lunedì 2 Marzo 2026
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La prima guerra macedonica. La Macedonia di Filippo V contro Roma

La prima guerra macedonica fu un conflitto svoltosi nel territorio dei Balcani, tra la Repubblica romana, alleata alla Lega Etolica e al Re Attalo I di Pergamo, contro Filippo V di Macedonia.

Filippo V tentò di estendere il suo potere nel Mediterraneo occidentale approfittando della sanguinosa guerra che Roma stava conducendo contro Annibale. La guerra si protrasse per diversi anni e giunse ad una situazione di stallo terminando con una pace generale.

Roma non ottenne conquiste territoriali, ma grazie ad un gioco di alleanze, e sfruttando le naturali divisioni fra i i popoli greci, i romani riuscirono a scongiurare il pericolosissimo scenario di una coalizione fra Cartaginesi e Macedoni.

Lo scoppio della guerra

 

Il Re Filippo V di Macedonia, seppur formalmente allo stesso livello delle altre città-Stato e nazioni greche, deteneva di fatto il controllo della situazione nei Balcani e rappresentava il garante della pace nel territorio.

Preoccupato per le sorti della guerra di Roma contro Cartagine, Filippo colse l’opportunità per tentare di estendere il suo potere verso la parte occidentale del Mediterraneo. Come ci riporta lo storico greco Polibio, un fattore importante che contribuì alla decisione di Filippo fu l’influenza di un certo Demetrio di Faro, precedentemente sconfitto ed esiliato dai romani, che riuscì ad infiammare il giovane governante e a prospettargli il governo universale sul mondo.

Filippo apprese mano mano delle vittorie di Annibale in Italia, e specialmente di quella ottenuta al lago Trasimeno, nel giugno del 217 a.C. Su consiglio di Demetrio, Filippo si mosse per fare pace con gli Etoli, un bellicoso popolo del sud della Grecia, per poter rivolgere con maggiore tranquillità le sue mire verso l’Illiria, odierna Croazia, e l’Italia. Filippo iniziò subito le trattative e riuscì a concludere con loro una pace che era fondamentale per il suo progetto.

Nell’inverno del 217 a.C, il Re macedone iniziò a costruire una flotta di 100 navi da guerra, addestrando gli uomini a governare delle imbarcazioni corazzate. Secondo Polibio si trattava di un operazione che nessun re macedone aveva mai fatto prima, il che dimostrava la grande ambizione di Filippo.

Sicuramente la Macedonia non aveva le risorse e le competenze per eguagliare le flotte dei romani, soprattutto per la mancanza di esperienza e di addestramento. Nonostante questo, Filippo scelse di continuare il suo progetto, costruendo delle piccole imbarcazioni sul modello dei pirati illirici.

In questo modo Filippo sperava di poter eludere le navi da combattimento romane o perlomeno di recare disturbo alla flotta nemica. Nel frattempo, Filippo ampliò i suoi territori ad ovest, lungo le valli dei fiumi Apso e Genusus, fino a giungere ai confini dell’Illiria. Filippo meditava di conquistare prima le coste illiriche e utilizzare il nuovo collegamento terrestre per muoversi contro Roma.

All’inizio dell’estate di quell’anno, Filippo e la sua flotta lasciarono la Macedonia, attraversarono lo stretto di Euripus e superarono capo Malea, arrivando al largo delle isole di Cefalonia e Leukas.

Mentre la flotta macedone si stava ancora schierando, giunsero notizie di alcune quinqueremi romane che erano state avvistate nei pressi di Apollonia.

Filippo si convinse che l’intera flotta romana aveva scoperto i suoi movimenti e si fosse mossa per catturarlo. Preso dalla paura, ordinò di ritornare immediatamente a Cefalonia, nel suo quartier generale.

Si trattò di una ritirata piuttosto disordinata, guidata certamente da un panico immotivato. In effetti i romani avevano inviato solamente uno squadrone di dieci navi in ricognizione, e non valutavano ancora Filippo come un autentico pericolo.

In questo modo il re macedone perse la sua migliore occasione per raggiungere i suoi obiettivi in Illiria. Tornato in Macedonia, il suo esercito non aveva perso nemmeno un uomo, ma la sua reputazione aveva subito un duro colpo.

Il trattato con Annibale

 

Mentre Filippo ragionava sul da farsi, giunse la notizia della vittoria di Annibale a Canne nel 216 a.C. Filippo intuì che il suo migliore alleato poteva essere il condottiero cartaginese e inviò immediatamente degli ambasciatori per negoziare un’alleanza. Nel 215 a.C venne concluso un trattato il cui testo ci è stato tramandato da Polibio.

L’accordo prevedeva sostegno e difesa reciproci. In caso di vittoria, Annibale aveva il diritto di fare pace con Roma, ma questa avrebbe dovuto includere anche Filippo. Roma avrebbe dovuto rinunciare al controllo di regioni fondamentali come Corcira, Apollonia, Faro e Atintania, e avrebbe dovuto restituire a Demetrio di Faro tutti i suoi possedimenti.

A onor del vero, nell’accordo non si fa menzione di un eventuale invasione dell’Italia da parte di Filippo, che probabilmente mirava a spartirsi i territori aldilà della penisola italica, a seguito di un ipotetica vittoria dei cartaginesi.

Gli emissari di Filippo, con in mano il trattato firmato da Annibale, vennero tuttavia intercettati dal comandante della flotta romana, Publio Valerio Flacco, il quale pattugliava la costa meridionale della Puglia.

I termini dell’accordo furono scoperti e Roma comprese di avere un altro terribile pericolo ad est.

La reazione romana

Il Senato Romano equipaggiò immediatamente 25 navi da guerra, che vennero posizionate a Taranto, con l’ordine di sorvegliare la costa adriatica italiana per cercare di capire le intenzioni di Filippo, pronte a sbarcare per un attacco direttamente in Macedonia.

Nell’estate del 214 a.C, Filippo tentò nuovamente di invadere la zona illirica via mare: con una flotta di 120 navi riuscì a catturare la città di Oricum e a risalire il fiume Aous, assediando Apollonia. Nel frattempo però i romani avevano spostato la loro flotta da Taranto a Brindisi per continuare a vigilare sui movimenti di Filippo, al comando di Marco Valerio Levino.

Dopo essere stato informato dei movimenti di Filippo in Illiria, Levino fece sbarcare il suo esercito e riuscì a riprendere la città di Apollonia con poco sforzo.

Filippo non poteva fare altrimenti: l’Illiria era fondamentale per il suo progetto, e il re macedone trascorse i due anni successivi cercando di conquistare la zona via terra, tenendosi lontano dalla costa, dove poteva essere avvistato dalle navi romane e cercando continuamente alleati che potessero essere utili alla sua causa.

Filippo riuscì a conquistare la città di Lisso, un importante porto sull’Adriatico, ma nel corso della guerra perse la sua flotta: questo significava che tutti i movimenti via mare dei Macedoni dipendevano esclusivamente da Cartagine, rendendo la prospettiva di un invasione dell’Italia piuttosto difficile e pericolosa.

La contromossa dei romani: l’alleanza con gli Etoli

La contromossa dei romani per arginare le mire espansionistiche di Filippo si basava sull’utilizzo di alleati in Grecia. Levino iniziò ad esplorare la possibilità di stringere accordi con la lega etolica, una popolazione di montanari piuttosto bellicosi e da sempre ostili ai macedoni.

In realtà gli Etoli avevano fatto pace con Filippo V a Naupatto nel 217 a.C, ma da tempo stavano considerando l’ipotesi di riprendere le armi contro il tradizionale nemico macedone.

Nel 211 a.C, fu convocata un’assemblea etolica per organizzare i primi colloqui con Roma: nel corso del concilio, Levino fu abile a sottolineare come la recente riconquista delle città italiche di Siracusa e Capua, strappate ad Annibale, fossero il segno che la guerra contro Cartagine stava andando a favore dei romani e che era conveniente allearsi con loro piuttosto che con i macedoni.

Così fu firmato un trattato in base al quale gli Etoli avrebbero condotto le operazioni militari di terra, mentre i romani avrebbero dispiegato le loro forze in mare. Una volta ottenuta la vittoria, i romani avrebbero tenuto per loro tutti gli schiavi conquistati mentre gli Etoli avrebbero ricevuto il controllo di qualsiasi territorio fossero riusciti a strappare a Filippo V.

La strategia di Filippo contro l’allenza Roma-Etolia

 

Appena venne a conoscenza dell’alleanza stretta tra i romani e gli Etoli, Filippo fu costretto a proteggere i suoi confini settentrionali: conquistò una serie di città dalla posizione strategica come Oricum e Apollonia, marciò attraverso la Pelagonia e mosse verso la Tracia, lasciando continui presidi militari nei principali punti di passaggio.

A questo punto del conflitto, Filippo ricevette una urgente richiesta di aiuto da alcuni suoi alleati, gli Acarnani. Secondo le informazioni dei loro esploratori, il capo degli Etoli aveva mobilitato tutto l’esercito e si stava preparando ad invadere il loro territorio.

Gli acarnani erano disperati ma determinati a resistere, tanto che tutti i maschi in grado di combattere giurarono solennemente e pubblicamente di lottare fino alla morte, invocando una terribile maledizione che avrebbe colpito tutti i concittadini che non si fossero prestati al servizio militare.

Gli Etoli, venuti a sapere della straordinaria resistenza e volontà degli Acarnani e del supporto militare che Filippo V gli stava accordando, abbandonarono l’idea di invadere il territorio.

La coalizione schierata contro Filippo e guidata dai Romani e dagli Etoli continuava però a crescere: le potenti città di Pergamo, Elis e Messenia e addirittura Sparta accettarono di unirsi all’alleanza contro la Macedonia.

La strategia romana di imbottigliare Filippo in una guerra di Greci contro Greci stava riuscendo alla perfezione.

La reazione di Filippo e gli Etoli in difficoltà

 

Filippo V non si arrese: nonostante le vedette degli etoli e degli spartani continuassero a monitorare i suoi spostamenti e a tallonarlo, il Re macedone ottenne dei nuovi successi militari: la conquista della città di Echino, catturata attraverso l’utilizzo di vaste opere d’assedio, e la presa di Falara, una città portuale.

Nella primavera del 209 a.C, Filippo ricevette una nuova richiesta di aiuto da uno dei suoi alleati: la lega degli Achei del Peloponneso, che era stata attaccata da Sparta e dagli Etoli.

Filippo, intuendo la possibilità di spezzare la coalizione nemica, marciò immediatamente a sud per conquistarsi la fiducia di un popolo, quello degli Achei, particolarmente efficace in battaglia. Filippo vinse due battaglie a Lamia, infliggendo pesanti perdite alle truppe avversarie.

Gli Etoli e i loro alleati furono addirittura costretti a ritirarsi all’interno delle mura delle loro città, dove decisero di non concedere ulteriori battaglie campali all’avversario.

Filippo, grazie alla collaborazione del generale acheo Cicliadas, organizzò un attacco congiunto alla città di Elide, che costituiva la principale base operativa degli Etoli. Ma il generale romano Sulpicio riuscì ad intervenire con 4000 soldati, salvando gli Etoli da disfatta sicura.

Durante lo scontro, Filippo V cadde addirittura da cavallo, continuò il combattimento in piedi e divenne oggetto di un feroce tafferuglio sul campo. Per un pelo, Filippo riuscì a montare su un altro cavallo e a salvarsi dagli inseguitori.

Instancabile, già il giorno successivo Filippo fu in grado di conquistare la fortezza di Pirrico, catturando 4000 prigionieri e 20.000 animali da tiro.

Filippo all’inseguimento dei capi nemici

 

La continua guerra, che sembrava protrarsi senza prospettive di uscita, stava preoccupando tutti. Attalo, il Re degli Etoli e il generale romano Sulpicio avviarono dei contatti diplomatici con rappresentanti dell’Egitto e dell’isola di Rodi, i quali ambivano alla pace, in quanto il conflitto stava compromettendo gli interessi commerciali in tutto il Mediterraneo Orientale.

Venuto a sapere della conferenza di pace e della presenza nello stesso luogo sia di Sulpicio che di Attalo, Filippo marciò rapidamente verso sud, nel tentativo di interrompere i trattati e catturare i leader nemici, ma fatalmente arrivò troppo tardi.

Il Re macedone fece un nuovo tentativo: intercettando i loro movimenti, Filippo piombò sugli eserciti avversari. Attalo, colto di sorpresa, riuscì a malapena a fuggire verso le sue navi e fu costretto a tornare a Pergamo

Tutte le principali potenze commerciali che erano rimaste ancora neutrali al conflitto stavano cercando di organizzare una pace.

Rendendosi conto che la guerra si stava protraendo da troppo tempo, Filippo acconsentì ad incontrare i rappresentanti di Egitto e di Rodi, ma le prime trattative furono infruttuose.

Nella primavera successiva, fu organizzata una nuova e grande conferenza per la pace, a cui parteciparono anche rappresentanti di Bisanzio, Chio, Mitilene e forse della stessa Atene.

Durante i trattati, Filippo era consapevole di trovarsi di fronte ad una formidabile coalizione di avversari, ma d’altro canto, il re macedone risultava quasi sempre il vincitore degli scontri più importanti, e ciò gli permise di dettare le condizioni di pace.

Gli Etoli furono messi alle strette: i loro guerrieri erano sfiniti, e Filippo aveva gravemente compromesso i loro territori. Roma era lontana, e l’alleanza dei generali italici non sembrava convincere più i capi militari etolici.

Nel 206 a.C, e senza il consenso di Roma, anche gli Etoli accettarono la pace alle condizioni imposte da Filippo, violando la loro alleanza con i romani.

Una sconfitta vincente

La guerra era stata tecnicamente vinta da Filippo V, tanto che la pace era stata conclusa alle sue condizioni, e il lavoro diplomatico romano, con il tradimento degli Etoli, era stato definitivamente smantellato.

Roma compì un ultimo tentativo di recuperare l’appoggio degli Etoli.

La primavera successiva, i romani inviarono il generale Publio Sempronio Tuditano con 35 navi e 11000 uomini a Durazzo, in Illiria. Filippo, informato dei fatti, preparò il suo esercito ad una difesa.

