
È sotto Numa Pompilio che vengono creati i principali ordini religiosi della storia di Roma.
Il primo collegio sacerdotale creato fu quello dei Flàmini: sacerdoti dedicati a uno specifico Dio. Per ogni divinità esisteva il flamine corrispondente e i più importanti erano la Triade Capitolina, coloro che si occupavano di Giove, Marte e Quirino (Romolo).
Maggiore era l’importanza del flamine più alte erano le sue restrizioni: ecco che quello dedicato a Giove possedeva il potere più grande ma non aveva pressoché libertà nei movimenti a differenza di quella progressiva degli altri due componenti della Triade Capitolina.
Numa istituì anche 12 flàmini minori, sempre importanti ma meno prestigiosi. Creò anche il collegio sacerdotale delle Vergini Vestali: esse ebbero un ruolo vitale per Roma, con il compito di tenerne acceso il fuoco sacro. Queste sacerdotesse erano legate alla Dea Vesta, dovevano rimanere vergini e preparare i cibi che sarebbero stati usati nelle cerimonie religiose.
Si trattava di un ruolo importante e che portava grandi privilegi, come quello di poter fare testamento, ma queste donne speciali non potevano far spegnere il fuoco o avere relazioni sessuali: in entrambi i casi era prevista la morte.
Fu istituito, sempre durante il regno di Numa Pompilio, anche l’ordine degli Auguri, sacerdoti dedicati a interpretare i segni degli Dei senza i quali i romani non prendevano decisioni.
Erano chiamati a interpretare i segni del cielo (tuoni, fulmini, nuvole e qualsiasi altra manifestazione) e i segni degli animali, partendo dai rettili fino ad arrivare ai polli, sfruttati quando si aveva bisogno di responsi veloci.
I Salii, altro ordine fondato dal secondo Re di Roma, erano coloro che decidevano quando era tempo di stare in pace e quando bisognava fare la guerra e in base al loro responso i cittadini seguivano ordini e tradizioni differenti. Erano in grado di decidere se gli uomini dovessero considerarsi cittadini o soldati.
I Feziali erano invece dei sacerdoti che dovevano controllare che venisse rispettato il diritto internazionale o il diritto di guerra. Prima di attaccare una popolazione vicina bisognava infatti rispettare delle dinamiche ben precise: ad esempio i feziali erano coloro che prendevano l’asta e lanciavano simbolicamente nel territorio nemico per dichiarare guerra, tradizione romana durata per moltissimi secoli.
Infine ma non per importanza, vi erano i Pontefici, chiamati a far andare d’accordo i vari sacerdoti tra di loro.
La morte di Numa Pompilio
Numa Pompilio, a differenza di molte figure importanti romane, morì di vecchiaia dopo un lungo regno di pace e prosperità e merita di essere ricordato anche per l’istituzione del calendario di 12 mesi che tutt’oggi utilizziamo: inizialmente infatti per i romani un anno era composto da 10 mesi, con inizio a marzo.
Al suo interno vennero istituiti sia i giorni fasti, favorevoli a qualsiasi attività e quelli nefasti, nei quali diverse azioni erano sconsigliate.
La crocifissione è un supplizio proprio del mondo antico. Uno dei metodi più rozzi, barbari e dolorosi di condannare a morte un essere umano.
Anche nell’antica Roma, la crocifissione faceva parte delle pene che potevano essere comminate da un tribunale, con alcune varianti che dipendevano dalla colpa.
Origini e condanna alla croce
La crocifissione è una pratica che trova le sue origini molto prima dei romani. Ne abbiamo alcune testimonianze già nel mondo babilonese.
Ma secondo i più autorevoli studi papirologici, sarebbero stati i Cartaginesi a formalizzare i dettagli della crocifissione e ad utilizzarla in maniera sistematica come condanna penale.
I romani, così, importano da Cartagine questo micidiale tipo di supplizio e lo includono nell’ordinamento giuridico. Nel 247 a.C, Tito Livio ci parla per la prima volta di 25 schiavi condannati alla crocifissione: la più antica conferma di questa pratica presso i romani.
La sofferenza e l’umiliazione propria di questa pena capitale era tale che secondo le leggi romane, non poteva essere applicata ai cittadini e nemmeno ai soldati, ma solamente agli schiavi, ai ribelli e ai sediziosi.
La condanna e la flagellazione
A deliberare una condanna alla crocifissione provvedeva un giudice, il più delle volte un pretore, ma anche un altro magistrato o carica con autorità penale.
Al termine del giudizio, si pronunciavano le parole: “Sia crocifisso!” e si emetteva il “Titulus“, ovvero la motivazione della condanna che sarebbe stata scritta su un cartello, apposto sopra la croce.
Il primo atto era la comparsa di due esecutori, o tortores, che provvedevano a spogliare completamente il condannato e a legarlo ad un palo o ad una colonna, per poi fustigarlo alla presenza del giudice.
Si utilizzava in quel caso una frusta a due o tre lembi di cuoio, dove ogni striscia era dotata di pezzi di osso, metallo o legno per acuire il dolore e le lacerazioni inflitte.
Il suppliziato veniva così colpito circa 20 volte, ferendolo in maniera orribile ma senza compromettere la sua integrità fisica, in modo che fosse abbastanza in forze per proseguire con la procedura di crocifissione.
Rivestito e scortato dai soldati, il condannato veniva portato all’esterno ed era costretto a portare sulle spalle, con le braccia legate, il palo orizzontale che sarebbe stato utilizzato per la sua crocifissione.
Iniziava così una vera processione per tutta la città: molto spesso la gente insultava, malediva e lanciava piccoli oggetti al condannato, mortificandolo in ogni maniera, e umiliandolo pubblicamente.
Il suo percorso sarebbe inevitabilmente finito fuori dalle mura della città, dal momento che per legge nessuna crocifissione poteva essere eseguita entro il perimetro cittadino.
La crocifissione
Accompagnato in una zona deserta, il condannato trovava quasi sempre i pali verticali già saldamente impiantati.
I suoi aguzzini lo spogliavano e potevano sequestare e dividersi a loro piacimento gli abiti e i suoi ultimi averi, prima di inchiodarlo.
Si iniziava ad inchiodare le mani: il chiodo veniva fissato nei palmi o più spesso nei polsi, per avere maggiore resistenza, il condannato veniva poi issato sulla croce e si terminava con un ulteriore chiodo fissato nei due piedi accavallati uno sull’altro.
In realtà, se il suppliziato si fosse sorretto solamente sulle mani e sui piedi sarebbe presto caduto dalla croce: per questo era previsto che sotto le sue gambe si trovasse una piccola sporgenza, tale da farlo sedere a cavalcioni e permettergli di rimanere in posizione.
Iniziava così, una devastante agonia che, secondo le fonti, poteva durare anche alcuni giorni.
L’agonia sulla croce
Il principale problema del suppliziato, oltre all’iniziale terribile dolore per l’inserimento dei chiodi, era il peso della gabbia toracica che in quella posizione veniva fortemente compressa e gli impediva di respirare.
Per cercare di riprendere fiato, era così costretto a issarsi sulle mani ma soprattutto spingere con le gambe inchiodate, subendo un misto di senso di soffocamento e di lancinanti dolori che creavano un mix davvero micidiale.
Alcuni soldati presidiavano la zona, per evitare che parenti e amici potessero soccorrerlo: per il condannato non c’era scampo.
Nel corso del tempo, il dolore e il terrore aumentava e le energie mancavano sempre di più. Dopo una straziante agonia, il crocifisso moriva per collasso cardiocircolatorio e per dissanguamento.
Peggiorare il dolore o alleviare la sofferenza
Durante questo agghiacciante processo, esistevano dei metodi per peggiorare ulteriormente il dolore del condannato.
Attraverso alcune sostanze medicamentose che rimarginavano le ferite, ma soprattutto dei miscugli di mirra o di posca (acqua e aceto) si poteva risvegliare il suppliziato, facendogli percepire ancora di più il dolore e acuendo le sue sensazioni.
Al contrario, esistevano due metodi per dimostrare un minimo di pietà nei confronti del morituro: il primo, anche se paradossale, era quello di spezzargli le gambe. In questo modo il condannato non poteva più fare leva su di esse e il soffocamento giungeva molto prima, accorciando di alcune ore le sue pene.
Il secondo, più definitivo, era un colpo di grazia al costato, all’altezza del cuore, che lo avrebbe ucciso in pochi minuti, terminando le sue sofferenze.
L’abolizione della crocifissione
La crocifissione fu una pena capitale in vigore per tutta la storia romana, sia repubblicana che imperiale. Dobbiamo il suo termine all’imperatore Costantino.
Il primo imperatore cristiano, che traghettò l’impero romano verso la nuova confessione religiosa, fu un grandissimo riformatore. Nel 341 d.C., Costantino abolì la crocifissione dall’elenco delle pene che potevano essere inflitte da un tribunale pubblico, “per rispetto di Gesù“, che secondo la tradizione era stato giustiziato esattamente con questo terribile rito.
