domenica 1 Marzo 2026
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I falsi miti su Roma Antica. Le leggende da sfatare

Non tutto quello che viene raccontato su Roma e la sua storia corrisponde alla realtà: molti esempi che si tendono a dare come veritieri e scontati sono in realtà falsi miti tramandati travisando le informazioni a disposizione, a partire dall’uso dei pollici fino ad arrivare a Nerone incendiario.

Pollice in su o pollice in giù?

Uno dei falsi miti più diffusi riguardanti l’antica Roma riguarda il fatto che si usasse il pollice verso per condannare.

La leggenda vuole che se l’Imperatore all’interno dell’arena o del Colosseo avesse mostrato il pollice in alto la persona sarebbe stata salva mentre se lo avesse rivolto in basso sarebbe morta.

Le fonti di Roma antica in realtà non confermano niente di tutto ciò, anzi.

Alcuni studi relativi all’epoca hanno portato a galla indizi dai quali sembrerebbe che avvenisse esattamente il contrario: il pollice in alto è simile a una spada, quindi rivolgerlo in alto sarebbe sinonimo di morte mentre porlo verso il basso significherebbe rinfoderare la spada, e quindi salvare la vita di chi è in attesa del verdetto.

Nerone, l’incendiario con la cetra

Altro mito duro a morire nella società attuale è quello che vorrebbe l’imperatore Nerone aver dato fuoco a Roma per poi osservarla bruciare suonando la cetra.

Questo luogo comune è più recente di altri riguardanti l’Impero Romano e deriva direttamente dai film di Hollywood che hanno esacerbato la figura del despota in questione.

La città di Roma venne effettivamente quasi rasa al suolo nel 64 d.C. a causa di un incendio che ne colpì varie zone: il punto è che Nerone non era nemmeno presente in città e non diede nessun ordine di appiccare il fuoco.

La realtà storica dei fatti vuole i cittadini romani chiedersi in gran numero cosa fosse successo e “incolpare” Nerone perché oltre che imperatore era edile della città e quindi responsabile per la sicurezza del popolo.

L’imperatore poi ne approfittò per dare la colpa alla setta dei Cristiani che in quel periodo si prestavano ai suoi occhi particolarmente bene come capro espiatorio.

I soldati romani con il pennacchio

Cosa dire poi della raffigurazione dei soldati romani? Non tutti avevano il pennacchio in testa: questo era un tratto distintivo esclusivamente dei centurioni.  E non era nemmeno rosso, come non erano rossi i mantelli quando presenti nella dotazione del soldato.

Nella Roma antica ottenere il colore porpora non era né semplice né economico: era quindi impensabile che si potessero produrre facilmente migliaia di mantelli rossi da distribuire ai soldati i quali, tra l’altro, non avevano bisogno di questo tipo d’indumento.

Un altro mito favorito dalla rappresentazione cinematografica di questa figura tanto quanto quella del gladiatore.

Chi “studia” la storia romana attraverso i film tende a pensare che i romani fossero praticamente tutti gladiatori: non è così.  Certo, tendenzialmente questi combattenti erano schiavi, ma potevano essere anche vip o ricchi.

Erano persone che frequentavano le scuole gladiatorie ed erano gestiti dai lanisti. Non era una vita facile quella del gladiatore e non veniva scelta da molti come possibilità di carriera.

I romani che vomitavano per mangiare di nuovo

Un altro mito su Roma da sfatare? Spesso i romani vengono dipinti come dei pazzi invasati che mangiavano fino a scoppiare salvo poi vomitare e mangiare nuovamente.

Questa è ovviamente una rappresentazione altamente fuorviante, derivante dal fatto che all’interno degli anfiteatri esistessero delle strutture chiamate “vomitoria” che, a dispetto di quel che si possa pensare, non erano luoghi dove dare di stomaco per poi rincominciare a rimpinzarsi.

Si trattava piuttosto di passaggi appositamente creati per far defluire la folla attraverso dei canali controllati e non pesare troppo sulle scalinate. Insomma, un modo per muoversi e gestire gli spazi in maniera sostenibile.

Certo, alcune opere raccontano e raffigurano grandi banchetti romani, ma si tratta i casi isolati ed estremi che spesso venivano presi ad esempio o riprodotti per condannare un comportamento eccessivamente lascivo.

In conclusione Roma era ben diversa da come le leggende metropolitane la vogliono dipingere: prima di convincersi di qualcosa riguardo la sua storia è bene consultare fonti attendibili.

La costruzione delle strade romane

Le strade di Roma sono tuttora uno degli elementi più riconoscibili della civiltà romana: come venivano costruite? Conoscere questo passaggio della storia di Roma è importante sia dal punto di vista storico che da quello ingegneristico.

Le funzioni delle strade nel mondo romano

Erano tre, sostanzialmente, le motivazioni per le quali le strade venivano costruite.  

La prima era di tipo militare: le legioni che conquistavano per la prima volta un territorio avevano bisogno delle strade per permettere un passaggio ordinato e sicuro dei soldati al suo interno.

Ovviamente man mano che la provincia veniva conquistata e romanizzata subentrava anche la seconda ragione per la quale le strade venivano costruite: la possibilità di avere delle vie di comunicazione di facile sfruttamento.

I romani, all’avanguardia come sempre, avevano infatti dato vita a un servizio postale: le comunicazioni non erano solo verbali, ma anche scritte e i postini del tempo avevano bisogno di strade che consentissero di recapitare i messaggi nei punti più disparati dell’Impero.

Specialmente durante l’epoca d’Augusto il sistema basato sullo sfruttamento delle strade funzionava in maniera egregia e consentiva di favorire le comunicazioni senza dover passare per boschi in condizioni selvagge.

La terza motivazione, non meno importante delle precedenti, era legata al passaggio delle merci, soprattutto quando la stabilità delle province era ormai consolidata.

Basta pensare all’importanza delle strade nel sistema commerciale moderno per rendersi conto di quanto potesse essere basilare la loro esistenza ai tempi dei romani.

