A BARBARANO ROMANO, nella provincia di Viterbo, il velo del tempo si è sollevato nuovamente su uno dei complessi sepolcrali più affascinanti e meno violati della Tuscia. Nel cuore della necropoli di San Giuliano, un'équipe internazionale di ricercatori ha identificato e riportato alla luce una seconda tomba etrusca rimasta completamente intatta. Il rinvenimento, avvenuto nell'ambito delle attività del San Giuliano Archaeological Research Project, siglato con l'acronimo SGARP, e coordinato dalla Baylor University sotto la guida dell'archeologo Davide Zori, rappresenta un evento di straordinaria rilevanza scientifica per. . .
Busti in marmo di età romana riemergono intatti nella regione di Binyamina
A BINYAMINA, in Israele, la terra del vicino Oriente ha restituito una testimonianza figurativa di straordinario pregio, capace di proiettare nuova luce sulla diffusione della cultura classica nelle province orientali dell'Impero Romano. Nel corso di recenti indagini archeologiche condotte nella porzione settentrionale del paese, gli specialisti hanno identificato due busti in marmo perfettamente conservati, la cui datazione si colloca a circa millesettecento anni or sono, in pieno periodo tardoantico. I reperti giacevano sul fondo di una vasca di raccolta afferente a un monumentale torchio vinicolo, una struttura produttiva complessa la cui frequentazione ha attraversato indenne le epoche. . .
Rara lamina plumbea di maledizione scoperta nella Germania inferiore riapre il dibattito sul sincretismo magico tardo-antico
A HEERLEN, nei Paesi Bassi, l'antico insediamento militare romano di Coriovallum ha restituito un documento archeologico di straordinario valore scientifico, capace di ridisegnare le geografie delle pratiche rituali e della circolazione culturale nell'alveo dell'Impero Romano. Nel corso di recenti campagne di scavo condotte al di sotto della piazza del Municipio, un'équipe di archeologi neerlandesi ha identificato, all'interno di una fossa profonda, una singolare lamina di piombo delle dimensioni di poco superiori ai nove centimetri per quattro.
L'analisi paleografica e la successiva decifrazione filologica, eseguite dagli specialisti dell'Istituto di. . .
Un maestoso tempio di stile ellenico riemerge dall’antica città illirica di Bassania
A BUSHAT, nel nord dell'Albania, la terra d'Illiria ha restituito un monumento di straordinario valore scientifico, capace di ridisegnare le coordinate storiche dell’influenza culturale ellenica nel bacino adriatico. Nel corso della recente campagna di scavo conclusasi presso il sito archeologico che domina la località a circa dieci chilometri a sud di Scutari, un’équipe internazionale di ricercatori ha identificato e interamente documentato i resti di una imponente costruzione templare. Le indagini sul campo, condotte in sinergia dagli archeologi dell’Università di Varsavia e dell’Università di Tirana, hanno permesso di esporre. . .
Una ciotola cipriota. Vista in un’asta online, riportata a casa dopo 4000 anni
A NICOSIA, capitale della Repubblica di Cipro, il Dipartimento delle Antichità di Cipro ha annunciato con soddisfazione il rimpatrio di un reperto ceramico di straordinario valore storico e simbolico: una ciotola emisferica a superficie brunita e decorazione incisa, classificabile nell'ambito della produzione nota come Black Polished Ware, databile attorno al 1900 a.C. e appartenente dunque al pieno fiorire dell'età del Bronzo nell'area mediterranea orientale.
La vicenda, resa nota dal quotidiano Cyprus Mail il 9 giugno 2026, si snoda attraverso un'indagine della. . .
Il vino degli imperatori: il DNA antico svela le radici della viticoltura toscana
«A CETAMURA DEL CHIANTI, in Toscana, l'archeologia molecolare ha dischiuso un capitolo inedito e sorprendente nella storia della viticoltura mediterranea. Un'équipe di scienziati ha analizzato i vinaccioli risalenti a duemila anni fa, recuperati dalle profondità di antichi pozzi situati nell'insediamento collinare toscano, mappando la più estesa storia genetica di viti antiche mai recuperata da un singolo sito archeologico.
I risultati di questa straordinaria ricerca, pubblicati nel Journal of Archaeological Science, dimostrano che i vigneti dell'antichità facevano parte della sofisticata rete agricola dell'Impero Romano, la quale ha gettato le fondamenta della moderna. . .