La crocifissione continuò ad essere praticata così solamente nel mondo orientale.
Fonti
CRUCIFIXION – By: Kaufmann Kohler, Emil G. Hirsch
Giovanna D. Merola; Amalia Franciosi, Manentibus titulis: studi di papirologia ed epigrafia giuridica, Satura Editrice, 2016
Il braccio alzato e la mano distesa di fronte a sè: un saluto ampiamente identificato con il nazifascismo e chiamato volgarmente “saluto romano”.
Ma i romani si salutavano veramente così? No. Studiandone le origini si può scoprire che il gesto che identifichiamo con questo nome, non è legato alla storia romana come si potrebbe pensare.
In realtà non si possiedono fonti antiche che ci confermino dettagliatamente il modo con cui i romani si salutassero.
Si deve pensare che probabilmente si abbracciassero o che si stringessero la mano o gli avambracci, perché questo significava che non avevano delle armi in pugno.
Il braccio alzato non apparteneva, per quanto sappiamo, alla vita civile, ma ad altre situazioni più codificate.
Il saluto di tipo militare
In quali occasioni allora i romani potevano alzare il braccio?
A volte poteva capitare che gli imperatori o i generali alzassero il braccio per compiere alcuni gesti sacri nei confronti dei propri uomini e del proprio esercito, come vediamo in diversi bassorilievi come la colonna traiana.
L’imperatore poteva alzare il braccio per salutare solennemente i suoi soldati, oppure nel momento in cui doveva graziare un sottoposto, il braccio veniva alzato e poi abbassato come ad “accompagnare”, per esprimere il concetto del perdono.
Ne è una dimostrazione il gesto che è possibile osservare nella statua equestre di Marco Aurelio. Insomma, il movimento di un generale e non un saluto a braccio teso.
I movimenti nell’arte oratoria
Una seconda situazione nella quale i romani avrebbero potuto alzare il braccio è legata agli oratori e all’arte oratoria: quest’ultima non comprendeva solo la capacità di parlare ma anche di gesticolare e di muovere il proprio corpo in modo tale da risultare più convincente.
Quintiliano arriva addirittura a farci conoscere delle norme a riguardo: mentre si parla il braccio non va mai sollevato oltre gli occhi perché creerebbe un fastidio alla vista e non deve essere abbassato sotto la cintura pena sembrare troppo impostati o rigidi.
In nessun caso si hanno prove del saluto romano a braccio rigido e teso.
Il chiasmo nelle statue
Molta confusione viene creata dalle statue romane giunte fino i nostri giorni: diverse mostrano il personaggio che riproducono con il braccio alzato.
Questo è un retaggio dell’arte greca a cui quella romana si ispira. Più nello specifico si parla della struttura a chiasmo, che prevede una forma generale caratterizzata da una gamba tesa (sulla quale la figura si appoggia) e braccio alzato corrispondente da un lato e gamba e braccio a riposo dall’altro. Un modo semplice per creare armonia e dinamicità nel posizionamento.
Le statue quindi hanno il braccio teso soprattutto per riprodurre la plasticità tipica del corpo umano.
Fare il saluto romano è reato?
Il saluto a braccio teso dei romani è quindi un falso storico creato nel 1914 da Gabriele D’Annunzio, per l’occasione autore e consulente del kolossal Cabiria.
E’ lui che sdogana questo tipo di saluto, poi ripreso dalla propaganda fascista e standardizzato: si racconta che all’inizio nemmeno i gerarchi fascisti volessero utilizzarlo.
Altri ne identificano l’origine in un dipinto di Jacques-Louis David del 1784 che riprende il “Giuramento degli Orazi”, con i tre eroi che alzano il braccio teso, che tuttavia fa riferimento ad un solenne giuramento militare, e non ad un saluto civile.
A livello legale è reato fare il saluto romano? Dipende dalla situazione e soprattutto dalle intenzioni.
Se il saluto romano esprime approvazione singola e personale per la storia e l’ideologia fascista, non essendoci il reato di opinione, non è considerabile illegale.
Ad esempio, se ci si trova davanti a una tomba di un gerarca fascista e si fa il ben noto gesto, secondo la Corte di Cassazione non è un reato: si tratta di un segno celebrativo e della libera espressione di una propria convinzione.
Al contrario, per la legge Scelba, il saluto romano è reato quando la sua esecuzione viene svolta soprattutto in gruppo e/o nell’ambito di una organizzazione che mostra la volontà di apologia del fascismo e la potenziale ricostituzione di un nuovo partito fascista.
È perseguibile chi, ad esempio, fa il saluto romano nell’ambito di una manifestazione politica o che lo accompagna ad altri evidenti segni (tatuaggi, bandiere, fasci littori e simboli) condivisi da un gruppo di persone.
La battaglia della Trebbia (o del fiume Trebbia) è uno scontro avvenuto il 18 dicembre del 218 a.C. durante la seconda guerra punica, fra le legioni romane del console Tiberio Sempronio Longo e quelle cartaginesi guidate da Annibale.
In quella zona i Romani subirono la prima grande sconfitta della Seconda Guerra Punica un generale che dimostrò uno sconfinato talento sul campo di battaglia.
Annibale attraversa le Alpi e raggiunge l’Italia
All’alba del conflitto con Annibale, i romani credevano di dover ripetere ciò che era avvenuto nel corso della prima guerra punica: pensando di scontrarsi prevalentemente sul mare, disposero una ingente flotta e schierarono il grosso delle loro legioni in Sicilia, pronte per attaccare il Nord Africa.
Annibale li sorprese tuttavia impegnandosi nel suo celebre viaggio attraverso l’Europa e varcando le Alpi: presi totalmente alla sprovvista, i romani partirono all’inseguimento del condottiero cartaginese incontrandolo una prima volta in battaglia sul fiume Ticino, scontro nel quale partecipò il padre di quello che sarà poi noto come Scipione l’Africano.
Nonostante Annibale abbia segnato una vittoria, la Battaglia del Ticino, rimase tuttavia una schermaglia di poco conto.
Fu nella battaglia della Trebbia che Roma subì la prima grande disfatta ad opera di un generale in grado di unire ad una profonda conoscenza del territorio la psicologia del nemico.
Annibale mostrò di possedere una ampia capacità di disporre e gestire gli uomini e di prevedere i movimenti tattici dell’avversario.
Le mosse di Annibale e il tranello a Sempronio Longo
Per comprendere come si svolse la battaglia della Trebbia è necessario prima di tutto avere una idea chiara del posizionamento delle varie componenti dei due eserciti.
Da una parte, sulla destra nell’immagine, vi sono i Castra Scipionis e Castra Sempronis, accampamenti con soldati rispettivamente guidati da Scipione, il quale aveva già incontrato i cartaginesi nella battaglia del Ticino e Sempronio Longo, richiamato dalla Sicilia a dare manforte alle truppe romane schierate al nord.
I due comandanti non erano concordi sulla strategia da seguire: Scipione preferiva attendere e studiare il suo nemico, Sempronio voleva attaccare subito per porre fine immediatamente il conflitto.
I due generali avevano il comando dell’esercito a giorni alterni: Sempronio decise per l’attacco alla prima occasione utile, costringendo l’altro comandante a seguirlo.
Dal canto suo Annibale, all’interno del suo accampamento, posto sulla sinistra del territorio, studiò adeguatamente la zona e decise di nascondere alcuni soldati guidati dal fratello minore Magone, esperti e valorosi, nei pressi di Rivergaro, arretrati rispetto agli accampamenti romani e abilmente nascosti.
Nel frattempo, decise di giocare la sua partita anche dal punto di vista psicologico: fece infatti uscire la cavalleria dall’accampamento con il compito di andare a provocare il nemico.
Le truppe di cavalleria si avvicinarono per farsi notare dalle sentinelle dell’accampamento dei Romani, portando Sempronio a fare ciò che lui desiderava: far uscire all’attacco i Velites, coloro che erano adibiti al lancio di frecce, sassi e giavellotti insieme alla cavalleria romana.
Il continuo “mordi e fuggi” di Annibale nei confronti delle truppe romane ebbe l’effetto sperato: i velites sprecarono munizioni, la cavalleria romana si stancò, e Sempronio Longo decise di attaccare, senza preparare adeguatamente i suoi soldati.
La disposizione per la battaglia
Entrambi gli eserciti vennero mobilitati e tutti i soldati uscirono dall’accampamento, ma con una importante e sostanziale differenza: mentre i soldati di Annibale avevano riposato, avevano dormito bene, avevano fatto una robusta colazione e si erano spalmati di olio e di grasso contro il freddo, i soldati romani, che si erano precipitati direttamente fuori dall’accampamento, erano completamente a digiuno, non erano totalmente coperti dalle loro corazze, erano stati mobilitati in tutta fretta e avevano freddo.
Sempronio, per di più, prese una decisione errata: fece attraversare in queste condizioni la Trebbia ai suoi soldati, facendoli arrivare sul campo di battaglia bagnati, infreddoliti e stanchi.
La battaglia della Trebbia vide i romani schierati nella loro formazione classica con i Velites davanti, i legionari al centro e la cavalleria classicamente schierata a destra e a sinistra.
