A Barcellona, nel cuore della Catalogna, il monastero reale di Santa Maria di Pedralbes ha restituito agli studiosi un insieme di testimonianze osteologiche di eccezionale rilevanza storica e antropologica. Gli scienziati dell’Istituto della Cultura di Barcellona hanno esaminato venticinque scheletri distribuiti in otto sepolture, aprendo una finestra straordinaria sulla vita — e sulla morte violenta — di alcune delle figure più eminenti della società catalana medievale.
Il monastero fu fondato nel 1326 dalla regina Elisenda di Montcada, consorte di Giacomo II d’Aragona. Alla morte del sovrano, Elisenda si ritirò nel piccolo palazzo adiacente al convento, assumendo una condizione di oblata more monialium senza tuttavia pronunciare i voti solenni. Quando si spense nel 1364, i suoi resti furono composti in un abito monastico e deposti in una stretta cassa lignea, insieme a un tessuto di seta ricamato in oro e a erbe aromatiche, gesto che testimonia la cura rituale e la devozione proprie del suo rango. L’analisi osteologica ha permesso di stimare che Elisenda avesse raggiunto circa settant’anni al momento della morte, un’età considerevole per gli standard medievali, indice di una costituzione robusta e di condizioni di vita privilegiate.
Le indagini si sono poi estese alle sepolture attribuite alle prime due badesse del monastero, figure di primo piano nella gerarchia ecclesiastica catalana del XIV e XV secolo. I resti di colei che si ritiene essere Sobirana Olzet, prima badessa dell’istituzione, recano i segni inequivocabili di una ferita da lama inferta al volto in un momento immediatamente prossimo alla morte: una circostanza che solleva interrogativi profondi sulle violenze che potevano investire anche le donne consacrate all’interno degli spazi conventuali o nei loro immediati dintorni.
Ancor più complessa si rivela la situazione della tomba attribuita a Francesca Saportella, seconda badessa e nipote della stessa regina Elisenda. All’interno di questo sepolcro i ricercatori hanno rinvenuto i resti di ben nove individui, deposti in momenti distinti nel corso del tempo, secondo una pratica di relocatione funeraria diffusa nel Medioevo. Tra questi, quattro crani maschili presentano ferite da arma da taglio, mentre di eccezionale rarità è il torso mummificato di una donna in stato di gravidanza avanzata: una testimonianza al tempo stesso biologica e umana di straordinaria intensità, che apre interrogativi sulla natura della deposizione e sull’identità di questa donna rimasta anonima per secoli.
Una terza tomba, ritenuta pertinente a un cavaliere, ha riservato un’ulteriore sorpresa: all’interno sono stati identificati i resti di due donne e tre bambini. Una delle donne conservava ancora, attaccata al cranio, una lunga treccia intatta — dettaglio di commovente concretezza, che restituisce per un istante l’immagine fisica di una persona vissuta nel Medioevo catalano e sepolta in circostanze ancora da chiarire.
L’eterogeneità dei depositi funerari, la commistione di generi e la presenza di traumi violenti su soggetti di diversa estrazione sociale e religiosa configurano un quadro interpretativo che trascende la semplice cronaca necropolica. Questi ritrovamenti interrogano la storia istituzionale del monastero, i rapporti di potere che ne regolavano la vita interna, e le dinamiche di violenza — politica, sociale o criminale — che attraversavano la Barcellona del XIV e XV secolo.
Il gruppo di ricerca è ora impegnato nel sequenziamento del DNA estratto dai resti, con il duplice obiettivo di ricostruire le relazioni di parentela tra i defunti e di identificare eventuali agenti patogeni che potrebbero aver contribuito ad alcune delle morti. I risultati di questa analisi genetica promettono di trasformare in certezze documentate ciò che oggi rimane ancora nell’ambito delle ipotesi, restituendo nomi, legami e storie a individui che il tempo aveva ridotto al silenzio delle ossa.