Le fasi di costruzione di una strada romana

Come costruivano le strade i romani?  Senza dubbio erano le costruzioni nelle quali eccellevano, anche grazie ad una progettazione ed esecuzione che passavano per fasi ben precise, che hanno consolidato nel corso del tempo e che hanno permesso loro di ottenere risultati straordinari.

La prima cosa che facevano i romani era quella d’individuare l’itinerario della strada. Gli esperti compivano delle esplorazioni e cercavano di capire dove potesse essere più comodo e utile che la strada passasse: ovviamente in presenza di ostacoli naturali si tendeva ad allungare il percorso della stessa per poterla costruire con più facilità e ottenere una semplificazione del lavoro per gli operai.

È importante sottolineare che al fine di rendere il livello della strada sempre omogeneo i romani erano pronti a scavare gallerie oppure a riempire dei terreni bassi ove necessario.

Dopo l’esplorazione del territorio e la decisione dell’itinerario, entravano in campo gli ingegneri, i mensores che avvalendosi di uno strumento specifico tracciavano gli angoli retti e definivano in maniera geometrica la griglia della strada.

Questi addetti eseguivano i calcoli fondamentali che permettevano alla strada di avere sempre una struttura sana, lineare e sempre uguale in tutte le sue parti, dall’inizio alla fine.

Finiti i calcoli, arrivava il momento del primo scavo, il quale serviva per arrivare alla parete di roccia sottostante o comunque a un punto rigido che potesse essere la base ideale per la successiva costruzione.

Sebbene a seconda dei territori e delle epoche siano state registrate piccole variazioni, il primo passaggio per la costruzione di una strada romana passava per l’utilizzo degli aratri che tracciavano due solchi paralleli che poi venivano rinforzati con delle pietre poste a margine a creare una sorta di muretto.

Si procedeva quindi a scavare in profondità per ottenere uno scavo profondo, pulito, omogeneo e solido al quale si applicavano quattro strati composti in modo differente.

Il primo strato era costituito da grossi massi e pietre che venivano legati insieme dal cemento: il più importante e forte. Il secondo era composto sempre da massi e sassi, più piccoli dei precedenti e legati dalla calce al fine di poter assicurare alla strada il drenaggio dell’acqua.

Veniva poi posto un terzo strato chiamato “nucleus” ed era quello composto da “breccia”, ovvero sassolini di ghiaia compattati che garantivano solidità e stabilità orizzontale e un quarto, quello dove le persone avrebbero camminato e le bighe e i carri sarebbero passati, ottenuto con il posizionamento di grandi sassi piatti e lunghi.

Un leggero declivio assicurava il fluire dell’acqua ai margini della strada per evitare allagamenti.

Gli acquedotti romani. Struttura e funzionamento

Gli acquedotti erano la prima impronta di civiltà che Roma lasciava ogni qualvolta raggiungeva un nuovo territorio e probabilmente la struttura che più facilmente ricordiamo quando pensiamo alla loro civiltà.

Nel Medioevo esisteva addirittura una leggenda: i viandanti erano convinti che delle costruzioni così maestose e complesse non potessero derivare dall’intervento umano e, a metà fra storia e superstizione, andavano dicendo che erano stati dei “giganti”.

GLI ACQUEDOTTI ROMANI IN STAMPE D’ARTE. GUARDALI

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Ancora oggi, sorvolando con l’elicottero alcune delle terre che appartenevano all’Impero Romano possiamo osservare con ammirazione ciò che rimane di queste costruzioni.

Vediamo insieme come veniva ideato, progettato, costruito e mantenuto un acquedotto romano.

La scelta della sorgente

costruzione acquedotto romano

Il primo passo da affrontare era quello della scelta della sorgente. I romani compivano tutta una serie di ricerche, di assaggi e di sperimentazioni, per individuare una fonte idrica e una sorgente che fossero adatte.

Quando trovavano una fonte che sembrava essere perfetta, perché posizionata più in alto rispetto alla città che doveva rifornire, la mettevano sotto esame per verificarne la qualità.

Uno dei primi passi era lo studio dello stato di salute delle persone che già avevano consumato quell’acqua. E, sebbene avessero delle strumentazioni scientifiche molto limitate, raccoglievano dei campioni e cercavano di capire il sapore dell’acqua assaggiandola più volte nel corso del tempo, così da basare la loro costruzione su una sorgente che fosse quanto più sana e sicura.

Il calcolo della pendenza

Il secondo passo che i romani affrontavano per costruire l’acquedotto una volta trovata la fonte era il calcolo della pendenza.

Ovviamente non disponevano di strumenti come le pompe idrauliche in grado di tirare l’acqua attraverso una serie di meccanismi: potevano solamente sfruttare la forza di gravità, e per farlo dovevano creare la pendenza corretta.

Per questo motivo la fonte doveva essere posizionata più in alto rispetto alla sua destinazione: il calcolo della pendenza rappresentava la base di tutto il progetto. La conduttura d’acqua, per essere ideale, doveva avere una pendenza media del 2 per mille.

Per misurare questo valore, i costruttori romani utilizzavano sostanzialmente due strumenti: il primo è il chorobates, una piccola costruzione di legno con dei pesi di piombo che permetteva di calcolare la pendenza del luogo in cui ci si trovava.

Grazie a questo strumento i romani riuscivano a prendere delle prime misure molto efficienti e abbastanza precise.

Il secondo utilizzato era la dioptra, una creazione greca che tramite un gioco di angoli permetteva di calcolare l’angolazione dell’acquedotto sia prima della costruzione sia durante la costruzione per verificare che la pendenza fosse quella che era stata decisa fin dall’inizio.

La depurazione dell’acqua

Una volta scelta la sorgente giusta e calcolata la pendenza, l’acqua teoricamente poteva raggiungere la città. Il punto era far sì che arrivasse al centro abitato il più possibile pulita: i romani utilizzavano due metodi molto validi a tale scopo.

Il primo passava attraverso la progettazione delle vasche di sedimentazione. Si trattava di alcune vasche distribuite lungo il percorso dell’acquedotto: alcune erano poste immediatamente dopo la fonte, altre a intervalli distanziati nel corso dell’intero tragitto.

