martedì 3 Marzo 2026
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Viriato: il capo guerriglia dei Lusitani che impressionò Roma

Viriato è stato uno dei più grandi avversari di Roma. Il suo popolo, quello dei Lusitani, fu in grado, grazie alla sua carismatica ed insostituibile guida, di opporre una fiera resistenza alla potenza militare romana, basata su azioni di guerriglia straordinariamente efficaci, che misero in crisi diversi generali e provocarono molte perdite tra i legionari.

Viriato perse la guerra nel lungo periodo, soffrendo la capacità di Roma di dispiegare un ingente numero di uomini, e venne infine tradito dai suoi collaboratori più stretti. Ma la sua figura di ribelle rimane nella storia come esempio di coraggio e di determinazione.

La vittoria di Roma sui Lusitani

I Lusitani erano una tribù celto-iberica che abitava l’odierno Portogallo. Nel 206 a.C Roma era riuscita a conquistare i territori della Spagna meridionale che appartenevano ai cartaginesi, incontrando immediatamente la resistenza delle popolazioni del luogo.

Le rivolte si espansero fino alla zona centrale della Spagna. Tra gli avversari dei romani, i Lusitani si rivelarono fin da subito tra i più difficili da domare: nel 194 a.C iniziarono una serie di razzie ai danni dell’esercito romano, il che mise in seria discussione la sicurezza delle neocostituite province.

In realtà il rapporto tra romani e Lusitani ebbe un periodo di tregua: questa pace momentanea fu dovuta alla eccellente mediazione di un grande politico romano, il governatore Tiberio Sempronio Gracco, il quale riuscì a venire a patti con i guerriglieri Lusitani e ad instaurare un clima di collaborazione che portò alla tregua militare.

In questo contesto nasce il nostro Viriato. Cresciuto in una tribù dalla vocazione fortemente guerriera e dedita alla sistematica razzìa, Viriato osservò il rapido deterioramento dei rapporti con Roma. Sempronio Gracco lasciò il comando ad una serie di funzionari che si dimostrarono quasi sempre corrotti, iniziando ad opprimere le tribù con una serie di tasse e di tributi insostenibili.

I Lusitani inviarono più volte delle delegazioni al Senato romano per chiedere che la situazione venisse risolta con una tassazione più onesta, ma l’aristocrazia romana dimostrò di sottovalutare la situazione, e le tribù ripresero le ostilità avviando delle nuove rivolte nella provincia di Hispania Ulterior nel 154 a.C

Iniziarono così una serie di vittorie da parte dei Lusitani che preoccuparono particolarmente i romani: i guerriglieri furono in grado di attaccare i possedimenti romani in Africa, riportando una serie di successi. Di lì a poco, lo stesso governatore della Hispania Ulterior Servio Sulpicio Galba, subì una sconfitta sul campo.

Le trattative tra Galba e i Lusitani

Nonostante la loro fiera resistenza ai romani e le vittorie che avevano conseguito, Roma era in grado di dispiegare un quantitativo di uomini straordinario. Per questo motivo, attorno al 150 a.C, i capi dei Lusitani ritennero di dover venire a patti con la potenza militare Romana. 30.000 guerrieri erano pronti a deporre le armi, e avviarono con Sulpicio Galba una serie di trattative .

Galba ordinò ai soldati di dividersi in tre gruppi e, con una scorta di legionari sempre vigili, le tre unità di guerrieri Lusitani vennero allontanate l’una dall’altra perché non potessero darsi manforte.

Galba si avvicinò al primo gruppo di guerrieri, accompagnato dai suoi ambasciatori e magistrati, chiedendo di deporre le armi e di avviare trattative di pace con Roma. I Lusitani accettarono, ma a loro insaputa, i legionari si erano avvicinati e avevano compiuto un attacco a sorpresa, durante il quale diversi uomini persero la vita.

Gli altri, arrestati sul posto, vennero fatti schiavi .

Anche gli altri due gruppi furono trattati nella stessa maniera: una finta trattativa di pace per eseguire un attacco a tradimento e risolvere rapidamente il conflitto.

Galba aveva utilizzato l’astuzia per chiudere la partita con i Lusitani, ma al momento di dividere il bottino, secondo diverse fonti antiche, aveva tenuto per sè la maggior parte dei guadagni.

Il comportamento di Galba non piacque al Senato romano, sia per il modo poco onorevole con cui aveva ottenuto la vittoria, sia per un arricchimento personale che aveva scontentato gran parte dell’esercito.

L’ascesa di di Viriato come capo della guerriglia

Tra i sopravvissuti al massacro di Galba c’era proprio Viriato, che giurò solennemente di vendicarsi contro Roma e di ridare la libertà al suo popolo. Nel 147 a.C, Viriato era già a capo di un considerevole numero di guerrieri, riuscendo a portare la guerra nella zona della Turdetania.

Immediata fu la reazione del generale romano di quella zona, Gaio Vitilio, che con i suoi legionari riuscì ad intrappolare i Lusitani sulla riva di un fiume.

Messi alle strette, i Lusitani chiesero subito la pace ai romani: Vitilio pensò di accettare le loro richieste per non proseguire ulteriormente il conflitto, imponendo la consegna delle armi.

Una parte dei suoi uomini voleva arrendersi, ma il carisma di Viriato portò ad un moto di orgoglio da parte dei combattenti, che si dichiararono pronti a riprendere le ostilità.

Adesso Viriato era a capo di un grande contingente di uomini e di cavalleria, pronto a combattere fino alla morte. Tramite alcune azioni di cavalleria, Viriato fu in grado di mettere rapidamente in crisi le linee romane e, approfittando della confusione generata dal suo attacco improvviso, la fanteria dei Lusitani riuscì a disimpegnarsi dal blocco romano e a riguadagnare la libertà sul territorio.

Lo stesso Viriato riuscì a sfuggire ai romani e raggiungere il resto dell’esercito di lì a poco.

Vitilio tentò di inseguire i fuggitivi, ma questi, armati alla leggera, si spostavano molto più velocemente rispetto ai legionari pesantemente equipaggiati.

Viriato addirittura fu in grado di capovolgere la situazione ed attirò i romani verso la valle del fiume Barbesula, riuscendo a far avanzare la colonna di legionari fino ad uno stretto passaggio, coperto da alcuni boschi sui lati: un luogo perfetto per un’imboscata.

La cavalleria di Viriato attaccò il fronte dei soldati mentre altri uomini piombarono sui romani dai fianchi. Le armi dei Lusitani fecero strage: armati alla leggera, veloci ed agili, con la loro famosa spada a forma di falce ricurva, i Lusitani inflissero quattromila morti ai romani: lo stesso comandante Vitilio cadde proprio in questa occasione, accanto ai suoi uomini.

Le vittorie stavano portando sempre più seguaci dalla parte di Viriato, il quale, con calcolata modestia, fu particolarmente attento a dividere con grande correttezza il bottino con gli altri capi tribù, e diede l’esempio ai suoi guerriglieri conducendo una vita estremamente frugale.

Nel 146 a.C, Viriato decise di eseguire un nuovo attacco ai danni dei territori romani: i suoi uomini irruppero nella zona dei Carpetani. I romani schierarono immediatamente un contingente di soldati, ma Viriato, facendo un sapiente uso della tattica del mordi e fuggi, fu in grado di infliggere gravi perdite ai manipoli.

Di lì a poco, Viriato riuscì a sconfiggere un altro esercito romano che stava tentando di stanare i suoi uomini intorno al Monte di Venere.

Questa fu probabilmente la sua vittoria più grande: Viriato riuscì persino ad esporre le insegne rubate ai legionari come trofeo di guerra. Fu esattamente in questo momento che il capo guerriglia lusitano raggiunse il momento di massima gloria, rispettato e temuto proprio perché il suo popolo stava tenendo testa alla più potente forza militare della sua epoca.

La fine della fortuna di Viriato

Dalla sua parte stava un innegabile carisma e delle capacità tattiche notevoli, ma una buona parte del successo che Viriato stava ottenendo contro Roma era dovuto al fatto che i soldati romani erano impegnati in altre due guerre importanti: la quarta guerra macedonica e la terza guerra punica.

Nel 145 a.C, avendo chiuso i conti con questi fenomenali nemici e potendo disporre di molti più uomini rispetto a prima, il generale Fabio Massimo Emiliano, si recò nella zona con 2000 cavalieri, con l’ordine di chiudere i conti con Viriato.

Emiliano si preoccupò di addestrare con particolare efficacia i suoi uomini, soprattutto alle tecniche di controguerriglia, per opporsi efficacemente all’avversario. Nel 144 a.C Emiliano affrontò Viriato conseguendo una vittoria sul campo. Ma quando fu sostituito, l’anno successivo, da Quinto Pompeo, Viriato riuscì nuovamente a infliggere sconfitte ai romani e a recuperare la sua aura di invincibilità.

Nel 142 a.C, il nuovo console, Fabio Massimo Serviliano si recò sul territorio con 20mila soldati: Serviliano riuscì subito a sconfiggere Viriato in una battaglia campale tenutasi vicino alla città di Tucci. Viriato non si diede per vinto, e cercò di utilizzare nuovamente la tecnica del mordi e fuggi per fiaccare i romani, riuscendo ad uccidere tremila legionari.

Tuttavia, anche l’esercito lusitano cominciava a subire notevoli perdite: Viriato, dimostrando una buona dose di realismo, capì che alla lunga la sua guerra non poteva condurre alla vittoria totale e dunque inviò degli emissari a Roma chiedendo semplicemente che i confini della Lusitania fossero rispettati e che la sua tribù venisse proclamata dal Senato “Amica del Popolo romano”, in cambio della cessazione delle ostilità.

Il Senato accettò la proposta di Viriato, ottenendo una tregua importante, che diede respiro all’esercito romano.

Ma l’opinione pubblica romana e l’aristocrazia guerriera, non poteva accettare che un nemico così pericoloso e che aveva inflitto tante perdite ai legionari potesse rimanere senza una punizione. Il pericolo di nuove insurrezioni era sempre dietro l’angolo: così i romani provocarono appositamente i Lusitani per ottenere il riaccendersi del conflitto, che avvenne nel 140 a.C.

Stavolta, il capo delle operazioni, il Console Servilio Cepione, penetrò con i suoi uomini nella Spagna ulteriore, e inseguì l’esercito di Viriato fino alla zona della Carpentania e della Lusitania, il cuore della sua terra.

Le forze romane annientarono tutto quello che trovarono al loro passaggio, mettendo a ferro e fuoco ogni città. Le forze di Cepione furono ulteriormente incrementate dagli uomini del generale Popilio Lenate, che proveniva direttamente dalla provincia della Hispania Citeriore.

I Lusitani si dichiararono pronti alla pace, impressionati da un tale dispiegamento di uomini. Lenate accettò la proposta, pretendendo la consegna delle armi .I romani decisero di punire i guerrieri che si erano ribellati tagliando loro le mani, secondo una moda che vigeva nella stessa tradizione delle tribù lusitane ed ispaniche.

La morte di Viriato

Viriato era stato uno dei principali avversari di Roma, ma la sua tecnica dell’attacco e del contrattacco, sebbene avesse ottenuto diversi successi, non poteva funzionare nel lungo periodo. Roma era in grado di dispiegare una quantità enorme di uomini e di stanare il nemico ovunque si trovasse.

