mercoledì 24 Giugno 2026
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Gesù Cristo è esistito veramente?

Uno degli elementi più interessanti della storia romana ed eterno enigma per i posteri, è quello relativo all’esistenza di Gesù come personaggio storico. Il Cristo adorato dalla religione è veramente esistito?

Gesù Cristo: il problema delle fonti

Osservando la storia romana è facile osservare quale sia stato l’effetto del messaggio di Gesù e l’impatto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero. È normale porsi domande a proposito della sua esistenza.

Quale è il problema principale che si incontra quando ci si chiede se Gesù sia davvero esistito? Il punto è che non abbiamo fonti coeve, cioè dello stesso periodo, e super-partes, ovvero non cristiane, che ci parlano del personaggio.

Le uniche fonti a nostra disposizione sono esclusivamente fonti cristiane e quindi “di parte“, come i Vangeli, i quali, peraltro, sono stati scritti almeno 40 anni dopo gli avvenimenti che vengono narrati.

Il frammento di Qumran e la citazione di Giuseppe Flavio

Dal punto di vista tecnico, ecco che lo storico si trova in difficoltà. Molto spesso mancano le basi, le fonti, per affermare che “Gesù è esistito” come avviene con altri personaggi.

Per molto tempo su questo si è cercato di trovare una fonte storica dirimente. Ad esempio, fece molto scalpore il ritrovamento di un piccolo frammento nella grotta di Qumran, in Cisgiordania: era scritto in greco ed era incompleto. Ma tentando di ricomporlo con parole abbastanza verosimili il risultato era un versetto del vangelo di Marco. Il quale sarebbe stato redatto “solo” pochi anni più tardi la morte del Cristo.

Un ritrovamento interessante e particolare, che è stato considerato una fonte quanto più vicina possibile al periodo in cui è vissuto Gesù.

Il problema è che della veridicità storica di questo frammento non si è ancora totalmente sicuri. Sulle lettere è stato fatto, comunque, un lavoro di ricostruzione.

I maggiori papirologi del mondo sono abbastanza divisi sul merito dell’autenticità, e siamo ancora nella stessa situazione: a tutt’oggi non si hanno fonti “schiaccianti” sul Gesù storico.

Un altro elemento è la citazione di Gesù nel testo di Giuseppe Flavio, uno storico ebreo vissuto nel periodo delle guerre giudaiche e che fa menzione di un certo Gesù che predicava nelle terre della Palestina.

Il riferimento sarebbe certamente interessante anche perchè proveniente finalmente da una fonte non cristiana, ma il problema si ripresenta di fronte alla possibilità di “interpolazioni”, ovvero aggiunte medievali realizzate dai copisti, prevalentemente cristiani.

Le possibili cause sulla scarsità di fonti

Quindi, possiamo affermare che Gesù non è esistito per totale mancanza di fonti?

Non è detto: e questo perché ci sono una serie di elementi che potrebbero giustificare questa assenza di conferme.

Innanzitutto Gesù visse in mezzo agli Ebrei zeloti (secondo altri gli Esseni) che furono, notoriamente, una comunità molto chiusa. Data la rigorosa e riservata cultura, le informazioni non filtravano facilmente verso l’esterno. Possiamo parlare di una forte “gelosia” nel conservare i dati e le tradizioni, il che rende inizia a spiegare la mancanza di informazioni.

Inoltre non possiamo dimenticare la deportazione che i romani operarono nei confronti dei Giudei durante le guerre: gran parte delle persone e moltissime fonti che avrebbero osservato Gesù dal vivo, potrebbero essere morte o, data la situazione di guerra, le testimonianze potrebbero essere state nascoste.

C’è anche da considerare un altro aspetto, non meno importante: Gesù, stando al racconto della sua vita, diede un messaggio puramente metafisico.

Da parte di Gesù Cristo non vi furono gesti eclatanti, o azioni, come la conquista di un territorio, molto più facilmente registrabili dalle fonti.

E’ comprensibile che in un avvenimento storico “concreto” vi siano storiografi in grado di registrarlo e testimonianze archeologiche a conferma.

Ma di fronte ad un episodio che lascia poche “tracce”, come il miracolo del camminare sulle acque o la resurrezione di Lazzaro, è comprensibile che le fonti scarseggino.

A parte le persone che furono direttamente testimoni del fatto, chiunque avesse deciso di raccontarlo sarebbe stato preso per pazzo o mitomane.

In altre parole, è nella natura delle azioni commesse da Gesù la difficoltà della testimonianza.

Ecco perché dobbiamo considerare nel nostro ragionamento una serie di “attenuanti” alla mancanza di fonti.

Una conclusione

La comunità accademica è ancora divisa sull’argomento, ma è doveroso registrare come la maggior parte degli storici concordi abbastanza serenamente sull’esistenza di Gesù come effettivo personaggio storico, oltre che come fondatore del Cristianesimo.

E’ infatti estremamente difficile che una religione tanto fondamentale per la storia umana e con delle conseguenze radicali per l’Uomo sia nata da un complotto, o un “racconto organizzato”, come sostenuto da alcuni scettici.

La peste antonina. La grande epidemia dell’Impero Romano

La peste antonina è una epidemia, probabilmente di vaiolo, che si diffuse nell’impero romano fra gli anni 160 – 180 d.C. Si trattò di una catastrofe di proporzioni mondiali: nell’arco di poco meno di 30 anni, morirono dalle 50 alle 70 milioni di persone e l’impero romano ebbe delle catastrofiche conseguenze sotto l’aspetto demografico, produttivo e militare.

Le origini dell’epidemia

Alcune fonti del tempo, narrano di una malattia grave e contagiosa, sviluppatasi in Cina, che si propagò rapidamente mietendo migliaia di vittime.

Il paese orientale, soprattutto nel periodo storico di riferimento, era un mondo estremamente lontano dalle regioni abitate dell’Impero Romano. Ma a fungere da via di collegamento con l’Europa vi fu la Via della Seta, un percorso di oltre 7000km trafficato dai viandanti e commercianti di tutto il mondo.

La peste Antonina ebbe origine dalla Cina e raggiunse l’Europa attraverso la Via della Seta

Quella che era una straordinaria via di comunicazione e di trasporto delle merci, si trasformò così in un binario di diffusione del morbo, che raggiunse in un tempo relativamente breve l’impero dei Parti (odierno Iraq, Iran), perennemente in guerra con i romani.

Il contatto tra i romani e il morbo si verificò in occasione di alcune campagne militari. In quel periodo, l’impero era guidato dall’imperatore Marco Aurelio e dal fratello Lucio Vero, che regnavano congiuntamente: quest’ultimo fu incaricato di guidare una grande guerra contro il nemico partico al comando di un grosso contingente di legionari. La svolta si ebbe nell’inverno tra il 165 e il 166 d.C.

I romani erano impegnati nell’assedio dell’antica città di Seleucia, a poca distanza dall’odierna Baghdad, Iraq. Dopo settimane di combattimenti, l’esercito romano riuscì ad espugnare la città, compiendo razzie e seminando devastazione per le strade.

E di questo momento esistono due leggende, tramandate dalle fonti: la prima riguarda lo stesso imperatore Lucio Vero, che durante il saccheggio avrebbe profanato una tomba alla ricerca di tesori, e che si sarebbe contagiato con il morbo asiatico entrando in contatto con la carne putrefatta.

La seconda parla invece di un semplice legionario romano che, impegnato a trafugare i tesori dorati del tempio di Apollo, avrebbe contratto per primo la malattia.

Tutti gli autori antichi concordano comunque nell’identificare l’assedio di Seleucia come l’inizio della diffusione dell’epidemia presso i romani.

Sintomi e segni e della malattia

Contemporaneo degli avvenimenti e testimone diretto, fu il famoso medico Galeno, che nel suo “Methodus medendi“, descrisse con notevole precisione le caratteristiche della malattia. Il sintomo principale era la febbre, che insorgeva quasi subito, accompagnata da un forte mal di gola, una infiammazione della faringe e una tosse secca, maleodorante e persistente.

Allo stesso tempo, i pazienti presentavano diarrea con sangue, sintomo di un sanguinamento interno dell’intestino. Dopo circa 9 giorni, insorgevano delle placche cutanee, a volte di un rosso vivo, altre volte più scure e squamose.

La malattia era fortemente debilitante e spossante: il suo decorso si attestava attorno alle 2 settimane, e la prognosi era grave. Tre quarti dei malati riusciva a guarire, sviluppando gli anticorpi e diventando immune ad un successivo contagio, mentre un quarto dei pazienti giungeva irrimediabilmente alla morte.

I medici romani, per quanto preparati e avanzati per i loro tempi, tanto da conoscere già sostanze antisettiche e saper eseguire operazioni chirurgiche, avevano solo dei blandi strumenti per il trattamento della malattia. L’esito finale, dipendeva in gran parte dalla resistenza del sistema immunitario del paziente.

