lunedì 2 Marzo 2026
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Marco Vipsanio Agrippa. Vita del braccio destro di Augusto

Marco Vipsanio Agrippa fu il generale più fidato di Augusto e il suo braccio destro nell’amministrazione di Roma.

Il suo nome sarà per sempre collegato al primo imperatore romano come uno dei più abili comandanti militari, un talentuoso ingegnere, un architetto e un abile amministratore.

Non abbiamo molto informazioni su Agrippa, la cui figura è indissolubilmente legata a quella di Augusto: sappiamo solamente che aveva un anno in meno di Ottaviano, ed è molto probabile che fossero cresciuti e fossero stati istruiti insieme, rimanendo molto vicini sin dall’adolescenza.

Non sappiamo nulla nemmeno sull’origine della famiglia Agrippa. Il nome della Gens Agrippa era estremamente raro, e non abbiamo ulteriori testimonianze di “Vipsanii” nella storia romana.

La lotta per il potere al fianco di Ottaviano

La storia di Agrippa, così come quella di Ottaviano, entra nel vivo dopo la morte di Giulio Cesare. Il dittatore aveva lasciato in eredità ad Ottaviano la maggior parte delle sue proprietà e ingenti somme di denaro, oltre all’adozione come figlio.

Ottaviano, accettando il testamento, divenne automaticamente nemico degli assassini di Cesare: Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino. Anche le relazioni con Marco Antonio, braccio destro di Cesare, furono sempre ambigue.

Ottaviano, così, formò un concilio improvvisato che comprendeva sua madre Azia, Vipsanio Agrippa e un altro suo carissimo amico, Quinto Salvidieno.

Nonostante le prime rivalità con Marco Antonio, che vedeva nel giovane erede di Cesare un nemico politico, Ottaviano, Antonio ed Emilio Lepido organizzarono un accordo formale, noto come secondo triumvirato, nel 43 a.C, per sconfiggere gli assassini di Cesare, Bruto e Cassio, che si erano organizzati militarmente in Oriente.

Sconfitti gli ultimi repubblicani nella battaglia di Filippi 42 a.C. le tensioni tra il gruppo di Ottaviano e Marco Antonio ripresero come prima.

Nel 39 a.C, Agrippa era governatore della Gallia Transalpina, e dimostrò la sua abilità militare pacificando i disordini tra i locali e stabilendo una tribù di Galli Ubii in un’area posizionata a sinistra del fiume Reno, e costituendo una nuova città che oggi è chiamata “Colonia”, in Germania.

Agrippa fu poi eletto console nel 37 a.C proprio da Ottaviano, che assieme a Marco Antonio, in qualità di triumviro, si spartiva le posizioni di potere.

Durante le lotte che caratterizzarono il secondo triumvirato e in particolare l’inimicizia tra Ottaviano e Marco Antonio, Agrippa fu fondamentale dal punto di vista militare, soprattutto nel “caso” di Sesto Pompeo.

Agrippa contro Sesto Pompeo

Sesto Pompeo, figlio di quel Pompeo Magno che era stato sconfitto a Farsalo da Cesare e nemico del secondo triumvirato, praticava efficacemente la pirateria per tutto il Mediterraneo e aveva stabilito la sua base operativa in Sicilia, che era sotto il suo totale controllo.

Con il dominio dei mari, Sesto Pompeo faceva il bello e cattivo tempo, interrompendo a suo piacimento i rifornimenti di grano nei confronti di Roma.

Ottaviano tentò di risolvere il problema di Sesto Pompeo con la diplomazia, stringendo un prima trattato a Miseno: in cambio della pace sul mare, che avrebbe consentito la ripresa dei rifornimenti a Roma, Sesto Pompeo avrebbe avuto importanti diritti commerciali su prestigiose colonie romane.

Le ostilità, si riaprirono tuttavia nel 38 a.C, dopo che Pompeo accusò i triumviri di non aver rispettato gli accordi e riattivò il blocco dei commerci. Sesto Pompeo, dunque, rappresentava una minaccia irrisolvibile che poteva essere neutralizzata solo militarmente.

Ottaviano organizzò a tempo di record una prima flotta e guidò una spedizione contro Sesto Pompeo. Fu un autentico disastro. Sconfitto su tutti i fronti, Ottaviano era in seria difficoltà: a questo punto era chiaro che Ottaviano non era un comandante militare di grande levatura e per salvarsi dovette affidarsi all’abilità di Agrippa per sconfiggere l’avversario.

Ottaviano chiamò in tutta fretta Agrippa dalla Gallia per attaccare Sesto Pompeo. Fu l’inizio della guerra siciliana del 36 a.C.

Agrippa costruì una nuova flotta navale con grandissima efficienza. Lo storico antico Velleio Patercolo ci descrive mirabilmente il carattere di Agrippa e il suo impegno per vincere la guerra.

Marco Agrippa fu incaricato di costruire una flotta e di raccogliere soldati e rematori e insegnargli le più sopraffine manovre navali. Era un uomo dal carattere distinto, invincibile dalla fatica, ben disciplinato nell’obbedienza e desideroso di comandare gli altri. In qualunque cosa facesse non conosceva il ritardo e in lui l’azione andava di pari passo con il suo concepimento.

Riuscì a costruire un’imponente flotta nei laghi Avernus e Lucrinus, dove teneva esercitazioni quotidiane e dove portò in poco tempo soldati e rematori ad una conoscenza approfondita dei combattimenti via terra e via mare

Ma l’abilità di Agrippa non si limitava solamente alla strategia militare ma anche alla progettazione e allo sviluppo dell’Arpax, un dispositivo in dotazione ad ogni nave, che sparava un grande rampino con all’interno un gancio metallico, che consentiva di bucare il fasciame della nave avversaria e di abbordarla con maggiore facilità.

Il piano di Agrippa per sconfiggere Sesto Pompeo consisteva nel far navigare Ottaviano attraverso lo Stretto di Messina per sbarcare sulla costa siciliana orientale, mentre lui stesso avrebbe attraversato le isole Eolie per sbarcare sulla costa settentrionale. Lepido, il terzo triumviro, sarebbe invece salpato dall’Africa per raggiungere la Sicilia occidentale.

Dei tre, Agrippa arrivò per primo a destinazione: le navi di Sesto Pompeo incontrarono accidentalmente quelle di Agrippa e ne nacque uno scontro improvvisato. Le navi di Pompeo erano più leggere e più manovrabili, ma quelle di Agrippa erano più pesanti, avevano fianchi più alti e potevano sopportare meglio i danni. Pompeo venne duramente sconfitto.

Dopo questo successo navale, Agrippa e le sue legioni ottennero il controllo della città di Tindari e delle aree circostanti. Dopo alcune difficoltà, anche Ottaviano e Lepido riuscirono a sbarcare nell’isola siciliana.

Ma la guerra non era ancora terminata. Anzichè affrontare un lungo periodo di stallo, Sesto Pompeo e Ottaviano si incontrarono e accettarono di risolvere la questione con una battaglia navale decisiva.

Ognuna delle due parti avrebbe avuto a disposizione 300 navi. L’appuntamento era il 3 settembre e il luogo della battaglia sarebbe stata la costa nord-orientale della Sicilia, di fronte al porto di Nauloco, dove le truppe di ogni schieramento avrebbero potuto assistere alla battaglia dalla riva.

La flotta di Pompeo venne affidata ai suoi fidati ammiragli, Apollofane e Democares, mentre Ottaviano affidò naturalmente il comando ad Agrippa che, utilizzando le sue navi, molto più grandi e resistenti nonché dotate di Arpax, sconfisse in modo schiacciante la flotta di Pompeo, perdendo solamente tre navi contro le 28 imbarcazioni affondate del nemico.

Ottaviano assegnò ad Agrippa uno stendardo blu e una corona d’oro per ricordare il valore e l’abilità espressa in battaglia.

La guerra illirica

Nel 35 a.C Ottaviano dovette condurre una campagna militare al largo della costa dalmata, odierna Croazia, contro gli Iapodi, un popolo celtico-illirico.

Fu l’inizio della guerra illirica, e ancora una volta Agrippa sarebbe stato il fidato generale di Ottaviano. I romani sconfissero facilmente la maggior parte delle tribù locali, ma incontrarono una forte resistenza quando provarono ad assediare la città di Metelum, il centro più grande e fortificato degli Iapodi.

I legionari costruirono dei bastioni e posizionarono diversi ponti di legno verso le mura della città. Ma quando utilizzarono il primo di questi ponteggi improvvisati, la struttura crollò sotto il loro peso. Anche un secondo e un terzo ponte rovinarono al suolo.

Alla vista di ciò, l’esercito romano su sopraffatto dalla paura. Ottaviano si presentò di fronte ai suoi soldati, rimproverandoli aspramente, ma i suoi ammonimenti non suscitavano particolare effetto.

Così, con uno straordinario atto di coraggio, prese uno scudo e saltò sul ponte da solo, seguito a ruota da Agrippa, che fece da apripista. I soldati, ispirati dalle valorose azioni dei loro due comandanti, seguirono la loro guida e attraversarono l’ultimo ponte, che questa volta resse il peso, e consentì ai romani di conquistare la città.

Agrippa come Edile

Nel 33 a.C, Agrippa assunse l’incarico di edile, una magistratura che sovrintendeva alla vita quotidiana delle città romane e all’organizzazione delle feste e degli spettacoli.

In realtà si trattava di un incarico piuttosto modesto per un ex console come Agrippa, che aveva guidato la vittoria contro Sesto Pompeo nella guerra siciliana e aveva combattuto valorosamente nella guerra illirica.

Nonostante questo, Agrippa dimostrò particolare devozione ad Ottaviano e svolse le sue modeste funzioni di edile con la stessa competenza dimostrata sui campi di battaglia.

Fu costruito un nuovo acquedotto, l’acqua Julia, e gli altri furono pesantemente restaurati o riparati. Roma venne rifornita con 700 cisterne, 500 fontane e 130 pozzi per la popolazione. Venne anche riparato l’acquedotto Marciano, quello più lungo di Roma, che si snodava per oltre 55 miglia.

Vennero realizzati progetti di ingegneria civile su vasta scala, oltre alla riparazione di strade ed edifici pubblici. Agrippa si assicurò di ripulire il sistema fognario di Roma, organizzare giochi straordinariamente sontuosi e distribuire cibo a centinaia di migliaia di cittadini romani.

Durante gli spettacoli pubblici vennero anche distribuiti dei buoni per l’acquisto di cibo, vestiti e vari beni di prima necessità. Avendo l’edile alcune competenze di decoro pubblico, Agrippa scacciò anche astrologi e maghi, le cui pratiche erano considerate un affronto alla tradizionale religione romana.

La battaglia di Azio

I rapporti tra Ottaviano e Marco Antonio andarono a rompersi definitivamente e nel 32 a.C. Ottaviano dichiarò ufficialmente guerra ad Antonio e a Cleopatra VII.

Nel 31 a.c. la guerra civile si sarebbe conclusa nella decisiva battaglia di Azio, nel Golfo di Ambracia, al largo della costa greca. Agrippa fu naturalmente il principale generale agli ordini di Ottaviano e fu lui a iniziare l’attacco alla flotta di Antonio e ad avere il pieno controllo del conflitto navale.

Secondo lo storico Adrian Goldsworthy, specializzato in tecniche militari romane, fu probabilmente Agrippa la mente dietro l’intera strategia della battaglia di Azio e sicuramente il protagonista di tutti i momenti più importanti del conflitto, portando al trionfo di Ottaviano.

Anche se la flotta di Antonio disponeva di navi più forti e più grandi rispetto agli avversari, i soldati di Agrippa avevano maturato una maggiore esperienza nella guerra contro Sesto Pompeo e una particolare abilità nell’utilizzo degli arpioni.

Le condizioni metereologiche portarono a rinviare la battaglia per giorni, ma finalmente il 2 settembre 31 a.C. il conflitto ebbe luogo. Ottaviano comandava l’ala destra delle navi e Agrippa la sinistra.

Agrippa sfruttò da subito il maggior numero di imbarcazioni per avvolgere la flotta di Antonio e di conseguenza Sosio, uno dei comandanti di Antonio, fu costretto a rispondere e ad attaccare. Antonio fu così obbligato a portare in battaglia la sua intera flotta e a giocarsi il tutto per tutto.

Le navi di Ottaviano circondarono le galee più grandi di Antonio abbordandole con l’Arpax, speronandole continuamente, e riuscendo ad affondare diverse navi nemiche. Nel frattempo, dalla costa, i soldati di Ottaviano tiravano frecce infuocate e torce sulle navi nemiche.

La battaglia durò complessivamente 4 ore, durante le quali il grosso della flotta di Antonio e Cleopatra venne distrutto o catturato. Mentre i due scappavano, lasciando i propri soldati al loro destino, Agrippa registrò la più grande vittoria della sua carriera militare, quella che consegnò ad Ottaviano il governo indiscusso del mondo romano.

L’amministrazione nell’Impero Romano

Dopo la battaglia di Azio, i nemici politici di Ottaviano erano stati del tutto sconfitti e nessuno si opponeva al suo potere su Roma.

La fase successiva alla battaglia di Azio è conosciuta come Principato di Augusto, e segnò l’effettivo inizio dell’impero romano. Ottaviano divenne il primo imperatore e scelse Agrippa come console nel 28 e nel 27 a.C.

In questa fase della storia, il ruolo di Agrippa fu quello di costruttore di importantissime infrastrutture. Nel 26 a.C completò la basilica Septa Julia in onore di Giulio Cesare, una struttura originariamente pensata da Cesare e concepita per ospitare le assemblee e le votazioni.

L’intera area era costruita in marmo bianco e adornata con una serie di statue di altissima qualità. Vicino a questa struttura venne realizzata anche enorme serie di lussuose terme, per il benessere di tutti i cittadini romani.

Infine Agrippa iniziò a lavorare su una delle più magnifiche opere che la romanità ci abbia mai lasciato, il Pantheon.

Il tempio fu inizialmente progettato come luogo per il culto privato della famiglia di Augusto, e aveva una pianta rettangolare molto diversa dall’aspetto che vediamo oggi.

Nel corso dei secoli, il Pantheon avrebbe subìto diversi incendi e devastazioni e sarebbe stato ricostruito, come lo vediamo oggi, dall’imperatore Adriano, che tuttavia conservò l’iscrizione originale di Agrippa sulla facciata dell’edificio.

Agrippa restaurò e costruì diverse strade a Roma e nelle province, e ampliò notevolmente la rete stradale in Gallia, che migliorò grazie a linee di comunicazione che consentivano un più rapido accesso nel territorio

Nelle 19 a.C fu inviato in Spagna per reprimere le ribellioni dei Cantabrici, alcune tribù particolarmente difficili da sottomettere. Non fu una campagna facile, ma alla fine Agrippa ottenne un grande successo e il Senato Romano, per volere di Augusto, assegnò il trionfo ad Agrippa, il quale declinò l’onore.

Molto raramente Agrippa richiamò l’attenzione sui propri successi, scegliendo di attribuire tutta la gloria e la pace ad Augusto.

Più tardi, nel 13 a.C, un anno prima della sua morte, tornò ad est, per reprimere le rivolte che si erano scatenate in Illiria e in Pannonia.

Agrippa nella successione di Augusto

Man mano che il potere di Augusto cresceva, la questione della successione divenne un’urgenza sempre più pressante. Agrippa sposò l’unica figlia di Augusto, Giulia, nel 21 a.C, ma Augusto preferiva apertamente i due figli di Agrippa e Giulia, Gaio e Lucio Cesare.

I due ragazzi vennero persino adottati come suoi figli: era chiarissimo che nelle intenzioni di Augusto, erano i due giovani a dovergli succedere. Ma prima che diventassero maggiorenni, Agrippa era sicuramente nella lista dei possibili successori di Augusto, anche se non era il miglior candidato.