In quella occasione, Sempronio tentò nuovamente di convincere gli Etoli a rompere la pace con Filippo e a unirsi nuovamente a Roma contro il nemico comune.

Ma il consiglio degli Etoli scelse nuovamente di sbilanciarsi a favore della Macedonia.

Nonostante non avessero più alleati in Grecia, i romani avevano però raggiunto l’obiettivo di impedire a Filippo V di allearsi pericolosamente con Annibale.

Dopo alcune considerazioni del Senato, gli stessi romani si dichiararono pronti a firmare una pace per disinnescare un possibile nuovo conflitto con la Macedonia. La tregua generale fu stabilita nel 205 a.C, con la firma della cosiddetta “Pace di Fenice“, dal nome della città che ospitò i trattati.

Una decisione che pose ufficialmente fine alla prima guerra macedonica.

A settembre si torna a scuola con la mascherina

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All’inizio del prossimo anno scolastico sarà necessario ancora utilizzare la mascherina insieme ad ulteriori misure per mitigare il rischio contagio: la notizia – insieme a quella di un possibile via libera in tempi brevi per vaccinare anche i bambini più piccoli – arriva direttamente dal generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid, e gela le speranze di quanti auspicavano – tra docenti e studenti – di tornare in classe a settembre senza le mascherine che certamente non rendono semplice la socialità tra i ragazzi e anche lo scambio con i loro docenti.
    “Ora abbiamo la possibilità di vaccinare i ragazzi dai 12 anni in su, quindi gran parte degli studenti.

Sindacati sconcertati

“E’ una notizia non piacevole: molti genitori quest’anno hanno denunciato i dirigenti scolastici perchè non volevano che i figli tenessero questi dispositivi in classe. Ci auguriamo che venga ridefinito o puntualizzato un piano anche perchè le mascherine assegnate dall’ex commissario Arcuri erano spesso di basso livello qualitativo, con odori forti e grandi, tanto che sono state definite ‘mutande’”, commenta la segretaria della Cisl Scuola, Maddalena Gissi. Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi dice di “contare molto sul tema della vaccinazione dei ragazzi” mentre la sottosegretaria Barbara Floridia ricorda che si sta lavorando per diminuire il numero di studenti per classe e che sono state prorogate le misure per dare anche l’anno prossimo spazi aggiuntivi alle scuole affinchè a settembre le lezioni si possano svolgere con il distanziamento previsto “e col tempo speriamo si possa tornare alla normalità in spazi più ravvicinati”. Intanto sono iniziati in diverse regioni gli esami di terza media e dal 16 giugno partiranno quelli di maturità: il protocollo siglato tra Ministero e sindacati prevede che sia necessario mantenere due metri di distanza fra candidato e commissione, studentesse e studenti possono avere un solo accompagnatore, si deve indossare la mascherina. E oggi sono scesi i maggiori sindacati della scuola in piazza: chiedono di rivedere il Dl sostegni anche per assicurare i docenti in classe a settembre, il rischio è di 200 mila cattedre scoperte. 

La Battaglia di Filippi: Marco Antonio sconfigge Bruto e Cassio

La battaglia di Filippi è uno scontro verificatosi nel 42 avanti Cristo nell’ambito delle guerre civili tra il giovane Ottaviano, erede prescelto da Giulio Cesare, Marco Antonio, braccio destro di Cesare durante le campagne militari in Gallia, contro i cosiddetti “Cesaricidi”, Bruto e Cassio, che pochi anni prima avevano organizzato l’assassinio del grande dittatore romano.

La battaglia si svolse in una pianura interna della Macedonia, vicino alla città di Filippi: si tratta di uno dei più grandi e sanguinosi scontri di tutta la storia romana, dove la fazione che voleva ripristinare la Repubblica fu definitivamente sconfitta e dove emerse chiaramente l’azione riformatrice di Ottaviano e di Antonio, che si sarebbero infine scontrati tra loro per via di interessi inconciliabili.

Le rivalità fra triumviri e cesaricidi

Dopo la morte di Giulio Cesare, tutti ritenevano che il suo naturale erede sarebbe stato Marco Antonio, il suo braccio destro durante la conquista delle Gallie e fedele compagno di ogni campagna militare. E invece, contrariamente a tutte le aspettative, Giulio Cesare, nel testamento depositato presso le vergini vestali, nominò a sorpresa il nipote Gaio Ottaviano, che aveva raggiunto lo zio durante la campagna in Spagna e nel quale Cesare, evidentemente, aveva intravisto un grande politico.

Ottaviano e Marco Antonio arrivarono ben presto a scontrarsi politicamente per assicurarsi il dominio della politica Romana, Marco Antonio come generale di Cesare e Ottaviano come legittimo successore, ma nel 44 a.C i due furono costretti a concordare una pace temporanea e ad allearsi per sconfiggere un nemico comune. Si trattava di Bruto e Cassio, i cesaricidi, che dopo aver rifiutato dei maldestri tentativi di conciliazione da parte di Antonio, avevano lasciato Roma e si stavano organizzando nelle province orientali con un nuovo esercito. Il loro obiettivo era riprendere il potere e restaurare una forma più antica di Repubblica.

La “tregua di comodo” tra Ottaviano e Marco Antonio è nota come “Secondo Triumvirato“, un accordo a cui si aggiunse l’ex capo di cavalleria di Cesare, Lepido, come garante: l’obiettivo primario era la sconfitta definitiva degli eserciti di Bruto e di Cassio e l’attuazione di una serie di riforme per riportare lo Stato Romano al suo normale funzionamento, dopo decenni di guerre civili.

Lepido disponeva di tre legioni stanziate a Roma, Ottaviano ebbe sotto il suo comando 20 legioni per garantire la sicurezza dei territori nel Mediterraneo Occidentale e Antonio disponeva di altre 20 legioni per la gestione delle province orientali. Nel frattempo Bruto, perorando la causa della restaurazione repubblicana, raccolse il suo esercito in Macedonia, mentre Cassio riunì in poco tempo ben 12 legioni nella provincia di Giudea.

Nel 43 avanti Cristo, Bruto e Cassio si incontrarono a Smirne, odierna Turchia, unendo le loro forze e, dopo aver sconfitto le città di Rodi e Xante, si posizionarono nei pressi della città di Filippi, pronti ad affrontare gli avversari.

Lo schieramento sul campo di battaglia

La battaglia di Filippi impiegò un numero impressionante di soldati romani sul campo: il triumvirato fu in grado di schierare 110.000 uomini, corrispondenti a 19 legioni, mentre i legionari repubblicani consistevano in altri 90.000 uomini, per un totale di 17 legioni. Notevoli anche le forze di cavalleria: 13000 per i triumviri e 17000 per i repubblicani.

I triumviri dovettero dapprima sbarcare sulle coste occidentali dei Balcani e poi addentrarsi nel territorio macedone: per questo motivo Bruto e Cassio ebbero maggiore tempo per organizzare il loro esercito e prepararsi. Tra i due generali repubblicani, Cassio era il comandante più esperto, e soprattutto l’uomo dal carattere più carismatico: era sicuramente lui il reale leader della coalizione.

Cassio, osservando la natura del territorio, decise di posizionare gli accampamenti con grande prudenza: a nord venne costruito quello di Bruto, posizionato saggiamente ai piedi di alcuni monti che gli impedivano di essere accerchiato, mentre quello di Cassio fu eretto più a sud, in linea retta, a circa 3 km dal collega. I due eserciti repubblicani erano costantemente in contatto e completarono le loro difese costruendo una palizzata difensiva che, da Nord a Sud, offriva protezione ad entrambi gli accampamenti. Infine, il campo di Cassio confinava ancora più a sud, con una grande zona paludosa, che impediva l’attraversamento e l’attacco da parte degli avversari.

Non solo: sia Bruto che Cassio, attraverso la città di Filippi, potevano percorrere la via Egnazia e raggiungere la città di Neapolis, in grado di fornirgli continui rifornimenti. Dal punto di vista logistico gli eserciti repubblicani erano in netto vantaggio rispetto agli avversari.

Marco Antonio arrivò sul campo di battaglia e, nove giorni dopo, anche Ottaviano fece la sua comparsa. Come Cassio era il punto di riferimento dei repubblicani, Marco Antonio lo era per i triumviri: Ottaviano era poco più che un ragazzo, certamente promettente, ma con pochissima esperienza militare. Marco Antonio era invece uno dei migliori generali di Cesare, e naturalmente prese le principali decisioni e guidò con fermezza tutta la strategia degli eserciti triumvirali.

L’esercito dei triumviri fu schierato in maniera simile alla loro controparte: in particolare l’accampamento di Ottaviano fronteggiava quello di Bruto a nord, e quello di Antonio fu costruito a sud, davanti a quello di Cassio.

La prima battaglia di Filippi

Iniziò quindi un periodo in cui i due eserciti si studiavano reciprocamente. Marco Antonio si rese conto che il tempo giocava decisamente a favore degli avversari e per questo motivo, imitando le intuizioni di Giulio Cesare, eseguì un’azione inaspettata e audace: diede ordine ai suoi uomini di costruire, durante la notte e con estrema attenzione, un passaggio attraverso le paludi che circondavano il fianco dell’accampamento di Cassio. L’obiettivo era quello di superare il muro degli avversari per sorprendere i nemici alle spalle.

Il piano andò avanti per alcuni giorni: gli uomini di Antonio si erano già addentrati nella palude ed erano giunti quasi oltre il muro dell’avversario. Ma le vedette di Cassio riuscirono ad intercettare il nemico e si resero conto del piano di Antonio. Cassio iniziò allora ad allungare la palizzata protettiva verso la palude, per interrompere il passaggio dei soldati di Marco Antonio.

Resosi conto che il suo piano era stato scoperto, il 3 ottobre Antonio guidò un doppio assalto: uno frontale all’accampamento di Cassio e l’altro sul fianco, dalla palude. Il grosso dell’esercito di Cassio era impegnato sulla pianura, e così, le poche unità rimaste a presidio dell’accampamento, vennero distrutte. Antonio riuscì a devastare il quartier generale di Cassio, ottenendo un vantaggio importante.

Sul lato nord del campo di battaglia avvenne sostanzialmente la stessa cosa, ma a parti inverse. Bruto aveva organizzato una grande carica a sorpresa contro le legioni di Ottaviano. Durante la caotica battaglia che ne seguì, i soldati di Ottaviano vennero travolti e Bruto riuscì a raggiungere l’accampamento di Ottaviano. I centurioni repubblicani iniziarono a dare la caccia al giovane erede di Cesare il quale si salvò solo perché riuscì a scappare, all’ultimo minuto, in altre paludi circostanti.

Al termine di questa prima fase dello scontro, nota come “Prima battaglia di Filippi“, Antonio aveva devastato l’accampamento di Cassio e Bruto quello di Ottaviano. La situazione era sostanzialmente di parità: quello che cambiò radicalmente l’andamento della battaglia fu una specie di incomprensione tra Bruto e Cassio.

Cassio, che era appena sfuggito alle forze di Marco Antonio, si era rifugiato sull’acropoli di Filippi con un piccolo contingente di soldati, e da lì osservò la situazione sul campo di battaglia. Gli parve di scorgere alcuni uomini che animosamente procedevano verso di lui: in realtà si trattava dei soldati di Bruto che erano felici per la vittoria del loro generale e per la distruzione dell’ accampamento di Ottaviano, ma Cassio interpretò questo contingente di uomini che si avvicinavano verso di lui come i soldati di Marco Antonio, che erano riusciti ad uccidere Bruto e ora cercavano di raggiungerlo.

Credendo di essere ormai nelle mani del nemico, Cassio diede ordine ad uno schiavo, Pindaro, di ucciderlo. Secondo altre fonti, Pindaro avrebbe invece compiuto un omicidio nei confronti di Cassio, per poter fuggire ed ottenere la libertà. Comunque sia andata, durante questa fase della battaglia perse la vita il generale più carismatico e importante della fazione repubblicana e Bruto rimase da solo a gestire una situazione estremamente difficile.

La seconda battaglia di Filippi

La seconda battaglia di Filippi rappresenta la resa dei conti. Dopo la prima battaglia ognuno tornò rispettivamente ai suoi accampamenti e ragionò sul da farsi: Bruto cercava di portare avanti la strategia originale di Cassio, ovvero quella di mantenere l’esercito in posizione e sfruttare il proprio vantaggio logistico e di rifornimenti per costringere gli avversari ad abbandonare il campo per fame.

Antonio e Ottaviano soffrirono pesantemente l’approccio attendista di Bruto, cominciarono ad avere razioni sempre più esigue e la fame iniziò a serpeggiare tra l’esercito. I soldati di Antonio e Ottaviano raggiungevano continuamente gli accampamenti di Bruto con l’intento di provocarli per ottenere quella battaglia risolutiva di cui avevano bisogno, ma Bruto fu in grado di resistere agli scherni del nemico.

Quello che lo tradì fu lo scarso carisma nei confronti dei suoi soldati: i legionari e i centurioni repubblicani continuavano a domandare insistentemente a Bruto di poter battere il nemico sul campo. Antonio, che subodorava il nervosismo dell’avversario, continuava a compiere dei piccoli movimenti per “soffocare” i repubblicani. Ad esempio, sfruttando una piccola collinetta lasciata incustodita, era riuscito a costruire una palizzata di vimini e a posizionarci quattro legioni, che ora erano straordinariamente vicine all’accampamento di Bruto.

Inoltre schierò altri soldati nell’area paludosa vicino all’ex accampamento di Cassio.

Tutti questi movimenti convinsero i legionari di Bruto a prendere in mano la situazione: l’ultimo generale repubblicano dovette cedere alle pressioni dei suoi soldati e accettare una nuova battaglia campale.

La disposizione della seconda battaglia di Filippi partiva dall’accampamento di Bruto e si estendeva mano mano verso est, fino a toccare quasi la via Ignazia. Antonio si posizionò sulla sinistra, di fronte all’accampamento di Bruto, e fece schierare i legionari di Ottaviano nel bel mezzo della palude per controbilanciare la linea di attacco degli avversari.