Anche Annibale schierò davanti i suoi velites, posizionando la fanteria al centro, con gli elefanti ai lati della fanteria e la cavalleria sia all’estremità sinistra che a quella destra.
La battaglia
La differenza tra lo stato di salute dei due eserciti si vide immediatamente, appena le due parti entrarono in contatto.
La battaglia si aprì con il consueto scontro fra velites, ma quelli romani dimostrarono ben presto di essere stanchi ed inefficaci e si ritirarono subito nelle retrovie.
Nel frattempo, le cavallerie si scontrarono con i propri avversari e lo stesso fece la fanteria.
La cavalleria cartaginese, più riposata e fresca, mise quasi subito in fuga quella romana.
Non appena ebbe terminato questo compito e trovandosi alle spalle dei romani, caricò sul retro la fanteria di Longo.
Proprio in quel momento, le truppe di Magone, sapientemente tenute da parte, sbucarono all’improvviso e colpirono anche loro da dietro i romani, inglobandoli in una morsa circolare e perfetta.
Nonostante il totale accerchiamento, i soldati romani riuscirono comunque a bucare le file dell’avversario, e a filtrare attraverso lo schieramento dei nemici.
I superstiti si rifugiarono nella vicina città di Piacenza, sicuramente graziati da Annibale, che pare non fosse intenzionato a compiere uno sterminio totale, non infierendo su soldati che si erano comunque dimostrati molto valorosi in campo.
Le conseguenze
La battaglia della Trebbia segnò una vittoria netta per il comandante cartaginese.
Purtroppo i romani non si resero conto della caratura del loro avversario. La sconfitta della Trebbia fu attribuita esclusivamente alla superficialità di Sempronio Longo, e il Senato provò dapprima a bloccare la discesa di Annibale braccandolo sugli Appennini, e concedendogli poi una ulteriore battaglia, quella del lago Trasimeno, e quella di Canne. Entrambe sconfitte.
Un radicale cambio di strategia avvenne solo grazie a Quinto Fabio Massimo, che pensò di seguire Annibale senza affrontarlo in campo aperto e con Publio Cornelio Scipione, che portò effettivamente la cultura militare romana ad un nuovo livello, dimostrandosi capace di affrontare le tattiche del cartaginese.
Questa battaglia è un esempio del genio di Annibale che merita rispetto: Roma è stata grande ad avere il privilegio di affrontare un nemico del genere, conquistandosi la gloria di batterlo.
La potenza di Roma si espresse anche e soprattutto sul mare.
I romani erano considerati navigatori di “acque dolci” come i fiumi del Lazio o dell’entroterra, ed effettivamente, quando arrivarono alla prima guerra punica contro i Cartaginesi, che avevano al contrario secoli di tradizioni navali alle spalle, sembravano destinati a soccombere.
“Non potrete nemmeno lavarvi le mani nel mare“, avvertirono da Cartagine.
E invece, i romani svilupparono la più potente flotta navale del mondo antico, diventando i completi dominatori del Mediterraneo, che venne ribattezzato “Mare Nostrum” o anche “Il lago privato di Roma“.
Tutto questo fu possibile grazie alle straordinarie caratteristiche delle navi romane, e alle tattiche di combattimento, in cui la marina militare dell’Antica Roma toccò punte di eccellenza assoluta.
La bireme
La bireme era così chiamata per via dei due ordini di remi di cui disponeva. Lunga circa 23 metri e larga 3, la bireme era l’unità più piccola dell’intera flotta navale, e veniva utilizzata per il trasporto di uomini, di alcune merci e di equipaggiamento, oppure con funzioni di avanscoperta o ricognizione.
Non si tratta di una imbarcazione particolarmente armata: notiamo solamente a prua un accenno di “rostro”, o sperone in legno, accompagnato, come tutte le navi da guerra, da scritte benauguranti o piccole immagini sacre.
Aveva a disposizione due vele: la prima, al centro della carena, la più grande, e una seconda più orientata verso la prua.
Sulla poppa, oltre che al timone per governare la direzione, anche la postazione del comandante, accompagnata dallo stendardo della legione di appartenenza.
La liburna
Si trattava di una variante della bireme, con delle caratteristiche abbastanza simili ma con un perfetto bilanciamento e particolarmente adatta a dei rapidi cambi di direzione.
L’idea della liburna era venuta ai romani dai pirati. Nella zona della odierna Croazia, vi erano delle aree chiamate Istria, Liburnia e Dalmazia. Erano terre dominate da terribili ed efficienti pirati, che avevano sviluppato proprio questo tipo di imbarcazioni per compiere le loro scorrerie.
Osservandole, Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Ottaviano Augusto, aveva pensato di copiarne lo stile.
Furono queste imbarcazioni ad essere decisive nella battaglia di Azio nel 31 d.C, lo scontro che consegnò il potere definitivo nelle mani di Augusto ai danni di Marco Antonio e di Cleopatra.
La trireme
Con 40 metri di lunghezza e 5 metri e mezzo di larghezza, e tre file di remi, la trireme era l’unità da combattimento più nota e abbondante nella flotta romana.
La sua funzione era di combattimento e di mischia: erano le prime ad entrare in contatto durante uno scontro navale e la versione certamente più abbondante.
Sulla prua, appena sotto il pelo dell’acqua, un vero e proprio rostro. Si trattava di uno sperone realizzato in bronzo o in ferro, studiato per colpire e bucare il fasciame della nave avversaria. Vicina al rostro, altri due speroni più piccoli, che avevano il compito di allargare lo squarcio e peggiorare il danno dopo il colpo.
Sempre vicino alla prua, un piccolo ponticello d’assalto. Era una specie di scala realizzata in legno e con dei pioli, al termine della quale era posizionata una punta acuminata, perfetta per incastrarsi una volta calata.
La nave si avvicinava, abbassava il ponticello e agganciava inesorabilmente l’imbarcazione avversaria. Attraverso il ponte, i soldati romani potevano passare e trasformare la battaglia da navale a corpo a corpo, dove eccellevano particolarmente.
Lungo il bordo della nave correva anche una sporgenza che permetteva di ospitare dei legionari, anche questa una idea che favoriva l’abbordaggio degli avversari.
Ma non solo: lungo tutto il ponte della nave erano posizionate delle piccole ma efficaci armi di artiglieria. Le più comuni erano certamente gli scorpioni, delle strutture maneggevoli che consentivano di scagliare una freccia o un giavellotto ad incredibile velocità e potenza.
Similmente, gli onagri: erano delle piccole costruzioni in legno e metallo che lanciavano delle palle di piombo o di ferro contro le navi che si avvicinavano ad una certa distanza.
Insomma: tutta la nave rappresentava una vera e propria piattaforma di tiro che rendeva estremamente pericolosa la trireme.
Verso la poppa, si trovava anche una piccola torretta rinforzata: era il luogo dove si appostavano degli arcieri, che erano efficacemente nascosti dallo sguardo dei nemici, ma che potevano tenere sotto tiro chiunque capitasse entro la gittata di un normale arco romano.
Sul fondo, sempre la posizione del comandante e lo stendardo della legione.
La quadrireme
Era una l’unità navale immediatamente successiva alla trireme, entrata in servizio a partire dal principato di Augusto.
Con quattro ordini di remi, aveva un potente rostro, e al posto di un semplice ponticello di assalto, era dotata questa volta di un vero e proprio piccolo corridoio, formato da un paio di assi di legno e un corrimano per evitare di cadere in acqua, spinti dai nemici.
Una costruzione snella ed efficiente che dava molta stabilità e consentiva di far passare un grande numero di soldati in poco tempo.
Le vele erano sempre due, ma più grandi e posizionate in maniera più centrale lungo la carena.
Rimangono invariate le armi di artiglieria, mentre la torretta degli arcieri è ancora più alta e fortificata. A volte potevano essere addirittura due.
In poppa, sempre il comandante e l’insegna della legione.
La quinquireme
Con cinque file di remi, era lunga 48 metri e larga 8 e mezzo.
Assomigliava molto alla quadrireme ed era quella che più risentiva dell’influsso dell’ingegneria cartaginese, da cui i romani copiarono abbondantemente.
Era leggermente più veloce della quadrireme e costituiva l’unità armata più grossa ed imponente della flotta.
I corvi potevano essere due: uno a prua e l’altro a poppa, per un abbordaggio da due punti contemporaneamente.
L’esareme
Era una nave di grandissima stazza con sei ordini di remi.
In realtà non veniva utilizzata per il combattimento, ma per il trasporto dell’ammiraglio e degli ufficiali delle legione. Era la nave del generale, che ispirava fiducia nelle altre unità e guidava l’intera operazione militare.
Non era dotata di un corvo, ma di due alte torri di guardia con un grande numero di soldati e di arcieri a protezione dello stato maggiore dell’esercito.
Aveva una sola, grande vela quadrata di colore porpora: il colore dei generali.
La caudicaria
Questa nave serviva per i trasporti, sia per mare che per fiume.