Chi appoggiò le Brigate Rosse? Complici e fiancheggiatori
È la mattina del 16 marzo 1978. A Roma, in via Mario Fani, un agguato perfetto blocca la colonna dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. In poco più di novanta secondi, cinque uomini della scorta vengono assassinati. Moro viene caricato su un’auto e scompare per cinquantacinque giorni nel “carcere del popolo” delle Brigate Rosse. L’Italia scopre che qualcosa di enorme si è costruito nell’ombra: un’organizzazione armata capace di pianificare per mesi un’operazione di quella precisione, di muovere uomini e risorse in una grande città senza essere intercettata, di tenere prigioniero il leader di un partito di governo per quasi due mesi.
La domanda che affiora in quei giorni — e che non ha mai smesso di affiorare — è la stessa che ancora oggi agita dibattiti storici, processi parlamentari e polemiche giornalistiche: chi li ha aiutati? Chi ha tenuto aperta una porta, guardato dall’altra parte, fornito una casa, un documento, un’arma? Chi ha armato la mano dei terroristi non con il dito sul grilletto, ma con la copertura ideologica, l’omertà sociale, la solidarietà militante?
Questo articolo non cerca risposte semplici, perché di semplici non ce ne sono. Cerca invece di distinguere — con rigore storico — i diversi livelli di “appoggio” che hanno reso possibile l’esperienza delle Brigate Rosse. Senza semplificazioni, senza caccia alle streghe retroattive, ma anche senza minimizzare.
Chi erano le Brigate Rosse e cosa volevano
Le Brigate Rosse nascono ufficialmente nel 1970, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, in un’Italia sconvolta dall'”autunno caldo” del 1969: scioperi, occupazioni di fabbrica, scontri di piazza, un conflitto sociale di intensità senza precedenti nel dopoguerra. I fondatori sono Renato Curcio e Margherita Cagol, provenienti dal movimento studentesco dell’Università di Trento, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, ex militanti della Federazione Giovanile Comunista di Reggio Emilia, e Mario Moretti, tecnico sindacalista alla Sit-Siemens di Milano. Non sono marginali né disperati: sono giovani politicizzati, intellettualmente formati, convinti che la via parlamentare e riformista sia una trappola e che solo la “lotta armata rivoluzionaria” possa rompere l’immobilismo del sistema politico italiano.
L’ideologia è di matrice marxista-leninista con forti influssi guevaristi e riferimenti ai Tupamaros uruguaiani. La strategia si chiama “attacco al cuore dello Stato”: non colpire a caso, ma individuare i nodi del potere — magistrati, dirigenti di fabbrica, funzionari di polizia, politici — e golpeggiare con azioni rivendicate, capaci di dimostrare la “debolezza dello Stato borghese”. Nella storia delle BR, complessivamente, saranno inquisite 911 persone che a vari titoli fecero parte dell’organizzazione, e ulteriori 200-300 riconducibili a gruppi armati satellite. Le vittime accertate degli omicidi commessi tra il 1974 e il 1988 sono 86.
L’organizzazione si struttura in colonne regionali (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli) coordinate da una Direzione strategica, con cellule compartimentate: ogni militante conosce solo una cerchia ristretta di compagni, il che rende estremamente difficile penetrare l’organizzazione dall’esterno. È questa struttura a far capire perché avere una rete di appoggi non era un optional, ma una necessità strategica: case sicure, documenti falsi, veicoli intestati a terzi, depositi di armi erano il tessuto connettivo senza il quale l’organizzazione non avrebbe potuto sopravvivere.
Il mito del “popolo che li sosteneva”
Prima di analizzare chi li appoggiò davvero, è necessario smontare la semplificazione opposta: quella di chi, nel fuoco del dibattito politico degli anni Settanta — e qualche volta anche dopo — lasciò intendere che le Brigate Rosse rappresentassero una porzione significativa del sentimento popolare di sinistra, una sorta di “coscienza armata” del proletariato.
I dati storici smentiscono questa narrativa in modo netto. I grandi partiti e i sindacati di sinistra — PCI, PSI, CGIL — non solo non appoggiarono le BR, ma ne furono i più decisi avversari politici e ideologici. Le BR stesse, nei loro documenti interni, definivano il PCI “il principale partito controrivoluzionario” e Berlinguer un “traditore della classe operaia”: l’establishment della sinistra era un nemico, non un alleato. Non si tratta di dettaglio secondario: significa che l’intera sinistra organizzata — con i suoi milioni di iscritti, i suoi circoli, le sue fabbriche — era schierata contro le Brigate Rosse, non al loro fianco.
