Liubo: emerse due plance nelle sepolture imperiali Han

Rinvenuti antichi tavolieri da gioco incisi su mattoni all'interno di tombe risalenti a oltre duemila anni fa. Il ritrovamento solleva interrogativi inediti sull'alto valore simbolico e rituale dei passatempi aristocratici destinati ad accompagnare i defunti nell'oltretomba.

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Square, weathered brick tile with a rough brown surface and faint edge marks.

A XI’AN, antica capitale imperiale situata nella provincia dello Shaanxi nel cuore della Cina, una recente indagine stratigrafica ha restituito alla comunità scientifica reperti di inestimabile valore per la comprensione delle consuetudini ludiche ed escatologiche dell’antichità. Le evidenze materiali, minuziosamente documentate dagli esperti dello Shaanxi Provincial Institute of Archaeology e successivamente divulgate agli studiosi di tutto il mondo attraverso le colonne della testata The Greek Reporter, aprono nuovi e affascinanti scenari interpretativi. Il fulcro di questa eccezionale scoperta è rappresentato dal rinvenimento di due plance da gioco integre, inequivocabilmente destinate alla pratica del Liubo, un celebre passatempo aristocratico. Tali manufatti sono stati rinvenuti all’interno di due complessi sepolcrali ascrivibili alla temperie culturale e politica della Dinastia Han, un’entità statuale di primaria grandezza la cui egemonia si è estesa, secondo la cronologia tradizionale, tra il 206 a.C. e il 220 d.C., abbracciando dunque un arco temporale che transita dalla fine del III secolo a.C. fino agli albori del III secolo d.C. La città di Xi’an, già nodo cruciale di antiche vie di comunicazione e culla di innumerevoli testimonianze del passato imperiale, conferma in tal modo la propria centralità assoluta nella ricostruzione delle dinamiche sociali fiorite in seno all’Estremo Oriente. La Dinastia Han, sotto il cui dominio si forgiò gran parte dell’identità culturale cinese, ci consegna un frammento inedito della propria intimità quotidiana, qui elevata a dignità monumentale dalle rigorose necessità del rito funebre.

L’aspetto di maggiore rottura rispetto ai paradigmi archeologici consolidati risiede nella peculiare composizione materica dei tavolieri rinvenuti. Fino a questo momento, la storiografia di settore aveva catalogato plance per il Liubo realizzate quasi esclusivamente attraverso l’impiego di materiali considerati di pregio o di complessa lavorazione artigianale, come il legno sottoposto a reiterati processi di laccatura, oppure la pietra finemente scolpita. Le due superfici portate alla luce a Xi’an sovvertono questa prassi, presentandosi come tavolieri direttamente e sapientemente incisi su mattoni a pianta rigorosamente quadrata. Questa singolare deviazione materica offre spunti di profonda riflessione in merito alla destinazione d’uso degli oggetti. Analizzando i reperti nel dettaglio, gli archeologi hanno notato una marcata dicotomia stilistica tra i due supporti fittili: mentre un primo laterizio risulta impreziosito da un elaborato apparato decorativo a matrice squisitamente geometrica, il secondo esemplare si staglia per un rigore formale quasi assoluto, palesandosi come un semplice mattone privo di qualsivoglia orpello estraneo alle mere linee funzionali alla dinamica del gioco. La scelta di incidere il tracciato ludico nel corpo di un mattone, elemento costruttivo per eccellenza, suggerisce una precisa volontà teologica, volta ad ancorare indissolubilmente il concetto stesso del gioco alla struttura architettonica della dimora eterna.

Nonostante il proliferare di ritrovamenti che testimoniano l’indiscussa popolarità del Liubo presso le élite, l’impalcatura normativa e il corpus di regole che ne disciplinavano lo svolgimento sfuggono tuttora a una decodificazione definitiva da parte degli antichisti. Il consenso filologico, tuttavia, converge nel ritenere che la complessa competizione richiedesse il dispiegamento di sei pedine per ciascun contendente. L’avanzamento di questi elementi sul reticolo di gioco non era affidato al puro calcolo intellettuale, bensì al responso aleatorio generato dal lancio di specifici bastoncelli divinatori, o in alternativa, di antichi dadi. Tale commistione tra perizia tattica e sottomissione al fato conferiva al passatempo una dimensione profondamente allegorica. Le pedine divenivano, di fatto, gli attori di una drammaturgia silenziosa, dove il caso decideva inesorabilmente le sorti della partita, fungendo da potente metafora per le imprevedibili vicissitudini che governano l’esistenza umana.

La contestualizzazione di tali manufatti all’interno di inaccessibili camere sepolcrali impone, come atto doveroso per ogni filologo e storico, una rilettura ermeneutica della loro funzione ultima. Considerando la rigidità intrinseca del supporto in laterizio e la totale assenza di tracce d’usura evidenti, la comunità accademica esprime motivate e logiche riserve in merito alla possibilità che queste specifiche plance siano mai state impiegate per un effettivo confronto agonistico nel corso della vita terrena. Prende invece vigore l’ipotesi interpretativa secondo cui ci troviamo di fronte a riproduzioni squisitamente simboliche, simulacri fittili creati ex novo con il precipuo ed esclusivo scopo di andare a integrare il corredo funerario dell’aristocratico. La sepoltura si trasforma così in una vera e propria abitazione postuma, meticolosamente allestita. I due tavolieri in mattone, privati della loro funzionalità tattile immediata, divengono emblemi di un tempo sospeso, sottratti al logorio della quotidianità e consegnati alla fissità solenne del regno dei morti, con lo scopo ultimo di garantire all’anima del defunto la perpetuazione dei piaceri mondani.

L’indagine sulle abitudini ricreative delle antiche civiltà orientali si arricchisce in questo modo di un tassello fondamentale, spingendoci a riconsiderare il confine, sovente impercettibile, tra l’immanenza prosaica del quotidiano e la sublime trascendenza del rito. Per coloro che intendano ampliare il proprio orizzonte di indagine e addentrarsi ulteriormente nella complessa fenomenologia dei passatempi nella Cina arcaica, risulta di imprescindibile valore la consultazione dell’approfondimento storiografico intitolato Artifact: Subeixi Game Balls, un’opera preziosa che traccia insospettabili traiettorie antropologiche sull’impiego ludico nell’antichità.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.