Si trattava di una grossa nave dalla carena bassa e piatta, una vera e propria chiatta, perfetta per trasportare una grande quantità di qualsiasi cosa.
Dai soldati, all’equipaggiamento e alle armi, ma anche macchine di artiglieria o di assedio, fino a torrette rinforzate in ferro o costruzioni imponenti.
Quando doveva scaricare, era abitudine attaccare una serie di buoi o animali da traino ad uno dei due bordi dell’imbarcazione, per avvicinarla alla riva e inclinarla leggermente, in modo da favorire lo sbarco delle attrezzature più pesanti.
Le tattiche navali della Roma antica
Una volta schierate in mare, la navi romane seguivano una serie di tattiche fondamentali che derivavano dall’esperienza greca e che vennero poi ottimizzate dai generali nel corso del tempo.
Mentre sulla terra si tende a posizionare il nucleo più forte dei propri uomini al centro e sull’ala destra, in mare era il contrario. La navi più potenti erano posizionate sulle ali, mentre il centro costituiva la parte più mobile e “liquida” dello schieramento.
Di norma, erano le navi più agili e maneggevoli a dare il via al combattimento, seguite da quelle più pesanti che intervenivano in un secondo momento.
L’affondo con il rostro
Il primo e più elementare metodo di attacco era quello di speronare la nave avversaria sul fianco attraverso il rostro, sfasciando la costruzione e facendo imbarcare acqua al nemico.
Le operazioni dei rematori venivano saggiamente organizzate e coordinate con i comandi che venivano impartiti dall’alto.
Il colpo di rostro doveva essere ben calibrato: doveva sicuramente avere una forza sufficiente per forare le protezioni dell’imbarcazione avversaria e creare uno squarcio sufficientemente ampio.
Ma se la forza propulsiva fosse stata eccessiva, il rostro si sarebbe addirittura conficcato e le due navi sarebbero rimaste incastrate. Cercando di disincagliarsi, la nave attaccante avrebbe potuto perdere il rostro e imbarcare acqua a sua volta.
L’attacco era quindi paragonabile ad una “pugnalata” ben assestata che doveva però ritrarsi altrettanto efficacemente per non diventare una azione controproducente
Il periplo
Il periplo era una tecnica da utilizzare quando si disponeva di un numero superiore di imbarcazioni rispetto all’avversario e quest’ultimo si posizionava in una sola fila di navi.
Dal momento che la propria fila di unità, schierate ordinatamente, era più lunga di quella dell’avversario, si cercava di avvicinarsi e di far convergere i propri fianchi su quelli del nemico, per circondarlo.
In questo modo si inglobava completamente il nucleo di navi nemiche che senza scampo venivano affondate.
Era la prima e più elementare tecnica che si tentava di utilizzare in mare
Il periplo con variante
Quando le proprie navi erano in inferiorità numerica, il periplo andava adattato ad una situazione di svantaggio.
In questo caso il nemico aveva una fila di navi più lunga rispetto alla propria. Si cercava allora di utilizzare le proprie ali per attaccare e tenere impegnate le ali dell’avversario.
Al centro, invece, le imbarcazioni tenevano la prua dritta contro il nemico in modo da mantenere una posizione normale, ma indietreggiavano con una mossa calcolata, per dare l’impressione che stessero perdendo terreno ed attirare le navi avversarie in un imbuto, in una trappola.
Quando la fila avversaria era stata divisa sostanzialmente in tre, le navi centrali invertivano la marcia e si facevano sotto.
Così, la forza numerica del nemico veniva compensata dividendone le forze.
Il Diekplous
Tecnica sopraffina e molto insidiosa.
A fronte di un nemico che schierava la proprie navi in una sola fila, si creava per contro una colonna, in fila indiana, di imbarcazioni che puntavano al centro dell’avversario.
Quando la prima nave della fila stava per entrare in contatto, un lato dei rematori iniziava di punto in bianco a remare all’indietro, mentre l’altro manteneva l’andatura in avanti.
Questa azione provocava un rapidissimo “giro” della nave di 90 gradi che andava rasente al nemico e ne rompeva i remi. La nave poi si allontanava e la seconda della fila si accaniva sull’imbarcazione colpita, che senza una parte della rematura aveva una possibilità di movimento alquanto limitata.
Se qualche altra nave nemica avesse tentato di andare in soccorso, le altre unità in fila avrebbero ripetuto la stessa manovra.
L’obiettivo era rompere lo schieramento avversario in due, e renderlo più debole.
Per questa tattica esistevano alcune contromisure. La prima era quella di avvicinare le navi le une alle altre per togliere lo spazio necessario alla manovra.
La seconda era quella di posizionare le proprie navi su due file, in modo che la seconda fila avrebbe potuto attaccare le navi in colonna. Questo, però, significava restringere il fronte della proprie navi, ed esporre lo schieramento al pericolo di periplo classico.
Il cerchio
Quando l’avversario aveva un numero soverchiante di unità e non vi erano i presupposti per vincere, si adottava una misura di estrema difesa, in attesa di poter fuggire o dei rinforzi.
Le navi venivano posizionate in cerchio con la prua rivolta verso l’esterno. In questo modo, ci si chiudeva letteralmente “a riccio” e il primo che avesse cercato di avvicinarsi sarebbe stato ripetutamente attaccato da una serie di rostri in sequenza.
Non tutto quello che viene raccontato su Roma e la sua storia corrisponde alla realtà: molti esempi che si tendono a dare come veritieri e scontati sono in realtà falsi miti tramandati travisando le informazioni a disposizione, a partire dall’uso dei pollici fino ad arrivare a Nerone incendiario.
Pollice in su o pollice in giù?
Uno dei falsi miti più diffusi riguardanti l’antica Roma riguarda il fatto che si usasse il pollice verso per condannare.
La leggenda vuole che se l’Imperatore all’interno dell’arena o del Colosseo avesse mostrato il pollice in alto la persona sarebbe stata salva mentre se lo avesse rivolto in basso sarebbe morta.
Le fonti di Roma antica in realtà non confermano niente di tutto ciò, anzi.
Alcuni studi relativi all’epoca hanno portato a galla indizi dai quali sembrerebbe che avvenisse esattamente il contrario: il pollice in alto è simile a una spada, quindi rivolgerlo in alto sarebbe sinonimo di morte mentre porlo verso il basso significherebbe rinfoderare la spada, e quindi salvare la vita di chi è in attesa del verdetto.
Nerone, l’incendiario con la cetra
Altro mito duro a morire nella società attuale è quello che vorrebbe l’imperatore Nerone aver dato fuoco a Roma per poi osservarla bruciare suonando la cetra.
Questo luogo comune è più recente di altri riguardanti l’Impero Romano e deriva direttamente dai film di Hollywood che hanno esacerbato la figura del despota in questione.
La città di Roma venne effettivamente quasi rasa al suolo nel 64 d.C. a causa di un incendio che ne colpì varie zone: il punto è che Nerone non era nemmeno presente in città e non diede nessun ordine di appiccare il fuoco.
La realtà storica dei fatti vuole i cittadini romani chiedersi in gran numero cosa fosse successo e “incolpare” Nerone perché oltre che imperatore era edile della città e quindi responsabile per la sicurezza del popolo.
L’imperatore poi ne approfittò per dare la colpa alla setta dei Cristiani che in quel periodo si prestavano ai suoi occhi particolarmente bene come capro espiatorio.
I soldati romani con il pennacchio
Cosa dire poi della raffigurazione dei soldati romani? Non tutti avevano il pennacchio in testa: questo era un tratto distintivo esclusivamente dei centurioni. E non era nemmeno rosso, come non erano rossi i mantelli quando presenti nella dotazione del soldato.
Nella Roma antica ottenere il colore porpora non era né semplice né economico: era quindi impensabile che si potessero produrre facilmente migliaia di mantelli rossi da distribuire ai soldati i quali, tra l’altro, non avevano bisogno di questo tipo d’indumento.
Un altro mito favorito dalla rappresentazione cinematografica di questa figura tanto quanto quella del gladiatore.
Chi “studia” la storia romana attraverso i film tende a pensare che i romani fossero praticamente tutti gladiatori: non è così. Certo, tendenzialmente questi combattenti erano schiavi, ma potevano essere anche vip o ricchi.
Erano persone che frequentavano le scuole gladiatorie ed erano gestiti dai lanisti. Non era una vita facile quella del gladiatore e non veniva scelta da molti come possibilità di carriera.
I romani che vomitavano per mangiare di nuovo
Un altro mito su Roma da sfatare? Spesso i romani vengono dipinti come dei pazzi invasati che mangiavano fino a scoppiare salvo poi vomitare e mangiare nuovamente.
Questa è ovviamente una rappresentazione altamente fuorviante, derivante dal fatto che all’interno degli anfiteatri esistessero delle strutture chiamate “vomitoria” che, a dispetto di quel che si possa pensare, non erano luoghi dove dare di stomaco per poi rincominciare a rimpinzarsi.