Ma per chiudere definitivamente il conflitto, Roma esigeva la morte di Viriato, personalità troppo forte e pericolosa per rimanere in vita. Qui i romani giocarono d’astuzia: presero accordi con uomini vicini a Viriato, i quali, fingendo di dover conferire con lui per decidere il proseguio della guerra ed eventuali trattative di pace con Roma, si avvicinarono alla sua tenda e lo trafissero alla schiena mentre era addormentato.

La morte di Viriato fu accolta con grandissima sofferenza da parte degli uomini che lo avevano seguito, e per certi versi Roma fu ingrata con gli assassini, che chiedevano di essere pagati per il loro servizio e che invece rimasero puntualmente a bocca asciutta.

Il corpo di Viriato fu vestito dai suoi amici con abiti splendenti e bruciato su una pira funeraria, tra la commozione generale.

Privi del loro capo, e senza una personalità in grado di sostituire quella di Viriato, la maggior parte dei Lusitani decise di arrendersi definitivamente al Generale Lenate. Il comandante romano accettò le proposte di pace dei Lusitani, ma ebbe l’intelligenza e la lungimiranza di rispettare gli accordi e di non sfruttare eccessivamente le tribù lusitane per non riaccendere il conflitto.

Roma assegnò terreni agricoli ad una gran parte delle tribù lusitane, permettendogli di vivere serenamente sul territorio, mentre altri guerrieri vennero deportati come coloni in altre zone della Repubblica Romana.

La Lusitania riuscì a rimanere libera dal diretto dominio dei romani almeno fino al regno dell’imperatore Augusto, quando la conquista dell’intera Hispania venne completata e la Lusitania fu trasformata definitivamente in una provincia assoggettata a Roma.

Il sacco di Roma del 390 a.C: i Galli di Brenno e la resistenza romana

Il sacco di Roma ad opera di Brenno nel 390 a.C rappresenta uno degli episodi più tragici del primo periodo della storia romana.

Dopo quell’evento, i romani svilupparono il cosiddetto “Metus Gallicus”, l’atavica paura delle tribù celtiche del nord. Ma allo stesso tempo, i romani porteranno il loro modo di fare la guerra ad un livello successivo, capendo quanto fosse necessario sviluppare una serie di abilità tattiche che andassero oltre al semplice dispiegamento di un consistente numero di uomini sul campo di battaglia.

L’arrivo dei Galli in Italia è la sconfitta dell’Allia

Le tribù Galliche, che abitavano l’odierna zona della Francia compivano delle regolari incursioni nel territorio Italico: contingenti militari minacciavano infatti da diversi anni le città dell’Etruria, la principale potenza Italica del periodo, che si sviluppava nel territorio dell’odierna Toscana.

Gli Etruschi, rendendosi conto che Roma si stava trasformando da semplice città-stato a una delle principali organizzazioni militari dell’intero Lazio, chiesero aiuto. Così, nel 391 a.C, le truppe romane intervennero nella guerra tra Galli ed Etruschi, e riuscirono a rompere l’assedio che i guerrieri nordici stavano tenendo alla città etrusca di Chiusi.

L’anno successivo, i principali guerrieri Gallici, comandati dal loro capo Brenno, decisero di dichiarare guerra a Roma per la loro intromissione.

I romani si sentirono particolarmente sicuri di poter battere il nemico Gallico, tanto che la delegazione di ambasciatori inviati a discutere con il nemico, trattò gli avversari con sufficienza, addirittura schernendoli e ironizzando sulle loro abitudini barbare, sicuri di ottenere una decisiva vittoria militare in poco tempo.

L’esercito romano decise di inviare due legioni, ancora organizzate alla greca e quindi costituite sostanzialmente da una falange di uomini, per battere i Galli, che vennero intercettati sulle rive del fiume Tevere, e per la precisione alla confluenza con il fiume Allia, a 18 Km a nord di Roma.

I romani ritenevano di vincere facilmente la partita, ma la terribile carica dei guerrieri Gallici terrorizzò i soldati, alcuni dei quali iniziarono a scappare senza nemmeno entrare in contatto con il nemico. Il confronto si trasformò in una terribile disfatta, che lasciò Roma completamente indifesa.

Il saccheggio di Roma da parte di Brenno

Il giorno dopo la battaglia, il 19 luglio del 390 a.C, l’esercito Gallico si appostò direttamente fuori dalle mura di Roma. Di fronte alla città, i capi Gallici si resero conto che non vi erano sentinelle sulle mura né alcuna unità militare pronta a difendersi: credendo che si trattasse di una trappola, decisero di inviare alcuni esploratori per comprendere meglio la natura del territorio e cercare dei contingenti romani nascosti.

In realtà i romani non avevano forze sufficienti per difendersi dai Galli e anche le mura, poco più che un bastione di terra, non sarebbero mai state in grado di proteggere la città.

I romani avevano così deciso di abbandonare i quartieri che non sarebbero mai stati in grado di proteggere e preferirono, come estrema forma di difesa, rifugiarsi in una cittadella fortificata sul Campidoglio, che trovandosi in rilievo, poteva costituire una elementare forma di difesa.

I senatori, gli aristocratici, assieme ai soldati e alle loro famiglie, si rifugiarono nel Campidoglio, portando con sé i principali simboli religiosi e tutte le derrate alimentari che erano in grado di stipare.

I Galli poterono così entrare in città senza incontrare la minima forma di resistenza. Mentre Brenno dava ordine ai suoi di saccheggiare la città senza riguardo, una parte dell’esercito Gallico iniziò ad assediare il Campidoglio per stroncare anche l’ultima difesa romana.

La difesa della Cittadella

Nonostante non fossero in grado di proteggere Roma, i restanti legionari romani riuscirono ad attuare una efficace difesa del Campidoglio. Lasciarono salire i guerrieri Gallici fino a metà della collina, per poi investirli improvvisamente con frecce e giavellotti, travolgendoli con una carica efficace. I Galli decisero quindi di non tentare ulteriori confronti diretti e preferirono proseguire con un classico assedio.

Inoltre, il cibo cominciava a scarseggiare anche per i guerrieri Gallici, anche perché le campagne circostanti, bruciate dai contadini romani prima della fuga, non erano in grado di fornirgli nessun tipo di alimento .

Mentre i Galli continuavano ad assediare il Campidoglio e finivano di mettere a ferro e a fuoco Roma, il generale romano Marco Furio Camillo, che si trovava in quel momento presso la vicina città laziale di Ardea, radunò i cittadini e organizzò un contingente militare per liberare la capitale.

Camillo riuscì a sorprendere alcuni esploratori dei Galli, che stavano perlustrando le campagne alla ricerca di cibo o di prigionieri, e a batterli con poca difficoltà. Questo suo primo successo diede coraggio a tutta la regione e il generale romano fu in grado di ingrandire il suo esercito con combattenti provenienti da tutte le zone circostanti.

Il Senato, venuto a sapere della difesa organizzata da Camillo, gli inviò segretamente un messaggio con cui lo investiva della carica di dittatore e gli conferiva il pieno potere sull’andamento della guerra.

Nel frattempo, i Galli cercarono con l’astuzia di infiltrarsi nella Collina del Campidoglio: il piano funzionò. I Galli individuarono un luogo poco presidiato nei pressi del Tempio della Dea della nascita. I combattenti riuscirono così a conquistare la vetta del Campidoglio senza incontrare particolare resistenza.

Secondo la tradizione, il motivo per cui i romani asserragliati nella Cittadella non vennero completamente trucidati fu l’improvviso starnazzare di alcune oche, che svegliarono i legionari appena in tempo.

Guidati dal Generale Marco Manilo, i Legionari appena svegli affrontarono i Galli in una battaglia sanguinosa, riuscendo a scacciare i nemici dalla Cittadella.

La resa del Campidoglio e il riscatto a Brenno

Dopo sette mesi di assedio da parte dei guerrieri Gallici, entrambi gli eserciti erano stremati dalla fame. Iniziava inoltre a diffondersi per la città la malaria e l’epidemia, favorita dal caldo e dall’alto numero di uomini asserragliati in spazi ristretti.

I romani all’interno del Campidoglio, dopo una serie di consulti, decisero di arrendersi ai Galli di Brenno e accettarono la proposta di pagare mille libbre d’oro per convincere l’esercito Gallico a ritirarsi senza ulteriori combattimenti.

Il pagamento del riscatto fu particolarmente umiliante per i romani, i quali radunarono tutte le ricchezze della loro città e le consegnarono al cospetto di Brenno e dei suoi comandanti. Molto spesso i Galli modificavano i pesi sulle bilance per aumentare ulteriormente il già terribile riscatto, senza che i romani potessero contestarli.

Secondo Tito Livio, è esattamente in questa circostanza che il capo dei Galli, Brenno, avrebbe pronunciato la famosa frase: “Guai ai vinti!”

La ritirata dei Galli da Roma

Le fonti antiche, a questo punto, non sono chiare sugli avvenimenti successivi. Tito Livio ci informa che l’esercito di Furio Camillo si avvicinò alla città, e ordinò ai Galli di lasciare immediatamente il posto. Dopo il rifiuto di Brenno, sarebbe scaturita una feroce battaglia e qui Furio Camillo avrebbe pronunciato un’altra frase storica: “Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria! ”

Secondo questa versione, l’esercito romano di Furio Camillo riuscì rapidamente ad avere ragione dei guerrieri Gallici, che ormai erano fiaccati da mesi di assedio e dalla malnutrizione.

Plutarco si allinea alla tradizione di Tito Livio, e ci narra di alcuni scontri vinti dai romani con relativa facilità, mentre Polibio, un altro storico greco-romano particolarmente affidabile, non ci parla di album combattimento.

Probabilmente, i Galli si ritirarono spontaneamente della città di Roma, ma vennero attaccati, durante la loro ritirata, da alcuni contingenti militari, che furono in grado di infastidirli e prendersi una parziale rivincita. Gli storici romani successivi, con altrettanta probabilità, avrebbero “aggiustato” l’andamento dei fatti per non ammettere candidamente una così bruciante sconfitta romana.

Le conseguenze sulla psicologia dei romani

I romani vennero pesantemente colpiti, soprattutto a livello psicologico, da questo terribile episodio. Durante il sacco dei Galli da parte di Brenno, la città venne quasi rasa al suolo, e moltissimi documenti importanti relativi al periodo monarchico vennero persi per sempre.

I romani svilupparono anche il cosiddetto “Metus Gallicus”, la paura dei Galli, che sempre accompagnerà il popolo romano fino alla conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare.

Sicuramente, i romani si resero conto che il loro esercito era organizzato ancora in maniera troppo rudimentale: una pesante carica di feroci guerrieri era stata sufficiente per annientare le loro difese.

Come sempre nella tradizione romana, questa sconfitta fu fondamentale per portare la loro cultura militare ad un livello superiore, sviluppando delle nuove strategie, migliorando i loro armamenti e soprattutto iniziando a sviluppare delle tattiche sul campo di battaglia che li avrebbero resi invincibili.