La diffusione dell’epidemia per tutto l’impero

Il morbo si diffuse con notevole rapidità attraverso tutta l’Europa. Furono soprattutto i legionari romani di ritorno dalla spedizione partica a rappresentare il principale vettore di contagio. Il primo focolaio italico, venne identificato nel 166 d.C nella città di Aquilea, oggi in Friuli Venezia Giulia.

Da quella cittadina, il virus si sarebbe diffuso in tutta la penisola, raggiungendo Roma e colpendola con una forza inaudita: lo storico romano Dione Cassio, ci parla di 2000 morti al giorno nella sola capitale. Da lì, l’epidemia si sarebbe diffusa anche nelle Gallie e fino al confine settentrionale del fiume Reno, dove i legionari di stanza avrebbero contagiato a loro volta le popolazioni germaniche oltre confine.

La peste raggiunse Aquileia (Friuli), Roma e infine si diffuse nella Gallie e in Germania

L’epidemia ebbe una seconda ondata, circa 9 anni dopo, ancora peggiore della precedente. Le cronache parlano di strade disseminate di cadaveri, fino a 5000 morti al giorno a Roma, e scene di disperazione generalizzata.

Nel corso di circa 30 anni, la durata del fenomeno complessivo, la popolazione europea perse dai 50 ai 70 milioni di componenti: circa un quarto degli abitanti dell’impero, morirono.

Le conseguenze dell’epidemia sull’esercito

La primissima conseguenza dell’epidemia Antonina fu la decimazione dei soldati romani. Soprattutto sul fronte germanico settentrionale, la morte di gran parte dei legionari indebolì il sistema difensivo, permettendo alle tribù di intensificare, e con successo, le loro scorrerie all’interno del territorio dell’impero, un evento che non si verificava da circa 200 anni.

La reazione dell’allora imperatore Marco Aurelio fu quella di guidare personalmente le legioni per un lavoro di “recupero”. Per compensare le perdite, vennero arruolate tutte le persone minimamente in grado di combattere, fra cui anche ragazzini, poveri, schiavi e gladiatori.

Questo provocò una chiamata alla armi di emergenza che ebbe un effetto deprimente sul morale della popolazione dell’impero.

Nella confusione e depressione generale, si moltiplicarono i santoni e i maghi che predicavano oscure profezie e promettevano la guarigione o la protezione dal morbo dietro pagamento.

La definitiva soluzione, da un punto di vista militare, fu rappresentata dalle campagne contro i Quadi e i Marcomanni, vinte da Marco Aurelio al termine di estenuanti anni di guerra.

Le conseguenze sulla società

L’elevatissimo numero di morti, ebbe conseguenze devastanti anche sulla capacità produttiva. Nel giro di pochi anni morirono soprattutto agricoltori, braccianti, artigiani, piccoli imprenditori e funzionari. Il risultato si tradusse in un importante calo della capacità produttiva soprattutto nel settore alimentare.

Il cibo scarseggiò per anni, e il costo dei pochi alimenti ancora sul mercato aumentò vertiginosamente, impoverendo ulteriormente le famiglie dei sopravvissuti. Analoga situazione per tutto il settore manifatturiero e commerciale.

Non solo, la forte diminuzione di cittadini rappresentò anche un importante calo dei contribuenti, tanto da determinare un potente ammanco nelle tasse riscosse dall’Impero: lo stato romano si trovò quindi ad avere meno denaro per le enormi spese militari e di gestione, in un momento, al contrario, straordinariamente delicato.

La reazione dell’impero

L’impero romano subì un colpo devastante, ma allo stesso tempo dimostrò una enorme “resilienza”, ovvero una grande capacità di reazione di fronte all’imprevisto.

Il problema principale causato dal morbo era stata la grande contrazione della popolazione produttiva. Per cui, le soluzioni adottate dall’impero furono sostanzialmente due, una “esterna” e una “interna”.

La prima, “esterna”, fu quella di importare intere popolazioni entro i confini. Il principale bacino di uomini del tempo era rappresentato dalle tribù germaniche del nord, che vennero sistematicamente introdotte nell’impero.

Le autorità romane invitarono intere tribù offrendo l’occasione di lavorare e acquisire la cittadinanza romana. Ma in altri casi, l'”invito” non fu amichevole: intere popolazioni vennero deportate con l’intimidazione nei confini romani, per fornire una immediata forza lavoro.

I romani invitarono, in altri casi deportarono, intere tribù germaniche per rimpolpare la popolazione decimata dalla peste.

L’afflusso di nuovi popoli era fondamentale per recuperare produttività, e nel corso degli anni successivi, Roma rimpolpò le proprie terre con efficacia.

Ovviamente, l’inserimento di popoli venne controllato e sottoposto a regole stringenti: ogni immigrato veniva iscritto in appositi registri, doveva essere disarmato e, dopo alcuni aiuti iniziali, doveva trovare una rapida collocazione come soldato, agricoltore o artigiano.

La seconda soluzione, più “interna”, si basò sull’allentamento di regole sociali importanti: decine di migliaia di liberti e di schiavi vennero affrancati dalla loro condizione, e ottennero il permesso di ricoprire una serie di cariche funzionali e amministrative.

Si può parlare in questo caso di un efficace riutilizzo di una parte della popolazione interna all’impero per ricostituire il tessuto sociale.

Una prova superata?

Roma superò l’emergenza sanitaria dimostrando una grande efficienza e una notevole capacità di trovare soluzioni alternative.

Nonostante l’enorme numero di morti, le successive generazioni riuscirono a recuperare parte del tipico livello di benessere dell’impero, riavviando la macchina militare e produttiva.

Ma gli effetti dell’epidemia furono profondi e per certi versi irreversibili: l’imbarbarimento dell’esercito, la mancanza di un tessuto agricolo stabile oltre che una capacità militare ridotta, furono la principale eredità dell’epidemia Antonina, e allo stesso tempo, avvisaglie delle grandi dinamiche che porteranno alla caduta dell’impero.

Come festeggiavano il compleanno i romani?

Quando si parla dell’antica Roma è bello conoscere anche le piccole cose, e non solo le grandi battaglie e le grandi dinamiche. Non vi è niente di meglio che scoprire la quotidianità: oggi vogliamo spiegare una cosa molto comune, ovvero come i romani festeggiavano i compleanni.

Il compleanno nell’Antica Roma

Nell’antichità i compleanni sono sempre stati festeggiati dai potenti: bisognava essere un nobile di alto grado, un re o un imperatore.

I popoli antichi non avevano la consuetudine di festeggiare il compleanno di un singolo cittadino, che non aveva particolare importanza.

Ma i romani sono i primi a rivoluzionare questo concetto.

Sotto questo aspetto possiamo considerarli molto “democratici” perché i romani sono il primo popolo antico che, in maniera sistematica, festeggia il compleanno anche di un capofamiglia, di un figlio o di un fratello.

Ma con un approccio più profondo: per noi il compleanno è un’occasione di svago da passare insieme agli amici e ai familiari e di questa ricorrenza abbiamo una concezione di divertimento giocoso e d’intrattenimento. Per i romani aveva invece un significato molto più profondo .

Questo perché i romani avevano una vita più collegata alla natura, agli Dèi e a tutto ciò che era metafisico: pensavano che ci fosse un’entità che li proteggesse durante tutto l’anno. Non riuscivano a vedersi separati dal resto del mondo e dall’universo: sentivano di poter contare sulla protezione di un Dio che era loro dedicato.

I festeggiamenti

Ecco quindi che questa protezione doveva essere rinnovata: nel giorno del compleanno, il festeggiato cercava d’ingraziarsi il proprio dio per ottenere protezione per altri 12 mesi, lodandolo per la sua benevolenza e impegnandosi a fare qualcosa che gli fosse gradito.

In altre parole, aveva il bisogno, in questo giorno speciale, di rinnovare questa garanzia.

Il romano poneva così molta attenzione al rito stesso del festeggiamento: invitava nella sua dimora i parenti e gli amici, che lo aiutavano a rinnovare il patto con il proprio protettore.

Da qui, una differenza importante. Oggi il festeggiato riceve dei doni, ma nel mondo dell’antica Roma valeva l’esatto opposto: era lui a fare piccoli regali e ad offrire un banchetto agli invitati. Era un ringraziamento per l’aiuto ricevuto dai propri amici in un momento delicato dell’anno.

Unica pecca? Quella che a festeggiare il proprio compleanno e a ottenere la benevolenza degli Dèi erano solo gli uomini: purtroppo, eccetto alcuni casi legati alle famiglie imperiali, il compleanno delle donne non veniva celebrato. Per questo dovremo infatti aspettare il Medioevo.

Ma l’approccio di Roma ai compleanni è una delle ragioni per le quali questo popolo non smette mai di stupirci. Per il suo essere puntualmente più “moderno” e avanzato, rispetto alle popolazioni del suo tempo.

La fondazione di Roma. Il mito e la leggenda

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Il mito e la leggenda della fondazione di Roma ci viene raccontato da una serie di fonti, tra cui Dionigi di Alicarnasso, Tito Livio e Plutarco, che avrebbero ricostruito il processo e gli avvenimenti che portarono alla fondazione della mitica città di Roma da parte di Romolo.