La “simpatia” esistette, ma fu di natura diversa e molto più limitata: si trattava di una comprensione generica per alcune istanze sociali (la critica al capitalismo, la lotta operaia, la rabbia contro lo Stato), che non si traduceva affatto in sostegno alla lotta armata. Lo storico Sabino Acquaviva stimò in circa 300.000 persone l’area di “simpatizzanti” nel senso più largo del termine, ma si trattava di persone che potevano condividere vagamente un linguaggio politico, non di fiancheggiatori operativi. Un numero enorme in termini assoluti, microscopi co rispetto al corpo sociale complessivo.
I diversi livelli di “appoggio”
Il termine “appoggio” è una parola ombrello che copre realtà radicalmente diverse. Per fare chiarezza storica, bisogna distinguere almeno quattro livelli.
Appoggio ideologico e culturale: le ambiguità del linguaggio

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in una parte dell’intellettualità e del giornalismo italiano di sinistra si diffuse un atteggiamento di ambiguità sistematica verso la lotta armata. Non si trattava di giustificazione aperta, ma di un’incapacità — o di un rifiuto — di condannare nettamente. La formula “compagni che sbagliano” — con cui una parte della sinistra moderata etichettò i terroristi, intendendo separare le “cause giuste” dai “metodi sbagliati” — fu forse la più emblematica di questa zona grigia.
Questa ambiguità aveva radici culturali profonde: la tradizione della Resistenza armata, il mito del partigiano combattente, il lessico marxista della “lotta di classe” si prestavano, se riletti in modo distorto, a offrire una cornice narrativa in cui la violenza politica potesse apparire come una continuazione estrema di battaglie legittime. Alcune riviste di area extraparlamentare, certi ambienti universitari, una frangia di intellettuali che preferivano il silenzio alla condanna esplicita, contribuirono a creare quello che gli storici hanno chiamato il “clima” favorevole all’estremismo: non un appoggio diretto, ma un habitat culturale in cui le BR riuscivano a reclutare e a presentarsi come avanguardia rivoluzionaria.
Appoggio logistico e organizzativo: la rete reale
Questo è il livello più concreto e documentato. Le BR non erano un’organizzazione astratta: avevano bisogno di case, auto, soldi, documenti falsi, depositi di armi e di armi vere. E tutto questo venne fornito da una rete di fiancheggiatori che si estendeva ben al di là dei militanti clandestini.
Chi erano questi fiancheggiatori? Una parte veniva dall’area del movimento operaio e studentesco radicalizzato: militanti di organizzazioni extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio o Autonomia Operaia che, pur senza aderire formalmente alle BR, fornivano copertura, informazioni, connessioni. Un’altra parte era sorprendentemente insospettabile: professionisti, impiegati, persone con una vita ordinaria che mantenevano contatti con i brigatisti per convinzione politica, affetto personale o paura. Un caso particolarmente rivelatore emerse a Genova tra l’ottobre e il dicembre del 1978, quando una squadra speciale della questura individuò un gruppo di professionisti che avrebbero costituito una cellula occulta di appoggio logistico e intellettuale alle BR: i loro nomi vennero secretati e nessuno fu mai formalmente perseguito.
Il caso di Francesco Berardi all’Italsider di Genova mostra un altro aspetto: i brigatisti si infiltravano nelle fabbriche, usavano operai come “postini” per distribuire materiale propagandistico, costruivano reti capillari dentro i luoghi di lavoro. Fu proprio la denuncia di questo meccanismo da parte dell’operaio e sindacalista Guido Rossa — che segnalò Berardi ai carabinieri nel 1978 — a costare la vita a Rossa stesso: il 24 gennaio 1979 un commando BR lo uccise sotto casa a Genova.
Il PCI e i grandi partiti: chi NON appoggiò le BR
È cruciale, per la correttezza storica, ribadire con forza quanto già accennato: nessuna delle grandi forze politiche italiane appoggiò le Brigate Rosse. Al contrario, il PCI di Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti più attivi nella lotta al terrorismo, convinto che cedere ai ricatti delle BR avrebbe significato legittimarle come soggetto politico e indebolire la democrazia. La stessa decisione di Berlinguer di appoggiare la “linea della fermezza” durante il sequestro Moro — contro ogni trattativa — fu assunta con piena consapevolezza delle sue implicazioni politiche e umane.
Il PCI anzi promosse attivamente la vigilanza operaia contro i brigatisti nelle fabbriche, invitando gli iscritti a denunciare i sospetti. L’uccisione di Guido Rossa fu anche la risposta delle BR a questa politica: un messaggio di terrore rivolto a chiunque, anche nelle file del movimento operaio, si opponesse alla loro penetrazione. Come ha scritto lo storico Sergio Luzzatto, quella morte “annunciava la sconfitta politica delle Brigate Rosse, segnava la fine della loro illusione di conquistare il favore delle classi lavoratrici”.