La battaglia cominciò furiosa: inizialmente le legioni dei repubblicani si comportarono molto bene contro l’avversario e riuscirono a resistere agli attacchi dei nemici. Tuttavia Bruto aveva un numero di soldati inferiore e, poco a poco, fu costretto ad allungare sempre più le sue linee per non essere accerchiato.

Le file repubblicane si sfoltirono sempre di più nel corso del tempo, fino a quando Antonio, con una carica diretta contro il centro dello schieramento repubblicano, riuscì a bucare la linea di fanteria e ad attaccare l’accampamento di Bruto dal retro. L’esercito repubblicano era ormai completamente disarticolato. Anche Ottaviano attaccò l’accampamento di Bruto, mettendolo a ferro e fuoco, mentre la cavalleria di Antonio inseguì il generale nemico per bloccarlo in tempo.

Bruto trovò rifugio sulle montagne vicine e si preparò ad una disperata difesa. Ma nel momento in cui le quattro legioni rimaste si mossero per chiedere clemenza ad Antonio, capì di aver perso completamente la partita.

Con un finale degno di un film, Bruto ringraziò tutti coloro che lo avevano aiutato a sostenere la causa repubblicana. Disse che preferiva morire per mano di quelli che riteneva amici, piuttosto che per dei tiranni come Ottaviano e Antonio e si tolse la vita. Molti legionari repubblicani ottennero la grazia, e furono incorporati nei manipoli dei triumviri, i quali avevano ottenuto una vittoria completa.

Come Filippi ha cambiato la storia

La battaglia di Filippi rappresentò l’ultimo grande scontro dei repubblicani, che uscirono completamente sconfitti e non ebbero più generali in grado di riorganizzare forze da opporre ai triumviri. Gli avvenimenti successivi si snodano tutti nell’ambito della guerra civile: Ottaviano venne incaricato di redistribuire le terre ai veterani in Italia, trovandosi di fronte una straordinaria sfida politica che fu in grado di gestire al meglio, dimostrando un acume notevole, mentre Marco Antonio coltivò i suoi sogni di gloria e di conquista in Egitto, alla corte della regina Cleopatra.

Le sconfitte di Marco Antonio contro i Parti, le sue concessioni a Cleopatra, degne di un principe orientale che trattava le province romane come una proprietà privata, assieme all’abile propaganda di Ottaviano, portarono ad un nuovo scontro decisivo fra i due. Fu la battaglia di Azio del 31 d.C, che portò alla sconfitta di Marco Antonio e che segna tradizionalmente la fine della repubblica e l’inizio del principato di Augusto.

La battaglia di Strasburgo. Giuliano salva l’Impero

La battaglia di Strasburgo è stato uno scontro che ha coinvolto il generale Giuliano e il re della confederazione degli Alemanni Cnodomario, avvenuto nel 375 d.C

La battaglia si inserisce nel contesto di un impero romano in crisi, pressato dalle tribù barbariche di confine e da pesanti guerre civili. La vittoria di Giuliano ha ristabilito il controllo e la sicurezza dell’Impero Romano d’Occidente, ritardando sensibilmente la sua caduta.

Annibale alla testa dei suoi elefanti – stampa su carta Amalfi

Annibale alla testa dei suoi elefanti – Musei capitolini

La situazione sul confine settentrionale

Nel IV secolo d.C, l’impero romano stava affrontando un periodo di grave difficoltà, sia per la crescente pressione delle tribù barbare sia per importanti problemi interni. In quel periodo, sul confine settentrionale, sancito tradizionalmente dal fiume Reno, si erano stanziate tre tribù: i Franchi, i Burgundi e gli Alemanni.

Spinti dalla ricerca di nuove terre coltivabili e dalla pressione di altri popoli più settentrionali, gli Alemanni migrarono in massa e occuparono un’area strategica chiamata “Agri Decumates“: si trattava di una zona costituita ai tempi dell’imperatore Domiziano, occupata per secoli ma che, per via di diversi problemi logistici, era stata volontariamente abbandonata dai soldati romani e rimasta incontrollata e incolta.

Gli Alemanni vi si stabilirono, dando luogo ad una società basata su unità territoriali chiamate “Pagi“: più Pagi formavano un “Regno” e, secondo le descrizioni di Ammiano Marcellino, esistevano diversi re di frontiera, con alcuni “Presidenti di Confederazione“. In un primo momento gli Alemanni non furono particolarmente avversi al romani e, anzi, avviarono dei buoni scambi commerciali con i mercanti romani.

Ma la situazione conobbe una svolta per via di una grave guerra civile che divampò nella società romana, e che distrasse importanti forze militari dai confini settentrionali.

La guerra civile tra Costanzo II e Magnenzio e l’invasione Alemanna

La guerra civile si scatenò quando l’imperatore romano d’Occidente, Costante I venne ucciso da Magnenzio, il capo della sua guardia del corpo. Appena ricevuta la notizia dell’usurpazione di Magnenzio, l’imperatore d’Oriente, Costanzo II, si mosse immediatamente verso la zona dell’Illirico (attuale Croazia) dove riuscì in breve tempo ad organizzare un esercito di circa 60.000 uomini.

Anche Magnenzio, tramite l’arruolamento di ausiliari germanici, soprattutto Franchi, diede vita ad un corpo militare di tutto rispetto, circa 45.000 uomini, che fece rapidamente convergere verso l’illirico.

Lo scontro fra Magnenzio e Costanzo II è noto come battaglia della Mursia Maggiore (351 d.C): nonostante la vittoria dell’imperatore d’Oriente, le perdite per l’esercito romano furono ingenti. Tra i 24.000 morti di Magnenzio e i 30.000 di Costanzo II, l’esercito romano sprecò delle risorse preziose. Ancora più grave fu che i confini, soprattutto quelli settentrionali, erano rimasti sostanzialmente scoperti, con pochissimi contingenti militari, del tutto inadeguati ad impedire una qualsiasi invasione.

Fu in quel momento che gli Alemanni, consapevoli dell’occasione, superarono i confini dell’Impero e dilagarono nei territori della Gallia orientale.

Le fonti antiche, come Ammiano Marcellino e Libanio, ci confermano come la situazione fosse estremamente grave: circa 10.000 cittadini romani furono resi schiavi e costretti a lavorare le terre per conto degli Alemanni. Nemmeno dei corposi contingenti militari erano ormai più in grado di attraversare serenamente il territorio, per via delle continue imboscate.

L’impero romano aveva di fatto perso il controllo territoriale delle Gallie, una delle province strategicamente più importanti e ricche di risorse, e correva il serio rischio di implodere nella sua parte occidentale.

Costanzo II si mosse, dopo la vittoria contro Magnenzio, direttamente nelle Gallie e riuscì a scacciare gli Alemanni oltre il fiume Reno. Ma il problema era stato solamente rimandato: la pace era stata garantita solamente tramite dei trattati con i principali Re germanici, Cnodomario e Vestralpo.

Dal momento che la situazione nell’Impero orientale era delicata e vi era il continuo pericolo di incursioni da parte dei Sasanidi, Costanzo II fu costretto a lasciare un suo vice in Occidente. In quel momento non vi erano dei candidati validi e l’unico maschio adulto della sua famiglia era suo cugino Giuliano.

La scelta, obbligata, lasciò immediatamente perplessi i soldati: Giuliano era un ragazzo di soli 23 anni, senza nessuna esperienza militare. Era un filosofo, uno studioso delle antiche religioni pagane: certamente non qualcuno che pareva in grado di risolvere la situazione o di contrastare la pressione dei barbari germanici.

Ma la storia dimostrò tutt’altro.

Le campagne militari di Giuliano in Gallia

A dispetto di ogni previsione, Giuliano si dimostrò uno straordinario generale, con un grande senso pratico, un’ottima organizzazione e la capacità di comprendere le intenzioni e i movimenti del nemico.

Con una sapiente e accorta gestione degli uomini, Giuliano partì dalla città di Vienne e riconquistò Autun, antica città romana dalla posizione strategicamente rilevante. Un secondo successo fu la riconquista di Colonia, una città che era importante per il controllo del territorio Germanico sin dai tempi di Augusto.

Ma non solo con la guerra Giuliano portò avanti il suo piano: grazie ad un’alleanza con i Franchi, riuscì a farsi un nemico in meno e soprattutto a creare delle crepe tra le coalizioni germaniche, indebolendo l’avversario e isolando sempre più gli Alemanni.

La svolta avvenne nella campagna militare del 357 d.C: Giuliano aveva concepito un piano per circondare gli Alemanni sul territorio delle Gallie. Il suo esercito sarebbe partito della città di Reims e si sarebbe diretto verso Oriente, mentre Barbazione, il capo dell’esercito di Costanzo II in Occidente, avrebbe raggiunto la Rezia. Il doppio attacco avrebbe dovuto spingere gli Alemanni fuori dai confini.

Gli eserciti di Giuliano e di Barbazione si mossero velocemente e riuscirono effettivamente a circondare gli Alemanni i quali, tuttavia, presero una decisione inaspettata. Anziché ritornare oltre il Reno, nei loro territori, scelsero di invadere la valle del fiume Rodano e cercarono di conquistare le città romane di quella zona.

In questo modo gli Alemanni rimasero sostanzialmente “imbottigliati”: il loro Re Cnodomario, per nulla intimorito, lanciò subito una sfida diretta contro Giuliano, invitandolo a combattere in una battaglia campale.

A questo punto Giuliano aveva due possibilità: la prima era quella di continuare a tallonare gli Alemanni, aspettando ulteriori rinforzi e rimandando il momento della battaglia, anche se questo comportava il rischio dell’arrivo di nuove tribù barbariche in soccorso.

Il secondo era quello di accettare la sfida di Cnodomario e combattere gli Alemanni, per la prima volta riuniti in un solo luogo. Ma anche questa scelta non era priva di rischi: l’esercito di Giuliano era in pesante inferiorità numerica.

Dopo un confronto con i suoi principali generali, Giuliano scelse per l’intervento armato.

La disposizione della battaglia di Strasburgo (375 d.C)

La battaglia di Strasburgo avvenne a pochi chilometri dall’omonima città: il campo di battaglia fu scelto in realtà da Cnodomario. Egli posizionò al centro dello schieramento due nutrite file di guerrieri:, tra cui gli Suomari, i Burgundi, gli Uri, i Vestralpi, i Wadomari, per una forza totale di circa 16000 uomini.

Poi, Cnodomario posizionò la cavalleria sulla sinistra, intervallata da alcuni fanti abilmente nascosti: in questo modo il lato sinistro conteneva una specie di “trappola” per la controparte avversaria. I fanti si sarebbero occupati di accoltellare i cavalli e di gettare a terra i cavalieri, mentre i loro commilitoni avrebbero finito gli avversari.

Sul lato destro vi era invece un fitto bosco dove, al comando di Serapio, furono posizionati altri 2000 Alemanni, ben nascosti nel profondo della foresta. In questo modo, la destra, oltre a non poter essere aggirata dai romani, conteneva di fatto una seconda sorpresa.

In netta superiorità numerica, l’esercito degli Alemanni era stato posizionato particolarmente bene e visto che i romani non erano ancora giunti sul campo, ebbe tutto il tempo di dispiegarsi.

L’esercito di Giuliano aveva marciato per decine di chilometri, arrivando sul campo di battaglia quando Cnodomario era già pronto al combattimento. Giuliano avrebbe preferito accamparsi e concedere del riposo ai suoi soldati, ma furono gli stessi legionari a chiedere di battersi immediatamente.

Giuliano iniziò a schierare i suoi uomini: il centro dell’esercito era composto da una prima fila di legionari organizzati in quattro contingenti di Mesiaci, Pannoniciani, Ioviani ed Herculiani: tutte unità che erano state create dall’imperatore Diocleziano e che rappresentavano la crema della potenza militare romana. Ai fianchi di questi quattro nuclei vi erano altri fanti ausiliari: a sinistra i Petulantes e gli Eruli, e a destra i Cornuti e i Brachiati.

Dietro questa prima linea, vi era una seconda sottile fila di arcieri ausiliari.

Giuliano si posizionò ancor più dietro, con una scorta di 200 cavalieri scelti, che costituivano la sua guardia del corpo personale, e ancora più indietro una sorta di terza linea di riserva, occupata dai legionari Primani, anche loro accompagnati da ausiliari: a sinistra i Celti, e a destra i Batavi e i Regi.

Sulle ali, Giuliano posizionò sulla sua destra sei contingenti di cavalieri, tra Dalmati, Sagittari (armati di frecce), Gentili, Catafratti e Scutari: questi ultimi due erano cavalieri corazzati. Sull’ala sinistra, al comando del generale Severo, altri cavalieri ausiliari accompagnati da altrettanti arcieri.

La battaglia di Strasburgo: il combattimento

La battaglia iniziò sul fianco destro: la cavalleria romana caricò gli avversari con grande impeto, ma il piano di Cnodomario funzionò perfettamente. I cavalieri romani furono sorpresi dalla presenza dei fanti, che li misero immediatamente in difficoltà. La cavalleria romana indietreggiò rapidamente, andò nel panico e iniziò a scappare, travolgendo la parte destra della prima linea di fanteria, in particolare i Cornuti e i Brachiati.

Tutto sarebbe andato a scompiglio, se non fosse intervenuto personalmente Giuliano a riprendere il controllo degli uomini e se della terza linea di battaglia i Reges non avessero contrattaccato la cavalleria Alemanna tamponando la situazione ed evitando un accerchiamento.

Sul lato sinistro la cavalleria di Severo si comportò molto meglio: alcune fonti spiegano che Severo riuscì ad intuire il pericolo che si nascondeva nelle foreste e decise di non attaccare, mentre altri testi ci dicono che uno scontro ci fu e arrise ai romani. Comunque, l’imboscata tesa da Cnodomario nel bosco non sortì particolari effetti e l’ala sinistra dell’esercito romano non subì danni rilevanti.

La presenza del bosco, tuttavia, impediva qualsiasi tipo di aggiramento: la battaglia poteva essere decisa a questo punto solamente dallo scontro delle fanterie.