La fondazione di Roma viene tradizionalmente fissata per il 21 aprile del 753 avanti Cristo e in questo articolo ripercorreremo i gesti e i rituali che hanno portato, secondo la tradizione romana, alla fondazione della città eterna.

Numitore, Amulio e la nascita dei Gemelli

L’origine della nostra storia comincia in realtà nella antichissima città di Albalonga, posizionata più a sud nel Lazio rispetto a Roma. Ai tempi, Albalonga era una fiorente cittadina governata da un sapiente sovrano, Numitore, che amministrava con saggezza e integrità il suo popolo. Ma il fratello, Amulio, intervenne con la forza e la violenza per detronizzare Numitore e instaurare un regime dittatoriale.

A Numitore, sarebbe rimasto l’appoggio della sua sola figlia, Rea Silvia, la quale avrebbe rappresentato un pericolo per Amulio. Nel momento in cui avesse generato dei figli, questi sarebbero infatti diventati dei pericolosi contendenti al trono. Per questo, Amulio costrinse Silvia ad una castità forzata.

Tristemente rassegnata al suo destino, Rea Silvia sarebbe stata però raggiunta direttamente dal Dio Marte, invaghito di lei, che l’avrebbe posseduta in un bosco, secondo altre fonti stuprata, e l’avrebbe messa incinta di due gemelli, i famosi Romolo e Remo.

Amulio, venuto a sapere dell’esistenza dei nascituri, avrebbe visto concretizzarsi la sua più grande paura per la lotta la potere, e avrebbe dato immediatamente ordine di uccidere i due bambini affidando l’incarico ad un boia.

Quest’ultimo si sarebbe recato in un luogo appartato per eseguire la sentenza, ma all’ultimo momento, intenerito dai due neonati, non ebbe il coraggio di portare a termine il suo compito e affidò una cesta, contenente i due neonati, al fiume Tevere, lasciando i piccoli al loro destino.

Secondo la tradizione, i due bambini sarebbero stati individuati da una Lupa, che li avrebbe salvati dalle acque e allattati, assieme ad un picchio sacro. Dì lì a poco, due pastori, Acca Larenzia e Faustolo avrebbero scoperto i due bambini e li avrebbero allevati con amore.

E’ evidente in questa fase del mito, la presenza di animali simbolici, che rappresentano la forza e la virilità di Roma.

Romolo e Remo, una volta adulti, avrebbero scoperto la storia delle loro origini e sarebbero tornati ad Albalonga, dove, dopo un duello con Amulio, avrebbero restituito il trono al nonno Numitore, che venne ripristinato nelle sue funzioni di comando.

Romolo e Remo avrebbero voluto governare sulla città, ma non volendo aspettare l’eredità di Numitore, avrebbero chiesto permesso al nonno di fondare una nuova città nel Lazio. Il vecchio saggio, avrebbe così acconsentito e li avrebbe addirittura accompagnati alla ricerca del luogo più adatto per un nuovo centro abitato.

Quali caratteristiche doveva avere il territorio per fondare una nuova città? Vitruvio ci spiega chiaramente che i romani osservavano una serie di parametri: la città doveva essere quanto più vicino possibile ad un corso d’acqua, doveva essere possibilmente protetta da degli elementi naturali, come colline e montagne, anche in previsione di una difesa da parte dei nemici. Inoltre non doveva essere troppo esposta ai venti, che avrebbero potuto danneggiare il raccolto e le semine.

Romolo e Remo avrebbero individuato, nel luogo dove tradizionalmente oggi ha sede Roma, la zona più adatta. E qui sarebbe iniziata una divergenza fra i due fratelli.

Romolo avrebbe ritenuto più adatto fondare la città sul colle Palatino, mentre Remo avrebbe valutato più adatto il colle Aventino. Per avere una risposta, sia Romolo e Remo sarebbero saliti sui rispettivi colli per osservare il cielo, alla ricerca di un segnale degli Dei che avrebbe confermato una delle loro interpretazioni.

Secondo il racconto Remo, sull’Aventino, avrebbe osservato ad un certo punto sei avvoltoi sacri provenienti da destra, che avrebbero rappresentato per lui il segnale del volere degli Dei. Remo avrebbe così raggiunto Romolo e gli avrebbe comunicato il segnale ricevuto. Ma Romolo avrebbe risposto diversamente: 12 avvoltoi sacri, provenienti stavolta da sinistra, avrebbero dato ragione alla sua interpretazione. E così iniziò una grave diatriba religiosa.

Secondo alcuni sacerdoti erano più significativi i 12 avvoltoi di Romolo piuttosto che i 6 di Remo, mentre altri interpreti avrebbero dato maggior valore a chi aveva avvistato gli avvoltoi per primo. Fu da questo malinteso, che nacque lo scontro tra Romolo e Remo, dove il primo avrebbe ucciso il fratello.

Romolo fondatore della nuova città avrebbe così provveduto a seppellire il fratello nei pressi dell’Aventino, dove avrebbe voluto fondare la città, e avrebbe stabilito definitamente il Palatino come sede della nuova città.

Il rito della fondazione di Roma

Il rito della fondazione di Roma sarebbe stato un atto estremamente semplice e agricolo. Romolo avrebbe scavato una buca nel terreno, e ogni colono avrebbe gettato alcuni frutti della terra come augurio per la fecondità della nuova città.

Inoltre, ognuno avrebbe portato dal suo luogo di origine un pugno della propria terra natìa, e l’avrebbe gettata, mescolandola assieme agli altri. Questo è un elemento fortemente simbolico. Significa che Roma nacque un misto di genti, che decisero di fondare una nuova società.

L’atto della fondazione vero e proprio è rappresentato da Romolo in persona. Egli prese un aratro, con un vomere di bronzo, ci attaccò un bue e una giovenca e con questo strumento contadino avrebbe tracciato il solco ufficiale e sacro della nuova città di Roma.

Romolo avrebbe compiuto un percorso abbastanza ampio e sollevando a fasi alterne il vomere avrebbe anche stabilito anche la posizione delle porte di entrata della città. Alchè, gli animali sarebbero stati sacrificati agli Dèi.

Così il gruppo di fondatori capeggiati da Romolo, avrebbe iniziato le operazioni: la costruzione delle prime capanne, lo scavo dei primi pozzi d’acqua e le prime infrastrutture.

In realtà esiste anche una seconda versione della fondazione che immagina l’omicidio di Remo avvenuto più tardi. Dopo la fondazione della città da parte di Romolo e lo scavo del solco con l’aratro, Remo avrebbe criticato il rito della fondazione e avrebbe superato con la sua spada il solco appena tracciato dal fratello. Sarebbe stato questo affronto a portare allo scontro armato e al tragico omicidio.

La fondazione della città di Roma è un atto contemporaneamente semplice, rurale e brutale.

Già in queste leggende, individuiamo tutte le caratteristiche tipiche della primissima società romana, e del suo popolo arcaico. La brutalità, il grandissimo senso di religiosità, l’importanza dei segni e dei simboli nonché l’unione di più genti diverse, da differenti provenienze, a fondare una nuova società agricola.

La battaglia dell’Orcomeno. Silla annienta l’esercito del Ponto

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La battaglia dell’Orcomeno è uno scontro tenutosi in Beozia nell’86 a.C., e vide contrapposti l’esercito romano, capeggiato da Lucio Cornelio Silla, e l’esercito del re del Ponto Mitridate VI, cui erano a capo i comandanti Archelao e Dorilao. E’ una battaglia che mette a confronto il mondo orientale con quello occidentale: non solo pensieri differenti ma anche modi di fare la guerra diversi.

La situazione in Oriente

Mitridate VI, il re del Ponto, dimostra in quel periodo piene mire espansionistiche nei confronti dell’Anatolia, quella che può essere definita l’attuale Turchia. L’obiettivo di Mitridate è conquistare nuovi territori per allargare il suo regno e consolidare il suo potere.

A suo favore, Mitridate VI può sfruttare un punto debole importante dei romani: il malcontento delle province orientali. I cittadini erano stanchi delle vessazioni dei romani e in particolare delle tasse imposte dai pubblicani, ritenute ormai fuori controllo.

Il re del Ponto si presentò infatti alla gente come un “liberatore”, e sfruttando in egual modo diplomazia e forza , riuscì a portare le province ad una ribellione, con moti di violenza mai visti prima nei confronti dei coloni italici presenti nei territori.

Sono circa 80 mila le persone che vennero barbaramente trucidate per la sola colpa di essere romani o italici. A Oriente si configurava così una situazione di grave pericolo per la sopravvivenza della repubblica di Roma.

La situazione a Roma

Anche a Roma e in Italia non regnava affatto la tranquillità: si era appena conclusa la guerra sociale. Gli alleati italici che avevano sostenuto Roma nel corso delle guerre degli ultimi secoli non venivano rappresentati nel Senato e la questione aveva assunto proporzioni sempre maggiori fino a sfociare in un conflitto che sconvolse l’Italia.