Il capitolo dei “doppi giochi”: servizi segreti, piste internazionali, zone d’ombra
Questo è il terreno più scivoloso, dove è indispensabile separare con nettezza i fatti documentati dalle ipotesi storicamente plausibili e dalle speculazioni prive di riscontro.
Le BR ebbero connessioni internazionali concrete, ricostruite attraverso indagini giudiziarie e atti parlamentari. In particolare, è accertato il contatto con organizzazioni palestinesi — in primo luogo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) — che fornirono armi e addestramento. Nel settembre 1979, un carico di armi palestinesi fu consegnato alle BR sulle spiagge di Venezia, come risulta dall’inchiesta del giudice Carlo Mastelloni. Il nodo di coordinamento internazionale passava in parte per la scuola di lingue Hyperion di Parigi, fondata nel 1977 da militanti legati all’ala dura delle BR, utilizzata come copertura per la logistica del terrorismo internazionale. Parigi fu per decenni un rifugio per i latitanti italiani, protetti da una politica francese di non estradizione.
Più complessa è la questione del rapporto tra terrorismo rosso, terrorismo nero e apparati dello Stato. La cosiddetta “strategia della tensione” — documentata per il terrorismo nero con stragi come piazza Fontana (1969), piazza della Loggia (1974) e la strage di Bologna (1980) — riguarda primariamente l’estrema destra neofascista e non le BR. Esistono tuttavia ipotesi, emerse in alcune commissioni parlamentari e inchieste giudiziarie, su possibili infiltrazioni nei gruppi armati di sinistra da parte di apparati dei servizi segreti, con finalità di controllo o provocazione. Queste ipotesi restano in parte sub judice e in parte storicamente non conclusive: vanno citate, ma senza presentarle come certezze.
Lo storico Miguel Gotor e altri accademici che hanno lavorato sul caso Moro avvertono che la tendenza alla “dietrologia” — spiegare tutto con i complotti — è tanto distorsiva quanto la semplificazione opposta. La realtà storica è spesso più banale e più terrificante al tempo stesso: un’organizzazione con una struttura rigida, militanti ideologizzati, una rete di appoggi reale ma circoscritta, e uno Stato che per anni faticò a capire la minaccia.
Il caso Moro come lente di ingrandimento

Il sequestro di Aldo Moro — 16 marzo 1978, via Fani; 9 maggio 1978, ritrovamento del corpo in via Caetani — è la storia in miniatura di tutti i nodi del problema.
Da un lato, l’operazione mostra le capacità operative reali delle BR: un’organizzazione che aveva pianificato nei dettagli per mesi, che disponeva di una rete logistica efficiente in una grande città, che era riuscita a pedinare la scorta di Moro per settimane senza essere scoperta. Questo era possibile solo con una rete di appoggi funzionante e discreta.
Dall’altro, quei cinquantacinque giorni mostrano quanto profondo fosse l’isolamento politico delle BR nel Paese reale. Alla domanda di Moro di aprire una trattativa per la sua liberazione, la risposta fu un no quasi unanime: DC, PCI, governo Andreotti, presidenza della Repubblica. L’unica voce significativa a favore di una trattativa umanitaria fu quella del PSI di Bettino Craxi. Le piazze non si mossero in difesa delle BR. Il mondo operaio tacque. Le grandi chiese e i leader morali del Paese condannarono senza ambiguità. Per quanto la vicenda fosse circondata da zone d’ombra sui “mandanti politici” e sulle “mani che non si mossero” per salvare Moro, il corpo sociale italiano non si identificò mai con i suoi assassini.
La morte di Moro fu, paradossalmente, l’inizio della fine per le BR: non perché lo Stato avesse vinto sul campo, ma perché quella scelta — uccidere il simbolo del dialogo tra cattolici e comunisti — rivelò a un’ampia platea quanto le BR fossero un’organizzazione al di fuori di qualsiasi orizzonte politico riconoscibile.
Dopo gli anni di piombo: cosa rivelarono i pentiti
La sconfitta militare delle BR arrivò nei primi anni Ottanta, attraverso una combinazione di polizia scientifica più efficace, leggi sui pentiti e confessioni che spezzarono la catena del silenzio. Il primo grande pentito fu Patrizio Peci — nome di battaglia “Mauro” — arrestato a Torino nel febbraio 1980. Le sue dichiarazioni portarono alla cattura di decine di ex compagni e permisero di ricostruire la struttura gerarchica delle BR, la divisione in ruoli, le azioni compiute. Peci stesso pagò un prezzo enorme: le BR sequestrarono e uccisero il fratello Roberto, in risposta alla sua collaborazione.