Erano pensate per radunare l’acqua durante il percorso e farla ristagnare temporaneamente, in modo tale che sul fondo di questi “recipienti” si depositassero foglie, materiale limaccioso, fango e polvere. In questo modo si riusciva a depurare l’acqua dai sedimenti più pericolosi ed inquinanti.

Il secondo metodo per ottenere un’acqua pulita si basava sulla protezione delle condutture dalle intemperie: in un acquedotto, sia la parte sotterranea che quella esposta alla luce venivano ricoperte da una serie di materiali naturali che non rilasciavano sostanze, ma che impedivano a foglie, pioggia e qualsiasi altra sostanza esterna di penetrare nell’acqua durante il suo percorso.

In questo modo era possibile per i romani garantire una sufficiente e accettabile purezza dell’acqua.

Il superamento di colline e valli

Il percorso dell’acqua doveva affrontare due ostacoli principali: le colline e, al contrario, le valli.

Nel primo caso si provvedeva semplicemente a scavare attraverso le colline, nel rispetto dell’ambiente e senza bloccare o creare del danno al territorio e agli abitanti circostanti.

A seconda della morfologia del territorio si potevano incontrare anche delle valli molto profonde e in quel caso vi era il bisogno di costruire delle strutture di sostegno per colmare il vuoto e mantenere la pendenza calcolata delle tubature.

Fu per questa ragione che i romani misero a punto le costruzioni basate sugli archi: una struttura facile da realizzare, resistente e capace di distribuire egregiamente il peso.

Ovviamente la costruzione doveva essere solida. A volte non era possibile costruire una sola fila di archi, perchè ogni arco sarebbe stato troppo grande, e allora si creava una fila di archi più grandi e al di sopra una seconda fila di archi più piccoli per mantenere una certa robustezza.

La tecnica del sifone invertito

sistema del sifone invertito

Il sifone invertito rappresenta senza dubbio il top dell’ingegneria romana.

Per quanto i costruttori cercassero d’individuare dei territori che fossero predisposti per la costruzione degli acquedotti, ogni tanto si imbattevano in valli così profonde e così impervie che era impossibile pensare di ovviare al problema con la costruzione di un numero sproporzionato di archi.

In queste situazioni limite, i romani sfruttavano il principio dei vasi comunicanti e usavano la tecnica del sifone invertito (diverso da quello moderno): l’acqua veniva fatta raccogliere in una enorme e apposita vasca adibita a tale scopo per accumulare peso.

Nel momento in cui il peso veniva accumulato a sufficienza, l’acqua cadeva per gravità e con una determinata forza lungo una tubatura che si appoggiava a degli archi che attraversavano il centro della valle.

Con la sola “rincorsa”, l’acqua era in grado di risalire contro la forza di gravità dal lato opposto e raggiungere la sua destinazione, ovvero una vasca posizionata al lato opposto, leggermente più in basso della prima.

L’acqua, una volta arrivata a destinazione, finiva nella vasca di distribuzione dove eventuali sedimenti si depositavano sul fondo per un’ultima fase di purificazione, dopodiché il sistema distribuiva il fluido nella città.

In questo modo, gran parte dei cittadini potevano accedere costantemente a una fonte continua di acqua pulita e controllata, anche grazie a dei pozzetti di ispezione che consentivano di verificare lo stato della struttura in ogni momento.

Si calcola che Roma, alla fine del III secolo, avesse 11 acquedotti funzionanti. E la portata d’acqua degli acquedotti di Roma, fu superata solo da quello di New York, nel 1926.

L’assedio di Gerusalemme del 70 d.C e la distruzione del Tempio

L’assedio di Gerusalemme del 70 dopo Cristo è uno scontro avvenuto nell’ambito della prima guerra giudaica (66-70 d.C) tra i legionari romani guidati dal generale Tito e i ribelli Giudei asserragliati all’interno della loro capitale.

L’assedio, durato oltre tre mesi, si concluse con una piena vittoria romana. Anche se l’operazione militare costò un elevato numero di vittime, si concluse con la profanazione e la distruzione del tempio sacro, oltre al furto del candelabro a sette bracci sacro per gli ebrei, la Menorah.

I rapporti tra Romani e Giudei

I rapporti tra i romani e i giudei erano cominciati con l’intervento del generale Gneo Pompeo, che nelle sue campagne orientali del 63 a.C. si era intromesso nella guerra civile che dilaniava quel popolo.

Le vittorie di Pompeo lo avevano portato ad addentrarsi fino alla capitale Gerusalemme, che in quella occasione venne risparmiata dal generale romano, che rispettò la sacralità del luogo.

Nel corso degli anni successivi, la Giudea venne gradualmente trasformata in provincia grazie alla mediazione del Re Erode il grande, un sovrano gradito all’amministrazione politica romana che guidò la regione con relativa saggezza.

Erode fu autore di diverse splendide costruzioni, tra cui lo sfarzoso Palazzo che portava il suo nome e altre meravigliose infrastrutture nella città di Gerusalemme.

Il principale problema che Roma riscontrò nella gestione della provincia, fu dovuto all’inadeguatezza dei suoi amministratori.

Gli uomini politici e i governatori inviati da Roma per amministrare il territorio, non conoscevano appieno le dinamiche della popolazione nè le caratteristiche della religione ebraica, che era invece di vitale importanza per i Giudei.

Gli emissari di Roma non riuscirono neppure ad entrare efficacemente in contatto e in collaborazione con le elìte nobiliari del luogo. Questo rendeva la Giudea una provincia fortemente instabile e puntualmente ricca di rivolte e ribellioni.

Un segno tangibile della poca esperienza degli amministratori romani si verificò nel 66 d.C, quando per via di una incomprensione con le autorità romane, un gruppo di ribelli sollevò dei trambusti nella città di Gerusalemme. L’allora governatore, Gessio Floro, reagì in maniera straordinariamente dura, inviando rapidamente un contingente militare per sedare la rivolta.