Cesarione: il vero erede di Cesare, stroncato da Ottaviano

Cesarione è il nome più comune con cui si definisce Tolomeo XV Cesare, figlio maggiore della famosa regina Cleopatra, e probabilmente, unico figlio maschio naturale di Giulio Cesare.

La sua vita fu relativamente breve, ma la sua presenza fu importantissima per via del ruolo politico di suo padre: come figlio di Cesare, Cesarione ha rappresentato un gravissimo rischio per Ottaviano, il nipote adottato da Cesare, che ha avuto in lui un pericoloso pretendente alla successione alla guida di Roma.

Cesarione, per via della vittoria nella guerra civile proprio da parte di Ottaviano, venne giustiziato, sparendo dalla storia.

La presenza di Giulio Cesare in Egitto e l’incontro con Cleopatra

Dopo la vittoria di Giulio Cesare nella battaglia di Farsalo contro Pompeo Magno, il grande condottiero si recò in Egitto. Lì apprese della morte di Pompeo per ordine del Re Egizio Tolomeo, che credeva di fare un’importante favore al generale romano, togliendo fisicamente di mezzo il suo più grande rivale nella guerra civile.

Cesare, sia per un enorme credito economico che aveva nei confronti della famiglia imperiale d’Egitto, sia per una serie di favori politici che aveva concesso a questo paese negli anni precedenti, si ritenne in diritto di intervenire nella disputa in corso tra Tolomeo e la sorella Cleopatra, entrambi pretendenti al trono.

Questa intromissione negli affari egizi, provocò una grande reazione da parte di Tolomeo, del suo esercito e soprattutto del popolo, che assediò Cesare nel palazzo imperiale ad Alessandria, mettendo in grave rischio la sua vita. Fu esattamente in questa circostanza, nota come “Bellum Alexandrinum“, che Cleopatra, che mirava ad ottenere il controllo dell’Egitto ma che si ritrovava in una situazione di svantaggio rispetto a Tolomeo, pensò di presentarsi di fronte al grande politico romano per ottenere il suo appoggio.

Fra Cesare e Cleopatra scattò immediatamente un’intesa: questo accordo aveva certamente una natura politica, in quanto Cesare poteva controllare, attraverso Cleopatra, una zona di grande importanza strategica come l’Egitto, e Cleopatra poteva contare su un alleato importantissimo per garantirsi il potere.

Ma nacque anche una intesa personale: Cesare e Cleopatra svilupparono una relazione, dalla quale sarebbe nato un figlio: Cesarione.

La giovinezza di Cesarione

Tolomeo Cesare XV, o Cesarione, nacque da Cleopatra nell’estate del 47 a.C. La sua data di nascita potrebbe essere fissata al 23 giugno secondo una stele egizia che è stata ritrovata nella città di Menfi, e Tolomeo potrebbe essere ragionevolmente venuto al mondo giusto pochi mesi dopo la partenza di Giulio Cesare dall’Egitto.

Le fonti antiche sono abbastanza dubbie e ambigue sulla paternità di Cesare: secondo Svetonio, Cesare avrebbe sostanzialmente accettato Tolomeo come suo figlio, anche se non avrebbe dato il suo consenso ad un riconoscimento legale. Lo storico Nicola di Damasco afferma invece come Cesare non avesse intenzione di stabilire relazioni con il figlio, che andava a minare i suoi piani politici, tanto da non volerlo riconoscere e da escluderlo dal suo testamento.

Cesarione, il nome comune con cui veniva definito Tolomeo XV dalle fonti antiche, crebbe ad Alessandria d’Egitto, la città natia della madre Cleopatra. Ebbe un’educazione prevalentemente greco-ellenistica e la sua giovinezza fu relativamente stabile e sicura grazie al ruolo di potere di Cleopatra, garantito dall’alleanza personale e politica con Cesare.

Cesarione crebbe con i migliori maestri, che lo introdussero alle arti della retorica, della politica e della filosofia, sviluppando una preparazione di primo livello. La stessa madre, che parlava sette lingue, ebbe un ruolo primario nella sua educazione, e quasi sicuramente Cleopatra lo preparò a guidare il regno assieme a lei, puntando su Cesarione tutte le sue carte.

Il viaggio di Cleopatra a Roma

Un periodo importante, che può aiutarci a capire i rapporti tra Cesare e Cleopatra, e soprattutto le intenzioni che il dittatore romano aveva nei confronti di questo suo figlio naturale, è certamente il viaggio durante il quale Cleopatra e Cesarione raggiunsero Roma, negli ultimi anni del governo di Cesare.

Cleopatra e Cesarione visitarono Roma accompagnati dallo stesso Cesare, e risiedettero nella sua villa nei giardini vicino al Foro. In quell’occasione, Cesare dedicò un tempio alla Dea Venere genitrice, che rappresentava la sua discendenza, dal momento che Cesare si sforzava di propagandare come antenata la stessa Dea Venere.


Proprio in questo tempio, Cesare fece erigere un’enorme statua dedicata alla Dea Iside, che potrebbe essere considerata come la controparte di Venere in Egitto. Più di uno storico antico, e numerosi storici moderni, vedono in questa statua una probabile dedica a Cleopatra, ovvero un metodo indiretto di riconoscere lei come regina e Cesarione come suo figlio ed erede.

Non conosciamo esattamente le intenzioni di Cesare, ma la storia successiva parla chiaro: Cesare, raggiunto più tardi in Spagna dal nipote Ottaviano, venne probabilmente folgorato dalle capacità di questo giovane e promettente parente, tanto da modificare, appena prima della morte, il suo testamento depositato presso il tempio delle Vergini vestali.

Nel testamento, Cesare non menziona minimamente Cesarione, ma nomina come suo erede e successore legittimo proprio Ottaviano.

La morte di Cesare e il futuro di Cesarione

Alle idi di marzo del 44 a.C, Cesare venne ucciso dalla ben nota congiura: Cleopatra si trovò così in una posizione particolarmente delicata, in quanto il suo principale alleato, che era in grado di garantirgli il potere in Egitto, scomparve dalla storia.

Cleopatra avviò immediatamente contatti e relazioni diplomatiche con gli eredi di Cesare: Marco Antonio, il suo braccio destro e generale , e Ottaviano. Grazie ad una buona collaborazione con i nuovi leader, Cleopatra riuscì ad estendere il suo potere.

In particolare, Cleopatra riuscì ad utilizzare le sue arti amatorie e il suo indiscutibile carisma, per stringere una relazione stretta con Marco Antonio. Proprio grazie alla sua protezione, la Regina fu in grado di nominare Cesarione come futuro Re d’Egitto, che si sarebbe occupato di guidare lo stato assieme a lei, con gli stessi poteri.

Questa successione fu ufficialmente riconosciuta dal Senato romano all’inizio del 43 a.C, il che consolidò ulteriormente il disegno politico di Cleopatra. La donna diede allora il via ad una intensa produzione artistica di propaganda, che in numerose statue la accomunava nel regno al figlio, per imporre la figura del ragazzo presso i suoi sudditi.

Nel frattempo, Cesarione cresceva: all’età di 10 anni, accompagnò la madre in un viaggio presso la città di Antiochia, dove si incontrò con Antonio. Nel 37 a.C., Antonio concesse a Cleopatra una serie di ricche terre: Cirene, Cilicia e l’Isola di Creta.

La relazione tra Cleopatra e Antonio si era spinta tanto oltre da arrivare al matrimonio, celebrato nel 34 a.C: in questo modo, Marco Antonio in qualità di generale, Cleopatra come Regina e Cesarione come figlio di Cesare, stavano creando una vera e propria famiglia imperiale orientale, di stampo ellenistico.

Questo rappresentava un gravissimo pericolo per Ottaviano: tutta la carriera politica del giovane si basava sulla pretesa di essere il legittimo successore di Giulio Cesare, e un figlio maschio di Cesare era per lui un possibile avversario molto insidioso.

La guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio

Marco Antonio, evidentemente irretito da Cleopatra e dimentico della situazione a Roma, fece un passo falso: ignorando le disposizioni del Senato, dedicò tutte le proprie forze per ottenere nuove conquiste militari in Oriente, ampiamente foraggiato dalle ricchezze di Cleopatra.

Dopo aver ottenuto delle brevissime vittorie, per nulla utili, contro i Parti, decise di concedere ulteriori territori a Cleopatra: note come “Donazioni di Alessandria”, Marco Antonio regalò alla regina egizia una quantità sterminata di territori.

A Cleopatra venne ceduta la Libia, la Siria, la Fenicia, la Cilicia, ma anche delle splendide zone costiere in medioriente.
Mentre tutto questo accadeva, Cesarione aveva raggiunto l’età di 14 anni e venne dichiarato da Antonio come vero figlio di Giulio Cesare. Grazie a queste donazioni da parte di Antonio, Cleopatra e Cesarione dominavano su un impero che andava dall’India all’Ellesponto.

Si trattava di un’azione molto rischiosa da parte di Marco Antonio, che stava trattando dei territori ufficialmente assegnati a Roma come fossero una sua proprietà personale.

Ottaviano, che continuava a guardare con estrema preoccupazione le mosse in Oriente, colse immediatamente la palla al balzo per avviare una efficace propaganda contro Marco Antonio e Cleopatra, con tutto l’intento di stroncare possibili successori alla guida di Roma.

Con grande abilità, Ottaviano ottenne finalmente quello che voleva: il Senato romano dichiarò guerra a Cleopatra nella primavera del 32 a.C, adducendo come scusa la crescente e indebita influenza della regina in territori appartenenti a Roma, ma andando ad attaccare in realtà lo strapotere di Antonio.

Mentre Ottaviano si preparava alla guerra civile, e così anche Marco Antonio e Cleopatra, Cesarione aveva raggiunto la maggiore età: nell’estate del 30 a.C fu ufficialmente iscritto in alcuni elenchi chiamati “Registri del ginnasio”.

Si trattava di un elenco dove venivano segnati i giovani con tutti i titoli onorifici che gli appartenevano: significava per Cesarione l’ingresso definitivo nella comunità degli adulti, così da poter esercitare a tutti gli effetti il suo ruolo politico.
La vittoria di Ottaviano e la morte di Cesarione

La resa dei conti avvenne nella battaglia di Azio del 31 a.C, quando la forza navale di Ottaviano e del suo miglior generale, Marco Vipsanio Agrippa, riuscì a sconfiggere la controparte di Marco Antonio e Cleopatra.

L’epilogo è noto: Marco Antonio, completamente disperato, propose un duello personale contro Ottaviano per risolvere la questione. Ottaviano rifiutò, e assieme al suo generale Gallo Cestio, eseguì con il suo esercito una manovra a tenaglia per imprigionare l’Egitto.

Avendo saputo della morte di Cleopatra, Marco Antonio decise di suicidarsi. Ma la notizia si rivelò falsa, e, morente, spirò tra le braccia della Regina, che rimase sola a gestire Ottaviano.

Dopo alcune trattative, durante il quale il fascino di Cleopatra si infranse contro la freddezza di Ottaviano, la Regina, pur di non sfilare in catene di fronte al carro del nemico, si suicidò il 12 agosto del 30 a.C.