Ciò che emerge dai verbali dei pentiti — Peci ma anche altri come Antonio Savasta, protagonista del sequestro del generale americano James Lee Dozier nel 1981 — è un quadro preciso della rete dei fiancheggiatori: numericamente limitata, geograficamente concentrata, motivata più dall’ideologia che dal denaro, e soprattutto composta da persone che non pensavano di essere “criminali” ma “militanti”. Questa auto-percezione è forse l’elemento più inquietante: non una criminalità organizzata che vende servizi al miglior offerente, ma una sub-cultura politica che aveva trasformato il terrorismo in un’identità.
Alla fine di questo percorso, la risposta alla domanda del titolo non può essere semplice. Ma può essere onesta.
Nessuna grande forza politica — partiti, sindacati, istituzioni — appoggiò le BR. Il PCI, che sarebbe stato il candidato più ovvio per simpatia ideologica, fu tra i loro avversari più decisi. La DC, la principale vittima politica della lotta armata, li combatté con la linea della fermezza.
Esistette una rete di fiancheggiatori reale ma ristretta: militanti radicalizzati, professionisti ideologizzati, piccoli ambienti di movimento che fornirono coperture logistiche, case, documenti, armi. Non erano “il popolo”, non erano “la sinistra”: erano una minoranza militante con una cultura politica propria e distorta. VI fu una zona grigia culturale e intellettuale più ampia, fatta di ambiguità, silenzi, condanne tardive e formule ambigue come “compagni che sbagliano”, che permisero alle BR di operare più a lungo in un habitat socialmente non del tutto ostile.
Ci furono anche connessioni internazionali documentate con organizzazioni palestinesi e reti europee di supporto al terrorismo, che fornirono armi e addestramento. Esistono, infine, zone d’ombra non completamente chiarite sulle infiltrazioni degli apparati di sicurezza, sulle informazioni che circolavano e non venivano condivise, sui “segreti di Stato” che ancora oggi coprono alcune carte di quel periodo.
La domanda “chi appoggiò le BR?” è in fondo la domanda sulla vulnerabilità di una democrazia in crisi: un Paese in cui la modernizzazione rapida aveva prodotto fratture sociali enormi, in cui il conflitto politico si era radicalizzato fino all’uso delle armi, in cui una minoranza risoluta aveva trovato la sua finestra di opportunità proprio nelle contraddizioni di quel sistema. Capire questo — non giustificarlo — è il compito della storia. L’Italia ci ha messo decenni. Non è ancora del tutto finita.
Genova contro Venezia. Chi fu davvero più potente?
Era il 1379. Le navi genovesi avevano appena sfondato le difese veneziane e occupato Chioggia, il porto naturale alle porte della laguna. Venezia era circondata: Francesco da Carrara, signore di Padova, stringeva d’assedio la terraferma, mentre la flotta di Luciano Doria aveva appena demolito quella veneziana a Pola. La Serenissima chiese di trattare la pace. La risposta dell’ammiraglio genovese Pietro Doria rimase nella storia: «Voglio prima mettere le briglie ai cavalli di San Marco».
Non era arroganza gratuita. Era la voce di una città che si credeva, in quel momento, a un passo dalla vittoria definitiva su una rivale con cui si combatteva da oltre un secolo. Eppure Venezia avrebbe ribaltato tutto, e Genova non si sarebbe più ripresa come potenza politica e navale. Come fu possibile? E soprattutto: guardando all’intera storia di queste due repubbliche, chi fu davvero la più potente?
Venezia: uno stato coeso e guerriero

Per rispondere bisogna capire che Venezia e Genova costruirono il loro dominio in modo radicalmente diverso — e che questa differenza ne determinò i destini.