Si trattava piuttosto di passaggi appositamente creati per far defluire la folla attraverso dei canali controllati e non pesare troppo sulle scalinate. Insomma, un modo per muoversi e gestire gli spazi in maniera sostenibile.
Certo, alcune opere raccontano e raffigurano grandi banchetti romani, ma si tratta i casi isolati ed estremi che spesso venivano presi ad esempio o riprodotti per condannare un comportamento eccessivamente lascivo.
In conclusione Roma era ben diversa da come le leggende metropolitane la vogliono dipingere: prima di convincersi di qualcosa riguardo la sua storia è bene consultare fonti attendibili.
Le strade di Roma sono tuttora uno degli elementi più riconoscibili della civiltà romana: come venivano costruite? Conoscere questo passaggio della storia di Roma è importante sia dal punto di vista storico che da quello ingegneristico.
Le funzioni delle strade nel mondo romano
Erano tre, sostanzialmente, le motivazioni per le quali le strade venivano costruite.
La prima era di tipo militare: le legioni che conquistavano per la prima volta un territorio avevano bisogno delle strade per permettere un passaggio ordinato e sicuro dei soldati al suo interno.
Ovviamente man mano che la provincia veniva conquistata e romanizzata subentrava anche la seconda ragione per la quale le strade venivano costruite: la possibilità di avere delle vie di comunicazione di facile sfruttamento.
I romani, all’avanguardia come sempre, avevano infatti dato vita a un servizio postale: le comunicazioni non erano solo verbali, ma anche scritte e i postini del tempo avevano bisogno di strade che consentissero di recapitare i messaggi nei punti più disparati dell’Impero.
Specialmente durante l’epoca d’Augusto il sistema basato sullo sfruttamento delle strade funzionava in maniera egregia e consentiva di favorire le comunicazioni senza dover passare per boschi in condizioni selvagge.
La terza motivazione, non meno importante delle precedenti, era legata al passaggio delle merci, soprattutto quando la stabilità delle province era ormai consolidata.
Basta pensare all’importanza delle strade nel sistema commerciale moderno per rendersi conto di quanto potesse essere basilare la loro esistenza ai tempi dei romani.
Le fasi di costruzione di una strada romana
Come costruivano le strade i romani? Senza dubbio erano le costruzioni nelle quali eccellevano, anche grazie ad una progettazione ed esecuzione che passavano per fasi ben precise, che hanno consolidato nel corso del tempo e che hanno permesso loro di ottenere risultati straordinari.
La prima cosa che facevano i romani era quella d’individuare l’itinerario della strada. Gli esperti compivano delle esplorazioni e cercavano di capire dove potesse essere più comodo e utile che la strada passasse: ovviamente in presenza di ostacoli naturali si tendeva ad allungare il percorso della stessa per poterla costruire con più facilità e ottenere una semplificazione del lavoro per gli operai.
È importante sottolineare che al fine di rendere il livello della strada sempre omogeneo i romani erano pronti a scavare gallerie oppure a riempire dei terreni bassi ove necessario.
Dopo l’esplorazione del territorio e la decisione dell’itinerario, entravano in campo gli ingegneri, i mensores che avvalendosi di uno strumento specifico tracciavano gli angoli retti e definivano in maniera geometrica la griglia della strada.
Questi addetti eseguivano i calcoli fondamentali che permettevano alla strada di avere sempre una struttura sana, lineare e sempre uguale in tutte le sue parti, dall’inizio alla fine.
Finiti i calcoli, arrivava il momento del primo scavo, il quale serviva per arrivare alla parete di roccia sottostante o comunque a un punto rigido che potesse essere la base ideale per la successiva costruzione.
Sebbene a seconda dei territori e delle epoche siano state registrate piccole variazioni, il primo passaggio per la costruzione di una strada romana passava per l’utilizzo degli aratri che tracciavano due solchi paralleli che poi venivano rinforzati con delle pietre poste a margine a creare una sorta di muretto.
Si procedeva quindi a scavare in profondità per ottenere uno scavo profondo, pulito, omogeneo e solido al quale si applicavano quattro strati composti in modo differente.
Il primo strato era costituito da grossi massi e pietre che venivano legati insieme dal cemento: il più importante e forte. Il secondo era composto sempre da massi e sassi, più piccoli dei precedenti e legati dalla calce al fine di poter assicurare alla strada il drenaggio dell’acqua.
Veniva poi posto un terzo strato chiamato “nucleus” ed era quello composto da “breccia”, ovvero sassolini di ghiaia compattati che garantivano solidità e stabilità orizzontale e un quarto, quello dove le persone avrebbero camminato e le bighe e i carri sarebbero passati, ottenuto con il posizionamento di grandi sassi piatti e lunghi.
Un leggero declivio assicurava il fluire dell’acqua ai margini della strada per evitare allagamenti.
Gli acquedotti erano la prima impronta di civiltà che Roma lasciava ogni qualvolta raggiungeva un nuovo territorio e probabilmente la struttura che più facilmente ricordiamo quando pensiamo alla loro civiltà.
Nel Medioevo esisteva addirittura una leggenda: i viandanti erano convinti che delle costruzioni così maestose e complesse non potessero derivare dall’intervento umano e, a metà fra storia e superstizione, andavano dicendo che erano stati dei “giganti”.
Ancora oggi, sorvolando con l’elicottero alcune delle terre che appartenevano all’Impero Romano possiamo osservare con ammirazione ciò che rimane di queste costruzioni.
Vediamo insieme come veniva ideato, progettato, costruito e mantenuto un acquedotto romano.
La scelta della sorgente
Il primo passo da affrontare era quello della scelta della sorgente. I romani compivano tutta una serie di ricerche, di assaggi e di sperimentazioni, per individuare una fonte idrica e una sorgente che fossero adatte.
Quando trovavano una fonte che sembrava essere perfetta, perché posizionata più in alto rispetto alla città che doveva rifornire, la mettevano sotto esame per verificarne la qualità.
Uno dei primi passi era lo studio dello stato di salute delle persone che già avevano consumato quell’acqua. E, sebbene avessero delle strumentazioni scientifiche molto limitate, raccoglievano dei campioni e cercavano di capire il sapore dell’acqua assaggiandola più volte nel corso del tempo, così da basare la loro costruzione su una sorgente che fosse quanto più sana e sicura.
Il calcolo della pendenza
Il secondo passo che i romani affrontavano per costruire l’acquedotto una volta trovata la fonte era il calcolo della pendenza.
Ovviamente non disponevano di strumenti come le pompe idrauliche in grado di tirare l’acqua attraverso una serie di meccanismi: potevano solamente sfruttare la forza di gravità, e per farlo dovevano creare la pendenza corretta.
Per questo motivo la fonte doveva essere posizionata più in alto rispetto alla sua destinazione: il calcolo della pendenza rappresentava la base di tutto il progetto. La conduttura d’acqua, per essere ideale, doveva avere una pendenza media del 2 per mille.
Per misurare questo valore, i costruttori romani utilizzavano sostanzialmente due strumenti: il primo è il chorobates, una piccola costruzione di legno con dei pesi di piombo che permetteva di calcolare la pendenza del luogo in cui ci si trovava.
Grazie a questo strumento i romani riuscivano a prendere delle prime misure molto efficienti e abbastanza precise.
Il secondo utilizzato era la dioptra, una creazione greca che tramite un gioco di angoli permetteva di calcolare l’angolazione dell’acquedotto sia prima della costruzione sia durante la costruzione per verificare che la pendenza fosse quella che era stata decisa fin dall’inizio.
La depurazione dell’acqua
Una volta scelta la sorgente giusta e calcolata la pendenza, l’acqua teoricamente poteva raggiungere la città. Il punto era far sì che arrivasse al centro abitato il più possibile pulita: i romani utilizzavano due metodi molto validi a tale scopo.
Il primo passava attraverso la progettazione delle vasche di sedimentazione. Si trattava di alcune vasche distribuite lungo il percorso dell’acquedotto: alcune erano poste immediatamente dopo la fonte, altre a intervalli distanziati nel corso dell’intero tragitto.
Erano pensate per radunare l’acqua durante il percorso e farla ristagnare temporaneamente, in modo tale che sul fondo di questi “recipienti” si depositassero foglie, materiale limaccioso, fango e polvere. In questo modo si riusciva a depurare l’acqua dai sedimenti più pericolosi ed inquinanti.
Il secondo metodo per ottenere un’acqua pulita si basava sulla protezione delle condutture dalle intemperie: in un acquedotto, sia la parte sotterranea che quella esposta alla luce venivano ricoperte da una serie di materiali naturali che non rilasciavano sostanze, ma che impedivano a foglie, pioggia e qualsiasi altra sostanza esterna di penetrare nell’acqua durante il suo percorso.
In questo modo era possibile per i romani garantire una sufficiente e accettabile purezza dell’acqua.
Il superamento di colline e valli
Il percorso dell’acqua doveva affrontare due ostacoli principali: le colline e, al contrario, le valli.
Nel primo caso si provvedeva semplicemente a scavare attraverso le colline, nel rispetto dell’ambiente e senza bloccare o creare del danno al territorio e agli abitanti circostanti.