E in effetti i poteri conferiti da Augusto ad Agrippa erano ampi. L’imperatore fece in modo che il Senato concedesse il ruolo di tribuno al suo fidato amico, ed egli ebbe il potere di convocare il Senato e l’assemblea popolare per proporre qualsiasi legge avesse voluto.

Inoltre, un maggiore potere proconsolare, gli conferì la precedenza su tutti gli altri comandanti dell’esercito.

Lo storico Tacito, definì il potere di Agrippa come “designazione al rango supremo” e descrisse chiaramente questo personaggio come associato al potere assieme ad Augusto. Se Augusto fosse morto improvvisamente, solo Agrippa deteneva l’autorità per mantenere intatto e funzionante l’impero.

In effetti qualcosa di simile accadde, quando nel 23 a.C Augusto si ammalò gravemente. Tutti si aspettavano che sarebbe morto entro poche settimane, e l’imperatore consegnò l’anello con il sigillo imperiale proprio ad Agrippa.

Ma con una serie di bagni ghiacciati, Augusto recuperò le forze.

Nel 12 a.C, in Campania, Agrippa morì quasi improvvisamente, senza avere il tempo di dare l’ultimo saluto al proprio fidatissimo amico e imperatore.

Augusto organizzò un solenne funerale di stato a Roma, tenne personalmente l’elogio funebre e posizionò le ceneri di Agrippa nel proprio mausoleo. I figli di Agrippa, Gaio e Lucio, ebbero entrambi una morte prematura, rispettivamente a 23 e 18 anni.

Così Tiberio, malvoluto figliastro di Augusto, divenne il suo legittimo successore e secondo imperatore di Roma.

L’eredità di Agrippa

Agrippa è stato il compagno più vicino di Augusto, il suo comandante più abile e braccio destro indiscusso.

Era intransigente e leale e dimostrò un modesto altruismo nella continua rinuncia del trionfo personale, scegliendo di proiettare il merito e la gloria su Augusto.

L’eredità più importante di Agrippa non è solamente nella sua abilità di comandante, ma anche nel grande miglioramento della città di Roma, nei suoi progetti di costruzione, nei suoi sistemi stradali e in generale nella corretta amministrazione della capitale.

Solamente dopo la morte di Agrippa, Augusto fu costretto a creare dei ruoli amministrativi dedicati ad aspetti che Agrippa, da solo, riassumeva in sè.

Per la prima volta nella storia di Roma, furono creati degli uffici permanenti per la gestione degli acquedotti, per la costruzione delle strade e per i nuovi progetti di costruzione.

Articolo originale: Marcus Agrippa di Jesse Sifuentes (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

L’imperatore Domiziano. La vita, la paranoia

Domiziano fu imperatore romano dall’81 al 96 d.C. e il suo regno, sebbene caratterizzato da una relativa pace e stabilità, fu caratterizzato dalla paura e dalla paranoia del suo reggente.

La morte di Domiziano per mano di coloro che erano a lui più vicini, pose fine alla dinastia dei Flavi e aprì le porte della storia agli Antonini, quegli imperatori che sarebbero stati protagonisti del periodo di maggiore splendore dell’Impero Romano.

Giovinezza e salita al potere

Tito Flavio Domiziano nacque il 24 ottobre 51 d.C. in via Melograno nel sesto distretto di Roma, figlio minore del futuro imperatore Vespasiano (64-79 d.C.); sua madre, Flavia Domitillia Maggiore, morì in gioventù.

A differenza di suo fratello maggiore, Tito, Domiziano non accettava di buon grado l’educazione che gli veniva imposta, sebbene molti lo considerassero un giovane brillante. Secondo lo storico Svetonio , la sua “gioventù fu piuttosto scriteriata”.

Si giunse così al 68-69 d.C. Si tratta del famoso “Anno dei quattro imperatori” così chiamato perchè alla morte di Nerone, senza eredi, si scatenarono delle guerre per la successione e Roma ebbe in un solo anno solare, la rapida successione di Galba – Otone – Vitellio e Vespasiano.

Nel dicembre del 69 d.C., mentre Vespasiano stava combattendo nelle province orientali, Domiziano era a Roma con suo zio Flavio Sabino.

Quando le forze del pretendente al trono di imperatore, Vitellio, assediarono Roma e incendiarono il tempio dove si nascondeva Domiziano, questi riuscì a fuggire con un amico attraverso il Tevere e a mettersi in salvo.

Quando le forze dei Flavi entrarono in città , Domiziano tornò a Roma diventando, sebbene temporaneamente, il rappresentante della famiglia dei Flavi; fu persino salutato dai cittadini romani come “Cesare“; tuttavia, la maggior parte delle decisioni amministrative furono appannaggio di altri membri più influenti.

Vespasiano tornò in città nell’ottobre del 70 d.C e fu immediatamente acclamato come nuovo imperatore. In seguito, sebbene avesse ricevuto diversi titoli e onorificenze, Domiziano non si preoccupò particolarmente di arrivare al comando dell’impero, né suo padre o suo fratello, lo prepararono particolarmente alla vita di corte.

L’elezione ad imperatore

L’ascesa al trono di Domiziano avvenne il 14 settembre 81 d.C. quando Tito morì per cause naturali mentre era in viaggio con lui fuori Roma. Domiziano ritornò rapidamente nella capitale e si presentò al campo pretorio per essere proclamato imperatore.

Più tardi, circolarono voci secondo le quali Domiziano avrebbe avuto un coinvolgimento nella morte del fratello: si diceva lo avesse avvelenato e che da tempo preparasse questo omicidio per prendere il comando.

Infatti, il mistero circondava gli ultimi minuti prima della morte di Tito.

Svetonio scrive che “Tito alzò gli occhi al cielo e si lamentò amaramente che la vita gli era stata tolta immeritatamente, poiché un solo peccato risiedeva nella sua coscienza” e disse: “Ho fatto solo un errore”.

Quale era questo errore? Alcuni autori ritengono che Tito si sia riferito al suo rapporto fedifrago con la moglie del fratello Domiziano, Domizia.

Ma altri, quelli non troppo affezionati al nuovo imperatore, avevano una visione più negativa di queste parole: a loro dire, Tito voleva intendere che avrebbe dovuto uccidere Domiziano quando ancora ne aveva la possibilità.

Il regno di Domiziano

All’inizio del suo regno, Domiziano si dimostrò un abile amministratore e si dedicò al benessere della gente.

Prima che i Flavi arrivassero al potere, gran parte di Roma aveva bisogno di essere ricostruita, principalmente a causa del grande incendio avvenuto sotto Nerone, della sporcizia e dell’incapacità dei precedenti imperatori di risolvere problemi pressanti.

Restaurò le rovine di molti edifici pubblici, tra cui il Campidoglio che era stato bruciato nell’80 d.C., costruì un nuovo tempio per Giove il Guardiano, un nuovo stadio e una sala da concerto per musicisti e poeti.

Per se stesso, dato che non gli piaceva il vecchio palazzo imperiale, costruì un nuovo palazzo sul Palatino per tenere funzioni ufficiali, e più a sud costruì la Domus Augustana, dove tenne numerosi banchetti e ricevimenti.

Nonostante la sua adolescenza da vizioso, Domiziano tentò di innalzare gli standard della moralità pubblica vietando la castrazione maschile, ammonendo i senatori che praticavano l’omosessualità e stabilendo che le sacerdotesse vestali, che per precetto dovevano essere vergini, e che invece avessero consumato rapporti sessuali, fossero sepolte vive.

Chi lo circondava, almeno all’inizio del suo regno, lo descriveva come generoso, dotato di autocontrollo, rispettoso di tutti i suoi amici e coscienzioso quando dispensava giustizia.

A Domiziano piacevano anche i giochi, in particolare le corse delle bighe , alle quali aggiunse due nuove fazioni: oro e porpora. In realtà, Domiziano amava gli spettacoli pubblici di qualsiasi tipo, in particolare quelli che coinvolgevano donne e nani.

Spesso presiedeva cacce di bestie selvagge e gare di gladiatori o ancora combattimenti a morte tra fanteria e cavalleria. Il seminterrato del Colosseo (costruito da suo padre) fu riempito d’acqua e utilizzato per la ricostruzione di intere battaglie navali.

Domiziano istituì anche un festival di musica , equitazione e ginnastica che si sarebbe tenuto ogni cinque anni. Tuttavia, anche se sia Domiziano che il pubblico godevano di questi divertimenti, il loro costo avrebbe avuto un pesante impatto sulle finanze dell’impero .

Domiziano come comandante militare

Sebbene non fosse un militare (a differenza di Vespasiano e Tito), Domiziano si considerava esperto e inviava costantemente messaggi ai generali sul campo con consigli e raccomandazioni.

Non avendo alcuna esperienza personale e sperando di guadagnare un po’ di credibilità con l’esercito, avviò una campagna in Germania per combattere i Catti nell’83 d.C.

Nonostante avesse ottenuto una vittoria di poco conto, si conquistò il soprannome di “Germanico” per il suo “successo”.

Ma una delusione era in arrivo.

Nell’85 d.C. i Daci, odierna Romania, attraversarono il Danubio e sfondarono la frontiera settentrionale, uccidendo un comandante romano, e costringendo Domiziano ad intervenire.

Quattro anni dopo, l’ esercito romano ottenne una vittoria decisiva contro i Daci a Tapae; ma nel frattempo scoppiò una grave rivolta in Pannonia (odierna Ungheria).

Per non impegnarsi su troppo fronti, Domiziano fu costretto con riluttanza a concludere una tregua con il re dei Daci, Decebalo. Fu una pace umiliante: i romani pagavano un tributo annuale per assicurarsi l’amicizia del sovrano.

Nel 92 d.C., i Sarmati attraversarono il Danubio e attaccarono la frontiera romana, una guerra che sarebbe durata fino alla morte dell’imperatore.

L’imperatore paranoico

Svetonio afferma che Domiziano, all’inizio del suo regno, fu un buon amministratore; tuttavia, l’avidità e la costante paura di essere assassinato lo resero crudele.

Lo storico Cassio Dione spiega che l’imperatore era volubile e incline all’ira e non provava affetto per nessuno (tranne che per le donne). Era estremamente vanitoso e particolarmente afflitto per la sua calvizie.

Con il passare del tempo e con le continue pressioni a cui era sottoposto, la sua paranoia degenerò.

Per pagare le sue stravaganze, aumentò le tasse imposte al popolo ebraico emanate da suo padre e sequestrò i beni di senatori e ricchi romani. La sua paranoia coinvolse persino sua moglie, Domizia Logina.

La accusò di adulterio (alcuni resoconti sostenevano che se lo meritava) e per qualche tempo progettò di metterla a morte, anche se poi tornò sui suoi passi. Eppure Domizia era stata sposata con un senatore, Aelius Lamia, ma aveva ottenuto il divorzio per poter sposare Domiziano.

L’imperatore si considerava un sovrano assoluto e pretendeva di essere chiamato padrone o dio: ” dominus et deus “. Volle anche dare il suo nome a due mesi del calendario: Germanico (settembre) e Domiziano (ottobre).

Il Senato fu quasi completamente privato del suo potere e la sua paranoia portò all’esecuzione sommaria sia di alcuni senatori che di parecchi ufficiali imperiali con i pretesti più banali.

Per gelosia, fece giustiziare Sallustio Lucullo, governatore della Britannia, per aver dato il nome a un nuovo tipo di lancia senza chiedergli il permesso e richiamò Agricola, un generale vittorioso in quelle zone, perché stava diventando troppo popolare.

Nel suo libro sulla Britannia e la Germania, Tacito raccontò il rapporto tra Agricola e Domiziano. Le vittorie del generale in Britannia mettevano l’imperatore in una posizione ambigua, diviso tra l’orgoglio per una vittoria romana e la gelosia a causa del suo fallimento come comandante.

Con le parole di Tacito:

“Agricola venne ricevuto da Domiziano con il sorriso sul volto ma che mascherava una inquietudine segreta. Domiziano era amaramente consapevole di quanto, rispetto ad Agricola, fosse stato ridicolo il suo piccolo trionfo in Germania “.

Domiziano offrì al generale Agricola il governatorato della Siria, ma quest’ultimo rifiutò, forse conscio che si trattava di un pretesto per allontanarlo da Roma.

La morte di Agricola all’età di cinquantaquattro anni, di nuovo, mise Domiziano in una posizione difficile. Ancora Tacito racconta:

“Domiziano fece spettacolo di sincero dispiacere; ma in realtà era sollevato dalla necessità di odiare Agricola e dovette sforzarsi di nascondere la soddisfazione”.

La paranoia di Domiziano lo portò a prendere misure estreme come il massiccio impiego di informatori e spie per ottenere informazioni su possibili complotti o ribellioni.

Più volte ordinò, durante gli interrogatori, di tagliare le mani (o bruciare i genitali) dei prigionieri.

Domiziano fece addirittura lastricare un sentiero che percorreva abitualmente con una pietra lucidissima in modo che riflettesse il paesaggio dietro di lui e gli consentisse di guardarsi costantemente le spalle.

Non ultimo, fece giustiziare il marito di una sua nipote, Flavio Clemone, con l’accusa di ateismo perché era solidale con la difficile situazione degli ebrei romani.

La morte di Domiziano

Domiziano aveva certamente sviluppato problemi psichici, ma effettivamente, ad un certo punto, si svilupparono veramente trame contro di lui.

Nel settembre dell’87 d.C. diversi senatori furono scoperti mentre intessevano una cospirazione contro l’imperatore e furono giustiziati.

Ma alla fine, un articolato complotto per toglierlo di mezzo ebbe successo: si trattava di una trama che coinvolgeva persino la stessa moglie, Domizia.

Secondo Svetonio e altre fonti, un gruppo di cospiratori stava discutendo sull’assassinio dell’imperatore durante una cena. Stefanus, un membro della corte imperiale di Domiziano che era stato accusato di appropriazione indebita e temeva per la sua vita, si avvicinò ai cospiratori, offrendo loro i suoi servizi.

Stefanus, che era a stretto contatto con Domiziano, finse di essersi ferito al braccio e applicò una benda, nella quale era nascosto un pugnale.

Un giorno, Stefanus si avvicinò a Parthenius, il cameriere di Domiziano, tirò fuori il pugnale e accoltellò l’ignaro Domiziano nell’inguine. Stefanus e a Parthenius ingaggiarono una lotta con Domiziano che, disperato, cercava di prendere un coltello che teneva sotto il cuscino.

Ce la fece, ma Parthenius aveva rimosso la lama. In pochi minuti, altri cospiratori accorsero nella stanza e fecero a pezzi l’imperatore disarmato.

Domiziano aveva solo quarantaquattro anni. Le sue ceneri furono prelevate dalla sua vecchia infermiera e sepolte nel tempio di Flavia.

All’udire della sua morte, il Senato fu felicissimo. Svetonio scrive:

“I senatori, di ogni fazione politica, erano felici e imprecavano contro il nome di Domiziano con grida e offese. Si fecero portare delle scale e iniziarono a rompere in frantumi le effigi e gli scudi che ritraevano il suo volto”

Di lì a pochi giorni, Marco Cocceio Nerva fu salutato come il nuovo imperatore, anche se si trattava di una figura di passaggio in attesa di un imperatore definitivo.

Il Senato non fu però in grado di contenere il dispiacere della folla, che dimostrò invece sincero affetto per Domiziano.

Nei mesi che seguirono, Roma celebrò la morte del vecchio imperatore esibendo le sue statue e dedicandogli archi cerimoniali.