Gli Alemanni caricarono in forza, con grandissimo impeto e straordinario vigore. La prima linea dei romani si dimostrò straordinariamente compatta e riuscì a reggere l’assalto degli avversari. Cnodomario, che guidava il centro della fanteria, iniziò a cercare assieme ai suoi generali un possibile punto debole. Questo venne individuato verso il centro dello schieramento romano.

I germani realizzarono una specie di “triangolo” di uomini, protetto da una serie di scudi, e caricarono di colpo un unico punto per penetrare nel varco della prima fila romana.

L’operazione andò a segno e, con grande sgomento di Giuliano, le due file romane vennero rotte a metà.

E qui prevalse la tattica e la prudenza romana. Mentre Cnodomario si era gettato nella mischia di fanteria, Giuliano era rimasto nelle retrovie e aveva mantenuto una visione globale del campo di battaglia: accortosi del pericolo impiegò con grande tempismo la terza linea di riserva: i Primani attaccarono direttamente gli Alemanni che erano riusciti a penetrare nelle linee romane e a metterli in crisi.

Allo stesso tempo i due tronconi di fanteria romana, seppure divisi, mantennero le loro posizioni ordinate. Così l’incursione degli Alemanni venne mano mano ridimensionata: i legionari ripresero le loro posizioni e, anzi, la situazione conobbe un ribaltamento.

La prima fila dei fanti romani cominciò dapprima a respingere gli Alemanni e poi ad assumere una forma a mezzaluna, schiacciando gli avversari gli uni contro gli altri, levandogli lo spazio necessario per combattere. In questo modo i germanici iniziarono ad andare in panico e di lì a poco l’arretrata si trasformò in una fuga disordinata.

Secondo le fonti, circa diecimila Alemanni persero la vita in quella che fu una disfatta totale. Cnodomario riuscì a sfuggire e a raggiungere, a circa 40 km dal campo, alcune barche che dovevano permettergli di risalire il fiume. Venne però catturato dai cavalieri romani e portato al cospetto di Giuliano che tuttavia dimostrò rispetto per un avversario che si era dimostrato temibile e intelligente: gli risparmiò la vita.

Cnodomario venne trasferito a Roma dove, dopo molti anni, morì.

La vittoria di Strasburgo da parte di Giuliano segnò un importante svolta nel periodo del tardo Impero Romano: la zona delle Gallie ritornò effettivamente sotto il controllo di Roma e le tribù germaniche vennero respinte oltre i confini del Reno. Recuperando un territorio ricco di uomini e di risorse, la parte Occidentale ebbe un vero e proprio respiro di sollievo, ritardando il processo di decadimento di cui erano visibili i primi segni.

Marco Cocceio Nerva. Imperatore meteora

Marco Cocceio Nerva fu imperatore romano dal 96 al 98 d.C.  Meteora del periodo imperiale romano, crebbe sotto Nerone ed esercitò il suo potere per brevissimo tempo, ucciso da una cospirazione di palazzo guidata dalla guardia pretoriana e da molti dei suoi liberti.

Nerva non fu in grado di gestire la delicata situazione politica in cui Roma si trovava, e nonostante il suo impegno, pagò con la vita, cedendo il posto al ben più noto Traiano.

Marco Coceio Nerva – Disegno su carta Amalfi

Marco Cocceia Nerva

Una vita da consigliere

Marco Cocceio Nerva nacque a Narni, un villaggio a 50 km a nord di Roma, figlio dell’omonimo Marco Cocceio Nerva, console durante il regno dell’Imperatore Caligola. Nella sua famiglia si registra una sorella di nome Cocceia, andata in sposa al fratello dell’imperatore Otone.

Si trattava di un membro della nobiltà italica, sebbene non fosse un aristocratico di rango senatorio. I Coccei avevano guadagnato parecchie posizioni politiche durante la tarda Repubblica e l’alto impero, ottenendo diversi consolati che avevano consolidato il loro potere.

Nel corso del regno di Augusto e di Tiberio, i suoi antenati erano stati uomini di una certa importanza e suo padre era diventato console sotto l’imperatore Caligola.

Nerva iniziò la sua carriera politica diventando pretore nel 65 d.C, dimostrando delle buone doti come diplomatico e stratega. Grazie al suo temperamento mite ed alla sua acuta intelligenza, divenne consigliere di Nerone e fu uomo determinante nello scoprire la congiura portata avanti da Pisone nel 65 d.C per uccidere l’imperatore.

Le fonti non spiegano esattamente in che modo abbia contribuito alla scoperta del complotto, ma le ricompense che gli sono state tributate da Nerone e dal suo prefetto del Pretorio, Tigellino, confermano un’alta gratitudine nei suoi confronti. Nerva ricevette diversi onori di natura militare e gli fu consentito di installare alcune sue statue addirittura nel palazzo imperiale.

Secondo un poeta contemporaneo, Marziale, Nerone amava anche le capacità letterarie di Nerva. e persino il generale e futuro imperatore Vespasiano, strinse amicizia con lui.

Quando Nerone si tolse la vita, il 9 giugno del 68 d.C, ponendo fine alla dinastia giulio-claudia, lo stato romano precipitò nel cosiddetto “Anno dei Quattro Imperatori“, un periodo di guerre civili in cui si succedettero gli imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

Non sappiamo esattamente dove si trovasse Nerva e quale fu il suo comportamento durante quel periodo convulso, ma secondo gli studi di Murison avrebbe appoggiato fortemente la famiglia dei Flavi che sarebbe diventata la successiva dinastia alla guida di Roma.

Sempre per servizi non ben conosciuti, Vespasiano lo ricompensò con un consolato nel 71 d.C: si trattava di un onore considerevole, in quanto Nerva era estraneo alla famiglia dei Flavi. Dopo il 71, Nerva scompare nuovamente dai documenti ufficiali: è probabile che abbia continuato la sua carriera come consigliere sotto Vespasiano e sotto i suoi figli, Tito e Domiziano.

Il rapporto con Domiziano

Il suo nome riemerge durante la rivolta di Saturnino dell’89 d.C. Saturnino era governatore della Germania superiore: al comando di tre legioni e con l’aiuto della tribù germanica dei Catti, il generale si ribellò all’autorità dell’impero.

La notizia si sparse velocemente e il governatore della Germania Inferiore, Lapio Massimo, si mosse immediatamente contro l’usurpatore.

La ribellione fu repressa nell’arco di soli 24 giorni: le legioni ribelli furono inviate sul fronte dell’illirico, odierna Croazia, mentre i legionari che erano rimasti fedeli all’autorità imperiale furono debitamente ricompensati.

Anche stavolta sembra che un uomo fondamentale per raccogliere informazioni sui piani di Saturnino sia stato Nerva. Fu in questo periodo che Nerva stabilì un buon rapporto con l’imperatore Domiziano, che molte volte gli chiese consiglio affidandogli incarichi importanti.

Il 18 settembre del 96 d.C, Domiziano fu assassinato da una cospirazione di palazzo organizzata da funzionari di corte. E nei giorni immediatamente successivi, Nerva apparve subito come una delle persone più autorevoli e benvolute dall’aristocrazia.

Lo stesso giorno della morte di Domiziano, il Senato lo proclamò nuovo imperatore.

La figura di Nerva era particolare: si trattava di un uomo vecchio, senza figli maschi che potessero succedergli, che aveva vissuto gran parte della sua carriera dietro le quinte, e che non aveva una particolare presa sull’esercito. Probabilmente, come suggerisce Murison, Nerva fu scelto come imperatore “di passaggio“, in attesa di trovare un altro uomo che godesse del consenso dell’esercito.

Nerva come Imperatore

L’Imperatore Nerva si assicurò dapprima di avere il sostegno del Senato. Giurò pubblicamente che nessun senatore sarebbe stato messo a morte finché fosse rimasto in carica, decretò la fine di ogni processo per tradimento e rilasciò parecchi prigionieri che erano stati catturati proprio con questa accusa.

Concesse l’amnistia a diversi aristocratici che erano stati esiliati e tutte le proprietà che erano state confiscate da Domiziano furono restituite alle rispettive famiglie.

Nella sua politica di pace e di concordia, elargì concessioni di denaro al popolo: 75 denarii per ogni cittadino e 5000 denarii ad ogni pretoriano.

Ma aldilà dei donativi per ingraziarsi i potenti, secondo gli studi di Merlin, sembra che Nerva avesse iniziato una serie di riforme economiche per alleviare la pressione fiscale sui cittadini romani più bisognosi.

Ai più poveri Nerva concesse appezzamenti di terreno, fino a spendere un totale di 60 milioni di sesterzi dalle casse statali. Esentò i genitori di figli poco abbienti dalla tassa di successione, e concesse prestiti ai proprietari terrieri italici, a condizione che dessero una parte dei loro introiti per sostenere altre famiglie bisognose.

Un altro intervento fu quello volto ad estirpare gli abusi nella provincia di Giudea, cancellando un’imposta che colpiva in particolar modo la popolazione ebraica.

Sebbene Nerva si fosse impegnato per dare un concreto aiuto ai cittadini romani, le sue spese misero a dura prova l’economia e fu necessario creare una commissione speciale per ridurre i costi dello Stato. La commissione fu guidata dall’ex console Sesto Giulio Frontino che cercò di porre in atto una serie di misure per rimpinguare le casse statali.

Pur con tutta la buona volontà, Nerva non riuscì a perseguire la sua politica: la sua posizione come imperatore si rivelò presto troppo vulnerabile e il suo carattere amichevole si trasformò, nel momento meno opportuno, in una mancanza di carisma.

La successione di Traiano

Ormai era chiaro: Nerva era sostanzialmente un gregario, e non un leader.

Uno dei principali problemi giuridici che imperversava nei suoi anni era l’utilizzo dell’accusa di tradimento del Senato, sfruttata in maniera pretestuosa dagli aristocratici per eliminare gli avversari diretti: un problema che Nerva non fu in grado di risolvere.

Inoltre, una nuova cospirazione per prendere il potere, guidata stavolta dal senatore Gaio Calpurnio Pisone, fallì: Nerva si rifiutò di mettere a morte i congiurati, con grande disapprovazione del Senato, che lo giudicò debole e inadatto al suo ruolo.

Se la politica di Nerva si rivelò piena di buone intenzioni ma inadeguata alla situazione, la sua salute peggiorò: secondo Dione Cassio, l’imperatore cominciò a vomitare sistematicamente il cibo per una malattia non ben identificata. Consapevole della sua condizione fisica, Nerva iniziò a pensare ad un successore, ma non aveva figli naturali. Solo parenti lontani, del tutto inadatti a ricoprire la carica.

Nel 97 d.C Nerva sembrò essersi deciso e fu sul punto di adottare Marco Cornelio Materno, potente governatore della Siria. Ma la nomina fu osteggiata da coloro che sostenevano un comandante militare ben più popolare: Marco Ulpio Traiano, generale degli eserciti sulla frontiera germanica.

L’adozione di Traiano e la morte

Nell’ottobre del 97 d.C, l’incertezza e le tensioni giunsero al culmine quando la guardia pretoriana, guidata dal generale Casperio Eliano, pose d’assedio il palazzo imperiale e prese in ostaggio Nerva.

L’imperatore fu costretto a sottomettersi alle richieste dei militari, consegnando i responsabili della morte di Domiziano e arrivando all’umiliazione di dover pronunciare un discorso in cui addirittura ringraziava i pretoriani che lo avevano imprigionato.

Messo alle strette e resosi conto della sua sempre maggiore influenza, Nerva adottò lo stesso anno Traiano come suo successore, ed ebbe cura di farlo pubblicamente.

Traiano fu insignito del titolo di “Cesare” e divise il consolato con Nerva già nel 98 d.C.

Anche se Dione Cassio lodò Nerva per la sua scelta di adottare Traiano benché non fosse di provenienza italica, in realtà il vecchio aristocratico aveva ben poca scelta riguardo al suo successore. Aveva disperatamente bisogno del sostegno di un uomo che potesse ripristinare la sua reputazione e proteggerlo dalle intemperanze dell’esercito.

Il primo gennaio del 98 d.C, Nerva ebbe un ictus durante un’udienza privata. Fu colpito da una grave febbre e morì entro pochi giorni nella sua villa, nei giardini di Sallustio, il 28 gennaio. Il Senato, anche in onore della sua politica di conciliazione, decise senza indugi di divinizzarlo e le sue ceneri furono poste nel Mausoleo di Augusto: fu l’ultimo imperatore romano ad essere sepolto in quella struttura.

Dopo Nerva la guida dell’impero passò in maniera del tutto naturale al figlio adottivo Traiano, con particolare entusiasmo da parte dell’esercito e del popolo. Secondo i racconti di Plinio il Giovane, Traiano dedicò un tempio in onore di Nerva, ma non abbiamo mai trovato alcuna traccia di quella costruzione.

Abbiamo poche fonti che raccontano la vita di Nerva, un imperatore di passaggio. Possiamo solamente dire che i principali scritti su di lui, soprattutto quello di Dione Cassio e di Tacito,  parlano di un regno breve ma fondamentalmente positivo.

Ai posteri rimane l’immagine di un governante volenteroso ma sostanzialmente debole, e per questo inefficace. La cattiva gestione delle finanze statali e la mancanza di autorità sull’esercito, fanno di Nerva una figura di passaggio, che portò Roma sull’orlo di una significativa crisi finanziaria.

Il suo posto nella storia romana è quindi relegato ad un nome fugace, poco prima dell’inizio delle grandi dinastie Traiano-Antonine.

Nuove regole per bar e ristoranti

Nelle attività dei servizi di ristorazione, il consumo al tavolo è consentito per un massimo di 4 persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi. Lo precisa il ministero della Salute, richiamandosi al Dpcm dello scorso 2 marzo. Il limite resta sia nelle zone gialle che in quelle bianche.

La riapertura dei ristoranti al chiuso deve avvenire rispettando il numero massimo di presenze del locale in relazione allo spazio, e i tavoli devono essere disposti in modo che ci sia almeno 1 metro di distanza tra i clienti di tavoli diversi, ad eccezione di conviventi o parenti stretti. Inoltre, in base alle nuove linee guida approvate dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, non c’è più il limite di quattro persone per tavolo.