A seconda della morfologia del territorio si potevano incontrare anche delle valli molto profonde e in quel caso vi era il bisogno di costruire delle strutture di sostegno per colmare il vuoto e mantenere la pendenza calcolata delle tubature.
Fu per questa ragione che i romani misero a punto le costruzioni basate sugli archi: una struttura facile da realizzare, resistente e capace di distribuire egregiamente il peso.
Ovviamente la costruzione doveva essere solida. A volte non era possibile costruire una sola fila di archi, perchè ogni arco sarebbe stato troppo grande, e allora si creava una fila di archi più grandi e al di sopra una seconda fila di archi più piccoli per mantenere una certa robustezza.
La tecnica del sifone invertito
Il sifone invertito rappresenta senza dubbio il top dell’ingegneria romana.
Per quanto i costruttori cercassero d’individuare dei territori che fossero predisposti per la costruzione degli acquedotti, ogni tanto si imbattevano in valli così profonde e così impervie che era impossibile pensare di ovviare al problema con la costruzione di un numero sproporzionato di archi.
In queste situazioni limite, i romani sfruttavano il principio dei vasi comunicanti e usavano la tecnica del sifone invertito (diverso da quello moderno): l’acqua veniva fatta raccogliere in una enorme e apposita vasca adibita a tale scopo per accumulare peso.
Nel momento in cui il peso veniva accumulato a sufficienza, l’acqua cadeva per gravità e con una determinata forza lungo una tubatura che si appoggiava a degli archi che attraversavano il centro della valle.
Con la sola “rincorsa”, l’acqua era in grado di risalire contro la forza di gravità dal lato opposto e raggiungere la sua destinazione, ovvero una vasca posizionata al lato opposto, leggermente più in basso della prima.
L’acqua, una volta arrivata a destinazione, finiva nella vasca di distribuzione dove eventuali sedimenti si depositavano sul fondo per un’ultima fase di purificazione, dopodiché il sistema distribuiva il fluido nella città.
In questo modo, gran parte dei cittadini potevano accedere costantemente a una fonte continua di acqua pulita e controllata, anche grazie a dei pozzetti di ispezione che consentivano di verificare lo stato della struttura in ogni momento.
Si calcola che Roma, alla fine del III secolo, avesse 11 acquedotti funzionanti. E la portata d’acqua degli acquedotti di Roma, fu superata solo da quello di New York, nel 1926.
L’assedio di Gerusalemme del 70 dopo Cristo è uno scontro avvenuto nell’ambito della prima guerra giudaica (66-70 d.C) tra i legionari romani guidati dal generale Tito e i ribelli Giudei asserragliati all’interno della loro capitale.
L’assedio, durato oltre tre mesi, si concluse con una piena vittoria romana. Anche se l’operazione militare costò un elevato numero di vittime, si concluse con la profanazione e la distruzione del tempio sacro, oltre al furto del candelabro a sette bracci sacro per gli ebrei, la Menorah.
I rapporti tra Romani e Giudei
I rapporti tra i romani e i giudei erano cominciati con l’intervento del generale Gneo Pompeo, che nelle sue campagne orientali del 63 a.C. si era intromesso nella guerra civile che dilaniava quel popolo.
Le vittorie di Pompeo lo avevano portato ad addentrarsi fino alla capitale Gerusalemme, che in quella occasione venne risparmiata dal generale romano, che rispettò la sacralità del luogo.
Nel corso degli anni successivi, la Giudea venne gradualmente trasformata in provincia grazie alla mediazione del Re Erode il grande, un sovrano gradito all’amministrazione politica romana che guidò la regione con relativa saggezza.
Erode fu autore di diverse splendide costruzioni, tra cui lo sfarzoso Palazzo che portava il suo nome e altre meravigliose infrastrutture nella città di Gerusalemme.
Il principale problema che Roma riscontrò nella gestione della provincia, fu dovuto all’inadeguatezza dei suoi amministratori.
Gli uomini politici e i governatori inviati da Roma per amministrare il territorio, non conoscevano appieno le dinamiche della popolazione nè le caratteristiche della religione ebraica, che era invece di vitale importanza per i Giudei.
Gli emissari di Roma non riuscirono neppure ad entrare efficacemente in contatto e in collaborazione con le elìte nobiliari del luogo. Questo rendeva la Giudea una provincia fortemente instabile e puntualmente ricca di rivolte e ribellioni.
Un segno tangibile della poca esperienza degli amministratori romani si verificò nel 66 d.C, quando per via di una incomprensione con le autorità romane, un gruppo di ribelli sollevò dei trambusti nella città di Gerusalemme. L’allora governatore, Gessio Floro, reagì in maniera straordinariamente dura, inviando rapidamente un contingente militare per sedare la rivolta.
L’azione di Floro si tradusse nella morte di oltre 3600 giudei, ed ottenne l’effetto controproducente di allargare la rivolta a tutta la provincia, costringendo Roma ad un intervento su vasta scala.
Nel 66 d.C l’imperatore Nerone inviò i suoi due migliori generali, Vespasiano e Tito, per riprendere il controllo della provincia. I guerriglieri Giudei non affrontarono i romani con grandi battaglie risolutive, ma basarono la loro strategia sul metodo della guerriglia, frazionando gli scontri in tutto il territorio e rendendo particolarmente difficile sedare la rivolta.
Vespasiano e Tito furono così impegnati in una situazione particolarmente difficile e straordinariamente costosa in termini di legionari impiegati e di risorse economiche.
La situazione ebbe un battuta d’arresto alla morte dell’imperatore Nerone. Deceduto senza ulteriori eredi, si aprì per Roma il famoso “Anno dei quattro Imperatori”, in cui i contendenti alla carica si affrontarono militarmente più volte.
Al termine di quest’anno di grande instabilità militare e politica, fu proprio Vespasiano ad avere la meglio e sul territorio di Giudea rimase in carica il generale Tito, che ottenne l’incarico di stroncare definitivamente la rivolta e riportare la pace nel territorio.
A Tito vennero affidate 4 legioni a pieni ranghi, oltre ad un gran numero di soldati ausiliari e di truppe reclutate sul territorio che si erano aggiunte alla compagine romana, soprattutto per un senso di rivalità nei confronti dei ribelli.
La struttura di Gerusalemme antica
Il generale Tito partì con il suo contingente militare seguendo tre linee d’attacco. Sotto il suo diretto comando, la legione dodicesima e quindicesima partì dalla Samària per attaccare Gerusalemme da settentrione.
Da est venne fatta avvicinare la decima Fretensis, che era partita da Gerico e aveva rapidamente colmato lo spazio che la separava dalla capitale della Giudea.
Da Occidente partì, dalla città di Emmaus, la quinta macedonica. La città nemica fu così rapidamente attaccata da più fronti, per minimizzare le possibilità di organizzazione e reazione dei ribelli.
Gerusalemme sorgeva incastonata in una serie di valli antichissime, più volte citate nei testi sacri e dal Vangelo. A nord-est si stagliava la valle di Giosafat, mentre ad est la famosa valle dei Cedri, alle cui spalle vi erano i monti degli Ulivi.
A sud, la valle di Hinnom e ad ovest la valle di Gihon. Queste ampie vallate permettevano a Gerusalemme di essere rifornita da numerosi corsi d’acqua, che garantivano alla città una ottima autonomia, soprattutto in caso di assedio.
Era una metropoli antichissima ed estremamente vasta, organizzata in ampi quartieri che si erano accresciuti nel corso del tempo.
Il centro nevralgico era il suo sfarzoso tempio circondato da un ampio spiazzo e da poderose mura: all’interno, il sacro candelabro a sette bracci della Menorah, il principale simbolo di tutta la religione ebraica.
A nord-est del tempio, si stagliava la fortezza Antonia, costruita per garantire la sicurezza alla zona sacra e che fungeva da estremo baluardo di difesa e di osservazione del territorio circostante.
Ad occidente di questo complesso si stendevano due quartieri: quello più settentrionale era la residenza delle elìte ebraiche, il quartiere dei nobili, che deteneva il controllo politico della città.
Mentre più a sud le case popolari, dove risiedeva la maggior parte della popolazione, che costituiva un ampio sobborgo densamente popolato.
Nel corso degli anni, Gerusalemme aveva inoltre conosciuto un’ulteriore espansione verso settentrione: si era così formato un ulteriore quartiere definito “Seconda città“, anch’esso protetto da importanti opere murarie.
Ancora, un nuovo allargamento verso Nord aveva generato la cosiddetta “Città Nuova“, anche lei protetta da poderose mura.
Ognuna di queste cinte murarie era alta almeno nove metri e rafforzata da numerosi bastioni, ma non solo: diverse aperture nascoste consentivano ai Giudei di eseguire rapidissime sortite all’esterno contro un eventuale aggressore.
Gerusalemme si presentava così come una città straordinariamente difficile da assediare e da conquistare, come la storia successiva dimostrò pienamente.
