martedì 3 Marzo 2026
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La battaglia di Pidna. Emilio Paolo sconfigge Perseo

La battaglia di Pidna è uno scontro tra le legioni romane guidate dal console Lucio Emilio Paolo e il sovrano macedone Perseo, dove le legioni romane inflissero una sonora sconfitta a loro avversario decretando il tramonto della potenza della falange macedone e la definitiva entrata di Roma in tutta la penisola balcanica.

La prima e la seconda guerra macedonica

I rapporti tra i romani e i macedoni erano cominciati diversi secoli prima, ma nei decenni precedenti si era arrivati più volte allo scontro armato. Nel corso della Prima guerra macedonica (214 – 205 a.C) Roma era impegnata nella seconda guerra punica e con la calata di Annibale nella penisola italiana.

L’ipotesi di un’alleanza tra Filippo V, Re di Macedonia e Annibale, preoccupava particolarmente lo Stato maggiore dell’esercito Romano, e dunque il Senato attivò un gioco di alleanze e contro alleanze con le diverse popolazioni greche, perennemente in lotta fra loro.

Venne intrapresa la famosa politica del “Divide et impera”: l’obiettivo principale era quello di mantenere la calma e di non aprire un nuovo fronte di guerra nel momento meno opportuno. L’operazione andò a buon fine.

Gli scontri ripresero nel corso della seconda guerra macedonica (200 – 197 a.C), quando il sovrano di Macedonia Filippo V dimostrò di avere delle mire espansionistiche importanti e andò allo scontro diretto con il popolo romano.

Se i primi generali inviati contro Filippo non ebbero particolare successo e le campagne furono inconcludenti, la storia cambiò con l’entrata in gioco di Tito Quinzio Flaminino, un generale di grandissima capacità che dimostrò di avere una profonda conoscenza dell’ecosistema della Grecia e della Macedonia.

Filippo V e Tito Quinzio Flaminino si incontrarono nella battaglia di Cinocefale, dove le legioni romane, con la loro velocità e mobilità, riuscirono a sconfiggere la terribile falange macedone: i risultati furono l’occupazione militare da parte dei romani di alcuni punti strategici della Macedonia e l’avvio di una serie di rapporti commerciali e di clientele, dove i romani erano particolarmente efficienti.

La terza guerra macedonica

Nel corso del tempo, Filippo V iniziò addirittura a collaborare con i romani, ma qualche anno dopo, suo figlio Perseo attivò una politica estera aggressiva, con l’obiettivo di riconquistare il potere militare perduto e riottenere il dominio sulla Macedonia e sui Balcani.

I romani non potevano accettare delle nuove espansioni ai danni delle loro clientele. Se la repubblica romana, nella prima fase della terza guerra macedonica, tergiversò senza riuscire ad arrivare a scontri decisivi, la storia ebbe una nuova svolta con la comparsa del console Lucio Emilio Paolo, che fu incaricato di guidare la guerra contro Perseo.

Si tratta di uno scontro tra due modi di fare la guerra diversi. Le legioni avevano dalla loro una grandissima mobilità e velocità di spostamento e si adattavano facilmente a tutti i tipi di terreno, ma si trovavano di fronte alla famigerata falange macedone, che nonostante una mobilità minore, con la sua formazione estremamente fitta e impenetrabile di lance o “sarisse”, costituiva un pericolo micidiale per chiunque gli si fosse parato davanti.

All’alba del 22 giugno 168 a.C, nei pressi del Monte Olimpo, Perseo e Lucio Emilio Paolo arrivarono alla resa dei conti.

Battaglia di Pidna: disposizione iniziale

La disposizione iniziale della compagine romana prevedeva le legioni al centro dello schieramento. Sulla parte destra, tradizionalmente quella più forte in ogni disposizione, vennero posizionati gli alleati italici e di fronte a loro una fila di elefanti per sfondare più facilmente e velocemente l’avversario. Sulla sinistra, gli alleati greci: secondo alcune fonti le ali sarebbero state rinforzate con della cavalleria.

La disposizione di Perseo era abbastanza speculare. Al centro, direttamente contro le legioni, i 3000 uomini che corrispondevano alla falange macedone e che avevano il compito di bucare il centro dello schieramento romano.

La parte sinistra, quella più debole, era costituita dagli ausiliari mentre la parte destra era decisamente più forte. Perseo, con i suoi uomini di cavalleria e la sua guardia personale, si posizionò sul lato destro, sfruttando al meglio la visuale sul campo di battaglia.

La battaglia di Pidna: lo scontro

Nel momento in cui le due formazioni avanzarono l’una contro l’altra, gli alleati greci ed italici tentarono di disinnescare il pericolo costituito dalle sarisse macedoni, cercando di mozzare le lance con le spade o di strapparle ai loro nemici per disarmarli.

Ci furono alcuni atti eroici: alcuni legionari saltarono addosso alle lance per superare la fila delle sarisse e attaccarono direttamente il nemico. Ma questa prima offensiva Romana non ebbe successo. Quel nugolo di lance appariva impenetrabile e terribile. Lo stesso Emilio Paolo, ammise di aver provato paura di fronte ad una vista tanto terribile.

A questo punto, il Generale romano concepì una ritirata strategica: i legionari si allontanarono dal campo di battaglia per rifugiarsi verso una posizione sopraelevata, arretrando lentamente ed ordinatamente.

Perseo, cogliendo la debolezza dell’avversario, diede ordine al proprio esercito di avanzare per incalzare il nemico… e qui accadde un fatto che cambiò completamente le sorti della battaglia.

Procedendo contro i romani, il terreno su cui la falange macedone si muoveva iniziò a cambiare: non più un suolo omogeneo e compatto, ma abbastanza impervio e diseguale. La formazione macedone iniziò quindi ad allargarsi e a disgregarsi fino al formarsi di veri e propri buchi tra i reparti.

Paolo, intuendo immediatamente la vulnerabilità del nemico, diede ordine i suoi legionari di attaccare e di infilarsi negli spazi tra un gruppo e l’altro dei soldati macedoni. In questo modo, i legionari romani riuscirono a superare il nugolo di sarisse e arrivarono al combattimento corpo a corpo con gli avversari.

Il miglior equipaggiamento romano era nettamente più efficace nel combattimento ravvicinato e consentì ai romani di fare strage di nemici. Nello stesso momento, il lato destro romano riuscì a sfondare la controparte e l’esercito di Perseo cominciò a andare nel panico e a disgregarsi in maniera irreparabile.

Perseo, con la sua guardia personale, ebbe un comportamento criticato dai contemporanei. Si allontanò infatti dal campo di battaglia e venne accusato dagli uomini di fanteria di essere un codardo.

Altre fonti lo giustificano parzialmente, e riferiscono che Perseo, ferito, venne trasportato dalla sua guardia personale che voleva portarlo nella vicina città di Pidna. Il giudizio complessivo sul comportamento di Perseo è comunque negativo, soprattutto perchè, per un motivo inspiegabile ma probabilmente legato ad una cattiva gestione da parte del sovrano, circa 10.000 macedoni non parteciparono al combattimento.

I soldati romani inseguirono i macedoni per ore, facendone strage, circondando i piccoli gruppi di uomini e annientandoli senza pietà.

Conseguenze

Alla fine del combattimento alcune figure eroiche si registrano da entrambe le parti.

Per i romani certamente Scipione Emiliano, il figlio del console Lucio Emilio Paolo, che combattè con particolare fervore e valore, ma anche Marco Porcio Catone, figlio di Catone il Censore, che nella stessa battaglia si vantò di aver perso la spada e di aver avuto la forza di ritrovarla tanto aveva annientato i propri nemici.

Onore delle armi alla guardia personale di Perseo, che combattè fino alla morte e arrivò al completo annientamento.

Perseo venne catturato dai Romani, fu fatto prigioniero ed ebbe il disonore di sfilare incatenato nel corteo di trionfo del console Lucio Emilio Paolo.

La vittoria di Roma nella battaglia di Pidna segna il definitivo tramonto della falange macedone e la sconfitta dell’ultimo grande sovrano che poteva opporsi all’influenza di Roma nei Balcani.

Da questo momento, comincia un graduale presenza militare sempre più imponente in Macedonia che da lì a qualche decennio si sarebbe ufficialmente trasformata in una provincia Romana a tutti gli effetti.

La battaglia di Zama. Scipione Africano vs Annibale

La battaglia di Zama è uno scontro tenutosi fra le truppe di Scipione Africano e Annibale che si è svolto il 19 ottobre 202 a.C. nella piana di Zama, vicino a Cartagine.

