martedì 3 Marzo 2026
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Perchè nelle lapidi dei primi cristiani, c’erano formule pagane?

Passeggiando tra le antiche necropoli romane o visitando le catacombe cristiane, può capitare di imbattersi in lapidi che riportano misteriose abbreviazioni come “D.M.”, apparentemente identiche a quelle delle tombe pagane.

Perché i primi cristiani, pur professando una fede nuova e rivoluzionaria, hanno continuato a utilizzare formule di origine pagana per commemorare i loro defunti?

Si tratta di un equivoco, di una semplice abitudine o di qualcosa di più profondo? Questo articolo esplora le ragioni storiche, culturali e religiose dietro la presenza di abbreviazioni pagane nelle lapidi dei primi cristiani.

Il contesto funerario nell’antica Roma

La morte, per i Romani, era un momento carico di significato religioso e sociale. Le pratiche funerarie erano regolate da una serie di riti e credenze che avevano lo scopo di garantire pace e protezione all’anima del defunto, ma anche di preservare la serenità della comunità dei vivi.

Uno degli elementi più caratteristici delle tombe romane era l’iscrizione dedicatoria. Sulle lapidi, accanto al nome del defunto e a brevi formule commemorative, compariva quasi sempre una sigla: D.M., abbreviazione di Dis Manibus (“ai Mani”).

I Mani erano le anime dei defunti, divinizzati e venerati come spiriti benevoli che vegliavano sui loro discendenti e sulla casa. Dedicare la tomba “ai Mani” significava dunque affidare il defunto alle cure di queste divinità dell’oltretomba, assicurando la sua protezione e il rispetto della sua memoria.

Questa formula, semplice ma solenne, aveva anche una funzione pratica: dichiarava il carattere sacro e inviolabile della sepoltura, scoraggiando profanazioni e atti irrispettosi. Nel vasto mondo romano, la sigla D.M. divenne così un vero e proprio marchio standard delle epigrafi funerarie, presente su tombe di ogni classe sociale, dai cittadini più illustri agli schiavi liberati.

La forza della tradizione e la diffusione capillare di queste consuetudini epigrafiche gettano le basi per comprendere perché, anche con l’avvento del cristianesimo, molte di queste formule siano sopravvissute, almeno per un certo periodo, sulle lapidi dei nuovi fedeli.

La diffusione della formula D.M. nelle lapidi

La sigla D.M. (Dis Manibus) divenne, a partire dall’età imperiale, una presenza quasi obbligata sulle lapidi di tutto il mondo romano. La sua diffusione fu tale che, per secoli, ogni monumento funerario – dalla semplice stele alle più elaborate tombe familiari – iniziava con questa formula, seguita dal nome del defunto e da eventuali dediche o epitaffi.

Questa abitudine rispondeva anche a una forte pressione sociale e culturale. In un’epoca in cui la religione permeava ogni aspetto della vita pubblica e privata, non conformarsi a certi riti e formule poteva essere visto come segno di trascuratezza, di mancanza di rispetto verso gli antenati o addirittura di pericolo per la comunità.

La dedica “ai Mani” era quindi una sorta di “garanzia” spirituale e sociale, un modo per assicurare che il defunto ricevesse le dovute attenzioni nell’aldilà e che la sua memoria fosse onorata tra i vivi.

La formula D.M. aveva anche una funzione giuridica: dichiarando la tomba dedicata agli Dei Mani, la si rendeva sacra e inviolabile secondo il diritto romano. Profanare una sepoltura “ai Mani” era considerato un crimine punibile dalla legge.

Non sorprende, quindi, che questa sigla sia diventata una sorta di “marchio di fabbrica” delle epigrafi funerarie romane, ripetuta meccanicamente dai lapicidi e accettata da tutte le classi sociali. La sua diffusione fu così ampia e radicata che, anche quando il cristianesimo iniziò a diffondersi, la formula continuò a essere utilizzata, almeno nelle prime generazioni di fedeli.

D.M: una formula pagana, nelle lapidi cristiane?

Con la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano, le comunità dei nuovi fedeli si trovarono a confrontarsi con una tradizione epigrafica consolidata e profondamente radicata.

Le prime generazioni di cristiani, pur portatrici di una visione religiosa e spirituale inedita, continuarono a utilizzare molti degli stessi formulari e delle stesse convenzioni delle iscrizioni pagane, inclusa la celebre sigla D.M. (Dis Manibus) sulle lapidi funerarie

Questa continuità non fu casuale. Da un lato, i lapicidi – spesso artigiani di scarsa alfabetizzazione – replicavano formule standard senza necessariamente conoscerne il significato profondo o la valenza religiosa. 

Dall’altro, la società romana era abituata a riconoscere in quelle abbreviazioni una sorta di “linguaggio ufficiale” della memoria dei defunti, che garantiva rispetto e protezione alla sepoltura. In questo contesto, la sigla D.M. mantenne la propria funzione di intitolazione e, allo stesso tempo, di elemento decorativo, anche nelle sepolture cristiane.

Gli studiosi concordano che i cristiani fossero generalmente consapevoli dell’origine non cristiana di queste formule, ma non le percepivano come in contrasto con la loro fede. Alcuni, come il Brusin, hanno sostenuto che “D.M., anche se proprio dei pagani, non offende la fede, il senso religioso dei cristiani, poiché le due lettere starebbero ad indicare lo spirito dei trapassati”. 

In alcuni casi, si trovano lapidi dove la sigla D.M. è stata incisa da una mano diversa rispetto al resto del testo, oppure è stata cancellata in epoca antica, a testimonianza di una certa flessibilità e della progressiva perdita di significato religioso della formula.

La presenza di abbreviazioni pagane nelle epigrafi cristiane riflette dunque un fenomeno di transizione e adattamento: per molto tempo, le nuove comunità cristiane continuarono a servirsi di un “vocabolario” funerario condiviso, in cui le formule tradizionali venivano svuotate del loro originario contenuto pagano e riutilizzate come semplici consuetudini epigrafiche.

Solo a partire dal V secolo, con l’affermarsi di un’identità cristiana più marcata anche nelle pratiche funerarie, l’epigrafia cristiana assunse caratteri propri, espressi da formule religiose specifiche, onomastica distintiva e riferimenti diretti alla fede nella resurrezione e nella vita eterna.

Questa fase di sovrapposizione e dialogo tra tradizione pagana e innovazione cristiana è ben documentata dalle iscrizioni delle catacombe e delle necropoli tardoantiche, dove simboli e formule dei due mondi spesso coesistono, testimoniando la complessità e la gradualità del cambiamento culturale.

Gli adattamenti cristiani delle iscrizioni pagane

Nel corso dei secoli, sono state avanzate diverse interpretazioni. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che i cristiani abbiano tentato di “cristianizzare” la formula, reinterpretando le lettere D.M. come abbreviazione di Deo Maximo (“al Dio Massimo”), in riferimento al Dio unico del cristianesimo. Questa teoria, tuttavia, non trova riscontro nelle fonti antiche né in altre testimonianze epigrafiche, e la maggior parte degli esperti la considera oggi poco fondata.

Altri hanno suggerito che la sigla, ormai svuotata del suo significato originario, fosse percepita semplicemente come una formula di apertura, priva di reale contenuto religioso. In pratica, per i cristiani delle prime generazioni, D.M. era diventata una sorta di “frase fatta”, un elemento decorativo e convenzionale che non entrava in conflitto con la loro fede.

In alcuni casi, si riscontrano persino tentativi di “neutralizzare” la formula: alcune lapidi mostrano la sigla D.M. cancellata o incisa in modo poco visibile, come se si volesse rispettare la tradizione senza però attribuirle troppo rilievo. In altri esempi, la sigla compare accanto a simboli cristiani inequivocabili, come la croce o il chrismon, segno che la comunità cristiana non vedeva incompatibilità tra le due tradizioni.

L’adozione di formule pagane da parte dei cristiani non fu il risultato di ignoranza o di confusione dottrinale, ma piuttosto il segno di una transizione graduale, in cui le forme esteriori della tradizione romana venivano progressivamente svuotate del loro significato originario e adattate a una nuova visione del mondo.

Solo con il tempo, e con il consolidarsi dell’identità cristiana anche a livello sociale e istituzionale, si affermarono formule e simboli specificamente cristiani, segnando la definitiva separazione tra le due tradizioni. Nel frattempo, la presenza di abbreviazioni pagane sulle lapidi dei primi cristiani resta una preziosa testimonianza della complessità e della ricchezza di questo periodo di passaggio.

Il calendario romano. Come funzionava il calendario dell’antica Roma?

Di Leonardo Conti

Una delle prime innovazioni della civiltà umana fu il calendario. Le prime testimonianze si hanno con i babilonesi e con gli egizi. Probabilmente, almeno all’inizio, aveva una valenza agricola e serviva a calcolare i giorni che intercorrevano fra la semina e la raccolta delle messi, o anche il periodo di gravidanza del bestiame.

Tutte le grandi civiltà hanno sviluppato calendari propri, con aspetti sia civili – dunque materiali -che religiosi. Quindi non dobbiamo stupirci se anche i Romani, così attenti all’aspetto pratico ma anche soprannaturale, abbiano sentito l’esigenza di calcolare i giorni dell’anno, fin dall’inizio della loro civiltà.

Il calendario romano, come ben sappiamo, è stato adottato – e, aggiungiamo, adattato – dalla Chiesa, giungendo fino a noi quasi invariato.

Scopriamone insieme l’evoluzione e la storia.

Il calendario di Romolo

Sappiamo da Macrobio, scrittore del IV secolo che, certamente, si rifaceva a fonti per noi perdute, che fu lo stesso Romolo, fondatore e primo re di Roma, a istituire il calendario (Saturnalia, I). In origine si trattava di un computo dei giorni di 10 mesi lunari, di 30 e 31 giorni alternati. Probabilmente era mutuato da quello greco, con pesanti influenze etrusche, comuni ad altri aspetti della vita quotidiana romana.

Cominciava dal 1° marzo e finiva il 31 dicembre.

E qui la prima difficoltà: sono infatti solo 304 giorni e non 365 come i nostri.

In realtà c’era già la consapevolezza che mancassero 61 giorni per raggiungere il termine del ciclo solare: il periodo invernale era visto con ogni probabilità come una sorta di “vuoto”, due mesi di fermo in cui non si faceva praticamente niente, né lavori nei campi né qualsiasi altra attività. Il 31 dicembre si smetteva di contare i giorni fino ai primi tepori e alle prime piogge primaverili.

Un indizio importante ce lo dà il nome del mese di Marzo, che richiama indubbiamente al dio Marte, dio della guerra. Difatti è risaputo che nell’antichità anche le armi tacessero in inverno.

Ecco dunque come si presentava il calendario di Romolo.

Martius (31 giorni)
Aprilis (30 giorni)
Maius (31 giorni)
Iunius (30 giorni)
Quintilis (31 giorni)
Sextilis (30 giorni)
September (30 giorni)
October (31 giorni)
November (30 giorni)
December (30 giorni) TOTALE: 304 giorni

Sulla stranezza di questo anno particolarmente corto si sono sbizzarriti letterati e studiosi antichi e moderni.

Ovidio, ad esempio, ci informa nei suoi Fasti che i 304 giorni corrispondono alla durata gestazione umana, ma facendo un rapido calcolo scopriamo che corrispondono a 10 dei nostri mesi, ovvero poco più di 43 settimane, quindi il conto non torna.

C’è chi ipotizza addirittura che il calendario romuleo non sia mai esistito e che sia soltanto una delle tante leggende legate alla fondazione della città.

Certo è che ben presto si dovette procedere a una radicale riforma.

Il calendario di Numa Pompilio

Già nel 713, stando alle fonti antiche, Numa Pompilio, il re romano più attento alle cose sacre, riformò il calendario.

Furono aggiunti 2 nuovi mesi, Gennaio (di 29 giorni) e Febbraio (di 28 giorni), per un totale di 57 giorni, di cui 51 ex novo e 6 tolti ai mesi che con Romolo erano di 30 giorni.

Come è risaputo i Romani pensavano che i numeri pari portassero sfortuna e, dunque, i mesi di Aprilis, Iunius, Sextilis, September, November e December furono accorciati di un giorno.

Per lo stesso motivo Febbraio, che di giorni ne contava 28, fu diviso in due frazioni: una prima che terminava il 23, con i Terminalia, la festa del dio Terminus – divinità che soprintendeva alla fine delle imprese e anche ai confini territoriali e dunque era il vero e proprio “ultimo dell’anno” -, a cui seguivano 5 giorni “di pausa”, per così dire.

Ecco lo schema di come si presentava il calendario riformato da Numa Pompilio.

Martius (31)
Aprilis (29)
Maius (31)
Iunius (29)
Quintilis (31)
Sextilis (29)
September (29)
October (31)
November (29)
December (29) Ianuarius (29) Februarius, prima dei Terminalia (23) Februarius, dopo i Terminalia (5)
TOTALE: 355 giorni

Il mercedonio

La riforma di Numa, pur correggendo in parte le imprecisioni precedenti, aveva un difetto evidente: quei 10 giorni mancanti.

Per ovviare a questa mancanza, i romani inserirono periodicamente un nuovo mese di 27 o 28 giorni, sottraendo 5 giorni a febbraio (che così finiva con i Terminalia, il 23) e aggiungendone 22 o 23. Tale mese si chiamava mese intercalare, o mercedonio.

Era un complicato sistema ciclico di 24 anni, in cui si alternavano per i primi 16 anni normali e anni con il mercedonio, a sua volta alternato fra 22 giorni e 23 giorni. Dal 17° anno si avevano solo anni di 355 giorni e anni di 377 giorni (mercedonio di 22), mentre il 24° anno, l’ultimo del ciclo, era di 12 mesi.

Tale procedura può apparirci piuttosto complicata ed astrusa a prima vista, ma, calcolatrice alla mano, scopriamo che era straordinariamente precisa per l’epoca.

Infatti il ciclo contava esattamente 8766 giorni, che divisi per 24 anni fornivano una media di 365,25 giorni. Una cifra straordinariamente vicina – si tratta di uno scarto di pochi centesimi – alla durata dell’anno scientificamente accertata solo con la riforma gregoriana del 1582!

I cosiddetti Fasti Anziati ci danno un chiaro esempio di come doveva essere il calendario all’epoca. E’ un affresco risalente al 60 a. C. circa ritrovato ad Anzio e oggi conservato al Museo Nazionale Romano; pur essendo frammentario, la sua lettura ci è abbastanza chiara e agevole in tutte le sue parti.

In questa iscrizione notiamo che il primo mese dell’anno è già gennaio. Non sappiamo da quando sia avvenuto il cambiamento dal marzo a gennaio come primo mese, ma Varrone ci testimonia, rifacendosi a una fonte perduta – un commentario di Marco Fulvio Nobiliore, console nel 159 a.C. – che questa innovazione esisteva già dal 153 a. C., ma probabilmente era molto più antica. La prova è nello stesso nome di Gennaio, in latino Ianuarius, un’evidente dedica a Giano, divinità romana bifronte soprintendente ai confini, alla fine ma soprattutto agli inizi.

Ma anche il sistema dei mesi intercalari aveva dei difetti. L’indizione del mercedonio era prerogativa dei pontefici massimi che, col passare del tempo, presero a inserirlo o toglierlo arbitrariamente, probabilmente non comprendendo bene neppure a cosa servisse.