A questo punto, Ottaviano propose a Cesarione, con calcolata amichevolezza, di governare l’Egitto al posto della madre. Non sappiamo se questa offerta fosse genuina o se rappresentava solamente un pretesto per prendere tempo: sappiamo però che Ottaviano, consultatosi con i suoi principali consiglieri, e soprattutto spinto da un ex appartenente alla corte Alessandrina di nome Didimo, decise che la presenza di Cesarione era troppo pericolosa per durare.

La minaccia di Cesarione andata estirpata alla radice.

Così, per suo ordine, i soldati di Ottaviano cercarono e trovarono Cesarione, uccidendolo sommariamente. La morte del ragazzo tolse ad Ottaviano un possibile pretendente politico, consolidando la sua figura come unico e vero erede di Cesare.

Cesarione è dunque una meteora della storia, schiacciata dallo strapotere e dal calcolo politico di Ottaviano, che riuscì ad esercitare il suo potere solo per pochi mesi e che rappresentò, ufficialmente, l’ultimo faraone Egizio e il capolinea della gloriosa dinastia dei Tolomei.

Le spedizioni romane nell’Africa Sub-Sahariana: Roma ai confini del mondo

Il confine dell’Africa subsahariana fu uno dei più interessanti e ricchi di luoghi sconosciuti per i romani. Nel corso della loro storia, sotto ordine di diversi generali o imperatori, i romani inviarono più spedizioni nella zona dell’Africa subsahariana, con l’intento di scoprire i dettagli di quei luoghi e ottenere il controllo dei commerci di prodotti preziosi.

Una vasta serie di spedizioni permise ai romani di approfondire e scoprire con maggiore precisione la natura di quei territori. Alla fine, i romani scelsero di mantenere il controllo della parte costiera dell’Africa del nord, limitandosi ad una serie di incursioni occasionali, per un calcolo di costi-benefici che puntualmente gli suggeriva di non addentrarsi eccessivamente nel territorio africano.

LA MAPPA DELL’IMPERO ROMANO VISTA DALLO SPAZIO! MAGNIFICA

La spedizione di Cornelio Balbo, 19 d.C

Lucio Cornelio Balbo visse nel I secolo a.C e fu proconsole d’Africa nel 19 a.C. Durante il suo governo, la popolazione dei Garamanti iniziò ad interferire con gli interessi commerciali romani, soprattutto nella zona del Fezzan, nell’odierna Libia. L’allora imperatore Augusto gli ordinò così di attaccare quella popolazione, e di riprendere il pieno controllo del territorio.

Balbo ebbe a disposizione un contingente militare di 10.000 legionari che guidò nel profondo del deserto, attaccando le tribù berbere dei Garamanti e conquistandone la capitale, Garama.

Essendosi inevitabilmente spinto molto a meridione, Balbo decise per sua iniziativa di inviare alcuni esploratori per scoprire i dettagli di terre lontane e sconosciute. Emissari romani raggiunsero in quella occasione i monti Hoggar, situati nella regione centrale del deserto del Sahara.

I romani lasciarono una traccia di quel passaggio: abbiamo ritrovato monete e manufatti e, secondo le fonti antiche, quegli esploratori arrivarono fino al fiume Niger.

Diversi anni dopo, Plinio il Vecchio, nella stesura della sua più grande opera, la “Naturalis Historia”, utilizzò sicuramente i rendiconti di quegli uomini per tracciare una mappa molto più accurata e precisa dei territori subsahariani.

La spedizione di Svetonio Paolino

Gaio Svetonio Paolino è molto ben conosciuto per il suo governo della zona della Britannia, e per aver sconfitto la regina Budicca, una condottiera a capo di una delle più grandi rivolte contro il potere imperiale romano. 

Ma Svetonio Paolino, prima di spostarsi in Britannia, ebbe un incarico anche nell’africa del Nord: nominato governatore della Mauretania nel 41 d.C dovette affrontare una ribellione da parte di un principe berbero di nome Edemone, che dal 40 al 44 d.C sollevò la popolazione contro i romani, mettendo in grave crisi la presenza di Roma in quei territori.

Paolino venne affiancato da un altro  generale, Osidio Geta, e fu in grado, nel corso di pochi anni, di attuare interventi militari straordinariamente duri e molto ben organizzati, reprimendo efficacemente la rivolta.

Paolino approfittò delle spedizioni necessarie a stanare i ribelli per approfondire le conoscenze romane di quelle zone: i legionari raggiunsero le montagne situate nella Mauretania meridionale, nella zona dell’Atlante. La principale fonte di questa spedizione è di nuovo Plinio il Vecchio, che ci racconta di quanto la spedizione romana si fosse spinta a sud, fino a raggiungere un fiume denominato “Ger” e fino ad esplorare una territorio che corrisponde all’odierno Senegal.

Anche in questo caso, la spedizione di Paolino è confermata da una serie di manufatti coevi, che sono stati recentemente ritrovati.

La spedizione di Settimio Flacco, 50 d.C

Una nuova occasione di esplorare il territorio si verificò attorno al 50 d.C:  alcune tribù ribelli stavano nuovamente interrompendo i commerci nella zona, privando le province romane dell’Africa del nord di alcuni rifornimenti importanti. Sappiamo che un generale di nome Settimio Flacco, di cui tuttavia non abbiamo ulteriori informazioni e di cui non conosciamo i movimenti precisi sul territorio, riuscì a risolvere il problema approfittando nuovamente dell’occasione per esplorare il territorio.

Flacco sarebbe riuscito, partendo della città romana di Leptis Magna, ad attaccare il territorio dei Garamanti e a sottometterli nuovamente. Dopodiché, avrebbe viaggiato, superando le montagne del Tibesti, fino a raggiungere una terra di cui si avevano solamente informazioni sommarie, che geografi moderni fanno corrispondere al lago Ciad.

La spedizione di Festo nel 70 d.C

Nel 70 d.C, la popolazione dei Garamanti diede nuovamente dato filo da torcere ai Romani. In questo caso l’imperatore Vespasiano, proclamato nel 69 d.C, diede incarico ad un giovane generale di nome Gaio Valerio Festo l’incarico di battere nuovamente questa popolazione seminomade.

La spedizione romana ebbe nuovamente successo, in quanto i Garamanti vennero sconfitti e le loro incursioni fermate: non si hanno ulteriori informazioni su questa spedizione. Sembra comunque che gli uomini di Festo ebbero l’occasione di riavvicinarsi alla capitale dei Garamanti e che, grazie alla collaborazione di alcune guide locali, siano riusciti a raggiungere la città di Timbuktu, nell’odierna regione del Mali.

La spedizione di Giulio Matemo, 90 d.C

I romani compirono una nuova spedizione nella zona subsahariana con Giulio Matemo

A differenza delle occasioni precedenti, i romani avevano avuto il tempo, nel corso dei decenni, di stringere delle relazioni diplomatiche e di entrare in un contatto più profondo con le popolazioni che abitavano quei territori. Giulio Matemo, avrebbe quindi compiuto alcuni viaggi esplorativi accompagnato dal Re dei Garamanti, riuscendo a stabilire delle relazioni commerciali importanti e accumulando informazioni su quei territori con maggiore serenità e completezza rispetto alle occasioni precedenti

Anche Giulio Matemo sarebbe arrivato ai monti Tibesti, e sarebbe riuscito ad esplorare la regione intorno al fiume Niger.

Il disinteresse dei romani per la zona subsahariana

I rapporti tra i romani e i Garamanti vennero drasticamente interrotti dall’imperatore Settimio Severo, originario proprio di Leptis Magna , che ritenne estremamente dannose le incursioni di questo popolo, ma allo stesso tempo troppo dispendiose le continue spedizioni militari di conquista.

Per questo motivo, Settimio Severo diede ordine di costruire un enorme muro di protezione, che divise per diversi secoli quei due mondi.

Anche dal punto di vista economico, spedizioni romane in territori tanto profondi dell’Africa subsahariana non erano economicamente valide. Gli studiosi moderni hanno calcolato che un viaggio da Roma verso le zone più profonde dell’Africa subsahariana impiegavano una media di due anni, a fronte di una serie di guadagni o di relazioni commerciali importanti, ma non sufficienti da giustificare la spesa.

Per questo motivo, i romani scelsero di mantenere la propria influenza sulla parte costiera del Nord Africa, che poteva essere messa rapidamente in comunicazione con tutte le altre zone dell’impero via mare.

Livia Drusilla: vita dell’imperatrice di Roma che cambiò la storia delle donne

Livia Drusilla è stata l’incarnazione del potere femminile a Roma e uno dei personaggi più importanti nella storia del ruolo della donna.

Prima di lei, la tradizione romana prevedeva che le donne venissero fatte sposare per interessi puramente politici, soprattutto per suggellare, anche a livello personale, le alleanze fra le famiglie aristocratiche.

L’arrivo di Livia sul palcoscenico della storia cambiò tutto: ella fu la prima a sdoganare il concetto di “ imperatrice”, rappresentando il lato femminile del potere di Augusto e trasformando la figura della donna da semplice sposa a personaggio politico dalla natura autonoma, dotato di una propria volontà e in grado di influenzare, anche in maniera importante, le decisioni che vengono prese in seno alla famiglia imperiale.

Livia Drusilla può essere considerata a buon diritto la prima First Lady della storia antica, e la sua finissima intelligenza personale e politica le dà, a merito, un ruolo importantissimo nella nostra memoria.

La giovinezza, fino al matrimonio con Augusto

Livia Drusilla nacque nel 58 o 59 a.C a Roma. Come nella tradizione romana, era stata promessa in sposa ad un personaggio politico importante, che nel suo caso fu Tiberio Claudio Nerone, un esponente di spicco della famiglia Claudiana.

Il marito, nel gioco politico del suo tempo, si schierò dalla parte degli ottimati, il ramo conservatore del Senato, e sostenne Marco Antonio , l’ex braccio destro di Cesare, in contrapposizione ad Ottaviano, il nipote di Cesare, adottato, con grande sorpresa di tutti, come suo erede legittimo.

Livia seguì diligentemente il marito, con il primo figlio avuto da lui, Tiberio, in tutte le sue campagne militari. Ma quando Ottaviano vinse la guerra civile, la famiglia di Livia Drusilla ti ritrovò ad avere un acerrimo nemico in una posizione di potere assoluto.

Per questo motivo, Livia visse per diverso tempo in esilio in Grecia, e potè tornare a Roma solamente nel 39 a.C, incinta del secondo figlio di Claudio Nerone: Druso Maggiore .

Il suo incontro con Augusto, tuttavia, fu fulminante. Augusto si era già sposato due volte, ma solamente per motivazioni puramente politiche e senza alcun coinvolgimento sentimentale. Evidentemente l’incontro con Livia, fu per lui un colpo di fulmine.

Mentre Livia era ancora incinta di Druso, divorziò da suo marito per sposare Augusto nel 38 a.C.

Ovviamente, come in tutta la vita e la carriera di Augusto, la scelta di sposare Livia non fu dettata solamente dall’attrazione personale, ma anche dal calcolo politico. Augusto, in questo modo, si rappacificava con un‘importante famiglia aristocratica che aveva tutto l’interesse ad avere come alleati, mentre Livia riusciva ad imparentare la propria famiglia al Princeps che deteneva il potere assoluto.