Zama ha segnato profondamente il destino dell’Europa e del mondo occidentale come lo conosciamo, tanto che lo storico Polibio scrisse che “tutti dovrebbero conoscere lo svolgimento di questa battaglia”.

Battaglia di Zama di Cornelis Cort

Ma per capire appieno cosa sia successo e perché Scipione ne sia uscito vincitore è necessario spiegare il pensiero militare che fa da sfondo alle battaglie precedenti.

Scontro fra giganti. Annibale a Canne, Scipione ai Campi Magni

Comprendere Zama necessita di risalire, in realtà, all Battaglia di Canne. In quell’epico scontro, Annibale ebbe la meglio su un esercito romano molto più numeroso puntando su una tattica sopraffina.

Annibale concepì un fronte di soldati che fece finta d’indietreggiare, ma che in realtà inglobò i soldati romani in una trappola, anche grazie ad alcune unità nascoste che attaccarono ai lati e alla cavalleria che, senza difficoltà, colpì i legionari alle spalle in un accerchiamento totale e perfetto.

Una “manovra a tenaglia” che viene ancora oggi studiata nelle accademie militari.

Scipione, considerato l’eterno rivale di Annibale, ne è allo stesso tempo “studente”:  Scipione, che partecipa alla disfatta di Canne, osserva Annibale, ne studia le tecniche e ne propone una versione molto migliorata.

Dal momento che il classico schieramento romano prevede tre linee di soldati che si danno il cambio, Scipione decide di usare la seconda e la terza fila per scorrere rapidamente sui lati e alle spalle del nemico, avvolgendolo con una azione attiva e volontaria, anzichè tramite la spinta dell’avversario, che collabora inconsapevolmente.

E’ quanto avviene nella battaglia dei Campi Magni, 203 a.C, dove Scipione annientò gli eserciti di Asdrubale Giscone e Siface.

Infine, il 19 ottobre del 202 a.C., Annibale e Scipione, Maestro e Studente, diedero luogo ad uno scontro diretto.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Annibale

Prima dello scontro, Annibale sa di avere a disposizione un numero maggiore di uomini, ma dalla qualità inferiore. La maggior parte è composta infatti da mercenari assoldati all’ultimo momento, e il vero nerbo del suo esercito è composto dai veterani della campagna d’Italia.

Gli elefanti sono animali che da sempre fanno parte dell’immaginario collettivo quando si parla Annibale, ma pochi sanno che il condottiero cartaginese li utilizzò in maniera intensiva solo nella Battaglia della Trebbia.

A Zama, Annibale è ormai perfettamente consapevole che i Romani hanno imparato a gestire questo tipo di animali e non si aspetta che il loro intervento sia risolutivo. Considerandoli come una prima onda d’urto, li posiziona in primissima fila.

La sua prima fila di fanteria, è composta da un numeroso gruppo di mercenari assoldati. Annibale li utilizzerà come forza di sfondamento. Lo stesso discorso vale per i cartaginesi africani posizionati in seconda linea che, per loro natura, difficilmente combattevano direttamente per la propria patria, a differenza dei romani che ne facevano una questione d’onore.

La vera forza di Annibale era costituita in realtà dalla terza linea, quella composta dai veterani d’Italia: soldati straordinari, dall’esperienza e dalla forza quasi sovrumana, che avevano combattuto con lui per 15 anni nella Campagna d’Italia.

La principale mossa di Annibale è il posizionamento di questi ultimi. Immaginando che Scipione non operi più come i generali prima di lui, ed essendo venuto evidentemente a conoscenza della sua abitudine di circondare l’avversario, Annibale stacca i veterani di qualche centinaio di metri, a costituire una riserva tattica.

La cavalleria viene schierata classicamente ai lati: anche in questo caso per preparazione e numero le truppe a cavallo di Annibale sono inferiori.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Scipione

Scipione si trova a dover prima di tutto neutralizzare gli elefanti e per ottenere questo fondamentale risultato, dispone i suoi soldati diversamente dalla tipica formazione romana a scacchiera.

Sceglie infatti di disporre i manipoli in colonne ordinate, per creare dei “corridoi” tra una fila e l’altra. Gli elefanti verranno dirottati in questi spazi, di modo che attraversino l’esercito sbucando sul retro dello schieramento, senza colpire la fanteria.

Per non scoprire immediatamente la sua soluzione e rendere invisibili al nemico i suoi corridoi, posiziona i velites, i soldati leggeri dedicati a tirare le prime frecce e i primi giavellotti, immediatamente davanti per non rivelare questo suo cambiamento tattico. Questo diversivo ha però un prezzo da pagare: il condottiero romano rinuncia alla tipica mobilità dei manipoli.

La fanteria ha il compito, al momento opportuno, di avviare la sua manovra avvolgente ai danni dell’esercito cartaginese.

Alla sua sinistra, Scipione schiera la cavalleria italica guidata da Lelio, suo fidatissimo, mentre sulla sua destra l’alleato Massinissa con i terribili numidi.

Lo schieramento complessivo all’inizio della battaglia era il seguente:

La battaglia di Zama: lo svolgimento

scipione vince la battaglia di zama

Inizia la battaglia e gli elefanti di Annibale attaccano con forza, ma il piano di Scipione funziona alla perfezione e i pachidermi vengono presto resi inoffensivi grazie ai velites, che dirottano gli animali nei corridoi e si occupano di tenerli impegnati lontano dal campo di battaglia.

Anche le rispettive cavallerie entrano in contatto e quelle romane presto prevalgono per preparazione e forza, costringendo l’avversario a fuggire. Lelio e Massinissa inseguono gli avversari.

Sul campo di battaglia rimangono i due contendenti in compagnia della sola fanteria.

La prima linea di Scipione composta dagli Hastati e la seconda, quella dei Princeps, combatte con estremo vigore contro l’avversario e sembra avere la meglio sulle due rispettive linee dei mercenari cartaginesi.

A questo punto, Scipione si prepara ad utilizzare la manovra avvolgente, ovvero muovere i suoi soldati delle retrovie per scorrere sui fianchi e sul retro dei nemici e circondarli.

Ma la porzione di veterani che Annibale ha staccato e posizionato più lontana renderebbe la manovra di Scipione troppo lunga e pericolosa. E questo disinnesca, a sorpresa, l’asso nella manica di Scipione.

A questo punto la battaglia ha una sorta di pausa, dove i due generali riorganizzano le loro forze.

Annibale registra una parte dei soldati mercenari in fuga, mentre altri riescono a rientrare nei ranghi. Alchè crea una sola fila di fanteria con i mercenari sui lati e i veterani al centro, che avanza compatta contro il nemico.

A Scipione, privo della sua manovra avvolgente, non rimane che allungare la fila dei suoi soldati per pareggiare quella di Annibale ed evitare un aggiramento.

Le due file hanno una differenza fondamentale: quella di Annibale ha al centro i veterani freschi e riposati, mentre quella romana ha legionari spossati dal combattimento precedente con le due file di nemici precedenti.

Si può dire che, tatticamente, Annibale gioca le sue carte meglio di Scipione.

Per quale motivo vincono i romani e non Annibale?

C’è chi lo chiama destino: in realtà è una questione d’onore. Sono gli legionari sconfitti a Canne, umiliati e senza diritti, quelli posizionati al centro della fila di Scipione.

Se avessero vinto, sarebbero diventati degli eroi. Una nuova sconfitta, avrebbe significato il disonore eterno, come già dopo Canne. Avrebbero perso tutti i diritti di cittadino romano, non avrebbero potuto più votare, nemmeno abitare nelle città. Le loro famiglie coperte di vergogna per sempre.

Fu la loro voglia di rivalsa e il desiderio di riconquistare l’onore che conferì a quei soldati una carica che Annibale non poteva prevedere. E per cui non aveva ricette.

Con la sovrumana resistenza del centro di Scipione, Annibale non riuscì a disarticolare la compagine nemica. Le cavallerie di Lelio e di Massinissa, una volta tornate sui loro passi, colsero i cartaginesi alle spalle e ne fecero massacro.

Conclusioni

La battaglia di Zama mette a confronto due fra le più grandi menti militari della storia antica e probabilmente della storia umana.

Saremmo scorretti a non riconoscere quanto Annibale abbia giocato bene, forse meglio, le sue carte sul piano tattico. Di fatti, il cartaginese rimane da solo con la sua fanteria in una posizione di vantaggio, mentre Scipione, senza l’azione avvolgente, può contare solamente sulla resistenza dei singoli legionari.

Ma la differenza la fa il soldato. La figura del cittadino-soldato è una variabile che Annibale non poteva prevedere. La tempra del legionario, la sua capacità di coesione sapientemente organizzata e gestita da une mente tattica geniale si è rivelata un ingrediente insuperabile.