Articolo originale: Domitian di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Fonti

  • Cassio Dione CocceianoHistoria Romana, libri LXVI-LXVIII
  • SvetonioDe vita Caesarum libri VIII
  • Tacito, Historiae
  • Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae

La battaglia di Azio. Ottaviano sconfigge Antonio e Cleopatra

La battaglia di Azio (2 settembre 31 a.C.) combattuta nel mar Ionio al largo del promontorio di Azio, in Grecia, fu lo scontro decisivo della guerra civile combattuta tra Ottaviano (63-14 d.C.) in seguito noto come Augusto, e le forze di Marco Antonio (83-30 a.C) e Cleopatra VII d’Egitto (69- 30 a.C. ). La battaglia rappresenta il culmine di oltre dieci anni di rivalità tra Ottaviano e Antonio.

In seguito all’assassinio di Giulio Cesare del 44 a.C venne stipulata una alleanza fra Ottaviano, Antonio e Marco Emilio Lepido, nota come secondo triumvirato (43-36 a.C).

Nel corso di questo sodalizio, gli assassini di Cesare, prevalentemente Cassio e Bruto, vennero affrontati nella battaglia di Filippi del 42 a.C.. Dopo Filippi, il secondo triumvirato governò diverse regioni della repubblica romana, ma il reciproco sospetto e il risentimento fra i tre uomini provocarono la sua frattura.

Lepido fu esiliato da Ottaviano nel 36 a.C e Antonio ruppe formalmente l’accordo nel 33 a.C. La battaglia di Azio segna così l’epilogo finale di questa lunga dinamica.

Dopo aver perso la battaglia, Antonio e Cleopatra si uccisero l’anno successivo e Ottaviano divenne il primo imperatore romano nel 27 a.C.

La battaglia di Azio è tradizionalmente considerata come l’evento militare che pone fine alla Repubblica e segna l’inizio dell’impero romano.

Dal secondo triumvirato alla guerra civile

Per comprendere pienamente il contesto storico dobbiamo rifarci al periodo in cui Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso e Pompeo Magno formarono il primo Triumvirato, un accordo del tutto privato che consentiva a questi tre uomini di governare indipendentemente la repubblica romana. Cesare aveva una straordinaria intelligenza politica, Pompeo era il principale leader militare e Crasso l’uomo più ricco di Roma.

Una importante destabilizzazione di questo accordo si verificò quando Crasso, per seguire il proprio progetto di conquista della Partia, condusse una disastrosa campagna militare che si concluse nella disfatta di Carre, durante la quale lo stesso Crasso e suo figlio trovarono la morte.

Senza la mediazione di Crasso, la rivalità fra Cesare, che nel frattempo era diventato un potentissimo generale con la conquista della Gallia, e Pompeo si acuì, fino allo scoppio della guerra civile dal 49 al 45 a.C.

Cesare inseguì l’avversario prima nei Balcani, dove lo sconfisse nella piana di Farsalo e poi in Egitto, dove Pompeo credeva di trovare degli alleati che invece lo tradirono e consegnarono la sua testa a Cesare.

In Egitto, Cesare ripristinò l’autorità della Regina Cleopatra VII a tutto discapito di suo fratello Tolomeo XIII e del suo consigliere Potino. Diventati amanti, Cleopatra diede alla luce il figlio di Cesare, Cesarione, nel 47 a.C.

Dopo aver vinto nuovamente a Tapso (Africa) e a Munda (Spagna), Cesare diede luogo ad una vasta serie di riforme, che furono stroncate dal suo assassino nel 44 a.C.

Quando Cesare venne ucciso, Cleopatra e suo figlio fuggirono in Egitto e Ottaviano costituì assieme ad Antonio e Lepido il secondo triumvirato, stavolta un accordo ufficiale, che aveva lo scopo di ricostituire il funzionamento della Repubblica e neutralizzare la minaccia degli assassini di Cesare, Cassio e Bruto, che si erano riorganizzati in Oriente.

L’accordo diede i suoi frutti, in quanto nella battaglia di Filippi, i due vennero sconfitti e la repubblica romana rimase saldamente nelle mani dei triumviri.

Ma una volta eliminati i nemici comuni, la rivalità tra Ottaviano e Marco Antonio si fece sempre più accesa. Ottaviano aveva l’incarico di riportare l’ordine in Italia e riassegnare le terre ai legionari veterani.

Ma il fratello minore di Antonio, Lucio Antonio, si ribellò ad Ottaviano e cercò di imbastire un esercito contro di lui. Il tentativo, tuttavia, andò a vuoto: nella battaglia di Perugia, Ottaviano sconfisse l’avversario e confermò il proprio dominio sull’Italia.

I rapporti tra Ottaviano e Marco Antonio ebbero un nuovo momento di distensione in occasione del contrasto a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, che aveva continuato la sua personale battaglia dopo la morte del padre e teneva in scacco i rifornimenti e i commerci marittimi con la sua flotta di pirati.

Un accordo stipulato con Sesto Pompeo durò poco e Ottaviano dovette risolvere personalmente la situazione grazie all’aiuto militare del suo braccio destro, Marco Vipsanio Agrippa, che nella battaglia di Nauloco riuscì a neutralizzare Sesto Pompeo.

A questo punto, Lepido scelse di approfittare di alcune legioni stanziate in Sicilia per tentare di prendere il comando del Triumvirato: questa mossa fu fortemente contrastata da Ottaviano, che riuscì a far passare i soldati di Lepido dalla propria parte e ad esiliare il terzo incomodo.

Ottaviano e Antonio, così, erano ormai rispettivamente al potere in Occidente e in Oriente, ma la convivenza fra due personalità e autorità militari così importanti non poteva durare a lungo.

Marco Antonio, perseguendo personali progetti di gloria, aveva condotto una grande campagna per sottomettere la Partia, ma la sua gestione fu assolutamente disastrosa e nel 36 a.C subì la perdita di 30.000 uomini. La fallita campagna di Marco Antonio danneggiò gravemente la sua reputazione, mentre quella di Ottaviano al contrario aumentava come statista e amministratore.

Antonio fallì in un nuovo tentativo di conquistare l’Armenia e perse ulteriore sostegno a Roma quando ripudiò sua moglie Ottavia, sorella di Ottaviano, e decise di sposare Cleopatra, creando una successione dinastica in Oriente. La cosa più inaccettabile per i Romani era l’assegnazione da parte di Marco Antonio di alcune province a Cleopatra e i suoi figli come se si trattasse di proprietà private.

Ottaviano non aveva altra scelta che muovere guerra contro Marco Antonio, ma non poteva dichiarare apertamente la sua ostilità e aprire per primo il conflitto, in quanto Antonio aveva ancora un significativo sostegno militare a Roma.

La propaganda di Ottaviano contro Antonio

Ottaviano fu tuttavia informato che Antonio aveva affidato il suo testamento alle vergini vestali: nonostante formalmente le vestali si rifiutarono di consegnare il documento, Ottaviano, con la forza e la persuasione, ottenne di poter leggere il testamento in Senato e di fronte all’assemblea Popolare.

Secondo questo documento, le intenzioni di Antonio erano quelle di lasciare le sue vaste proprietà terriere ai figli avuti da Cleopatra. Ottaviano manipolò abilmente la situazione per convincere il popolo romano che Cleopatra stava utilizzando Marco Antonio per diventare la nuova regina di Roma.

Orrore fece l’idea che Marco Antonio e Cleopatra stessero progettando di spostare la sede del potere Romano ad Alessandria. Lo storico Charlesworth descrive efficacemente la propaganda che Ottaviano lanciò contro Marco Antonio:

“Contro Cleopatra fu lanciata una delle più terribili campagne d’odio della storia. Nessuna accusa era troppo vile per essere scagliata contro di lei e tutte quante vennero ingenuamente prese in considerazione dal popolo romano.

Ottaviano raccontava che Cleopatra aveva stregato Marco Antonio con le droghe, che quest’ultimo vendeva il proprio potere per i piaceri sessuali e che il presunto figlio di Cesare era nient’altro che un bastardo di un padre sconosciuto. Cleopatra venne additata come adoratrice di Dei animali, una regina sfrontata e viziosa, che aveva trasformato Marco Antonio in un ubriacone. Venne chiamata avvelenatrice, traditrice e codarda.

Ottaviano riuscì così ad aizzare l’opinione pubblica contro Antonio attraverso Cleopatra, senza accusarlo direttamente di crimini e misfatti. Il Senato privò Antonio dei suoi poteri di triumviro e di console e dichiarò guerra a Cleopatra, elevando Ottaviano a salvatore del Repubblica.

Il piano di Ottaviano stava funzionando molto meglio di quanto potesse immaginare, in quanto tutti i procedimenti di guerra furono indirizzati contro Cleopatra per salvare Antonio dalle sue grinfie.

Ottaviano sapeva perfettamente che Antonio non avrebbe mai lasciato Cleopatra al suo destino e certamente sapeva che non avrebbe mai accettato una posizione subordinata a Roma. Per cui, si sarebbe condannato a difendere Cleopatra rendendosi nemico dello Stato.

I preparativi alla battaglia

Antonio e Cleopatra mobilitarono il loro esercito preparando la flotta ad Efeso, nella moderna Turchia, e svernando in quella zona dal 33 al 32 a.C. Cleopatra alimentò l’esercito di Marco Antonio con ingenti rifornimenti dall’Egitto e contribuì in modo sostanziale alle casse della guerra con 20.000 talenti.

Gli ufficiali di Antonio capirono perfettamente la strategia di Ottaviano e lo esortarono a prendere le distanze dalla regina Cleopatra, consigliando ad Antonio di lasciarla in Egitto e avviare negoziati con Ottaviano, ma Antonio rifiutò seccamente.

Antonio spostò il suo centro di comando a Samo, in Grecia, e fece trasportare il suo esercito e la sua flotta ad Atene, dove si riunì con Cleopatra nella primavera del 32 a.C. Fu nuovamente invitato a separarsi in tempo da Cleopatra, ma oppose per l’ennesima volta un netto diniego.

Le forze di Antonio e Cleopatra si spostarono a nord fino ad Atticum, sul mar Ionio: l’esercito consisteva in 19 legioni, dai 60 ai 63 mila uomini, esclusi gli ausiliari che probabilmente ammontavano a 10.000 uomini e forse 12.000 cavalli, mentre la flotta si attestava su 8 squadroni di navi ognuna con 60 imbarcazioni, tra cui uno squadrone guidato direttamente da Cleopatra.

L’esercito svernò ad Azio nel 31 a.C, con rifornimenti puntualmente consegnati dall’Egitto attraverso una rotta di trasporto pesantemente sorvegliata che correva lungo la costa del Peloponneso attraverso le cittadine di Metone e Leuca.

Nel frattempo Ottaviano aveva mobilitato le sue forze, che consistevano in 80.000 soldati di fanteria, 12 mila di cavalleria, 3000 arcieri e oltre 400 navi. La sua flotta era composta da navi leggere e manovrabili chiamate liburne, di solito utilizzate per il pattugliamento e il commercio, equipaggiate da un nuovo dispositivo chiamato Arpax, un arpione di legno che racchiudeva un gancio di ferro che permetteva di abbordare rapidamente le navi avversarie.

Al suo comando l’ammiraglio Agrippa, mentre Ottaviano avrebbe sorvegliato le forze di terra.

Agrippa sorprese Antonio e Cleopatra nel 31 a.C: i loro eserciti erano ancora acquartierati negli accampamenti invernali e Agrippa riuscì con poco sforzo a conquistare la città di Metone, tagliando le forniture di grano al quartier generale dei due nemici. Ottaviano nel frattempo posizionò le sue forze a 5 miglia a nord di Azio e fortificò al suo accampamento.

Dopodiché, Agrippa si spostò lungo la costa e conquistò anche Leuca, sequestrando navi ed equipaggi e riducendo ulteriormente le scorte di cibo di Antonio e Cleopatra.

I due si trovarono di fronte ad una situazione senza scampo: dovevano agire per non morire di fame. Marco Antonio avrebbe voluto utilizzare le legioni acquartierate in Macedonia per una battaglia terrestre, ma Cleopatra lo convinse a sfondare la linea di navi di Agrippa e scappare insieme in Egitto.

La battaglia di Azio

Il 2 settembre del 31 a.c. Antonio e Cleopatra trasferirono la loro flotta nel mar Ionio, confidando che il vento li avrebbe aiutati ad attraversare le navi di Agrippa e le avrebbe spinti verso sud.

Ottaviano, attraverso notizie raccolte da alcuni disertori, scoprì la strategia degli avversari che intendeva sfondare la linea e fuggire in Egitto, rinunciando alla battaglia vera e propria. Agrippa dispiegò così la sua flotta e posizionò le imbarcazioni in tre formazioni.

Verso mezzogiorno, con entrambe le flotte disposte una contro l’altra, il vento cominciò a spirare con forza e Antonio lanciò le sue navi verso quelle di Agrippa, sperando di riuscire ad aggirare il fianco sinistro e spezzare la sua linea.

Ma le liburne, più piccole e più veloci, si rivelarono molto più manovrabili rispetto alle grosse e lente quinqueremi di Antonio.

Rapidamente gli arpax di Agrippa affondarono le 15 navi di Antonio. Anche la stessa nave ammiraglia di Antonio fu colpita e catturata tramite un arpax.

Le navi di Agrippa speronavano nel frattempo le restanti quinqueremi, affondandole e rendendole inutilizzabili, mentre quelle di Antonio si trasformarono in statiche fortezze galleggianti che lanciavano pietre e frecce, ma che furono incapaci di fermare gli speronamenti delle navi più piccole.

Ad un certo punto, tre squadroni di Antonio abbandonarono il combattimento e tornarono indietro verso Azio e altri due si arresero poco dopo.

Antonio fece segno a Cleopatra di accorrere con la propria nave e le casse di guerra: la Regina si staccò dal combattimento, issando le vele per fuggire in mare aperto. Lo storico Dione Cassio descrive la battaglia dopo la partenza di Cleopatra.

Gli uomini di Agrippa danneggiavano le parti inferiori delle navi tutto intorno, rompendo i remi, distruggendo i timoni, arrampicandosi sui ponti, afferrando i nemici e tirandoli giù. Gli uomini di Antonio cercavano di respingere gli avversari con pietre e frecce.

Un testimone oculare di quello che accadde paragonò la zona di battaglia a delle città murate o a delle isole assediate dal mare.

La nave ammiraglia di Antonio venne profondamente bersagliata e rimase invischiata da una serie di harpax. Così Antonio fuggì con altre 40 navi assieme Cleopatra il prima possibile. Antonio diede ordine al suo collaboratore Canidio Crasso di ritirare le forze di terra, attestandosi in Asia e attendendo ulteriori ordini.

La flotta di Agrippa mantenne invece le proprie posizioni in mare per tutta la notte del 2 settembre e accettò la resa delle navi rimaste a galla.

La maggior parte delle navi di Antonio, vedendo la fuga del proprio generale, incendiò le vele e accettò di essere assorbita dalle forze di Agrippa.

Nave da guerra antica Roma – Riproduzione su carta Amalfi

Morte di Antonio e Cleopatra

Di ritorno ad Alessandria, Cleopatra cercò di pianificare le sue ultime mosse. Rendendosi conto che non poteva tenere Alessandria contro Ottaviano suggerì di partire per la Spagna, dove potevano impossessarsi delle miniere d’argento e raccogliere un nuovo esercito.

Ma Antonio era stato così pesantemente demoralizzato dalla sconfitta che non rispose nemmeno alle richieste di Canidio Crasso, che gli domandava cosa fare con le legioni in Asia.

Secondo gli storici, Marco Antonio si abbandonò al sesso e al bere, senza più il controllo della situazione.

Ottaviano si presentò di fronte ad Alessandria il 30 luglio a.C. Entro la mattina del primo agosto 30 a.C la maggior parte delle truppe di Antonio avevano disertato, riconoscendo che stavano combattendo per un perdente. Marco Antonio invitò Ottaviano ad un duello personale: “Ci sono modi migliori per morire“, la risposta di Ottaviano.