Sempre da oggi si può assistere a eventi sportivi all’aperto entro alcuni limiti: non più del 25 per cento della capienza della struttura, e in tutto non più di 1.000 persone all’aperto e 500 al chiuso. Dal 1º luglio questa possibilità sarà estesa anche agli eventi sportivi che si svolgono al chiuso.

Le prossime riaperture avverranno il 15 giugno, quando in zona gialla potranno riaprire  fiere e parchi tematici e potranno svolgersi feste relative a matrimoni e altre cerimonie. Come già succede al momento in zona bianca, dove queste riaperture sono già avvenute, l’accesso alle feste di matrimonio e ad altre cerimonie potrà avvenire solo con il cosiddetto “certificato verde”, che dimostra una delle seguenti condizioni: il completamento del ciclo vaccinale nei nove mesi precedenti; la guarigione dal coronavirus nei sei mesi precedenti; o il risultato negativo di un test molecolare o antigenico valido nelle 48 ore dall’esecuzione.

Altro via libera già da oggi, ma solo nelle zone bianche (per le Regioni gialle bisognerà aspettare il 15 giugno) per le feste e i banchetti dopo le cerimonie civili o religiose: tutti gli invitati però devono avere il ‘green pass’. 
Di cosa si tratta: le “certificazioni verdi Covid-19” anche dette “green pass”, sono certificazioni che attestano la sussistenza di condizioni personali che consentono gli spostamenti sul territorio nazionale e sono rilasciate per attestare una delle seguenti condizioni: aver completato la vaccinazione anti-SARS-CoV-2; essere guariti dal Covid, con cessazione dell’isolamento; aver effettuato un test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus SARS-CoV-2 (fatto nelle 48 ore precedenti). Il certificato ha validità “dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale” e vale per 9 mesi.
Se si è guariti dal Covid, invece, bisogna avere il certificato dell’ospedale, del medico di base o del pediatra.

Chi è Hamas e il ruolo in Palestina

Hamas è un acronimo della frase araba o Ḥarakat al-Muqāwamah al-Islāmiyyah, che significa “Movimento di resistenza islamica”. Questo acronimo, HMS, è stato successivamente glossato nel Patto di Hamas dalla parola araba ḥamās che a sua volta significa “zelo”, “forza” o “coraggio”.

In ebraico, c’è una parola dal suono simile, ḥāmās che connota “violenza” ed è stato suggerito che la somiglianza fonemica tra i due termini potrebbe aver condotto a favorevoli rapporti acrimoniosi tra Israele e questo movimento palestinese.

Hamas è stata fondata nel 1987, subito dopo lo scoppio della Prima Intifada, come propaggine della Fratellanza Musulmana egiziana che nella sua filiale di Gaza era stata precedentemente non conflittuale verso Israele e ostile all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).

Il co-fondatore, lo sceicco Ahmed Yassin, disse nel 1987, e la Carta di Hamas affermò nel 1988, che Hamas era stato fondato per liberare la Palestina, compreso l’odierna Israele, dall’occupazione israeliana e per stabilire uno stato islamico nell’area che ora è Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Dal 1994 il gruppo ha spesso affermato che avrebbe accettato una tregua se Israele si ritirasse ai confini del 1967, pagasse le riparazioni, consentisse libere elezioni nei territori e desse ai profughi palestinesi il diritto al ritorno.

Leadership e struttura

Hamas ha ereditato dal suo predecessore una struttura tripartita che consisteva nella fornitura di servizi sociali, formazione religiosa e operazioni militari sotto un Consiglio della Shura. Tradizionalmente aveva quattro funzioni distinte:

a) una divisione di assistenza sociale di beneficenza (dawah);
b) una divisione militare per l’approvvigionamento di armi e lo svolgimento di operazioni (al-Mujahideen al Filastinun);
c) un servizio di sicurezza (Jehaz Aman); e
d) un ramo dei media (A’alam).

Hamas ha sia una leadership interna in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia una leadership esterna, divisa in un gruppo di Gaza diretto da Mousa Mohammed Abu Marzook dal suo esilio prima a Damasco e poi in Egitto, e un gruppo kuwaitiano (Kuwaidia) sotto Khaled Mashal. Il gruppo kuwaitiano di esuli palestinesi hanno cominciato a ricevere ampio finanziamento del Golfo dopo il suo leader Mashal ha rotto con Yasser Arafat. Il 6 maggio 2017, il Consiglio della Shura di Hamas ha scelto Ismail Haniya per diventare il nuovo leader, in sostituzione di Mashal.

Consigli consultivi

L’organo di governo è il Majlis al-Shura. Il principio alla base del consiglio si basa sul concetto coranico di consultazione e assemblea popolare (shura), che i leader di Hamas sostengono prevede la democrazia all’interno di un quadro islamico. Man mano che l’organizzazione diventava più complessa e la pressione israeliana aumentava, aveva bisogno di una base più ampia per le decisioni, il Consiglio della Shura fu ribattezzato “Consiglio consultivo generale”, eletto dai membri dei gruppi del consiglio locale e questo a sua volta elesse un Politburo di 15 membri. al-Maktab al-Siyasi che ha preso decisioni al più alto livello. Rappresentanti provengono da Gaza, dalla Cisgiordania, leader in esilio e da prigioni israeliane. Questo organo si trovava a Damasco fino a quando la guerra civile siriana non lo portò a trasferirsi in Qatar nel gennaio 2012, quando Hamas si schierò con l’opposizione civile contro il regime di Bashar al-Assad.

I servizi sociali di Hamas

Hamas ha sviluppato il suo programma di assistenza sociale replicando il modello stabilito dai Fratelli Musulmani egiziani. Per loro la carità e lo sviluppo della propria comunità sono prescritti dalla religione e, allo stesso tempo, sono da intendersi come forme di resistenza. La tradizione islamica dawah da obbligo ai fedeli di raggiungere gli altri sia con il proselitismo sia con opere di carità, e in genere il secondo centro sulle moschee che fanno uso di entrambe le waqf risorse di dotazione e donazioni di beneficenza (zakat, uno dei cinque pilastri dell’Islam) per finanziare servizi di base come asili nido, scuole, orfanotrofi, mense per i poveri, attività femminili, servizi bibliotecari e persino club sportivi in ​​un contesto più ampio di predicazione e discussioni politiche.

Negli anni ’90, circa l’85% del suo bilancio era destinato alla fornitura di servizi sociali. È stato definito forse il più importante attore dei servizi sociali in Palestina. Nel 2000 essa o le sue organizzazioni di beneficenza affiliate gestivano circa il 40% delle istituzioni sociali in Cisgiordania e Gaza e, con altre organizzazioni di beneficenza islamiche, nel 2005 supportava 120.000 persone con sostegno finanziario mensile a Gaza.

Parte del fascino di queste istituzioni è che riempiono un vuoto nell’amministrazione dell’OLP dei territori palestinesi, che non è riuscita a soddisfare la domanda di lavoro e di ampi servizi sociali, ed è ampiamente considerata corrotta. Ancora nel 2005, il bilancio di Hamas, attingendo a contributi di beneficenza globali, era per lo più impegnato a coprire le spese correnti per i suoi programmi sociali, che si estendevano dalla fornitura di alloggi, cibo e acqua ai bisognosi a funzioni più generali. come aiuti finanziari, assistenza medica, sviluppo educativo e istruzione religiosa. Una certa flessibilità contabile ha permesso a questi fondi di coprire sia cause caritative che operazioni militari, consentendo il trasferimento dall’una all’altra.

La stessa infrastruttura dawah era intesa, nel contesto palestinese, come il terreno da cui sarebbe fiorita un’opposizione militante all’occupazione. A questo proposito si differenzia dalla Jihad islamica palestinese rivale che non ha alcuna rete di assistenza sociale e si basa su spettacolari attacchi terroristici per reclutare aderenti. Nel 2007, attraverso i finanziamenti dell’Iran, Hamas è riuscito a stanziare, al costo di 60 milioni di dollari, stipendi mensili di 100 dollari per 100.000 lavoratori e una somma simile per 3.000 pescatori messi inattivi dall’imposizione israeliana di restrizioni sulla pesca in mare aperto, più sovvenzioni per un totale di 45 milioni di dollari ai detenuti e alle loro famiglie.

Matthew Levitt sostiene che le sovvenzioni di Hamas alle persone sono soggette a una rigorosa analisi costi-benefici di come i beneficiari sosterranno Hamas, con quelli legati ad attività terroristiche che ricevono più di altri.

Fino al 2007, queste attività si sono estese alla Cisgiordania, ma, dopo una repressione dell’OLP, ora continuano esclusivamente nella Striscia di Gaza. Dopo che il colpo di stato egiziano del 2013 ha deposto il governo eletto dei Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi nel 2013, Hamas si è trovata in una camicia di forza finanziaria e da allora ha tentato di ricadere sull’onere della responsabilità per le infrastrutture dei lavori pubblici nella Striscia di Gaza. l’Autorità Nazionale Palestinese, ma senza successo.

I finanziamanenti di Hamas

Hamas, come il suo predecessore i Fratelli Musulmani, ha assunto l’amministrazione delle proprietà waqf di Gaza, dotazioni che si estendono per oltre il 10% di tutti gli immobili nella Striscia di Gaza, con 2.000 acri di terreno agricolo detenuti in trust religiosi, insieme a numerosi negozi, appartamenti in affitto ed edifici pubblici.

Nei primi cinque anni della prima Intifada, l’economia di Gaza, il 50% della quale dipendeva da fonti di reddito esterne, è crollata del 30-50% quando Israele ha chiuso il suo mercato del lavoro e le rimesse dei palestinesi espatriati nei paesi del Golfo si sono prosciugate in seguito la guerra del Golfo del 1991-1992 .

Alla conferenza di Philadelphia del 1993, le dichiarazioni dei leader di Hamas indicavano di aver letto lo schema di George HW Bush di un Nuovo Ordine Mondiale come incarnazione di un tacito obiettivo di distruggere l’Islam, e che quindi i finanziamenti dovrebbero concentrarsi sul rafforzamento delle radici islamiche dei palestinesi. Che significa anche zelo per la giustizia sociale, nei territori occupati.

Hamas divenne particolarmente esigente nel mantenere risorse separate per i suoi rispettivi rami di attività: servizi militari, politici e sociali. Aveva una holding a Gerusalemme Est (Beit al-Mal), una partecipazione del 20% in Al Aqsa International Bank che fungeva da braccio finanziario, il Sunuqrut Global Group e la società di cambio valuta al-Ajouli.

Circa la metà dei finanziamenti di Hamas proveniva dagli stati del Golfo Persico fino alla metà degli anni 2000. L’Arabia Saudita ha fornito metà del budget di Hamas di 50 milioni di dollari all’inizio degli anni 2000, ma, sotto la pressione degli Stati Uniti, ha iniziato a tagliare i suoi finanziamenti reprimendo le organizzazioni di beneficenza islamiche e i trasferimenti di donatori privati ​​ad Hamas nel 2004 che ha ridotto drasticamente il flusso di denaro da quella zona.

Iran e Siria, all’indomani della vittoria elettorale di Hamas nel 2006, sono intervenuti per colmare il deficit. Il finanziamento saudita, negoziato con terze parti come l’Egitto, è rimasto a sostegno di Hamas come gruppo sunnita ma ha scelto di fornire maggiore assistenza all’ANP, il perdente elettorale, quando l’UE ha risposto al risultato sospendendo il suo aiuto monetario.

Durante gli anni ’80, l’Iran iniziò a fornire il 10% dei finanziamenti di Hamas, che aumentò ogni anno fino a quando negli anni ’90 non fornì 30 milioni di dollari. Alla fine degli anni 2000 22 milioni di dollari, più di un quarto del budget di Hamas. Secondo Matthew Levitt, l’Iran preferiva il finanziamento diretto ai gruppi operativi piuttosto che agli enti di beneficenza, richiedendo prove video degli attacchi.

Si dice che gran parte del finanziamento iraniano venga incanalato attraverso Hezbollah. Dopo il 2006, la volontà dell’Iran di assumersi l’onere del deficit creato dal prosciugamento dei finanziamenti sauditi rifletteva anche le tensioni geopolitiche tra i due, poiché, sebbene sciita, l’Iran sosteneva un gruppo sunnita tradizionalmente strettamente legato al regno saudita. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla banca iraniana Saderat, sostenendo di aver incanalato centinaia di milioni ad Hamas.

Gli Stati Uniti hanno espresso la preoccupazione che Hamas ottenga fondi attraverso simpatizzanti palestinesi e libanesi di discendenza araba nella Foz do Iguaçu.area della regione dei tre confini dell’America Latina, un’area a lungo associata al commercio di armi, al traffico di droga, al contrabbando, alla fabbricazione di merci contraffatte, al riciclaggio di denaro e alla frode valutaria. Il Dipartimento di Stato aggiunge che mancano informazioni di conferma su una presenza operativa di Hamas.

Nel 2017, il governo dell’AP ha imposto le proprie sanzioni contro Gaza, tra cui, tra le altre cose, il taglio degli stipendi a migliaia di dipendenti dell’AP, nonché l’assistenza finanziaria a centinaia di famiglie nella Striscia di Gaza. L’Autorità Palestinese inizialmente aveva detto che avrebbe smesso di pagare per l’elettricità e il carburante che Israele fornisce alla Striscia di Gaza, ma dopo un anno ha parzialmente fatto marcia indietro. Il governo israeliano ha permesso che milioni di dollari dal Qatar venissero convogliati regolarmente attraverso Israele ad Hamas, per sostituire i milioni di dollari che l’ANP aveva smesso di trasferire ad Hamas. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che lasciare che il denaro passasse attraverso Israele significava che non poteva essere utilizzato per il terrorismo, dicendo: “Ora che stiamo supervisionando, sappiamo che andrà a cause umanitarie”.