Al termine della guerra, Roma decise di concedere la cittadinanza agli Italici ma la situazione rimaneva ancora grave per via della guerra civile in corso tra Caio Mario, rappresentante della fazione dei populares, e Cornelio Silla, il leader dell’aristocrazia senatoria.

Il punto più drammatico del conflitto fu l’entrata di Silla in Roma con l’esercito: un atto gravissimo.

Dopo aver preso il controllo della città con la forza, Silla cercò di ricostruire lo Stato romano e lasciò che si tenessero elezioni libere per riportare il Senato e l’intera organizzazione dello Stato al suo normale funzionamento.

E’ in questo scenario che Silla fu costretto a intervenire, nonostante tutto, anche in Oriente, dove venne scelto come generale capo della campagna contro Mitridate VI, per riprendere il controllo delle province orientali.

Il viaggio di Silla e il saccheggio di Atene

Per raggiungere Mitridate VI e le province orientali, Silla partì da Roma e raggiunse Capua dove mise insieme un esercito di grandi proporzioni: l’attuale Campania era a quei tempi una sorta di “serbatoio di legionari” dal quale Silla ottenne ben 5 legioni. Una volta raccolti i suoi uomini, Silla salpò per la Grecia, dove mise in atto le prime strategie per affrontare il suo nemico.

Pur non compiendo una strage su larga scala, Silla prese di mira la città di Atene, alleata del re orientale, e la assediò, sia per rappresaglia sia per utilizzarla come avamposto per le sue necessità logistiche.

Va detto che Silla riservò un trattamento molto duro alla città di Atene, lasciando ai legionari la libertà di uccidere migliaia di persone, di saccheggiare i tesori, e richiedere un riscatto elevato alla popolazione. La battaglia tra le due parti proseguì anche presso il Pireo, il porto di Atene, dove Silla ottenne una vittoria completa.

Il principale generale di Mitridate, Archelao, fuggì a questo punto verso la Beozia, nei pressi di Cheronea, dove avverrà una prima battaglia e presso l’Orcomeno, dove si svolgerà lo scontro finale.

La resa dei conti e lo scontro armato

Il primo scontro avvenne nei pressi della città di Cheronea, dove a combattere furono le truppe pontiche di Archelao e Mitridate contro quelle romane di Silla.

In quel luogo, il generale romano riuscì a vincere grazie all’occupazione del monte Thurium, che gli concesse un punto elevato rispetto al piano della battaglia, oltre all’utilizzo di una riserva tattica di uomini che diede un impulso decisivo allo scontro.

Dopo la disfatta di Cheronea, Archelao poteva contare solo sulle truppe che si erano salvate. Fu allora che il generale si accorse che sopra la piccola cittadina di Orcomeno si stagliava una pianura molto larga, perfetta per dispiegare la sua cavalleria. La presenza di profonde paludi alle sue spalle lo fece inoltre sentire ragionevolmente sicuro di non poter essere attaccato alle spalle.

Quando Silla, inseguendo il nemico, raggiunse la pianura, decise di porre il suo accampamento davanti a quello di Archelao e ordinò ai suoi uomini di scavare due grandi fossati ai lati di quello del nemico. Queste due fosse molto profonde e molto lunghe dovevano impedire alla cavalleria di Archelao di dispiegarsi come dovrebbe per combattere: in questo modo il generale pontico sarebbe stato privato di uno dei suoi principali punti di forza.

Allo stesso tempo Silla, a scopo precauzionale, dispose dei legionari a protezione dei commilitoni che stavano scavando.

La frenetica operazione romana, fu però scoperta da Archelao che lanciò il suo esercito contro i romani.

Si tratta di un momento molto difficile della battaglia per Silla: gli uomini di Archelao attaccarono con tutta la loro forza, mandando nel panico le truppe romane e spingendo alcuni soldati alla fuga. Per Silla la battaglia di Orcomeno rischiava di trasformarsi in una disfatta.

Il generale decise di prendere direttamente in mano la situazione. Racconta Plutarco, che Silla scese da cavallo e giunto sul luogo della battaglia, afferrò un’insegna e si fece spazio attraverso i fuggitivi in direzione dei nemici urlando:

“Possa avere io, o Romani, una morte onorevole qui, ma voi quando vi chiederanno dove avete abbandonato il vostro comandante ricordatevi di dire loro: a Orcomeno”.

Questo bastò per far ritornare sul campo di battaglia coloro che avevano tentato la fuga.

La riscossa romana e la vittoria

Silla riprese appena in tempo il controllo dei suoi uomini e le sue truppe sembrarono ritrovare il vigore, riuscendo a respingere il contingente di Archelao nel loro accampamento. Nel corso della stessa giornata, Archelao operò un secondo tentativo di sfondare le costruzioni romane, ma i legionari erano stati disposti in maniera solida e ben strutturata.

Quella stessa notte, l’intero esercito dei pontici si preparò ad affrontare una situazione disperata.

Il mattino dopo, Silla dispiegò i suoi soldati ai lati dell’accampamento di Archelao a chiudere ogni via di uscita. Si può dire che quasi non vi sia stato scontro: si racconta che un tribuno, avvicinatosi alle fortificazioni, uccise una sentinella e spronò l’esercito romano a fare irruzione, compiendo una vera e propria strage.

Secondo Plutarco e altri autori del tempo, la carneficina fu così grande che la palude posizionata dietro l’accampamento, ancora due secoli dopo la battaglia, continuava a restituire alla terraferma elmi, scudi e armi dei morti.

Le conseguenze

Dopo le vittorie di Cheronea e Orcomeno, i romani ripresero il controllo delle province romane ricostituendo la loro sfera di influenza ridimensionando Mitridate VI.

Un atto possibile sì grazie alle vittorie ottenute sul campo, ma soprattutto grazie alla riforma del sistema fiscale nelle province orientali che riuscirono a risolvere alla base il malcontento che era dilagato nei territori delle colonie.

È un esempio ulteriore di come Roma, per l’ennesima volta, abbia risolto i propri problemi non solo attraverso la forza militare, ma anche con delle profonde riforme strutturali.

Il processo giudiziario nell’Antica Roma. Come si svolgeva?

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Roma ha governato il mondo con il “gladio”, con le forze militari che componevano il suo esercito, ma anche e soprattutto con il “Diritto“, applicando la legge. È proprio quest’ultima la più grande eredità che i romani ci hanno lasciato.

Quel diritto e quelle regole ancora oggi fondamentali per comprendere i sistemi giudiziari del mondo: è per questo che è necessario comprendere quanto possa essere importante la conoscenza del diritto romano. Data la sua vastità è necessario, per capirlo, prendere ad esempio un caso concreto nel quale tutti si possono riconoscere: immaginiamo di vivere un processo nell’antica Roma.

Cosa succede? Cosa doveva affrontare una persona sottoposta a processo? Scopriamolo insieme.

Giustiniano, eroe del diritto romano

I romani avevano un bisogno “quasi” morboso di realizzare leggi: avevano bisogno di rendere legale ogni aspetto del loro vivere e non lesinavano i propri sforzi nel rendere istituzionale anche quello che fino a poco tempo prima non lo era. Un atteggiamento che nei secoli ha portato alla creazione di un numero elevatissimo di leggi e quindi ad un diritto estremamente consistente.

Ma la storia romana arrivò ad un momento nel quale questo eccesso di norme rischiava di non essere adeguatamente gestito: vi era la necessità di mettere a posto il caos che si era creato.

È qui che interviene la figura di Giustiniano: a capo dell’impero romano di Oriente, Giustiniano tentò una riunificazione con l’impero romano di Occidente, e nell’ambito di questo progetto, diede incarico ad un gruppo di giuristi di riunire tutte le leggi emanate fin dai tempi di Cicerone, armonizzarle, eliminare quelle superflue, quelle doppie od opposte in un grande lavoro di riordino. È stato proprio grazie al suo intervento che il Diritto romano è potuto arrivare fino ai giorni nostri.

Il Corpus Iuris Civilis è la base della storia del diritto e quindi della nostra legislazione.

I passi preliminari del processo

Oggi sappiamo che per formulare un’accusa servono le forze dell’ordine e degli inquirenti che raccolgano prove al fine di elaborare e sostenere un impianto accusatorio che verrà poi portato in aula da un Pubblico Ministero. Non siamo certamente noi in prima persona, a poter sostenere il ruolo di accusa in un processo.

Un approccio totalmente diverso rispetto a ciò che accadeva ai tempi dei romani: ogni persona infatti poteva diventare un potenziale accusatore di un’altra. Poteva raccogliere a sue spese testimoni e prove dell’avvenuto reato, creando da solo un impianto accusatorio: diventava quindi un’ “attore”. Era questo il nome di colui che accusava e citava in giudizio la controparte, che passava sotto il nome di “convenuto”.

L’attore si recava davanti a un giudice che quasi sempre era il pretore, sebbene potessero essere interpellati altri magistrati, e presentava la sua “postulatio”, ovvero la sua accusa corredata di prove e testimoni. Il pretore a sua volta, eseguiva un piccolo interrogatorio o “interrogatio” all’accusato, per eseguire una prima valutazione dei fatti.