Più tardi quello stesso giorno, sentendo che Cleopatra si era suicidata per non cadere nelle mani del nemico, Antonio si accoltellò, chiedendo di essere portato moribondo ovunque si trovasse il corpo dell’amata. La voce era del tutto falsa, e Antonio sopravvisse appena in tempo per morire tra le braccia di Cleopatra nella cittadella dove si era rifugiata.

Ottaviano assediò Cleopatra: la Regina non aveva altra scelta che accettare le condizioni di pace. Chiese e le fu concesso il tempo di mettere in ordine i suoi ultimi affari.

In un memorabile colloquio con Ottaviano, Cleopatra fece l’elenco di tutti i suoi beni e ricchezze con le quali cercava di barattare la sua salvezza. Ottaviano avrebbe anche concesso la vita a Cleopatra, ma questa, piuttosto che sfilare in catene a Roma, si uccise il 30 agosto del 30 a.C.

Ottaviano concesse che Antonio e Cleopatra venissero sepolti insieme e ordinò l’esecuzioni di Cesarione. I tre figli che Cleopatra ebbe con Antonio, Tolomeo, Cleopatra Selene II e Alessandro, furono portati a Roma, dove marciarono incatenati nel trionfo di Ottaviano, dietro un’effige della madre. In seguito furono allevati dalla prima moglie di Antonio, Ottavia.

Ottaviano fu salutato come salvatore di Roma e migliorò enormemente la sua reputazione prendendosi l’incarico di gestire la nuova provincia di Egitto e di rifornire di grano i romani.

Nel gennaio del 27 a.c. conscio di quanto fosse pericoloso apparire troppo ambizioso, com’era accaduto con suo zio Cesare, dichiarò che la crisi di Roma era passata e rassegnò formalmente le sue dimissioni, restituendo il controllo al Senato.

Ma lo stesso Senato incaricò Ottaviano di riformare la repubblica romana consegnandogli di fatto il potere, che si sarebbe formalizzato con la formula del principato.

Articolo originale: Battle of Actium di Joshua J. Mark (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli.

I gladiatori romani. I tipi, le armi, come combattevano

Un gladiatore romano era un antico combattente professionista addestrato per la soddisfazione del pubblico.

I gladiatori combattevano davanti alla folla in giochi organizzati in grandi arene appositamente costruite per tutto l’impero romano dal 105 a.C. al 414 d.C.

Dal momento che i combattimenti erano generalmente mortali o provocavano gravissime ferite, i gladiatori avevano una bassa aspettativa di vita e quindi, sebbene per certi aspetti fosse una professione affascinante, la maggior parte dei gladiatori erano schiavi, ex schiavi, condannati o prigionieri.

Senza dubbio, gli spettacoli dei gladiatori erano una delle forme più popolari di intrattenimento nel mondo romano.

Le origini etrusche

I romani vennero profondamente influenzati dai loro predecessori italici, gli etruschi, in diversi modi: dalla pratica dei sacrifici di animali per la divinazione del futuro, all’uso dei fasci littori che precedevano i magistrati fino all’organizzazione dei giochi gladiatori.

Gli etruschi associarono questi combattimenti a riti funerari e dunque, nel loro mondo, avevano un certo significato religioso.

Anche i primi combattimenti dei gladiatori romani vennero preparati nell’ambito di commemorazioni di defunti o funerali, ma la tradizione successiva scartò abbastanza presto l’elemento spirituale per concentrarsi su quello puramente ludico.

L’unico residuo delle origini religiose dei combattimenti gladiatori rimase nell’atto di finire i gladiatori feriti. Un boia che impersonava il Dio Ermes si faceva carico di infliggere il colpo di grazia e scortava l’anima del defunto negli inferi.

Anche la presenza dell’imperatore stesso, accompagnata dai sacerdoti e dalle vergini vestali, conferiva una certa aria pseudo religiosa ai combattimenti.

L’addestramento e le scuole gladiatorie

Esistevano speciali scuole di gladiatori istituite in tutto l’impero. La stessa Roma aveva tre caserme dedicate a questa specialità, ma era soprattutto Capua ad essere particolarmente famosa per la qualità dei gladiatori che era capace di produrre.

Gli agenti delle scuole gladiatorie andavano continuamente in esplorazione alla ricerca di potenziali campioni per soddisfare la domanda sempre crescente e riempire le scuole di addestramento, che devono aver avuto un fenomenale passaggio di combattenti nel corso dei secoli.

Le condizioni nelle scuole gladiatorie erano simili ad una prigione, con piccole celle e catene per tutti, ma il cibo era migliore. Si serviva ad esempio l’orzo, che fortificava, e i tirocinanti ricevevano la migliore assistenza medica possibile, dal momento che si trattava per gli organizzatori di un costoso investimento.

I gladiatori venivano spesso scelti fra schiavi e criminali, ma vi erano molti prigionieri di guerra che erano costretti ad esibirsi nelle arene. Vi furono addirittura casi di aristocratici finiti in bancarotta che furono costretti a guadagnarsi da vivere con la spada, come avvenne con Sempronio, discendente del potente clan dei Gracchi.

Fino all’editto dell’imperatore Settimio Severo nel 212 d.C, persino alle donne fu permesso di combattere come gladiatrici.

I gladiatori erano così richiesti perchè erano una opportunità per imperatori e ricchi aristocratici di dimostrare la loro ricchezza alla popolazione, commemorare vittorie militari, celebrare visite di importanti funzionari, compleanni di persone di alto lignaggio o più semplicemente per distrarre la popolazione dai problemi politici ed economici della giornata.

Erano eventi estremamente popolari che si svolgevano in enormi arene diffuse su tutto l’impero romano, il Colosseo il più grande di tutti. Trenta, quaranta o addirittura cinquantamila spettatori provenienti da tutti gli strati della società romana, si affollavano per assistere a spettacoli cruenti, durante i quali venivano cacciati animali selvaggi ed esotici, venivano giustiziati alcuni prigionieri e si affrontavano vere e proprie stelle dello spettacolo gladiatorio.

Questi impiegavano tutte le loro abilità marziali in combattimento per uccidere… pena l’essere uccisi.

Bisogna sfatare il mito che i gladiatori salutassero il loro imperatore all’inizio di ogni spettacolo con la frase “Ave imperator, morituri te salutant!”: in realtà questo motto era pronunciato dai prigionieri che stavano per essere uccisi nel corso di battaglie navali simulate o altre occasioni speciali.

Tipologie di gladiatori

Il termine gladiatore deriva dal vocabolo latino “gladiatori” che fa a sua volta riferimento all’arma principale, il “Gladius“, una spada corta e robusta.

Tuttavia, i gladiatori avevano a disposizione una vasta gamma di armi che erano impiegate nelle gare. Anche le armature e gli elmetti erano oggetti di finissima fattura, riccamente decorati e incastonati con vari stemmi beneauguranti. Le armi e le armature dipendevano prevalentemente dalla classe a cui apparteneva un gladiatore. Le 4 classi principali erano:

  • Il Sannita
  • Il Trace
  • Il Mirmillo
  • Il Reziario

Il Sannita prendeva nome dei grandi guerrieri Sanniti che Roma aveva affrontato e combattuto duramente le omonime guerre e sconfitto nei primi anni della Repubblica.

E’ interessante notare che i romani, almeno nei primi tempi, utilizzavano la parola “gladiatori” e “Sanniti” come sinonimi, suggerendo così un’origine alternativa a quella etrusca. Il Sannita era quello più pesantemente armato, con una spada o lancia, un grande scudo quadrato e un armatura protettiva sul braccio destro e sulla gamba sinistra.

Il gladiatore Trace aveva invece una spada corta e curva chiamata “Sica” e uno scudo quadrato o tondo molto piccolo, tenuto saldamente nel pugno per deviare i colpi dell’avversario.

Il gladiatore mirmillone, talvolta noto con il soprannome di “Pescatore”, aveva una cresta a forma di pesce sul l’elmo e, come il sannita, portava una spada corta e uno scudo, ma aveva solo un’imbottitura sul braccio e sulla gamba.

Il reziario non aveva né elmo nè armatura, se non una spalla imbottita, ma utilizzava una grande rete che lanciava contro il suo avversario, con lo scopo di immobilizzarlo e trafiggerlo mortalmente con un tridente.

Esistevano anche molti altri tipi di gladiatori, con varie combinazioni di armi e armature, che cambiarono nel corso del tempo. Altri tipi di combattenti includevano gli arcieri, i pugili e i “bestiarii”, che combattevano contro animali selvaggi e feroci.

I gladiatori combattevano spesso in combinazioni particolari, di solito per fornire un contrasto tra le classi più lente e più corazzate come il sannita contro gladiatori più veloci e meno protetti come il reziario.

Divertente notare come il “Sannita” e il “Gallico” divennero “politicamente scorretti” da utilizzare quando queste province vennero conquistate e mano mano assimilate fra il pubblico.

Come avveniva il combattimento tra gladiatori

Il gladiatore doveva combattere. Coloro che non dimostravano abbastanza entusiasmo per la lotta venivano letteralmente torturati dai loro imprenditori, i lanisti, che brandivano fruste di cuoio o barre di metallo roventi.

Senza dubbio, comunque, i ruggiti di 40 mila spettatori e gli implacabili attacchi del proprio avversario costringevano chiunque a combattere fino all’ultimo respiro.

Nonostante questo, ci furono dei casi in cui dei gladiatori si rifiutarono di combattere: un episodio accade durante i giochi organizzati da Quinto Aurelio Simmaco nel 401 d.C, quando i prigionieri germanici che dovevano combattere fra loro decisero di strangolarsi a vicenda nelle loro celle, piuttosto che offrire uno spettacolo indecoroso la popolazione romana.

Durante il combattimento esistevano tre arbitri, di cui uno era “capo arbitro”, che controllava l’arena con un vestito orlato di viola per farsi immediatamente riconoscere.

Se durante il combattimento uno dei due gladiatori scivolava, gli era di norma concessa la possibilità di rialzarsi e riprendere il combattimento.

Il gladiatore perdente, qualora non fosse stato ancora ucciso, raramente faceva appello alla pietà dell’avversario. Dal momento che c’era un rischio significativo di incontrarsi di nuovo nell’arena, era considerata una buona pratica professionale quella di finire il proprio nemico.

Per questo lo sconfitto faceva cadere l’arma e alzava un dito verso l’alto facendo riferimento all’arbitro, che a sua volta chiedeva un responso all’organizzatore dei giochi, il quale trasferiva la decisione finale al pubblico.

La decisione veniva riassunta dall’organizzatore dei giochi o dall’imperatore con il celebre gesto della mano. Siamo abituati a pensare che il pollice in alto significhi “vita”, mentre il pollice in basso significhi “morte”.

Ma secondo i più recenti studi, era probabile l’esatto opposto. Il pollice in alto mimava una spada sguainata, e dunque segnale di morte, mentre il pollice verso il basso indicava di rinfoderare la spada e risparmiare la vita allo sconfitto.

I vincitori delle competizioni, in particolare quelli che avevano sconfitto molti avversari, diventavano facilmente beniamini della folla, come indicano diversi graffiti ritrovati sui edifici romani. Erano ovviamente molto popolari tra le donne e non erano rari i casi di matrone e aristocratiche che intrattenevano relazioni amorose con i campioni del loro tempo.

In questo senso i graffiti di Pompei sono perfetti per restituire un’idea precisa e affascinante di come i gladiatori erano visti dal grande pubblico. Oceanus era definito ad esempio la “gioia e il sospiro delle ragazze“, mentre altri ritrovamenti ci restituiscono le vittorie ottenute da alcuni fuoriclasse del tempo: Petronio Ottavio 35, Severus 55, Nascia 60.

Nonostante alcuni casi particolari, i gladiatori avevano una media di vittorie molto più bassa rispetto a queste, e c’erano persino alcune partite in cui i vincitori combattevano contro altri vincitori fino a quando non rimaneva in piedi un solo gladiatore.

Oltre alla vita e al denaro, altre ricompense materiali per aver superato un avversario in combattimento includevano la palma della vittoria, una corona, un piatto d’argento colmo di premi in denaro e forse, dopo anni di vittorie, persino la libertà.

Gladiatori famosi

Forse il gladiatore più famoso di tutti i tempi è stato Spartaco, colui che guidò una rivolta di gladiatori e schiavi da Capua, la principale scuola gladiatoria in Italia, nel 73 a.C.

Originario della Tracia, l’ex soldato romano era diventato un bandito fino alla sua cattura e all’addestramento forzato come gladiatore. Spartaco, assieme a 70 compagni, riuscì a fuggire dalla scuola di addestramento e allestì un campo difensivo sulle pendici del Vesuvio.

Assediati, abbandonarono la loro posizione e si scatenarono in razzie attraverso le campagne della Campania, raccogliendo mano mano seguaci che si trasformarono in una pericolosa forza di combattimento.

Spartaco mostrò una grande leadership militare, riuscendo a sconfiggere quattro diversi eserciti romani.

Anche se, inseguito da Crasso e finito da Pompeo, il destino di Spartaco si concluse con la sconfitta e la morte, la sua figura rimane intramontabile soprattutto in quanto costrinse la società romana a ripensare il rapporto con gli schiavi.

Dopo questo gravissimo episodio, comunque, le leggi imposero un tetto al numero di gladiatori che potevano essere gestiti da cittadini privati.

Un altro famoso gladiatore era un non professionista. Si tratta dell’ imperatore Commodo (180-192 d.C). Il personaggio era abbastanza eccentrico e spericolato da competere personalmente nell’arena.

Anzi, si diceva addirittura che fosse figlio illegittimo di un gladiatore, piuttosto che del predecessore Marco Aurelio. Anche se faceva particolarmente impressione vedere un imperatore competere dell’arena, è improbabile che Commodo abbia mai corso veri e propri pericoli durante le centinaia di gare che sostenne di fronte al pubblico.

Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, Commodo si limitava ad uccidere con il suo arco e a distanza di sicurezza degli animali selvatici.

La fine dei giochi gladiatori

I tempi cambiarono anche per i giochi gladiatori. Le gare di gladiatori divennero incompatibili con la nuova morale cristiana che si diffuse nel tardo impero.

L’imperatore Onorio aveva provveduto a chiudere le scuole dei gladiatori già nel 399 d.C. e le rappresentazioni calarono sensibilmente sotto il suo governo.

Ma l’episodio che portò alla totale abolizione dei giochi si verificò quando un monaco dell’Asia Minore, Telemaco, si intromise tra due gladiatori per fermare lo spargimento di sangue e la folla, indignata, lo lapidò a morte.

Onorio, dopo questo grave omicidio, proibì formalmente le gare di gladiatori.

Un’epoca e una lunga tradizione si apprestavano a finire per sempre. I criminali condannati continuarono ad esibirsi nelle arene solamente contro animali selvatici per qualche decennio successivo, ma già alla fine del V secolo, i giochi gladiatori appartenevano ormai al passato.

Fonti

  • Federica Guidi, Morte nell’arena. Storia e leggenda dei gladiatori
  • Luciana Jacobelli, Gladiatori a Pompei
  • Konstantin Nossov, Gladiators: History, Types, Armament, Organisation of Spectacles

Articolo originale: Roman Gladiator di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Mauro Carrara

Lucio Cornelio Silla. Uno spietato protagonista

Lucio Cornelio Silla (138-78 a.C) è stato un generale, uomo politico, statista e dittatore romano, che si distinse nelle guerre contro Mitridate e nella guerra sociale.

La sua acerrima rivalità con l’altro grande generale della Repubblica, Caio Mario, avrebbe dato luogo ad una serie di conflitti che sarebbero sfociati in una vera e propria guerra civile, che si sarebbe conclusa solamente con la morte di Mario.