Venezia funzionava come uno Stato coeso: governo centralizzato, istituzioni stabili, una macchina militare e commerciale che rispondeva a un unico centro di potere, il Palazzo Ducale. La sua forza era la flotta pubblica, l’Arsenale, e la capacità di trasformare il commercio in politica estera. Genova, al contrario, era una potenza di reti e capitali privati: grande espansione commerciale, straordinaria capacità finanziaria delle famiglie mercantili, ma cronica instabilità politica interna, lacerate da lotte di fazione tra i grandi casati.
| Aspetto | Venezia | Genova |
| Area principale | Adriatico, Egeo, Levante, Creta, Cipro | Mediterraneo occidentale, Corsica, rotte iberiche |
| Tipo di potere | Stato territoriale con flotta pubblica | Rete di famiglie mercantili e banchieri privati |
| Coesione interna | Forte stabilità istituzionale | Lotte di fazione tra grandi casati |
| Strumento chiave | Arsenale di Stato e flotta da guerra | Banco di San Giorgio e fiere di cambio |
| Proiezione finale | Grande potenza politico-militare fino al XVI sec. | Capitale finanziario dominante in Europa nel XVI-XVII sec. |
Nessun’altra città dell’Europa medievale e moderna aveva qualcosa di paragonabile all’Arsenale di Venezia. Nato nell’area di Castello, fu progressivamente ampliato nei secoli fino a coprire una superficie enorme, diventando il più grande complesso produttivo navale del mondo per tutto il Medioevo e il Rinascimento.
Al suo apice, l’Arsenale impiegava oltre 3.000 artigiani — gli “arsenalotti” — organizzati in una vera catena di montaggio ante litteram: era capace di produrre fino a sei galere al mese, e in momenti di crisi si potevano assemblare dieci galere in poche ore. Nel XV secolo Venezia disponeva di una marina che contava circa 3.000 navi mercantili con 35.000-40.000 marinai, più una flotta da guerra articolata in 45 galere con 11.000 uomini. Numeri senza rivali. Pietro Mocenigo, doge a inizio Quattrocento, poteva già descrivere una macchina militare che nessun principe italiano avrebbe potuto sfidare da solo.
A metà del XVI secolo l’Arsenale era in grado di produrre cento imbarcazioni efficienti l’anno, di cui venticinque sempre pronte a prendere il mare in tempi brevissimi. Dante Alighieri stesso, visitandolo, trasse ispirazione per una delle scene più vivide dell’Inferno: il ribollire delle peci calde era l’immagine più potente di attività industriale che il poeta avesse mai visto.
Il sistema genovese: commercio, credito e potere invisibile
Genova non aveva un Arsenale. Non ne aveva bisogno nello stesso modo: la sua forza non era il numero di galere schierate, ma la capacità delle sue grandi famiglie di muovere denaro dove nessun altro arrivava. Sin dal XII secolo, i mercanti genovesi avevano costruito una rete di basi commerciali capillare nel Mediterraneo e nel Mar Nero — da Caffa in Crimea a Pera di Costantinopoli, dai fondachi del Levante ai porti iberici.
La vera rivoluzione arrivò però con la finanza. Nel 1407, appena uscita devastata dall’ultima guerra con Venezia, Genova fondò il Banco di San Giorgio: considerato da molti storici la prima vera banca pubblica moderna d’Europa, capace non solo di raccogliere risparmi ma di emettere carta moneta, gestire il debito pubblico e riscuotere le tasse per conto dello Stato. Nacque per ragioni di necessità — riorganizzare una situazione di quasi bancarotta dopo Chioggia — ma si trasformò in uno strumento di potere finanziario straordinario.
Nel Cinquecento, i banchieri genovesi divennero i principali creditori della monarchia spagnola. Filippo II di Spagna, nonostante tutto l’oro che arrivava dall’America, si trovò in endemica crisi finanziaria a causa delle guerre continue: dichiarò bancarotta nel 1557, poi di nuovo nel 1596, ogni volta tornando a inginocchiarsi dai creditori genovesi. Le grandi famiglie — Grimaldi, Doria, Spinola, Centurione — prestavano somme favolose alla Corona e ricevevano in cambio appalti su dazi e gabelle, feudi in Spagna, influenza politica diretta. Ottavio Centurione arrivò ad anticipare al re spagnolo, in una sola operazione, la somma di 10 milioni di scudi.
Il momento del destino: la guerra di Chioggia (1378–1381)

Le rivalità tra le due repubbliche erano iniziate secoli prima. Si potrebbe far risalire la prima grande scintilla alla disputa di San Saba (1255–1256), quando i quartieri veneziano e genovese ad Acri — nel regno crociato di Gerusalemme — si scontrarono per il controllo di un monastero strategicamente posizionato tra i due settori: fu l’inizio di una lunga catena di guerre commerciali e navali che si sarebbe trascinata per oltre un secolo.