Nel caso in cui mancava fondamento delle accuse, il pretore poteva decidere di annullare il processo dando modo al convenuto di “controquerelare” l’attore per calunnia. Se il pretore, al contrario, rilevava fondatezza e si poteva proseguire con un processo formale, stilava un documento che precisava lo svolgersi dei fatti, il diritto violato, e la difesa stabilendo l’inizio del processo, di norma 10 giorni dopo gli atti preliminari.

L’inizio del processo: accusa e difesa

Il processo romano si svolgeva in prevalenza nel foro all’aperto con la presenza del pubblico: in caso di maltempo venivano sfruttate le basiliche. Non deve stupire la “spettacolarizzazione”: per i romani i processi erano in qualche modo motivo di intrattenimento popolare.

Il processo poteva contare sul pretore, spesso accompagnato da altri giudici mentre le persone potevano sedersi in sedili appositi per ascoltare tutto ciò che veniva detto.

Ad iniziare quella che può essere definita la parte iniziale del dibattimento, come accade anche nei processi moderni, era l’accusa, che aveva fino a due ore di tempo (senza poter essere interrotta) per presentare e motivare l’elenco dei reati di cui il convenuto era accusato. Una volta concluso l’intervento, doveva lasciare spazio alla difesa che aveva fino a 3 ore per poter difendere l’accusato. In poche parole l’arringa iniziale contemporanea che serviva come presentazione meticolosa del caso.

Vi era poi una fase successiva, quella dell’”altercatio”, dove si susseguivano domande e risposte da parte dell’accusa nei confronti della difesa e viceversa e della difesa nei confronti del suo assistito per alleggerirne la posizione, analogamente a quel che succede nel corso dei processi moderni.

Prove e testimoni nell’antica Roma

Finito lo spietato botta e risposta tra le parti, vi era la fase della “probatio”, il momento clou dell’intero procedimento nel quale era possibile presentare le prove e i testimoni e di base “decidere” come sarebbe andato il processo. Chi testimoniava a favore di qualcuno era definito “patrono”.

Dopo questa fase, arrivava la sentenza: il pretore e gli altri giudici si riunivano per discutere il caso e prendere una decisione: sebbene avessero tutto il tempo che volevano a disposizione era costume impegnarsi a produrre un verdetto nell’arco della stessa giornata del processo. Ogni giudice esprimeva il suo giudizio: A- Absolvo (assolvo) o C- Condemno (condanno). Si calcolava il risultato e si pronunciava la sentenza che poteva essere una multa tanto quanto una sentenza capitale, a seconda del reato.

Di norma la sentenza era definitiva e irrevocabile. In determinate condizioni però, se il processo non produceva esiti schiaccianti, si potevano avere possibilità di appello in caso di condanna. Nello specifico si poteva fare una “provocatio ad populum”, una provocazione al popolo: in questo caso il giudizio dei giudici veniva sospeso e il giudizio rimandato alle assemblee.

A decidere sarebbero stati quindi comizi centuriati: cosa significa? Un magistrato si presentava al popolo, riassumeva il caso, e i comizi centuriati votavano se confermare o meno la condanna presentata dai giudici.

Il Diritto, l’eredità romana

Per secoli i processi sono stati intentati sia su ragioni serie e valide, sia per contrastare i nemici politici: nel corso di tutta l’egemonia romana i processi sono stati utilizzati come una vera e propria arma per la supremazia politica. Motivo per il quale Silla decise di istituire dei tribunali permanenti che potessero contare su magistrati adibiti al ruolo di giudici di processo senza che dovesse essere scelto di volta in volta il pretore.

Concludendo, tra il processo nella società romana e quello moderno è possibile notare come vi siano tante analogie: di certo l’organizzazione perfetta raggiunta nell’antichità è diventata la base del nostro dibattimento, la più grande eredità che ci ha lasciato il popolo romano.

La polizia nella Roma antica. Come funzionava?

Come funzionava la polizia nella Roma Antica? Esisteva una forza di controllo analoga a quella nostra contemporanea? Ovviamente sì, ma è interessante in questo caso entrare nello specifico della sua organizzazione e del suo funzionamento.

Questo perché le forze dell’ordine di Roma erano concepite in modo differente rispetto a quello attuale: vi era una concezione molto originale di ordine pubblico rispetto a ciò che questa coppia di parole rappresenta per la nostra società di oggi.

La polizia nella Roma repubblicana

Nel periodo Repubblicano i magistrati principali che si occupavano dell’ordine pubblico erano gli “Edili curuli”. Il nome deriva dalla “curule”, una seduta ereditata dagli Etruschi e divenuta poi simbolo religioso e legislativo nella società romana.

Gli edili curuli avevano tre funzioni principali. La prima era quella di occuparsi dell’approvvigionamento di cibo all’interno della città, la seconda era quella di organizzare e controllare gli spettacoli da proporre alla popolazione, i momenti ludici atti a intrattenere. La terza funzione legata agli edili curuli era proprio quella del controllo del territorio, delle strade e dei luoghi nei quali le persone si incontravano, in pratica ciò che fanno i nostri attuali ufficiali di polizia.

Gli edili avevano il compito di emanare delle direttive principali e regolamenti che poi dovevano essere applicati in tutta la città per mantenere l’ordine pubblico.

Quelli che invece eseguivano più da vicino il controllo effettivo della popolazione e del territorio erano un’altra tipologia di magistrati, paragonabili ai nostri poliziotti e chiamati “Nocturni”, un nome che deriva dal fatto che essi fossero in azione prevalentemente di notte.

Queste forze di controllo avevano delle funzioni di polizia molto simili a quelle moderne: dovevano controllare i mercati, intervenivano se c’erano piccoli furti o risse. Si occupavano anche di truffe o diverbi importanti: erano dei magistrati che si occupavano di ciò che quotidianamente Polizia e Carabinieri trattano ai giorni nostri e quindi di un controllo del territorio intenso e severo.

Le forze che lavoravano a maggiore contatto con la popolazione erano i “Vicomagistri”: la loro funzione era infatti quella di tenere sotto controllo i templi, i luoghi pubblici. Rapportati ai giorni nostri possono essere paragonati ai poliziotti di quartiere. Ogni zona di Roma aveva quattro vicomagistri che possedevano una conoscenza del territorio molto profonda: strade, persone che vi abitavano, attività svolte.

Una conoscenza così approfondita che consentiva loro di capire immediatamente se fosse successo qualcosa e di rimediare velocemente al problema, riuscendo quindi a collaborare proattivamente al mantenimento dell’ordine pubblico insieme alle altre forze di controllo.

Le Forze dell’ordine nella Roma Imperiale

Nella Roma imperiale Augusto si rende protagonista di una delle riforme più importanti: quella di riorganizzare in modo più preciso e ordinato tutte quelle forze militari e para-militari che fino a quel momento si erano prese cura dell’ordine pubblico.

In teoria i Pretoriani, che avevano il compito di proteggere l’imperatore, avevano la possibilità di agire come delle vere e proprie forze dell’ordine anche se il loro impiego era effettivamente molto raro: venivano utilizzati per mantenere l’ordine in particolari situazioni che di solito coinvolgevano un rischio elevato di sommosse o tafferugli molto importanti.

Nella realtà ad occuparsi della popolazione e del mantenimento dell’ordine erano le “Coorti Urbane”: dei gruppi para militari, soldati “adattati” alla vita cittadina, formate da “urbaniciani”. L’urbaniciano può essere effettivamente comparato, in base alle sue funzioni, al nostro poliziotto o al nostro carabiniere. Controllava le strade, i luoghi di aggregazione della popolazione, i mercati, le feste e le zone che erano considerate più malfamate. Gli urbaniciani erano gestiti da un prefetto, il quale aveva il compito di controllarne l’utilizzo sul territorio.

Gli urbaniciani e le loro coorti agivano prevalentemente di giorno: per la notte era previsto l’impiego delle “Coorti Vigili”. I vigili che ne facevano parte dovevano controllare le strade, verificare che non nascessero criticità e tra le altre cose erano autorizzati a fermare vagabondi e disturbatori della quiete pubblica da portare ai propri capi i quali avrebbero svolto un veloce processo, simile all’attuale “per direttissima”: il fatto poteva finire con una multa, l’allontanamento dalla città o qualche giorno di carcere.

I vigili si occupavano anche di domare e spegnere incendi, proprio come i nostri vigili del fuoco: una funzione molto importante se si pensa che mentre nella nostra società l’incendio è un evento sporadico, ai tempi dell’impero romano era un’occorrenza praticamente continua a causa dell’uso di torce e del legno utilizzato come principale materiale di costruzione edile.

I vigili, come forze dell’ordine erano organizzati a seconda delle principali funzioni che ogni reparto doveva svolgere e delle loro specializzazioni:

  • Vigiles acquarii – addetti alle prese di acqua
  • Vigiles balnearii – addetti ai bagni pubblici
  • Vigiles horrearii – sorveglianti dei magazzini
  • Vigiles carcerarii – addetti al controllo delle prigioni
  • Vigiles siphonarii – addetti all’azionamento delle pompe di acqua
  • Vigiles sebaciarii – addetti all’illuminazione notturna.