In fondo, Annibale gioca meglio, ma perde. Scipione gioca bene, e non perde. Ma il vero trionfatore è il legionario romano: sporco, impolverato, esausto, vittorioso.

Gesù Cristo è esistito veramente?

Uno degli elementi più interessanti della storia romana ed eterno enigma per i posteri, è quello relativo all’esistenza di Gesù come personaggio storico. Il Cristo adorato dalla religione è veramente esistito?

Gesù Cristo: il problema delle fonti

Osservando la storia romana è facile osservare quale sia stato l’effetto del messaggio di Gesù e l’impatto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero. È normale porsi domande a proposito della sua esistenza.

Quale è il problema principale che si incontra quando ci si chiede se Gesù sia davvero esistito? Il punto è che non abbiamo fonti coeve, cioè dello stesso periodo, e super-partes, ovvero non cristiane, che ci parlano del personaggio.

Le uniche fonti a nostra disposizione sono esclusivamente fonti cristiane e quindi “di parte“, come i Vangeli, i quali, peraltro, sono stati scritti almeno 40 anni dopo gli avvenimenti che vengono narrati.

Il frammento di Qumran e la citazione di Giuseppe Flavio

Dal punto di vista tecnico, ecco che lo storico si trova in difficoltà. Molto spesso mancano le basi, le fonti, per affermare che “Gesù è esistito” come avviene con altri personaggi.

Per molto tempo su questo si è cercato di trovare una fonte storica dirimente. Ad esempio, fece molto scalpore il ritrovamento di un piccolo frammento nella grotta di Qumran, in Cisgiordania: era scritto in greco ed era incompleto. Ma tentando di ricomporlo con parole abbastanza verosimili il risultato era un versetto del vangelo di Marco. Il quale sarebbe stato redatto “solo” pochi anni più tardi la morte del Cristo.

Un ritrovamento interessante e particolare, che è stato considerato una fonte quanto più vicina possibile al periodo in cui è vissuto Gesù.

Il problema è che della veridicità storica di questo frammento non si è ancora totalmente sicuri. Sulle lettere è stato fatto, comunque, un lavoro di ricostruzione.

I maggiori papirologi del mondo sono abbastanza divisi sul merito dell’autenticità, e siamo ancora nella stessa situazione: a tutt’oggi non si hanno fonti “schiaccianti” sul Gesù storico.

Un altro elemento è la citazione di Gesù nel testo di Giuseppe Flavio, uno storico ebreo vissuto nel periodo delle guerre giudaiche e che fa menzione di un certo Gesù che predicava nelle terre della Palestina.

Il riferimento sarebbe certamente interessante anche perchè proveniente finalmente da una fonte non cristiana, ma il problema si ripresenta di fronte alla possibilità di “interpolazioni”, ovvero aggiunte medievali realizzate dai copisti, prevalentemente cristiani.

Le possibili cause sulla scarsità di fonti

Quindi, possiamo affermare che Gesù non è esistito per totale mancanza di fonti?

Non è detto: e questo perché ci sono una serie di elementi che potrebbero giustificare questa assenza di conferme.

Innanzitutto Gesù visse in mezzo agli Ebrei zeloti (secondo altri gli Esseni) che furono, notoriamente, una comunità molto chiusa. Data la rigorosa e riservata cultura, le informazioni non filtravano facilmente verso l’esterno. Possiamo parlare di una forte “gelosia” nel conservare i dati e le tradizioni, il che rende inizia a spiegare la mancanza di informazioni.

Inoltre non possiamo dimenticare la deportazione che i romani operarono nei confronti dei Giudei durante le guerre: gran parte delle persone e moltissime fonti che avrebbero osservato Gesù dal vivo, potrebbero essere morte o, data la situazione di guerra, le testimonianze potrebbero essere state nascoste.

C’è anche da considerare un altro aspetto, non meno importante: Gesù, stando al racconto della sua vita, diede un messaggio puramente metafisico.

Da parte di Gesù Cristo non vi furono gesti eclatanti, o azioni, come la conquista di un territorio, molto più facilmente registrabili dalle fonti.

E’ comprensibile che in un avvenimento storico “concreto” vi siano storiografi in grado di registrarlo e testimonianze archeologiche a conferma.

Ma di fronte ad un episodio che lascia poche “tracce”, come il miracolo del camminare sulle acque o la resurrezione di Lazzaro, è comprensibile che le fonti scarseggino.

A parte le persone che furono direttamente testimoni del fatto, chiunque avesse deciso di raccontarlo sarebbe stato preso per pazzo o mitomane.

In altre parole, è nella natura delle azioni commesse da Gesù la difficoltà della testimonianza.

Ecco perché dobbiamo considerare nel nostro ragionamento una serie di “attenuanti” alla mancanza di fonti.

Una conclusione

La comunità accademica è ancora divisa sull’argomento, ma è doveroso registrare come la maggior parte degli storici concordi abbastanza serenamente sull’esistenza di Gesù come effettivo personaggio storico, oltre che come fondatore del Cristianesimo.

E’ infatti estremamente difficile che una religione tanto fondamentale per la storia umana e con delle conseguenze radicali per l’Uomo sia nata da un complotto, o un “racconto organizzato”, come sostenuto da alcuni scettici.

La peste antonina. La grande epidemia dell’Impero Romano

La peste antonina è una epidemia, probabilmente di vaiolo, che si diffuse nell’impero romano fra gli anni 160 – 180 d.C. Si trattò di una catastrofe di proporzioni mondiali: nell’arco di poco meno di 30 anni, morirono dalle 50 alle 70 milioni di persone e l’impero romano ebbe delle catastrofiche conseguenze sotto l’aspetto demografico, produttivo e militare.

Le origini dell’epidemia

Alcune fonti del tempo, narrano di una malattia grave e contagiosa, sviluppatasi in Cina, che si propagò rapidamente mietendo migliaia di vittime.

Il paese orientale, soprattutto nel periodo storico di riferimento, era un mondo estremamente lontano dalle regioni abitate dell’Impero Romano. Ma a fungere da via di collegamento con l’Europa vi fu la Via della Seta, un percorso di oltre 7000km trafficato dai viandanti e commercianti di tutto il mondo.

La peste Antonina ebbe origine dalla Cina e raggiunse l’Europa attraverso la Via della Seta

Quella che era una straordinaria via di comunicazione e di trasporto delle merci, si trasformò così in un binario di diffusione del morbo, che raggiunse in un tempo relativamente breve l’impero dei Parti (odierno Iraq, Iran), perennemente in guerra con i romani.

Il contatto tra i romani e il morbo si verificò in occasione di alcune campagne militari. In quel periodo, l’impero era guidato dall’imperatore Marco Aurelio e dal fratello Lucio Vero, che regnavano congiuntamente: quest’ultimo fu incaricato di guidare una grande guerra contro il nemico partico al comando di un grosso contingente di legionari. La svolta si ebbe nell’inverno tra il 165 e il 166 d.C.

I romani erano impegnati nell’assedio dell’antica città di Seleucia, a poca distanza dall’odierna Baghdad, Iraq. Dopo settimane di combattimenti, l’esercito romano riuscì ad espugnare la città, compiendo razzie e seminando devastazione per le strade.

E di questo momento esistono due leggende, tramandate dalle fonti: la prima riguarda lo stesso imperatore Lucio Vero, che durante il saccheggio avrebbe profanato una tomba alla ricerca di tesori, e che si sarebbe contagiato con il morbo asiatico entrando in contatto con la carne putrefatta.

La seconda parla invece di un semplice legionario romano che, impegnato a trafugare i tesori dorati del tempio di Apollo, avrebbe contratto per primo la malattia.

Tutti gli autori antichi concordano comunque nell’identificare l’assedio di Seleucia come l’inizio della diffusione dell’epidemia presso i romani.

Sintomi e segni e della malattia

Contemporaneo degli avvenimenti e testimone diretto, fu il famoso medico Galeno, che nel suo “Methodus medendi“, descrisse con notevole precisione le caratteristiche della malattia. Il sintomo principale era la febbre, che insorgeva quasi subito, accompagnata da un forte mal di gola, una infiammazione della faringe e una tosse secca, maleodorante e persistente.

Allo stesso tempo, i pazienti presentavano diarrea con sangue, sintomo di un sanguinamento interno dell’intestino. Dopo circa 9 giorni, insorgevano delle placche cutanee, a volte di un rosso vivo, altre volte più scure e squamose.

La malattia era fortemente debilitante e spossante: il suo decorso si attestava attorno alle 2 settimane, e la prognosi era grave. Tre quarti dei malati riusciva a guarire, sviluppando gli anticorpi e diventando immune ad un successivo contagio, mentre un quarto dei pazienti giungeva irrimediabilmente alla morte.