E questo decretò squilibri fra i giorni effettivi e lo scorrere delle stagioni piuttosto evidenti. Basti solo pensare che, ai tempi di Giulio Cesare c’era uno scarto di ben 67 giorni.

E fu proprio Cesare, come sappiamo, ad intervenire in modo decisivo.

La riforma del calendario di Giulio Cesare

Anzitutto va detto che Cesare non agì a sproposito o al di fuori della legge: come in altre occasioni la sua azione cercava di rientrare, almeno formalmente, entro i canoni della repubblica romana, rifiutando di apparire un tiranno.

In qualità di pontefice massimo, quindi, si rese conto che il computo dei giorni era pesantemente sfalsato rispetto alle stagioni e agì come di sua competenza. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XVIII, 210-212) ci informa che incaricò uno dei più celebri studiosi dell’epoca della materia: Sosigene di Alessandria.

Svetonio, nella Vita di Cesare, ci tramanda i provvedimenti che Giulio Cesare prese, su suggerimento dell’importante astronomo alessandrino che aveva condotto evidentemente calcoli approfonditi e convincenti.

Anzitutto, per riequilibrare il tutto, prolungò la durata dell’anno 46 a. C. di ben 101 giorni: oltre al già previsto mese mercedonio, aggiunse altri due mesi di 40 e 39 giorni.

L’anno successivo fu invece l’anno della riforma vera e propria del calendario, che non a caso viene definito “Giuliano”: il mese intercalare venne abolito, procedendo alla redistribuzione dei giorni nei vari mesi, e venne introdotto il sistema degli anni bisestili, con l’aggiunta di un giorno al mese di febbraio ogni 4 anni.

Una curiosità: il nome “bisestile” deriva da “bis sextum (ante calendas martias)”, vale a dire “il giorno dopo il sesto giorno dalle calende di marzo”, secondo il singolare modo di contare i giorni dei romani. Questo perché il giorno aggiuntivo della riforma giuliana non era il 29 febbraio, come lo è per noi, bensì il 24, ovvero il giorno dopo la festa dei Terminalia, con cui ricordiamo che terminava la prima parte di febbraio nel calendario di Numa Pompilio.

Ecco lo schema di come si presentava il calendario di Giulio Cesare.

Ianuarius (31)
Februarius (28, ogni 4 anni 29)
Martius (31)
Aprilis (30)
Maius (31)
Iunius (30)
Quintilis (31)
Sextilis (29)
September (29)
October (31)
November (29)
December (29)
TOTALE: 365 giorni (ogni 4 anni 366)

Fu una rivoluzione epocale che riequilibrò il computo dei giorni, anche se conteneva un lieve errore, che dovette essere corretto quasi 1600 anni dopo da Papa Gregorio XIII (1582).

L’Età imperiale e il passaggio al Cristianesimo

L’età imperiale non apportò grandi cambiamenti al calendario romano. Le uniche modifiche di rilievo furono per così dire segno di devozione agli imperatori e alle nuove divinità.

L’uccisione di Cesare e la sua divinizzazione nel 44 a. C. fecero sì che il mese in cui era nato (il giorno 13), Quinctilis, cambiasse nome in Iulius, diventando il nostro Luglio.

Anche il mese di Sextilis, subì la stessa sorte: nell’8 a. C. fu chiamato Augustus, in onore di Ottaviano Augusto, che in questo mese aveva conseguito importanti vittorie militari e il suo primo consolato. Il caso volle che il primo imperatore romano morisse proprio nel mese a lui dedicato, per la precisione il giorno 19 del 14 d. C.

La figura centrale e al limite del divino degli imperatori fece sì che si festeggiassero come delle vere e proprie ricorrenze religiose i compleanni dei sovrani, anche se i festeggiamenti vennero sovente aboliti per effetto della damnatio memoriae che subirono alcuni principes per la loro cattiva condotta durante il regno.

Le innovazioni più significative furono dovute alle nuove religioni che si facevano strada nella società romana, affiancandosi e ad un certo punto sostituendo i culti tradizionali romani.

Il 25 dicembre, per fare qualche esempio, la religione del Sol Invictus, culto molto in voga dal III secolo dopo Cristo, festeggiava la nascita del suo nume tutelare: il sole.

L’avvento del Cristianesimo, siamo nel IV secolo, volle soppiantare questa festività, ponendovi l’anniversario della Nascita di Cristo e sposando una tradizione ancora più antica del popolo romano: lo scambio dei doni. Infatti alla fine di dicembre si festeggiavano i Saturnalia, in cui, fra le altre cose, gli antichi usavano invitarsi a banchetti e scambiarsi doni (detti strennae).

Anche il nome “ferragosto” deriva dalle Feriae Augusti, festività istituite da Augusto nel mese a lui dedicato.

La nuova religione, ormai divenuta ufficiale, dimostrò di voler “prendere in prestito” antiche tradizioni, anziché soppiantarle del tutto.

La struttura del calendario romano

Ed ecco il calendario romano, nella sua forma tradizionale

I giorni

I romani aveva un modo particolare di contare i giorni del mese.

Particolare e…forse non molto pratico ed immediato.

Innanzitutto individuavano 3 giorni particolari in un mese, le calende, le none e le idi, e poi contavano i giorni che mancavano a questa data, comprendendo sia la data di partenza che di fine.

Quindi dicevano ante diem tertium Nonas Aprilis” (abbreviato “a.d. III N. Ap.”),per dire il 3° giorno dalle none di Aprile, vale a dire il nostro 5 aprile. Per fare un altro esempio, per indicare il giorno 15 Marzo, giorno in cui fu ucciso Giulio Cesare, dicevano Idibus Martiis.

Le Calendae, le Nonae, e le Idi altro non erano che un retaggio dell’antico calendario lunare di Romolo, quindi indicavano la luna nuova, il primo quarto e la luna piena. Mentre le calende erano sempre il primo giorno del mese, none e idi cadevano in giorni variabili a seconda del mese: per gennaio, febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre, le none erano il giorno 5 e le idi il 13; per marzo, maggio, luglio e ottobre, le none erano il 7 e le idi il 15.

Era un sistema un po’ macchinoso, che, probabilmente per la volontà di semplificare il computo dei giorni ha lasciato spazio ai nostri numeri.

Le settimane

I già ricordati Fasti Anziati riportano, accanto a ciascun giorno del mese, una lettera che va dalla A alla H e poi ricomincia da capo. E’ il cosiddetto sistema nundinale, un ciclo di nove giorni (Novem dies) che corrispondeva alla nostra settimana. In realtà erano otto giorni, perché i romani contavano anche la data finale.

Era un ciclo particolarmente importante, in quanto scandiva la vita quotidiana dei romani e soprattutto i giorni in cui si tenevano i mercati settimanali e le fiere periodiche, ma anche dei giorni appositi per espletare funzioni pubbliche e giuridiche.

Con la riforma di Giulio Cesare e l’avvento dell’impero si eliminò questo sistema, forse perché piuttosto complicato, a favore della nostra settimana, dando ai giorni i nomi dei pianeti che allora si credeva ruotassero attorno alla terra:

  • Solis dies (giorno del Sole)
  • Lunae dies (giorno della Luna)
  • Martis dies (giorno di Marte)
  • Mercurii dies (giorno di Mercurio)
  • Iovis dies (giorno di Giove)
  • Veneris dies (giorno di Venere)
  • Saturni dies (giorno di Saturno)

Con Costantino e l’avvento del Cristianesimo come religione ufficiale dell’impero, si volle estirpare questi nomi pagani a favore di nomi più consoni, quindi il giorno del Sole divenne il giorno del Signore (Dies Dominica), poi si passava alla Feria Secunda, la Feria Tertia, Feria Quarta, Feria Sexta fino al Sabbatum, il giorno sacro secondo l’ebraismo(si ricordi che Gesù e i primi discepoli erano ebrei).

Col tempo alcuni nomi “pagani” sono rimasti, segno che la riforma di Costantino non aveva poi così tanta presa per il popolo, dunque abbiamo Lunedì, Martedì … ma anche Domenica e Sabato.

Questo, naturalmente, in Italia e nelle lingue neolatine, mentre ad esempio nel mondo anglosassone “domenica” si dice ancora Sunday mentre in tedesco è Sonntag (giorno del sole).

I mesi

I nomi dei mesi romani avevano diverse radici, a volte sacrali a volte molto profane.

Ianuarius (Gennaio) era dedicato al dio Giano, che proteggeva la fine ma soprattutto gli inizi delle cose, e, quindi, aveva un significato benaugurante.

Februarius (Febbraio)invece era sacro al dio Februus, dio della purificazione di origine etrusca, e quindi vi erano importanti cerimonie in tal senso.

Martius (Marzo)era sacro al dio della guerra Marte ed era, come detto, il periodo in cui si riprendevano le guerre, oltre alle normali attività agricole e pastorali.

Secondo gli antichi (Varrone, Ovidio), Aprilis (Aprilis) era così chiamato perché la natura si apre alla primavera, quindi è il periodo in cui sbocciano i fiori. Studiosi moderni lo collegano anche alla dea Apro, il nome etrusco della dea Afrodite, ad indicare la stagione degli amori e della fecondità.

Il nome Maius (Maggio) era collegato alla dea Maia, protettrice della fertilità della terra.

Anche Iunius (Giugno) era dedicato a una dea, la dea Giunone, protettrice della maternità (in questo caso del bestiame.

Iulius (Luglio) abbiamo visto che era dedicato a Giulio Cesare che era nato in questo periodo, ma il suo antico nome era Quinctilis, il quinto mese dell’anno.

Parimenti, Augustus (Agosto) era dedicato ad Augusto, che lo considerava un periodo molto favorevole alla sua carriera politica, ma era anche il periodo in cui ricorreva l’anniversario della sua morte.

I restanti mesi di September (Settembre),October (Ottobre), November (Novembre) e December (Dicembre) si chiamano così, come è facile dedurre, dai numerali corrispondenti al settimo, ottavo, nono e decimo mese dell’antico calendario di Romolo che ricordiamo aveva soltanto dieci mesi.

Gli anni

Anche il conteggio degli anni risultava un po’ macchinoso. In età repubblicana si individuava l’anno con il nome dei consoli in carica, ma era una notevole prova di memoria per i cittadini che non sempre potevano ricordarsi i nomi delle due più alte cariche dello stato, specie se non erano personaggi in vista come Cesare, Pompeo o Cicerone.

Nella tarda repubblica si cominciò pertanto a indicare il passare degli anni con la sigla AVC che sta per AB VURBE CONDITA, ovvero dalla fondazione di Roma, avvenuta nel 753 a. C.

Verso la fine dell’Impero Diocleziano, con evidente megalomania, cominciò a contare gli anni AD, vale a dire Anno Diocletiani, dalla sua salita al trono, mentre con l’avvento del Cristianesimo si cominciò a scrivere AD, ma per Anno Domini, cioè l’anno dalla nascita di Gesù Cristo, che tuttavia fu calcolata, con molte imprecisioni, soltanto nel VII secolo da Dionigi il Piccolo.

Il calendario romano, pur se modificato nei secoli, è ancora valido ed è diventato il nostro.

E’ ancora il più usato al mondo, segno della sua efficacia e della sua precisione e anche della sua semplicità.

Dalla riforma di Giulio Cesare, passando per una piccola correzione nel XVI, si conserva pressoché immutato da più di duemila anni. Molti hanno provato a modificarlo, molte altre culture lo affiancano al loro sistema di contare i giorni, senza per questo eliminarlo del tutto, perché ormai è diventato universale.

E’ uno dei lasciti del mondo romano.

Forse quello che, essendo parte integrante della nostra quotidianità, passa più inosservato.

I miti su Nerone: dall’incendio di Roma al rapporto con la madre

Traduzione e adattamento di Fabio Saverio Gatto

Se dovessimo pensare a una figura che incarna la decadenza, la distruzione e la dissolutezza dell’antica Roma, il nome di Nerone sarebbe probabilmente il primo a venire in mente a molti.

Salito al potere nel 54 d.C. a soli 16 anni, Nerone nei successivi 14 anni si macchiò di crimini efferati: assassinò le sue due mogli, sua madre e sua zia. La sua vita privata fu altrettanto scandalosa, con matrimoni con due uomini diversi e relazioni incestuose con sua madre e una Vestale.

Ma le scappatelle sessuali e gli omicidi non furono le uniche occupazioni del giovane imperatore. La tradizione popolare gli attribuisce anche l’incendio di Roma, descrivendolo mentre suonava (o armeggiava con uno strumento musicale) mentre la città era in fiamme. Per distogliere i sospetti da sé, Nerone incolpò poi i cristiani. L’immagine del capriccioso e folle Nerone è stata immortalata in film e serie TV come Quo Vadis e Io, Claudio, senza dimenticare il software per computer Nero Burning ROM.

Ma quanto c’è di vero nelle storie che alimentano la nostra immagine popolare dell’imperatore Nerone? Vorremmo fare chiarezza su due dei malintesi più diffusi sul suo regno: la sua presunta responsabilità nell’incendio di Roma e la sua relazione incestuosa con la madre, Agrippina Minore.

Queste narrazioni si trovano nelle fonti storiche antiche (tutte risalenti almeno a una generazione dopo la morte di Nerone), ma è fondamentale non considerarle verità assolute. Infatti, le stesse fonti le presentano come voci, non come fatti accertati.

Nerone incendiò Roma?

Già nell’antichità Nerone era accusato di essere un incendiario, con voci sul suo coinvolgimento nel Grande Incendio di Roma del 64 d.C. riportate da Tacito, Cassio Dione e Svetonio nella loro biografia di Nerone. Nonostante la maggior parte degli studiosi moderni concordi nell’escludere la responsabilità di Nerone, la moderna “macchina del gossip” (rappresentata da Internet) sembra riluttante ad assolverlo completamente.

Solitamente vengono addotte due ragioni per spiegare perché Nerone avrebbe incendiato Roma. La prima lo descrive come un folle megalomane che distrusse la città semplicemente per dimostrare il suo potere. Svetonio racconta un aneddoto in cui, a un uomo che diceva “Quando sarò morto, possa la terra essere consumata dal fuoco!”, l’imperatore rispose con un arrogante “No, finché vivo io!”.

La seconda motivazione spesso citata è che Nerone desiderava ricostruire Roma secondo i suoi progetti, che includevano una sfarzosa nuova residenza per sé, la “Casa Dorata” (Domus Aurea). Un mito moderno vuole che questo nuovo palazzo fosse costruito esclusivamente per ospitare feste e orge.

Analizzando attentamente le fonti storiche, l’unica prova che accusa Nerone di aver appiccato l’incendio di Roma deriva da voci e dicerie. Lo stesso storico Tacito lo ammette: “Sebbene Nerone si trovasse fuori città quando scoppiò il rogo, si diffuse la voce che l’imperatore avesse cantato della distruzione di Troia dal palco del suo palazzo.

Cassio Dione descrive il caos nelle strade mentre l’incendio divampava, con la gente che correva in preda al panico, chiedendosi l’un l’altro come fosse potuto accadere. In una situazione così disperata, priva di fonti di informazione affidabili, è facile comprendere come abbiano potuto diffondersi tali voci.

Nerone commise incesto con sua madre?