Il matrimonio tra Augusto e Livia Drusilla fu ben visto dal popolo e dall’aristocrazia romana: Drusilla incarnava la figura fondamentale di matrona, fedele al marito, brava amministratrice della vita quotidiana, e promettente rampolla di una famiglia “bene” di Roma, in grado di dare lustro alla corte imperiale.

Livia Drusilla nella famiglia Imperiale

Livia Drusilla cominciò immediatamente ad ottemperare ai doveri che ci si aspettava da una matrona romana: supervisionava la gestione della casa, curava l’educazione dei figli e, aspetto piuttosto raro, gestiva il patrimonio personale dell’imperatore. In quel tempo viveva assieme ad Augusto in una casa situata sul Palatino, vicino al Tempio di Apollo.

Già in questa fase, Drusilla dimostrò di avere una grande indipendenza rispetto ad Augusto, riuscendo ad influenzare gli altri membri della famiglia e i principali senatori, in maniera morbida, ma allo stesso tempo efficace.

Ma oltre alla saggia amministrazione della vita imperiale, la più grande sfida per Livia Drusilla era quella di garantire un erede ad Augusto, e in particolar modo di ottenere che il futuro imperatore fosse uno dei suoi figli.

Livia Drusilla si trovava di fronte ad una grande sfida: Augusto aveva già una figlia, Giulia, nata dal suo secondo matrimonio, ed ella aveva dato alla luce due figlie, Giulia e Agrippina e tre figli: Gaio, Lucio e Agrippa Postumo. Questi tre ragazzi erano tutti possibili eredi al trono, e dal momento che erano imparentati con Augusto per linea diretta, si trovavano decisamente avanti nella linea di successione rispetto ai figli di Livia.

La lotta per la successione al trono

E’ questo forse il momento più controverso della vita di Livia. Nella sua quotidiana lotta per garantire la successione al trono ai suoi figli si verificò una serie costante di scomparse premature.

Purtroppo, la stessa Livia perse il suo figlio più giovane, Druso, nel 9 a.C, quando, combattendo contro le tribù germaniche del Nord, cadde tragicamente da cavallo, perdendo la vita nell’arco di pochi giorni.

Successivamente, sarebbero morti anche Gaio e Lucio: Gaio perse la vita nel 4 d.C all’età di 23 anni, per una ferita procurata in battaglia, e Lucio per una misteriosa malattia che lo colpì nel 2 d.C, mentre si trovava nelle Gallie e aveva solamente 19 anni.

Secondo le fonti antiche, soprattutto quelle più critiche nei confronti di Livia, la donna avrebbe avuto un ruolo importante in queste morti, che andavano ad eliminare sistematicamente i successori di Augusto, per fare strada a Tiberio. Di questo, tuttavia, non avremo mai prove definitive.

Per Livia rimaneva ancora un ostacolo: Agrippa Postumo. Ma in questo senso, le cose si misero a suo favore. Nonostante Augusto lo avesse puntato come erede, nel corso degli anni Agrippa rivelò un carattere particolarmente scostante e inadatto alla vita imperiale, dilettandosi in giochi lussuriosi, il che costrinse il padre, con una evidente pressione da parte di Livia, ad esiliarlo, prima a Sorrento e in seguito a Planasia.

La morte prematura di Lucio e Gaio, e il triste destino di Agrippa Postumo, portò quindi Tiberio in prima linea per la successione: questa idea ad Augusto non piaceva affatto. Nonostante Tiberio fosse un ottimo generale e si era sempre dimostrato fedele alla famiglia Imperiale, Augusto lo disprezzava sinceramente. Molte fonti antiche riferiscono che Augusto era solito trattare con molta antipatia e crudezza Tiberio.

Anche lo stesso Tiberio ricambiava il sentimento e soprattutto non aveva la minima intenzione di ricoprire la porpora imperiale. Mentre la madre lavorava incessantemente per assicurare proprio a lui la successione, Tiberio cercò di tirarsi fuori dai giochi di palazzo: comunicò ad Augusto la sua intenzione di ritirarsi a vita privata, auto-esiliandosi nell’isola di Rodi.

Dietro la motivazione ufficiale di “sentirsi stanco e di avere bisogno di riposo”, Tiberio cercava con tutte le proprie forze di non succedere ad Augusto, consapevole dell’enorme impegno che un eventuale elezione ad imperatore gli avrebbe comportato.

Ma Livia, con la sua straordinaria personalità, riuscì a convincerlo a rientrare in pista, imponendo la sua volontà sul figlio. Tiberio fu così costretto a divorziare dalla sua amata moglie, Vipsania Agrippina, e sposare l’ormai vedova Giulia nel 12 a.C .

Augusto, ormai anziano e stremato dal potere, capendo che non aveva più alcuna possibilità di scegliere un successore in linea diretta, e costantemente pressato da Livia, si decise infine per l’adozione di Tiberio, il che equivaleva ad una nomina a suo successore .

Nel 4 d.C, Augusto adottò, a malincuore, Tiberio, con estrema soddisfazione di Livia, che attraverso un lavoro di anni, era riuscita ad eliminare tutti i pretendenti, e a garantire la successione di suo figlio.

Gli ultimi anni di Livia

Livia rimase al fianco di Augusto, condividendone la fatica della vecchiaia, fino al 19 agosto del 14 d.C, quando il Princeps morì. La salute di Augusto era notevolmente peggiorata negli ultimi anni, e il suo carattere era diventato sempre più cupo, tanto che, secondo alcune fonti, comunicava con sua moglie solamente tramite lettera, non avendo più voglia di parlare con nessuno.

Sentendo avvicinare la morte, Augusto avrebbero avuto occhi solamente per Livia, tanto che l’ultima sua frase sarebbe stata : “Non dimenticarti mai del nostro amore! ”

Livia, rimasta senza il suo consorte, avrebbe comunque agito con estrema lucidità. Secondo alcuni, avrebbe aspettato fino a cinque giorni per comunicare l’annuncio della morte di Augusto al popolo romano, per permettere a Tiberio, che si trovava in quel momento fuori Roma, di ritornare in tempo al palazzo imperiale. Alcune malelingue, suggeriscono che la stessa Livia avrebbe somministrato dei fichi avvelenati al marito, per accelerarne la scomparsa e finalizzare la successione di Tiberio.

Nel testamento, Augusto cedeva il grosso del suo patrimonio esattamente a Livia e a Tiberio. Inoltre, in maniera molto strana per i giorni nostri, Augusto adottava Livia come sua figlia: si trattava di un artificio legale che permetteva a Livia di diventare Augusta, imperatrice ufficiale, con tutti i poteri che ne derivavano.

La convivenza tra Livia e Tiberio Imperatore

Livia aveva coronato il suo sogno: suo figlio Tiberio era ora imperatore. Ma la sua grande influenza iniziò a riversarsi anche sul figlio, così come era stato per il marito.

Tiberio però, iniziò quasi subito a mal sopportare le continue intromissioni della madre, rimuovendola sistematicamente da tutti gli affari pubblici per limitare la sua influenza. Inoltre, secondo alcune fonti antiche, uno dei motivi che avrebbe portato Tiberio ad allontanarsi da Roma per rifugiarsi nell’isola di Capri, fu proprio il tentativo di liberarsi della pesantissima presenza della madre.

Ad 86 anni, nel 29 d.C, Livia morì: fu esattamente in occasione della sua scomparsa, che si espresse tutto il disprezzo che Tiberio aveva per la madre.

Non solo non si presentò al suo capezzale, ed ella venne forzatamente sepolta perché il suo corpo si stava decomponendo nel letto, ma soprattutto, durante il suo funerale, espresse poche parole di cordoglio, per poi allontanarsi nel bel mezzo della cerimonia, giustificandosi con alcuni impegni improrogabili.

L’eredità di Livia Drusilla

Livia Drusilla è stata forse la donna più importante del primo periodo Imperiale: la donna che ha traghettato la figura femminile da semplice sposa ad imperatrice. La sua attività costante, diligente, per assicurare il potere al figlio Tiberio rappresenta certamente un autentico capolavoro di diplomazia e di gestione del potere familiare.

Ma Livia ebbe proprio da suo figlio la peggiore delle punizioni: l’indifferenza. Tiberio, tutt’altro che grato alla madre per il lavoro che aveva fatto per lui, probabilmente per l’imposizione di Livia sulla sua volontà, l’aveva ricompensata con grande freddezza, condannandola, negli ultimi anni, ad una situazione di estrema solitudine.

Le riforme di Lucio Cornelio Silla: lo strapotere del Senato

Quando Lucio Cornelio Silla rimase come unico dittatore di Roma, al termine delle guerre civili contro Caio Mario, pensò di avviare una enorme riforma dello Stato Romano, per restituire potere all’aristocrazia senatoria e cercare di contenere i problemi che avevano causato momenti di grande violenza e tensione.

La strada di Silla verso il potere fu molto difficile: dovette affrontare una vera e propria guerra civile contro il principale capo della fazione dei popolari, Caio Mario, un generale di grande talento che aveva salvato Roma dall’invasione dei Cimbri e dei Teutoni.

La guerra contro Mario aveva toccato dei punti di straordinaria violenza: Silla era stato costretto, con un esercito, a violare il confine sacro di Roma per riportare le istituzioni al loro funzionamento e mentre, successivamente, era impegnato in una guerra contro Mitridate in Oriente, Caio Mario e i suoi avevano ripreso il potere, dando luogo ad un violentissimo regime, durante il quale si erano verificate delle esecuzioni sommarie.

Silla era quindi tornato nuovamente in Italia per affrontare delle nuove battaglie contro i seguaci di Mario, in una guerra civile durissima, che aveva stremato il popolo romano e compromesso totalmente il funzionamento della Repubblica.

Dopo la morte di Caio Mario e la sconfitta definitiva dei popolari, Silla divenne il capo supremo di Roma, ed iniziò subito a pensare ad una vasta riforma, che nei suoi piani, avrebbe dovuto garantire un nuovo corso alla Repubblica Romana.

L’attacco ai tribuni della plebe

Silla apparteneva all’aristocrazia senatoria e credeva nell’assoluta autorità del Senato: tutte le sue riforme mirarono a riportare il pieno controllo della politica romana nelle mani di questa istituzione.

Le sue prime misure furono rivolte contro i tribuni della plebe.

I tribuni della plebe erano dei magistrati deputati a difendere gli interessi della parte più debole della popolazione, i plebei, e avevano il potere di bloccare qualsiasi legge realizzata dagli aristocratici che potesse ledere i diritti del popolo.

Si trattava di un ruolo molto importante, di una carica inviolabile, che nel corso del tempo aveva costituito un grande ostacolo alle riforme da parte degli aristocratici.

Silla si premurò di ridurre drasticamente i poteri dei tribuni: le sue riforme obbligarono i tribuni della plebe a chiedere il permesso del Senato prima di presentare una qualsiasi legge. Inoltre, il tribuno non ebbe più il potere di veto sui provvedimenti che venivano votati, il che svuotava completamente questa magistratura della sua funzione di controllo.

Anche l’interesse a ricoprire tale carica venne annientato: chiunque fosse stato eletto tribuno della plebe, anche solo una volta, non avrebbe più potuto candidarsi a nessun’altra magistratura successiva, per nessun motivo. Il che equivaleva, praticamente, ad un suicidio politico.