Silla ottenne il totale controllo della Repubblica, si autoproclamò dittatore dopo aver eliminato i suoi nemici tramite le famigerate liste di proscrizione e iniziò una serie di monumentali riforme.

Dopo aver pesantemente ridisegnato lo Stato Romano, si ritirò a vita privata nel 79 a.C, ma la sua opera venne rapidamente surclassata da nuove figure emergenti come Pompeo e Cesare.

L’ascesa al potere, Mitridate e i germani

Lucio Cornelio Silla nacque a Roma nel 138 a.C. da una vecchia famiglia patrizia, abbastanza addentro alla politica romana ma non particolarmente rinomata.

Il suo unico antenato di una certa importanza era stato espulso dal Senato di Roma e sfortunatamente la morte di sua madre, quando era ancora giovane, lo lasciò nella più profonda povertà.

Silla, dal carattere profondamente determinato, proseguì con costanza il suo cursus honorum nella politica romana e riuscì a guadagnarsi una buona stima come comandante militare.

Arrivò rapidamente alla carica di questore e di pretore dimostrando una particolare energia. Molti storici hanno detto che “Silla sembrava andare di fretta“, tanto fu fulminea la sua ascesa politica. Ma il vero salto di qualità nel suo percorso si ebbe quando fu scelto dal comandante e console Gaio Mario come suo braccio destro.

Mario e Silla furono quindi dapprima alleati, soprattutto nella Guerra numidica (112-105 a.C). Il re africano Giugurta aveva più volte attaccato i possedimenti romani, ma ancora più grave, era riuscito a corrompere sistematicamente gli amministratori e i generali inviati contro di lui.

Sfruttando le debolezze del sistema romano, Giugurta teneva la Repubblica sotto scacco.

Mario affrontò con decisione l’esercito di Giugurta, ma fu Silla a garantire la cattura e la resa del grande Re con la sola forza della diplomazia, in particolare portando dalla propria parte il genero di Giugurta, Bocco di Mauretania.

Con la resa di Giugurta e la fine della guerra, Mario tornò a Roma, dove celebrò il trionfo militare. Venne eletto console consecutivamente dal 104 al 101 a.C, un risultato davvero senza precedenti.

Ma dopo una breve serie di festeggiamenti, Mario fu costretto a marciare con il suo esercito verso nord, assieme a Silla, per affrontare le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni, che minacciavano di invadere la penisola italica, e che vennero sconfitte nelle battaglie di Aix-en-provence, 102 a.C, e Vercelli 101 a.C.

Mario vincitore dei Cimbri

Nonostante le comuni vittorie su Giugurta e sulle tribù germaniche, Mario e Silla cominciarono a nutrire antipatie reciproche, probabilmente a causa della gelosia da parte di Mario nei confronti di un alleato così talentuoso e allo stesso tempo appartenente ad una fazione politica avversa.

Lo storico Plutarco, nelle sue “Vite Parallele”, parla esplicitamente di questa gelosia e di come l’astro nascente di Silla disturbava Caio Mario.

“Per questo motivo trionfò Mario, ma la gloria dell’impresa, per invidia della gente, fu attribuita a Silla, il che lo fece notevolmente arrabbiare. D’altra parte, Silla stesso era per natura un vanaglorioso, dal momento che era la prima volta che da una condizione così bassa qualcuno era tanto salito all’onore delle cronache.”

Plutarco, Vita di Silla

Attraverso una serie di corruzioni, Silla continuò la sua scalata politica raggiungendo la posizione di pretore urbano nel 97 a.C e successivamente diventando governatore in Cilicia, dove sarebbe rimasto fino al 92 a.C.

La guerra sociale e la rivalità con Caio Mario

I rapporti tra Mario e Silla peggiorarono ulteriormente, soprattutto in occasione della guerra sociale o guerra degli alleati (91-88 a.C). Roma dovette affrontare una rivolta degli alleati italici, che partecipavano regolarmente alle guerre e pagavano le imposte, i quali chiedevano uguali diritti, la cittadinanza romana e la possibilità di partecipare alle tribù elettorali.

La guerra, che sconvolse la penisola italica, si sarebbe conclusa solo con l’accettazione da parte del Senato romano della maggior parte delle richieste degli alleati.

Fattosi sul campo una reputazione di spietatezza e brutalità in guerra, soprattutto in occasione dell’assedio di Pompei, Silla divenne il più abile e temuto generale di Roma, superando in potere e reputazione Mario.

Sempre Plutarco ci descrive un aneddoto accaduto prima della partenza di Silla per combattere nella Guerra sociale. Gli indovini avrebbero predetto che un uomo di grandi qualità avrebbe preso il governo in mano e risolto i problemi della città. Silla si convinse di essere quell’uomo.

“Dopo la guerra, Mario non fu in grado di fornire alcun grande servizio e dimostrò che l’eccellenza militare era nelle mani di Silla. Quest’ultimo fece molte cose memorabili e ottenne la reputazione di un grande comandante tra i suoi concittadini, tra i suoi amici e anche quello del più fortunato tra i suoi nemici.

Plutarco, Vita di Silla

Dopo aver abilmente servito Roma, Silla venne ricompensato con il suo primo Consolato nell’88 a.C, il quale riuscì a nominare il suo figlio adottivo, Pompeo Rufo, come console assieme a lui.

Il pericolo di Mitridate e la marcia su Roma

Nel frattempo, nelle province orientali Mitridate Eupatore, Re del Ponto, stava causando gravi problemi ai possedimenti romani. Nel 104 a.C aveva invaso le province di Galizia e Paflagonia.

Dopo aver invaso la vicina Bitinia, Mitridate si era ritirato nei suoi territori a seguito di un avvertimento da parte del Senato Romano, che gli imponeva l’immediata cessazione delle ostilità. Molto presto, Mitridate ignorò le condizioni di pace e attaccò le tre legioni inviate contro di lui.

Fece confiscare tutte le proprietà dei residenti italici e ordinò di uccidere tutti i coloni romani. Il risultato finale fu un caos economico nelle province orientali e un vero e proprio genocidio di 80.000 persone. Silla ricevette così da Roma il comando supremo delle forze armate, per affrontare Mitridate.

Tuttavia, il tribuno Publio Sulpicio Rufo si oppose all’ordine del Senato, che dava a Silla il controllo della missione, e richiamò l’anziano Mario, assegnandogli il comando.

Molti credevano che i due uomini avessero stretto un accordo, ma in realtà Silla venne arrestato del tutto illegalmente, mentre Mario, che all’epoca aveva quasi 70 anni, rientrò alla ribalta della politica in cerca di riscatto e vendetta contro l’odiato avversario.

Silla era furioso: non solo la vittoria gli era stata rubata, ma anche il bottino di guerra. Dopo essersi reso conto di avere dalla sua parte il sostegno dell’esercito, circa 6 legioni o 30.000 uomini, Silla prese una decisione gravissima. Marciare su Roma.

Di nuovo Plutarco ci parla del momento in cui Silla, con una vera e propria operazione di polizia, prese il controllo della capitale.

“Silla ordinò di dare fuoco alle case e afferrò una torcia ardente, fece strada lui stesso e ordinò ai suoi arcieri di mirare ai tetti. Questo non fu il frutto di un calcolo razionale, ma della sua rabbia. Fece il suo ingresso a Roma con l’aiuto delle armi senza fare distinzione tra colpevoli e innocenti.”

Plutarco, Vita di Silla

Ottenuto il comando militare, il primo atto di Silla fu quello di far uccidere Rufo. Mario preferì fuggire in Africa. Ma sfortunatamente per Silla, i suoi ufficiali lo abbandonarono presto, resisi conto della enorme gravità della situazione. La fortuna di Silla, almeno in questa fase, non poteva durare.

Per via dei combattimenti scoppiati nelle strade di Roma e constatato il risentimento del Senato contro di lui, Silla capì che la migliore strategia era quella di ritirarsi ad Est. Fuggì dalla città con le sue sei legioni e decise di marciare contro Mitridate di sua iniziativa.

Silla nemico dello Stato

Mario fece ritorno a Roma, dando inizio a cinque giorni di crudele saccheggio alla ricerca dei sillani. Il Senato, nel tentativo di calmare i mariani, dichiarò Mario nuovamente console, ma egli morì poco dopo nell’86 a.C. Molti dei sostenitori di Silla furono comunque giustiziati.

Silla si rifiutò di obbedire ad una convocazione del Senato per affrontare un processo a suo carico. Così, su richiesta del console Cinna, il Senato lo dichiarò nemico dello Stato e lo condannò a morte. Ignorando completamente gli ordini di Cinna e del Senato, Silla proseguì verso est e non solo sconfisse Mitridate, ma represse una grande ribellione in Grecia.

Ad Atene, Silla si guadagnò di nuovo la reputazione di generale spietato, concedendo ai suoi uomini il permesso di saccheggiare e uccidere quando lo ritenevano opportuno.

In quegli scontri vennero distrutti addirittura i famosi boschi in cui i grandi filosofi Platone e Aristotele avevano riflettuto sulla condizione umana. Anche l’antico simbolo di Atene, l’Acropoli, fu saccheggiata. La violenta campagna in Oriente di Silla sarebbe durata cinque anni.

Al suo ritorno a Roma, nel 83 a.C. Silla fu accolto dai comandanti Cecilio Metello Pio, Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno. Insieme sarebbero risultati vittoriosi sugli ultimi fedeli del defunto Mario. In uno scontro finale, Silla sconfisse l’opposizione nella battaglia di Porta Collina 82 a.C.

3000 uomini furono fatti prigionieri, mentre altri 3000 si arrendevano ai sillani. Furono tutti imprigionati nel Campo Marzio e giustiziati. I loro corpi gettati senza alcuna pietà nel Tevere. Si diceva che il fiume fosse “disseminato” di corpi: probabilmente morirono circa 10.000 romani.

La riforma dello Stato di Silla

Il Senato, completamente in ostaggio, riconobbe le vittorie di Silla in Oriente e lo nominò dittatore, garantendogli l’immunità per le sue azioni passate.

La prima azione di Silla fu quella di riesumare le ceneri di Mario e gettarle provocatoriamente nel Tevere. Allo stesso modo, tutti i sostenitori dell’ex console furono giustiziati: in totale 80 senatori e 2600 equites vennero uccisi o esiliati.

Silla pubblicò anche le famigerate “liste di proscrizione“, un elenco pubblico di cittadini ritenuti fuorilegge le cui proprietà sarebbero state confiscate e il cui omicidio ritenuto del tutto legittimo.

Con il pieno potere di emanare o abrogare le leggi, Silla attuò una serie di riforme considerate una restaurazione del potere senatoriale volto a spazzare il disordine. Nonostante la sua brutalità, Silla dimostrò la sincera volontà di restaurare il funzionamento della Repubblica.

Una delle misure più drastiche fu quella di ridurre enormemente i poteri dei tribuni della plebe, limitando il loro diritto di veto. Aumentò il numero di questori e pretori, ampliò i membri del Senato introducendo diversi membri appartenenti all’ordine dei cavalieri e instaurò controlli più severi sui generali che detenevano potere militare fuori dall’Italia.

Oltre a queste e altre riforme, istituì dei nuovi tribunali permanenti e ricostruì sia l’edificio del Senato che il tempio di Giove, che era stato colpito da un fulmine. Silla promise ai cittadini che non avrebbe toccato i diritti delle varie classi sociali.

Persino il giovane e scettico Cicerone arrivò ad approvare il disegno generale di Silla, sebbene non concordasse con le modalità. Dopo aver concesso terre in Campania e in Etruria ai veterani del suo esercito, Silla si ritirò a sorpresa nella sua villa sul Golfo di Napoli, nel 79 a.C, dove morì l’anno dopo.

Il suo epitaffio, secondo le precise volontà di Silla, recitava:

“Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno”.

L’eredità di Silla

Silla è universalmente dipinto dalla storiografia successiva come un arrogante e uno spietato, sebbene personalmente non avesse cercato a tutti i costi la Tirannia.

Sfruttando la stessa riforma Mariana, per la quale i soldati erano diventati più fedeli al generale che gli garantiva il soldo piuttosto che la Repubblica, prese il comando su Roma con un’azione di gravità inaudita. Comunque, le sue campagne contro Mitridate furono brillanti ed efficaci e riportarono l’ordine in Oriente.

La sua dittatura fu certamente spietata, ma Silla dimostrò in più occasioni la sincera volontà di restaurare il funzionamento della Repubblica, dimostrato dal fatto che per ben due volte si ritirò dalla massima carica per consentire nuove e libere elezioni.

Le riforme da lui avviate purtroppo non potevano salvare Roma dal suo futuro: i nuovi astri nascenti della politica come Pompeo e Crasso, insieme a Cesare, avrebbero portato ad una nuova serie di guerre civili e al completo disfacimento della Repubblica, che morirà lentamente.

Roma rinascerà e continuerà come potenza prevalente, grazie al principato di Augusto, per altri cinque secoli. Ma in una forma ben diversa da quella prevista da Silla.

Original article: Sulla by Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Federico Gueli.

Fonti

  • Appiano, Guerre mitridatiche
  • Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXX-XXXV
  • Plutarco, Vita di Silla
  • Sallustio, Bellum Iugurthinum
  • Baker, S. Ancient Rome. BBC Books, 2006.
  • Beard, M. SPQR. Liveright, 2016.

Il console romano. La massima carica della Repubblica

Il Console è una delle cariche romane più note, una figura rivoluzionaria per il suo tempo, che ebbe un ruolo determinante nel periodo della Repubblica Romana.

Nel 509 a.C. con la cacciata dell’ultimo re Etrusco, Tarquinio il Superbo, il popolo romano ebbe un’opportunità unica che avrebbe avuto un impatto immenso sul resto dell’Europa per i secoli a venire: la possibilità di creare un nuovo governo, una Repubblica.

Nonostante la maggior parte dei diritti fossero limitati alla classe patrizia, questo nuovo governo avrebbe avuto tre rami: i comizi centuriati, il Senato, che aveva una funzione puramente consultiva, e due massimi magistrati chiamati “consoli“.

Anche se tutto questo non rappresentava una vera forma di democrazia per come la conosciamo oggi, la repubblica romana appariva assolutamente rivoluzionaria rispetto all’ordinamento politico degli altri popoli coevi.

L’elezione e le funzioni dei consoli

Eletto dell’assemblea tramite una adunata speciale, ogni console doveva avere almeno 42 anni e inizialmente era scelto solamente fra i patrizi.

Un console aveva il potere di un Re, ma il suo mandato era limitato alla durata temporale di un anno, e supervisionato dall’autorità dell’altro console eletto assieme a lui.

Vestito di una toga di lana leggera con un bordo viola, indicazione del suo rango, il console era sempre accompagnato e preceduto da 12 assistenti che portavano il simbolo del suo potere, i fasci littori, con il compito di aprirgli la strada mentre camminava per le vie di Roma.

Fondamentalmente, un console serviva sia da magistrato civile che militare con un potere esecutivo chiamato “Imperium”, quasi illimitato.

All’interno della città di Roma esercitava l'”imperium Domi”, ovvero il potere di far rispettare l’ordine e l’obbedienza ai suoi ordini, anche se questo potere non era assoluto.

Qualsiasi individuo aveva infatti il diritto di “provocatio ad populum” ovvero un appello alla decisione del console, rivolto direttamente alle assemblee legislative.

Di solito questo appello si verificava solo se la decisione del console riguardava la vita o la morte o se la vittima credeva di essere stata presa di mira dal console per motivazioni politiche o personali.

Al di fuori della città, il Console aveva un potere illimitato sul campo militare, che gli consentiva di usare qualsiasi forza avesse ritenuto necessaria per la difesa di Roma.

Una volta esaurito il mandato di un anno, non avrebbe più potuto concorrere per i mandati successivi.