Nerone, oltre a una reputazione immeritata di incendiario, si è visto affibbiare anche quella di incestuoso depravato. Le sue presunte relazioni sessuali con la madre Agrippina gli hanno garantito un posto in classifiche delle “perversioni sessuali più estreme dei Romani” e in articoli di cronaca sul suo “palazzo del piacere”. Tuttavia, come per l’incendio di Roma, questa immagine di Nerone si basa esclusivamente su antiche voci, non su fatti accertati.

Il popolo romano amava particolarmente speculare sulla vita sessuale dei propri imperatori. Un aneddoto narra di Nerone e sua madre trasportati per Roma in una lettiga con l’imperatore che sarebbe uscito con macchie sospette sui vestiti. Immediatamente, iniziarono a circolare pettegolezzi sul fatto che la coppia avesse fatto ben più che discutere di legislazione imperiale dietro quelle tende.

A rendere la situazione ancora più scandalosa, l’imperatore si prese un’amante che era la copia esatta di sua madre, un evento che fece infiammare il gossip in tutta Roma.

Queste osservazioni possono essere interpretate come reazioni a una situazione politica inusuale. Nerone aveva solo sedici anni quando fu proclamato imperatore, e sua madre Agrippina assunse un ruolo dominante come tutrice, nominando persone a lei fedeli in posizioni chiave. La sua notevole influenza è testimoniata da monete dell’epoca che ritraevano sia l’imperatore che sua madre sul lato principale, suggerendo una parità di potere tra i due.

Secondo Cassio Dione, la posizione senza precedenti di Agrippina alimentò continue speculazioni a Roma, poiché la mancanza di informazioni precise sugli affari interni al palazzo portava alla diffusione di voci. Queste voci erano spesso basate su pregiudizi culturali radicati: nella società romana, si riteneva che una donna potesse esercitare il potere politico solo attraverso mezzi ingannevoli o immorali.

Una voce particolarmente insistente si diffuse quando Agrippina iniziò a perdere influenza su Nerone, che mostrava una crescente attenzione verso la sua affascinante cortigiana Poppea Sabina. Secondo questa diceria, Agrippina, vestita in modo sfarzoso, si offrì a suo figlio mentre lui giaceva in stato di ebbrezza dopo un lungo pranzo abbondantemente innaffiato dall’alcol.

Cassio Dione osservò:

«Non sono certo se questo episodio sia realmente accaduto o se sia stato inventato per calunniare i personaggi coinvolti.»

Il fatto che i nostri storici antichi mettano in dubbio questi racconti dovrebbe farci riflettere.

Lo scopo delle voci

Studi sociologici sulle voci hanno dimostrato che queste tendono a svilupparsi quando le persone non hanno accesso a informazioni chiare per interpretare gli eventi in corso. La voce secondo cui Nerone incendiò Roma può essere vista come un tentativo di dare un senso a una situazione confusa e traumatica, in cui circolavano poche o nessuna informazione ufficiale sugli eventi reali.

La vista della Domus Aurea in costruzione poco dopo l’incendio, senza dubbio, alimentò le voci, puntando il dito contro l’imperatore. Lo stesso vale per la presunta relazione incestuosa di Nerone con sua madre. Le storie su questa relazione si diffusero come un modo per spiegare sia lo straordinario potere e la preminenza di Agrippina, sia la sua successiva caduta in disgrazia.

Le nostre fonti antiche chiariscono di riportare voci e insinuazioni. Svetonio, il biografo di Nerone, riferisce che si pensava semplicemente che l’imperatore desiderasse sua madre, ma fu dissuaso dal dare seguito a questi sentimenti. Allo stesso modo, Tacito rivela che, mentre alcuni credevano alla voce dell’incendio appiccato da Nerone, altri non la ritenevano credibile.

Se i nostri autori antichi erano consapevoli della natura di queste storie come semplici voci, perché le hanno comunque riportate? Ci sono diverse ragioni. Innanzitutto, esisteva una tradizione consolidata nella storiografia antica di presentare versioni multiple degli eventi, lasciando al lettore la libertà di formarsi un’opinione propria. In secondo luogo, queste storie avevano un forte elemento di intrattenimento: è importante ricordare che queste narrazioni e biografie erano pensate per il piacere dei loro lettori.

Infine, le voci piccanti svolgevano una funzione politica. La vita sessuale di un imperatore non era considerata un semplice pettegolezzo per il popolo, ma si credeva che le sue azioni private riflettessero la qualità del suo governo. Le voci, anche se infondate, contribuivano a delineare le aspettative di un buon imperatore nella mente dei lettori.

Motivazioni leggermente diverse spiegano la diffusione di queste voci su Nerone come fatti accertati nel mondo moderno. Sono piacevoli e divertenti da leggere, e fanno leva sui nostri preconcetti culturali riguardo all’antica Roma e ai suoi imperatori, spesso visti come corrotti e moralmente decadenti.

Ma forse, ancora più significativamente, queste storie ci permettono di creare una distanza morale tra noi e i nostri antenati. Rendere il passato strano e incomprensibile ci aiuta a ignorare che gli stessi problemi persistono ancora oggi.

Graffiti medievali nelle chiese inglesi. Che significato nascondono?

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Di Riccardo Troiano

Non solo affreschi sbiaditi e vetrate colorate, ma un tesoro inaspettato: graffiti medievaliincisioni silenziose che svelano le vite, le credenze e le paure della gente comune del Medioevo.

Un progetto di ricerca sta portando alla luce questi scarabocchi dimenticati, offrendo una prospettiva inedita sulla storia sociale e religiosa dell’epoca.

Il “Medieval Graffiti Survey” (MGS), nato nel Norfolk nel 2010 ed esteso in seguito alle contee limitrofe di Lincolnshire e Suffolk, è il progetto pionieristico che ha portato alla luce una tradizione nascosta: quella dei graffiti medievali.

L’obiettivo dell’MGS è quello di documentare fotograficamente la vasta gamma di incisioni e scarabocchi presenti all’interno delle chiese medievali, creando un archivio digitale accessibile a studiosi e appassionati.

Guidato dall’archeologo Matthew Champion, l’MGS ha coinvolto centinaia di volontari che hanno esaminato minuziosamente numerose chiese, scattando migliaia di fotografie e catalogando un’incredibile varietà di simboli, figure e iscrizioni.

Tra il 2010 e il 2012, oltre cento volontari del NMGS hanno esaminato a fondo più di duecento chiese nel Norfolk, ispezionandone parzialmente altre quaranta e scattando oltre cinquemila fotografie, come riportato sul sito web del progetto.

Il NMGS ha prodotto diversi articoli e tenuto numerose conferenze sui lavori e sui risultati ottenuti. Recentemente, ha ampliato le sue operazioni alla vicina contea di Suffolk, dove è conosciuto come il Suffolk Medieval Graffiti Survey. È grazie agli sforzi del NMGS e dei suoi progetti collegati che l’argomento dei graffiti medievali ha ricevuto così tanta attenzione negli ultimi mesi, e la maggior parte delle informazioni disponibili sull’argomento deriva direttamente da questo lavoro.

Un tesoro di simboli e significati

La varietà dei graffiti medievali è sorprendente. Tra le categorie più comuni si trovano disegni curvilinei tracciati con un compasso, raffigurazioni di navi, simboli a forma di doppio “V” (che si pensa si riferiscano alla Vergine Maria), croci di vario stile e figure di vario genere, nodi di Salomone, segni di muratori e mercanti, stemmi araldici, pentagrammi (che si ritiene avessero una funzione protettiva), iscrizioni testuali in inglese e latino, elementi architettonici tipici della progettazione e costruzione della chiesa in cui appaiono, figure umane e animali.

Altre fonti aggiungono una figura di “re di paglia” in una chiesa del Lincolnshire, meridiane o “orologi solari” (che potrebbero essere stati utilizzati per indicare l’ora della prossima messa), mani, scudi, crittogrammi, preghiere, mulini a vento, note musicali e nomi.

Il significato di questi simboli è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Alcune teorie suggeriscono che i graffiti rappresentino una forma di preghiera e che l’atto stesso di creare i graffiti fosse un modo di pregare, una “pietà laica”, come la definisce Champion.

Alcune iscrizioni e altri simboli sono stati interpretati come invocazioni alla divinità, e Champion ha ipotizzato che le piccole immagini di navi potessero essere suppliche per le imbarcazioni scomparse o ringraziamenti per quelle che erano tornate sane e salve.

Al contrario, le iscrizioni che riportano nomi scritti al contrario potrebbero rappresentare un tentativo di maledire la persona nominata. Un’altra teoria influente attribuisce ai pentagrammi, ai nodi di Salomone (un motivo decorativo intrecciato) e ai simboli tracciati con il compasso una funzione apotropaica, o propriamente di “trappole per demoni”, destinate a respingere il male.

Secondo Champion, “si credeva che i demoni, che vagavano per la terra, fossero piuttosto stupidi. Erano attratti dalle cose brillanti e luccicanti e, se si imbattessero in una linea, la loro stupidità e curiosità li avrebbe spinti a seguirla fino alla fine”.

Sebbene Champion attribuisca questa credenza all’“incredibile superstizione della chiesa medievale”, altri studiosi, come Brian Porter, direttore dello studio di ricerca del Lincolnshire, considerano questi segni come indicatori di antiche credenze pagane. Egli cita specificamente un “uomo di paglia” nella Cranwell Parish Church del Lincolnshire come una rappresentazione di un simbolo pagano di fertilità. Champion, tuttavia, si mostra dubbioso, affermando di non aver ancora incontrato un “vero simbolo pagano”.

Va notato che alcune incisioni avevano una funzione più pratica. Le immagini architettoniche, trovate in alcune chiese, sembrano essere disegni dei muratori per la progettazione e la costruzione degli edifici della chiesa stessa.

Al Bingham Priory di Norfolk, tali incisioni architettoniche potrebbero aver addirittura aiutato gli studiosi a scoprire il progetto originale della finestra occidentale della chiesa, che era stata successivamente modificata.

Attenti a quello che pensiamo di sapere

Molte di queste teorie sull’interpretazione dei graffiti si basano su precedenti storici. Ad esempio, simboli che si presume avessero una funzione protettiva sono stati identificati in contesti diversi. Ma Matthew Champion invita alla cautela, suggerendo di non dare per scontato ciò che crediamo di sapere. Sul suo blog, con una punta di ironia, scrive:

“Credo che questo sia un problema comune a chiunque lavori in un campo di studi relativamente nuovo. C’è una seria mancanza di punti di riferimento affidabili e, spesso, si scopre che quelli esistenti sono costruiti su fondamenta instabili.”

In altre parole, tutto ciò che abbiamo ipotizzato finora, come l’idea che le navi rappresentino preghiere o che i disegni tracciati con il compasso siano trappole per demoni, potrebbe essere completamente errato.

In un altro articolo, Champion mette in guardia contro le interpretazioni errate dei graffiti medievali, che spesso vengono diffuse in discussioni superficiali. Tra gli esempi di interpretazioni fuorvianti, Champion cita: ‘ragazzi del coro annoiati che scarabocchiano’, ‘croci incise dai pellegrini’, ‘marchi dei muratori usati per calcolare la paga’ e ‘la ruota come antico simbolo solare che prova la sopravvivenza di religioni pagane nel Medioevo’.”

Un’espressione socialmente accettata

Un punto che gli studiosi dietro il NMGS e i progetti correlati sembrano voler chiarire è che il tipo di graffiti qui descritto non è visto nella stessa luce negativa dei graffiti moderni.

I graffiti medievali non venivano realizzati clandestinamente o illegalmente. Gli studiosi suggeriscono che i graffiti fossero accettati dalla comunità locale e, nella migliore delle ipotesi, rappresentassero una forma di preghiera.

Su questo argomento, Champion afferma: “I graffiti non erano visti come li vediamo noi oggi. Non erano considerati come un atto di teppismo o di poca educazione. Non erano disapprovati né proibiti.

Dato che la maggior parte delle iscrizioni che registriamo ha effettivamente una dimensione spirituale e molte sono chiaramente preghiere, sembra che queste iscrizioni non solo fossero tollerate, ma anche accettate e benvenute. Facevano parte dell’esperienza quotidiana della chiesa, proprio come la messa.”

Un campo di ricerca in evoluzione

È difficile prevedere dove porterà la ricerca sui graffiti medievali. Sebbene la fase iniziale del progetto Norfolk si sia conclusa nel 2012, i censimenti in altre aree del Regno Unito continuano a portare alla luce nuove immagini e dati.

A meno che non emerga una sorta di Stele di Rosetta dei graffiti medievali (un evento estremamente improbabile), probabilmente non comprenderemo mai appieno il significato di questi graffiti per i fedeli medievali.

Ciò che possiamo sperare è di assistere a nuove scoperte che ci avvicinino, almeno in parte, a una comprensione più completa. Champion e altri studiosi associati al progetto hanno sottolineato che lo studio di questi graffiti offre una migliore comprensione dei frequentatori delle chiese medievali, spesso oscurati nei libri di storia dalle figure più importanti del clero e dai ricchi patroni responsabili del finanziamento delle chiese.

La macchina di Anticitera: un computer del I sec avanti Cristo

Di Leonardo Conti

A una prima occhiata sembrerebbe un pezzo di metallo qualsiasi, senza nessun valore. Un rottame, un oggetto come tanti. E tale sembrò a chi lo scoprì più di un secolo fa.

Certo, le statue bronzee che furono trovate assieme ad esso apparirono fin da subito molto più preziose.

Un antico naufragio, avvenuto nella seconda metà del I secolo avanti Cristo. Una nave carica di bronzi e marmi preziosi finita in fondo al mare, a poca distanza da una piccola isola del Mar Egeo a nord di Creta. Non sappiamo da dove fosse partita, non sappiamo dove fosse diretta. Una tragedia dimenticata, come tante.

L’oblio totale per più di duemila anni, fino al ritrovamento, avvenuto in modo del tutto casuale.

I tesori recuperati fanno oggi bella mostra al Museo Archeologico Nazionale di Atene: statue bellissime che testimoniano, se mai ce ne fosse bisogno, l’abilità degli artisti greci ed ellenistici.

Eppure quel pezzo di metallo rettangolare dall’aspetto insignificante, incrostato e ossidato, è diventato il reperto più famoso e studiato dell’intero relitto, nonché il più misterioso.

È la macchina di Anticitera, il più antico planetario a noi noto.

Il ritrovamento: storia di un quasi-naufragio moderno, e di un naufragio antico

Durante la primavera del 1900, la navigazione nel Mar Egeo centrale fu funestata da una grande tempesta. Le navi, perfino quelle più attrezzate, ebbero notevoli difficoltà a stare a galla. L’imbarcazione del greco Demetrios Condos, che ospitava un gruppo di pescatori di spugne marine, fu tra quelle che ebbero più problemi. Il mare grosso e i fortissimi venti a largo di Creta persuasero il comandante a cercare acque più tranquille; un’insenatura, un riparo, per non affondare.

E così approdarono all’isola di Anticitera, un piccolo fazzoletto di terra in mezzo al mare burrascoso, con un basso fondale che garantiva la sicurezza dell’imbarcazione e dei suoi occupanti.

Durante quei giorni di sosta forzata, cosa c’era di meglio che incrementare il profitto della spedizione? D’altra parte i marinai erano pescatori di preziose spugne marine, quello era il loro mestiere…e poi era pericoloso tenere dei rudi lupi di mare troppo in ozio, poteva scoppiare una rissa, si rischiava l’insubordinazione. Il capitano Condos, consapevole di tutto ciò, ordinò ai suoi di gettarsi in mare con l’attrezzatura adeguata per trascorrere il tempo in modo utile e proficuo.