L’intifada palestinese

Il primo attacco di Hamas contro Israele è avvenuto nella primavera del 1989 quando ha rapito e ucciso Avi Sasportas e Ilan Saadon, due soldati israeliani. All’epoca, Shehade e Sinwar prestarono servizio nelle prigioni israeliane e Hamas aveva costituito un nuovo gruppo, l’Unità 101, guidato da Mahmoud al-Mabhouh, il cui obiettivo era rapire i soldati.

La scoperta del corpo di Sasportas ha innescato, nelle parole di Jean-Pierre Filiu, “una risposta israeliana estremamente violenta”: centinaia di leader e attivisti di Hamas, tra cui Yassin, condannato all’ergastolo, sono stati arrestati, e Hamas fu messo fuorilegge. Questa detenzione di massa di attivisti, insieme a un’ulteriore ondata di arresti nel 1990, ha di fatto smantellato Hamas e, devastato, è stato costretto ad adattarsi; il suo sistema di comando fu regionalizzato per rendere più diffusa la sua struttura operativa, e per ridurre al minimo le possibilità di essere individuato.

La rabbia in seguito al massacro di al-Aqsa nell’ottobre 1990 in cui i fedeli musulmani avevano tentato di impedire agli ebrei ortodossi di porre una prima pietra per il Terzo Tempio sul Monte del Tempio e la polizia israeliana ha sparato nella moschea di al-Aqsa, uccidendo 17 persone, ha causato Hamas a intensificare la sua campagna di rapimenti. Hamas dichiarò ogni soldato israeliano un obiettivo e invocò una “jihad contro il nemico sionista ovunque, in tutti i fronti e con ogni mezzo”.

Il primo attentato suicida di Hamas è avvenuto a Mehola Junction in Cisgiordania nell’aprile 1993 utilizzando un’auto parcheggiata tra due autobus che trasportavano soldati. A parte l’attentatore, l’esplosione ha ucciso un palestinese che lavorava in un insediamento vicino. Il progetto della bomba era difettoso, ma Hamas avrebbe presto imparato come fabbricare bombe più letali.

Espulsione dalla Giordania

Nel 1999 Hamas è stato bandito dalla Giordania, secondo quanto riferito in parte su richiesta di Stati Uniti, Israele e Autorità Palestinese. Il re di Giordania Abdullah temeva che le attività di Hamas e dei suoi alleati giordani avrebbero messo a repentaglio i negoziati di pace tra l’Autorità palestinese e Israele, e accusò Hamas di impegnarsi in attività illegittime all’interno della Giordania. A metà settembre 1999, le autorità hanno arrestato i leader di Hamas Khaled Mashal e Ibrahim Ghosheh al loro ritorno da una visita in Iran, e li hanno accusati di essere membri di un’organizzazione illegale, immagazzinare armi, condurre esercitazioni militari e utilizzare la Giordania come base di formazione. I leader di Hamas hanno negato le accuse. Mashal è stato esiliato e alla fine si è stabilito a Damasco, in Siria, nel 2001. In seguito alla guerra civile siriana , nel 2012 ha preso le distanze dal regime di Bashar al-Assad e si è trasferito in Qatar.

Antisemitismo e antisionismo

Secondo l’accademica Esther Webman, l’antisemitismo non è il cardine principale dell’ideologia di Hamas, sebbene la retorica antisemita sia frequente e intensa nei volantini di Hamas. I volantini generalmente non fanno differenza tra ebrei e sionisti. In altre pubblicazioni di Hamas e interviste con i suoi leader, sono stati fatti tentativi di questa differenziazione. Nel 2009 i rappresentanti del piccolo gruppo ebraico antisionista Neturei Karta si sono incontrati con il leader di Hamas Ismail Haniyeh a Gaza, il quale ha affermato di non avere nulla contro gli ebrei ma solo contro lo stato di Israele.

Hamas ha rilasciato dichiarazioni contrastanti sulla sua disponibilità a riconoscere Israele. Nel 2006 un portavoce ha segnalato la disponibilità a riconoscere Israele entro i confini del 1967. Parlando delle richieste ad Hamas di riconoscere gli accordi tra l’Autorità Palestinese e Israele, Khaled Suleiman, membro anziano di Hamas, ha affermato che “questi accordi sono una realtà che consideriamo tale, e quindi non vedo alcun problema”. Sempre nel 2006, un funzionario di Hamas ha escluso il riconoscimento di Israele con riferimento alla Germania Ovest ed Est, che non si sono mai riconosciute.

Dichiarazioni sull’olocausto

Hamas è stato esplicito nella sua negazione dell’Olocausto. In reazione alla conferenza di Stoccolma sull’Olocausto ebraico , tenutasi alla fine di gennaio 2000, Hamas ha emesso un comunicato stampa che ha pubblicato sul suo sito web ufficiale, contenente le seguenti dichiarazioni di un alto leader:

Questa conferenza porta un chiaro obiettivo sionista, volto a forgiare la storia nascondendo la verità sul cosiddetto Olocausto, che è una storia presunta e inventata senza basi. (…) L’invenzione di queste grandi illusioni di un presunto crimine mai avvenuto, ignorando i milioni di morti europee vittime del nazismo durante la guerra, rivela chiaramente il volto razzista sionista, che crede nella superiorità della razza ebraica sul resto delle nazioni. (…) Con questi metodi, gli ebrei nel mondo si fanno beffe dei metodi di ricerca scientifica ogni volta che tale ricerca contraddice i loro interessi razzisti.

Attacchi missilistici su Israele

Gli attacchi missilistici di Hamas sono stati condannati dalle organizzazioni per i diritti umani come crimini di guerra, sia perché di solito prendono di mira i civili, sia perché l’inesattezza delle armi metterebbe in pericolo i civili in modo sproporzionato anche se si scegliessero obiettivi militari.

Dopo l’operazione Pillar of Defense, Human Rights Watch ha dichiarato che i gruppi armati palestinesi hanno sparato centinaia di razzi contro le città israeliane, violando il diritto internazionale umanitario, e che le dichiarazioni dei gruppi palestinesi che avevano deliberatamente preso di mira i civili israeliani hanno dimostrato un “intento a commettere crimini di guerra”.

La direttrice di HRW per il Medio Oriente, Sarah Leah Whitson, ha affermato che i gruppi palestinesi hanno chiarito che “il loro obiettivo era danneggiare i civili” e ha affermato che il lancio di razzi su aree popolate non aveva alcuna giustificazione legale. Il diritto internazionale umanitario proibisce gli attacchi deliberati ai civili e le violazioni intenzionali possono essere crimini di guerra.

Bambini come combattenti

All’inizio del periodo dell’Intifada, i bambini di Gaza e della Cisgiordania furono instillati da Hamas con valori militari. Le prove del 2001 mostrano che i bambini dell’asilo hanno partecipato a cerimonie in cui indossavano uniformi emblematiche e portavano finti fucili. Alcuni erano travestiti da attentatori suicidi, la cui disponibilità a morire per la causa era considerata un modello da imitare. I bambini in età prescolare avrebbero giurato di “perseguire jihad, resistenza e intifada”. Nei campi estivi, oltre agli studi coranici e alla familiarizzazione con i computer, venivano impartiti corsi che includevano l’addestramento militare.

Sebbene Hamas ammetta di sponsorizzare le scuole estive per addestrare gli adolescenti a maneggiare le armi, condanna gli attacchi dei bambini. Dopo la morte di tre adolescenti durante un attacco del 2002 a Netzarim nel centro di Gaza, Hamas ha vietato gli attacchi dei bambini e “ha invitato gli insegnanti e i leader religiosi a diffondere il messaggio di moderazione tra i giovani ragazzi”. Anche l’uso del lavoro minorile da parte di Hamas per costruire tunnel con cui attaccare Israele è stato criticato, con almeno 160 bambini uccisi nei tunnel nel 2012.

Gaio Svetonio Paolino. Lo spietato generale che annientò Boudicca

Gaio Svetonio Paolino è stato uno dei più capaci generali della storia romana imperiale, e principale avversario di Boudicca, la regina degli Iceni, che scatenò una ribellione delle tribù britanne in grado di compromettere la presenza stessa di Roma nell’isola. Svetonio dimostrò un pensiero tattico palesemente superiore ma fu anche un comandante spietato.

Poco sappiamo della famiglia di Svetonio Paolino: le poche informazioni frammentarie lo definiscono probabilmente originario dell’odierna Pesaro.

La prima missione in Africa

I suoi primi passi militari risalgono al 40 d.C, quando, dopo aver servito come pretore, venne nominato governatore della Mauretania, nell’Africa del nord.

Gaio Svetonio Paolino sviluppò una collaborazione particolarmente solida con Gneo Osidio Geta e assieme a lui fu in grado di reprimere una pericolosa rivolta nella zona dell’Edemon. La rivolta era partita dall’ordine dell’imperatore Caligola di condannare a morte il sovrano locale: la popolazione si era ribellata immediatamente e il pericolo aveva assunto proporzioni preoccupanti, tanto da dover richiedere l’intervento dell’esercito.

Dopo aver sedato la rivolta, Svetonio, nel 41 d.C, fu il primo comandante romano a guidare delle truppe attraverso le montagne dell’Atlante africano, tanto da meritarsi una menzione da parte di Plinio il Vecchio che, nella sua “Naturalis Historia”, cita Svetonio come fonte per la descrizione del territorio.

Gaio Svetonio Paolino governatore della Britannia

Nel 58 d.C, dopo essere stato console, venne nominato governatore della Britannia. Si trattò di una nomina fatta in tutta fretta, in quanto il governatore, Quinto Veranio, era morto improvvisamente durante il suo governatorato.

Gaio Svetonio Paolino proseguì la politica di Veranio, impegnandosi a sottomettere con particolare aggressività le tribù che corrispondono alla odierno Galles e ottenendo diversi successi militari già nei primi anni di guerra. La sua reputazione come generale aumentò drasticamente, arrivando allo stesso livello di quello che era considerato il più grande condottiero dell’epoca: Gneo Domizio Corbulone.

Gaio Svetonio Paolino
Gaio Svetonio Paolino

Certamente Gaio Svetonio Paolino ebbe degli ottimi aiutanti come Quinto Petilio Ceriale e Gneo Giulio Agricola, che negli anni successivi avrebbe spinto il dominio romano in Britannia verso confini straordinariamente avanzati.

Nel 61 d.C, Paolino attaccò l’isola di Mona, odierna Anglesey, sia per stanare dei fuggitivi britanni sia per attaccare i Druidi, sacerdoti britanni colpevoli di eseguire sacrifici umani, una pratica condannata spietatamente dalla legge romana.

Durante il suo impegno presso Mona, le tribù britanniche del sud-est approfittarono per organizzare una rivolta. Boudicca, regina degli Iceni, aveva sviluppato un sentimento di odio verso i romani per l’aspro trattamento che era stato riservato alla sua gente e per i legionari, che avevano addirittura stuprato le sue due figlie davanti a lei. Così, radunando in breve tempo diverse tribù, anche quelle che per anni erano state fedeli ai romani, avviò una ribellione su vasta scala.

Budicca attaccò Camulodunum, odierna Colchester, distruggendo la città, torturando gli abitanti, facendo violentare le donne e massacrando persino i bambini. Un primo contingente romano, inviato per fermarla e guidato dal generale Petilio Ceriale, fu severamente sconfitto.

Gaio Svetonio Paolino, comprendendo la gravità del pericolo, marciò immediatamente con i suoi soldati attraverso la lunga strada romana di Watling Street, fino a Londinium. Purtroppo Svetonio fece dei rapidi calcoli: i suoi uomini era sono assolutamente insufficienti per fronteggiare il nemico e fu costretto ad ordinare l’evacuazione della città, senza poter attaccare Boudicca.

I britanni distrussero indisturbati Londinium e i cittadini rimasti subirono la stessa sorte di quelli di Colchester. Poi Boudicca mise a ferro e fuoco Verulamium, oggi Saint Albans, come ci raccontano gli strazianti passi di Tacito e di Cassio Dione.

Gaio Svetonio Paolino. La battaglia di Watling Street

Svetonio doveva raggruppare al più presto quanti più soldati possibili per contrattaccare Boudicca. In quel momento il generale aveva a disposizione la legione XIV Gemina e alcuni distaccamenti della XX Valeria Victris. Svetonio fece ricorso a tutti gli ausiliari disponibili, mettendo in mano un gladio a chiunque sapesse minimamente combattere.

Con estrema fatica, Paolino radunò una forza di circa 10,000 uomini: non potendo ricevere ulteriori rinforzi da Roma, il generale fu costretto ad accettare battaglia contro Boudicca, sebbene ancora in forte inferiorità numerica.

Fortunatamente l’avversario si dimostrò particolarmente inesperto di tattica militare: Budicca accettò infatti battaglia in un luogo favorevole ai romani. La zona esatta dello scontro non è stata ancora identificata, ma viene descritta dalle fonti come una valle, con un bosco alle spalle, da qualche parte lungo la Watling Street.

L’incredibile orda dei britanni si infranse contro gli ordinati legionari romani, e i famigerati carri da guerra di Boudicca, su cui la regina contava molto, non scompigliarono le file nemiche e anzi, alcune imboscate ordite da Svetonio compromisero pesantemente l’esercito avversario.

Una serie di altri carri, che le famiglie britanne avevano posizionato dietro al campo di battaglia per assistere allegramente al massacro dei romani, si trasformarono in una trappola e furono di ostacolo alla fuga, trasformando lo scontro in una carneficina.

Secondo Tacito, 80.000 britanni furono uccisi, contro le sole 400 perdite romane.

Boudicca si avvelenò pur di non cadere in mano al nemico.

Gaio Svetonio Paolino. La sospensione dall’incarico

Dopo il successo conseguito nella battaglia di Watling Street, Svetonio rafforzò il suo esercito con legionari provenienti dalla Germania e si impegnò ad eliminare le ultime sacche di resistenza. Ma l’eccessiva spietatezza e la mancanza di comprensione dei bisogni delle tribù britanne portarono ad un nuova ribellione.

Fu allora che il nuovo procuratore di Britannia, Gaio Alpino Classiciano scrisse direttamente all’imperatore Nerone, spiegando che la cattiveria di Svetonio, senza un’adeguata collaborazione con la popolazione, si sarebbe rivelata alla lunga controproducenti e la Britannia non poteva essere tenuta solamente con la forza.