I romani redassero un lungo e dettagliato elenco dei consoli eletti, e una cronaca ufficiale di ogni mandato chiamato “fasti consolari“. Persino il calendario romano era datato attraverso il nome del console al potere in quel periodo.

La posizione di console era spesso il punto culminante della carriera di un politico romano. Dopo aver lasciato l’incarico, ogni console rimaneva membro del Senato e molto spesso era premiato per il suo servizio e nominato governatore di una delle province romane in qualità di proconsole.

La lotta per un console plebeo

Sin dal tempo degli Etruschi vi erano due distinte classi di persone nella città di Roma: le famiglie aristocratiche o Patrizi, che possedevano la maggior parte della terra, e i Plebei, che costituivano il resto della popolazione, dedicata ai lavori più umili.

I plebei furono inizialmente esclusi dalla partecipazione al governo: nessun diritto di voto e nessuna possibilità di appartenere ad alcun assemblea né tantomeno di entrare in Senato o diventare consoli.

Nel corso del tempo, mano mano che Roma cresceva, i plebei iniziarono a stancarsi di essere considerati solo cittadini di seconda classe, si ribellarono e protestarono fino a sospendere completamente ogni attività, come accadde nella famosa “Secessione dell’Aventino“, quando una parte della popolazione proclamò lo sciopero totale contro le restrizioni dalla partecipazione al governo.

I Patrizi non avevano altra scelta che scendere a compromessi. Per questo motivo, i plebei ottennero il permesso di creare una propria assemblea chiamata “Concilium Plebis” o consiglio della plebe. I consigli della plebe chiamarono i loro magistrati “tribuni”, ed ebbero il potere di limitare le proposte di legge lesive della loro libertà, grazie alla figura inviolabile del tribuno della plebe.

Comprendendo la necessità di cooperare con i plebei, i Patrizi iniziarono gradualmente a riconoscere alcuni diritti.

Tuttavia, senza alcun codice di leggi scritte, i plebei continuavano a temere possibili abusi, per cui pretesero la formulazione di una serie di norme definitive, che vennero redatte in una serie di dodici tavole promulgate nel 450 a.C.

Nel 367 a.C fu finalmente approvata una nuova legge che consentiva l’elezione di un console plebeo e nel 366 a.C venne nominato il primo console, Lucio Sestio, che derivava da questa classe sociale.

I plebei ottennero nuovi successi sociali l’anno successivo, quando venne stabilito per legge che almeno uno dei due consoli doveva essere plebeo. Nel 287 a.C fu approvata addirittura la Lex Hortensia, che rendeva le leggi promulgate dall’assemblea dei plebei, vincolanti per tutti i cittadini romani.

Che fosse un plebeo o un patrizio, i poteri di un console rimasero comunque gli stessi. Dovevano presiedere il Senato, proporre delle leggi e comandare l’esercito.

Se un console fosse morto o si fosse dimesso durante il mandato, il collega avrebbe tenuto una elezione speciale per la nomina di un console sostitutivo o “suffetto“, che avrebbe garantito il resto del mandato.

A poco a poco, molti poteri del console furono assegnati ad altre cariche: il censore, che era responsabile del censimento della popolazione, il pretòre, l’unico altro magistrato con poteri di Imperium, che si occupava di dispensare la giustizia sia a Roma che nelle province, il questore, che gestiva gli affari finanziari, e l’edile che gestiva i giochi pubblici, l’approvvigionamento idrico delle città e la tenuta delle strade.

Spesso ciascuno di questi uffici serviva come tappa per giungere al consolato.

Purtroppo alla fine della repubblica e con l’ascesa dell’impero sotto Augusto, il potere del console terminò.

Le varie assemblee avevano perso la loro autonomia e la oggettiva capacità di emanare delle leggi e quindi di nominare i consoli. Anche se formalmente il titolo di console rimaneva, molto spesso l’Imperatore si autoassegnava quel ruolo, svuotando di reale potere e significato la carica.

Original article: Consul by Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Federico Gueli.

Fonti

  • Baker, S. Ancient Rome. BBC Books, 2007.
  • Gwynn, D.M. The Roman Republic. Oxford University Press, 2012.
  • Hill, D. Ancient Rome. Parragon, 2007
  • Hornblower, S. The Oxford Classical Dictionary. Oxford University Press, 2012.
  • Rodgers, N. Roman Empire. 2008

Architettura romana. Caratteristiche ed esempi

L’architettura romana ha raccolto felicemente l’eredità del mondo greco, rispettando le tradizioni e le misure degli ordini architettonici precedenti, in particolare lo stile corinzio, la cui presenza è evidente in molti dei grandi edifici pubblici.

Tuttavia, il popolo romano fu anche un grande innovatore e adottò rapidamente delle rivoluzionarie tecniche di costruzione, utilizzando dei nuovi materiali e combinando in maniera unica le tecniche esistenti con una visione creativa differente, per produrre un’intera gamma di nuove strutture architettoniche come la basilica, l’arco di Trionfo, gli acquedotti monumentali, l’anfiteatro e interi quartieri residenziali.

Molte di queste innovazioni furono una risposta alle mutevoli esigenze della società romana, e la stragrande maggioranza dei progetti furono sostenuti dai finanziamenti di un apparato statale che organizzò e diffuse in tutto il mondo romano lo sviluppo dell’architettura, garantendo, attraverso continui rifacimenti, la sopravvivenza delle strutture.

Gli ordini architettonici

Gli architetti romani seguirono le linee guida stabilite dagli ordini classici che i greci avevano inizialmente modellato: dorico, ionico e corinzio. Il corinzio era particolarmente gradito e diffuso in molti edifici romani, anche nella tarda antichità. Tuttavia, il pensiero architettonico romano aggiungeva allo stile corinzio un ulteriore livello decorativo.

I romani, ad esempio, erano soliti sovrapporre all’ordine ionico anche le decorazioni con foglie di acanto tipiche del corinzio, mescolando i due stili per ottenere un risultato più appariscente.

Altro esempio è quello della colonna Toscana, un altro adattamento dell’idea tradizionale del dorico, ma con un capitello più piccolo e una base semplificata, utilizzata specialmente nell’architettura domestica per la creazione di peristili e verande.

I romani inoltre preferivano nelle loro costruzioni l’impiego di colonne monolitiche, laddove i greci preferivano distribuire il peso su un numero superiore di colonne.

Le colonne continuarono ad essere utilizzate anche quando non erano più strutturalmente necessarie, soprattutto per dare agli edifici un aspetto tradizionale e familiare, come ad esempio nella facciata del Pantheon a Roma.

Infine, le colonne potevano diventare parte del muro stesso, le cosiddette colonne “impegnate“, e fungere da pura decorazione, come possiamo osservare nei piani superiori dell’esterno del Colosseo.

L’influenza greca è dimostrata anche dal fatto che tutte le innovazioni nell’arte architettonica romana sbocciavano dapprima nel sud Italia e in Campania, che erano geograficamente più vicine alle colonie fondate nella Magna Grecia, per poi diffondersi al resto della penisola.

Un ottimo esempio è quello del più antico edificio a cupola sopravvissuto, il frigidarium delle Terme Stabiane a Pompei, del II secolo a.C.

Come in molti altri campi, i romani partirono dalle idee greche e le spinsero al massimo delle loro possibilità: gli enormi complessi dei bagni imperiali incorporano sia archi impennati, che archi che spuntavano direttamente dai capitelli delle colonne e persino delle cupole che attraversavano delle distanze apparentemente impossibili.

Il periodo Augusteo vide un’impennata nell’attività edilizia, una innovazione nel design e nell’utilizzo del marmo: tutti sintomi di una Roma che stava cominciando a rendersi autonoma dalla tradizione greca e aveva raggiunto un determinato livello di indipendenza dalle civiltà precedenti.

Questo fu anche il periodo in cui il patrocinio e il finanziamento imperiale consentì di intraprendere progetti di costruzione sempre più grandi e impressionanti, non solo nella stessa città di Roma, ma in tutto l’impero.

Gli edifici divennero strumento di propaganda della potenza imperiale, al fine di far percepire alle province la superiorità culturale del mondo romano.

Con l’espansione dell’impero, diverse correnti artistiche e artigiani di tutto il mondo Mediterraneo si integrarono nell’industria architettonica Romana: abbiamo addirittura prove dell’influenza orientale, visibili chiaramente in elementi come le foglie di papiro nei capitelli, i piedistalli scolpiti, e le fontane ornamentali.

Materiali e tecniche

I romani raggiunsero risultati straordinari grazie ad un sapiente utilizzo dei materiali costruttivi, che costituirono il nerbo del successo dell’architettura romana e permisero anche ai più ambiziosi progetti di essere realizzati

Marmo

Il più riconoscibile materiale da costruzione romano è senza dubbio il marmo.

Il primo edificio costruito interamente in marmo fu il tempio di Giove Statore a Roma, nel 146 a.C, ma fu solo durante l’Impero che l’utilizzo del marmo divenne più diffuso e questo tipo di pietra fu scelta per i più impressionanti progetti di costruzione finanziati dallo Stato.

Il tipo di marmo più comune era quello di Carrara, proveniente dalla Toscana. Ma il marmo era prontamente disponibile anche in tutto il resto dell’impero: particolarmente apprezzati erano il marmo Pariano di Paros nelle Cicladi e il pentelico di Atene.

Del marmo esistono anche delle varietà colorate, molto apprezzate dagli architetti romani, come il marmo giallo numidiano nel nordafrica, il viola Phygian dal centro della Turchia, il porfido rosso dall’Egitto e il marmo venato verde di Eubea.

Il marmo proveniente dalle province, tuttavia, era impiegato principalmente nella costruzione delle colonne e, a causa degli alti costi di trasporto, riservato prevalentemente ai grandi progetti imperiali.

Calcare

Oltre al marmo, un altro materiale di largo utilizzo era il calcare bianco di Travertino, disponibile in ampie cave vicino a Tivoli. Era particolarmente adatto all’esecuzione di intagli precisi e aveva una resistenza portante intrinseca che lo resero un sostituto perfetto del marmo, più volte scelto dagli architetti romani del primo secolo a.C. e utilizzato soprattutto per pavimentazioni, infissi e gradini.

Calce e calcestruzzo

Non furono i romani ad inventare la malta di calce, ma gli architetti Romani furono i primi a intravedere tutte le possibilità di utilizzo di questo materiale.

Le macerie del cemento erano di solito impiegate come materiale di riempimento, ma i Romani si resero conto che questo poteva sostenere un grande peso e riuscirono ad utilizzarlo per creare una nuova serie di soluzioni architettoniche e di costruzione.

Questo materiale viene chiamato “Opus Caementicium“, un aggregato di pietra mescolato con la malta di calce. Il materiale aveva una consistenza densa e dunque poteva essere posato e non versato, come accade invece con il cemento moderno.

Nel II secolo a.C i romani scoprirono che utilizzando la pozzolana, un prodotto di sabbia vulcanica ad alto contenuto di silice, il cemento poteva essere posizionato persino sott’acqua e diventava progressivamente più forte rispetto alle soluzioni finora conosciute.

Nel I secolo a.C. l’utilizzo di questo nuovissimo materiale di costruzione sembra diffuso in fondamenta, muri e volte. Forse il miglior esempio delle sue possibilità di costruzione è rappresentato dal Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina.

Oltre alle incredibili possibilità strutturali offerte da questo tipo di calcestruzzo, il materiale era anche molto più economico della pietra solida ed era perfetto per gli stucchi e per le impallacciature del marmo, e poteva essere utilizzato assieme a mattoni realizzati a fuoco.

I mattoni delle generazioni precedenti, quelli di fango essiccati al sole, erano stati utilizzati per secoli e continuarono ad essere impiegati per i progetti più piccoli fino al primo secolo d.C.

Ma i mattoni a fuoco avevano il vantaggio della durabilità e potevano essere scolpiti proprio come la pietra per rispondere agli standard architettonici tipici dei capitelli e dei dentelli.

I mattoni avevano tipicamente una misura di 59 cm quadrati e 2,5 – 5 cm di spessore. I mattoni non tagliati venivano utilizzati per le coperture e per scaricare il peso, mentre per altri usi, dedicati alle parti più visibili, venivano solitamente tagliati in 18 triangoli. Esistevano anche dei mattoni circolari, che venivano utilizzati per le colonne.

Stucco, tufo, basalto e terracotta

Lo stucco veniva utilizzato per rendere più omogenei le pareti in mattoni e poteva essere scolpito per riprodurre le decorazioni architettoniche che precedentemente potevano essere rese solamente con la pietra. Si trattava di un mix di sabbia, gesso e persino polvere di marmo.

Il tufo vulcanico e la pietra pomice vennero invece impiegati nelle cupole, per via della loro leggerezza, come ad esempio nella grandissima volta cassettonata del Pantheon.

Per le pavimentazioni e le strade ci si affidava invece al basalto, posizionato in blocchi poligonali, mentre il granito grigio e rosa egiziano era spesso scelto per gli obelischi e le colonne.

Infine, si impiegava la terracotta per gli ornamenti degli edifici più prestigiosi e per gli abbellimenti delle case private e delle tombe.

Gli architetti romani più famosi

Nel mondo romano gli edifici venivano attribuiti e dedicati più spesso alla persona che aveva concepito e pagato il progetto, piuttosto che all’architetto che aveva supervisionato la realizzazione, che molto spesso rimaneva anonimo.

Conosciamo tuttavia l’architetto preferito di Traiano, Apollodoro di Damasco, famoso per le sue abilità nella costruzione di ponti e responsabile, tra gli altri progetti, del Foro di Traiano e dei bagni di Roma. Mentre Severo e Celere furono gli architetti responsabili della costruzione del meraviglioso tetto rotante della Domus Aurea di Nerone.

Ma l’architetto Romano più famoso è certamente Vitruvio, soprattutto per il suo “De architetura”, un’opera in 10 volumi, interamente dedicata a quest’arte e giunta intatta fino a noi.

In realtà non conosciamo molto del lavoro di Vitruvio, solamente una basilica costruita a Fano realizzata in onore di Giulio Cesare e Augusto. Ma nel De architetura, Vitruvio racconta e spiega tutti gli aspetti di questo settore, i tipi di edifici concepiti dai Romani, i consigli per aspiranti architetti e molti dettagli tecnici.

Una considerazione interessante è che secondo Vitruvio l’architetto romano ideale avrebbe dovuto possedere una vastissima gamma di abilità che oggi sarebbero affidate a diverse specializzazioni.

La principale massima di Vitruvio, riassunto del pensiero Romano è: “Tutti gli edifici devono essere eseguiti in modo da tener conto della durabilità, dell’utilità e della bellezza.”

I principali edifici romani

Acquedotti e ponti

Queste strutture a volte massicce realizzate con archi singoli, doppi e tripli, sono state progettate per trasportare acqua dolce nei centri urbani da fonti che si trovavano, in alcuni casi, a diversi chilometri di distanza.

Il primo acquedotto a Roma fu l’Aqua Appia del 312 a.C, ma l’esempio più impressionante è senza dubbio il Pont du Gard vicino a Nimes (Francia) del 14 d.c.

I Ponti Romani facevano utilizzo dell’arco per attraversare fiumi, vallate e burroni. Costruiti con una sovrastruttura in legno e con una serie di pilastri o archi in pietra definitivi, questi straordinari esempi di architettura romana sopravvivono ancora oggi.

Uno dei meglio conservati è il ponte di Tago ad Alcantara (Spagna) del 106 d.C, che presenta una serie di archi che si estendono per oltre 30 metri.

Basiliche

La basilica venne adottata stabilmente dalla chiesa cristiana, ma venne in origine concepita dai romani come luogo per ospitare grandi raduni, in primis i processi ad uno i più imputati.