La guerra di Chioggia fu il loro ultimo, definitivo scontro. Il casus belli scoppiò nell’agosto del 1372 durante l’incoronazione di Pietro II di Cipro: una rissa tra consoli veneziani e genovesi degenerò in una crisi diplomatica che portò Genova a conquistare militarmente Famagosta nel 1373, privando Venezia di una delle sue basi orientali più preziose. Il conflitto aperto esplose nel 1378.
Nei mesi successivi, la situazione per Venezia precipitò. La flotta veneziana fu sconfitta a Pola da Luciano Doria nel 1379; l’ammiraglio Vettor Pisani fu imprigionato dai suoi stessi concittadini come capro espiatorio. I genovesi occuparono Chioggia e assediarono la laguna via mare, mentre Francesco da Carrara la stringeva da terra. Venezia non era mai stata così vicina alla fine.
Poi accadde qualcosa che i genovesi non avevano previsto: i veneziani liberarono Pisani dal carcere, lo rifecero capitano generale per acclamazione popolare, e richiamarono dall’Oriente la flotta di Carlo Zen. Il 24 giugno 1380 la battaglia decisiva si combatté proprio nella laguna di Chioggia: i veneziani vinsero, catturando 19 galere e 4.170 prigionieri. I genovesi furono assediati a loro volta e costretti alla resa.
La Pace di Torino dell’8 agosto 1381 chiuse formalmente il conflitto. Venezia cedeva la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo — perdite non trascurabili — ma manteneva l’indipendenza, il monopolio commerciale sull’alto Adriatico e la sua identità come potenza. E, soprattutto, non si vide più alcuna nave genovese nell’Adriatico dopo Chioggia.
Dopo Chioggia: destini divergenti

L’esito della guerra di Chioggia fu un paradosso: entrambe le repubbliche uscirono economicamente devastate, ma le conseguenze politiche furono asimmetriche e decisive.
Venezia sfruttò la vittoria per costruire qualcosa di nuovo e più solido. A partire dal 1404, in soli diciotto mesi, la Serenissima creò un vasto Stato di Terraferma: Vicenza, Verona, Padova, poi Brescia, Bergamo, Cremona, fino ai confini con l’Adda e al Friuli. Non era più soltanto una città-porto: era uno Stato territoriale tra i più estesi d’Italia, con entrate fiscali enormi, un esercito di professionisti, una diplomazia sofisticata e la marina da guerra più forte dell’Europa meridionale. Per tutto il Quattrocento e buona parte del Cinquecento, Venezia fu talmente potente da far temere ai principi italiani che volesse imporsi su tutta la Penisola.
Genova, al contrario, sembrò aver esaurito in quel grande sforzo tutta la sua energia politica. Dilaniata dalle lotte di fazione, si sottomise più volte alla Francia e al Ducato di Milano; perse le sue colonie nel Mar Nero, come la ricca Caffa, caduta in mano ottomana nel 1475. Il paradosso genovese è però straordinario: la decadenza politica e militare non si accompagnò a una decadenza economica. Al contrario: come se la mancanza dello Stato avesse liberato le energie private, i mercanti-banchieri genovesi si proiettarono verso nuovi mercati con ancora più audacia.
Il «Secolo dei Genovesi»: la rivincita della finanza
Tra il 1550 e il 1650 circa, i banchieri genovesi vissero quello che lo storico Fernand Braudel ha chiamato il «Secolo dei Genovesi» — un primato finanziario europeo senza precedenti, ottenuto non con le galere ma con le fiere di cambio, gli asientos (contratti di credito alla Corona spagnola) e le reti di corrispondenti in tutta Europa.
Le fiere di cambio — quattro l’anno, tenute a Besançon e poi a Piacenza — erano i luoghi dove i grandi banchieri genovesi muovevano decine di milioni di scudi senza spostare una sola moneta fisica, attraverso lettere di cambio. La loro padronanza tecnica delle operazioni bancarie era talmente avanzata che nessun’altra piazza europea poteva competere a quei livelli. La monarchia spagnola — il più grande impero del mondo in quel momento — era di fatto una creatura finanziata dai genovesi: i suoi tercios nelle Fiandre, le sue flotte nel Mediterraneo, le sue guerre di religione erano tutte sostenute dal credito delle grandi famiglie liguri.
Mentre Genova dominava le finanze europee nell’ombra, Venezia resisteva come grande potenza politica e navale. Ma anch’essa sentiva la pressione: l’espansione turca stava erodendo i suoi domini orientali (Costantinopoli era caduta nel 1453), e la scoperta delle Americhe stava spostando i baricentri del commercio verso l’Atlantico. La battaglia di Lepanto del 1571 — alla quale entrambe parteciparono, con Venezia in prima fila — fu forse l’ultimo atto di un Mediterraneo ancora in grado di determinare le sorti d’Europa.