I medici romani, per quanto preparati e avanzati per i loro tempi, tanto da conoscere già sostanze antisettiche e saper eseguire operazioni chirurgiche, avevano solo dei blandi strumenti per il trattamento della malattia. L’esito finale, dipendeva in gran parte dalla resistenza del sistema immunitario del paziente.

La diffusione dell’epidemia per tutto l’impero

Il morbo si diffuse con notevole rapidità attraverso tutta l’Europa. Furono soprattutto i legionari romani di ritorno dalla spedizione partica a rappresentare il principale vettore di contagio. Il primo focolaio italico, venne identificato nel 166 d.C nella città di Aquilea, oggi in Friuli Venezia Giulia.

Da quella cittadina, il virus si sarebbe diffuso in tutta la penisola, raggiungendo Roma e colpendola con una forza inaudita: lo storico romano Dione Cassio, ci parla di 2000 morti al giorno nella sola capitale. Da lì, l’epidemia si sarebbe diffusa anche nelle Gallie e fino al confine settentrionale del fiume Reno, dove i legionari di stanza avrebbero contagiato a loro volta le popolazioni germaniche oltre confine.

La peste raggiunse Aquileia (Friuli), Roma e infine si diffuse nella Gallie e in Germania

L’epidemia ebbe una seconda ondata, circa 9 anni dopo, ancora peggiore della precedente. Le cronache parlano di strade disseminate di cadaveri, fino a 5000 morti al giorno a Roma, e scene di disperazione generalizzata.

Nel corso di circa 30 anni, la durata del fenomeno complessivo, la popolazione europea perse dai 50 ai 70 milioni di componenti: circa un quarto degli abitanti dell’impero, morirono.

Le conseguenze dell’epidemia sull’esercito

La primissima conseguenza dell’epidemia Antonina fu la decimazione dei soldati romani. Soprattutto sul fronte germanico settentrionale, la morte di gran parte dei legionari indebolì il sistema difensivo, permettendo alle tribù di intensificare, e con successo, le loro scorrerie all’interno del territorio dell’impero, un evento che non si verificava da circa 200 anni.

La reazione dell’allora imperatore Marco Aurelio fu quella di guidare personalmente le legioni per un lavoro di “recupero”. Per compensare le perdite, vennero arruolate tutte le persone minimamente in grado di combattere, fra cui anche ragazzini, poveri, schiavi e gladiatori.

Questo provocò una chiamata alla armi di emergenza che ebbe un effetto deprimente sul morale della popolazione dell’impero.

Nella confusione e depressione generale, si moltiplicarono i santoni e i maghi che predicavano oscure profezie e promettevano la guarigione o la protezione dal morbo dietro pagamento.

La definitiva soluzione, da un punto di vista militare, fu rappresentata dalle campagne contro i Quadi e i Marcomanni, vinte da Marco Aurelio al termine di estenuanti anni di guerra.

Le conseguenze sulla società

L’elevatissimo numero di morti, ebbe conseguenze devastanti anche sulla capacità produttiva. Nel giro di pochi anni morirono soprattutto agricoltori, braccianti, artigiani, piccoli imprenditori e funzionari. Il risultato si tradusse in un importante calo della capacità produttiva soprattutto nel settore alimentare.

Il cibo scarseggiò per anni, e il costo dei pochi alimenti ancora sul mercato aumentò vertiginosamente, impoverendo ulteriormente le famiglie dei sopravvissuti. Analoga situazione per tutto il settore manifatturiero e commerciale.

Non solo, la forte diminuzione di cittadini rappresentò anche un importante calo dei contribuenti, tanto da determinare un potente ammanco nelle tasse riscosse dall’Impero: lo stato romano si trovò quindi ad avere meno denaro per le enormi spese militari e di gestione, in un momento, al contrario, straordinariamente delicato.

La reazione dell’impero

L’impero romano subì un colpo devastante, ma allo stesso tempo dimostrò una enorme “resilienza”, ovvero una grande capacità di reazione di fronte all’imprevisto.

Il problema principale causato dal morbo era stata la grande contrazione della popolazione produttiva. Per cui, le soluzioni adottate dall’impero furono sostanzialmente due, una “esterna” e una “interna”.

La prima, “esterna”, fu quella di importare intere popolazioni entro i confini. Il principale bacino di uomini del tempo era rappresentato dalle tribù germaniche del nord, che vennero sistematicamente introdotte nell’impero.

Le autorità romane invitarono intere tribù offrendo l’occasione di lavorare e acquisire la cittadinanza romana. Ma in altri casi, l'”invito” non fu amichevole: intere popolazioni vennero deportate con l’intimidazione nei confini romani, per fornire una immediata forza lavoro.

I romani invitarono, in altri casi deportarono, intere tribù germaniche per rimpolpare la popolazione decimata dalla peste.

L’afflusso di nuovi popoli era fondamentale per recuperare produttività, e nel corso degli anni successivi, Roma rimpolpò le proprie terre con efficacia.

Ovviamente, l’inserimento di popoli venne controllato e sottoposto a regole stringenti: ogni immigrato veniva iscritto in appositi registri, doveva essere disarmato e, dopo alcuni aiuti iniziali, doveva trovare una rapida collocazione come soldato, agricoltore o artigiano.

La seconda soluzione, più “interna”, si basò sull’allentamento di regole sociali importanti: decine di migliaia di liberti e di schiavi vennero affrancati dalla loro condizione, e ottennero il permesso di ricoprire una serie di cariche funzionali e amministrative.

Si può parlare in questo caso di un efficace riutilizzo di una parte della popolazione interna all’impero per ricostituire il tessuto sociale.

Una prova superata?

Roma superò l’emergenza sanitaria dimostrando una grande efficienza e una notevole capacità di trovare soluzioni alternative.

Nonostante l’enorme numero di morti, le successive generazioni riuscirono a recuperare parte del tipico livello di benessere dell’impero, riavviando la macchina militare e produttiva.

Ma gli effetti dell’epidemia furono profondi e per certi versi irreversibili: l’imbarbarimento dell’esercito, la mancanza di un tessuto agricolo stabile oltre che una capacità militare ridotta, furono la principale eredità dell’epidemia Antonina, e allo stesso tempo, avvisaglie delle grandi dinamiche che porteranno alla caduta dell’impero.

Come festeggiavano il compleanno i romani?

Quando si parla dell’antica Roma è bello conoscere anche le piccole cose, e non solo le grandi battaglie e le grandi dinamiche. Non vi è niente di meglio che scoprire la quotidianità: oggi vogliamo spiegare una cosa molto comune, ovvero come i romani festeggiavano i compleanni.

Il compleanno nell’Antica Roma

Nell’antichità i compleanni sono sempre stati festeggiati dai potenti: bisognava essere un nobile di alto grado, un re o un imperatore.

I popoli antichi non avevano la consuetudine di festeggiare il compleanno di un singolo cittadino, che non aveva particolare importanza.

Ma i romani sono i primi a rivoluzionare questo concetto.

Sotto questo aspetto possiamo considerarli molto “democratici” perché i romani sono il primo popolo antico che, in maniera sistematica, festeggia il compleanno anche di un capofamiglia, di un figlio o di un fratello.

Ma con un approccio più profondo: per noi il compleanno è un’occasione di svago da passare insieme agli amici e ai familiari e di questa ricorrenza abbiamo una concezione di divertimento giocoso e d’intrattenimento. Per i romani aveva invece un significato molto più profondo .

Questo perché i romani avevano una vita più collegata alla natura, agli Dèi e a tutto ciò che era metafisico: pensavano che ci fosse un’entità che li proteggesse durante tutto l’anno. Non riuscivano a vedersi separati dal resto del mondo e dall’universo: sentivano di poter contare sulla protezione di un Dio che era loro dedicato.

I festeggiamenti

Ecco quindi che questa protezione doveva essere rinnovata: nel giorno del compleanno, il festeggiato cercava d’ingraziarsi il proprio dio per ottenere protezione per altri 12 mesi, lodandolo per la sua benevolenza e impegnandosi a fare qualcosa che gli fosse gradito.

In altre parole, aveva il bisogno, in questo giorno speciale, di rinnovare questa garanzia.

Il romano poneva così molta attenzione al rito stesso del festeggiamento: invitava nella sua dimora i parenti e gli amici, che lo aiutavano a rinnovare il patto con il proprio protettore.

Da qui, una differenza importante. Oggi il festeggiato riceve dei doni, ma nel mondo dell’antica Roma valeva l’esatto opposto: era lui a fare piccoli regali e ad offrire un banchetto agli invitati. Era un ringraziamento per l’aiuto ricevuto dai propri amici in un momento delicato dell’anno.