L’azione di Floro si tradusse nella morte di oltre 3600 giudei, ed ottenne l’effetto controproducente di allargare la rivolta a tutta la provincia, costringendo Roma ad un intervento su vasta scala.

Nel 66 d.C l’imperatore Nerone inviò i suoi due migliori generali, Vespasiano e Tito, per riprendere il controllo della provincia. I guerriglieri Giudei non affrontarono i romani con grandi battaglie risolutive, ma basarono la loro strategia sul metodo della guerriglia, frazionando gli scontri in tutto il territorio e rendendo particolarmente difficile sedare la rivolta.

Vespasiano e Tito furono così impegnati in una situazione particolarmente difficile e straordinariamente costosa in termini di legionari impiegati e di risorse economiche.

La situazione ebbe un battuta d’arresto alla morte dell’imperatore Nerone. Deceduto senza ulteriori eredi, si aprì per Roma il famoso “Anno dei quattro Imperatori”, in cui i contendenti alla carica si affrontarono militarmente più volte.

Al termine di quest’anno di grande instabilità militare e politica, fu proprio Vespasiano ad avere la meglio e sul territorio di Giudea rimase in carica il generale Tito, che ottenne l’incarico di stroncare definitivamente la rivolta e riportare la pace nel territorio.

A Tito vennero affidate 4 legioni a pieni ranghi, oltre ad un gran numero di soldati ausiliari e di truppe reclutate sul territorio che si erano aggiunte alla compagine romana, soprattutto per un senso di rivalità nei confronti dei ribelli.

La struttura di Gerusalemme antica

Il generale Tito partì con il suo contingente militare seguendo tre linee d’attacco. Sotto il suo diretto comando, la legione dodicesima e quindicesima partì dalla Samària per attaccare Gerusalemme da settentrione.

Da est venne fatta avvicinare la decima Fretensis, che era partita da Gerico e aveva rapidamente colmato lo spazio che la separava dalla capitale della Giudea.

Da Occidente partì, dalla città di Emmaus, la quinta macedonica. La città nemica fu così rapidamente attaccata da più fronti, per minimizzare le possibilità di organizzazione e reazione dei ribelli.

Gerusalemme sorgeva incastonata in una serie di valli antichissime, più volte citate nei testi sacri e dal Vangelo. A nord-est si stagliava la valle di Giosafat, mentre ad est la famosa valle dei Cedri, alle cui spalle vi erano i monti degli Ulivi.

A sud, la valle di Hinnom e ad ovest la valle di Gihon. Queste ampie vallate permettevano a Gerusalemme di essere rifornita da numerosi corsi d’acqua, che garantivano alla città una ottima autonomia, soprattutto in caso di assedio.

Era una metropoli antichissima ed estremamente vasta, organizzata in ampi quartieri che si erano accresciuti nel corso del tempo.

Il centro nevralgico era il suo sfarzoso tempio circondato da un ampio spiazzo e da poderose mura: all’interno, il sacro candelabro a sette bracci della Menorah, il principale simbolo di tutta la religione ebraica.

A nord-est del tempio, si stagliava la fortezza Antonia, costruita per garantire la sicurezza alla zona sacra e che fungeva da estremo baluardo di difesa e di osservazione del territorio circostante.

Ad occidente di questo complesso si stendevano due quartieri: quello più settentrionale era la residenza delle elìte ebraiche, il quartiere dei nobili, che deteneva il controllo politico della città.

Mentre più a sud le case popolari, dove risiedeva la maggior parte della popolazione, che costituiva un ampio sobborgo densamente popolato.

Nel corso degli anni, Gerusalemme aveva inoltre conosciuto un’ulteriore espansione verso settentrione: si era così formato un ulteriore quartiere definito “Seconda città“, anch’esso protetto da importanti opere murarie.

Ancora, un nuovo allargamento verso Nord aveva generato la cosiddetta “Città Nuova“, anche lei protetta da poderose mura.

Ognuna di queste cinte murarie era alta almeno nove metri e rafforzata da numerosi bastioni, ma non solo: diverse aperture nascoste consentivano ai Giudei di eseguire rapidissime sortite all’esterno contro un eventuale aggressore.

Gerusalemme si presentava così come una città straordinariamente difficile da assediare e da conquistare, come la storia successiva dimostrò pienamente.

I primi scontri a nord e ad est

Il primo ad arrivare sul posto, da settentrione, fu il generale Tito con le sue due legioni. Vennero immediatamente approntati un paio di accampamenti a distanza di sicurezza, mentre lo stesso Tito, con un contingente di 600 cavalieri, compì una prima ricognizione per individuare i punti deboli della città.

Già in questa fase, l’esercito romano fu messo a dura prova: mentre la colonna di cavalieri guidata da Tito stava compiendo una passaggio vicino alle fortificazioni a settentrione, due colonne di Giudei uscirono da alcuni passaggi e attaccarono il contingente romano.

I Giudei furono in grado di isolare e circondare alcuni cavalieri, lasciando il generale Tito completamente disorientato e staccato dal resto del proprio contingente.

Tito, valutata la situazione, decise di eseguire una coraggiosa carica di cavalleria direttamente contro i Giudei, con sprezzo del pericolo, riuscendo a disimpegnare i cavalieri che erano stati circondati e salvandoli da morte certa.

Anche l’avvicinamento dei legionari romani verso la parte orientale della città non ebbe sorti migliori. Mentre erano impegnati a costruire l’accampamento, i Giudei eseguirono una seconda sortita.

I legionari vennero colti completamente di sorpresa. Tito, con la sua cavalleria, riuscì a stabilire una linea di difesa che dovette sopportare due ondate di attacchi Giudei: per poco i legionari non furono completamente annientati.

L’estrema situazione di pericolo si risolse nel momento in cui una parte dei legionari riuscì a completare l’accampamento. I soldati ripiegarono rapidamente all’interno delle loro costruzioni, così come i Giudei, che tornarono sui loro passi e riguadagnarono la città.