Le basiliche venivano solitamente costruite lungo un lato del Foro, il mercato della città, chiuso su tutti i lati da degli imponenti colonnati. La lunga sala e il tetto della Basilica erano sostenute da colonne e pilastri su tutti i lati. Le colonne creavano una navata centrale affiancata su tutti i lati da una navata laterale.

Una galleria correva intorno al primo piano e in seguito si trovava un abside singola o doppia, ad entrambe le estremità. Un tipico esempio di Basilica è la basilica Seppia a Leptis Magna (Libia) del 216 d.C

Bagni

I bagni dimostrano la tipica capacità romana di creare degli spazi interni meravigliosi utilizzando archi, cupole, volte e contrafforti. Il più grande di questi complessi, spesso di enormi dimensioni, veniva costruito lungo un singolo asse e comprendeva piscine, stanze fredde e calde, fontane, biblioteche, riscaldamento a pavimento e talvolta persino riscaldamento a parete, attraverso delle tubazioni in terracotta.

I loro esterni erano di solito abbastanza semplici, ma all’interno vi era un sontuoso utilizzo di colonne, statue e mosaici. Uno degli esempi migliori e meglio conservati fino ai giorni nostri, è senza dubbio quello delle Terme di Caracalla a Roma, completate nel 216 d.C

Case private

Largamente famose per le loro pareti interne riccamente decorate, per i loro affreschi e gli stucchi, le residenze private romane incantavano lo spettatore con l’atrio, i peristili, giardini e fontane, tutte ordinate in armoniosa simmetria. Un tipico esempio è quello della casa dei Vetti a Pompei, nel I secolo a.C

Ancora più innovativi erano i grandi condomini, le “insulae”, destinate ai cittadini meno abbienti. Erano complessi costruiti da mattoni, cemento e legno, dotati a volte di balconi e con ampi negozi posizionati sul fronte della strada al piano terra.

Dai resti ritrovati, sappiamo che potevano raggiungere i 12 piani di altezza, ma le restrizioni imposte dallo Stato portavano lo sviluppo medio di una insula a 4 o 5 piani. Alcuni dei pochissimi esempi sopravvissuti possono essere visti ad Ostia.

Templi

Il tempio romano era una combinazione di modelli etruschi e greci con una cella interna, posizionata nella parte posteriore dell’edificio, circondata da colonne e collocata su una piattaforma rialzata fino a 3,5 metri di altezza, con un ingresso a gradini e un portico con colonne.

I templi erano generalmente rettangolari, ma potevano assumere delle altre forme, come quella circolare o poligonale, visibile ad esempio nel tempio di Venere a Baalbek (Libano).

Teatri e anfiteatri

Il teatro romano venne ispirato dalla tradizione greca, ma la forma complessiva era realizzata a semicerchio, interamente realizzata con la pietra. I romani aggiunsero anche un palcoscenico altamente decorativo che incorporava diversi livelli di colonne, frontoni e statue, come quello che si trova nel teatro di Orange del 27 a.C.

I teatri mostrano appieno la passione romana nel racchiudere gli spazi, soprattutto in quanto potevano essere coperti da legno e da tende da sole in tela.

L’anfiteatro era una costruzione completamente chiusa, una soluzione architettonica molto gradita dai Romani. L’ esempio più grande e famoso è certamente il Colosseo, modello copiato in tutto l’impero.

Un esterno altamente decorativo, una serie di piani e delle stanze sotterranee posizionate al di sotto del pavimento dell’arena per nascondere persone, animali od oggetti di scena, che venivano issati quando necessario allo spettacolo.

Archi di trionfo

L’Arco di Trionfo, che poteva avere un ingresso singolo, doppio o triplo, non aveva altra funzione pratica se non quello di commemorare un avvenimento e celebrare delle significative vittorie militari.

I primi esempi risalgono al 196 a.C ed erano piuttosto semplificati, ma costruzioni successive raggiunsero un particolare livello di bellezza, sormontati generalmente da un carro di bronzo a 4 cavalli.

Gli archi di Trionfo divennero dei monumenti in pietra che testimoniavano perfettamente la gloria e la “vanità” romana. Il più grande esempio è certamente l’arco di Costantino a Roma del 315 d.C, forse l’ultimo grande monumento della Roma imperiale.

Mura

Elemento architettonico dalla grande importanza era quello delle mura difensive. Le mura romane avevano una larghezza estremamente variabile e uno spessore che poteva andare dai 18 cm ai 6 m.

Raramente in queste soluzioni venivano utilizzati marmi e blocchi di pietra pregiata, perché troppo costosi: si preferiva allora affidarsi a grandi blocchi quadrati di pietra di bassa qualità o all’uso di mattoni di forma triangolare, incastonati con la malta e piccole pietre che si appoggiavano ad un nucleo di calcestruzzo.

I mattoni e le pietre potevano essere disposti in vari modi

  • Opus incertum: usato per la prima volta nel III secolo a.C. utilizzava piccoli pezzi irregolari di pietra levigati da un lato
  • Opus reticulatum: del II secolo a.c. con pezzi a forma di piramide con una base quadrata di 6-12 cm e un altezza dai 8-14 cm. La pietra era incastonata con la base rivolta verso l’esterno e disposte in diagonale.
  • Opus mixtum: comune dal primo secolo d.C. era una combinazione di Opus reticulatum e uno strato di mattoni orizzontali posizionati ogni quarto livello e ai bordi.
  • Opus testaceum: comune del primo secolo d.C. e costituito da soli mattoni
  • Opus vittatum: utilizzava una combinazione alternativa di mattoni con due blocchi di tufo con lato rettangolare rivolto verso l’esterno e di dimensioni decrescenti verso la superficie interna. Divenne particolarmente popolare dal IV secolo d.c. in tutto l’impero

Nonostante l’effetto decorativo di queste varie disposizioni di pietra e mattoni, la maggior parte delle pareti erano poi coperte sia all’interno che all’esterno con uno stucco in gesso bianco per proteggere contro il calore e la pioggia e per fornire una superficie liscia adatta alla pittura.

Conclusioni

L’architettura Romana ci ha fornito delle magnifiche strutture che hanno resistito alla prova del tempo. Combinando una vasta gamma di materiali con progetti a dir poco audaci, i romani furono in grado di spingere i confini della fisica e trasformare l’architettura in una vera e propria forma d’arte.

Il risultato finale fu che l’architettura divenne uno strumento imperiale per dimostrare al mondo che Roma era culturalmente superiore, perché solo il popolo romano aveva la ricchezza, le capacità e la determinazione per produrre tali edifici.

Ancora più significativo è l’uso romano del cemento, dei mattoni, degli archi e degli edifici come l’anfiteatro e la basilica, che hanno influenzato in maniera incommensurabile tutta l’architettura occidentale, fino ai giorni nostri.

Fonti

  • Alessandro Barchiesi. Il manuale di studi romani di Oxford. Oxford University Press, 2010.
  • Amanda Claridge. Roma. Oxford University Press, 2010.
  • John Peter Oleson. Il manuale di ingegneria e tecnologia di Oxford nel mondo classico. Oxford University Press, 2009.
  • Martin Henig. Un manuale di arte romana. Cornell Univ Pr, 1983.

Articolo originale: Roman Architecture di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Marco Feder

I disturbi mentali dei legionari romani

I legionari romani sono sempre stati presentati dal cinema e li visualizziamo nei nostri pensieri, come guerrieri invincibili, che avanzano senza apparente emozione contro il nemico.

Ma è veramente così?

In realtà, diverse fonti ci parlano di comprensibili momenti di paura e di panico fra i legionari, come accadde a Besanzone, nelle Gallie, quando i soldati di Giulio Cesare si terrorizzarono ad ascoltare i racconti dei guerrieri Germanici, che gli venivano presentati come uomini dalla ferocia e forza sovrumana.

Nei tempi più recenti, ci si è chiesti se i legionari romani soffrivano di quello che oggi identifichiamo tecnicamente come Disturbo Post Traumatico da Stress, una condizione patologica dominata da flashback di terribili ricordi, notti insonni, agitazione, rabbia incontrollata e tendenza ad evitare tutto quello che ci ricordi un evento traumatico.

Le scuole di pensiero e i parametri

Le due principali scuole di pensiero in merito alla questione sono quella universalistica e relativistica.

La prima ritiene, semplificando, che l’essere umano sia sempre uguale, e dunque anche il soldato mostri caratteristiche comuni nel corso dei secoli.

A prescindere dal contesto storico, il soldato sarebbe esposto in maniera simile a disturbi post traumatici e a sensazioni profonde derivate dall’esperienza della guerra.

La scuola relativistica si fonda invece su un approccio differente, basato sulla considerazione che il contesto in cui si vive, il modo con cui la propria società intende la guerra e la propria psicologia personale influiscono sullo sviluppo o meno di disturbi e sofferenze post-traumatiche.

La scuola relativistica, che tende ad essere accettata dalla maggior parte degli studiosi, ha identificato alcuni parametri che possono portare allo sviluppo di un disturbo post traumatico da stress.

Vedremo dunque ognuno di questi elementi e lo confronteremo con il mondo romano, per cercare di capire se i legionari fossero particolarmente esposti a questo tipo di disturbi.

L’evento traumatico

Il primo parametro è certamente il tipo e la natura dell’evento traumatico a cui si è sottoposti.

Sotto questo aspetto la guerra romana era profondamente diversa da quella che concepiamo oggi.

Nonostante una guerra non sia mai definibile “intelligente” è evidente che i conflitti moderni sono basati sull’utilizzo di strumentazioni tecnologiche, di droni o di apparecchi estremamente sofisticati che rendono quasi “asettico” l’attacco nei confronti del proprio nemico.

Un moderno attacco missilistico o aereo è, per chi lo esegue, una operazione visibile su una mappa, così come la guerra cibernetica si sviluppa su un piano prettamente digitale.

Il mondo romano era invece dominato dagli scontri corpo a corpo, e ogni soldato non poteva esimersi dall’assistere a scene terribili: sangue, morte dell’avversario e dei propri compagni, orribili mutilazioni, grida di dolore, che derivavano da un confronto diretto sul campo.

Per questo motivo, la forza e la violenza della guerra romana, così come quella del mondo antico, non poteva che giocare a favore dell’ insorgenza di tali disturbi.

La cultura della propria società

Un altro fattore determinante è la cultura dominante nella propria società.

Una tribù africana che pratica regolarmente il cannibalismo o l’omicidio nei confronti di tribù avversarie, avrà certamente un giudizio morale diverso rispetto ad una comunità induista o buddista che dà alla vita un valore completamente differente.

Sotto questo aspetto, la società romana, sebbene non facesse differenze razziali fra gli uomini, era estremamente classista.

Si trattava di un mondo dove la vita di uno schiavo veniva normalmente considerata inferiore rispetto a quella di un cittadino, o dove una popolazione germanica con un basso grado di civilizzazione era accomunata facilmente ad un branco di animali selvaggi.

E’ chiaro dunque che la guerra romana poneva sulle spalle del soldato un carico “morale” e un “senso di colpa” di gran lunga inferiore rispetto al concetto che abbiamo oggi.

Il legionario che avesse trucidato intere famiglie nell’ambito di un saccheggio non sarebbe stato tacciato da nessuno dei suoi contemporanei di “cattiveria”, eccetto condizioni estreme o in situazioni di ingiustificata spietatezza.

Sotto questo profilo, dunque, la società romana non contribuiva in maniera particolare allo sviluppo di stress post-traumatici nei soldati.

La filosofia personale

Un terzo elemento che influisce sul possibile sviluppo del disturbo è la propria psicologia e filosofia personale.

Una persona che considera la violenza come parte della natura e che crede fermamente nella “legge del più forte”, avrà ovviamente meno problemi rispetto ad una persona convinta che l’essere umano debba migliorare e lavorare nel costruire una società più giusta ed equa.

Ora, il metodo di selezione e di addestramento del legionario romano era particolarmente duro. L’aspirante legionario doveva avere una serie di caratteristiche ben precise, che venivano poi sviluppate e rafforzate nel corso di parecchi mesi.

Nessuna persona con una filosofia rivolta alla pace o alla pacifica convivenza poteva entrare nell’esercito Romano. Tutti gli uomini che si schieravano per le file di Roma erano evidentemente inclini e avvezzi alla guerra e non mostravano certamente particolari scrupoli ad affrontare un avversario.

Per questo motivo, l’altissimo livello di selezione e di professionismo che si riscontrava nelle legioni garantiva che ogni uomo non sarebbe stato incline allo sviluppo di sensi di colpa e di moralismi incompatibili con azioni di guerra.

Le fonti antiche

Un altro elemento fondamentale è la presenza di fonti antiche che possano raccontarci di legionari impazziti o con importanti disturbi.

Abbiamo alcune testimonianze: ad esempio, il medico romano Celso, ci parla di una malattia che chiamava “pazzia senza febbre”.

Il paziente soffriva di insonnia, irritabilità, improvvisi attacchi di paura o di aggressività che egli curava con delle erbe che si riteneva potessero aiutare il sistema nervoso.

Ci viene riferito invece da Plutarco lo stato di ansia, che era sfociato nell’alcolismo, del generale Caio Mario, che verso il termine della sua vita aveva certamente accumulato una grande quantità di stress da guerra e memoria di situazioni altamente pericolose.

Un terzo indizio ci viene dalla lapide del Centurione Ulpio Optato: nella prima parte dell’iscrizione funebre si ricorda la sua carriera militare e la sua efficienza come soldato, mentre nella seconda si cita una serie di attacchi di rabbia improvvisi che avevano compromesso la sua vita quotidiana.

Appiano ci parla di Cestio Macedonico: si trattava di un soldato che durante l’assedio di Perugia del 40 avanti Cristo si chiuse improvvisamente nella sua abitazione, dandogli fuoco e morendo egli stesso, senza un’apparente ragione.

Potrebbero essere questi indizi di disturbi post-traumatici da stress, ma quello che conta ai fini di una valutazione generale è che a fronte di 11 secoli di storia romana, e di una storiografia dedita al racconto di ogni aspetto della vita militare, troviamo comunque pochissimi riscontri di un disturbo così importante.

Il che potrebbe essere una conferma della scarsa presenza di situazioni simili presso l’esercito Romano.

Conclusioni

Nonostante un’analisi sia particolarmente difficile e ci si possa solamente fermare a delle ipotesi e a lontane interpretazioni, eseguendo un’analisi quanto più possibile accurata dei vari parametri, sembra che il disturbo post traumatico da stress non fosse così diffuso presso i legionari romani.

E se anche fosse stato presente, questo avrebbe avuto delle caratteristiche profondamente diverse rispetto alla malattia e alla patologia che osserviamo oggi.

Fonti

  • Post Traumatic Stress Disorder and Acute Stress Disorder in the Roman Army: Lessons for Modern Armies, Valentine John Belfiglio, Texas Woman’s University
  • CAESAR IN VIETNAM: DID ROMAN SOLDIERS SUFFER FROM POST-TRAUMATIC STRESS DISORDER? – https://www.cambridge.org/
  • Onslaught: The Centurions II, Anthony Riches, Manchester University.

Anco Marzio, il quarto Re di Roma

Anco Marzio, quarto re di Roma, è stato un regnante molto interessante, virtuoso ed equilibrato: un uomo che ha lavorato per rendere grande Roma e riformarla dopo la dipartita di Tullo Ostilio.

L’elezione di Anco Marzio

Dopo la fondazione da parte di Romolo, Numa Pompilio, il secondo re di Roma, era stato un reggente di pace e di religione, da tutti ammirato per la sua grandezza come persona e come regnante.

Il suo successore, Tullo Ostilio, era stato invece un Re decisamente guerriero. A tal punto da essere incenerito, secondo la tradizione, da Giove in persona perché si era troppo dedicato alla guerra, tralasciando il doveroso rispetto per le divinità.