Quando Elias Stadiatis riemerse rapidamente senza alcuna spugna nel suo canestro fu una sorpresa per tutti: era uno dei più esperti pescatori e finora il raccolto era andato più che bene.

Che cosa era successo?

Elias raccontò, respirando a fatica, di aver avuto una visione scioccante: nel fondo del mare aveva scorto improvvisamente uomini, donne nude, cavalli. Figure umane, a grandezza naturale, proprio sul fondo del mare: una visione inaspettata, assurda e scioccante: per questo era riemerso con tanta rapidità.

Inizialmente si pensò a un malore, un’allucinazione dovuta alla prolungata apnea o a uno sbalzo di pressione. Ma il marinaio era un uomo esperto, e per di più era fermamente convinto, anche dopo che si era un po’ calmato, di quello che diceva. Era tutto molto strano, a dir poco.

Incuriosito, il capitano Condos si calò in mare.

E vide le statue.

In fondo al mare, a circa 50 metri di profondità, sostavano, spettrali, numerose statue antiche. Alcune erano in piedi, come se qualcuno le avesse posate delicatamente sulla superficie, di altre si vedevano le estremità emergere dal fondale.

Si capì subito che si trattava di un ritrovamento eccezionale.

Nel corso dei mesi furono riportate in superficie statue ed opere d’arte di indubbio valore, in bronzo e marmo, oltre a una serie di oggetti di uso comune.

Tutto era riconducibile a una nave da carico affondata attorno all’80-85 avanti Cristo.

Pur non avendo prove oggettive, si ipotizza che l’imbarcazione trasportasse una parte dell’ingente bottino che Silla aveva depredato da Atene durante la Prima Guerra Mitridatica.

Un pezzo di metallo…anzi no

Al Museo Archeologico Nazionale di Atene si possono ammirare le statue che sono state recuperate dal relitto di Anticitera. In particolare spicca la perfezione di un efebo e di una testa di filosofo, due bronzi che denotano il livello artistico e tecnico raggiunto dagli antichi greci.

Dovevano apparire splendidi anche appena tirati fuori dall’acqua, dopo duemila anni di immersione in mare.

I reperti recuperati furono subito divisi in due mucchi: il primo erano le opere d’arte o meglio quello che si riconosceva come tale, fra le concrezioni e i danni del tempo; l’altro era un ammasso di oggetti, la cui cattiva conservazione rendeva difficile perfino capire cosa fossero.

Il primo gruppo fu ovviamente restaurato e musealizzato, l’altro fu messo in un deposito, in attesa di capire il loro valore.

Nel 1902 l’archeologo Valerios Stais vide in mezzo alla massa informe di frammenti di bronzo e marmo un oggetto che suscitò la sua curiosità. Ad una prima occhiata era una specie di parallelepipedo, delle dimensioni di un libro, di rame molto ossidato e segnato dal tempo.

Ma all’interno c’era una ruota, una specie di quadrante.

Che cos’era?

Assomigliava ad un orologio, o un meccanismo di qualche tipo. Si mise a pulirlo e sorprendentemente apparvero alcune scritte incise sul metallo. Erano delle annotazioni astronomiche, vi erano i nomi di pianeti e i simboli zodiacali.

Che cos’era in realtà?

Un sorta di computer

Stais si rese conto da subito che era di fronte a un reperto molto strano: i complessi ingranaggi e le scritte impresse sopra erano un difficile enigma da decifrare. Tuttavia non si perse d’animo e cominciò intanto una spasmodica ricerca dei pezzi mancanti, come se avesse fra le mani un puzzle estremamente complicato da ricomporre. Pazientemente riuscì a ritrovare altri 81 frammenti, alcuni molto minuti, che consentirono intanto di “rimontare”, per quanto possibile, la strana macchina.

Le dimensioni originarie erano circa 30 x 15 cm, e doveva avere una cornice di legno. Esternamente aveva una maschera su cui erano montate delle parti mobili, azionate dal complesso sistema di rotelle retrostante. Sulla piastra appaiono le scritte: circa 2000 caratteri oggi in buona parte decifrati. Gli studi di Stais, affrontando le difficoltà dei mezzi di allora e lo scetticismo di buona parte del mondo accademico, si trovarono presto a un punto morto.

Nel 1951, un professore della prestigiosa università di Yale, Derek de Solle Price, riprese ad esaminare la nostra misteriosa macchina. Attraverso una pulitura molto accurata di quanto a disposizione riuscì a capirne il funzionamento e a cosa servisse. Per capirne meglio le dinamiche, il professor Price ricostruì una copia moderna dell’intero macchinario, dimostrando al mondo scientifico e non che si trattava di una scoperta veramente sensazionale.

La Macchina di Anticitera è un antico calendario astronomico: girando una manovella si calcolavano con estrema precisione le posizioni del sole, della luna, completa delle sue fasi, e dei pianeti allora conosciuti, nel corso dell’anno.

Non solo, studi condotti nel 2016, hanno dato prova di ulteriori funzioni: calcolava anche la data delle Olimpiadi, ricorrenza assai importante nella Grecia antica, e le eclissi di Luna.

Sulla maschera, corredata da scritte che identificavano il corpo celeste, si poteva vedere materialmente il pianeta muoversi in un cerchio che simulava l’orbita. Bastava girare la manovella e il sistema di ruote dentate faceva il resto.

Ulteriori analisi del 2022 hanno stabilito perfino la data in cui è stato costruito l’oggetto, vale a dire la prima data di calibrazione dello strumento: il 23 dicembre 178 avanti Cristo, evidenziando tuttavia che i calcoli su cui si basa l’ingranaggio erano viziati da un errore minimo, che aumentava con il passare del tempo.

Un piccolo neo, che però non toglie nulla alla sorpresa degli studiosi di fronte a un macchinario tanto antico e al tempo stesso sofisticatissimo.

È come se avessimo trovato un computer 2000 anni fa!

Possibile?

Una macchina “troppo avanti”

Il fatto che un marchingegno così complesso fosse tanto antico, suscitò fin da subito molti dubbi e perplessità, che non sono del tutto cessati neanche al giorno d’oggi. Anzi sono amplificati con l’avvento di internet e le varie teorie strampalate che sono sotto gli occhi di tutti.

Alcune persone credono che la Macchina di Anticitera sia un reperto moderno finito casualmente in mezzo a reperti più antichi. Altri pensano, più fantasiosamente, che un uomo dei nostri giorni con una macchina del tempo abbia dispettosamente gettato il manufatto davanti all’isoletta greca per fare uno scherzo di cattivo gusto o per vedere l’effetto che fa.

Il fatto è che non riusciamo a comprendere come uomini antichi abbiano sviluppato conoscenze di meccanica e di astronomia in anticipo, almeno stando alla storia della scienza “ufficiale”, di almeno mille anni.

I primi rudimentali simulatori meccanici del cielo che conosciamo risalgono a poco dopo l’anno mille, ovviamente dopo Cristo. Per avere un esempio paragonabile alla nostra Macchina di Anticitera, dobbiamo addirittura aspettare il Trecento, con l’Astrario costruito dall’orologiaio ed astronomo veneto Giovanni Dondi.

Ma tutto questo è spiegabile senza dover ricorrere a strane teorie.

Le nostre conoscenze della tecnica e della meccanica antiche sono infatti molto limitate, poiché non abbiamo la possibilità di leggere tutti i testi prodotti in antichità né di visionare le macchine costruite al tempo. Per questo motivo molte delle nostre scoperte sono in realtà delle “riscoperte” di cui ignoriamo la provenienza.

In epoca ellenistica, sappiamo che Erone costruì un automa che si muoveva grazie alla forza del vapore; ma la macchina a vapore fu “inventata” soltanto nel 1700.

Le stesse teorie eliocentriche, cavallo di battaglia di Copernico e poi di Galileo Galilei, erano già state sviluppate da Aristarco di Samo, un filosofo e astronomo attivo ad Alessandria d’Egitto nel III secolo avanti Cristo.

Per segnalare esempi più calzanti con la nostra macchina, Cicerone nel De re publica attesta che nella sua epoca esisteva ancora a Siracusa una macchina circolare costruita da Archimede dove si simulavano i movimenti del sole, dei pianeti e le vari fasi lunari.

Sempre il celebre scrittore romano, nelle Tuscolanae disputationes, ci riporta la notizia che anche un suo amico, Posidonio di Rodi, aveva costruito una marchingegno molto simile. Forse il congegno scoperto ad Anticitera è la macchina ricordata da Cicerone? O è frutto di uno sviluppo di un allievo di Posidonio. Probabilmente non lo sapremo mai; purtroppo nessuno ha visto queste due invenzioni, né i testi giunti fino a noi ce le descrivono con sufficiente precisione.

Molte delle conoscenze antiche non ci sono note, poiché il tempo, assieme ai vari disastri che si sono susseguiti nella storia (catastrofi, invasioni, distruzione di biblioteche ecc ecc) ha operato una selezione davvero spietata. Sulla base di ciò che sappiamo, tuttavia, è possibile smontare le teorie più assurde.

La macchina di Anticitera è un unicum nel suo genere, arrivato per caso a noi.

Una meraviglia della tecnica che stupisce per la precisione e che probabilmente ha altri segreti da svelarci. Non ci resta che aspettare le nuove scoperte…

La Domus romana: storia, architettura e vita quotidiana nelle case dell’antica Roma

DI Alfredo Barrella

Nell’antica Roma, la domus non era semplicemente un’abitazione, ma un vero e proprio simbolo di status sociale. La sua imponenza e raffinatezza fungevano da marcato contrasto con le insulae, gli edifici a più piani destinati alle classi popolari.

Si tratta di una distinzione architettonica che esprimeva chiaramente la gerarchia sociale dell’Urbe: le domus, dimore unifamiliari appartenenti a patrizi e ricchi mercanti, incarnavano il potere e la ricchezza, mentre le insulae, caseggiati popolari abitati dai plebei, rappresentavano le classi meno abbienti.

Ma la relazione tra domus e insulae non era sempre così netta. A seconda della città, le domus potevano elevarsi su più piani o persino essere adiacenti alle insulae, sfumando i confini tra le diverse tipologie abitative.

La posizione geografica delle abitazioni contribuiva ulteriormente a delineare lo status sociale dei loro proprietari. Le domus sorgevano nel cuore pulsante della città, mentre le insulae si concentravano prevalentemente nelle zone periferiche, relegando le classi meno abbienti ai margini della vita urbana.

In definitiva, la domus romana rivestiva un’importanza cruciale nella società dell’epoca, svolgendo una funzione sociale e politica ben precisa. Essa rappresentava il prestigio della famiglia e il suo ruolo all’interno della comunità, fungendo da palcoscenico per la celebrazione del potere e della ricchezza.

Architettura e funzioni: un viaggio nel cuore della Domus

Una volta varcata la soglia di una domus romana, il visitatore si immergeva in un ambiente progettato per stupire e comunicare lo status del proprietario. Ma quali erano gli elementi chiave che definivano l’architettura di queste dimore?

È importante ricordare che esistevano diverse tipologie di domus, ognuna con le proprie peculiarità: dalla domus repubblicana, più sobria ed essenziale, alla domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni, fino alla domus pompeiana, caratterizzata da uno stile unico e vivace.

Il percorso all’interno di una domus iniziava con il vestibulum, uno spazio di transizione tra la strada e l’ingresso principale. Nelle dimore più sontuose, il vestibulum era ornato da colonne e statue, mentre in quelle più modeste si presentava come un semplice corridoio d’ingresso che conduceva all’atrium.

In epoca repubblicana, il vestibulum fungeva da luogo di ricevimento per i clientes, coloro che si rivolgevano al patronus per ottenere favori e protezione. Questo spazio rappresentava un biglietto da visita per il visitatore, comunicando immediatamente il livello di ricchezza e potere del proprietario. Elementi decorativi religiosi, come piccoli altari e immagini dei Lari e dei Penati, le divinità protettrici della casa, impreziosivano ulteriormente il vestibulum.

Oltrepassato il vestibulum, si accedeva alle fauces, uno stretto corridoio che conduceva all’atrium, il cuore pulsante della domus. Questo spazio centrale era il fulcro della vita domestica e sociale della famiglia, il luogo in cui si svolgevano le attività quotidiane e le pratiche rituali. Le alae, nicchie laterali all’atrium, ospitavano i ritratti degli antenati, simbolo del prestigio e della nobiltà della famiglia.

L’atrium poteva presentarsi in forma quadrangolare o rettangolare, e al suo interno si trovava il compluvium, un’apertura inclinata nel tetto che permetteva alla luce e all’acqua piovana di entrare. Quest’ultima veniva raccolta nell’impluvium, una vasca in marmo o pietra, spesso collegata a una cisterna sotterranea per la conservazione dell’acqua. Gli atrium e i compluvium delle domus del Fauno e dei Vetti a Pompei rappresentano importanti testimonianze archeologiche.

Tra l’atrium e il peristilium si trovava il tablinium, lo studio del pater familias. Questo era il luogo più importante della casa, dove il padrone di casa accoglieva i clientes, gestiva gli affari economici e politici e custodiva l’archivio familiare. Il tablinium era arredato con un forziere, candelabri, vasellame d’argento, un tavolo e sedute riservate agli ospiti. Da qui, il pater familias poteva controllare sia l’interno della domus che il peristilium.

Ispirato agli oikoi greci, il peristilium era un giardino ornamentale circondato da un colonnato (ionico, dorico o corinzio) che ospitava hortus, fontane e opere d’arte. A differenza dell’atrium, il peristilium era uno spazio privato, dove la famiglia si ritirava per trascorrere il tempo libero, lontano dagli impegni sociali.

Il triclinium era la sala da pranzo, il luogo in cui la famiglia si riuniva per consumare i pasti e intrattenere amici e personalità importanti dell’élite romana. Potevano esserci più triclinia in una domus, a seconda delle stagioni e delle occasioni: maius, minus, estivo e invernale. Il tavolo centrale, la mensa, era circondato dai lecti tricliniares, tre letti che potevano ospitare tre commensali ciascuno.

Le camere da letto, i cubicula, potevano trovarsi vicino all’atrium o al peristilium. Esistevano diverse tipologie di cubiculum, a seconda della persona a cui erano destinati: nuziali, per gli schiavi o per il pater familias, quest’ultimo generalmente più spazioso degli altri.

Le cucine, dotate di un focolare basso con tubi quadrati che fungevano da camino, erano situate al pianterreno, in posizione perimetrale, vicino alle latrine, per facilitare lo smaltimento dei fumi e delle acque reflue.

Lusso e raffinatezza: materiali e decorazioni

I materiali e le decorazioni utilizzati per allestire la domus erano pensati per creare un ambiente elegante e sfarzoso, in grado di riflettere il gusto e la ricchezza del proprietario.

Per quanto riguarda la pavimentazione, le tecniche più utilizzate erano l’opus sectile e l’opus tessellatum, entrambe caratterizzate da materiali e difficoltà di lavorazione differenti.

L’opus sectile consisteva nel taglio preciso di lastre di materiali pregiati come porfido, alabastro, onice e diverse tipologie di pietre, tra cui il gesso. Esistevano due tipologie di opus sectile: geometrico, con figure geometriche come esagoni, triangoli e quadrati, e figurativo, con rappresentazioni di scene mitologiche. Esempi di opus sectile si possono ammirare nella Domus Aurea di Nerone e nella Basilica di Giunio Basso.