L’attacco occidentale e la presa della Città Nuova

L’estrema aggressività dei Giudei aveva già avuto effetti sul morale dei legionari. Per questo motivo, Tito valutò che il lato est della città fosse troppo pericoloso e difficile da assediare e scelse di concentrare i suoi sforzi sulla zona occidentale di Gerusalemme.

Finalmente, i legionari romani eseguirono un primo vero attacco alla cinta muraria: i soldati utilizzarono delle rampe per colmare il dislivello con le mura su cui venivano issate degli arieti e delle torri.

I Giudei utilizzarono ancora una volta le loro porte nascoste per attaccare i legionari sui fianchi. I soldati romani si trovarono così a dover costruire e movimentare le opere d’assedio mentre venivano attaccati frontalmente e ai fianchi, in momenti di estrema concitazione e di pericolo.

Nonostante la grandissima resistenza dei Giudei, i romani riuscirono a bucare la prima cinta muraria e a conquistare la cosiddetta “Città Nuova”, all’interno della quale posizionarono un accampamento provvisorio, che sarebbe stato il punto di riferimento di ogni attacco successivo.

La presa della Seconda Città

Ora, l’obiettivo dei romani era quello di conquistare la “Seconda città“: Tito concepì uno sfondamento diretto contro la porta principale.

Una prima azione sembrò avere successo: i legionari riuscirono a penetrare all’interno della seconda zona di Gerusalemme. Ma un’improvviso attacco dei Giudei, che sbucarono dal reticolo di viuzze della zona, costrinsero la colonna romana ad una ritirata strategica e ad un nuovo acquartieramento all’interno del loro accampamento, per resistere alla furia dell’avversario.

Un secondo tentativo, condotto alcuni giorni dopo, ebbe più successo. Si trattò di un attacco multiplo, che riuscì a bucare la cinta muraria in più punti: i romani riuscirono così a conquistare la seconda città, pur se con un enorme sforzo.

La situazione, a questo punto, vedeva la metà della città di Gerusalemme ormai a disposizione dei Romani e l’altra metà ancora nelle mani dei Giudei. Rimanevano però da conquistare le zone più importanti ed impervie, come il quartiere nobiliare, la fortezza Antonia e, soprattutto, il Tempio sacro.

La lotta sulla fortezza Antonia

Tito diede ordine di attaccare su due fronti: il primo doveva sfondare le mura del quartiere nobiliare, mentre il secondo aveva come obiettivo la conquista della fortezza Antonia.

Per conquistare quest’ultima, i legionari romani costruirono nuovamente una serie di rampe e di enormi torri di assedio.

Ma i giudei risposero con una tecnica innovativa ed imprevista: ebbero l’idea di scavare un lungo tunnel sotterraneo che, superando le mura della fortezza Antonia, arrivò a posizionarsi perpendicolarmente al di sotto delle rampe romane.

Appiccando il fuoco alla parte terminale del tunnel, il calore si propagò rapidamente attraverso la rampa romana facendola crollare, e distruggendo tutte le opere di assedio, vanificando il lavoro dei legionari.

La situazione non era migliore sul fronte del quartiere nobiliare, dove una sortita dei Giudei era riuscita a distruggere le opere d’assedio. I legionari si salvarono nuovamente grazie ad un intervento di cavalleria, guidata da Tito.

Nonostante la conquista di una buona metà di Gerusalemme, il morale dei legionari romani era piuttosto basso: soprattutto per l’enorme fatica e la doppia sconfitta che avevano appena subito.

Tito pensò dunque che fosse arrivato il momento di affamare gli avversari. Indisse una piccola gara: la squadra di soldati che avrebbe costruito più rapidamente una porzione di muro per isolare i Giudei, avrebbe avuto dei vantaggi e dei premi una volta conquistato il bottino.

Spinti da questa rivalità interna, l’esercito romano approntò in 3 giorni una circonvallazione di 8 km che circondò l’intera città: entro poche settimane i Giudei iniziarono a patire ferocemente la fame.

Le cronache parlano di condizioni estreme: i cadaveri iniziarono ad accumularsi per le strade, i superstiti mangiarono ogni tipo di animale, fino ad episodi di puro cannibalismo.

Mentre la fame affliggeva i Giudei, un evento del tutto imprevisto giocò in favore dei romani.

Il tunnel che era stato costruito per disinnescare le rampe romane, con l’effetto della pioggia, ebbe l’effetto di far crollare inaspettatamente una parte delle Mura della fortezza Antonia.

Si aprì così per l’esercito romano una importantissima possibilità di penetrare in una zona strategica di Gerusalemme. Gli scontri ripresero durissimi: un primo attacco attraverso i resti delle rampe e delle mura della fortezza, fu respinto dai Giudei, in quanto capaci di rifornire e alternare gli uomini con maggiore efficacia rispetto ai legionari.

Un secondo attacco notturno fu ancora più frustrante e confuso: i Giudei avevano rubato le armature dei legionari caduti precedentemente e le avevano indossate per disorientare gli avversari.

Gli scontri continuarono tutta la notte nella ferocia e nella confusione più totale.

L’arrivo del mattino giocò a vantaggio di Tito: i suoi uomini riuscirono mano mano a distinguere con maggior precisione gli avversari dai loro commilitoni.

Dopo giorni di lotte, la fortezza Antonia venne quasi completamente rasa al suolo e i romani riuscirono finalmente a toccare le mura difensive del tempio.

Le battaglie del Tempio

Questa parte dell’assedio si divide in più scontri successivi chiamati “battaglie del Tempio”.

Semplificando, in un primo momento i romani riuscirono a creare una breccia nella zona nord-est, ma le aperture erano ancora troppo ristrette per utilizzare efficacemente il gladio e combattere con successo.

Alcune rampe che vennero costruite per raggiungere la stessa altezza delle mura furono in realtà portatrici di morte.

I Giudei, con una finta ritirata, lasciarono che i romani arrivassero a conquistare una porzione delle mura per poi dare fuoco all’intera struttura: un inferno di fiamme che carbonizzò i legionari e che portò i romani a rinunciare e a ritirarsi, per rimandare l’attacco ai giorni successivi.