Il diritto di manifestare

Quando si parla di ordine pubblico e di romani è importante richiamare il concetto del diritto di manifestare, differente da quello attualmente concepito e frutto di una specifica lotta di classe avvenuta lo scorso secolo.

Oggi la possibilità di manifestare per le proprie idee è considerato un diritto “sacrosanto”: lo sciopero è uno strumento di democrazia irrinunciabile, mentre nel mondo romano la situazione era differente.

Non era normale o immediatamente concepibile che i cittadini si riunissero per protestare contro l’autorità. La contestazione non era un concetto sdoganato: la realtà di Roma prevedeva infatti che i cittadini potessero esprimere la propria opinione solo in situazioni ben precise.

Un esempio sono i comizi popolari nei quali non potevano comunque presentarsi e parlare: di solito vi era un magistrato che proponeva una legge e si poteva rispondere “si” o “no” per alzata di mano.

Appare quindi abbastanza chiara la differenza tra il concetto di ordine pubblico attuale e quello romano: la tolleranza delle autorità non era come quella contemporanea nei confronti delle proteste. Il controllo di chi guidava Roma era molto più alto e non opinabile e la pressione dello Stato e delle forze dell’ordine molto più intensa rispetto a quello che viene considerato normale ai giorni nostri.

Il Pilum. Il micidiale giavellotto del legionario romano

Il legionario era una macchina da guerra perfetta: la sua efficacia come guerriero era garantita dalla motivazione, dalla disciplina e dall’allenamento e, tra le altre cose, dall’utilizzo del Pilum come arma di attacco. Si tratta di un giavellotto pensato per uccidere e farlo in modo veloce.

Le armi utilizzate dal legionario dell’Antica Roma possono essere considerate “pura fantascienza” se si pensa al periodo storico al quale ci si riferisce e alle conoscenze a disposizione. In questo momento voglio illustrare e spiegarvi una tra le armi più potenti utilizzati dai soldati, il Pilum per l’appunto.

Le origini del Pilum romano

Il giavellotto era una delle armi fondamentali e immediatamente riconoscibili in dotazione al legionario romano: le sue origini, va sottolineato, sono un po’ controverse perché non si hanno certezze a riguardo. La maggioranza degli studi compiuti sulle armi romane sostengono che con molta probabilità già gli etruschi, la forza principale esistente quando nacque Roma, utilizzassero delle lance o giavellotti per contrastare gli avversari. I romani, noti per la loro capacità di assorbire e migliorare le informazioni raccolte, hanno di certo fatto lo stesso con il giavellotto.

Nel periodo Regio e durante il corso di tutta la Repubblica il Pilum venne usato costantemente come parte della dotazione del legionario Romano. Il perché è presto spiegato: era un’arma molto facile da trasportare ed era perfetta da utilizzare contro i nemici di Roma, che pur essendo grandi e forti guerrieri non indossavano praticamente alcuna protezione.

Non possedevano scudi sofisticati né indossavano armature ben congegnate. Combattevano lanciandosi ferocemente contro al nemico, ma la loro mancanza di protezione li rendeva esposti al lancio di giavellotti che permettevano di spaventare e di sfoltire le file degli avversari prima del combattimento corpo a corpo.

Come è fatto il Pilum

Per comprendere l’efficacia del Pilum è consigliato osservarlo da vicino: basta osservarlo per capire che un suo corretto funzionamento era legato all’equilibrio della sua struttura, del suo peso e della sua forma. La parte posteriore presentava spesso una piccola punta in metallo che serviva ad appesantire quel punto per controbilanciare in maniera adeguata il giavellotto.

Il Pilum era composto da un legno finemente lavorato per resistere alle intemperie e alle sollecitazioni: un materiale robusto ma non troppo pesante per essere manipolato nel migliore dei modi.

Uno degli elementi più importanti dell’arma era la posizione dell’impugnatura. Brandire il Pilum qualche centimetro più in alto o più in basso poteva fare una grande differenza, e l’impugnatura era stata modificata nel corso delle battaglie per ottenere la migliore prestazione possibile.

Subito sopra, era posizionata la parte di raccordo tra il legno e il metallo che non si basava semplicemente sull’unione dei due materiali con una vite o un chiodo, ma vi era proprio una piccola costruzione dalla forma variabile che bilanciava l’arma.

La parte metallica era costruita sfruttando materiali dolci e non troppo robusti e terminava con una punta che aveva l’obiettivo di penetrare a fondo lo scudo dell’avversario e ferirlo. La punta era costruita anche in modo tale da non permettere all’avversario di sfilare il Pilum dal punto di impatto e riutilizzarlo contro i romani.

In questo modo l’avversario sarebbe rimasto senza protezioni.

E se il Pilum fosse andato a vuoto? La parte metallica era concepita per piegarsi su se stessa, così come il raccordo di legno era pensato per rompersi, in modo da non trasformarsi in un oggetto controproducente da rilanciare contro i romani.

L’importanza dell’equilibrio nella struttura del Pilum appare immediatamente chiara mettendo alla prova lo strumento. Grazie ad una simulazione eseguita dai ragazzi dello Smithsonian Channel è stato possibile ricostruire il funzionamento del Pilum in tutta la sua interezza.

Questo giavellotto, una volta lanciato sullo scudo avversario riesce a penetrarlo con facilità, non consentendo per via della forma della sua punta a disincastrarlo. E non solo: a seconda della forza di penetrazione la persona posta dietro lo scudo può rimanere mortalmente ferita: un particolare importantissimo nel corso di uno scontro.

Il tramonto del Pilum

Il Pilum è stato per moltissimo tempo una delle armi più micidiali a disposizione dei soldati romani, che per secoli lo hanno utilizzato con successo nel corso delle loro battaglie. Nel periodo imperiale e tardo imperiale la sua efficacia è però venuta meno.

La ragione è da ricercare nell’aggiornamento delle dotazioni degli eserciti nemici: la presenza di maggiori protezioni e di armature differenti rispetto a quelle del passato, ha costretto i romani a modificare le armi in dotazione, ricercando una diversa efficacia.

Sul campo di battaglia non vi erano più quegli scontri di grandi numeri che sfociavano in una guerra corpo a corpo di gruppi pressoché statici: vi è ora molta mobilità da parte dei nemici, un fattore che richiama, per forza di cose, strategie diverse da quelle del passato. Un cambiamento che, con il tempo, costrinse i legionari, all’abbandono totale del Pilum.

Le punizioni nell’esercito romano. Le pene militari di Roma

L’esercito romano è stata l’entità militare più potente ed efficace di tutti i tempi.

Un tale livello di efficienza dipese da una serie di fattori, ma uno degli elementi determinanti fu certamente l’enorme livello di disciplina, garantita anche attraverso delle punizioni.

In questo articolo, vedremo una vera e propria carrellata delle principali punizioni e pene militari che potevano essere comminate nell’esercito romano per recuperare la gerarchia, l’ordine e il rigore.

Le punizioni nell’esercito romano

Presso l’esercito romano vigevano due grandi gruppi di provvedimenti. Per alcuni comportamenti legati alla poca efficienza, erano previste delle semplici punizioni, mentre altri atteggiamenti costituivano veri e propri reati, con delle pene molto più severe.

La multa

La prima punizione fondamentale, ma anche la meno grave, era la multa: nel momento in cui un legionario si comportava male, eseguiva male un ordine o manifestava scarsa voglia di lavorare o poca disciplina, una prima soluzione era quella di comminargli una multa.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la multa era eseguita trattenendo una parte dello stipendio. Il legionario percepiva ogni mese il “soldus” e trattenere una parte di questo denaro era la prima soluzione che si adottava per attuare un provvedimento leggero.

L’incarico pesante

Una seconda punizione, già più importante, era affidare al legionario un incarico molto pesante e faticoso che lo avrebbe stancato fisicamente. Ma non solo fatica: al legionario poteva essere affidato anche un compito rischioso, come andare in ricognizione di notte o esplorare per primo un nuovo territorio.

In generale si dava per punizione un incarico che non fosse consono alla sua età, alla sua esperienza e al suo grado, anche per umiliarlo e per sminuirlo.

Il trasferimento di reparto

Un atto simile era il trasferimento di reparto. Questo provvedimento aveva un valore più duraturo nel tempo, era una decisione più pesante che condizionava maggiormente la vita del soldato.

Un legionario poteva essere trasferito in un reparto minore, come quello degli ausiliari o in altri casi un veterano, che aveva una determinata anzianità di servizio ed esperienza, poteva essere messo insieme alle reclute.

Questa era già una punizione più pesante, perché incideva sulla vita del soldato per un periodo maggiore di tempo. Tra tutte quelle a disposizione era certamente una delle più importanti.

La degradazione

Ancora più grave, perché metteva in discussione la carriera di un legionario, era la degradazione. Da centurione si diventava optio, o da optio si ritornava a legionario semplice. Questa era la punizione peggiore perché rallentava la carriera del legionario che vedeva la sua prospettiva all’interno dell’esercito fortemente penalizzata e rallentata.