In questo modo, Silla aveva cancellato i poteri dei tribuni della plebe e reso questa carica assolutamente sconveniente per qualunque personaggio volesse affacciarsi al mondo politico.

Senza la funzione del tribuno della plebe, i plebei rimasero disarmati di fronte alle leggi del Senato, e il potere politico ritornò completamente nelle mani delle grandi famiglie aristocratiche.

Le limitazioni alle carriere politiche

Un altro intervento di Silla riguardò la carriera politica di un personaggio. Nel corso delle guerre civili, Silla aveva constatato più volte come il cosiddetto “Cursus honorum”, il percorso politico, fosse stato più volte violato, le tappe bruciate, le scorciatoie continuamente imboccate.

Silla decise di stabilire un percorso politico estremamente rigido, che non ammetteva alcuna eccezione: chiunque doveva ricoprire la carica di questore, successivamente di pretore e solo in seguito di console. Non vi era più alcuna possibilità di saltare i passaggi, o di candidarsi senza avere l’età legale.

Anche i tempi vennero “irrigiditi”: tra due magistrature dovevano trascorrere almeno 2 anni, e un qualsiasi magistrato avrebbe dovuto aspettare 10 anni prima di ricoprire lo stesso ruolo. 

Questi provvedimenti, estremamente severi, servivano, nel disegno di Silla, ad impedire che chiunque potesse accumulare troppo potere per un tempo pericolosamente lungo.

Dal momento che, tuttavia, il dominio romano si stava rapidamente espandendo, Silla pensò anche di ampliare il numero dei questori, portandolo a 20, e dei pretori, portandoli a 8 .

I provvedimenti sui governatori delle province

Un altro provvedimento importante da parte di Silla, fu quello di limitare il potere dei governatori delle province. Negli ultimi anni, i governatori provinciali riuscivano ad estorcere agli abitanti delle province parecchio denaro, sotto forma di tasse o di donazioni pretese.

In questo modo i governatori avevano la possibilità di arricchirsi rapidamente e di formare un proprio esercito privato da contrapporre a quello della Repubblica.

Le riforme di Silla prevedevano che un governatore potesse rimanere nella sua provincia per un numero di anni limitato, e avendo aumentato drasticamente il numero dei magistrati per amministrare le province, aveva evitato che i ruoli rimanessero vacanti permettendo a colui che era in carica di prolungare il suo mandato.

Inoltre, se un governatore, a seguito di una denuncia, fosse stato sospettato di soprusi, sarebbe immediatamente finito di fronte al cosiddetto “Tribunale del tradimento”, subendo un gravissimo e pericolosissimo processo, che avrebbe potuto stroncare la sua carriera.

L’aumento dei membri del Senato

La guerra civile aveva notevolmente ridotto i partecipanti al Senato. I senatori erano formalmente 300, ma dopo i combattimenti che si erano appena conclusi, il loro numero si era ridotto a poco più di 100.

Silla portò i membri del Senato da 300 a 600, nominando tra i nuovi senatori diversi appartenenti al ceto dei Cavalieri, una fascia della popolazione che si dedicava all’imprenditoria, e che stava assumendo un peso sempre maggiore nella società romana.

Ovviamente, un gran numero di Senatori apparteneva alla fazione politica di Silla, e condivideva con lui il suo piano di riforme.

La creazione dei Tribunali permanenti

Un’altra parte importante delle riforme di Silla riguardò i tribunali e soprattutto le giurie. Gli ottimati, gli aristocratici, volevano che le giurie fossero composte prevalentemente da Senatori, in modo tale da garantire maggiore protezione e minori condanne nei confronti di imputati del loro rango.

I Populares, al contrario, desideravano che le giurie dei tribunali fossero composte da loro seguaci e da Cavalieri, per ottenere il risultato opposto.

Silla annullò una precedente riforma del tribuno della plebe Caio Gracco, e permise nuovamente ai senatori di far parte delle giurie, dando all’aristocrazia senatoria un vantaggio nel giudizio dei tribunali e la possibilità di difendere con maggiore vigore la loro casta da processi e imputazioni.

Silla istituì sette nuovi Tribunali permanenti per i reati di omicidio, falsificazione, frode elettorale, appropriazione indebita, tradimento, lesioni personali ed estorsioni alle province.

Le punizioni personali di Silla

Oltre a questa vasta gamma di riforme, Silla utilizzò i suoi poteri di dittatore per colpire personalmente i nemici politici che gli si opponevano, o che potevano mettere in discussione l’impianto delle sue riforme.

Molto spesso Silla diede ordine di esiliare dei personaggi e di confiscare i loro beni, ma ancora peggio, in occasione di interrogatori per sospetti reati, si faceva spesso ricorso alla tortura.

L’azione di Silla, tuttavia, non si limitò solamente alle singole persone, ma coinvolse intere città che gli si erano opposte durante la guerra civile o che dimostravano resistenze politiche alle sue riforme.

In questo caso, la punizione di Silla si concretizzava in una serie di tasse e di tributi che mettevano in ginocchio le popolazioni di quelle città. Inoltre, spesso Silla faceva accampare contingenti delle sue legioni vicino alle città più turbolente e pericolose, come deterrente di natura militare.

L’eredità delle riforme di Silla

Le riforme di Silla riportarono il pieno controllo della politica Romana nelle mani del Senato e dell’aristocrazia. Erano riforme durissime, che soffocavano la possibilità da parte dei plebei di partecipare alla vita politica, e davano ai senatori poteri straordinari.

Tuttavia, le sue riforme non ebbero lunga durata: dopo il ritiro volontario di Silla a vita privata, la situazione politica venne dominata da nuove figure, come quella di Pompeo Magno, suo pupillo, e Licinio Crasso, un aristocratico che si stava facendo strada creando un enorme potere economico personale.

Alla morte di Silla, Pompeo e Crasso iniziarono a disattendere le istruzioni, e cercarono di ottenere il potere tramite delle misure come il ripristino dell’autorità del tribuno della plebe, in contraddizione con quanto aveva previsto Silla.

Gli eventi successivi, che culminarono con il triumvirato, un accordo politico privato tra Pompeo, Crasso e un giovane Giulio Cesare, rappresentarono la piena violazione delle riforme di Silla, che non sortirono minimamente l’effetto di riportare la Repubblica al pieno funzionamento, e che furono ben presto smantellate.

Industria: Istat, a giugno prezzi produzione +1,4% su mese

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A giugno 2021 i prezzi alla produzione dell’industria aumentano dell’1,4% su base mensile e del 9,1% su base annua.

Sul mercato interno i prezzi crescono dell’1,7% rispetto a maggio e dell’11,0% su base annua. Al netto del comparto energetico, i prezzi registrano un aumento meno marcato sia a livello congiunturale (+1,0%) sia a livello tendenziale (+5,2%).

Sul mercato estero i prezzi aumentano su base mensile dello 0,9% (+1,1% area euro, +0,8% area non euro) e registrano un incremento su base annua del 4,4% (+5,0% area euro, +4,0% area non euro).

Nel secondo trimestre 2021, rispetto al trimestre precedente, i prezzi alla produzione dell’industria crescono del 3,4%. La dinamica congiunturale è più sostenuta sul mercato interno (+3,7%) rispetto a quello estero (+2,2%).

A giugno 2021, con riferimento al comparto manifatturiero, si rilevano aumenti tendenziali per quasi tutti i settori; i più marcati riguardano coke e prodotti petroliferi raffinati (+30,3% mercato interno, +51,3% area non euro), metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+14,6% mercato interno, +20,4% area euro, +15,5% area non euro) e prodotti chimici (+9,3% mercato interno, +6,8% area euro). Le uniche flessioni, per altro di entità contenuta, interessano computer e prodotti di elettronica e ottica (-1,0% sul mercato interno), mezzi di trasporto e prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (rispettivamente, -0,6% e -0,1% per l’area non euro).

A giugno 2021 i prezzi alla produzione delle costruzioni per “Edifici residenziali e non residenziali” crescono dell’1,0% su base mensile e del 4,5% su base annua. I prezzi di “Strade e Ferrovie” aumentano dell’1,2% in termini congiunturali e del 4,0% in termini tendenziali.

Lucio Vero: il fratello meno fortunato di Marco Aurelio

Lucio Ceionio Commodo Vero, più noto come Lucio Vero, è uno di quei personaggi che hanno incontrato solo incidentalmente la storia romana, e che sebbene siano arrivati al più alto comando dell’impero, hanno lasciato una modesta eredità e non hanno forse avuto il tempo di lasciare una traccia del loro passaggio.

Eppure, Lucio Vero, fratello adottivo del ben più noto imperatore Marco Aurelio, ebbe una vita intensa ed interessante, condividendo con l”imperatore filosofo” un periodo importante della storia romana e soprattutto affrontando gravi pericoli, come la guerra contro i Parti e le incursioni delle tribù germaniche.

Lucio Vero verso il ruolo di Imperatore

Il punto di partenza della storia di Lucio Vero è certamente l’imperatore Adriano, che governò dal 117 d.C al 138 d.C. Adriano, uno dei più importanti e influenti imperatori del suo periodo, non aveva successori nè eredi legittimi. Così Adriano concentrò tutte le sue speranze su un personaggio chiamato Lucio Elio Cesare, che secondo alcune fonti del tempo potrebbe essere stato suo figlio illegittimo.

Elio Cesare, nelle intenzioni di Adriano, doveva essere certamente il suo successore, e per questo lo inviò a comandare la provincia romana di Pannonia, a nord del fiume Danubio, in qualità di governatore, soprattutto per accreditarlo agli occhi dell’aristocrazia senatoria.

Ma Elio Cesare soffriva da sempre di salute cagionevole, e infatti nel gennaio del 138 d.C, morì improvvisamente, probabilmente di tubercolosi, togliendo ad Adriano la speranza di poterlo nominare come suo successore.

Adriano, che sapeva quanto fosse importante il problema della successione, elaborò dunque un altro piano più complesso. Uno dei suoi migliori generali, uomo integerrimo e certamente fedele alle sue volontà, era Aurelio Antonino Pio. Adriano scelse di adottare come suo successore Antonino Pio, ponendo però una condizione ben precisa per l’adozione.

Antonino avrebbe regnato su Roma a patto di impegnarsi ad educare e traghettare verso il governo il giovane Marco Aurelio, ragazzo promettente che aveva impressionato Adriano con le sue doti, e Lucio Ceionio Commodo, il nostro Lucio Vero, che alcuni dicono essere il figlio di quell’Elio Cesare che non visse abbastanza.

Antonino Pio, chiamato Pio, ovvero “Devoto”, proprio per la piena obbedienza al volere di Adriano, si comportò egregiamente. Oltre a governare per più di 40 anni l’impero romano, garantendo un periodo di pace e di stabilità come pochi Roma aveva conosciuto, si dedicò a preparare Marco Aurelio e Lucio Vero per il governo, esattamente come desiderava Adriano.

Alla morte di Antonino Pio, Marco Aurelio venne nominato nuovo imperatore dal Senato e pretese immediatamente che suo fratello adottivo Lucio iniziasse da subito a governare al suo fianco, attribuendogli i titoli di Cesare e di Augusto, che avrebbero confermato il suo ruolo nell’Impero.