Come molte altre volte nella storia, fu l’instancabile determinazione e la costanza a consegnare il successo ai romani.

Nei giorni successivi, i legionari attaccarono nuovamente, allargando gradualmente la breccia nelle mura e riuscendo a distribuirsi meglio nel grande spiazzo antistante al tempio.

La zona attorno al luogo sacro, si trasformò così in una enorme arena di combattimento, con i romani sul lato occidentale e i giudei a protezione del tempio.

Esattamente in questa fase della battaglia accadde un fatto significativo: i Giudei sacrificavano ogni mattino dei capri al loro Dio per chiedere protezione e sostegno contro l’esercito invasore.

Ma proprio in quei giorni, con i romani vicinissimi, venne sacrificato l’ultimo capro a disposizione. Con il termine dei sacrifici, fra i giudei si diffuse la paura e il sospetto di essere stati abbandonati dalla loro divinità.

La lotta del tempio fu estenuante, si protrasse per diversi giorni e ancora una volta furono le cariche di cavalleria di Tito a consentire ai legionari di guadagnare terreno.

La situazione ebbe una svolta quando i romani riuscirono a schiacciare l’esercito giudeo contro le mura del tempio limitando la loro possibilità di manovra.

Lì, nel bel mezzo dei combattimenti, avvenne in maniera quasi fortuita che un paio di legionari appiccarono il fuoco ad una porzione del tempio.

Rapidamente, le fiamme divamparono, mangiando in poche ore tutte le bellezze che da secoli erano conservate all’interno dei luoghi sacri.

Per il tempio di Gerusalemme fu la fine: i legionari penetrarono in ogni dove e riuscirono, abbattendo ogni tipo di avversario, ad impadronirsi della zona più sacra di Gerusalemme.

Qualche giorno dopo, come fosse il passaggio di un testimone, i legionari romani acclamarono Tito, e nella stessa piazza dove si erano svolti i sacrifici al Dio dei Giudei, vennero compiuti gli stessi atti in favore degli Dei romani.

La conquista degli ultimi quartieri

Dal lato occidentale del tempio i romani penetrarono nel quartiere popolare: si scatenò una serie di combattimenti feroci e macabri.

Le strade erano disseminate di cadaveri mentre l’odore di putrefazione si spandeva a metri di distanza.

Le case basse e le piccole viuzze erano perfette per continui agguati ed imboscate contro i legionari, che dovettero battere a tappeto tutto il sobborgo, sterminando ogni avversario sul loro cammino.

Nell’arco di pochi giorni, la città di Gerusalemme era quasi completamente capitolata: rimaneva da conquistare solo il quartiere nobiliare, con i capi della resistenza.

In questo caso, Tito optò per due linee di attacco: la prima avvenne dall’esterno della città. Per abbattere le ultime mura vennero issate delle rampe, delle torri d’assedio e degli arieti.

Cadde così, anche lo splendido palazzo del re Erode.

I fuggitivi cercarono di scappare attraverso le vie del quartiere nobiliare, ma ad aspettarli, distribuiti su tre punti, vi erano altri soldati che riuscirono rapidamente ad intercettarli e finirli.

Dopo oltre tre mesi di assedio, la città di Gerusalemme era capitolata di fronte alla potenza romana.

La vittoria e il furto della Menorah

Si era così consumato uno degli eventi più tragici della storia antica che portò la Prima Guerra giudaica ad una definitiva svolta in favore della potenza romana.

Iconico, rimane il momento del furto del candelabro a sette bracci, la Menorah, immortalato nell’Arco di Trionfo dedicato a Tito, una volta diventato imperatore.

Il simbolo della potenza dell’esercito romano che aveva piegato i valorosissimi ed irriducibili avversari Giudei.

La battaglia di Aquae Sextiae. Caio Mario annienta i Teutoni

Intorno al 210 a.C. la Repubblica Romana era in rapida espansione in tutto il Mediterraneo: ma nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivato un gravissimo pericolo dal Nord che avrebbe trovato il suo culmine e la sua risoluzione solo con la battaglia di Aquae Sextiae.

Fu proprio in quel momento che le tribù germaniche decisero di migrare verso il sud dell’Europa per trovare dei nuovi territori da coltivare e dove vivere, entrando in contatto con la Repubblica Romana e scatenando delle guerre devastanti, caratterizzate da lotta per sopravvivenza da entrambe le parti e da straordinarie sconfitte e vittorie sul filo del rasoio.

Di certo per la Repubblica Romana la battaglia di Aquae Sextiae, combattuta da Caio Mario, rappresenta una parte fondamentale di quella che è la storia non solo di Roma ma dell’Italia intera.

La migrazione dei Teutoni e la sconfitta di Noreia

la sconfitta di noreia

Tutto cominciò nel 210 a.C.  quando le popolazioni dei Cimbri, dei Teutoni e degli Ambroni si unirono alla ricerca di nuovi territori in cui vivere partendo da quella che è l’odierna Danimarca per migrare verso sud: un percorso incerto e difficile nel quale ad un certo punto vennero in contatto con la Repubblica Romana.

Le tribù germaniche chiesero delle terre per potersi fermare e prosperare ma i romani, con una punta di arroganza e non valutando correttamente il pericolo nel quale potevano imbattersi, risposero negativamente.

Si arrivò velocemente a uno scontro tra le due parti a Noreia, una cittadina di quella che ora è l’Austria orientale.

Differentemente da quel che si poteva pensare, i romani subirono una sonora sconfitta, venendo pesantemente decimati, seppur lasciando una grande devastazione anche tra le truppe germaniche le quali scelsero di proseguire da un’altra parte il loro peregrinare all’interno dell’Europa.

Una fortuna inaspettata per i Romani, i quali non avrebbero avuto in quel momento nessuna legione per difendere la Pianura Padana e l’Italia intera.

Una nuova sconfitta dei Romani ad Arausio

Un fatto questo ignorato dai Germani che prima trovarono rifugio in Gallia e poi incontrarono nuovamente le truppe di Roma ad Arausio.