Chi fu davvero più potente? La risposta
Non esiste una risposta semplice, e qualsiasi storico onesto lo ammetterà. Dipende da cosa si intende per “potente”.
Se si misura la potenza come capacità dello Stato di esercitare forza militare, mantenere domini territoriali e contare nella politica europea, allora il primato è veneziano, senza discussioni. La Serenissima fu una grande potenza per quasi quattro secoli — dalla fine del Duecento alla battaglia di Lepanto e oltre — con una continuità istituzionale, una stabilità interna e una proiezione militare che Genova non raggiunse mai.
Se invece si misura la potenza come capacità di influenzare le economie e le corti d’Europa attraverso il controllo del capitale, allora Genova raggiunse nel XVI-XVII secolo un livello che non ha paragoni: un’egemonia finanziaria silenziosa, esercitata non da un esercito ma da una rete di famiglie che finanziavano re e imperatori.
C’è però un’ultima chiave di lettura che forse è la più illuminante. Venezia fu la potenza che costruì uno Stato — una macchina politica, militare e diplomatica che sopravvisse a ogni crisi fino al 1797. Genova fu la potenza che costruì un sistema — una rete finanziaria globale che anticipò di secoli le logiche del capitalismo moderno. Due modelli opposti, due forme di grandezza diverse: ed è per questo che, ancora oggi, entrambe appassionano.

| Indicatore | Venezia | Genova |
| Flotta da guerra (inizio XV sec.) | ~45 galere + 300 navi grandi | Inferiore, struttura prevalentemente privata |
| Manodopera navale (inizio XV sec.) | ~36.000 marinai | Non comparabile: no Arsenale statale |
| Arsenale (XVI sec.) | 3.000 artigiani, 6 galere/mese | Nessun equivalente strutturato |
| Durata dell’indipendenza | 697–1797 (circa 1.100 anni) | 1005–1797 (circa 800 anni) |
| Banco di San Giorgio | — | Fondato 1407, prima banca pubblica d’Europa |
| Finanziamento Corona spagnola | Marginale | Principale creditore nel XVI-XVII sec. |
E se avesse vinto Genova? Una piccola ucronia
Immagina un Mediterraneo in cui Pietro Doria, invece di essere abbattuto da una palla di bombarda nel 1379 durante l’assedio di Chioggia, fosse sopravvissuto e avesse coordinato la stretta finale su Venezia. La pace genovese avrebbe probabilmente smembrato la Serenissima: nessun Stato di Terraferma, nessuna Venezia come grande potenza politica del Quattrocento. Con ogni probabilità, i Visconti avrebbero inglobato i domini veneziani nell’entroterra padano, e Genova avrebbe consolidato il controllo del Levante. Ma avrebbe anche trovato i turchi, l’espansione ottomana, la perdita di Caffa. Forse la storia finanziaria del «Secolo dei Genovesi» si sarebbe comunque realizzata — ma sarebbe rimasta l’unica forma di grandezza di una città che, per ragioni strutturali, non riuscì mai a costruire la coesione politica necessaria per durare come Stato.
I simboli del nazismo nascosti nei quadri di Erich Mercker
A MONACO DI BAVIERA, in Germania, la coltre del tempo e l'omertà della storia recente sono state squarciate grazie all'applicazione delle più moderne tecnologie di indagine visiva e materica. L'esplorazione del passato, quando condotta con il rigore metodologico tipico delle scienze esatte, riesce sovente a scardinare le narrative rassicuranti costruite a posteriori per celare le compromissioni ideologiche. Il protagonista di questa complessa indagine filologica è Erich Mercker, vissuto tra il 1891 e il 1973, un pittore di paesaggi e architetture che godette di notevole fortuna nella sua epoca e che non. . .
Messico. Scoperto come i sovrani Maya manipolavano il cielo
A El Palmar, nello Stato di Campeche in Messico, un'équipe di archeologi ha portato alla luce quella che attualmente è considerata la più antica datazione del calendario noto come Lungo Computo mai registrata nei bassopiani d'elezione della civiltà Maya. L'iscrizione monumentale, scolpita minuziosamente sulla pietra, fa riferimento a un momento cronologico che nel nostro sistema temporale corrisponde in modo esatto al 31 agosto 180 d.C.. Questa straordinaria testimonianza epigrafica risale dunque al II secolo, schiudendo nuove prospettive ermeneutiche sulle strategie con cui i primi. . .