Unica pecca? Quella che a festeggiare il proprio compleanno e a ottenere la benevolenza degli Dèi erano solo gli uomini: purtroppo, eccetto alcuni casi legati alle famiglie imperiali, il compleanno delle donne non veniva celebrato. Per questo dovremo infatti aspettare il Medioevo.

Ma l’approccio di Roma ai compleanni è una delle ragioni per le quali questo popolo non smette mai di stupirci. Per il suo essere puntualmente più “moderno” e avanzato, rispetto alle popolazioni del suo tempo.

La fondazione di Roma. Il mito e la leggenda

Il mito e la leggenda della fondazione di Roma ci viene raccontato da una serie di fonti, tra cui Dionigi di Alicarnasso, Tito Livio e Plutarco, che avrebbero ricostruito il processo e gli avvenimenti che portarono alla fondazione della mitica città di Roma da parte di Romolo.

La fondazione di Roma viene tradizionalmente fissata per il 21 aprile del 753 avanti Cristo e in questo articolo ripercorreremo i gesti e i rituali che hanno portato, secondo la tradizione romana, alla fondazione della città eterna.

Numitore, Amulio e la nascita dei Gemelli

L’origine della nostra storia comincia in realtà nella antichissima città di Albalonga, posizionata più a sud nel Lazio rispetto a Roma. Ai tempi, Albalonga era una fiorente cittadina governata da un sapiente sovrano, Numitore, che amministrava con saggezza e integrità il suo popolo. Ma il fratello, Amulio, intervenne con la forza e la violenza per detronizzare Numitore e instaurare un regime dittatoriale.

A Numitore, sarebbe rimasto l’appoggio della sua sola figlia, Rea Silvia, la quale avrebbe rappresentato un pericolo per Amulio. Nel momento in cui avesse generato dei figli, questi sarebbero infatti diventati dei pericolosi contendenti al trono. Per questo, Amulio costrinse Silvia ad una castità forzata.

Tristemente rassegnata al suo destino, Rea Silvia sarebbe stata però raggiunta direttamente dal Dio Marte, invaghito di lei, che l’avrebbe posseduta in un bosco, secondo altre fonti stuprata, e l’avrebbe messa incinta di due gemelli, i famosi Romolo e Remo.

Amulio, venuto a sapere dell’esistenza dei nascituri, avrebbe visto concretizzarsi la sua più grande paura per la lotta la potere, e avrebbe dato immediatamente ordine di uccidere i due bambini affidando l’incarico ad un boia.

Quest’ultimo si sarebbe recato in un luogo appartato per eseguire la sentenza, ma all’ultimo momento, intenerito dai due neonati, non ebbe il coraggio di portare a termine il suo compito e affidò una cesta, contenente i due neonati, al fiume Tevere, lasciando i piccoli al loro destino.

Secondo la tradizione, i due bambini sarebbero stati individuati da una Lupa, che li avrebbe salvati dalle acque e allattati, assieme ad un picchio sacro. Dì lì a poco, due pastori, Acca Larenzia e Faustolo avrebbero scoperto i due bambini e li avrebbero allevati con amore.

E’ evidente in questa fase del mito, la presenza di animali simbolici, che rappresentano la forza e la virilità di Roma.

Romolo e Remo, una volta adulti, avrebbero scoperto la storia delle loro origini e sarebbero tornati ad Albalonga, dove, dopo un duello con Amulio, avrebbero restituito il trono al nonno Numitore, che venne ripristinato nelle sue funzioni di comando.

Romolo e Remo avrebbero voluto governare sulla città, ma non volendo aspettare l’eredità di Numitore, avrebbero chiesto permesso al nonno di fondare una nuova città nel Lazio. Il vecchio saggio, avrebbe così acconsentito e li avrebbe addirittura accompagnati alla ricerca del luogo più adatto per un nuovo centro abitato.

Quali caratteristiche doveva avere il territorio per fondare una nuova città? Vitruvio ci spiega chiaramente che i romani osservavano una serie di parametri: la città doveva essere quanto più vicino possibile ad un corso d’acqua, doveva essere possibilmente protetta da degli elementi naturali, come colline e montagne, anche in previsione di una difesa da parte dei nemici. Inoltre non doveva essere troppo esposta ai venti, che avrebbero potuto danneggiare il raccolto e le semine.

Romolo e Remo avrebbero individuato, nel luogo dove tradizionalmente oggi ha sede Roma, la zona più adatta. E qui sarebbe iniziata una divergenza fra i due fratelli.

Romolo avrebbe ritenuto più adatto fondare la città sul colle Palatino, mentre Remo avrebbe valutato più adatto il colle Aventino. Per avere una risposta, sia Romolo e Remo sarebbero saliti sui rispettivi colli per osservare il cielo, alla ricerca di un segnale degli Dei che avrebbe confermato una delle loro interpretazioni.

Secondo il racconto Remo, sull’Aventino, avrebbe osservato ad un certo punto sei avvoltoi sacri provenienti da destra, che avrebbero rappresentato per lui il segnale del volere degli Dei. Remo avrebbe così raggiunto Romolo e gli avrebbe comunicato il segnale ricevuto. Ma Romolo avrebbe risposto diversamente: 12 avvoltoi sacri, provenienti stavolta da sinistra, avrebbero dato ragione alla sua interpretazione. E così iniziò una grave diatriba religiosa.

Secondo alcuni sacerdoti erano più significativi i 12 avvoltoi di Romolo piuttosto che i 6 di Remo, mentre altri interpreti avrebbero dato maggior valore a chi aveva avvistato gli avvoltoi per primo. Fu da questo malinteso, che nacque lo scontro tra Romolo e Remo, dove il primo avrebbe ucciso il fratello.

Romolo fondatore della nuova città avrebbe così provveduto a seppellire il fratello nei pressi dell’Aventino, dove avrebbe voluto fondare la città, e avrebbe stabilito definitamente il Palatino come sede della nuova città.

Il rito della fondazione di Roma

Il rito della fondazione di Roma sarebbe stato un atto estremamente semplice e agricolo. Romolo avrebbe scavato una buca nel terreno, e ogni colono avrebbe gettato alcuni frutti della terra come augurio per la fecondità della nuova città.

Inoltre, ognuno avrebbe portato dal suo luogo di origine un pugno della propria terra natìa, e l’avrebbe gettata, mescolandola assieme agli altri. Questo è un elemento fortemente simbolico. Significa che Roma nacque un misto di genti, che decisero di fondare una nuova società.

L’atto della fondazione vero e proprio è rappresentato da Romolo in persona. Egli prese un aratro, con un vomere di bronzo, ci attaccò un bue e una giovenca e con questo strumento contadino avrebbe tracciato il solco ufficiale e sacro della nuova città di Roma.

Romolo avrebbe compiuto un percorso abbastanza ampio e sollevando a fasi alterne il vomere avrebbe anche stabilito anche la posizione delle porte di entrata della città. Alchè, gli animali sarebbero stati sacrificati agli Dèi.

Così il gruppo di fondatori capeggiati da Romolo, avrebbe iniziato le operazioni: la costruzione delle prime capanne, lo scavo dei primi pozzi d’acqua e le prime infrastrutture.

In realtà esiste anche una seconda versione della fondazione che immagina l’omicidio di Remo avvenuto più tardi. Dopo la fondazione della città da parte di Romolo e lo scavo del solco con l’aratro, Remo avrebbe criticato il rito della fondazione e avrebbe superato con la sua spada il solco appena tracciato dal fratello. Sarebbe stato questo affronto a portare allo scontro armato e al tragico omicidio.

La fondazione della città di Roma è un atto contemporaneamente semplice, rurale e brutale.

Già in queste leggende, individuiamo tutte le caratteristiche tipiche della primissima società romana, e del suo popolo arcaico. La brutalità, il grandissimo senso di religiosità, l’importanza dei segni e dei simboli nonché l’unione di più genti diverse, da differenti provenienze, a fondare una nuova società agricola.

La battaglia dell’Orcomeno. Silla annienta l’esercito del Ponto

La battaglia dell’Orcomeno è uno scontro tenutosi in Beozia nell’86 a.C., e vide contrapposti l’esercito romano, capeggiato da Lucio Cornelio Silla, e l’esercito del re del Ponto Mitridate VI, cui erano a capo i comandanti Archelao e Dorilao. E’ una battaglia che mette a confronto il mondo orientale con quello occidentale: non solo pensieri differenti ma anche modi di fare la guerra diversi.