La Repubblica Romana in questa occasione compì un errore immenso che pagò a caro prezzo: inviò due comandanti di due fazioni politiche differenti, uno parte degli ottimati e l’altro dei popolari. Il desiderio di entrambi di prendersi il merito di un eventuale trionfo, li spinse ad accamparsi in due luoghi separati dividendo di fatto le loro forze.

I Cimbri li assalirono travolgendoli con un’orda di soldati, dando vita a una delle peggiori sconfitte della storia dell’esercito Romano.

Nonostante la sconfitta di Arausio, le tribù germaniche si resero conto che la Repubblica Romana era comunque molto forte e capace di opporre una resistenza estenuante: decisero per questo di spostarsi verso la Spagna dove incontrarono i guerrieri celtiberi, soldati molto forti e resistenti  che dopo alcuni anni riuscirono a sconfiggerli e a metterli nuovamente in fuga verso la Gallia.

Per i germani rimaneva solo la possibilità di conquistare l’Italia e per questo decisero di dividersi in tre tronconi: il primo intenzionato a passare attraverso le Alpi per sbucare nell’odierno Piemonte, il secondo pronto a muoversi per la strada del Brennero e il terzo in cammino per passare attraverso le Alpi Giulie.

La battaglia ad Aquae Sextiae

la vittoria a aqua sextie

Sembrava non esserci speranza di vittoria per la Repubblica Romana, se non fosse per l’entrata in gioco di un giovane ma abilissimo generale: Caio Mario, uomo politico e militare di nuova concezione il quale, pur trovandosi davanti a una sfida veramente difficile, decise di “giocare” con astuzia.

Mariò cominciò infatti a seguire le mosse dei germani, e diede ordine di costruire un accampamento ben fortificato nel quale radunò il suo esercito.

Rifiutando, secondo un disegno prestabilito, lo scontro in campo aperto, i Teutoni sfilarono davanti all’accampamento dei romani: tanti erano, che impiegarono 6 giorni. E non mancarono le provocazioni: “Stiamo andando a Roma a divertirci con le vostre donne“, gridavano ai nemici.

Caio Mario non aveva paura che i Teutoni e le altre popolazioni potessero arrivare indisturbati a Roma, ma voleva che i suoi soldati si potessero abituare alla vista di questi enormi guerrieri e che montasse in loro la voglia di rivalsa e di vendetta.

Al termine di questa provocatoria sfilata, Caio Mario spostò i suoi legionari seguendo alcune scorciatoie, così da precedere le truppe germaniche fino ad intercettarli e stavolta bloccarli nella località di Aquae Sextiae.

Era arrivato il momento dello scontro.

Caio Mario utilizzò una tattica che, se non copiata, prese certamente ispirazione da quella messa a punto da Annibale proprio contro Roma: decise di mettere un piccolo contingente di soldati di cavalleria nascosti in un piccolo boschetto accanto al campo di battaglia, mentre il resto della fanteria venne schierata in blocco, anticipata dalla cavalleria.

Appena avvistato i nemico, i Teutoni si posizionarono davanti alle truppe romane, nella loro classica formazione a quadrato e lanciarono un attacco immediato. Caio Mario, che aveva studiato il territorio, aveva fatto però posizionare le sue truppe in alto, su una zona in pendenza.

Quando i Teutoni partirono con la loro tremenda carica non si resero conto che per loro la strada era in salita.

Il pensiero da soldato “professionista” vinse su quello del barbaro: le truppe germaniche vennero rallentate e affaticate dalla pendenza, mentre quelle romane sfruttarono la discesa per colpire ancora più velocemente con la cavalleria e la fanteria.

Un errore tattico quello dei germani evidente e importante: i soldati barbari vennero ricacciati in pianura e distrutti dall’esercito romano, il quale potè contare sulla cavalleria nascosta ai lati del campo di battaglia per porre definitivamente fine allo scontro.

Le conseguenze

L’intero popolo dei Teutoni fu sterminato o ridotto in schiavitù.

Alcuni dei prigionieri furono mostrati l’anno successivo ai Cimbri prima della Battaglia dei Campi Raudii. Gaio Mario infatti disse al re dei Cimbri durante la fase preliminare delle trattative “Non preoccupatevi dei vostri fratelli (Teutoni), abbiamo dato loro delle terre che conserveranno in eterno” per poi mostrare alcuni prigionieri teutoni aggiungendo “essi sono qui, e non possiamo permettere che ve ne andiate senza salutarli“.

La vittoria di Aquae Sextiae segnò l’inizio della riscossa romana sui germani, e assieme alla vittoria dei Campi Raudii, sancì il tramonto del pericolo germanico nei confronti di Roma.

Il cibo nell’antica Roma. Cosa mangiavano i romani?

Come mangiavano i romani? I nostri antenati non erano solo soldati impegnati in guerre estenuanti, ma anche delle persone normali con i bisogni basilari di qualsiasi essere umano. E l’alimentazione rappresentava una delle loro caratteristiche più interessanti da conoscere.

Per comprendere come si nutrivano i romani in maniera completa è bene dividere il concetto in base alle disponibilità economiche categorizzando in poveri, benestanti e ricchi.

L’alimentazione del romano povero

Il cittadino romano povero, quello che apparteneva alla fascia debole della popolazione, seguiva un regime alimentare basato su verdura e  legumi consumati in quantità davvero importante. E di qualsiasi tipologia: entrambi questi elementi consentivano ai cittadini meno abbienti di potersi sostentare in modo abbastanza completo senza spendere troppo.

Verdura e legumi erano così importanti per la popolazione romana più debole.

Altro elemento molto importante era il farro: in particolare nella prima parte della storia romana, questo cereale fa assolutamente da padrone all’interno dell’alimentazione degli abitanti: la zuppa di farro veniva mangiata quasi tutti i giorni.

E non solo: il farro veniva anche macinato per ottenere una farina da cui si ricavava della polenta, alla quale veniva poi aggiunto qualsiasi condimento disponibile, come piccoli residui di pesce, di carne o alimenti in grado di aggiungere sapore.