I reati e le pene militari

Diverso il discorso quando un legionario non solo non era efficiente ma compiva delle azioni gravi, come il deliberato non rispetto degli ordini o la fuga di fronte al nemico. Il soldato aveva infranto la legge militare compiendo un vero e proprio reato, con delle pene giudiziarie.

La fustigazione

La prima pena era sicuramente quella della fustigazione: il legionario veniva bloccato, incatenato ad un ceppo, ad un palo o ad un tronco, veniva spogliato e subìva un numero prestabilito di frustate, che venivano inferte pubblicamente di fronte a tutti gli altri i suoi commilitoni.

Era una pena che non mirava solo alla sofferenza fisica ma anche all’umiliazione davanti agli altri. Era un atto piuttosto duro, ma la sofferenza era calcolata per non compromettere definitivamente la salute fisica: il legionario rimaneva attivo e operativo. Di tutte le pene, era certamente quella meno grave, seppure avesse un grande peso per la vita militare.

Il congedo con disonore

Un’altra situazione piuttosto grave era quella del congedo. Essere congedato con disonore dall’esercito romano non solo minava per sempre la credibilità e la reputazione del legionario ma gli impediva di partecipare alla spartizione del bottino e all’assegnazione delle terre, il che comprometteva la sua vita futura in maniera importante.

Era una misura veramente molto dura che poteva essere ulteriormente peggiorata. Si poteva infatti ordinare anche la cancellazione del condannato dagli elenchi ufficiali dell’esercito. Questo provvedimento pesava sulla vita del soldato come cittadino romano: egli non godeva più di una serie di diritti importanti, come quello di voto.

Ma non solo. La cancellazione del nome dagli elenchi dei cittadini aveva un significato profondo: condannava il legionario all’oblìo, e tenendo conto che per i romani non essere ricordati dai posteri era una mortificazione estrema, la punizione doveva essere gravissima.

La bastonatura

Nel momento in cui il reato compiuto era troppo pesante, come nel caso di una insubordinazione reiterata, la viltà o l’abbandono del combattimento sino a presunti contatti con il nemico, la legge militare romana prevedeva la pena di morte.

La forma più elementare di pena capitale era la bastonatura: i soldati, soprattutto quelli che erano stati messi in pericolo di vita dal colpevole o erano stati danneggiati dal suo comportamento , utilizzavano dei bastoni per colpire a morte il condannato. Era una condanna che veniva eseguita pubblicamente, anche come esempio per gli altri, ed era estremamente brutale.

L’alto tradimento

Se invece il legionario aveva stabilito contatti con il nemico o aveva rivelato piani e strategie, era prevista la condanna per alto tradimento che, anche con una connotazione religiosa, lo costringeva ad essere chiuso in un sacco con dei serpenti e gettato in un fiume.

Era evidentemente una pena pesante, estremamente terrificante per il condannato ma durissima anche per la famiglia: la dannazione si abbatteva anche suoi posteri con conseguenze irreparabili.

La decimazione

La pena più grave in assoluto era però la decimazione. Era una misura estrema, attuata nel momento in cui la legione era completamente fuori controllo o quando l’insubordinazione era totale. Serviva a dare una punizione esemplare, che nessuno avrebbe mai più dimenticato.

Si dividevano i soldati in gruppi di dieci e all’interno di ognuno di questi insiemi se ne estraeva uno, che gli altri nove avrebbero ammazzato, il più delle volte tramite la bastonatura. Un gioco psicologico violentissimo ed estremamente brutale.

Gli altri nove sopravvissuti non erano però scevri da danni. Avrebbero avuto delle razioni a base di orzo piuttosto che di grano, molto meno saporito e molto meno nutriente. Inoltre dovevano superare la notte al di fuori dell’accampamento, correndo dei rischi gravissimi. La decimazione era quindi terribile sia per colui che perdeva la vita sia per i suoi commilitoni sopravvissuti.

Nel corso della storia romana si ricorse alla decimazione poche volte: era veramente una misura estrema che soprattutto nel corso delle guerre civili o in momenti di particolare insubordinazione venne adottata, non certo a cuor leggero.

La battaglia di Benevento. Roma sconfigge Pirro

La battaglia di Benevento è una battaglia verificatasi nel 275 a.C. tra le legioni romane guidate dal Generale Manio Curio Dentato e il condottiero Pirro, nell’ambito delle guerre pirriche, che videro Roma contro le città della Magna Grecia nel sud Italia.

La battaglia di Benevento rappresenta la conclusione delle campagne italiche di Pirro ed è un vero e proprio scontro tra due civiltà, due modi di intendere l’esercito e la guerra.

La situazione nel Mediterraneo prima delle guerre pirriche

All’inizio del terzo secolo avanti Cristo, Roma aveva ottenuto una serie di importanti trionfi in una serie di battaglie contro la popolazione dei Sanniti, stanziati nell’odierna Campania e zone limitrofe. L’influenza di Roma si stava espandendo a vista d’occhio verso tutta la penisola italica.

La pressione conquistatrice dell’Urbe arrivò a toccare anche il sud Italia e in particolare le città della Magna Grecia. Si trattava di città-stato estremamente potenti e sviluppate, che detenevano in quel periodo i diritti commerciali per rotte strategiche del Mediterraneo.

Le città principali di questa realtà erano Siracusa in Sicilia, Reggio in Calabria e Taranto in Puglia. Quest’ultima considerata a tutti gli effetti la capitale della Magna Grecia in Italia.

La Sicilia, nel frattempo, era contesa tra greci e cartaginesi che si affrontavano da decenni in una lunga serie di battaglie e di guerriglie per il predominio di un’isola strategicamente importante per il controllo del Mediterraneo.

In teoria, tra romani e città della Magna Grecia esistevano dei patti di non belligeranza e di pacifica convivenza. Ma questi trattati non erano destinati a durare, in quanto ben presto si verificarono alcuni episodi significativi che incrinarono i fragili accordi stabiliti dalla diplomazia.

Il casus belli: la città di Turi e la flotta di Taranto

Il casus belli nacque dal comportamento della città di Turi. Per via di alcune ribellioni, i cittadini di Turi avevano chiesto aiuto militare ai romani e questi decisero di intervenire, sapendo perfettamente che la loro azione costituiva una importante interferenza negli affari della città greche.

Stabilito a Turi un contingente militare romano, Taranto non tardò ad accorgersi della importante mossa della Repubblica Romana, considerando l’azione come una ingerenza estranea negli affari della Magna Grecia.

La situazione degenera rapidamente. I romani, in parte per diplomazia e in parte per tastare il terreno, decisero di inviare una flotta nel porto di Taranto con alcuni ambasciatori.

Secondo la tradizione, i tarantini stavano in quei giorni festeggiando, e appena scorte le navi all’orizzonte, equivocarono le intenzioni del contingente romano, che venne preso come un vero e proprio attacco alla loro città.

I tarantini affondarono una parte delle navi romane e colsero l’occasione per assaltare la città di Turi, dove la guarnigione romana venne scacciata. I tarantini occuparono la città con la forza.

Gli ambasciatori romani e l’oltraggio di Filonide

In questa fase, la politica romana si divise fra coloro che volevano partire immediatamente con la guerra e altri che credevano nel valore della diplomazia.

Ma in linea generale, le leggi romane imponevano l’avvio di trattative. Per questo, il Senato inviò degli ambasciatori nella città di Taranto per cercare di ricomporre la situazione in maniera non bellicosa.

La delegazione romana era guidata dall’ambasciatore Postumio: il piccolo gruppo di ospiti, entrò all’interno della grande città di Taranto, nel teatro principale, dove Postumio iniziò a tenere un lungo ed articolato discorso per intavolare delle trattative con i tarantini.

Ben presto Postumio si rese conto che la folla non solo non lo ascoltava, ma lo prendeva in giro, criticando il suo accento greco claudicante e ridicolizzandolo per il modo con cui era vestito. Nonostante tutti gli sforzi, i tarantini iniziarono ad urlare contro gli ambasciatori, con crescente astio.

Capendo l’impossibilità di proseguire con le trattative, Postumio e i suoi si apprestarono ad allontanarsi dal teatro ed è qui che accadde un episodio di gravità inaudita, che passò alla storia.

Nel pubblico c’era uno spettatore mezzo ubriaco di nome Filonide: questi pensò bene di sollevare i vestiti e orinare direttamente sulla toga dell’ambasciatore, proprio mentre si stava allontanando.

Postumio, esterrefatto, chiese che gli venisse data immediata giustizia e che il gesto fosse condannato dalla politica Tarantina, ma la folla acclamò il gesto sconsiderato approvandolo ed applaudendolo.

Altrettanto famosa l’ultima frase di Postumio ai Tarantini, prima di andarsene furioso: “Laverete con il sangue questa toga“. Era l’inizio delle guerre pirriche

L’arrivo di Pirro in Italia

La città di Taranto, come tutte le città della Magna Grecia nell’Italia del Sud, era fiorente e potente ma sapeva perfettamente che non poteva competere a livello militare con i romani.