La situazione in Oriente

Mitridate VI, il re del Ponto, dimostra in quel periodo piene mire espansionistiche nei confronti dell’Anatolia, quella che può essere definita l’attuale Turchia. L’obiettivo di Mitridate è conquistare nuovi territori per allargare il suo regno e consolidare il suo potere.

A suo favore, Mitridate VI può sfruttare un punto debole importante dei romani: il malcontento delle province orientali. I cittadini erano stanchi delle vessazioni dei romani e in particolare delle tasse imposte dai pubblicani, ritenute ormai fuori controllo.

Il re del Ponto si presentò infatti alla gente come un “liberatore”, e sfruttando in egual modo diplomazia e forza , riuscì a portare le province ad una ribellione, con moti di violenza mai visti prima nei confronti dei coloni italici presenti nei territori.

Sono circa 80 mila le persone che vennero barbaramente trucidate per la sola colpa di essere romani o italici. A Oriente si configurava così una situazione di grave pericolo per la sopravvivenza della repubblica di Roma.

La situazione a Roma

Anche a Roma e in Italia non regnava affatto la tranquillità: si era appena conclusa la guerra sociale. Gli alleati italici che avevano sostenuto Roma nel corso delle guerre degli ultimi secoli non venivano rappresentati nel Senato e la questione aveva assunto proporzioni sempre maggiori fino a sfociare in un conflitto che sconvolse l’Italia.

Al termine della guerra, Roma decise di concedere la cittadinanza agli Italici ma la situazione rimaneva ancora grave per via della guerra civile in corso tra Caio Mario, rappresentante della fazione dei populares, e Cornelio Silla, il leader dell’aristocrazia senatoria.

Il punto più drammatico del conflitto fu l’entrata di Silla in Roma con l’esercito: un atto gravissimo.

Dopo aver preso il controllo della città con la forza, Silla cercò di ricostruire lo Stato romano e lasciò che si tenessero elezioni libere per riportare il Senato e l’intera organizzazione dello Stato al suo normale funzionamento.

E’ in questo scenario che Silla fu costretto a intervenire, nonostante tutto, anche in Oriente, dove venne scelto come generale capo della campagna contro Mitridate VI, per riprendere il controllo delle province orientali.

Il viaggio di Silla e il saccheggio di Atene

Per raggiungere Mitridate VI e le province orientali, Silla partì da Roma e raggiunse Capua dove mise insieme un esercito di grandi proporzioni: l’attuale Campania era a quei tempi una sorta di “serbatoio di legionari” dal quale Silla ottenne ben 5 legioni. Una volta raccolti i suoi uomini, Silla salpò per la Grecia, dove mise in atto le prime strategie per affrontare il suo nemico.

Pur non compiendo una strage su larga scala, Silla prese di mira la città di Atene, alleata del re orientale, e la assediò, sia per rappresaglia sia per utilizzarla come avamposto per le sue necessità logistiche.

Va detto che Silla riservò un trattamento molto duro alla città di Atene, lasciando ai legionari la libertà di uccidere migliaia di persone, di saccheggiare i tesori, e richiedere un riscatto elevato alla popolazione. La battaglia tra le due parti proseguì anche presso il Pireo, il porto di Atene, dove Silla ottenne una vittoria completa.

Il principale generale di Mitridate, Archelao, fuggì a questo punto verso la Beozia, nei pressi di Cheronea, dove avverrà una prima battaglia e presso l’Orcomeno, dove si svolgerà lo scontro finale.

La resa dei conti e lo scontro armato

Il primo scontro avvenne nei pressi della città di Cheronea, dove a combattere furono le truppe pontiche di Archelao e Mitridate contro quelle romane di Silla.

In quel luogo, il generale romano riuscì a vincere grazie all’occupazione del monte Thurium, che gli concesse un punto elevato rispetto al piano della battaglia, oltre all’utilizzo di una riserva tattica di uomini che diede un impulso decisivo allo scontro.

Dopo la disfatta di Cheronea, Archelao poteva contare solo sulle truppe che si erano salvate. Fu allora che il generale si accorse che sopra la piccola cittadina di Orcomeno si stagliava una pianura molto larga, perfetta per dispiegare la sua cavalleria. La presenza di profonde paludi alle sue spalle lo fece inoltre sentire ragionevolmente sicuro di non poter essere attaccato alle spalle.

Quando Silla, inseguendo il nemico, raggiunse la pianura, decise di porre il suo accampamento davanti a quello di Archelao e ordinò ai suoi uomini di scavare due grandi fossati ai lati di quello del nemico. Queste due fosse molto profonde e molto lunghe dovevano impedire alla cavalleria di Archelao di dispiegarsi come dovrebbe per combattere: in questo modo il generale pontico sarebbe stato privato di uno dei suoi principali punti di forza.

Allo stesso tempo Silla, a scopo precauzionale, dispose dei legionari a protezione dei commilitoni che stavano scavando.

La frenetica operazione romana, fu però scoperta da Archelao che lanciò il suo esercito contro i romani.

Si tratta di un momento molto difficile della battaglia per Silla: gli uomini di Archelao attaccarono con tutta la loro forza, mandando nel panico le truppe romane e spingendo alcuni soldati alla fuga. Per Silla la battaglia di Orcomeno rischiava di trasformarsi in una disfatta.

Il generale decise di prendere direttamente in mano la situazione. Racconta Plutarco, che Silla scese da cavallo e giunto sul luogo della battaglia, afferrò un’insegna e si fece spazio attraverso i fuggitivi in direzione dei nemici urlando:

“Possa avere io, o Romani, una morte onorevole qui, ma voi quando vi chiederanno dove avete abbandonato il vostro comandante ricordatevi di dire loro: a Orcomeno”.

Questo bastò per far ritornare sul campo di battaglia coloro che avevano tentato la fuga.

La riscossa romana e la vittoria

Silla riprese appena in tempo il controllo dei suoi uomini e le sue truppe sembrarono ritrovare il vigore, riuscendo a respingere il contingente di Archelao nel loro accampamento. Nel corso della stessa giornata, Archelao operò un secondo tentativo di sfondare le costruzioni romane, ma i legionari erano stati disposti in maniera solida e ben strutturata.

Quella stessa notte, l’intero esercito dei pontici si preparò ad affrontare una situazione disperata.

Il mattino dopo, Silla dispiegò i suoi soldati ai lati dell’accampamento di Archelao a chiudere ogni via di uscita. Si può dire che quasi non vi sia stato scontro: si racconta che un tribuno, avvicinatosi alle fortificazioni, uccise una sentinella e spronò l’esercito romano a fare irruzione, compiendo una vera e propria strage.

Secondo Plutarco e altri autori del tempo, la carneficina fu così grande che la palude posizionata dietro l’accampamento, ancora due secoli dopo la battaglia, continuava a restituire alla terraferma elmi, scudi e armi dei morti.

Le conseguenze

Dopo le vittorie di Cheronea e Orcomeno, i romani ripresero il controllo delle province romane ricostituendo la loro sfera di influenza ridimensionando Mitridate VI.

Un atto possibile sì grazie alle vittorie ottenute sul campo, ma soprattutto grazie alla riforma del sistema fiscale nelle province orientali che riuscirono a risolvere alla base il malcontento che era dilagato nei territori delle colonie.

È un esempio ulteriore di come Roma, per l’ennesima volta, abbia risolto i propri problemi non solo attraverso la forza militare, ma anche con delle profonde riforme strutturali.

Il processo giudiziario nell’Antica Roma. Come si svolgeva?

Roma ha governato il mondo con il “gladio”, con le forze militari che componevano il suo esercito, ma anche e soprattutto con il “Diritto“, applicando la legge. È proprio quest’ultima la più grande eredità che i romani ci hanno lasciato.

Quel diritto e quelle regole ancora oggi fondamentali per comprendere i sistemi giudiziari del mondo: è per questo che è necessario comprendere quanto possa essere importante la conoscenza del diritto romano. Data la sua vastità è necessario, per capirlo, prendere ad esempio un caso concreto nel quale tutti si possono riconoscere: immaginiamo di vivere un processo nell’antica Roma.

Cosa succede? Cosa doveva affrontare una persona sottoposta a processo? Scopriamolo insieme.

Giustiniano, eroe del diritto romano

I romani avevano un bisogno “quasi” morboso di realizzare leggi: avevano bisogno di rendere legale ogni aspetto del loro vivere e non lesinavano i propri sforzi nel rendere istituzionale anche quello che fino a poco tempo prima non lo era. Un atteggiamento che nei secoli ha portato alla creazione di un numero elevatissimo di leggi e quindi ad un diritto estremamente consistente.

Ma la storia romana arrivò ad un momento nel quale questo eccesso di norme rischiava di non essere adeguatamente gestito: vi era la necessità di mettere a posto il caos che si era creato.