I primi scontri a nord e ad est
Il primo ad arrivare sul posto, da settentrione, fu il generale Tito con le sue due legioni. Vennero immediatamente approntati un paio di accampamenti a distanza di sicurezza, mentre lo stesso Tito, con un contingente di 600 cavalieri, compì una prima ricognizione per individuare i punti deboli della città.
Già in questa fase, l’esercito romano fu messo a dura prova: mentre la colonna di cavalieri guidata da Tito stava compiendo una passaggio vicino alle fortificazioni a settentrione, due colonne di Giudei uscirono da alcuni passaggi e attaccarono il contingente romano.
I Giudei furono in grado di isolare e circondare alcuni cavalieri, lasciando il generale Tito completamente disorientato e staccato dal resto del proprio contingente.
Tito, valutata la situazione, decise di eseguire una coraggiosa carica di cavalleria direttamente contro i Giudei, con sprezzo del pericolo, riuscendo a disimpegnare i cavalieri che erano stati circondati e salvandoli da morte certa.
Anche l’avvicinamento dei legionari romani verso la parte orientale della città non ebbe sorti migliori. Mentre erano impegnati a costruire l’accampamento, i Giudei eseguirono una seconda sortita.
I legionari vennero colti completamente di sorpresa. Tito, con la sua cavalleria, riuscì a stabilire una linea di difesa che dovette sopportare due ondate di attacchi Giudei: per poco i legionari non furono completamente annientati.
L’estrema situazione di pericolo si risolse nel momento in cui una parte dei legionari riuscì a completare l’accampamento. I soldati ripiegarono rapidamente all’interno delle loro costruzioni, così come i Giudei, che tornarono sui loro passi e riguadagnarono la città.
L’attacco occidentale e la presa della Città Nuova
L’estrema aggressività dei Giudei aveva già avuto effetti sul morale dei legionari. Per questo motivo, Tito valutò che il lato est della città fosse troppo pericoloso e difficile da assediare e scelse di concentrare i suoi sforzi sulla zona occidentale di Gerusalemme.
Finalmente, i legionari romani eseguirono un primo vero attacco alla cinta muraria: i soldati utilizzarono delle rampe per colmare il dislivello con le mura su cui venivano issate degli arieti e delle torri.
I Giudei utilizzarono ancora una volta le loro porte nascoste per attaccare i legionari sui fianchi. I soldati romani si trovarono così a dover costruire e movimentare le opere d’assedio mentre venivano attaccati frontalmente e ai fianchi, in momenti di estrema concitazione e di pericolo.
Nonostante la grandissima resistenza dei Giudei, i romani riuscirono a bucare la prima cinta muraria e a conquistare la cosiddetta “Città Nuova”, all’interno della quale posizionarono un accampamento provvisorio, che sarebbe stato il punto di riferimento di ogni attacco successivo.
La presa della Seconda Città
Ora, l’obiettivo dei romani era quello di conquistare la “Seconda città“: Tito concepì uno sfondamento diretto contro la porta principale.
Una prima azione sembrò avere successo: i legionari riuscirono a penetrare all’interno della seconda zona di Gerusalemme. Ma un’improvviso attacco dei Giudei, che sbucarono dal reticolo di viuzze della zona, costrinsero la colonna romana ad una ritirata strategica e ad un nuovo acquartieramento all’interno del loro accampamento, per resistere alla furia dell’avversario.
Un secondo tentativo, condotto alcuni giorni dopo, ebbe più successo. Si trattò di un attacco multiplo, che riuscì a bucare la cinta muraria in più punti: i romani riuscirono così a conquistare la seconda città, pur se con un enorme sforzo.
La situazione, a questo punto, vedeva la metà della città di Gerusalemme ormai a disposizione dei Romani e l’altra metà ancora nelle mani dei Giudei. Rimanevano però da conquistare le zone più importanti ed impervie, come il quartiere nobiliare, la fortezza Antonia e, soprattutto, il Tempio sacro.
La lotta sulla fortezza Antonia
Tito diede ordine di attaccare su due fronti: il primo doveva sfondare le mura del quartiere nobiliare, mentre il secondo aveva come obiettivo la conquista della fortezza Antonia.
Per conquistare quest’ultima, i legionari romani costruirono nuovamente una serie di rampe e di enormi torri di assedio.
Ma i giudei risposero con una tecnica innovativa ed imprevista: ebbero l’idea di scavare un lungo tunnel sotterraneo che, superando le mura della fortezza Antonia, arrivò a posizionarsi perpendicolarmente al di sotto delle rampe romane.
Appiccando il fuoco alla parte terminale del tunnel, il calore si propagò rapidamente attraverso la rampa romana facendola crollare, e distruggendo tutte le opere di assedio, vanificando il lavoro dei legionari.
La situazione non era migliore sul fronte del quartiere nobiliare, dove una sortita dei Giudei era riuscita a distruggere le opere d’assedio. I legionari si salvarono nuovamente grazie ad un intervento di cavalleria, guidata da Tito.
Nonostante la conquista di una buona metà di Gerusalemme, il morale dei legionari romani era piuttosto basso: soprattutto per l’enorme fatica e la doppia sconfitta che avevano appena subito.
Tito pensò dunque che fosse arrivato il momento di affamare gli avversari. Indisse una piccola gara: la squadra di soldati che avrebbe costruito più rapidamente una porzione di muro per isolare i Giudei, avrebbe avuto dei vantaggi e dei premi una volta conquistato il bottino.
Spinti da questa rivalità interna, l’esercito romano approntò in 3 giorni una circonvallazione di 8 km che circondò l’intera città: entro poche settimane i Giudei iniziarono a patire ferocemente la fame.
Le cronache parlano di condizioni estreme: i cadaveri iniziarono ad accumularsi per le strade, i superstiti mangiarono ogni tipo di animale, fino ad episodi di puro cannibalismo.
Mentre la fame affliggeva i Giudei, un evento del tutto imprevisto giocò in favore dei romani.
Il tunnel che era stato costruito per disinnescare le rampe romane, con l’effetto della pioggia, ebbe l’effetto di far crollare inaspettatamente una parte delle Mura della fortezza Antonia.
Si aprì così per l’esercito romano una importantissima possibilità di penetrare in una zona strategica di Gerusalemme. Gli scontri ripresero durissimi: un primo attacco attraverso i resti delle rampe e delle mura della fortezza, fu respinto dai Giudei, in quanto capaci di rifornire e alternare gli uomini con maggiore efficacia rispetto ai legionari.
Un secondo attacco notturno fu ancora più frustrante e confuso: i Giudei avevano rubato le armature dei legionari caduti precedentemente e le avevano indossate per disorientare gli avversari.
Gli scontri continuarono tutta la notte nella ferocia e nella confusione più totale.
L’arrivo del mattino giocò a vantaggio di Tito: i suoi uomini riuscirono mano mano a distinguere con maggior precisione gli avversari dai loro commilitoni.
Dopo giorni di lotte, la fortezza Antonia venne quasi completamente rasa al suolo e i romani riuscirono finalmente a toccare le mura difensive del tempio.
Le battaglie del Tempio
Questa parte dell’assedio si divide in più scontri successivi chiamati “battaglie del Tempio”.
Semplificando, in un primo momento i romani riuscirono a creare una breccia nella zona nord-est, ma le aperture erano ancora troppo ristrette per utilizzare efficacemente il gladio e combattere con successo.
Alcune rampe che vennero costruite per raggiungere la stessa altezza delle mura furono in realtà portatrici di morte.
I Giudei, con una finta ritirata, lasciarono che i romani arrivassero a conquistare una porzione delle mura per poi dare fuoco all’intera struttura: un inferno di fiamme che carbonizzò i legionari e che portò i romani a rinunciare e a ritirarsi, per rimandare l’attacco ai giorni successivi.
Come molte altre volte nella storia, fu l’instancabile determinazione e la costanza a consegnare il successo ai romani.
Nei giorni successivi, i legionari attaccarono nuovamente, allargando gradualmente la breccia nelle mura e riuscendo a distribuirsi meglio nel grande spiazzo antistante al tempio.
La zona attorno al luogo sacro, si trasformò così in una enorme arena di combattimento, con i romani sul lato occidentale e i giudei a protezione del tempio.
Esattamente in questa fase della battaglia accadde un fatto significativo: i Giudei sacrificavano ogni mattino dei capri al loro Dio per chiedere protezione e sostegno contro l’esercito invasore.
Ma proprio in quei giorni, con i romani vicinissimi, venne sacrificato l’ultimo capro a disposizione. Con il termine dei sacrifici, fra i giudei si diffuse la paura e il sospetto di essere stati abbandonati dalla loro divinità.
La lotta del tempio fu estenuante, si protrasse per diversi giorni e ancora una volta furono le cariche di cavalleria di Tito a consentire ai legionari di guadagnare terreno.
La situazione ebbe una svolta quando i romani riuscirono a schiacciare l’esercito giudeo contro le mura del tempio limitando la loro possibilità di manovra.
Lì, nel bel mezzo dei combattimenti, avvenne in maniera quasi fortuita che un paio di legionari appiccarono il fuoco ad una porzione del tempio.