Per questo motivo, Taranto chiese aiuto ad un condottiero straniero, Pirro. Si trattava di un grande sovrano dell’Epiro, l’attuale regione dell’Albania, legato per un lontano nesso di parentela direttamente con Alessandro Magno, e grandemente fiero della sua tradizione familiare.

Pirro, grazie all’invito dei Tarantini, concepì un grande progetto di conquista con l’obiettivo di creare un regno autonomo, che nelle sue intenzioni doveva corrispondere l’attuale Albania, al Sud Italia e alla Sicilia.

Lo sbarco di Pirro in Italia fu un atto bellicoso di importanza estrema. Il condottiero portò con sé un nutrito esercito composto da diverse unità armate.

Fanti macedoni che combattevano alla greca, cavalieri, arcieri e frombolieri, specializzati nel lancio di pietre e sassi, ma soprattutto terribili elefanti da guerra indiani, degli enormi pachidermi che rappresentavano il vero e proprio asso nella manica dell’esercito di Pirro.

Da Eraclea ad Ascoli Satriano

La prima battaglia che vide Pirro combattere contro i romani avvenne ad Eraclea, odierna Basilicata, nel 280 a.C .

I Romani affrontarono con vigore l’avversario ma l’entrata in gioco degli elefanti indiani terrorizzò a tal punto l’esercito romano che i legionari non furono in grado di opporre una efficace resistenza. Il tutto si tradusse nella prima grande disfatta della compagine romana contro il nuovo avversario.

Da subito però, Pirro si rese conto che le forze armate romane avevano una elevata capacità di rigenerarsi , grazie ad una struttura sociale che gli permetteva di reclutare molto velocemente un nutrito gruppo di legionari.

Il secondo appuntamento contro Pirro è certamente la battaglia di Ascoli Satriano, i cui dettagli sono entrati molto spesso nell’immaginario collettivo di tutti noi.

Lo scontro fu crudele e violento, e alla fine Pirro riuscì a infliggere una seconda sconfitta ai Romani, che persero 7000 uomini in un solo giorno. Ma a prezzo di ingentissime perdite.

Pirro pronunciò una frase che è passata alla storia: “Un’altra vittoria di questo genere e siamo perduti” a significare che si era reso conto delle condizioni con cui aveva ottenuto il risultato, ovvero la quasi totale distruzione del suo esercito.

E’ da questo avvenimento che è nata la frase “Vittoria di Pirro“, ad indicare una vittoria formale avvenuta ad un costo tale da assomigliare ad una sconfitta.

Ma non solo: secondo le cronache, Pirro si sarebbe aggirato sul campo dopo la battaglia e sarebbe rimasto profondamente impressionato dai cadaveri dei nemici, i cui volti esprimevano ancora una feroce determinazione.

Se avessi dei soldati del genere conquisterei il mondo“, si lasciò sfuggire Pirro, malcelando ammirazione per l’esercito avversario.

La disatrosa campagna in Sicilia e la vendetta romana

A questo punto della campagna, Pirro si trovava di fronte ad una scelta.

Da un lato avrebbe potuto accettare l’invito ufficiale a diventare il Re di Macedonia, tornare quindi in patria e consolidare la sua presenza sul trono. Oppure, si sarebbe potuto muovere verso la Sicilia per conquistare l’isola e completare il suo progetto di conquista nel sud Italia.

Fra le due opzioni, Pirro scelse di proseguire per l’isola siciliana e completare la sua opera di costruzione di un nuovo grande regno personale.

Ma la presenza di Pirro in Sicilia fu tutt’altro che semplice. Il generale rimase imbottigliato in una guerriglia continua e in una serie di dinamiche estremamente complesse che logorarono lui e il suo esercito.

Dopo alcuni anni di combattimento e dopo una campagna abbastanza infruttuosa, Pirro si rese conto che la scelta di proseguire per la Sicilia era stata disastrosa. Non gli rimaneva che ritornare in patria.

Ma i Romani lo aspettavano al varco per vendicare le prime due sconfitte, stavolta con delle tattiche aggiornate per fronteggiare i suoi terribili elefanti.

La battaglia di Benevento: le mosse iniziali

L’esercito di Pirro, arrivato nei pressi della cittadina di “Malevento“, questo era il nome della località prima della battaglia, dovette dividere il suo contingente in due parti.

Il primo gruppo mosse contro il generale Lentulo, che si aggirava nel Sannio, e il secondo contro Manio Curio Dentato, il principale generale dello scontro.

Dentato si trovava con circa 17000 uomini su un’altura, al riparo, mentre Pirro con i suoi 20000 soldati si era posizionato in pianura. Per raggiungere questa zona Pirro aveva tuttavia superato una serie di ostacoli e delle vie piuttosto strette.

Le fonti le citano come strade che solitamente gli uomini non percorrevano mai, “appannaggio esclusivo delle capre”, per far capire la difficoltà con cui Pirro era riuscito ad arrivare sul campo di battaglia.

Il suo esercito era quindi già pesantemente fiaccato dalla sola operazione di disposizione sul campo, il che costituì un importante svantaggio iniziale per il condottiero orientale.

Un piccolo contingente dell’esercito di Pirro venne mandato in avanscoperta, ma questo fu subito intercettato dagli uomini di Dentato che iniziarono un piccolo ma sanguinoso combattimento.

Lo scontro, breve ma intenso, vide gli uomini di Dentato avere la meglio: i soldati romani riuscirono addirittura a catturare un paio di elefanti.

Questa piccola scaramuccia iniziale diede ai soldati romani un nuovo coraggio: Dentato si decise a scendere dalla sua posizione sopraelevata, si fece più audace e marciò direttamente contro il suo avversario. Sceso dall’altura, gli eserciti di Dentato e di Pirro si fronteggiarono.

La battaglia

Pirro combatteva con la classica formazione della falange macedone, una disposizione estremamente dura da combattere perchè costituita da un grande e fitto numero di lance che appariva terrorizzante e insuperabile.

I soldati romani però utilizzarono un numeroso lancio di giavellotti a brevissima distanza. Questa carica di artiglieria poco prima dell’impatto creò dei buchi all’interno della linea di attacco di Pirro, spazi fondamentali che i legionari occuparono velocemente.

In questo modo, i soldati romani riuscirono ad arrivare al combattimento corpo a corpo con gli uomini di Pirro, dove questi ultimi erano pesantemente svantaggiati.

I legionari di Dentato erano già riusciti a sfondare le prime due linee dei nemici, quando la situazione ebbe un capovolgimento.

Pirro giocò infatti la carta degli elefanti, il suo principale strumento offensivo, che vennero lanciati all’attacco. I soldati romani furono costretti a scappare e ad allontanarsi dalla carica, ritornando sui loro passi, verso la collinetta e arroccandosi addirittura all’interno del loro accampamento.

Stavolta però, i romani avevano avuto il tempo di studiare il comportamento degli elefanti e avevano capito che il modo migliore per batterli era sommergerli di frecce e di giavellotti puntati direttamente agli occhi. Direttamente dalle mura dall’accampamento partì quindi un grande carica di artiglieria.

Gli elefanti vennero bersagliati dai dardi e le cronache ci parlano di un episodio molto particolare.

Un cucciolo di elefante venne colpito in fronte e iniziò a barrire e a cercare la madre emettendo dei gemiti tremendi. Tutti gli altri pachidermi furono terrorizzati dal disperato urlo del cucciolo e in poco tempo iniziarono a perdere il controllo e a scappare.

L’esercito di Pirro venne travolto dai suoi stessi elefanti, che si dimostrarono un elemento controproducente. Senza un particolare intervento dei romani, nonostante la battaglia continuò per tutto il giorno, la formazione di Pirro venne completamente disarticolata.

La vittoria di Dentato non fu schiacciante, ma certamente dimostrò di aver superato il grande limite che i romani avevano avuto fino a quel momento nei confronti degli elefanti.

Con le forze residue, Pirro valutò come urgente il ritorno in patria. L’Italia e la repubblica romana era quindi riuscita ad allontanare definitivamente questo straordinario condottiero, vincendo la guerra.

La fondazione di Benevento e l’espansione di Roma

Dopo 6 anni dallo scontro, i romani fondarono una colonia nei pressi del campo di battaglia e ribattezzarono la città da “Malevento” in “Benevento“, proprio in memoria della buona sorte che li aveva accompagnati nel corso dello scontro con Pirro.

La storia proseguirà con l’inarrestabile ascesa della potenza e dell’influenza Romana.

Le città della Magna Grecia, ormai senza una possente esercito a loro difesa, capitoleranno l’una dopo l’altra: i romani riusciranno a prendere il controllo di queste strategiche città sul Mediterraneo e ad assimilare la Magna Grecia all’interno della loro orbita.

Diventati sempre più potenti, i romani si affacceranno in maniera sempre più determinata sul Mediterraneo dove li avrebbe aspettati un’altra grandissima potenza antagonista: Cartagine.