Si avviò così uno dei rari periodi di governo “a due” dell’Impero romano. Normalmente due imperatori alla guida di Roma non rappresentavano una garanzia di successo, anzi: molte volte il binomio aveva portato a conflitti e contrasti violenti. Ma questa volta le cose funzionavano: forse il carattere riflessivo e prudente di Marco Aurelio si completava, con sincero affetto, con quello più estroverso e mondano di Lucio Vero.

La campagna di Lucio Vero contro i Parti

Marco Aurelio e Lucio Vero dovettero immediatamente affrontare un’emergenza che andava verificandosi sui confini orientali: le incursioni dell’aggressivo regno dei Parti.

I rapporti tra impero romano e regno partico erano stati fino a quel momento garantiti dall’abilità diplomatica di Antonino Pio, e da un periodo di stabilità politica e militare dell’impero che fungeva da deterrente nei confronti di possibili incursioni dei Parti.

Tuttavia, proprio la morte di Antonino Pio aveva suggerito all’imperatore dei Parti, Vologase IV, di riprendere le ostilità contro Roma e in particolare di estendere il suo potere e la sua influenza sui territori della Cappadocia e della Siria. L’esercito di Vologase attaccò con grande efficacia e sconfisse i governatori romani di entrambe le province, mettendo in seria difficoltà il dominio romano nelle province orientali.

Marco Aurelio pensò che l’uomo più adatto per seguire quella campagna militare, soprattutto per accreditarsi adeguatamente agli occhi dell’aristocrazia senatoria e del popolo romano, fosse proprio il fratello, Lucio Vero. Egli, però, non era in realtà molto abile dal punto di vista militare e per questo Marco Aurelio nominò come suoi consiglieri di guerra una serie di validi comandanti che avrebbero di fatto deciso la strategia migliore per vincere i Parti.

Lucio Vero impiegò ben 9 mesi per giungere sul posto con l’esercito: alcune fonti citano una quasi sconosciuta malattia che lo avrebbe colpito più volte e avrebbe rallentato la sua marcia, mentre altri storiografi antichi, riconoscendo il carattere a volte lussurioso e mondano di Lucio, accusarono l’imperatore di essersi distratto con grandi viaggi di piacere durante il percorso.

Avviate le operazioni militari, mentre Lucio rimaneva ad Antiochia come capo “formale” della guerra, Stazio Prisco si occupò di invadere l’Armenia, uno stato cuscinetto che da sempre costituiva un confine tra l’impero romano e il regno dei Parti. Nel frattempo un altro grande generale, Caio Cassio Avidio, mosse gli eserciti romani verso est, in Mesopotamia, e riuscì a conquistare delle città strategicamente importanti come Odessa, Nisibis e Nicephorium.

La guerra ebbe conclusione definitiva nel 166 d.C, quando i legionari romani riuscirono a conquistare la città di Seleucia ma soprattutto la capitale dei Parti, Ctesifonte. Il palazzo reale di Vologase IV fu completamente raso al suolo e tutta la Mesopotamia divenne da quel momento uno stato cliente dei romani, riaffermando il pieno dominio di Roma sul territorio.

La campagna militare di Lucio Vero, nonostante fosse stata portata avanti dai generali che lo accompagnavano, fu comunque considerata un grandissimo successo da parte del popolo romano. Lucio ottenne il trionfo a Roma nell’ottobre 166 d.C, che condivise col fratello Marco Aurelio. In questa occasione Lucio Vero potè fregiarsi di alcuni titoli che riflettevano le sue vittorie militari: Armenico e Partico.

A seguito di questa straordinaria vittoria e di questo importantissimo successo, sia Marco Aurelio che Lucio Vero vennero nominati dal Senato come “Padri della Patria.”

Eppure, nel corso di questa spedizione militare si verificò un terribile episodio: proprio durante la conquista della città di Seleucia da parte dei legionari, il morbo della peste, portato probabilmente dalla Cina, entrò in contatto con il mondo occidentale, e scatenò quella che è nota come “Peste Antonina”.

Una devastante epidemia in grado di uccidere il 15% della popolazione romana di lì a a pochi anni, e che avrebbe di fatto messo in ginocchio le capacità produttive e la demografia dell’impero.

Il pericolo delle tribù germaniche del Nord

Vi era un’altra zona dell’Impero romano che destava la preoccupazione dei due imperatori: lungo la frontiera settentrionale del Danubio, diverse tribù germaniche stavano compiendo dei movimenti sospetti. Marco Aurelio e Lucio Vero iniziarono immediatamente a muoversi con l’esercito verso le frontiere settentrionali, per verificare le reali intenzioni delle tribù germaniche.

Qui la valutazione dei due imperatori ebbe una divergenza: Marco Aurelio rimaneva sospetto e temeva che le tribù germaniche, sebbene avessero formalmente confermato la loro fedeltà a Roma, stessero in realtà preparando un’invasione.

Lucio Vero, invece, era più propenso a credere alle parole dei capi germanici e spingeva il fratello Marco per tornare a Roma. Inizialmente Marco fu titubante, ma alla fine scelse di dare credito all’interpretazione di suo fratello e iniziò a ripiegare per ritornare in città. Fu esattamente durante il viaggio di ritorno, nel 169 d.C, che Lucio Vero improvvisamente si ammalò, e morì nell’arco di pochi giorni.

Le male lingue del mondo antico affermarono che Marco Aurelio lo aveva fatto avvelenare, proprio per le divergenze sulla conduzione della possibile campagna germanica, ma il comportamento di Marco Aurelio rivela sostanzialmente il contrario.

Sembra che Marco Aurelio fosse veramente addolorato per la morte del fratello adottivo, ipotesi confermata dalla sua decisione di farlo seppellire nel Mausoleo di Adriano, accanto ad Antonino Pio, avviando la sua divinizzazione.

La morte di Lucio Vero e il suo ruolo nella storia

Lucio Vero non fece in tempo ad elaborare una propria politica in grado di influenzare la storia romana. Stroncato da una malattia che non venne mai identificata o forse vittima della peste Antonina che proprio sotto Marco Aurelio sarebbe scoppiata, Lucio Vero rappresenta quasi una meteora della storia.

La sua campagna contro i Parti fu in realtà controllata e gestita dai generali che la accompagnavano, e visti i risultati, anche la sua valutazione sui movimenti delle tribù germaniche si rivelò inesatta. Marco Aurelio fu infatti costretto a combattere per gli anni successivi contro diverse tribù barbariche in quelle che sono note come “Campagne marcomanniche.”

Morendo, Lucio Vero lasciò tutta la responsabilità dell’Impero a Marco Aurelio, che nonostante fosse per principio contrario alla guerra, e anzi seguace della filosofia Stoica che ripudiava lo spargimento di sangue, fu costretto a impegnarsi sui campi di battaglia con straordinario vigore, per proteggere la sicurezza dell’impero.

L’imperatore Decio: l’anticristiano che cadde contro i Goti

Gaio Messio Quinto Decio nacque attorno all’anno 201 d.C nella città di Budalia, nell’odierna Serbia.

Le sue qualità lo portarono immediatamente ad impegnarsi in una carriera militare, ed evidentemente ebbe un rapido successo, tanto che già nel 232 d.C fu console suffetto, ovvero console “sostituto” di uno che viene a mancare, prima di servire come governatore delle provincie di Mesia, Germania inferiore e Spagna Tarragonese.

Durante il regno dell’Imperatore Filippo l’Arabo, venne anche nominato prefetto urbano di Roma, un incarico onorifico che conferma come Decio fosse ormai un generale e governatore di ottimo livello, destinato a posizioni amministrative di alto rango.

Mappa dell’Impero romano alla massima espansione

Mappa massima espansione impero romano

L’ascesa al ruolo di imperatore

Nel 245 d.C, la situazione nell’Impero divenne particolarmente caotica e pericolosa: alcune legioni stanziate sul confine settentrionale del Danubio si erano ribellate alle autorità e avevano autoproclamato come nuovo imperatore Tiberio Claudio Pacatiano. La ribellione delle legioni scoppiava in una situazione estremamente critica, proprio quando le tribù germaniche premevano inesorabilmente sui confini e razziavano sistematicamente il territorio.

Filippo l’Arabo, sentendosi inadeguato per affrontare una situazione tanto complessa, tentò di “dimettersi” da imperatore di Roma, ma il Senato rigettò le sue dimissioni in quanto voleva assolutamente evitare, in un momento tanto delicato, un vuoto di potere. Lo stesso Decio, uno dei più grandi sostenitori di Filippo l’Arabo, lo incoraggiò a prendere le armi contro le tribù germaniche.

Filippo rimase in carica, ma scelse di inviare proprio Decio sul Danubio, ben conscio delle sue capacità militari, per riprendere il controllo della situazione, reprimere la ribellione delle legioni ed espellere le tribù invasori dai confini romani.

L’intervento di Decio fu salvifico: già nel 249 d.C aveva riportato i legionari sotto il suo controllo, ristabilito l’ordine nelle aree settentrionali dell’impero e tranquillizzato la situazione.

Ma nel frattempo qualcosa era cambiato: le legioni stanziate sul Danubio, dopo aver osservato l’operato di Decio e apprezzando i suoi importanti successi militari, decisero di destituire Filippo l’Arabo e proclamare proprio Decio al suo posto.

Decio mosse così il suo esercito verso Roma nella primavera del 249 d.C. Alla notizia del suo arrivo, il sostegno nei confronti di Filippo l’Arabo, soprattutto da parte del Senato, è gratis ebbe un tracollo, e i due contingenti militari si incontrarono vicino a Verona nell’estate del 249 d.C

A onor del vero, Decio cercò di negoziare per risparmiare il sangue di migliaia di cittadini romani, e probabilmente anche per dare una via d’uscita ad un uomo con cui aveva collaborato e che gli aveva dimostrato fiducia.

Tuttavia, le loro posizioni non potevano conciliarsi, e alla fine le due forze militari non poterono evitare lo scontro. Decio uscì come netto vincitore della battaglia e Filippo fu ucciso nel corso dei combattimenti: forse venne abbattuto dai suoi stessi soldati, che desideravano porre fine al conflitto e proclamare Decio come suo successore.

Con la morte di Filippo, Decio venne proclamato dai legionari come nuovo imperatore.

Il regno dell’imperatore Decio

I primi atti di Decio come imperatore furono mirati a consolidare la sua autorità personale ma anche a ripristinare il potere il funzionamento dello Stato romano. Da un lato intensificò le campagne militari contro le tribù germaniche del nord, tentando di rendere i confini più sicuri e meno esposti alle continue invasioni, dall’altro promosse una serie di leggi per recuperare valori e tradizioni religiose popolari.

Decio ripristinò anche la magistratura del censore, un vecchio ruolo tipico del periodo repubblicano, che era deputato al controllo della morale pubblica. Probabilmente questa mossa da parte di Decio venne decisa per accontentare l’aristocrazia senatoria, ma è anche perfettamente in linea con la sua politica di ripristino della vecchia religione di stato.