Nerone diede credito a Classiciano e attraverso un suo liberto, Policleto, avviò un’indagine: non vi erano particolari motivi per sollevare Svetonio dal suo incarico e dunque venne utilizzato uno stratagemma. Con la scusa che Svetonio aveva perso alcune navi con del carico prezioso, Nerone colse l’opportunità per toglierlo dal comando.

Svetonio fu sostituito da un nuovo governatore, Publio Petronio Turpiliano, decisamente più conciliante con la popolazione.

Nonostante questo, Svetonio Paolino fu riempito di onori. Diversi ritrovamenti a Roma associano il suo nome direttamente a quello di Nerone. A conferma della immutata stima, Gaio Svetonio Paolino, o forse il suo figlio omonimo, fu nominato console nel 66 d.C a dimostrazione della gratitudine nei confronti dell’intera famiglia.

Paolino durante l’anno dei quattro imperatori

Svetonio Paolino fu impegnato anche durante il cosiddetto “Anno dei quattro Imperatori”, un periodo di guerra civile seguito alla morte di Nerone, durante il quale si susseguirono gli imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

Nel 69 d.C, fu uno dei più alti generali e consiglieri militari di Otone. Nel momento in cui Vitellio, avversario di Otone e pretendente al trono, mosse il suo esercito, fu Svetonio, assieme a Mario Celso, a sconfiggere Aulo Cecina, il principale generale di Vitellio.

Nel momento in cui Cecina riuscì a riorganizzare le sue forze e ad unirle con quelle dell’altro generale vitelliano, Fabio Valente, Svetonio consigliò ad Otone di non intraprendere una battaglia campale, ma il suo avviso non venne ascoltato: Otone venne sconfitto pesantemente a Bedriaco e Svetonio fu catturato da Vitellio.

Dimostrando notevole prontezza, Svetonio si difese di fronte al nuovo imperatore, asserendo di aver deliberatamente perso la battaglia per tradire Otone e consegnare il potere a Vitellio. Secondo Tacito si trattava di una bugia, inventata solo per salvarsi la vita. Comunque sia andata, Paolino fu graziato.

Purtroppo, da questo momento, non abbiamo più informazioni. Gli ultimi anni di Paolino ci sono ignoti, e il suo nome scompare improvvisamente dalla storia.

Catone il Censore: la vita del più severo tra i romani

Marco Porcio Catone, conosciuto anche come Catone il Censore o Catone il Vecchio, è stato un importante senatore e aristocratico romano, passato alla storia per essere il più strenuo difensore delle antiche abitudini della società romana e per essersi drasticamente opposto alle nuove mode provenienti dalla Grecia, oltre ad aver aspramente combattuto in Senato per votare la distruzione di Cartagine.

Di Porcio Catone ci rimangono diverse cronache, tante opere storiografiche da lui redatte (e purtroppo non giunte fino a noi), ma soprattutto un simbolo eterno di integerrimo romano, che ha incarnato fino all’ultimo le più antiche tradizioni e l’atteggiamento più rustico e guerriero, proprio dei Padri fondatori di Roma.

Infanzia e giovinezza

Catone nacque nel comune di Tuscolo: il padre aveva militato nell’esercito e suo bisnonno aveva ricevuto una ricompensa per aver ucciso cinque cavalli nemici in battaglia. Ma nonostante queste prodezze militari, la famiglia di Catone non aveva mai ottenuto particolari ruoli o riconoscimenti politici, nè magistrature di un certo rilievo.

Durante la sua primissima infanzia, Catone supervisionò un terreno che gli era stato lasciato in eredità dal padre, nella zona del Sabino, dove condusse una vita particolarmente semplice e dove sviluppò il senso per gli affari.

Un curioso particolare è che un suo vicino di casa era Manio Curio Dentato, il generale che mise di fatto fine alle guerre sannitiche, che fu di grande ispirazione per Catone, il il quale lasciò presto la vita rurale per dedicarsi alla carriera politica e militare.

Sappiamo che nel 214 a.C prestò servizio militare a Capua e lo ritroviamo durante l’assedio di Taranto, nel bel mezzo della seconda guerra punica, al fianco del dittatore Quinto Fabio Massimo.

Un altro momento di particolare importanza per la sua carriera politica fu quando, sotto il comando del console Claudio Nerone, partecipò alla battaglia del Metauro. Secondo le fonti, Catone e il suo lavoro di raccolta di informazioni furono molto importanti per comprendere i movimenti del nemico, il cartaginese Asdrubale Barca.

Fu probabilmente in questo periodo che Catone sviluppò la sua idea di totale annientamento dell’avversario punico. Plutarco, nella Vita di Catone il Vecchio”, ci racconta che proprio in quel periodo cominciò a concludere i suoi discorsi pubblici con la storica frase “Carthago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”.

La missione in politica con Flacco

Incarnando al meglio lo spirito degli antichi padri fondatori, Catone tornò, subito dopo la guerra, nella sua fattoria Sabina, dove era abituato a vestirsi in maniera semplice, lavorando la terra e senza godere di alcun privilegio dal suo servizio militare. Le fonti antiche lo riportano come giudice imparziale, severo ma giusto, e che spesso si adoperò per sostenere o dirimere delle cause tra i suoi vicini, portando le esigenze dei cittadini di campagna di fronte alle grandi assemblee aristocratiche.

Durante questo periodo di “pausa” delle guerre, Catone sviluppò notevoli capacità oratorie, imparò l’arte della retorica e approfondì i suoi studi in legge, sviluppando una personalità particolarmente dura e complessa, ma anche straordinariamente efficace nella difesa degli antichi valori romani.

Uomo fondamentale per la carriera di Catone, fu Lucio Valerio Flacco: si trattava di un giovane appartenente ad una famiglia patrizia, che aveva una notevole influenza sulla politica romana. Ammirando il carattere di Catone, Flacco cominciò a sostenerlo pubblicamente, esaltando presso i suoi concittadini lo spirito marziale di Catone e lodandolo per la sua capacità retorica.

In questo modo Catone venne definitivamente attratto verso la carriera politica e cominciò a farsi notare nel foro, tenendo una lunga serie di discorsi e perorando una grande quantità di cause diverse, fino alla sua candidatura a magistrato.

Catone questore e nemico di Scipione Africano

Nel 205 a.C Catone fu finalmente nominato questore e si fece un nemico importante.

Durante il suo mandato, il generale Scipione l’Africano chiese al Senato il permesso di condurre la guerra contro Annibale direttamente in Africa. Flacco si oppose all’idea di conferire a Scipione tale potere e manifestò parere negativo, assieme a Catone, che si schierò contro la famiglia degli Scipioni.

Nonostante le proteste, Scipione ottenne dal Senato il permesso che cercava. E Catone fu perdipiù incaricato di scortare alcune navi portabagagli e di consegnarle proprio al suo avversario.

Osservando come Scipione stava organizzando la campagna d’Africa, Catone avrebbe criticato l’eccessiva indulgenza nei confronti delle truppe e le esagerate spese che stava sostenendo. Tornato a Roma, Catone propose al Senato una serie di riflessioni sullo sperpero di denaro che Scipione stava portando avanti e fu per il suo intervento che venne inviata una commissione di tribuni per esaminare l’attività di Scipione.

Scipione superò l’esame, ma Catone rimase sempre la figura politica più critica nei confronti del grande generale romano.

Scipione governatore della Sardegna

Nel 399 a.C Catone fu eletto edile e, grazie alla stretta collaborazione con il suo collega Elvio, restaurò i giochi della plebe, tenendo diversi banchetti in onore di Giove. Nel 398 a.C divenne pretore e fu nominato governatore della Sardegna, al comando di 3000 fanti e 200 cavalieri. La gestione della Sardegna fu perfettamente in linea con il suo carattere: vennero ridotti i costi di tutti gli ufficiali operativi e dimostrò una grande frugalità, in opposizione all’opulenza dei magistrati provinciali che avevano governato prima di lui.

Vennero celebrati diversi riti religiosi, ma senza spendere troppo denaro dalle casse pubbliche, e amministrò con assoluta imparzialità la giustizia sul territorio, comminando delle punizioni particolarmente severe, qualora necessario. Aurelio Vittore ci parla anche di una rivolta che fu rapidamente risolta da Catone durante il suo governatorato.

Il consolato e la lotta contro il lusso

La carriera di Catone era ormai lanciata e nel 195 a.C, a soli 39 anni, Catone fu eletto console, assieme al suo amico e patrono Flacco. L’attività di Catone come console fu particolarmente prolifica: Catone si adoperò per limitare il lusso a Roma, che secondo la sua visione stava degradando gli antichi valori dei padri fondatori.

Nel 215 a.C, su richiesta del tribuno della plebe Caio Oppio, fece approvare una legge che limitava il lusso e la stravaganza delle matrone romane, per risparmiare denaro necessario per le operazioni militari. La linea di Catone era durissima: nessuna donna poteva possedere più di mezza oncia d’oro, non poteva indossare indumenti di diversi colori o guidare una carrozza di cavalli a meno di un miglio dalla città.

Dopo la vittoria di Roma contro Annibale vi furono dei tentativi di abolire la legge ma Marco Giunio Bruto e Tito Giunio Bruto si opposero.

La situazione però diventò incandescente: le matrone romane iniziarono ad affollare le strade, bloccarono l’accesso al Foro e chiesero a tutti gli aristocratici di restaurare i tradizionali ornamenti propri delle donne romane. Le signore dell’aristocrazia romana lanciarono continue richieste a pretori, consoli e altri magistrati per l’abrogazione della legge.

Se persino Flacco prese in considerazione l’idea di annullare il provvedimento, Catone rimase totalmente inflessibile, pronunciando un discorso particolarmente duro nei confronti delle matrone romane e dei loro vizi.

Nonostante il suo sforzo, alla fine la legge fu abrogata e le matrone romane sfilarono in processione per le strade di Roma, felici di esibire i loro ornamenti.

Catone in Spagna

Nonostante la sconfitta politica e al termine del suo consolato, Catone si recò nella Spagna Citeriore, dove diede nuovamente prova di duro lavoro e prontezza di spirito.

Viveva sobriamente, condividendo il cibo e le fatiche dei soldati comuni e cercava di sovrintendere personalmente ad ogni tipo di operazione. Molto spesso utilizzò il metodo del “Divide et Impera”, mettendo una tribù contro l’altra o pagando dei mercenari indigeni perché passassero dalla sua parte.

Questo periodo della storia di Catone ci è raccontato da Tito Livio, che riporta diversi aneddoti di una grande durezza, e quasi spietatezza, nei confronti della popolazione. Sembra che Catone abbia più volte condannato tribù sconfitte a spogliarsi di tutte le armi e i vestiti, portando addirittura a suicidi di massa per il disonore, oltre a perpetrare frequenti saccheggi sul territorio.

Probabilmente durante questo periodo, fu coniata da Catone la frase “Bellum se Ipsum alet”, “La guerra si alimenta da sola”, che riassume la sua strategia di alimentare il proprio esercito con le risorse sottratte ai territori conquistati.

Dopo aver ridotto la zona all’obbedienza con il pugno di ferro, Catone si impegnò ad aumentare l’estrazione del ferro e dell’argento dalle miniere. Il Senato, in seguito a questi successi militari ed economici, lo ringraziò con tre giorni di festeggiamenti in suo onore.

Nel 394 a.C, quando tornò nella capitale, fu premiato con il trionfo e in quell’occasione Catone non fu parsimonioso: distribuì gran parte dei premi in denaro che gli spettavano ai suoi soldati.

Il ritorno di Catone Roma riaccese l’inimicizia nei confronti di Scipione l’Africano. Questo, console nel 194 a.C, cercò di ottenere il comando della Spagna, proprio quella dove Catone stava raccogliendo denaro e notorietà. Su questo le fonti sono abbastanza contrastanti: Cornelio Nepote ci dice che Scipione non riuscì ad ottenere il governo della provincia, mentre Plutarco afferma che Scipione fu effettivamente nominato per succedergli ma, poiché Senato non era disposto ad annullare i provvedimenti di Catone, preferì rimanere solo formalmente come governatore, senza impegnarsi concretamente.

Dalla famiglia degli Scipioni giunsero diverse critiche nei confronti dell’amministrazione di Catone, ma egli fu particolarmente bravo a difendersi, sia con la sua magnifica eloquenza, sia dimostrando per filo e per segno l’utilizzo dei soldi pubblici che erano stati impiegati nella gestione della provincia.

Gli avversari: Antioco e Scipione

Ormai vecchio saggio della politica, nel 191 a.C Catone partecipò alla spedizione militare guidata dal console Acilio Glabrione, inviato in Grecia per opporsi all’invasione di Antioco III, il grande Re dell’impero Seleucide. Catone si distinse nella battaglia delle Termopili, che portò alla sconfitta e alla caduta del Re Antioco.

Sembra infatti che Catone abbia guidato un’avanzata piuttosto difficile in territorio nemico, sorprendendo e sconfiggendo un corpo di ausiliari etolici che combattevano per conto di Antioco. In questo modo, Catone avrebbe scatenato il panico nell’avversario, volgendo la battaglia a favore dei romani.

Tutte le fonti antiche, e soprattutto il collega e patrono Flacco, attribuiscono a Catone il massimo merito per la vittoria conseguita e la sua abilità oratoria non fece altro che diffondere e confermare ulteriormente la sua già grande fama militare presso il Senato.

Catone continuò poi ad avversare Scipione l’Africano, soprattutto a livello giudiziario.

Scipione venne infatti accusato di essersi appropriato indebitamente del bottino di guerra del generale Antioco III. Si trattava in realtà di una serie di processi politici, instaurati per eliminare una figura che stava assumendo eccessivo potere, e Catone fece naturalmente parte della fronda anti-scipioniana.

Ma Catone non attaccò Scipione solamente per la questione del denaro: alla base della sua ostilità vi era anche una avversione alla diffusione della cultura ellenica, che invece Scipione appoggiava. Secondo Catone si trattava di un grave pericolo per la tradizionale aspra semplicità dei valori romani.