L’opus tessellatum era una tecnica mosaicista che prevedeva l’utilizzo di tessere quadrate in vetro, pietra o terracotta. I materiali più comuni erano il calcare, il marmo e la pasta vitrea. Oltre al tessellatum, esistevano il vermiculatum e il musivum, quest’ultimo utilizzato per decorare le pareti. Le terme di Caracalla a Roma offrono un esempio emblematico di questo stile decorativo.

Oltre alle pavimentazioni, le statue rappresentavano un elemento fondamentale dell’arte decorativa romana. Nelle domus venivano collocate statue in marmo o bronzo raffiguranti antenati della gens aristocratica di appartenenza, figure mitologiche come Apollo e Venere, o animali.

Le pareti erano spesso decorate con la tecnica dell’intonaco dipinto, che, secondo lo storico dell’arte August Mau, si sviluppò in quattro stili pompeiani, caratterizzati da grandi rappresentazioni mitologiche. Questa tecnica prevedeva l’applicazione di pigmenti naturali su una superficie umida, dopo aver ricoperto le pareti con strati di malta a base di sabbia o calce. L’intonaco a fresco pompeiano ebbe un’importanza fondamentale per tutto il Medioevo e oltre.

I quattro stili pompeiani riflettono periodi e motivi diversi: lo stile architettonico (I secolo a.C.) creava illusioni prospettiche di profondità attraverso la pittura, come si può ammirare nella Villa dei Misteri a Pompei; la Casa di Sallustio a Pompei offre un esempio dello stile “a incrostazione”, con stucco dipinto ed effetti tridimensionali; lo stile ornamentale, della prima metà del I secolo a.C., riduceva la prospettiva e le rappresentazioni mitologiche a favore di motivi vegetali e di una maggiore stilizzazione scenica; lo stile fantasioso, della seconda metà del I secolo d.C., mescolava le caratteristiche degli stili precedenti, con rappresentazioni di eroi e divinità.

Vita quotidiana: un giorno nella Domus

Immaginiamo di trovarci nella domus di Augusta Raurica nel 100 d.C. Al risveglio, la famiglia si recava nel Lararium, un piccolo altare domestico, per venerare i Lari, le divinità protettrici della casa. Dopo questo rito mattutino, si consumava una ricca colazione a base di pane e miele.

Durante la giornata, il pater familias e la matrona seguivano routine diverse. Il pater familias si dedicava alle sue attività lavorative, soprattutto se era un uomo politicamente impegnato, mentre la matrona si occupava principalmente della casa. Marito e moglie dormivano nello stesso cubiculum, ma in letti separati.

Gli schiavi svolgevano diverse commissioni sia all’interno della domus che ai mercati, contribuendo alla gestione della casa. I liberti, in particolare, svolgevano mansioni specifiche, dalla cucina all’aiuto nella cura del corpo dei loro padroni.

Le domus dei personaggi più ricchi dell’élite romana erano dotate di terme private, dove i padroni di casa potevano concedersi momenti di relax. Altre attività includevano la lettura, per coloro che possedevano una biblioteca, e i giochi da tavolo, come il ludus latrunculorum.

La sera, la famiglia si riuniva nel triclinium per la cena. Le donne sedevano su una poltrona, mentre gli uomini mangiavano sdraiati, appoggiati sul gomito sinistro. Sulle tavole romane, soprattutto in presenza di ospiti importanti, non mancavano mai il garum, una salsa a base di interiora di pesce, e il buon vino.

Comfort e innovazione: riscaldamento e sistemi idrici

Le domus più prestigiose erano dotate di sistemi di riscaldamento e idrici all’avanguardia, che garantivano un elevato livello di comfort ai loro abitanti.

Uno dei sistemi di riscaldamento più diffusi era l’hypocaustum, un sistema di riscaldamento a pavimento che, a causa degli elevati costi di mantenimento, era presente solo nelle domus più lussuose. Nelle domus più modeste, l’ambiente veniva riscaldato tramite bracieri in bronzo o terracotta riempiti di carboni ardenti.

L’hypocaustum funzionava grazie a un forno a legna (praefurnium) situato in un locale separato, che riscaldava l’aria. L’aria calda veniva fatta circolare sotto il pavimento attraverso una rete di pilastrini in mattoni (suspensurae). Il calore saliva anche lungo le pareti attraverso tubature in terracotta, riscaldando così l’intera stanza.

Le domus più prestigiose erano collegate direttamente agli acquedotti pubblici, che trasportavano l’acqua in città. Attraverso tubature in piombo, le fistulae, l’acqua arrivava alle fontane e ai bagni privati della casa.

Un sistema ingegnoso per la conservazione dell’acqua era rappresentato dalle cisterne. L’acqua piovana veniva canalizzata nel compluvium e raccolta nell’impluvium, per poi essere conservata nella cisterna sottostante.

Oltre alla funzionalità, l’acqua aveva anche una funzione estetica. Nelle domus più eleganti non era raro trovare piccole fontane decorative, ninfei o giochi d’acqua nel peristilium.

L’evoluzione nel tempo: Domus repubblicana vs Domus imperiale

Nel corso dei secoli, la domus romana subì trasformazioni significative, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali dell’epoca. È possibile distinguere tra la domus repubblicana, più sobria e funzionale, e la domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni.

In età repubblicana, la mentalità dei romani era improntata alla moderazione e all’avversione per l’eccesso. La domus era concepita principalmente come un’abitazione, senza ostentazioni di ricchezza e bellezza. I pavimenti erano spesso realizzati in opus signinum, un materiale simile al cemento con frammenti di terracotta.

Con l’avvento dell’età imperiale e la “nuova sicurezza” portata da Augusto, anche le domus cambiarono volto. Gli ingressi divennero più elaborati, i mosaici abbondarono anche nei cubicula privati e i pavimenti furono realizzati in opus sectile. L’architettura degli spazi interni divenne più complessa e il sistema dell’hypocaustum si diffuse come innovazione ingegneristica.

Il peristilium, elemento cardine dell’architettura greca, divenne il protagonista dell’abitazione imperiale, con un hortus più curato e la presenza di numerose statue. Questo spazio era un simbolo di prestigio, arricchito da decorazioni raffinate, colonne eleganti e una varietà di elementi artistici. L’hortus era caratterizzato da sentieri geometrici, aiuole curate e piccoli labirinti verdi.

Un porticus, sostenuto da colonne tuscaniche, doriche, ioniche o corinzie, circondava l’hortus, offrendo riparo dalle intemperie. Le colonne potevano essere realizzate in marmo, muratura o dipinte di rosso nella parte inferiore, con la parte superiore scanalata. Gli oscilla, decorazioni appese alle colonne, creavano giochi di luce e movimento grazie al vento.

Il pavimento del portico era realizzato con materiali di pregio come cocciopesto, mattoni in cotto, mosaici o lastre di marmo composito. Le pareti erano spesso affrescate con scene mitologiche o motivi naturalistici e realizzate in opus sectile.

Un viaggio tra le Domus più famose

Tra le domus romane più celebri spicca la Domus Aurea di Nerone, costruita tra il 64 e il 68 d.C., dopo l’incendio di Roma. Il nome della dimora imperiale deriva dalle decorazioni interne, caratterizzate dall’uso massiccio di oro e materiali preziosi. Nerone, inaugurando la sua nuova residenza, affermò di abitare finalmente “in una casa degna di un uomo”.

La Domus Aurea si estendeva per circa 80 ettari (2,5 kmq) e comprendeva vigneti, pascoli, ringhiere di bronzo e persino un lago artificiale. Dopo la morte di Nerone, la domus fu in gran parte demolita e interrata dai suoi successori, che vollero cancellare la memoria dell’imperatore.

Per la progettazione della sua domus, Nerone si avvalse degli architetti Celere e Severo e del pittore Fabullo. Il complesso architettonico comprendeva circa 150 ambienti, costruiti in opera laterizia e disposti attorno alla sala ottagonale, il fulcro dell’intera struttura. Le pareti erano rivestite con lamine d’oro e marmi preziosi, mentre i soffitti erano stuccati e decorati con pietre, conchiglie e gemme.

Il settore occidentale era circondato da un portico in stile ionico e ospitava gli ambienti più importanti, come la Sala della volta delle civette e il Ninfeo di Ulisse e Polifemo. Il settore orientale, caratterizzato da uno stile più elaborato, comprendeva la Sala della volta dorata, la Sala di Achille a Sciro e la Sala di Ettore e Andromaca.

Un altro esempio celebre di domus è la Casa del Fauno a Pompei, risalente al II secolo a.C. Questa era una delle residenze più grandi e lussuose della città, occupando un’intera insula di circa 3.000 metri quadrati.

La casa prende il nome da una statua in bronzo raffigurante un fauno danzante, situata nell’impluvium dell’atrio principale. La statua, simbolo di gioia e fertilità, è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre una copia è esposta nel sito originale a Pompei.

La struttura della Casa del Fauno è articolata attorno a due atri e due peristili, con numerose stanze decorate con mosaici e affreschi di pregevole fattura. Uno dei reperti più celebri rinvenuti nella casa è il Mosaico di Alessandro, che raffigura la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III.

A Ercolano si trova la Domus dei Cervi, sepolta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Costruita durante l’impero di Claudio, la casa apparteneva allo schiavo Granus Verus. La domus si estende fino a una terrazza costruita oltre le antiche mura di cinta, che offriva una vista panoramica sul Golfo di Napoli. Sulla terrazza si trova una struttura simile a un gazebo, caratterizzata da pilastri in tufo realizzati in opera listata e decorati con stucchi bianchi e rossi. Una peculiarità di questa domus è l’assenza di compluvium e impluvium nell’atrio.

Il triclinium è decorato con pannelli neri incorniciati in rosso, mentre il pavimento è realizzato in marmi policromi. Una serie di piccoli ambienti si sviluppano perpendicolarmente all’atrio e al triclinio, alcuni decorati con pannelli rossi, altri in rosso e arancione. Le pareti sono decorate con sessanta pannelli affrescati, alcuni dei quali furono rimossi durante le esplorazioni borboniche e sono ora conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Declino e trasformazione: Dalla Domus alla villa tardoantica

La crisi del III secolo segnò l’inizio del declino delle domus. Le problematiche socio-politiche del periodo costrinsero le famiglie più agiate a rinunciare al lusso che queste dimore rappresentavano. I cambiamenti furono dovuti anche alla crescente insicurezza delle città: le continue incursioni barbariche e il clima di disordine generale spinsero molti a lasciare le aree urbane per rifugiarsi nelle villae in campagna.

Le criticità scaturite dalla crisi del III secolo raggiunsero l’apice a partire dalla seconda metà del V secolo e nel successivo. Il progressivo decadimento portò all’inserimento di più nuclei familiari in ogni domus. Le insulae divennero la soluzione abitativa più diffusa, anche perché più economiche. L’aristocrazia, quando possibile, cercò di evitare le città, sempre più sovraffollate e pericolose.

Di conseguenza, le domus abbandonate furono spesso trasformate in magazzini, caserme o officine, oppure inglobate in edifici pubblici o religiosi. Le costruzioni divennero più semplici, con edifici a un solo piano realizzati con tecniche povere. Per i pavimenti venivano utilizzati materiali umili come la terra battuta o l’argilla. La scarsa qualità dei materiali interessò anche gli edifici pubblici, come il Capitolium di Brescia o il Foro di Luni.

Il valore storico delle domus romane si manifestò soprattutto nei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il concetto della domus come simbolo dello status sociale del proprietario sopravvisse nel Medioevo. Nelle città italiane, come Firenze, le famiglie nobili iniziarono a costruire case-torri, che, pur avendo una struttura verticale differente, riflettevano l’idea romana di casa come simbolo di prestigio.

Inoltre, i resti delle domus romane furono spesso smantellati per recuperare materiali da costruzione, come colonne, capitelli e blocchi di pietra, che vennero riutilizzati per costruire chiese, castelli e abitazioni. L’uso romano di archi e volte ispirò le costruzioni medievali, in particolare nelle abitazioni signorili e nei monasteri.

Si mantenne l’uso di un cortile centrale, funzionale per la raccolta dell’acqua piovana, proprio come avveniva con il compluvium romano, e si conservò il concetto di case a corte. In questo modo, l’eredità della domus romana continuò a vivere nei secoli successivi, influenzando l’architettura e la cultura delle epoche successive.

Il punto interrogativo più antico del mondo… in un manoscritto siriaco

Articolo di: University of Cambridge
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

Nel vasto panorama della comunicazione scritta, anche i più piccoli dettagli nascondono storie affascinanti. È il caso del punto interrogativo, simbolo che oggi diamo per scontato ma che ha radici profonde nella storia della scrittura.

Un recente studio condotto dal Dr. Chip Coakley dell’Università di Cambridge getta nuova luce sull’origine di questo segno di punteggiatura, rivelando un percorso evolutivo sorprendente che attraversa secoli e culture diverse.

Nell’antichità, le domande venivano indicate in modo diverso: nel greco antico, ad esempio, si utilizzava il punto e virgola. Fu solo nel Medioevo che i monaci copisti, spinti dall’esigenza di maggiore chiarezza, iniziarono a sviluppare nuovi segni. L’abbreviazione latina “qo” per “quaestio” si trasformò gradualmente nel simbolo che oggi conosciamo.

La scoperta rivoluzionaria nei manoscritti siriaci

La vera svolta nella ricerca sull’origine del punto interrogativo arriva però dall’analisi di antichi manoscritti siriaci della Bibbia, risalenti al V secolo. Il Dr. Coakley ha identificato quello che potrebbe essere il primo esempio conosciuto di punto interrogativo: due punti sovrapposti, simili a un comune segno di due punti, chiamato “zawga elaya”.

Quando mi trovo a leggere testi siriaci con gli studenti, le loro domande sono innumerevoli, soprattutto riguardo al significato di quei particolari punti“, spiega il Dr. Coakley. “Con il passare del tempo, ho sviluppato un crescente interesse per questi dettagli minuti della punteggiatura.”

Il siriaco, lingua del Medio Oriente con una ricca tradizione letteraria cristiana, si rivela così pioniere nell’uso di un segno specifico per le domande. Questo simbolo veniva utilizzato per indicare domande che altrimenti sarebbero state ambigue, proprio come oggi usiamo il punto interrogativo in frasi come “Te ne vai?”.

La scoperta solleva interessanti questioni sul ruolo di questo segno nella lettura ad alta voce dei testi sacri. Il Dr. Coakley ipotizza che potesse servire non solo come regola grammaticale, ma anche come guida per modulare la voce durante la lettura pubblica.

Sebbene il punto interrogativo sia apparso nelle scritture greche e latine solo dall’VIII secolo, nessuno studioso ha finora trovato esempi precedenti in altre lingue antiche. Questo potrebbe confermare il primato del siriaco nell’introduzione di questo fondamentale segno di punteggiatura.

La definirei una nota a piè di pagina rilevante nella storia della scrittura”, afferma il Dr. Coakley, sottolineando l’importanza di questa scoperta per la comprensione dell’evoluzione della comunicazione scritta.

Questa ricerca non solo getta nuova luce sulla storia della punteggiatura, ma ci ricorda anche quanto sia dinamica e in continua evoluzione la lingua scritta.