Decio permise al Senato di scegliere direttamente il nuovo censore, e i senatori votarono all’unanimità per una giovane promessa della politica del tempo, Valeriano, che tuttavia preferì declinare l’offerta, adducendo delle difficoltà e delle complicazioni personali che gli impedivano di svolgere la carica. Probabilmente si trattò di una mossa di prudenza, dal momento che Valeriano aveva percepito una instabilità nel governo romano.

Nel frattempo, Decio commissionò una serie di progetti di costruzione e di manutenzione delle principali infrastrutture di Roma. Iniziò la costruzione delle Terme che avrebbero portato il suo nome, ma queste non furono completate fino alla sua morte, nel 252 d.C.

Decio diede anche ordine di riparare il Colosseo, danneggiato da diversi anni e oppresso dall’incuria: l’anfiteatro Flavio aveva ormai 170 anni, ed essendo stato recentemente colpito da un fulmine, necessitava di interventi immediati.

L’imperatore Decio contro i cristiani

Come tutti gli imperatori del suo periodo, Decio dovette affrontare il problema dei cristiani.

L’imperatore stabilì una data precisa entro la quale tutti i membri delle comunità cristiane cittadine erano tenute a compiere dei sacrifici in onore degli Dei del Pantheon romano, alla presenza di un magistrato. Coloro che avrebbero completato il sacrificio, avrebbero ricevuto un certificato a dimostrazione del rispetto dell’editto di Decio.

Questo obbligo, ovviamente, metteva in crisi le comunità cristiane, le quali, essendo monoteiste, non concepivano sacrifici agli Dei romani.

L’Editto di Decio provocò così una specie di caccia ai cristiani: molti magistrati, ma anche approfittatori che si volevano arricchire, si presero la responsabilità di smascherare quei cristiani che non avevano rispettato l’editto.

Tutti coloro che si rifiutarono di sacrificare agli Dei romani, nonostante le insistenti richieste dei magistrati, vennero giustiziati. A cadere nel corso di queste persecuzioni diversi personaggi importanti di quel periodo, tra cui Papa Fabiano e i vescovi di Gerusalemme e di Antiochia.

L’impero di Decio fu gravato anche da una terribile epidemia: già sotto Marco Aurelio la cosiddetta peste Antonina aveva pesantemente decimato la popolazione dell’impero. Durante il regno di Decio si verificò una seconda grave ondata di epidemia, che i medici di oggi identificano probabilmente con il vaiolo: questa orribile piaga non sarebbe finita che 15 anni dopo, nel 266 d.C.

Centinaia di persone morivano ogni giorno a Roma, e spesso i cadaveri si accumulavano per le strade, in un clima letteralmente infernale. Molti accusarono i cristiani di diffondere la peste e per questo motivo gli editti di Decio vennero confermati anche dagli imperatori che lo seguirono, fino a quando furono revocati nel 260 d.C, durante il regno di Gallieno.

La guerra di Decio contro i Goti

Decio dovette affrontare anche le implacabili invasioni barbariche, che partivano dal fiume Danubio e si diffondevano in tutto il territorio romano, gravando in maniera particolare sulle province di Mesia e Tracia. Dal momento che Roma stava affrontando una pesante instabilità finanziaria e non poteva permettersi di sostenere ulteriori spese militari, Decio decise di compiere una campagna militare risolutiva.

L’intenzione dell’imperatore era quella di attaccare la tribù dei Goti, che in quel periodo erano guidati dal loro Re Cniva. Ma la campagna venne ritardata dalla presenza di alcuni usurpatori al trono: un governatore provinciale, di nome Tito Giulio Prisco, decise di allearsi con i Goti e si dichiarò imperatore. Decio non dovette preoccuparsi a lungo: Prisco fu immediatamente ucciso dai suoi alleati, poco dopo la sua ribellione, probabilmente per gelosie personali e per una strenua lotta per il potere.

Ma di lì a poco un altro usurpatore fece il suo ingresso nella storia: si chiamava Giulio Valente Liciniano: insorse con una parte dei legionari sfidando l’autorità di Decio. Liciniano aveva alcuni alleati tra l’aristocrazia di Roma e rappresentava una minaccia molto più pericolosa rispetto a Prisco. Fortunatamente la ribellione fu rapidamente repressa per conto di Decio da Publio Licinio Valeriano.

Una volta soffocate le ribellioni, Decio potè concentrare tutti i suoi sforzi contro i Goti.

Gli uomini di Cniva stavano razziando la città di Nicopoli, vicino al Danubio: Decio lanciò un un attacco a sorpresa, costringendoli alla fuga. La campagna militare sembrava mettersi per il meglio, quando i Goti , anziché scappare e ritornare nei loro territori, decisero di operare un contrattacco contro le forze romane, vincendole e riuscendo a conquistare la città di Filippopoli, nell’odierna Bulgaria, che venne saccheggiata.

La morte di Decio

Decio cercò in ogni modo di vendicare il saccheggio di Filippopoli: mise rapidamente in piedi un nuovo esercito e portò con sé suo figlio, Erennio Etrusco, oltre ad un illustre generale di nome Treboniano Gallo. Le forze romane si scontrarono nuovamente contro quelle dei Goti nel giugno del 251 d.C, vicino alla città di Abritto, nell’odierno Nordest della Bulgaria .

Cniva attirò l’esercito romano in una palude, dove fu in grado di intrappolare i legionari, che vennero massacrati fino all’ultimo. Durante il combattimento, il figlio di Decio morì sul campo di battaglia colpito da una freccia e lo stesso Decio scelse di cadere armi in pugno .

Alcune fonti antiche hanno avanzato il sospetto che Treboniano Gallo si fosse messo in realtà d’accordo con i Goti al fine di eliminare Decio e prendere il suo posto sul trono, ma non ci sono conferme definitive di questa teoria.

Fatto sta che le legioni danubiane, rimaste senza generale, proclamarono nuovo imperatore proprio Treboniano Gallo.

La figura di Treboniano stava per scontrarsi con quella di Ostiliano, l’altro figlio di Decio, che era rimasto a Roma e mirava a succedere al padre. Fortunatamente, Treboniano dimostrò un buon senso dello stato, e anziché scatenare una nuova guerra civile, decise di adottare Ostiliano e di condividere il governo con lui.

Tunisia. Il baluardo della primavera araba in pericolo

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La crisi politica in Tunisia è entrata nel suo vivo dopo che il presidente Kais Saied ha dimesso il primo ministro e sospeso il parlamento, la prova più importante per le istituzioni del Paese dalla sua transizione alla democrazia dieci anni fa.

Gli oppositori di Saied hanno condannato la decisione, che il presidente ha definito costituzionale, come un tentativo di colpo di stato.

Saied ha adottato diverse misure di emergenza, incluso il divieto di circolazione di persone e veicoli dalle 19:00 alle 6:00 per un mese. Sono esentati i “casi sanitari urgenti” e i lavoratori notturni. Ai tunisini sarà inoltre vietato spostarsi tra le città durante il giorno, tranne che per soddisfare i bisogni essenziali. Sono vietati gli assembramenti di più di tre persone negli spazi pubblici.

Le truppe avevano circondato il parlamento e il palazzo del governo tunisini. Fuori dal parlamento, al suo presidente, Rachid Ghannouchi, è stato impedito di entrare nell’edificio. Ghannouchi, che appartiene al partito islamista moderato Ennahda, è tra coloro che descrivono la mossa del presidente come una presa di potere.

I manifestanti – alcuni a favore di Saied e altri che si sono opposti alle sue misure – sono passati dal gridare insulti e minacce al lancio di pietre e a scagliarsi bottiglie d’acqua l’uno contro l’altro. Le forze di sicurezza hanno anche preso d’assalto gli uffici della rete di notizie Al Jazeera nella capitale, suscitando timori di un giro di vite sulla stampa.

Saied ha anche annunciato che i ministri della Giustizia e della Difesa sarebbero stati sostituiti.

Ghannouchi ha twittato che Ennahda sta ora chiedendo ulteriori consultazioni e sollecitando Saied a ritirare la sospensione del parlamento. Ennahda ha anche rilasciato una dichiarazione invitando i sostenitori a evitare di radunarsi fuori dal parlamento per protestare, nonostante le precedenti chiamate a manifestare contro la decisione di Saied.

Gli analisti hanno espresso preoccupazione per il fatto che la decisione del presidente e gli eventi che ne sono seguiti rivelino la fragilità di fondo del sistema democratico tunisino.

È in Tunisia che la Primavera araba è iniziata nel dicembre 2010, quando un venditore ambulante si diede fuoco in segno di protesta. Il mese successivo, massicce proteste di piazza costrinsero il presidente tunisino, Zine el-Abidine Ben Ali, a dimettersi. Fuggì in Arabia Saudita, dove morì in seguito.

Le proteste contro altri leader autocratici si diffusero presto in gran parte del Medio Oriente, ma la Tunisia emerse come l’unica democrazia di quel periodo. Tuttavia, persistono problemi importanti, compresa la disoccupazione massiccia. Più di recente, una grave recessione economica e un’impennata dei casi di coronavirus hanno alimentato una diffusa frustrazione nella nazione.

“Dimostra che finché la tua democrazia non è completamente installata, allora c’è sempre un rischio”, ha detto Amine Ghali, direttrice del Centro di transizione alla democrazia di Kawakibi in Tunisia.

Le tensioni sono state esacerbate dal fatto che la Tunisia non ha una corte costituzionale, un’istituzione che in genere deciderebbe se la mossa di Saied possa essere considerata legale ai sensi dell’articolo 80 della costituzione.

Ai sensi di tale articolo, il presidente ha il diritto di adottare determinate misure se il paese “è in uno stato di pericolo imminente che minaccia l’integrità del paese e la sicurezza e l’indipendenza del paese”, purché si sia consultato con il primo ministro e il presidente del parlamento.

Ghali ha affermato che l’interpretazione di Saied della “minaccia imminente” viene ora percepita come “un po’ sovra-interpretata”.

“In assenza di questa istituzione, il presidente si trova l’unico interprete della costituzione e, come vediamo, ora si sta ritorcendo contro tutti questi partiti che si sono rifiutati di fondarla per cinque o sei anni”.

Secondo il segretario della Casa Bianca Jen Psaki l’amministrazione Biden è “preoccupata per gli sviluppi in Tunisia”. Ha aggiunto che alti funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato sono in contatto con i leader tunisini per “apprendere di più sulla situazione, sollecitare la calma e sostenere gli sforzi tunisini per andare avanti in linea con i principi democratici”.

L’UGTT, il potente sindacato tunisino, ha tenuto una riunione d’emergenza del suo comitato esecutivo e ha rilasciato una dichiarazione che sembrava sostenere le mosse di Saied mentre chiedeva “garanzie costituzionali” per salvaguardare la democrazia tunisina.

Le “misure eccezionali” adottate da Saied dovrebbero rimanere limitate nel tempo e di portata ristretta, ha affermato il sindacato, in modo che le istituzioni governative possano tornare presto a funzionare normalmente. Il sindacato ha anche sottolineato la necessità di rispettare i diritti umani e di perseguire il cambiamento politico “nel quadro di una chiara road map partecipativa che delinei obiettivi, mezzi e tempistiche, rassicuri le persone e dissipi le paure”.