È qui che interviene la figura di Giustiniano: a capo dell’impero romano di Oriente, Giustiniano tentò una riunificazione con l’impero romano di Occidente, e nell’ambito di questo progetto, diede incarico ad un gruppo di giuristi di riunire tutte le leggi emanate fin dai tempi di Cicerone, armonizzarle, eliminare quelle superflue, quelle doppie od opposte in un grande lavoro di riordino. È stato proprio grazie al suo intervento che il Diritto romano è potuto arrivare fino ai giorni nostri.

Il Corpus Iuris Civilis è la base della storia del diritto e quindi della nostra legislazione.

I passi preliminari del processo

Oggi sappiamo che per formulare un’accusa servono le forze dell’ordine e degli inquirenti che raccolgano prove al fine di elaborare e sostenere un impianto accusatorio che verrà poi portato in aula da un Pubblico Ministero. Non siamo certamente noi in prima persona, a poter sostenere il ruolo di accusa in un processo.

Un approccio totalmente diverso rispetto a ciò che accadeva ai tempi dei romani: ogni persona infatti poteva diventare un potenziale accusatore di un’altra. Poteva raccogliere a sue spese testimoni e prove dell’avvenuto reato, creando da solo un impianto accusatorio: diventava quindi un’ “attore”. Era questo il nome di colui che accusava e citava in giudizio la controparte, che passava sotto il nome di “convenuto”.

L’attore si recava davanti a un giudice che quasi sempre era il pretore, sebbene potessero essere interpellati altri magistrati, e presentava la sua “postulatio”, ovvero la sua accusa corredata di prove e testimoni. Il pretore a sua volta, eseguiva un piccolo interrogatorio o “interrogatio” all’accusato, per eseguire una prima valutazione dei fatti.

Nel caso in cui mancava fondamento delle accuse, il pretore poteva decidere di annullare il processo dando modo al convenuto di “controquerelare” l’attore per calunnia. Se il pretore, al contrario, rilevava fondatezza e si poteva proseguire con un processo formale, stilava un documento che precisava lo svolgersi dei fatti, il diritto violato, e la difesa stabilendo l’inizio del processo, di norma 10 giorni dopo gli atti preliminari.

L’inizio del processo: accusa e difesa

Il processo romano si svolgeva in prevalenza nel foro all’aperto con la presenza del pubblico: in caso di maltempo venivano sfruttate le basiliche. Non deve stupire la “spettacolarizzazione”: per i romani i processi erano in qualche modo motivo di intrattenimento popolare.

Il processo poteva contare sul pretore, spesso accompagnato da altri giudici mentre le persone potevano sedersi in sedili appositi per ascoltare tutto ciò che veniva detto.

Ad iniziare quella che può essere definita la parte iniziale del dibattimento, come accade anche nei processi moderni, era l’accusa, che aveva fino a due ore di tempo (senza poter essere interrotta) per presentare e motivare l’elenco dei reati di cui il convenuto era accusato. Una volta concluso l’intervento, doveva lasciare spazio alla difesa che aveva fino a 3 ore per poter difendere l’accusato. In poche parole l’arringa iniziale contemporanea che serviva come presentazione meticolosa del caso.

Vi era poi una fase successiva, quella dell’”altercatio”, dove si susseguivano domande e risposte da parte dell’accusa nei confronti della difesa e viceversa e della difesa nei confronti del suo assistito per alleggerirne la posizione, analogamente a quel che succede nel corso dei processi moderni.

Prove e testimoni nell’antica Roma

Finito lo spietato botta e risposta tra le parti, vi era la fase della “probatio”, il momento clou dell’intero procedimento nel quale era possibile presentare le prove e i testimoni e di base “decidere” come sarebbe andato il processo. Chi testimoniava a favore di qualcuno era definito “patrono”.

Dopo questa fase, arrivava la sentenza: il pretore e gli altri giudici si riunivano per discutere il caso e prendere una decisione: sebbene avessero tutto il tempo che volevano a disposizione era costume impegnarsi a produrre un verdetto nell’arco della stessa giornata del processo. Ogni giudice esprimeva il suo giudizio: A- Absolvo (assolvo) o C- Condemno (condanno). Si calcolava il risultato e si pronunciava la sentenza che poteva essere una multa tanto quanto una sentenza capitale, a seconda del reato.

Di norma la sentenza era definitiva e irrevocabile. In determinate condizioni però, se il processo non produceva esiti schiaccianti, si potevano avere possibilità di appello in caso di condanna. Nello specifico si poteva fare una “provocatio ad populum”, una provocazione al popolo: in questo caso il giudizio dei giudici veniva sospeso e il giudizio rimandato alle assemblee.

A decidere sarebbero stati quindi comizi centuriati: cosa significa? Un magistrato si presentava al popolo, riassumeva il caso, e i comizi centuriati votavano se confermare o meno la condanna presentata dai giudici.

Il Diritto, l’eredità romana

Per secoli i processi sono stati intentati sia su ragioni serie e valide, sia per contrastare i nemici politici: nel corso di tutta l’egemonia romana i processi sono stati utilizzati come una vera e propria arma per la supremazia politica. Motivo per il quale Silla decise di istituire dei tribunali permanenti che potessero contare su magistrati adibiti al ruolo di giudici di processo senza che dovesse essere scelto di volta in volta il pretore.

Concludendo, tra il processo nella società romana e quello moderno è possibile notare come vi siano tante analogie: di certo l’organizzazione perfetta raggiunta nell’antichità è diventata la base del nostro dibattimento, la più grande eredità che ci ha lasciato il popolo romano.

La polizia nella Roma antica. Come funzionava?

Come funzionava la polizia nella Roma Antica? Esisteva una forza di controllo analoga a quella nostra contemporanea? Ovviamente sì, ma è interessante in questo caso entrare nello specifico della sua organizzazione e del suo funzionamento.

Questo perché le forze dell’ordine di Roma erano concepite in modo differente rispetto a quello attuale: vi era una concezione molto originale di ordine pubblico rispetto a ciò che questa coppia di parole rappresenta per la nostra società di oggi.

La polizia nella Roma repubblicana

Nel periodo Repubblicano i magistrati principali che si occupavano dell’ordine pubblico erano gli “Edili curuli”. Il nome deriva dalla “curule”, una seduta ereditata dagli Etruschi e divenuta poi simbolo religioso e legislativo nella società romana.

Gli edili curuli avevano tre funzioni principali. La prima era quella di occuparsi dell’approvvigionamento di cibo all’interno della città, la seconda era quella di organizzare e controllare gli spettacoli da proporre alla popolazione, i momenti ludici atti a intrattenere. La terza funzione legata agli edili curuli era proprio quella del controllo del territorio, delle strade e dei luoghi nei quali le persone si incontravano, in pratica ciò che fanno i nostri attuali ufficiali di polizia.

Gli edili avevano il compito di emanare delle direttive principali e regolamenti che poi dovevano essere applicati in tutta la città per mantenere l’ordine pubblico.

Quelli che invece eseguivano più da vicino il controllo effettivo della popolazione e del territorio erano un’altra tipologia di magistrati, paragonabili ai nostri poliziotti e chiamati “Nocturni”, un nome che deriva dal fatto che essi fossero in azione prevalentemente di notte.

Queste forze di controllo avevano delle funzioni di polizia molto simili a quelle moderne: dovevano controllare i mercati, intervenivano se c’erano piccoli furti o risse. Si occupavano anche di truffe o diverbi importanti: erano dei magistrati che si occupavano di ciò che quotidianamente Polizia e Carabinieri trattano ai giorni nostri e quindi di un controllo del territorio intenso e severo.

Le forze che lavoravano a maggiore contatto con la popolazione erano i “Vicomagistri”: la loro funzione era infatti quella di tenere sotto controllo i templi, i luoghi pubblici. Rapportati ai giorni nostri possono essere paragonati ai poliziotti di quartiere. Ogni zona di Roma aveva quattro vicomagistri che possedevano una conoscenza del territorio molto profonda: strade, persone che vi abitavano, attività svolte.

Una conoscenza così approfondita che consentiva loro di capire immediatamente se fosse successo qualcosa e di rimediare velocemente al problema, riuscendo quindi a collaborare proattivamente al mantenimento dell’ordine pubblico insieme alle altre forze di controllo.

Le Forze dell’ordine nella Roma Imperiale

Nella Roma imperiale Augusto si rende protagonista di una delle riforme più importanti: quella di riorganizzare in modo più preciso e ordinato tutte quelle forze militari e para-militari che fino a quel momento si erano prese cura dell’ordine pubblico.