Un piccolo segno grafico, nato dall’esigenza pratica di chiarezza, è diventato nel tempo un elemento universale della comunicazione, testimoniando il complesso intreccio tra cultura, pratica e innovazione che caratterizza la storia della scrittura.

Il Cristianesimo rese davvero l’impero Romano più buono?

Di Arthur Cushman McGiffert, Union theological seminary, New York
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

Spesso si presume che il Cristianesimo abbia avuto un’influenza positiva e significativa sull’Impero Romano, dove ebbe origine e divenne religione ufficiale. Ma questa idea è difficile da dimostrare concretamente. Pur riconoscendo il Cristianesimo come un progresso rispetto al paganesimo e la sua vittoria finale come una benedizione, non è semplice individuare come e in che misura abbia giovato al mondo romano.

È facile individuare esempi di vite trasformate e migliorate dalla fede cristiana, ma è ben più complesso dimostrare un miglioramento generale e duraturo della società romana nel suo complesso. Innalzamento del livello di vita, progresso morale, miglioramento dei principi politici, delle istituzioni civili e degli ideali economici: tutto questo è difficile da collegare direttamente all’influenza cristiana.

Non basta dare per scontato che il Cristianesimo, essendo di per sé positivo, lo sia stato anche per l’Impero; è necessario dimostrarlo.

Per farlo, dovremmo idealmente mostrare che l’Impero, dopo secoli di presenza cristiana, fosse in condizioni migliori rispetto a prima della sua comparsa.

Tuttavia, confrontare epoche diverse è complesso e dipende molto dal punto di vista di chi ci ha tramandato le proprie impressioni. Le testimonianze sull’Impero Romano, sia precedenti che successive alla diffusione del Cristianesimo, ci suggeriscono che non ci fu un miglioramento generale e permanente sul piano politico, economico, sociale e morale a partire dal II secolo, ovvero da quando il Cristianesimo iniziò a esercitare una qualche influenza.

L’idea di un Impero in costante declino potrebbe essere un’esagerazione, ma in linea di massima è vera. Le testimonianze di autori cristiani come Crisostomo, Girolamo, Agostino, Orosio e Salviano, pur nella loro enfasi e nel loro zelo, dipingono un quadro di decadenza morale e sociale. Opere come “La città di Dio” di Agostino e “Storia del mondo” di Orosio, così come gli scritti di Salviano, mostrano un consenso generale, tra cristiani e pagani, sulla condizione di decadenza dell’Impero.

Le prove del periodo indicano un mondo politico in preda al caos, un’economia in declino e una situazione sociale e morale tutt’altro che in miglioramento. Pur riconoscendo esempi di virtù domestiche e onore politico, come testimoniano Simmaco, Ausonio e Apollinare Sidonio, la società nel suo complesso non sembrava migliore, se non peggiore, rispetto al passato.

Il monachesimo

Un aspetto in cui è evidente una differenza è la diffusione del monachesimo cristiano, sconosciuto nel primo secolo e ampiamente diffuso nel quinto. Questo è un frutto diretto del Cristianesimo, sebbene il monachesimo fosse presente anche in altre religioni.

Ma è lecito dubitare che la sua crescente diffusione abbia giovato all’Impero. Il monachesimo, pur testimoniando una certa devozione religiosa ed eroismo morale, evidenziava anche una debolezza morale diffusa, una spinta a fuggire dalle responsabilità e dalle opportunità del mondo.

Se da un lato il monachesimo promuoveva l’ideale della purezza personale e della moralità sessuale, dall’altro il suo disprezzo per la vita familiare e per l’impegno sociale poteva essere dannoso. Invece di incanalare l’entusiasmo religioso e morale verso il miglioramento della società, il monachesimo lo indirizzava verso una direzione diversa, riducendo le forze attive nella trasformazione del mondo.

Il rapporto con gli schiavi

Un’altra differenza significativa tra l’Impero Romano precedente e successivo fu la graduale diminuzione del numero di schiavi e della centralità della classe schiavista. Tuttavia, è dubbio che il Cristianesimo abbia avuto un ruolo determinante in questo processo.

L’abolizione della schiavitù viene spesso attribuita alla Chiesa cristiana, ma di fatto essa non fu abolita nel mondo romano. L’istituzione era ancora radicata nell’Impero successivo, seppur con un numero di schiavi inferiore.

Il Cristianesimo, all’epoca dell’Impero Romano, non contestò la schiavitù. I cristiani la accettarono, così come accettarono lo stato, le disuguaglianze sociali e le disparità economiche. Predicarono la fratellanza cristiana, ma non considerarono l’abolizione della schiavitù, così come non pensarono di abolire la proprietà privata.

Si cercò di migliorare le condizioni di vita degli schiavi, sia da parte di pagani che di cristiani, ma nessuno si fece promotore di una lotta contro l’istituzione stessa. Lo Stoicismo predicava la fratellanza umana e l’uguaglianza prima del Cristianesimo, e sotto la sua influenza alcuni pagani liberarono i propri schiavi, così come alcuni cristiani fecero lo stesso sotto l’influenza del principio cristiano.

Con l’aumento dell’idea e della pratica della penitenza, la liberazione degli schiavi divenne un modo per espiare i propri peccati. L’ostilità dei cristiani più ascetici verso il lusso si esprimeva nella denuncia della pratica di possedere un gran numero di schiavi.

Ma la pratica della liberazione degli schiavi non era nuova, e non è certo che fosse più comune nell’Impero cristiano che in quello pagano. In ogni caso, non significava la condanna della schiavitù come istituzione. Anzi, la Chiesa stessa, una volta diventata una corporazione legalizzata, possedeva numerosi schiavi.

L’atteggiamento dei leader della Chiesa, da Paolo in poi, fu tale da confermare la schiavitù. I cristiani non dovevano desiderare un cambiamento della loro condizione terrena, ma accettare la loro sorte, che fossero schiavi o liberi, consapevoli di essere allo stesso tempo liberati del Signore e servi di Cristo.

Ai cristiani non era richiesto un cambiamento della loro condizione terrena, ma la giustizia e la salvezza eterna. La Chiesa predicava la fratellanza di tutti i cristiani, ma ciò non veniva interpretato come abolizione della schiavitù.

La fratellanza cristiana doveva manifestarsi in gentilezza, perdono e carità. I padroni cristiani dovevano trattare i loro schiavi con misericordia, e gli schiavi cristiani dovevano essere fedeli e rispettosi. Ma ciò non implicava un’uguaglianza di condizione. Agostino, nella sua “Città di Dio”, suggerisce che l’ideale cristiano di fratellanza e uguaglianza si realizza in cielo, non sulla terra.

Il vero motivo del declino della schiavitù va ricercato nelle mutate condizioni economiche. La rivoluzione politica che portò all’Impero fu una fase di una più ampia rivoluzione sociale, che vide l’ascesa delle classi commerciali e industriali e la diminuzione dell’importanza della vecchia aristocrazia terriera.

La schiavitù non poteva prosperare in queste nuove condizioni sociali, e il declino dell’istituzione era inevitabile. Inoltre, con la fine delle conquiste di Roma, l’offerta di schiavi diminuì, e con la diminuzione della ricchezza, la capacità di mantenere schiavi in gran numero diminuì, e la loro liberazione divenne una necessità economica. Attribuire al Cristianesimo un ruolo di controllo in questo processo significa fraintendere la situazione.

I combattimenti gladiatori

Un altro cambiamento notevole nella vita dell’Impero successivo è la graduale scomparsa dei combattimenti gladiatori, un tempo parte importante dei divertimenti pubblici. Anche questo cambiamento viene comunemente attribuito all’influenza del Cristianesimo e alla nuova enfasi sul valore della vita umana.

Nel 325 d.C, l’imperatore Costantino emanò un editto che proibiva i combattimenti gladiatori in tempo di pace. Sebbene il governo avesse spesso cercato di regolamentare e limitare questo sport, questo editto rappresentava il primo tentativo di porvi fine. L’idea che Costantino sia stato influenzato dal Cristianesimo è suggerita da Eusebio e comunemente accettata dagli storici.

Tuttavia, è importante notare che i primi Padri della Chiesa non si scagliarono specificamente contro i combattimenti gladiatori, bensì contro gli spettacoli teatrali e pubblici in generale, motivando la loro avversione non tanto con la crudeltà, quanto con la mondanità, la licenziosità e l’idolatria che caratterizzavano tali eventi.

Inoltre, è lecito dubitare che i primi cristiani attribuissero un valore maggiore alla vita umana rispetto ai loro contemporanei pagani. Pur considerando l’omicidio un peccato mortale, la nozione di sacralità e inviolabilità della personalità umana era tanto estranea ai Padri cristiani quanto ai loro contemporanei.

Costantino, d’altra parte, non intraprese azioni simili contro altri sport e spettacoli che i moralisti cristiani criticavano con la stessa energia. È quindi possibile che altre motivazioni, diverse dal Cristianesimo, abbiano influenzato la sua decisione.

Gli spettacoli gladiatori, retaggio di un’epoca in cui Roma disponeva di numerosi prigionieri barbari, potevano essere considerati dannosi sia economicamente che socialmente da un imperatore come Costantino, interessato a ristabilire la pace e a sviluppare le risorse dell’Impero.

È interessante notare che l’editto di Costantino si concentra sui combattimenti gladiatori in tempo di pace. Egli non riuscì a porvi fine completamente, tanto che tali spettacoli continuarono ad essere comuni anche nel IV secolo. Secondo Teodoreto, fu l’imperatore Onorio a sopprimerli definitivamente nel 404.

La carità. Un caposaldo del Cristianesimo

Per quanto riguarda l’influenza del Cristianesimo sulla promozione della carità e sulla creazione di istituzioni di assistenza, è innegabile che i Padri della Chiesa abbiano sottolineato l’importanza della carità come virtù fondamentale, insistendo sull’obbligo dei cristiani di assistere i loro compagni. Con lo sviluppo della teoria e della pratica della penitenza, la carità divenne uno dei principali mezzi per ottenere l’espiazione dei peccati.

Ma è importante riconoscere che il mondo pagano non era estraneo alla filantropia. Molti moralisti pagani promossero principi umanitari, e impulsi umanitari esistevano anche in epoca pagana. Ciò nonostante, è innegabile che il Cristianesimo abbia contribuito a promuovere e incoraggiare la filantropia, specialmente all’interno della comunità cristiana, alleviando sofferenze e difficoltà.

L’amore reciproco e la carità dimostrata dai cristiani attirarono l’attenzione degli osservatori pagani e rappresentarono uno degli aspetti più attraenti del Cristianesimo, soprattutto per le classi più povere, e uno dei mezzi di propaganda più efficaci.

Se da un lato la carità cristiana ha avuto un impatto positivo nell’alleviare la povertà e la sofferenza, dall’altro lato presenta anche aspetti meno positivi. L’idea che la carità vada a beneficio non tanto di chi la riceve, quanto di chi la dona, ha portato a una certa tolleranza della povertà, vista come un’opportunità per i cristiani di guadagnare meriti.

La carità cristiana, inoltre, non era sempre orientata al miglioramento delle condizioni di vita di coloro che aiutava. L’effetto a lungo termine di questo tipo di carità poteva essere disastroso sul piano economico e sociale. La carità, per essere veramente efficace, deve mirare al miglioramento permanente della vita di chi la riceve e alla rimozione delle cause che la rendono necessaria. In caso contrario, rischia di essere controproducente e di demoralizzare economicamente i beneficiari.

È innegabile che la povertà e la sofferenza siano state alleviate su larga scala grazie alla carità cristiana. Tuttavia, non è certo che il mondo romano abbia tratto da ciò un beneficio maggiore del danno.

La condizione femminile

Per quanto riguarda la condizione della donna, spesso si fa riferimento all’influenza positiva del Cristianesimo nell’elevare la sua posizione e nel promuovere la santità della vita domestica. Tuttavia, non ci sono prove di un cambiamento significativo tra i primi e gli ultimi giorni dell’Impero Romano.

Lo status della donna sotto l’Impero, sia all’inizio che alla fine, era migliore rispetto al passato, ma la sua emancipazione era iniziata ben prima dell’era cristiana. L’idea di uguaglianza tra cristiani ebbe probabilmente una certa influenza, ma non maggiore rispetto alla questione della schiavitù.

Inoltre, l’ascetismo che caratterizzava il Cristianesimo dell’epoca ebbe un impatto negativo sulla visione della donna, vista principalmente come una tentazione al peccato. Tale opinione non poteva certo promuovere la sua dignità.

Gli effetti di questo spirito ascetico sulla vita domestica non furono del tutto positivi. Se da un lato la lotta contro i peccati della carne diede buoni risultati, dall’altro l’insistenza sulla castità come virtù suprema portò molti uomini e donne a rifugiarsi in monasteri e conventi, piuttosto che a promuovere la santità della famiglia.

Infine, la Chiesa assunse una posizione rigorosa in materia di divorzio e nuovo matrimonio, non tanto per preservare la santità del vincolo matrimoniale, quanto per ostacolare i secondi matrimoni, considerati quasi come adulterio.

Il Cristianesimo ha migliorato la storia romana?

Se non possiamo riscontrare con certezza un miglioramento generale e marcato nelle condizioni sociali dell’Impero Romano attribuibile al Cristianesimo, possiamo almeno affermare che l’Impero successivo sarebbe stato peggiore senza questa fede? Questa è un’ipotesi comune tra gli storici.

Tale opinione si basa su una concezione della natura e degli scopi del Cristianesimo di quel tempo che può essere verificata. Gli scopi e gli ideali del Cristianesimo, così come esisteva nel mondo romano, giustificano l’ipotesi che esso costituisse una forza sociale di preservazione e conservazione?

Una delle cose più sorprendenti dei primi cristiani è la loro quasi totale mancanza di interessi e ideali sociali. Il Vangelo di Gesù, un tempo eminentemente sociale, nelle mani dei suoi seguaci perse la sua enfasi sociale e divenne individualistico e ultraterreno.

Gesù era interessato a promuovere il Regno di Dio, il regno dello spirito di fratellanza qui e ora. Ma per i suoi discepoli, il Regno era solo una realtà futura. Vivevano interamente nel futuro, sforzandosi solo di preparare gli altri per la consumazione inducendoli al pentimento e all’accettazione di Gesù come Messia.

Nelle mani di Paolo, il Cristianesimo divenne un mezzo di redenzione dal peccato. Tutti gli uomini sono malvagi e condannati alla distruzione. Unendosi a Cristo per fede, vengono trasformati da esseri corrotti in esseri santi, da peccatori a santi, e vengono liberati dalla morte e resi possessori della vita eterna.

Il cristiano è un essere soprannaturale, superiore e separato dalle cose di questo mondo, che aspetta la sua liberazione e il suo godimento della vera vita dello spirito in un’altra sfera. Paolo aveva grandi visioni sulla conversione dell’Impero Romano, ma il mondo era essenzialmente malvagio, e la salvezza consisteva nella fuga da esso.

Paolo fece dell’amore la virtù suprema della vita cristiana, ma non era interessato al miglioramento delle condizioni sociali. L’amore aveva significato per chi amava, non per chi era amato. Il suo valore risiedeva in ciò che esprimeva, non in ciò che produceva.

Nonostante l’enfasi sull’amore, la sottomissione della carne allo spirito era essenziale. La salvezza consisteva nella separazione da questo mondo e nell’astinenza dai suoi piaceri.

Uomini dominati da una tale concezione non potevano impegnarsi nel servizio sociale o nel miglioramento delle condizioni terrene. Un uomo poteva essere un cittadino utile, ma era piuttosto nonostante il suo Cristianesimo che a causa di esso.

Era proprio questa assenza di spirito pubblico, questa indifferenza al presente a causa dell’assorbimento nel futuro, questo disprezzo della terra a causa dell’amore del cielo che costituiva il difetto principale del Cristianesimo agli occhi dei suoi oppositori.

Invece di rendere un uomo un cittadino migliore, il Cristianesimo spesso lo rendeva l’opposto. Che non lo facesse sempre era perché non era sempre preso con sufficiente serietà dai suoi aderenti.

Anche dopo che l’ascetismo si era sviluppato nel monachesimo, non tutti i cristiani erano monaci, ma il monachesimo era riconosciuto come l’espressione completa dell’ideale cristiano prevalente.

Era lo stesso ideale di vita cristiana che trovava espressione nel celibato del clero. Se il clero non poteva vivere separato dal mondo, poteva almeno evitare i piaceri della carne ed esemplificare in un grado più elevato l’ideale cristiano dell’astinenza.

Non essere parte del mondo, ma essere separati da esso: questo significava la santità cristiana; e non servire il mondo, ma salvare dalle sue fatiche quanti più compagni possibili: questo significava l’amore cristiano.

Per lungo tempo, la Chiesa cristiana fu una piccola istituzione, una minoranza in un vasto Impero. Inizialmente, non si poteva certo aspettare che coltivasse grandi ideali per la trasformazione della vita dell’Impero.

Tuttavia, ciò che sorprende è che anche i Padri del IV secolo e successivi, dopo che il Cristianesimo divenne la religione ufficiale, rimasero altrettanto silenziosi riguardo a ideali di riforma sociale ed economica.

Nei loro scritti, vi è una completa assenza di qualsiasi suggerimento di un ideale globale di riforma sociale o economica. La vittoria della Chiesa la trovò impreparata a sfruttare la sua nuova opportunità.

Se, prima di tale opportunità, la Chiesa fosse stata interessata alla trasformazione di questo mondo nel Regno di Dio, avrebbe colto con entusiasmo l’occasione datale da Costantino e dai suoi successori. Ma nessuno dei Padri dell’epoca sembra aver pensato a una trasformazione su vasta scala.

Essi avevano molto interesse per la Chiesa, per la purezza delle sue dottrine, per la severità della sua disciplina, per lo splendore del suo rituale. Ma al mondo stesso prestavano poca attenzione.

Il cambiamento di atteggiamento del governo verso la Chiesa era considerato una benedizione soprattutto perché implicava vantaggi per la Chiesa stessa.

L’opera di Agostino, “La Città di Dio”, è un’illustrazione classica di tale atteggiamento. Non un solo regno, il Regno di Dio, di cui tutti i regni del mondo devono far parte, ma due regni, uno celeste e uno terreno, la “Civitas Dei” e la “Civitas Terrena”, che rappresentano due principi opposti.

Le ragioni del successo cristiano

Data questa visione, ci si potrebbe chiedere: come mai il Cristianesimo si diffuse così rapidamente nel mondo romano, soppiantando il paganesimo?

Le condizioni nei primi tempi dell’Impero Romano erano favorevoli alla diffusione di qualsiasi movimento religioso. Era un tempo di irrequietezza, di curiosità e di avidità per le cose nuove.

Il senso del peccato, il riconoscimento del male del mondo presente, l’anelito alla redenzione, il desiderio di immortalità: tutte queste aspirazioni stavano diventando comuni.

I nuovi bisogni richiedevano soddisfazione, e il risultato fu una grande rinascita della fede e del sentimento religioso.

La facilità di comunicazione all’interno dell’Impero, le grandi strade romane, l’eccellente protezione, la prevalenza di una lingua comune, rendevano facile la crescita di qualsiasi movimento mondiale.

Il Cristianesimo era quindi una delle tante fedi che facevano appello al mondo romano. Ma non è un caso che alla fine sia diventato dominante.

La coscienza di unità tra i suoi aderenti, la sua organizzazione, ebbero molto a che fare con il suo successo. L’autoconsapevolezza e l’esclusività della Chiesa, la convinzione dei cristiani di essere il popolo eletto di Dio, erano impressionanti.

Ecco un movimento che rivendicava tutto e non concedeva nulla. Ciò suscitò ostilità, ma anche devozione fanatica.

Sarebbe un errore immaginare che la diffusione del Cristianesimo nel mondo romano fosse dovuta solo a fattori esterni o casuali. In realtà, il Cristianesimo ottenne la sua vittoria soprattutto perché possedeva molti più elementi di potere e permanenza, combinava una maggiore varietà di caratteristiche attraenti e soddisfaceva una maggiore varietà di bisogni rispetto a qualsiasi altro sistema religioso.

Pur riconoscendo i suoi difetti, dobbiamo ammettere che la sua vittoria nell’Impero Romano fu giustamente guadagnata grazie alla sua superiorità.

Il Cristianesimo faceva appello al mondo antico in molti modi. Ad esempio, esercitava un forte e variegato richiamo religioso. La rivelazione di un solo Dio e della possibilità di comunione con Lui, la promessa di redenzione dal peccato, l’assicurazione di un futuro benedetto in cielo, il fervore spirituale e i riti mistici, ebbero tutti un ruolo importante.

Inoltre, sebbene l’interesse dei primi cristiani per la riforma sociale fosse scarso, il Cristianesimo faceva appello agli istinti sociali di moltitudini, specialmente delle classi inferiori. L’enfasi sul principio della fratellanza cristiana, l’idea che tutti i cristiani fossero membri di un’unica famiglia, la federazione strettamente unita, l’associazione intima all’interno delle chiese locali, la cura comune per i malati, i sofferenti e i poveri, deve essere stato immensamente attraente.

Il Cristianesimo si presentò come una filosofia in grado di rispondere ai grandi interrogativi dell’epoca e di soddisfare i bisogni intellettuali dell’uomo. Tra i suoi punti di forza vi erano:

  • Monoteismo: in un periodo in cui il mondo intellettuale si allontanava dal politeismo tradizionale.
  • Rivelazione divina: una narrazione definita dell’origine e del destino del mondo, basata sulla presunta rivelazione divina.
  • Chiara concezione del ruolo dell’uomo: una precisa definizione del posto dell’uomo nell’universo.
  • Etica basata sulla volontà di Dio: la virtù come compimento della volontà divina.
  • Immortalità e premi/punizioni: la dottrina dell’immortalità dell’anima e delle future ricompense e punizioni.
  • Cristo come figura divina: l’idea di Cristo come essere divino disceso dal cielo, elemento centrale di una complessa cosmologia e di un sistema di redenzione.
  • Scritture sacre: i testi sacri ereditati dalla tradizione ebraica, ricchi di significati allegorici e spunti di riflessione.

Il Cristianesimo si proponeva come frutto non della riflessione umana, ma della rivelazione divina, rivendicando universalità e definitività. In questo modo, ha attratto filosofi di diverse estrazioni e convinzioni, diventando una religione non solo per gli umili, ma anche per i dotti.

A differenza dei suoi principali competitori, il Mitraismo (che si rivolgeva soprattutto agli istinti e ai desideri dell’uomo comune) e il Neoplatonismo (che ha attratto le classi filosofiche dell’Impero), il Cristianesimo ha attratto sia l’uomo comune che i filosofi, presentandosi come una religione con un messaggio pratico per tutti e, allo stesso tempo, come una filosofia in grado di rivaleggiare con i grandi sistemi del passato.

Un movimento, per diffondersi rapidamente e in modo capillare, deve attirare l’uomo comune; per affermarsi in modo stabile e duraturo, deve conquistare le classi pensanti e i leader intellettuali. Il Cristianesimo riuscì in entrambi gli obiettivi, ottenendo un successo negato alle fedi rivali.

In un’epoca di crescente bisogno di riforma morale, il Cristianesimo proclamava un ideale rigoroso, stimolando motivazioni profonde e offriva un nuovo ed efficace potere morale. Si presentò in un momento in cui il mondo era consapevole del proprio bisogno morale e pronto a rispondere a una vigorosa chiamata etica.

L’influenza più grande e benefica del Cristianesimo sulla vita dell’Impero Romano risiede proprio nel suo contributo all’ambito morale. Anche se i Padri della Chiesa non sembrano aver avuto l’ambizione di ricreare l’Impero a immagine di Cristo, e anche se non possiamo affermare che il Cristianesimo abbia innalzato il livello generale di vita nel mondo romano o che abbia promosso in modo significativo la sua trasformazione nel Regno di Dio, possiamo ipotizzare che la vita di molti, anche di coloro che non abbracciarono il monachesimo, ne fu influenzata, e in meglio.

Il Cristianesimo non insegnava ideali morali del tutto nuovi, poiché molte delle virtù considerate importanti dai Padri cristiani erano riconosciute anche da altri maestri morali del tempo. Tuttavia, la differenza tra i cristiani e i loro contemporanei risiedeva in parte nell’enfasi data ad alcune virtù, come la castità, e in parte nel valore personalmente attribuito a virtù gentili, come l’umiltà, la sfiducia in sé stessi, la pazienza nella sofferenza, la tolleranza, il perdono delle offese e l’auto-cancellazione.

L’ideale cristiano di uomo buono si distingueva da quello pagano, e la sua diffusione fu favorita dall’ascesa delle classi inferiori e dal graduale crollo delle vecchie distinzioni sociali.

Tuttavia, l’interpretazione della vita cristiana come primariamente e in modo determinante una vita di servizio sociale, così diffusa oggi, era praticamente sconosciuta tra i cristiani del mondo romano.

Ancora più importanti delle differenze ideali furono il nuovo entusiasmo e i nuovi impulsi morali che il Cristianesimo portò nel mondo romano. La predicazione del sistema cristiano come rivelazione divina, l’enfasi sulle future ricompense e punizioni, l’insistenza sulla virtù come mezzo di salvezza, l’interpretazione di Dio in termini morali, l’appello all’esempio di Cristo e dei santi, l’idea della vita cristiana come implicante doveri e obblighi morali, e l’esortazione ai cristiani ad essere degni della loro chiamata, pur non essendo elementi del tutto nuovi al mondo pagano, nella loro combinazione ebbero un grande impatto sulla promozione di una vita migliore.

Soprattutto, il riconoscimento delle possibilità morali degli umili e la convinzione che ogni uomo può essere, se vuole, un figlio di Dio, ebbero un’enorme influenza nel suscitare entusiasmo morale tra quelle classi a cui i grandi moralisti pagani non si rivolgevano.

La potenza di questi e simili motivi all’interno della stessa Chiesa cristiana è ampiamente testimoniata dagli scritti dei Padri.

Per quanto possa essere difficile dimostrare un grande effetto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero nel suo complesso, è certo che esso spinse molte persone a sforzarsi di vivere virtuosamente. È nel suo effetto su tali vite individuali che dobbiamo vedere la reale influenza del Cristianesimo all’interno del mondo romano.

È comprensibile che l’impegno sociale di Gesù non sia stato pienamente raccolto dai suoi primi seguaci. Tuttavia, non dobbiamo giudicarli con troppa severità. Essi hanno svolto un ruolo fondamentale nella sfera morale. Pur con ideali etici che, da una prospettiva moderna, possono apparire imperfetti e persino discutibili, sono riusciti a instillare nella loro epoca e in quelle successive l’importanza della riforma morale, fornendo un rinnovato entusiasmo e una forza morale propulsiva.

Ma forse, più efficaci di tutti gli appelli specifici del primo Cristianesimo (religiosi, sociali, filosofici e morali) fu la devozione personale a Gesù. Moltitudini che comprendevano solo parzialmente i suoi ideali, ma che erano profondamente legate a lui e a quella che credevano essere la sua causa. La convinzione della sua divinità non fece che rafforzare tale devozione, conferendole un carattere particolarmente elevato. Persino il martirio appariva una scelta naturale a molti. Non si trattava di difendere un principio astratto, bensì un leader venerato, che credevano fosse realmente presente con loro.

Come abbiamo visto, la vittoria del Cristianesimo non fu casuale. Esso ha attratto il popolo del mondo romano e conquistò le coscienze e i cuori di moltitudini per diverse ragioni.

L’imperatore Augusto e molti dei suoi successori compresero che l’Impero Romano necessitava di una religione comune per unire i suoi numerosi ed eterogenei elementi. Il culto del “Genio di Roma” e dell’Imperatore, sviluppato nei primi tempi dell’Impero, costituì per lungo tempo un legame religioso, simboleggiando l’unità del mondo romano e alimentandone la lealtà. Tuttavia, si trattava di un’imposizione artificiale, sovrapposta alle fedi esistenti, che promuoveva un’unità piuttosto formale che interiore e sentita.

Il Cristianesimo, invece, offriva un tipo di unità diverso. I cristiani erano legati tra loro da una lealtà appassionata a Cristo, alla Chiesa e ai loro fratelli. Il nuovo movimento conteneva un principio di unità che lo rendeva adatto a svolgere per l’Impero Romano un ruolo che nessun’altra religione dell’epoca avrebbe potuto svolgere. L’azione di Costantino e dei suoi successori fu, in un certo senso, inevitabile. Una volta diventato troppo forte per essere soppresso e abbastanza forte da essere usato dal potere imperiale, il suo destino come religione di stato romano era segnato.

Tuttavia, l’alleanza tra Cristianesimo e Impero fu fragile. Il Cristianesimo era nato come religione individualistica e mal si adattava al ruolo di religione di stato. L’Impero, di fatto, non divenne mai veramente cristiano. Il Cristianesimo, presente fin dalla nascita della nuova civiltà occidentale, esercitò un’influenza maggiore sull’Europa moderna di quanto non avesse fatto sull’Impero Romano. È nel mondo moderno che possiamo osservare la sua influenza su larga scala.

Oggi, in un’epoca in cui la coscienza sociale è fortemente sviluppata, il Vangelo viene interpretato in gran parte in termini sociali, in linea con lo spirito di Gesù. Da questo punto di vista, il Cristianesimo dell’Europa e dell’America presenta ancora delle lacune, eppure la nostra civiltà può essere definita cristiana, non certo in modo completo, ma più di quanto non lo fosse quella del mondo romano.

Filippo l’Arabo: l’imperatore dei mille anni di Roma, tradito e sfortunato

Di Riccardo Troiano

Il III secolo d. C. risulta un periodo di profonda crisi dell’Impero Romano, che quasi giunse sul punto di collassare di fronte alle enormi difficoltà politiche, economiche e sociali che affrontò in quegli anni.

La guida imperiale fu scandita frettolosamente da vari imperatori, che si susseguirono acclamati principalmente dal favore dei propri soldati.

Anche Filippo l’arabo ottenne la porpora imperiale in seguito all’acclamazione delle truppe orientali e guidò brevemente l’Impero, in particolar modo nell’anno in cui Roma festeggiò i mille anni dalla sua fondazione. La gloria di una storia eterna fu magnificata causalmente da un imperatore di umili origini, capace di cogliere l’opportunità di guidare uno dei più importanti Imperi della storia.

La presa del potere

Lo storico romano Aurelio Vittore riporta che Marco Giulio Filippo nacque nel 204 a Tracontis, l’odierna Shahba, una città della Siria meridionale, ed è soprannominato l’Arabo, sia perché la sua città natale apparteneva alla provincia romana d’Arabia, sia perché era probabilmente discendente proprio da una famiglia di origini arabe.

Filippo ottenne incarichi militari probabilmente grazie al fratello Prisco, prefetto del pretorio affianco a Timesiteo, reggente e allo stesso tempo suocero del giovane imperatore Gordiano III.

Nella primavera del 243 il generale Timesiteo morì improvvisamente durante la campagna militare intrapresa contro i Sasanidi, che avevano nuovamente invaso le province orientali dell’Impero romano. In seguito a tale evento, il collega Prisco convinse l’imperatore Gordiano a nominare il fratello Filippo prefetto del pretorio insieme a sé.

Poco dopo, nel 244, il giovane Augusto rinnovò lo scontro contro i Sasanidi, durante il quale perse la vita, probabilmente cadendo nella battaglia di Mesiche, in Mesopotamia, come testimonia anche una iscrizione sasanide redatta per glorificare le gesta del re Sapore I.

Alcune fonti romane ritengono, invece, che Gordiano III fu ucciso da una congiura ordita da Filippo. Secondo l’Historia Augusta, infatti, appena nominato prefetto del pretorio, Filippo mirò a sostituirsi al princeps, diffondendo malcontento tra i soldati, deviando i rifornimenti necessari all’approvvigionamento delle truppe.

Questa versione possiede comunque una scarsa attendibilità, perché alterata dalla posizione assunta da testi che dipingono e valutano l’operato degli imperatori secondo il rapporto instaurato con l’aristocrazia senatoria.

Il regno di Filippo l’Arabo e i mille anni di Roma

Le truppe acclamarono Filippo nuovo imperatore e immediatamente il princeps decise di tornare a Roma, dove il riconoscimento del Senato avrebbe legittimato ulteriormente la sua ascesa al titolo di Augusto. Concluse frettolosamente la guerra contro i Sasanidi, accettando umilianti condizioni di pace, che previdero la cessione dell’Armenia e di una parte della Mesopotamia, versando anche un lauto tributo.

Ben presto Filippo rafforzò ulteriormente la propria posizione, nominando il figlio omonimo come suo successore e sostituendo numerose cariche politiche, che affidò a figure a lui fedeli, come alcuni parenti. Il nuovo Augusto affidò l’Oriente al fratello Prisco, che assunse il titolo di rector totius Orientis e il comando delle truppe di stanza lungo il confine orientale dell’Impero.

Nel 245 il princeps intervenne in soccorso del generale Severiano, (probabilmente suo cognato), frenando l’incursione dei Carpi e dei Quadi nelle province romane della Mesia e della Pannonia lungo il fiume Danubio. Tornato a Roma, nel 248 l’imperatore organizzò magnifici festeggiamenti per i mille anni della città eterna, che gli valsero un favore crescente del popolo.

L’impero celebrò i Ludi Saeculares nel mese di aprile, quando secondo la tradizione l’Urbe fu fondata nel 753 avanti Cristo. I giorni tra il 21 e il 23 previdero quindi il susseguirsi di cerimonie religiose, spettacoli teatrali e giochi negli anfiteatri. Questo glorioso evento fu impresso sulle monete, che restituiscono una autentica testimonianza di una data significativa per la storia di Roma.

Le ribellioni

Nello stesso momento l’autorità imperiale fu discussa da alcune truppe provinciali, che scelsero il proprio comandante come nuovo Augusto.

I soldati in Gallia acclamarono il generale Silbannaco e in Oriente un tale Iotapiano fomentò la protesta contro la gravosa tassazione imposta a motivo della crisi agraria che in quegli anni investì l’Egitto. Recentemente tra gli usurpatori di questi anni gli studiosi aggiungono anche il nome del governatore della Dacia, Sponsiano, il cui nome fu restituito da una moneta rinvenuta in Transilvania nel XVIII secolo.

Sebbene tali ribellioni durarono poco tempo, scossero notevolmente la posizione di Filippo, che elargì somme di denaro per ingraziarsi i territori imperiali. I turbamenti dell’imperatore furono parzialmente ammansiti dai consigli del valido generale Decio, che frenò un intervento militare di fronte alla continue rivolte, destinate appunto a spegnersi da sé.

Il progressivo impoverirsi dell’erario comportò una serie di tagli come il tributo da versare ai Goti, che così ripresero a invadere le province romane, assediando perfino la città di Marcianopoli, in Tracia. La loro avanzata fu frenata e respinta dal generale Decio, che nel 249 fu ancora una volta incaricato dall’imperatore per reprimere la ribellione del comandante Pacaziano in Mesia e Pannonia.

Prima che giungesse allo scontro, però, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che si unirono alle truppe di Decio e lo elessero imperatore, «poiché eccelleva per capacità politica ed esperienza militare», come racconta lo storico bizantino Zosimo.

Lo scontro finale e la morte

Filippo reagì alla defezione, raccolse il suo esercito e si scontrò contro le truppe guidate da Decio presso Verona; l’imperatore cadde sul campo, (o piuttosto vittima di una congiura ordita dai suoi stessi soldati), e poco dopo anche il figlio, Filippo II, fu ucciso dalla guardia pretoriana, intenzionata a ingraziarsi il nuovo Augusto. In seguito, Decio ottenne la porpora imperiale, riconosciuto anche dal consenso del Senato.

La figura di Filippo l’arabo emerge nei nostri giorni per la repentina ascesa alla guida dell’Impero, nonostante l’origine provinciale, garantita dalla valida esperienza militare e politica che gli permise di soggiogare Gordiano III. Appare anacronistica la sua scelta di tessere nuovamente un legame cordiale con il Senato, che soltanto durante l’alto impero conservò la propria autorità, dispersa poi quando l’esercito esercitò la funzione di nominare da sé l’imperatore.

Resta da annotare che autori del tardo impero insinuarono che l’imperatore Filippo l’arabo abbia professato la fede cristiana. I testi del IV secolo dei vescovi Eusebio di Cesarea e Giovanni Crisostomo raccontano che Filippo partecipò a un momento di preghiera in occasione della Pasqua nella città di Antiochia. Il vescovo Babila, tuttavia, lo invitò a confessarsi prima di unirsi alla cerimonia religiosa.

Questa notizia fu probabilmente costruita sulla religione sincretica promossa durante gli anni del suo regno, che lo distanzia dalla violenta persecuzione contro i cristiani promossa successivamente da Decio.

Il disegno di promuovere unità e pace nell’Impero, sotto la guida di una nuova dinastia, indusse probabilmente Filippo anche ad accogliere una religione distante da quella tradizionale. La fragilità dell’Impero romano non garantì, però, il perdurare del suo progetto, che fu scosso dalle incursioni lungo il limes danubiano e dalla crisi economica fino a cedere alla ennesima ribellione dell’esercito, che infine scelse un nuovo successore nella figura del generale Decio.

Fonti

  • Historia Augusta, Gordiani tres, 29, 2-5
  • Zosimo, Storia nuova, 21,2-22,1

La rivolta di Ampsicora: i ribelli sardi sfidano Roma

La rivolta di Amsicora o Ampsicora è stato il principale movimento di ribellione contro il dominio Romano in Sardegna  

Una volta conquistato il sud della penisola e la Sicilia, trovandosi in guerra contro Cartagine che possedeva quest’ultima, Roma mirò subito alla conquista della Sardegna.

Conquistare l’isola non fu però un’impresa di poco conto per Roma, poiché il popolo sardo lottò ben otto volte contro il potente esercito di Roma, anche se molto probabilmente la rivolta più nota è sicuramente quella capeggiata da Amsicora, che riuscì ad unire tutti i sardi creando un unico esercito in grado di fronteggiare Roma. 

La lunga lotta per la Sardegna

L’isola, abitata secoli e secoli  prima dall’evoluta civiltà nuragica, venne occupata con la forza dai Punici, che dal momento della loro ascesa al potere, conquistarono con la forza tutte le terre del Mediterraneo occidentale, Sardegna compresa. Di quest’isola però, riuscirono a conquistare solo la parte costiera e la pianura del Campidano, luogo dove armai era già diffusa una cultura sardo –fenicia, dovuta alla convivenza pacifica con questo popolo arrivato nell’isola secoli prima.

Ben diversa era la situazione all’interno dell’isola,  dove gli abitanti era organizzati in gruppi tribali, di cui i più noti erano i Balari e gli Iliensi, che vivevano di un economia agropastorale, mantenendo la cultura originaria dell’isola, coi loro usi e costumi.  

Nei confronti di Roma, la ribellione di Amsicora è certamente la più nota. Il primo motivo è senz’altro il fatto che quest’uomo unì tutti i sardi (abitanti della costa e abitanti dell’interno) con la consapevolezza che per sfidare una Roma era necessario essere un unico popolo, il secondo motivo è il fatto che tale rivolta  ci viene raccontata in maniera dettagliata da Tito Livio, uno storico latino del I° secolo, nel XXIII° libro della sua opera “Ad urbe condita”.

Il resoconto di Tito Livio descrive il periodo delle guerre puniche, raccontando come Roma ha ormai conquistato tutto il sud Italia, sottraendo ai punici anche la Sicilia e la Sardegna.  Siamo nel 215 A.C. e quest’ultima isola è fondamentale per Roma, non solo per la sua posizione geografica, ma anche perché possiede una grande pianura in grado di produrre cereali per il fabbisogno della città , cosa che d’altronde faceva già per gli abitanti di Cartagine.

L’ascesa di Amsicora e la rivolta

In questo clima di sottomissione al nuovo popolo che si impossessa dell’isola si distingue un uomo, Amsicora, un latifondista che vive in una cittadina vicina alla costa occidentale,  Cornus, che Tito Livio definisce come  “qui tum auctoritate arque opibus longe primus erat” – era il primo, di gran lunga, per prestigio e per ricchezze. Amsicora ha un obiettivo, sfidare e cacciare via l’esercito romano che è insediato nella città di Calares, l’attuale Cagliari, ma è consapevole che da solo non può riuscirci, è fondamentale che tutti i sardi siano uniti, che abitanti della costa e abitanti dell’interno formino un’unica fazione, un unico popolo in grado di affrontare e battere Roma. 

Nell’isola si trova Annone, un consigliere di Cartagine che propone di chiedere aiuto a Cartagine, ormai in guerra con Roma da anni; quest’ultimo parte verso l’Africa a chiedere rinforzi, mentre Amsicora si dirige verso l’interno dell’isola, per reclutare combattenti dalla Gens Illienses, uomini forti e coraggiosi che pur di difendere la loro terra si uniranno a quello che lo stesso Tito Livio definisce  Dux Sardorum. 

A Calares intanto il pretore Q. Mucio Scevola percepì aria di rivolta e mandò un messaggio al Senato, informando quest’ultimo che lui non era in grado di affrontare una possibile ribellione, non solo per mancanza di forze militari, ma  anche perché si era ammalato (molto probabilmente di malaria. Il senato rispose subito alla richiesta del governatore dell’isola, inviando un nuovo comandante, il propretore Tito Manlio Torquato con al seguito una legione di 22.000 fanti e 1.200 cavalieri.

Allo stesso tempo da Cartagine, di certo non per solidarietà ma per riconquistarsi l’isola sottratta dai Romani, partì uno dei Generali più noti, Asdrubale il calvo, con suo fratello Magone, 20 elefanti da guerra, 12.000 fanti e 1.500 cavalieri a bordo di 60 navi da guerra, che a causa di una tempesta finirono alle Baleari,  ritarderanno di molto tempo il loro arrivo in Sardegna, nel porto di Tharros.

Verso lo scontro

Mentre Asdrubale era in viaggio e Amsicora reclutava uomini presso il popolo interno, a Cornus c’era Josto, il figlio del Dux Sardorum, con l’incarico di attendere l’arrivo dei rinforzi; Tito Livio lo descrivo come un ragazzo giovane, impulsivo e con la voglia di combattere che, senza attendere nessun rinforzo cede alle provocazioni di Tito Manlio Torquato, nel momento in cui parte da Calares con un contingente del suo esercito.

Il Generale romano vinse questa prima battaglia, ma si ritirò immediatamente col timore di essere colto alle spalle da Asdrubale, qualora quest’ultimo fosse sbarcato a Calares; di conseguenza si ritirò subito nel suo accampamento, dove per la prima volta nella storia militare vennero arruolati i marinai come esercito terrestre. 

Una volta che Asdrubale sbarcò nell’isola, molto probabilmente a Tharros, si unì agli uomini reclutati  da Amsicora formando un unico esercito che affrontò la legione di Torquato in una zona che corrisponde oggi all’attuale territorio di Decimomannu.  

La battaglia di Decimomannu

Tito Livio racconta che la battaglia durò quattro ore e fu vinta dai Romani; l’esercito punico, vista la ferocia del nemico, si ritirò in anticipo, lasciando nel campo di battaglia i sardi, che a loro volta, data l’impossibilità di vittoria, batterono in ritirata, risalendo presso le loro montagne e portando con se Amsicora, che nella notte si suicidò una volta appresa la notizia della morte del figlio. 

Lo storico latino non fornisce nessuna informazione sulle perdite romane, ma dà numeri dettagliati sulla fazione opposta, dicendo che l’esercito sardo – punico perse circa 27.000 uomini tra cui Josto, inoltre vennero fatti prigionieri 3.700 soldati, compresi  il Generale  Asdrubale e  suo fratello Magone. 

Come da usanza romana, questi uomini furono portati nella celebrazione del trionfo capitolino e furono venduti come schiavi, ma la punizione di Roma nei confronti della Sardegna non terminò di certo con una cerimonia trionfale;  Torquato infatti punì le città sarde che avevano partecipato alla ribellione imponendo pesanti tributi in grano e denaro, impoverendo cosi un’isola che ormai era già ai piedi della potente città che velocemente stava iniziando la sua ascesa al potere del mondo allora conosciuto. 

Le altre rivolte contro Roma

La rivolta di Amsicora è quella più nota, poiché raccontata dettagliatamente da Tito Livio, ma bisogna tener bene a mente che per i romani fu molto difficile sottomettere la Sardegna, visto che dovettero sedare ben otto rivolte. 

Ad esempio, nel 178 a.C il Pretore Ebuzio dichiarò al Senato che in gran parte dell’isola vigeva la pace perché la gente era ormai sottomessa al potere romano, ma non gli Iliensi, una gente che non era stata sottomessa “gente ne nunc quiedem parte pacata”, e qualche anno dopo i Romani riuscirono a vincere una battaglia contro gli Iliensi che si erano uniti ai Balari, uccidendo diversi uomini e ammucchiando e bruciando le loro armi in onore al Dio Vulcano, senza però riuscire a sottometterli del tutto.

I Romani celebrarono l’ottavo trionfo il 15 Luglio 111 a.C, con il proconsole Cecilio Metello, che dichiarò nei Fasti Trionfali Capitolini di quell’anno la definitiva oppressione delle rivolte nella provincia. 

La Sardegna, per tutto il periodo di dominio romano, rimase divisa in due parti, la Romània, ossia la parte dell’isola completamente romanizzata, in cui la legge e la cultura del popolo conquistatore era stata assorbita dai sardi, e la Barbària, la parte centrale dell’isola, la terra dei barbari, dei rivoltosi Balari ed Iliensi che Roma non sottomise mai completamente, mantenendo in vita, fino alla fine dell’età imperiale, i loro usi, costumi, credenze ed economia agropastorale.