Rapidamente, le fiamme divamparono, mangiando in poche ore tutte le bellezze che da secoli erano conservate all’interno dei luoghi sacri.
Per il tempio di Gerusalemme fu la fine: i legionari penetrarono in ogni dove e riuscirono, abbattendo ogni tipo di avversario, ad impadronirsi della zona più sacra di Gerusalemme.
Qualche giorno dopo, come fosse il passaggio di un testimone, i legionari romani acclamarono Tito, e nella stessa piazza dove si erano svolti i sacrifici al Dio dei Giudei, vennero compiuti gli stessi atti in favore degli Dei romani.
La conquista degli ultimi quartieri
Dal lato occidentale del tempio i romani penetrarono nel quartiere popolare: si scatenò una serie di combattimenti feroci e macabri.
Le strade erano disseminate di cadaveri mentre l’odore di putrefazione si spandeva a metri di distanza.
Le case basse e le piccole viuzze erano perfette per continui agguati ed imboscate contro i legionari, che dovettero battere a tappeto tutto il sobborgo, sterminando ogni avversario sul loro cammino.
Nell’arco di pochi giorni, la città di Gerusalemme era quasi completamente capitolata: rimaneva da conquistare solo il quartiere nobiliare, con i capi della resistenza.
In questo caso, Tito optò per due linee di attacco: la prima avvenne dall’esterno della città. Per abbattere le ultime mura vennero issate delle rampe, delle torri d’assedio e degli arieti.
Cadde così, anche lo splendido palazzo del re Erode.
I fuggitivi cercarono di scappare attraverso le vie del quartiere nobiliare, ma ad aspettarli, distribuiti su tre punti, vi erano altri soldati che riuscirono rapidamente ad intercettarli e finirli.
Dopo oltre tre mesi di assedio, la città di Gerusalemme era capitolata di fronte alla potenza romana.
La vittoria e il furto della Menorah
Si era così consumato uno degli eventi più tragici della storia antica che portò la Prima Guerra giudaica ad una definitiva svolta in favore della potenza romana.
Iconico, rimane il momento del furto del candelabro a sette bracci, la Menorah, immortalato nell’Arco di Trionfo dedicato a Tito, una volta diventato imperatore.
Il simbolo della potenza dell’esercito romano che aveva piegato i valorosissimi ed irriducibili avversari Giudei.
Intorno al 210 a.C. la Repubblica Romana era in rapida espansione in tutto il Mediterraneo: ma nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivato un gravissimo pericolo dal Nord che avrebbe trovato il suo culmine e la sua risoluzione solo con la battaglia di Aquae Sextiae.
Fu proprio in quel momento che le tribù germaniche decisero di migrare verso il sud dell’Europa per trovare dei nuovi territori da coltivare e dove vivere, entrando in contatto con la Repubblica Romana e scatenando delle guerre devastanti, caratterizzate da lotta per sopravvivenza da entrambe le parti e da straordinarie sconfitte e vittorie sul filo del rasoio.
Di certo per la Repubblica Romana la battaglia di Aquae Sextiae, combattuta da Caio Mario, rappresenta una parte fondamentale di quella che è la storia non solo di Roma ma dell’Italia intera.
La migrazione dei Teutoni e la sconfitta di Noreia
Tutto cominciò nel 210 a.C. quando le popolazioni dei Cimbri, dei Teutoni e degli Ambroni si unirono alla ricerca di nuovi territori in cui vivere partendo da quella che è l’odierna Danimarca per migrare verso sud: un percorso incerto e difficile nel quale ad un certo punto vennero in contatto con la Repubblica Romana.
Le tribù germaniche chiesero delle terre per potersi fermare e prosperare ma i romani, con una punta di arroganza e non valutando correttamente il pericolo nel quale potevano imbattersi, risposero negativamente.
Si arrivò velocemente a uno scontro tra le due parti a Noreia, una cittadina di quella che ora è l’Austria orientale.
Differentemente da quel che si poteva pensare, i romani subirono una sonora sconfitta, venendo pesantemente decimati, seppur lasciando una grande devastazione anche tra le truppe germaniche le quali scelsero di proseguire da un’altra parte il loro peregrinare all’interno dell’Europa.
Una fortuna inaspettata per i Romani, i quali non avrebbero avuto in quel momento nessuna legione per difendere la Pianura Padana e l’Italia intera.
Una nuova sconfitta dei Romani ad Arausio
Un fatto questo ignorato dai Germani che prima trovarono rifugio in Gallia e poi incontrarono nuovamente le truppe di Roma ad Arausio.
La Repubblica Romana in questa occasione compì un errore immenso che pagò a caro prezzo: inviò due comandanti di due fazioni politiche differenti, uno parte degli ottimati e l’altro dei popolari. Il desiderio di entrambi di prendersi il merito di un eventuale trionfo, li spinse ad accamparsi in due luoghi separati dividendo di fatto le loro forze.
I Cimbri li assalirono travolgendoli con un’orda di soldati, dando vita a una delle peggiori sconfitte della storia dell’esercito Romano.
Nonostante la sconfitta di Arausio, le tribù germaniche si resero conto che la Repubblica Romana era comunque molto forte e capace di opporre una resistenza estenuante: decisero per questo di spostarsi verso la Spagna dove incontrarono i guerrieri celtiberi, soldati molto forti e resistenti che dopo alcuni anni riuscirono a sconfiggerli e a metterli nuovamente in fuga verso la Gallia.
Per i germani rimaneva solo la possibilità di conquistare l’Italia e per questo decisero di dividersi in tre tronconi: il primo intenzionato a passare attraverso le Alpi per sbucare nell’odierno Piemonte, il secondo pronto a muoversi per la strada del Brennero e il terzo in cammino per passare attraverso le Alpi Giulie.
La battaglia ad Aquae Sextiae
Sembrava non esserci speranza di vittoria per la Repubblica Romana, se non fosse per l’entrata in gioco di un giovane ma abilissimo generale: Caio Mario, uomo politico e militare di nuova concezione il quale, pur trovandosi davanti a una sfida veramente difficile, decise di “giocare” con astuzia.
Mariò cominciò infatti a seguire le mosse dei germani, e diede ordine di costruire un accampamento ben fortificato nel quale radunò il suo esercito.
Rifiutando, secondo un disegno prestabilito, lo scontro in campo aperto, i Teutoni sfilarono davanti all’accampamento dei romani: tanti erano, che impiegarono 6 giorni. E non mancarono le provocazioni: “Stiamo andando a Roma a divertirci con le vostre donne“, gridavano ai nemici.
Caio Mario non aveva paura che i Teutoni e le altre popolazioni potessero arrivare indisturbati a Roma, ma voleva che i suoi soldati si potessero abituare alla vista di questi enormi guerrieri e che montasse in loro la voglia di rivalsa e di vendetta.
Al termine di questa provocatoria sfilata, Caio Mario spostò i suoi legionari seguendo alcune scorciatoie, così da precedere le truppe germaniche fino ad intercettarli e stavolta bloccarli nella località di Aquae Sextiae.
Era arrivato il momento dello scontro.
Caio Mario utilizzò una tattica che, se non copiata, prese certamente ispirazione da quella messa a punto da Annibale proprio contro Roma: decise di mettere un piccolo contingente di soldati di cavalleria nascosti in un piccolo boschetto accanto al campo di battaglia, mentre il resto della fanteria venne schierata in blocco, anticipata dalla cavalleria.
Appena avvistato i nemico, i Teutoni si posizionarono davanti alle truppe romane, nella loro classica formazione a quadrato e lanciarono un attacco immediato. Caio Mario, che aveva studiato il territorio, aveva fatto però posizionare le sue truppe in alto, su una zona in pendenza.
Quando i Teutoni partirono con la loro tremenda carica non si resero conto che per loro la strada era in salita.
Il pensiero da soldato “professionista” vinse su quello del barbaro: le truppe germaniche vennero rallentate e affaticate dalla pendenza, mentre quelle romane sfruttarono la discesa per colpire ancora più velocemente con la cavalleria e la fanteria.
Un errore tattico quello dei germani evidente e importante: i soldati barbari vennero ricacciati in pianura e distrutti dall’esercito romano, il quale potè contare sulla cavalleria nascosta ai lati del campo di battaglia per porre definitivamente fine allo scontro.
Le conseguenze
L’intero popolo dei Teutoni fu sterminato o ridotto in schiavitù.
Alcuni dei prigionieri furono mostrati l’anno successivo ai Cimbri prima della Battaglia dei Campi Raudii. Gaio Mario infatti disse al re dei Cimbri durante la fase preliminare delle trattative “Non preoccupatevi dei vostri fratelli (Teutoni), abbiamo dato loro delle terre che conserveranno in eterno” per poi mostrare alcuni prigionieri teutoni aggiungendo “essi sono qui, e non possiamo permettere che ve ne andiate senza salutarli“.
La vittoria di Aquae Sextiae segnò l’inizio della riscossa romana sui germani, e assieme alla vittoria dei Campi Raudii, sancì il tramonto del pericolo germanico nei confronti di Roma.
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