All’indomani della morte di Ostilio, i romani cercavano una persona equilibrata: Anco Marzio, per come aveva condotto la sua vita, sembrava avere tutte le carte in regola, tanto più che il suo legame di parentela con Numa Pompilio, di cui era nipote, gli garantiva ottimi presagi.

La difesa di Roma

Una volta eletto, Anco Marzio si occupò prima di tutto della guerra: ma senza quella volontà espansionistica di Tullo Ostilio, ma in senso più difensivo.

Il Lazio era in quel periodo una zona dove la guerra era endemica, e tutte le città e le popolazioni erano costantemente in lotta l’una contro l’altra, con l’aggiunta d’invasioni provenienti dall’esterno da parte di gruppi nomadi.

Anco Marzio dovette quindi difendere i confini di Roma e, grazie a un’ottima organizzazione militare, riuscì a sconfiggere diverse città liberando e annettendo alla capitale vaste zone del territorio litorale del Lazio.

Non mancarono altri problemi con i sabini, antichi alleati ma più volte avversari, e con altri popoli che non volevano accettare l’egemonia di Roma.

Storica rimase la guerra contro la città di Veio, un centro importante e combattuto per anni dai romani, e che sotto Anco Marzio avviò nuove campagne militari per recuperare una serie di territori persi negli ultimi anni.

Tutte queste battaglie non rappresentarono per Anco Marzio solo un dispendio di energie e di uomini, ma gli consentirono anche di guadagnare alcuni vantaggi: il più importante, con la deportazione dei vinti, un aumento della popolazione di Roma e in particolare dei plebei, una fascia di lavoratori dediti ai lavori più umili, che saranno la base fondamentale della società romana.

Nascita di Ostia e i progetti urbanistici

Roma guadagnò anche in spazio: Anco Marzio inglobò il colle del Gianicolo e del Celio e costruì il Foro Boario, che diventerà man mano fondamentale per i commerci,oltre alla costruzione di diverse saline per lo stoccaggio del sale.

Il sale era il principale prodotto utile a conservare i cibi ed era tanto prezioso da essere utilizzato come pagamento per i soldati: è proprio da qui che nasce la parola “salario”.

Altra opera di cui Anco Marzio si rese protagonista fu la fondazione della prima colonia fuori dalla città, quella di Ostia: posizionandola sul mare, Anco Marzio diede uno sfogo importante alla città di Roma, creando poi con la strada Ostiense un collegamento che ancora oggi è presente dopo millenni.

Il quarto re di Roma diede ampio spazio allo sviluppo dell’urbanistica: sotto il suo regno, sebbene non ne rimanga più traccia, venne costruito il ponte Sublicio, un ponte di legno che congiungeva le due rive del Tevere e che per i tempi erano una infrastruttura di importanza strategica.

Roma era così diventata una città più grande ed evoluta: non più solamente un gruppo di pastori che si uniscono, che collaborano e che combattono insieme, ma una città di grande respiro con una visione strategica per il predominio del Lazio.

Anco Marzio si occupò anche di religione, come il nonno Numa Pompilio: non fondò altri ordini ma perfezionò quello dei feziali, i sacerdoti che si occupavano della elaborazione e del rispetto delle regole da osservare prima di scatenare una guerra. 

Un gruppo di sacerdoti di grande importanza, che praticavano quello che oggi si chiamerebbe diritto di guerra e diritto internazionale.

La morte di Anco Marzio

Anco Marzio fu un re molto equilibrato e attivo a tutti i settori che avevano bisogno di sviluppo: non si sbilanciò mai verso un solo aspetto della società ma dimostrò di avere virtù proprio perché equidistante e omogeneo nei suoi interventi.

Dopo 25 anni di regno,  onorato e amato da tutti, il reggente morì tranquillamente di vecchiaia, ricordato come un’ottima guida da tutto il popolo romano.

La sua figura è importante, tra le varie ragioni, perché Anco Marzio è l’ultimo re “latino”. Il suo successore, Tarquinio Prisco, sarà infatti il primo di origine etrusca.

Il Pantheon a Roma. Storia, costruzione e segreti

Il Pantheon, tempio di tutti gli Dei, è uno dei monumenti più importanti dell’intera storia romana.

Costruito per volere di Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Ottaviano Augusto, e pesantemente restaurato dall’imperatore Adriano, è un gioiello di architettura dal profondo significato religioso.

La sua imponenza, la perfezione della costruzione e degli spazi interni, l’enorme cupola in muratura, ad oggi ancora la più grande del mondo, incantano lo spettatore e dimostrano chiaramente la grandezza eterna dell’ingegneria romana.

Il Pantheon di Agrippa

La nascita del Pantheon avviene sotto il principato di Ottaviano Augusto. A fianco dell’immensa opera di ristrutturazione dello stato romano e delle consistenti riforme, Augusto dedica attenzione anche all’aspetto architettonico di Roma, ridisegnandone il centro in maniera significativa.

Il Pantheon venne concepito inizialmente da Marco Vipsanio Agrippa, generale, ammiraglio e migliore amico di Ottaviano, come luogo dedicato al culto privato della famiglia di Augusto.

L’incarico, a livello architettonico, venne affidato a Lucio Cocceio Aucto, che ne curò la progettazione e la costruzione.

Il luogo venne scelto nel cuore del Campo Marzio, in una posizione centrale. Oggi sorge infatti fra la colonna di Marco Aurelio, ad est, le terme di Nerone, a Nord, e lo Stadio di Domiziano, oggi Piazza Navona, a Ovest.

L’orientamento, rispetto ad oggi, era verso Sud, ed era circondato da altre costruzioni come le terme di Agrippa.

Il primo Pantheon era però molto diverso e sostanzialmente più piccolo di quello che vediamo oggi. I ritrovamenti archeologici hanno riscoperto le fondamenta della prima versione di questo monumento.

Si trattava di un classico tempio a base rettangolare, dove la cella, la parte più sacra, era anch’essa rettangolare e posizionata in maniera trasversale.

All’esterno, sul lato lungo, vi era il prònao, ovvero un porticato realizzato con colonne, che dominava un piccolo spiazzo tutto intorno, delimitato da una recinzione, a separare il Pantheon dal tempio di Nettuno.

La costruzione era fortemente dominata da uno splendido marmo, che ne esaltava le linee.

Le decorazioni del Pantheon di Agrippa ci vengono riportate direttamente da Plinio il Vecchio, che ebbe modo di vedere di persona la costruzione ultimata.

Plinio ci parla di colonne ornate da capitelli in bronzo siracusano, e delle presenza di alcune cariatidi, delle statue femminili riprese dell’arte greca, e di altre statue posizionate sul fronte del tempio.

Cassio Dione aggiunge un dettaglio importante: all’interno sarebbe stata posta la statua di Cesare divinizzato, mentre all’esterno altre due statue, quella di Ottaviano sulla sinistra e quella dello stesso Agrippa a destra, a simboleggiare la loro amicizia.

Il Pantheon ebbe dura vita. Nel corso dei decenni venne infatti distrutto da un incendio nell’80 d.C, e blandamente ricostruito dall’imperatore Domiziano, e nuovamente colpito da un fulmine, e dunque di nuovo divorato dalle fiamme, nel 110 d.C, e salvato da un parziale intervento di restauro dall’imperatore Traiano.

Ma il vero autore di una nuova vita per il Pantheon, fu certamente l’imperatore Publio Elio Adriano.

Il rifacimento del Pantheon sotto Adriano

Adriano, appartenente alla dinastia degli Antonini, ebbe per Roma una grande visione religiosa e artistica.

La sua intenzione era quella di recuperare e riproporre i grandi miti della fondazione di Roma, con una pesante influenza derivata dall’arte ellenistica ed orientale.

Tutte le sue opere architettoniche prestano dunque particolare attenzione alla simbologia. Adriano, ad esempio, sta attento che la luce del sole, considerata dai romani come l’elemento maschile, cada durante il giorno e “baci” il tempio di Venere, simbolo femminile, posizionando il tempio della Dea Roma sotto di loro, come fosse il risultato della loro unione.

Naturale quindi che l’attenzione di Adriano sia ricaduta anche sul Pantheon, progettandone un grande ed articolato rifacimento. Ed è proprio la sua versione quella che oggi possiamo ammirare.

Il progetto viene attribuito dalla maggior parte degli studiosi al grandissimo architetto Apollodoro di Damasco, ma è possibile che Adriano stesso sia intervenuto, una volta entrato in contrasto ed in competizione personale con il progettista.

L’edificio venne completamente ricostruito, anche se non mancarono gli aspetti divertenti. Sembra infatti che le colonne ordinate da Adriano siano state consegnate con una misura sbagliata, e rimodellate successivamente, con grande disappunto dell’imperatore.

Il Pantheon di Adriano: il pronao

Il primo elemento totalmente ricostruito fu il pronao, il porticato frontale realizzato con due serie da 8 colonne. Il materiale di costruzione era un granito misto grigio e rosa, pensato appositamente per creare uno splendido effetto visivo.

I capitelli erano in bronzo dorato per impreziosire la visione generale e tutto il pronao era dotato di una copertura bronzea di particolare valore.

Chi oggi entra nel Pantheon, alzando la testa poco prima dell’entrata, non vedrà nulla di particolare, ma al tempo di Adriano vi erano dei meravigliosi riflessi dorati.

Il materiale venne tuttavia asportato durante il tempo: in parte per realizzare i cannoni del Gianicolo, e in parte per la costruzione del baldacchino del Vaticano, ad opera del Bernini.

Da notare come il grande “triangolo” sopra le colonne, chiamato “timpano”, rechi ancora l’iscrizione e la dedica di Marco Vipsanio Agrippa, segno che Adriano volle rendere onore al primo costruttore dell’opera.

Il Pantheon di Adriano: l’esterno della rotonda

La parte fondamentale del Pantheon di Adriano è l’enorme costruzione a forma cilindrica, chiamata rotonda. Dal punto di vista puramente estetico non ci sono particolari abbellimenti.

Il motivo sta nel fatto che il Pantheon era circondato da diversi altri edifici, che rendevano questa parte poco visibile.

Ma il vero capolavoro sta nella qualità costruttiva. Il cilindro doveva essere estremamente resistente, ma allo stesso tempo via via più leggero mano mano che si saliva.

Per questo motivo i materiali costruttivi sono sostanzialmente tre: un misto di strati di calcestruzzo alternati con scaglie di marmo travertino e tufo per la prima fascia, strati di calcestruzzo alternati con scaglie di tufo e mattoni per la seconda e strati di calcestruzzo con sole scaglie di mattoni per la terza.

Con questa mirabile diversità delle miscele, la rotonda ha una profonda stabilità e leggerezza, requisito fondamentale per la sua durata nel tempo.

Il Pantheon di Adriano: l’interno della costruzione

L’interno del Pantheon è a dir poco impressionante. Si tratta, vedendolo bidimensionalmente di un cerchio, e tridimensionalmente di un cilindro perfetto, coperto da una cupola.

L’area ha un equilibrio perfetto, dove si crea automaticamente una sensazione di perfezione e di silenzio. Il “cerchio” viene arricchito da 6 nicchie rientranti, che al tempo di Adriano ospitavano i principali Dei romani.

Data la loro posizione perfettamente circolare, nessun Dio era più importante di un altro, ma tutti contribuivano in egual misura alla sacralità del luogo.

Era ricoperto di marmi variamente colorati e il pavimento era leggermente convesso per far defluire l’acqua che poteva piovere all’interno dal foro praticato nella cupola.

Il Pantheon di Adriano: la cupola

Il vero e più grande capolavoro del Pantheon è rappresentato senza dubbio dalla cupola, una semisfera realizzata interamente in muratura.

Gli ingegneri romani costruirono una prima grande impalcatura di legno per poi aggiungere il materiale costruttivo.

Si tratta di una cosiddetta “volta cassettonata“: si osservano infatti diverse file di cassettoni quadrati che “rientrano” nel cemento e che hanno due scopi.

Il primo, puramente estetico, è quello di creare un determinato “ritmo” in tutta la cupola, e il secondo è tecnico. Rientrando nel cemento, i cassettoni tolgono parecchio materiale e dunque parecchio peso complessivo alla cupola, dandole una leggerezza formidabile.

Il numero stesso dei cassettoni non è affatto casuale. Si tratta di 5 file da 28 cassettoni. I romani consideravano il 7 come un numero magico: sette erano i colli di Roma, sette i loro Re e sette i pianeti visibili al loro tempo.

1+2+3+4+5+6+7=28. Una simbologia accuratamente calcolata.

Al centro della cupola, si vede immediatamente l’oculus, un foro di 9 metri, concepito per creare un immaginario collegamento diretto con gli Dei che abitano i cieli.

Dall’alto verso il basso si creava così una linea immaginaria che partiva dal cielo, attraversava l’oculus, toccava il terreno e proseguiva sottoterra, dove risiedevano gli Dei degli inferi.

Una domanda ricorrente: quando piove il Pantheon si bagna? Sì, si bagna. Durante i secoli è emersa la leggenda secondo cui alcune strane forze impediscano all’acqua di bagnare il pavimento.

In realtà quello che può essere accaduto è che la presenza, durante il medioevo, di un grande numero di candele per l’illuminazione, può aver nebulizzato le gocce di pioggia, ma si tratta di casi isolati.

Come confermato dagli esperti, l’acqua entra e viene efficientemente scolata dalla leggera curvatura del pavimento.

I segreti della durata del Pantheon

I turisti rimangono puntualmente esterrefatti dalla grandezza e dalla durata del Pantheon. Come è possibile, si chiedono?

Il segreto della durata del Pantheon sta innanzitutto nella scelta dei materiali costruttivi. Il materiale per eccellenza era il calcestruzzo, una miscela formata da sabbia, ghiaia o sassi, da un elemento legante come la calce e l’acqua.

Si trattava di una composizione che poteva cambiare, e che permetteva di avere di volta in volta la miscela più adatta.

I romani, riuscirono a portare l’efficienza del calcestruzzo ad un altro livello. Era a loro nota infatti la “pozzolana“, un pietrisco originario della zona di Pozzuoli, che abilmente aggiunto al calcestruzzo raggiungeva una straordinaria durezza.

Non solo: la sua resistenza rimaneva immutata durante il tempo e addirittura aumentava se bagnata. Era l’Opus Caementicium, il cemento dei romani, di cui ancora oggi non conosciamo le esatte proporzioni.

Il secondo segreto è la distribuzione del peso. Attraverso un gioco di rientranze e di pazienti ed impercettibili deviazioni, il peso della cupola non si distribuisce uniformemente su tutto il bordo del cilindro, ma viene deviato su 8 pilastri fondamentali, che aumentano la durata e la stabilità complessiva.

Il Pantheon fino ad oggi

Il Pantheon ha attraversato i secoli, e soprattutto il periodo medievale, caratterizzato a Roma da una serie di devastazioni, operate sia dai “barbari” ma spesso e volentieri da alte famiglie romane che spogliavano sistematicamente i monumenti classici del loro materiale per reimpiegarle.

La “salvezza” del Pantheon deriva dal fatto che l’imperatore romano d’Oriente, Foca, donò il monumeto a Papa Bonifacio IV, che trasformò la struttura nella chiesa di Sancta Maria ad Martyres.

La protezione ecclesiastica, salvò così il Pantheon dalla distruzione. Addirittura, nei primi dell’800, vennero costruiti due campanili in stile puramente cristiano, poi abbattuti.

Al giorno d’oggi, il Pantheon è ancora un monumento di culto cristiano, dove l’impronta religiosa è fortissima.

Sono inoltre seppelliti alcuni straordinari personaggi: vi sono infatti le tombe dei pittori Raffaello Sanzio e Annibale Carracci, ma anche i Re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I, onorati come padri della patria italiana.