In teoria i Pretoriani, che avevano il compito di proteggere l’imperatore, avevano la possibilità di agire come delle vere e proprie forze dell’ordine anche se il loro impiego era effettivamente molto raro: venivano utilizzati per mantenere l’ordine in particolari situazioni che di solito coinvolgevano un rischio elevato di sommosse o tafferugli molto importanti.

Nella realtà ad occuparsi della popolazione e del mantenimento dell’ordine erano le “Coorti Urbane”: dei gruppi para militari, soldati “adattati” alla vita cittadina, formate da “urbaniciani”. L’urbaniciano può essere effettivamente comparato, in base alle sue funzioni, al nostro poliziotto o al nostro carabiniere. Controllava le strade, i luoghi di aggregazione della popolazione, i mercati, le feste e le zone che erano considerate più malfamate. Gli urbaniciani erano gestiti da un prefetto, il quale aveva il compito di controllarne l’utilizzo sul territorio.

Gli urbaniciani e le loro coorti agivano prevalentemente di giorno: per la notte era previsto l’impiego delle “Coorti Vigili”. I vigili che ne facevano parte dovevano controllare le strade, verificare che non nascessero criticità e tra le altre cose erano autorizzati a fermare vagabondi e disturbatori della quiete pubblica da portare ai propri capi i quali avrebbero svolto un veloce processo, simile all’attuale “per direttissima”: il fatto poteva finire con una multa, l’allontanamento dalla città o qualche giorno di carcere.

I vigili si occupavano anche di domare e spegnere incendi, proprio come i nostri vigili del fuoco: una funzione molto importante se si pensa che mentre nella nostra società l’incendio è un evento sporadico, ai tempi dell’impero romano era un’occorrenza praticamente continua a causa dell’uso di torce e del legno utilizzato come principale materiale di costruzione edile.

I vigili, come forze dell’ordine erano organizzati a seconda delle principali funzioni che ogni reparto doveva svolgere e delle loro specializzazioni:

  • Vigiles acquarii – addetti alle prese di acqua
  • Vigiles balnearii – addetti ai bagni pubblici
  • Vigiles horrearii – sorveglianti dei magazzini
  • Vigiles carcerarii – addetti al controllo delle prigioni
  • Vigiles siphonarii – addetti all’azionamento delle pompe di acqua
  • Vigiles sebaciarii – addetti all’illuminazione notturna.

Il diritto di manifestare

Quando si parla di ordine pubblico e di romani è importante richiamare il concetto del diritto di manifestare, differente da quello attualmente concepito e frutto di una specifica lotta di classe avvenuta lo scorso secolo.

Oggi la possibilità di manifestare per le proprie idee è considerato un diritto “sacrosanto”: lo sciopero è uno strumento di democrazia irrinunciabile, mentre nel mondo romano la situazione era differente.

Non era normale o immediatamente concepibile che i cittadini si riunissero per protestare contro l’autorità. La contestazione non era un concetto sdoganato: la realtà di Roma prevedeva infatti che i cittadini potessero esprimere la propria opinione solo in situazioni ben precise.

Un esempio sono i comizi popolari nei quali non potevano comunque presentarsi e parlare: di solito vi era un magistrato che proponeva una legge e si poteva rispondere “si” o “no” per alzata di mano.

Appare quindi abbastanza chiara la differenza tra il concetto di ordine pubblico attuale e quello romano: la tolleranza delle autorità non era come quella contemporanea nei confronti delle proteste. Il controllo di chi guidava Roma era molto più alto e non opinabile e la pressione dello Stato e delle forze dell’ordine molto più intensa rispetto a quello che viene considerato normale ai giorni nostri.

Il Pilum. Il micidiale giavellotto del legionario romano

Il legionario era una macchina da guerra perfetta: la sua efficacia come guerriero era garantita dalla motivazione, dalla disciplina e dall’allenamento e, tra le altre cose, dall’utilizzo del Pilum come arma di attacco. Si tratta di un giavellotto pensato per uccidere e farlo in modo veloce.

Le armi utilizzate dal legionario dell’Antica Roma possono essere considerate “pura fantascienza” se si pensa al periodo storico al quale ci si riferisce e alle conoscenze a disposizione. In questo momento voglio illustrare e spiegarvi una tra le armi più potenti utilizzati dai soldati, il Pilum per l’appunto.

Le origini del Pilum romano

Il giavellotto era una delle armi fondamentali e immediatamente riconoscibili in dotazione al legionario romano: le sue origini, va sottolineato, sono un po’ controverse perché non si hanno certezze a riguardo. La maggioranza degli studi compiuti sulle armi romane sostengono che con molta probabilità già gli etruschi, la forza principale esistente quando nacque Roma, utilizzassero delle lance o giavellotti per contrastare gli avversari. I romani, noti per la loro capacità di assorbire e migliorare le informazioni raccolte, hanno di certo fatto lo stesso con il giavellotto.

Nel periodo Regio e durante il corso di tutta la Repubblica il Pilum venne usato costantemente come parte della dotazione del legionario Romano. Il perché è presto spiegato: era un’arma molto facile da trasportare ed era perfetta da utilizzare contro i nemici di Roma, che pur essendo grandi e forti guerrieri non indossavano praticamente alcuna protezione.

Non possedevano scudi sofisticati né indossavano armature ben congegnate. Combattevano lanciandosi ferocemente contro al nemico, ma la loro mancanza di protezione li rendeva esposti al lancio di giavellotti che permettevano di spaventare e di sfoltire le file degli avversari prima del combattimento corpo a corpo.

Come è fatto il Pilum

Per comprendere l’efficacia del Pilum è consigliato osservarlo da vicino: basta osservarlo per capire che un suo corretto funzionamento era legato all’equilibrio della sua struttura, del suo peso e della sua forma. La parte posteriore presentava spesso una piccola punta in metallo che serviva ad appesantire quel punto per controbilanciare in maniera adeguata il giavellotto.

Il Pilum era composto da un legno finemente lavorato per resistere alle intemperie e alle sollecitazioni: un materiale robusto ma non troppo pesante per essere manipolato nel migliore dei modi.

Uno degli elementi più importanti dell’arma era la posizione dell’impugnatura. Brandire il Pilum qualche centimetro più in alto o più in basso poteva fare una grande differenza, e l’impugnatura era stata modificata nel corso delle battaglie per ottenere la migliore prestazione possibile.

Subito sopra, era posizionata la parte di raccordo tra il legno e il metallo che non si basava semplicemente sull’unione dei due materiali con una vite o un chiodo, ma vi era proprio una piccola costruzione dalla forma variabile che bilanciava l’arma.

La parte metallica era costruita sfruttando materiali dolci e non troppo robusti e terminava con una punta che aveva l’obiettivo di penetrare a fondo lo scudo dell’avversario e ferirlo. La punta era costruita anche in modo tale da non permettere all’avversario di sfilare il Pilum dal punto di impatto e riutilizzarlo contro i romani.

In questo modo l’avversario sarebbe rimasto senza protezioni.

E se il Pilum fosse andato a vuoto? La parte metallica era concepita per piegarsi su se stessa, così come il raccordo di legno era pensato per rompersi, in modo da non trasformarsi in un oggetto controproducente da rilanciare contro i romani.

L’importanza dell’equilibrio nella struttura del Pilum appare immediatamente chiara mettendo alla prova lo strumento. Grazie ad una simulazione eseguita dai ragazzi dello Smithsonian Channel è stato possibile ricostruire il funzionamento del Pilum in tutta la sua interezza.

Questo giavellotto, una volta lanciato sullo scudo avversario riesce a penetrarlo con facilità, non consentendo per via della forma della sua punta a disincastrarlo. E non solo: a seconda della forza di penetrazione la persona posta dietro lo scudo può rimanere mortalmente ferita: un particolare importantissimo nel corso di uno scontro.

Il tramonto del Pilum

Il Pilum è stato per moltissimo tempo una delle armi più micidiali a disposizione dei soldati romani, che per secoli lo hanno utilizzato con successo nel corso delle loro battaglie. Nel periodo imperiale e tardo imperiale la sua efficacia è però venuta meno.

La ragione è da ricercare nell’aggiornamento delle dotazioni degli eserciti nemici: la presenza di maggiori protezioni e di armature differenti rispetto a quelle del passato, ha costretto i romani a modificare le armi in dotazione, ricercando una diversa efficacia.

Sul campo di battaglia non vi erano più quegli scontri di grandi numeri che sfociavano in una guerra corpo a corpo di gruppi pressoché statici: vi è ora molta mobilità da parte dei nemici, un fattore che richiama, per forza di cose, strategie diverse da quelle del passato. Un cambiamento che, con il tempo, costrinse i legionari, all’abbandono totale del Pilum.