La vecchiaia: conservatore fino all’ultimo

Negli ultimi anni della sua vita, Catone non ricoprì particolari cariche pubbliche, ma continuò a distinguersi in Senato come ostinato oppositore di qualsiasi nuova idea o tendenza. Attaccò per esempio gli astrologi caldei che, arrivati in Italia da Oriente, stavano esportando le conoscenze greche nell’osservazione delle stelle.

Ancora, chiese più volte al Senato di allontanare filosofi greci come Carneade, Diogene e Critolao, venuti come ambasciatori di Atene, in quanto riteneva che le loro idee fossero pericolose per la tradizione romana.

Nel 157 a.C, partecipò ad una delle ultime missioni della sua vita: fu chiamato ad arbitrare una questione tra i cartaginesi e il Re di Numidia, Massinissa. Il vecchio Catone fu evidentemente impressionato dalla crescente prosperità di Cartagine e si convinse che la sicurezza e il futuro di Roma dipendessero esclusivamente dall’annientamento dell’antica capitale cartaginese. Da quel momento, tutti i suoi discorsi terminavano con la frase, a volte letteralmente urlata dagli scranni del Senato, “Cartago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”.

L’eredità di Catone il Censore

Il lascito politico e soprattutto morale di Catone è decisamente imponente: protagonista del suo tempo, Catone fu uno degli ultimi irriducibili delle antiche norme romane. La sua figura si staglia, rigida e severa, nel panorama romano della repubblica e costituisce un esempio di assoluta integrità, in un periodo storico dove le nuove tendenze greche, ma soprattutto la dilagante mollezza del ceto dirigente, stava dominando.

La Gallia romana: storia di una provincia chiave dell’impero

Con il termine “Gallia romana” facciamo riferimento ad una importante e fondamentale provincia della Repubblica prima e dell’Impero romano poi, che ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza a livello geopolitico.

La storia della Gallia romana equivale in realtà alla storia di gran parte dell’Europa, dal momento che la presenza romana in Gallia ha di fatto posto un freno alla germanizzazione del continente e lasciato una eredità duratura nei secoli successivi.

Anche se comunemente ci riferiamo a questo territorio come “Gallia”, sarebbe più corretto definirlo “Gallie”, dal momento che i romani dividevano la provincia in più zone distinte. La Gallia Cisalpina comprendeva un territorio situato nella parte settentrionale della penisola italiana, corrispondente grosso modo all’odierna pianura del fiume Po. La città più importante di questo territorio era certamente Mediolanum, posizionata strategicamente per proteggere l’Italia dalle incursioni delle tribù nordiche.

Più a settentrione si stagliava quella che i romani chiamavano “Gallia Transalpina“, che partiva dalla catena montuosa dei Pirenei, al confine settentrionale tra le odierne Spagna e Francia, fino al canale della Manica, e terminava presso il Belgio moderno. La Gallia più a nord era chiamata “Gallia belgica“: territorio di tribù perlopiù sconosciute ai romani, che era considerata una delle regioni in assoluto più settentrionali e di confine dell’intera terra dei romani.


La gallie nel periodo della monarchia e prima repubblica romana

Le Gallie sono sempre state abitate da una moltitudine di tribù celtiche con una grande tradizione, una buona organizzazione e delle eccellenti qualità metallurgiche e produttive. Nello stesso periodo in cui i romani deponevano la monarchia e iniziavano a costruire la Repubblica, diverse tribù celtiche si stabilivano in varie zone dell’Europa centro-occidentale: nel VI secolo a.C si registrano gli Insubri, i Cenomani, i Boi, i Lingoni e i soprattutto Sènoni, i quali si allargarono fino all’Italia settentrionale e all’odierna regione delle Marche.

La pressione che le tribù celtiche esercitavano sulla penisola italica divenne, attorno al IV secolo a.C, piuttosto pericolosa per l’allora principale potenza, l’Etruria. Gli etruschi, una civiltà ben più antica dei romani e con un particolare livello di sviluppo, venne pesantemente attaccata dalle tribù celtiche in cerca di nuove terre coltivabili o di bottino.

Il primo incontro fra i celti e i romani fu particolarmente devastante per quest’ultimi: gli etruschi avevano chiesto aiuto alla città di Roma, una potenza emergente, proprio per contrastare la discesa di alcune tribù celtiche che danneggiavano i loro territori.

I romani compirono un terribile errore di valutazione, sottovalutando la potenza degli avversari e inviando circa 15000 uomini, che ai tempi corrispondeva alla totalità dell’esercito romano, contro il loro condottiero, Brenno, nella battaglia del fiume Allia (390 a.C).

Terrorizzati dalla potenza dei guerrieri Galli, l’esercito Romano fu completamente sbaragliato e la stessa città di Roma fu messa a ferro e fuoco. Durante il sacco del 387 a.C, i senatori furono massacrati sul posto, l’esercito fu annientato e seguì un’ondata di stupri e di violenze nei confronti di tutta la popolazione romana.

Mentre i romani stavano raccogliendo l’oro e l’argento per pagare il riscatto a Brenno, il generale gallico avrebbe pronunciato la storica frase: “Vae victis!”, “Guai ai vinti“. Fu in questo frangente che andarono perse anche fonti importantissime, come le primissime leggi romane o preziose testimonianze dell’epoca monarchica. E sempre in questo periodo, sarebbe sorta quella viscerale paura dei romani nei confronti dei galli, chiamata “Metus Gallicus”.

A liberare Roma intervenne di lì a poco il condottiero Marco Furio Camillo, in una sanguinosa battaglia fuori dalle mura di Roma: sempre secondo la tradizione, i romani, all’indomani della liberazione da Brenno, furono in dubbio se proseguire la loro storia all’interno della città di Roma, ormai devastata, o spostarsi in un’altra zona. Ma le cronache antiche ci parlano di un centurione, che avrebbe sentenziato: “Hic manebimus optime” “Qui staremo benissimo” e da quel momento la città di Roma conobbe un nuovo sviluppo.

L’espansione romana durante il periodo repubblicano

I rapporti tra i romani e le tribù celtiche conobbero una nuova fase con lo scontro tra gli eserciti repubblicani e i galli Sènoni. Le incursioni celtiche furono definitivamente fermate nella battaglia di Talamone del 225 a.C: l’esercito romano aveva ormai imparato a fronteggiare e a sconfiggere questo tipo di tribù e riuscì a conquistare nuovi territori fondando la provincia della Gallia Cisalpina, avanzando entro pochi anni di parecchie decine di chilometri e catturando la città strategica di Milano nel 222 a.C.

Le prime colonie romane di Piacenza e Cremona, sulle rive del fiume Po, furono il principale simbolo della nuova conquista romana che si andava espandendo senza sosta.

L’espansione romana fu rallentata solo dalla seconda guerra punica, quando la discesa di Annibale Barca in Italia costrinse i romani ad affrontare l’avversario cartaginese e rimandare l’appuntamento con i celti. Solo dopo la vittoria della guerra e la battaglia di Zama nel 202 a.C, i romani ripresero i loro attacchi per espandersi ulteriormente nella Gallia Cisalpina, fondando nuove colonie a Bononia, Parma e Modena.

Si verificò in questa fase una prima romanizzazione del territorio dell’Italia del Nord. Sulla linea di queste conquiste, i romani formarono anche la provincia della Gallia Narbonese, dominata dalla città marittima di Massilia, che li metteva direttamente in contatto con la Spagna in una situazione di relativa tranquillità.

Durante i decenni successivi vi furono diversi contatti tra i romani e le tribù celtiche basati prevalentemente sull’importazione di vino di alta qualità e altri prodotti richiesti dai consumatori romani.

La conquista delle Gallie di Giulio Cesare

A imporre una definitiva svolta nella storia, una sola persona: Caio Giulio Cesare. Cesare, mettendosi alla testa di numerosi eserciti consolari, e utilizzando come pretesto una serie di pericoli che i galli rappresentavano per la sicurezza dei confini romani, avviò una personale campagna di conquista.

La conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare fu una straordinaria operazione militare, che ancora oggi riecheggia nella storia. I principali scontri tenuti da Giulio Cesare comprendono la battaglia contro gli Elvezi, contro il capo dei germani Ariovisto, la vittoria sul popolo dei Veneti e dei Belgi, fino addirittura ad uno sbarco temporaneo sulle coste della Britannia, dove Cesare ottenne la sottomissione delle tribù del posto.

Il più grande avversario di Cesare, il capo degli Arverni, Vercingetorige, fu l’unico a riunire tutte le tribù, che fino a quel momento avevano combattuto anche fra di loro, contro il nemico comune. Dopo aver ottenuto una prima vittoria a Gergovia, Vercingetorige si asserragliò nella rocca di Alesia, in una delle battaglie più importanti di tutta la storia antica.

Giulio Cesare assediò Vercingetorige che a sua volta fece convergere centinaia di migliaia di uomini alle spalle di quest’ultimo: in tre giorni di aspri combattimenti, si decise la storia delle Gallie con la vittoria definitiva di Giulio Cesare, favorita dalla qualità dei suoi uomini e dalla creazione di decine di chilometri di fortificazioni che diedero un decisivo vantaggio al suo esercito.

La conquista della Gallie, non fu scevra da critiche sulla sua ferocia, da parte degli stessi contemporanei: dopo il massacro delle tribù degli Usipeti e dei Tencterii, quando vennero uccise decine di migliaia di persone nell’arco di pochi giorni, nel Senato Romano si aprirono delle discussioni sulla legittimità di massacri di tale entità. Fu coniato in quella occasione il termine “Crimine contro l’umanità”: al termine della guerra, un milione di guerrieri galli erano morti, per l’iniziativa di un solo generale, che si era infilato prepotentemente nella storia.

Le Gallie sotto Augusto

Il figlio adottivo ed erede di Giulio Cesare, l’imperatore Augusto, divise il vasto territorio a sua disposizione in quattro province amministrative: la gallia narbonense nel sud-est, la Lugdunense, situata appena a nord dei Pirenei, l’Aquitania nel centro e la Belgica nel nord.

La romanizzazione delle Gallie ebbe anche degli effetti straordinariamente positivi: i romani furono in grado di dare al territorio un decisivo impulso verso un nuovo livello di civiltà, costruendo migliaia di chilometri di strade, fondando diverse città e soprattutto romanizzando la popolazione, creando una società romano celtica estremamente articolata e produttiva.

Furono esattamente gli abitanti della Gallia i primi cittadini provinciali ad entrare di diritto nel Senato Romano, nel periodo dell’imperatore Claudio, che tenne uno storico discorso per convincere l’aristocrazia ad accettare i nuovi arrivati.

Provincia di sempre strategica importanza, la Gallia rappresentò per diversi secoli uno dei punti più importanti dell’impero, integrandosi particolarmente bene con la civiltà romana.

La crisi del III secolo

La storia della Gallia Romana conobbe una crisi attorno al III secolo d.C, quando tutto l’impero romano cominciò a dare segni di cedimento. La tribù germanica degli Alemanni fu un grado di invadere la Gallia, provocando devastazioni su vasta scala: in questo periodo i romani furono coinvolti e distratti in numerose guerre civili, che gli impedirono di prendere efficaci contromisure.

Addirittura in un periodo di 50 anni, dal 235 al 285 d.C, noto come “Anarchia militare“, regnarono almeno 20 imperatori, ognuno dei quali rimaneva in carica per pochi mesi prima di essere sistematicamente ucciso dalla guardia pretoriana.

In questo periodo di estrema incertezza, le Gallie vennero governate per qualche tempo da alcuni generali autonomi. Un condottiero formalmente inviato sul territorio per conto di Roma, creò persino un “Impero delle Gallie”, indipendente dalla capitale: era il generale Postumo. Il nuovo Impero, con un proprio Senato e una propria moneta, sarebbe durato attraverso quattro imperatori: Leliano, Mario, Vittorino e Tetrico.

Si trattava certamente di una inaccettabile presa di distanze dall’impero, anche se in diverse occasioni, pur potendo compiere delle incursioni in Italia, questi generali scelsero un rapporto di collaborazione con Roma: per diversi storici si trattò paradossalmente di un meccanismo “difensivo” dell’impero da parte di alcune entità politiche e militari in grado di gestire autonomamente la situazione, fino al ritorno del potere centrale.

Fu l’imperatore Aureliano a sconfiggere definitivamente I ribelli e a riportare il territorio delle Gallie come ufficiale provincia romana.

Le Gallie attraverso la caduta dell’Impero Romano d’Occidente

Sotto il governo dell’imperatore Probo, Franchi, Vandali e Burgundi devastavano ormai sistematicamente i territori. Il controllo delle Gallie nel 337 d.C finì sotto il figlio maggiore dell’imperatore Costantino, Costantino II e successivamente sotto Costante e Costanzo II. Ma si trattava di un territorio ormai perso, solo formalmente parte dell’impero romano.

Nel 406 d.C furono i Vandali ad attraversare e a devastare per l’ennesima volta le Gallie. Quando l’impero romano d’Occidente collassò definitivamente, nel 476 d.C, la Gallia era ormai nelle mani dei Franchi, dei Burgundi e dei Visigoti.

Fra questi, nel corso del tempo, furono proprio i Visigoti a prevalere nel controllo del territorio, creando un regno romano barbarico relativamente stabile, riprendendo e aggiornando la cultura romana e reinterpretandola.

Un regno che durò fino a quando il Re dei Franchi, Clodoveo, salì al trono nel 481 d.C, sconfiggendo i Visigoti, Burgundi e Alemanni e consolidando il suo potere in tutta la Gallia. Nel 511 d.C quando Clodoveo morì, lasciò un’enorme regno ai suoi figli, che univa la cultura romana alle tradizioni galliche e un interessantissimo misto di lingua, religione e leggi, accumulate nei secoli precedenti.

Da lì prenderà il via la dinastia dei Merovingi considerati i precursori dell’odierna nazione della Francia.

Fonti:

  • André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano, Net, 2002
  • Peter Berresford Ellis, L’impero dei Celti, Casale Monferrato, Piemme, 1998
  • https://www.worldhistory.org/Roman_Gaul/ di Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA)