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Gli inglesi devono a Genova 247 anni di affitto per la loro bandiera?

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«Your Majesty, I regret to inform you that from my books it looks like you didn’t pay for the last 247 years.»

— Battuta ricorrente sui social italiani, riemersa prepotentemente la notte del 12 luglio 2021, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei contro l’Inghilterra.

Quella notte, mentre le piazze italiane esplodevano di gioia, su Facebook, Instagram e Twitter circolava con la velocità di un meme virale una storia dal sapore antico e irresistibile: la bandiera dell’Inghilterra — quella croce rossa su fondo bianco che i tifosi inglesi avevano sventolato per tutta la competizione — non sarebbe altro che il vessillo di Genova, concesso in uso alla corona britannica nel lontano 1190, in cambio di un tributo annuale che, a un certo punto, gli inglesi avrebbero smesso di pagare. Mancano all’appello, si diceva, circa 250 anni di canoni arretrati.

La storia piace. Piace moltissimo. Ha tutto quello che una leggenda di successo deve avere: un’origine medievale, un sovrano famoso come Riccardo Cuor di Leone, un’intera nazione che deve qualcosa all’Italia, e il gusto sottile di un debito mai saldato. Ma è vera?

La risposta, come quasi sempre accade quando una storia è troppo bella, è complicata.

Il soldato che non fu mai genovese

Per capire da dove viene la croce rossa su fondo bianco, bisogna risalire molto prima di Genova, molto prima dell’Inghilterra, molto prima perfino delle crociate. Bisogna tornare in Cappadocia, nell’attuale Turchia, attorno al 280 d.C., dove secondo la tradizione cristiana nacque Giorgio da una famiglia di fede cristiana.

Giorgio si arruolò nell’esercito di Diocleziano e, secondo le agiografie, raggiunse un rango elevato nella guardia imperiale. Quando nel 303 d.C. Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i cristiani, Giorgio si rifiutò di abiurare la fede. Fu arrestato, torturato e infine decapitato a Nicomedia il 23 aprile di quell’anno. Da quel giorno, la chiesa cristiana lo venerava come martire.

Fin qui, nulla che abbia a che fare con croci rosse, bandiere bianche o repubbliche marinare. La figura di San Giorgio come guerriero che uccide il drago — l’immagine che tutti conosciamo — comparve molto più tardi: il racconto della vittoria sul drago emerge solo attorno al XII secolo e conobbe una popolarità straordinaria a partire dal XIII, grazie alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e alla diffusione dell’iconografia cavalleresca crociata. Il santo cappadoce, martire ignoto nei secoli dell’antichità tardiva, si trasformò nel modello del cavaliere cristiano proprio nel momento in cui l’Europa aveva bisogno di eroi da esportare in Terra Santa.

Il culto di San Giorgio si diffuse in tutto il Mediterraneo orientale già nel VI secolo, con centri devozionali a Lydda in Palestina, a Gerusalemme, a Costantinopoli. Non era un santo italiano, non era un santo inglese, non era un santo di nessuna nazione in particolare: era un martire universale della chiesa, venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, e perfino da alcune correnti dell’Islam.

Genova e la prima crociata: la nascita di un simbolo

Cavaliere crociato genovese davanti alle mura di Gerusalemme con macchine d’assedio e bandiera di San Giorgio durante la Prima Crociata

È nel crogiolo delle crociate che la croce rossa su fondo bianco si lega per la prima volta all’identità genovese. Siamo nel luglio del 1099. Gerusalemme è sotto assedio cristiano da mesi, ma i crociati sono esausti, a corto di rifornimenti, senza macchine da guerra sufficienti ad abbattere le mura. È in questo momento che arriva un personaggio destinato a diventare leggendario: Guglielmo Embriaco, detto “Testa di Maglio”, nobile genovese, comandante di due galee — l’Embriaga e la Grifona — con circa duecento uomini tra marinai, soldati e i temutissimi balestrieri.

Quando una flotta egiziana minaccia il porto di Giaffa, Embriaco prende una decisione tanto audace quanto geniale: fa smontare le proprie navi fino all’ossatura, carica il legname su carovane e percorre a piedi i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme. Con quel legname costruisce torri d’assedio alte quaranta metri, le riveste di pece e pellame per renderle impermeabili al fuoco, le avvicina alle mura. Il 15 luglio 1099, i genovesi scalano per primi le mura della città santa.

Sull’architrave del Santo Sepolcro, la tradizione vuole che fosse inciso a lettere d’oro: Praepotens Genuensium Praesidium — «Grazie allo strapotere dei genovesi».

È in questo contesto che la croce di San Giorgio — la croce bianca cruxata di rosso — diventa il simbolo della Repubblica nascente. I marinai genovesi erano già venerati (e temuti) nel Mediterraneo. I loro balestrieri erano considerati i migliori al mondo. La bandiera con la croce rossa diventò il segno visibile di quella forza: un lasciapassare, una garanzia di sicurezza su tutti i mari. Bastava intravedere al largo quel vessillo perché pirati, saraceni e avversari di ogni provenienza preferissero cambiare rotta.

Riccardo e il Doge: la storia che tutti vogliono credere

Riccardo Cuor di Leone e un doge genovese su una nave crociata con bandiera di San Giorgio durante una spedizione medievale

Eccoci al cuore della leggenda. È il 1190. Riccardo I d’Inghilterra — Cuor di Leone, il re guerriero per antonomasia — si appresta a partire per la Terza Crociata. Ha bisogno di navi, di uomini e di un modo per attraversare il Mediterraneo senza diventare bersaglio di ogni corsaro e sultano che incontri lungo la rotta.

La tradizione genovese vuole che, durante la traversata, Riccardo si accorgesse di un fenomeno curioso: le galee che battevano la bandiera con la croce rossa venivano sistematicamente ignorate dai musulmani e dai pirati. Incuriosito, avrebbe chiesto spiegazioni all’ammiraglio genovese Lercari, il quale avrebbe risposto indicando il vessillo: «Chi osa attaccare un legno difeso da questa insegna incorre in morte certa». Il corpo dei balestrieri genovesi incuteva rispetto e terrore in tutti i mari.

Riccardo avrebbe allora chiesto e ottenuto il diritto di usare la bandiera genovese per le proprie navi nel Mediterraneo e nel Mar Nero, in cambio di un tributo annuale al Doge. Dopo secoli di fedele pagamento, a un certo punto — intorno al 1771, secondo la versione più diffusa — la Corona britannica avrebbe semplicemente smesso di versare il canone.

Questa storia, nella sua versione essenziale, è quella che ancora oggi circola sui social, nei dépliant turistici, negli articoli di giornale scritti in fretta prima delle partite di calcio. Ha il ritmo di un racconto medievale, la precisione apparente di un atto notarile, e il finale amaro di un credito mai riscosso. È perfetta.

È anche, nel senso tecnico del termine, una bufala.

L’anatomia di un mito: da Agostino Giustiniani all’Expo 1992

Lo storico dell’arte e divulgatore genovese Giacomo Montanari, interpellato dal quotidiano La Stampa all’indomani della finale di Euro 2020, è stato lapidario: «È una bufala storica creata ad arte nel XVI secolo. Punto».

La genesi intellettuale della leggenda risale agli Annali di Agostino Giustiniani, erudito genovese del Cinquecento impegnato nella costruzione sistematica di un pantheon di glorie patrie. Giustiniani stava ricostruendo — non senza «moltissime forzature e arbitrarie “verità”» — la grandezza di Genova per un pubblico coevo, con l’obiettivo dichiaratamente politico di celebrare la Repubblica. I suoi scritti non sono atti d’archivio: sono propaganda culturale di altissima qualità, destinata a sopravvivere nei secoli e a essere scambiata, da lettori meno accorti, per cronaca neutrale.

Per secoli la storia rimase confinata negli scaffali degli eruditi. Poi accadde qualcosa di straordinario: l’Expo di Genova del 1992, organizzato per celebrare i cinquecento anni dal viaggio di Cristoforo Colombo, divenne il trampolino di lancio involontario di questa leggenda verso il grande pubblico. Nel padiglione britannico — firmato nientemeno che da Sua Altezza Reale il Duca di Kent — comparve un testo, riportato in un libretto illustrativo realizzato dal Comune di Genova, che recitava: «La bandiera di San Giorgio, una croce rossa su fondo bianco, fu adottata dall’Inghilterra e dalla Città di Londra nel 1190 per le navi inglesi dirette verso il Mediterraneo affinché potessero essere protette dalla flotta genovese. Per questo privilegio, il Monarca inglese corrispondeva al Doge di Genova un tributo annuale».

Il testo era probabilmente tratto dallo storico contemporaneo di lingua inglese Jonathan Good, autore di The Cult of St. George in Medieval England, che a sua volta citava la tradizione della “creazione genovese” del simbolo senza disporre di documenti primari a supporto. Una catena citazionale fragile, costruita su fonti di seconda mano risalenti alla propaganda cinquecentesca del Giustiniani, ma confezionata con l’autorevolezza di un’esposizione internazionale e il sigillo reale britannico.Gli anni Duemila e i social network hanno fatto il resto. La storia, già dotata di una patina di ufficialità, è diventata uno dei contenuti virali più condivisi nella storia del web italiano, rilanciata da testate giornalistiche, pagine di curiosità storica, account Instagram e profili Facebook dedicati all'”orgoglio italiano”.

La croce che non appartiene a nessuno

Ma c’è un altro problema con la leggenda, ancora più fondamentale della mancanza di documenti: la premessa stessa è storicamente contestabile.

La croce rossa su fondo bianco non fu “inventata” da Genova. Era un simbolo cristiano condiviso, diffuso in tutto il mondo crociato, adottato da comunità diverse in contesti diversi e per ragioni diverse. Le radici iconografiche affondano nella tradizione costantiniana — il «in hoc signo vinces» con cui l’imperatore Costantino aveva trasformato la croce in simbolo militare — e nella devozione a San Giorgio diffusa fin dal VI secolo in tutto il Mediterraneo orientale.

La prova più eloquente? La croce di San Giorgio compare nell’arazzo di Bayeux come vessillo della nave ammiraglia di Guglielmo il Conquistatore — siamo nel 1066, più di trent’anni prima della prima crociata, e dunque in un’epoca in cui il presunto primato genovese del simbolo non aveva ancora senso. L’arazzo fu realizzato tra il 1070 e il 1077, ed è uno dei documenti storici più attendibili dell’XI secolo.

L’associazione esplicita e istituzionale tra l’Inghilterra e San Giorgio si consolida nel XIV secolo: nel 1348, Edoardo III fondò l’Ordine della Giarrettiera — il più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico — proprio in onore di San Giorgio, nominandolo patrono d’Inghilterra. La sede dell’Ordine è ancora oggi la Cappella di San Giorgio nel Castello di Windsor, e ogni anno il 23 aprile, festa del santo, i cavalieri si riuniscono in capitolo.

Questo percorso di appropriazione simbolica è parallelo a quello genovese, non derivato da esso. Tanto Genova quanto l’Inghilterra attinsero allo stesso serbatoio di iconografia cristiano-crociata. Non c’era un proprietario. C’era un simbolo comune, usato da tutti, che due diverse comunità hanno trasformato nel proprio segno identitario.

Allora perché continuiamo a raccontarla?

La risposta non è nella storia medievale, ma nella psicologia contemporanea. La leggenda della bandiera “affittata” offre qualcosa di raro e prezioso nel catalogo delle narrazioni identitarie: la sensazione che una grande potenza — l’Inghilterra, simbolo per molti italiani di arroganza imperiale e distacco europeo — debba qualcosa a un’Italia minore, periferica, dimenticata. Non una conquista militare, non una scoperta scientifica, ma una dipendenza simbolica: perfino la loro bandiera è nostra.

È anche una storia perfettamente adattata al formato digitale. È breve, verificabile in apparenza, rovescia un rapporto di forza e contiene una cifra precisa (il tributo non pagato dal 1771) che le conferisce l’aria di un dato storico accertato. Ogni qualvolta l’Italia affronta l’Inghilterra in una competizione sportiva, i social la riesumano con tempismo impeccabile. Il fatto che nessuno si chieda mai dove si trovino i documenti originali testimonia quanto, di fronte a una storia abbastanza seducente, la verifica passi istintivamente in secondo piano.

C’è poi una dimensione più sottile, quella che potremmo chiamare il marketing del patrimonio. Genova, come molte città italiane ricche di storia ma relegate ai margini del racconto nazionale, ha tutto l’interesse a costruire narrazioni che la ricolleghino al centro dell’Europa e del mondo. La storia della bandiera ha funzionato egregiamente come strumento di promozione turistica e di orgoglio civico, già nell’Expo del 1992 e ancora di più nell’era dei social. Che sia documentata o meno diventa quasi irrilevante, quando il beneficio identitario è così tangibile.

Cosa resta: la responsabilità di chi racconta

«Attualmente non esistono documenti che riconducano l’origine della bandiera inglese a una concessione di Genova, men che meno al pagamento di un tributo annuale».

La frase, arida nella sua essenzialità, è la sintesi di ogni fact-checking serio prodotto su questo tema negli ultimi anni, da Facta a Genova24, dagli studiosi dell’Archivio di Stato di Genova alle ricerche accademiche anglosassoni. Non significa che Genova non avesse una grande tradizione marinaresca, o che i balestrieri genovesi non incutessero rispetto nel Mediterraneo medievale: quelle sono realtà storiche documentate e straordinarie, che non hanno bisogno di essere abbellite con leggende senza prove.

Il problema non è la leggenda in sé — le leggende sono parte integrante della memoria collettiva e meritano di essere raccontate come tali. Il problema è quando la leggenda viene presentata come fatto storico accertato, senza segnalare al lettore dove finiscano i documenti e inizi la narrazione.

Giacomo Montanari, lo stesso storico che ha pubblicamente smontato la bufala, ha poi costruito per esperimento una versione ancora più suggestiva della leggenda, semplicemente per dimostrare quanto facilmente una storia plausibile possa diventare virale e trasformarsi in “verità” sulla rete. Il risultato fu che molti, leggendo la versione inventata da Montanari a scopo dimostrativo, la condivisero come autentica. La trappola funzionò.

Nel castello di Windsor, ogni 23 aprile, i cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera si raccolgono nella cappella di San Giorgio per celebrare il loro patrono. A Genova, la stessa data è la festa del patrono della città, e la croce rossa su fondo bianco sventola dai palazzi del centro storico. In migliaia di chiese dell’Armenia, della Palestina, della Georgia e della Cappadocia, il nome di Giorgio — il soldato cappadoce giustiziato a Nicomedia nel 303 — risuona ancora come quello di un martire universale.

La vera storia non parla di affitti e canoni. Parla di un simbolo che attraversa quindici secoli, migliaia di chilometri e decine di culture, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso: il segno della croce, l’emblema del guerriero, il gonfalone della repubblica, la bandiera della nazione, il meme della rivincita calcistica. Ogni comunità ci ha proiettato sopra i propri miti, le proprie ambizioni, i propri nemici.

In fondo, è proprio quello che fanno le bandiere.

Gli imperatori romani che furono anche faraoni

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Era estate — i sacerdoti del Tempio di Iside a Shanhur, in Alto Egitto, stavano ultimando i rilievi sul muro esterno occidentale. L’uomo che incidevano nella pietra indossava una corona elaborata: tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con tre falconi in cima e tre dischi solari che rappresentavano il Sole. Stava erigendo un palo con una mezzaluna in cima, rito sacro in onore di Min, dio della fertilità. Alle sue spalle, otto officianti in doppia piuma si arrampicavano sui pali di supporto. Era l’imperatore Claudio — a Roma goffo, spesso deriso dalla corte, mai venerato come un re. Ma lì, nei geroglifici di Shanhur, i sacerdoti lo chiamavano senza esitazione «figlio di Ra, Signore delle Corone», «Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre».

Claudio non aveva mai messo piede in Egitto. Non lo avrebbe mai fatto. Eppure era faraone.

Questa storia comincia con una domanda che sembra scontata e invece non lo è: Cleopatra fu davvero l’ultimo faraone d’Egitto?

Il luogo comune da smontare

La risposta automatica di chiunque abbia studiato storia è sì: Cleopatra VII Filopàtore, morta nel 30 a.C. dopo la battaglia di Azio, è considerata l’ultima sovrana della dinastia tolemaica e l’ultima dell’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Ma questa risposta, per quanto storicamente accurata dal punto di vista politico romano, è solo mezza storia.

L’altra metà si trova incisa nei templi sul Nilo. I sacerdoti egizi continuarono a rappresentare gli imperatori romani con iconografia faraonica, nomi in cartigli regali e titolature divine per almeno tre secoli dopo Cleopatra. La regalità faraonica, pur avendo perso la propria identità istituzionale politica e giuridica, conservava ancora la sua qualità cultuale come elemento centrale della religione templare egizia, e manteneva il suo carattere storico — attraverso i nomi e gli attributi degli imperatori romani scritti in geroglifico all’interno dei cartigli regali — fino a Costantino.

Rispondere alla domanda chi fu l’ultimo faraone, dunque, dipende dal criterio scelto: sovranità politica, oppure continuità cultuale e materiale. E scegliere il secondo criterio cambia tutto.

La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”

Dopo la vittoria di Azio nel 31 a.C. e la morte di Cleopatra e Marco Antonio nel 30 a.C., Ottaviano si trova ad Alessandria padrone dell’Egitto — ma in una posizione giuridica peculiare: tecnicamente non era ancora console, non aveva ancora il titolo di “Augusto” (conferito solo nel 27 a.C.) e formalmente si appoggiava ancora al quadro della Repubblica. Aveva conquistato l’Egitto non come generale dello Stato romano, ma come uomo privato con il suo esercito privato.

Questa anomalia giuridica divenne la fondazione di uno statuto eccezionale. L’Egitto non divenne una provincia normale: era proprietas personale del princeps, gestita attraverso un prefetto di rango equestre anziché senatoriale. Augusto vietò per legge a qualsiasi senatore di mettere piede in Egitto senza esplicita autorizzazione imperiale, per impedire che chiunque con sufficiente base di potere potesse contestare il controllo imperiale sulla provincia. Il motivo era chiaro: l’Egitto riforniva di grano l’intero Mediterraneo, controllarne le entrate significava controllare Roma.

Ma insieme alla provincia il nuovo padrone ereditava qualcosa di più sottile e difficile da maneggiare: tremila anni di sacralità faraonica.

L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo

Roma aveva cacciato i Tarquini nel 509 a.C. e fondato la Repubblica su un principio fondamentale: nessun singolo uomo poteva essere rex. La parola “re” era diventata tabù politico; quando Giulio Cesare sembrava aspirarvi, ne pagò le conseguenze con la vita. Augusto costruì con cura il proprio potere attorno a titoli repubblicani — princeps, imperator nel senso militare originario, tribunicia potestas — evitando accuratamente qualunque termine che evocasse monarchia. La parola rex non compare mai nella titolatura ufficiale di nessun imperatore romano.

In Egitto, però, esisteva un problema di segno esattamente opposto. La teologia templare egizia richiedeva l’esistenza di un faraone: un intermediario tra l’umanità e gli dèi, garante dell’ordine cosmico (Maat), officiante dei riti stagionali senza i quali il Nilo non sarebbe esondato, i raccolti non sarebbero cresciuti, il mondo non avrebbe funzionato. Dopo tremila anni di storia era semplicemente impensabile un Egitto senza faraone.

I sacerdoti, depositari di questa tradizione millenaria, trovarono la soluzione pragmatica: qualunque fosse il nome del nuovo padrone del Nilo, andava inserito nei cartigli e rivestito degli attributi faraonici. Non lo fecero necessariamente per obbedire a Roma — lo fecero perché il loro sistema teologico non contemplava un’alternativa. «Dovevano avere un faraone», ha scritto la prof.ssa Martina Minas-Nerpel dell’Università di Swansea, «e l’unico faraone possibile sotto Ottaviano era Ottaviano».

Si trattava, in sintesi, di un compromesso tacito: Roma garantisce ordine e non interferisce nei culti tradizionali; i sacerdoti egizi vestono il nuovo sovrano con i simboli faraonici, garantendo continuità religiosa e legittimazione locale del dominio romano.

Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano

Cerimonia tra Roma ed Egitto con generale romano incoronato e rilievo di faraone e dio Ra con cartiglio regale e processione di dignitari

Il meccanismo è documentato con straordinaria precisione grazie alla Stele di Philae, eretta nell’aprile del 29 a.C. presso il Tempio di Iside a Philae, vicino alla prima cateratta del Nilo. La stele fu commissionata da Gaio Cornelio Gallo, il primo prefetto romano d’Egitto scelto da Ottaviano. Il testo è trilingue — geroglifici egiziani, latino e greco — e celebra la fine dei re tolemaici e la vittoria sui “re degli etiopi”.

Per decenni si era creduto che il cartiglio inciso nella pietra contenesse il nome di Gallo stesso. Una nuova ricerca guidata dalla prof.ssa Minas-Nerpel ha invece confermato che il nome all’interno del cartiglio è quello di Ottaviano Augusto. Un’ulteriore conferma viene dall’isola di Kalabsha, in Alto Egitto, dove un secondo cartiglio con il nome di Ottaviano risale al 30 a.C., anno stesso della conquista.

Il meccanismo, dunque, era attivissimo già dall’inizio: il nome dell’imperatore viene scritto con i geroglifici nel formato riservato ai faraoni — un’ellisse allungata con una barra trasversale alla base, chiamata shenou in egiziano antico, destinata a contenere esclusivamente il nome del re e a proteggerlo con il suo potere. I sacerdoti traducevano il nome latino in una trascrizione geroglifica, gli attribuivano epiteti divini — “figlio di Ra”, “Signore delle Due Terre”, “colui che vive per sempre come Ra” — e lo inserivano nelle scene di offerta, nei rituali stagionali, nelle fondazioni di templi.

Nel tempio al dio Mandulis a Kalabsha (Talmis), Augusto è raffigurato nella stessa posa che poteva essere di un Thutmosi o di un Ramesse. Tiberio, erede di Augusto (14–37 d.C.), appare sulle pareti del tempio di Kom Ombo con la stessa iconografia faraonica. La pratica, documentata da Augusto fino a Costantino, attraversa tutte le grandi dinastie imperiali romane.

Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo

Il caso più paradossale e meglio documentato è quello di Claudio (41–54 d.C.). La scena di Shanhur — scoperta durante scavi nel 2000 e registrata completamente nel 2010 — è stata pubblicata sulla rivista accademica Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde dalle ricercatrici Martina Minas-Nerpel (Università di Swansea) e Marleen De Meyer (KU Leuven).

Il rilievo mostra Claudio nell’atto di erigere il palo di Min, il rituale che inaugura la stagione dei raccolti. È una scena di fondazione: il sovrano legittimo compie il gesto che garantisce la fertilità della terra. La corona che porta — tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con falconi e dischi solari — è tipica della tarda tradizione faraonica, comune dopo il 332 a.C., mai indossata al di fuori dell’Egitto. I geroglifici descrivono il dio Min come «colui che addestra i cavalli da battaglia, la paura di lui è nelle Due Terre», e Min dice a Claudio: «Ti offro le terre straniere meridionali» — probabilmente i deserti ricchi di minerali.

Un’altra scena nello stesso tempio ritrae Claudio mentre offre lattuga a Min — simbolo della fertilità del dio — con Horo bambino al centro: «Prendi la lattuga per unirla al tuo corpo», dicono i geroglifici nella voce di Claudio.

Come Minas-Nerpel e De Meyer sottolineano: «Anche se sappiamo che Claudio, come la maggior parte degli imperatori romani, non visitò mai l’Egitto, il suo comando sul Nilo e sulle regioni desertiche era legittimato attraverso il culto. Decorando l’esterno del tempio con questo rituale, Claudio in teoria aveva ricevuto le caratteristiche di Min e quindi la sua abilità a governare l’Egitto».

Il paradosso è perfetto: a Roma, Claudio è l’imperatore che Caligola teneva nascosto dietro le tende per farne il bersaglio degli scherzi di corte. Sul Nilo è figlio di Ra, Signore delle Corone.

La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani

Nelle classificazioni storiografiche di settore, gli imperatori romani sono talvolta raccolti sotto la dicitura “faraoni romani” o, più raramente, “34ª Dinastia d’Egitto”. Non tutti gli imperatori sono attestati con la stessa intensità nelle iscrizioni templari — la documentazione dipende da quale tempio fu completato o decorato durante il loro regno. L’elenco seguente riassume le principali evidenze per dinastia.

ImperatorePeriodoEvidenze faraoniche principaliVisita in Egitto
Augusto30 a.C. – 14 d.C.Stele di Philae (29 a.C.); cartiglio a Kalabsha (30 a.C.); tempio di Kalabsha; iconografia faraonica in vari templiNo
Tiberio14 – 37 d.C.Pareti del Tempio di Kom OmboNo
Caligola37 – 41 d.C.Trasportò l’obelisco vaticano da Eliopoli a Roma; attestazioni templariNo
Claudio41 – 54 d.C.Tempio di Iside a Shanhur (scena di Min; scena della lattuga); Tempio di Iside a PhilaeNo
Nerone54 – 68 d.C.Iscrizioni templari; attestazioni geroglifiche con cartigliNo
Vespasiano69 – 79 d.C.Visitò Alessandria prima di salire al trono; attestazioni templari
Tito79 – 81 d.C.Attestazioni nei templi egizianiSì (come generale)
Domiziano81 – 96 d.C.Obelischi romani con geroglifici composti appositamente (Benevento, Pincio); scene templariNo
Traiano98 – 117 d.C.Decorazioni nel Tempio di Iside a Shanhur; attività costruttiva in EgittoNo
Adriano117 – 138 d.C.Visitò l’Egitto nel 130 d.C.; fece costruire obelisco per Antinoo; iscrizioni geroglifiche con elogi imperiali
Caracalla198 – 217 d.C.Attestazioni nei templi dell’Alto Egitto
fino al IV sec.La titolatura faraonica in geroglifico è attestata fino a Costantino[

Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco

Illustrazione dell'antica Roma con obelischi egizi, templi monumentali, arco trionfale e folla in una piazza imperiale

Accanto alle rappresentazioni templari in Egitto, esiste un versante romano della stessa propaganda: gli obelischi. Roma è oggi la città con il maggior numero di obelischi al mondo — 13 in totale, di cui 8 di origine egizia autentica e 5 di fattura romana ma a imitazione egiziana.

Portare gli obelischi a Roma significava appropriarsi del prestigio dei faraoni e dimostrare che l’Impero era il nuovo centro del mondo. Augusto fu il primo a farlo su larga scala: fece trasportare da Eliopoli due grandi obelischi, uno per la spina del Circo Massimo e uno come gnomone del suo Solarium Augusti in Campo Marzio. Caligola spostò quello vaticano da Alessandria al suo circo privato.

Il caso di Domiziano è particolarmente rilevante: l’imperatore commissionò obelischi nuovi a imitazione di quelli egizi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte appositamente per celebrare il mondo dell’Impero romano attraverso il filtro della cultura egizia. I suoi obelischi di Benevento — dedicati a Iside — non sono bottini di guerra ma atti consapevoli di appropriazione culturale. Alcuni, come l’obelisco Sallustiano, riportano geroglifici copiati con errori e capovolgimenti da modelli faraonici: Roma vuole parlare quella lingua, ma non sempre la conosce abbastanza bene.

Il quadro che emerge è quello di un doppio livello di propaganda speculare: in Egitto l’imperatore è raffigurato come faraone nei templi locali; a Roma porta gli obelischi dei faraoni per mostrare che è il loro erede.

Come si spiega, sul piano strutturale, che un sistema di potere così romano e anti-monarchico abbia accettato per secoli questo travestimento faraonico? La risposta sta nella logica del sistema templare egiziano.

I sacerdoti egizi erano l’unica casta in grado di leggere i geroglifici, ormai incomprensibili al resto della popolazione. Erano depositari di una cultura millenaria, garanti dei calendari agricoli e rituali, intermediari tra il popolo e gli dèi del Nilo. Non avevano interesse a sfidare il dominio romano — volevano continuare a officiare i culti, mantenere il controllo dei templi e dei loro patrimoni, garantire la fertilità della terra. Per farlo, avevano bisogno di un faraone.

Roma, dal canto suo, aveva tutto l’interesse a non interferire con questa macchina di legittimazione locale. Un Egitto i cui sacerdoti riconoscevano l’imperatore come faraone era un Egitto stabile, cooperativo, fiscalmente produttivo. Il prefetto imperiale governava in latino; i sacerdoti governavano in geroglifico; entrambi ci guadagnavano.

Il risultato fu una delle forme più sofisticate di adattamento culturale dell’antichità: un imperatore che a Roma era per statuto il primo tra i cittadini, in Egitto era il figlio di Ra che regge le Due Terre. Due identità, due linguaggi di potere, un solo uomo.

Chi fu davvero l’ultimo faraone?

La domanda ha due risposte legittime, a seconda dell’ottica.

Ottica politica: Cleopatra VII è l’ultima sovrana indipendente dell’Egitto, l’ultima che governò come faraone nel senso pieno — regnando in proprio, parlando egiziano (fu la prima della sua dinastia a impararlo), officiando i riti in persona. Con lei finisce la monarchia egizia come istituzione autonoma.

Ottica templare e cultuale: l’istituzione faraonica non si interrompe con Cleopatra. Continua nei templi, nelle iscrizioni, nei rilievi, nei cartigli. Gli imperatori romani sono faraoni per i sacerdoti del Nilo, faraoni nella teologia, faraoni nell’iconografia. Le ultime attestazioni certe di nomi imperiali in cartigli geroglifici con piena titolatura faraonica risalgono all’epoca di Costantino, nel IV secolo d.C. — tre secoli dopo Cleopatra.

La chiusura dei templi pagani ordinata da Teodosio nel 391 d.C. mise fine alla tradizione: non perché qualcuno decretasse la scomparsa del faraone, ma perché i sacerdoti che sapevano comporre le iscrizioni geroglifiche e officiare i riti scomparvero insieme ai templi.

Cleopatra è l’ultimo faraone che parlava egiziano. I suoi successori parlavano latino — ma per gli dèi del Nilo, fino alla fine, erano ancora faraoni.

Box: Timeline rapida

AnnoEvento
31 a.C.Battaglia di Azio: Ottaviano sconfigge Marco Antonio e Cleopatra
30 a.C.Morte di Cleopatra VII; Ottaviano annette l’Egitto come dominio personale; cartiglio di Kalabsha
29 a.C.Stele di Philae con il nome di Ottaviano in un cartiglio
27 a.C.Ottaviano riceve il titolo di “Augusto” dal Senato
10 a.C.Augusto trasporta l’Obelisco Flaminio da Eliopoli al Circo Massimo
14 d.C.Tiberio: primo erede al “trono faraonico” romano; attestazioni a Kom Ombo
41–54 d.C.Claudio: scene faraoniche a Shanhur (Min, offerta di lattuga)
81–96 d.C.Domiziano commette nuovi obelischi con geroglifici a Benevento
130 d.C.Adriano visita l’Egitto; morte di Antinoo; costruzione di obelisco commemorativo
IV sec. d.C.Ultime attestazioni di cartigli imperiali romani in geroglifico fino a Costantino
391 d.C.Editto di Teodosio: chiusura dei templi pagani; fine della tradizione templare egizia

Egitto. Scoperta necropoli del dio Seth e dei cinghiali sacri

A Tell Kom Aziza, nel governatorato di Beheira, in Egitto, le recenti e meticolose indagini archeologiche hanno portato alla luce un vasto complesso funerario risalente storicamente ai periodi greco e romano. La campagna di scavi, tempestivamente portata all'attenzione della comunità scientifica internazionale dalle pagine della testata Ahram Online e confermata in veste ufficiale dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano in data 8 Giugno 2026, si inserisce in un tessuto stratigrafico di inestimabile valore accademico. Le antiche sepolture poggiano infatti in modo diretto sulle fondamenta di. . .

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Roma. Una villa imperiale sotto il Liceo Cavour a Roma

A Roma, il tessuto urbano continua a restituire testimonianze inestimabili del proprio passato imperiale, confermando come la stratificazione storica della capitale celi ancora innumerevoli segreti sotto le fondamenta degli edifici moderni. L'ultima eccezionale scoperta ha avuto luogo negli ambienti sotterranei del Liceo Scientifico Cavour, un prestigioso istituto scolastico situato a breve distanza dal Colosseo. Come riportato dalla rivista scientifica statunitense Live Science, il ritrovamento non è stato frutto di una campagna di scavo programmata, bensì della curiosità e dell'iniziativa di un gruppo di giovani studenti. Impegnati nell'esplorazione dei tunnel. . .

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Dal faraone Senwosret III a un tempio dorico: l’Egitto nascosto di Eracleopoli viene alla luce

«A BENI SUEF, in Egitto, un eccezionale recupero archeologico sta ridefinendo in maniera radicale la nostra comprensione delle dinamiche insediative, dei processi di riappropriazione architettonica e della stratificazione monumentale delle antiche metropoli nilotiche. Il Ministero del Turismo e delle Antichità ha recentemente annunciato alla comunità scientifica internazionale una serie di scoperte di inestimabile valore storico, avvenute presso il sito centrale di Ihnasiya al-Madina. Questo insediamento nevralgico, che assunse l'alto ruolo di capitale durante il turbolento periodo della IX dinastia e della X dinastia, è universalmente noto nella storiografia. . .

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43 elmi “sbagliati” cambiano la storia militare del Mediterraneo

A BENICARLÓ, nelle placide eppure insidiose acque che bagnano il sito archeologico sommerso di Piedras de la Barbada, ha a lungo riposato un enigma storiografico capace di fuorviare la comunità accademica per oltre un trentennio. Recuperato in maniera del tutto fortuita nell'anno 1990, quando alcuni pescatori locali impigliarono inavvertitamente le proprie reti in pesanti blocchi metallici tenacemente compattati dalla corrosione marina, uno straordinario arsenale composto da quarantatré elmi in ferro venne frettolosamente ed erroneamente ascritto all'orizzonte cronologico dell'epoca romana. Oggi, un meticoloso lavoro di revisione filologica e scientifica, orchestrato dai ricercatori dell'

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Porcellane cinesi e cristalli a 600 metri di profondità: riemerge il relitto fantasma

Al largo di OSLO, nelle acque profonde del mare norvegese, i ricercatori del Norsk Maritimt Museum hanno portato alla luce una delle scoperte di archeologia subacquea più straordinarie degli ultimi anni: un relitto del XVIII secolo rinvenuto a quasi seicento metri di profondità, in uno stato di conservazione eccezionale, con l'intero carico sostanzialmente integro sul fondale marino. Piatti di porcellana cinese impilati con ordine geometrico, lampadari di cristallo, vasellame in vetro soffiato e casse sigillate: un inventario che restituisce con vivida immediatezza l'immagine di una nave mercantile colta di sorpresa dal destino nel pieno. . .

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La pietra di Stonehenge veniva dalla Scozia: il viaggio che riscrive la preistoria

A STONEHENGE, sulla Salisbury Plain nel Wiltshire, Inghilterra meridionale, giace da millenni una pietra che ha sfidato ogni tentativo di spiegazione: la cosiddetta Altar Stone, il megalite centrale del celebre monumento preistorico. Pesante oltre seimila chilogrammi e composta di arenaria rossastra, essa si distingue nettamente dagli altri elementi strutturali del sito. Oggi, grazie a uno studio pubblicato sul Journal of Quaternary Science e condotto da un'équipe internazionale guidata dalla Curtin University di Perth, in Australia, si delinea per la prima volta un quadro. . .

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La regina Elisenda non era sola: ferite da lama e corpi mummificati nel cuore di Barcellona

A Barcellona, nel cuore della Catalogna, il monastero reale di Santa Maria di Pedralbes ha restituito agli studiosi un insieme di testimonianze osteologiche di eccezionale rilevanza storica e antropologica. Gli scienziati dell'Istituto della Cultura di Barcellona hanno esaminato venticinque scheletri distribuiti in otto sepolture, aprendo una finestra straordinaria sulla vita — e sulla morte violenta — di alcune delle figure più eminenti della società catalana medievale.

Il monastero fu fondato nel 1326 dalla regina Elisenda di Montcada, consorte di Giacomo II d'Aragona. Alla morte del sovrano. . .

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La porta d’Oriente riapre dopo secoli: ritrovata la grande via monumentale di Side

A Side, lungo la costa meridionale dell'Anatolia, nella provincia turca di Antalya, una nuova campagna di scavo ha restituito alla luce una strada che conduceva verso la porta orientale dell'antica città portuale, ampliando in misura significativa le conoscenze sulla trama viaria e sull'organizzazione urbana di uno degli insediamenti più rilevanti del Mediterraneo orientale in età classica ed ellenistica.

La scoperta, resa nota nei primi giorni del giugno 2026, si inserisce in un percorso di ricerca che ha radici profonde: le indagini archeologiche sistematiche a Side presero avvio. . .

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