Alcuni cambiamenti arrivarono quando Roma iniziò a espandersi: con la conquista di nuovi territori come per esempio la Sicilia, conosciuta come il “granaio di Roma” assieme all’Egitto, il farro viene sostituito pian piano dal frumento.

Arrivarono addirittura a esservi tutta una serie di leggi “frumentarie” per distribuire il grano alla parte più bassa e più povera della popolazione con regolarità.

In questo modo diveniva possibile preparare il pane che, per quanto povero, era comunque di una qualità superiore rispetto a quello a base di farro. Un “pane rusticus”, nero e dal sapore non propriamente eccezionale che tuttavia serviva a variare l’alimentazione.

Ogni tanto gli appartenenti al ceto dei meno abbienti potevano permettersi qualche piccolo pezzo di carne di maiale o del pesce piccolo di seconda pescata, come le sardine o le acciughe.

Per il bere la scelta era abbastanza limitata: una bevanda composta di acqua e aceto o vino di scarsissima qualità, quasi inacidito, era il massimo a cui potevano aspirare, tra una colazione fatta di avanzi del giorno prima e l’occasionale buon pasto delle festività.

L’alimentazione del romano benestante

Come mangiava invece il benestante? Coloro che potevano contare su un’economia un pochino più florida, pur non essendo ancora ricchi, riuscivano ad ogni modo a permettersi degli sfizi maggiori rispetto alla fascia più povera della popolazione.

La struttura dei pasti era la stessa generalmente, ma caratterizzata da una qualità differente: per ciò che riguardava frutta e verdura il benestante poteva permettersi degli alimenti come le albicocche e le ciliegie che talvolta riusciva a coltivare e che altre volte trovava nel mercato.

Potendo spendere di più, poteva cibarsi di verdure più variegate e dal sapore più stuzzicante. E se il farro era comunque un alimento presente generalmente tra i romani, per ciò che riguardava il pane, questa fascia della popolazione poteva consumare un pane di farina bianca chiamato “pane secundus”, dal sapore più interessante e più raffinato perché la farina veniva macinata più volte.

Anche per ciò che riguarda il pesce e la carne il benestante poteva permettersi alimenti di qualità migliore: riusciva a mangiare spesso la carne non solo maiali ma anche manzo e coniglio godendo di gusti più piacevoli e prelibati grazie a una maggiore possibilità di scelta. Consumava pesci piccoli ma anche branzini: alimenti dalla struttura e dal sapore migliori.

Una delle differenze tra la classe povera e quella benestante in materia di alimentazione era la presenza di salse e condimenti che non fossero il miele. La salsa più utilizzata era il garum: un composto dal gusto forte che in pochi avrebbero il coraggio di mangiare al giorno d’oggi ma che era considerata una prelibatezza che veniva utilizzata dovunque ai tempi dei romani.

Una versione “antica” della più gustosa colatura di alici odierna: era infatti ricavata da interiora di pesce che venivano mescolate con un po’ di sale e messe ad essiccare al sole in grandi recipienti. In questo modo si otteneva una sostanza liquida o semiliquida – gelatinosa e molto forte dal punto di vista organolettico, che veniva abbinata a tutto, come accade oggi con la maionese.

Un altro condimento molto interessante era la muria: intestini e sangue del tonno messi a macerare finché non diventavano una salsa.

Per quanto sembri una cosa da nulla, questi composti erano in grado aiutare il ceto romano dei benestanti ad ampliare la propria dieta in materia di gusti. La bevanda più consumata era il vino, di migliore qualità, che poteva essere annacquato o addizionato con del miele per rendere il sapore più gradevole.

L’idromele rappresentava un’ottima alternativa al vino: un misto di acqua e miele fermentato, che veniva dato anche ai bambini.

L’alimentazione del romano ricco

cibi dei ricchi a roma

Il romano ricco poteva mangiare ovviamente qualsiasi alimento consumato dalle due fasce di popolazione precedenti, a partire dal farro fino ad arrivare al garum, potendosi permettere però tutta una serie di alimenti dal gusto incredibile e dalla rarità, per i tempi, conclamata.

Un esempio? I funghi porcini: erano considerati una prelibatezza e valevano molto di più di quel che oggi può valere un tartufo.

Il pane ovviamente era un pane di prima qualità, composto con farine di frumento setacciate diverse volte fino a formare il “pane candidus”, dal sapore molto buono e più vicino in aspetto e qualità a quello attuale. Il ricco poteva permettersi carne tutti i giorni, scegliendo tra i tagli migliori di manzo o qualsiasi altro animale.

Stesso discorso valeva per il pesce: branzini e orate erano la consuetudine, ma anche anguille e storioni: pesci che nella maggior parte delle famiglie romane non abbienti era qualcosa che ci si poteva permettere dopo aver fatto sacrifici.

L’alimentazione dei romani ricchi era variegata per sapori, qualità e consistenza. Il vino portato in tavola era di altissimo pregio e non aveva bisogno di essere annacquato o condito con il miele: quest’ultimo veniva usato solo a discrezione del gusto della persona. Il più consumato nelle tavole dei più ricchi era il Falerno insieme a quelli provenienti da Sorrento.

I cibi, nelle case dei ricchi conquistavano anche una valenza coreografica e spesso venivano presentati ancora vivi agli ospiti prima di procedere con la cottura: i pasti di luculliana memoria ne sono un esempio.

Come si mangiava a Roma: i pasti

I pasti nell’antica Roma erano tre ed erano organizzati in un crescendo di quantità che partiva la mattina e si concludeva la sera.

La colazione era molto frugale e spesso basata sugli avanzi del giorno prima, il pranzo era si più completo ma sempre molto veloce: il vero pasto soddisfacente era servito alla sera dove al mangiare erano riservati attenzione, piacere e godimento. Ci si prendeva il proprio tempo e si mangiava con più calma, in compagnia della famiglia.

Di certo in quanto a gusto era particolare e risulterebbe insostenibile per molti palati attuali, ma nella sua composizione, l’alimentazione romana era da considerare sana, in un certo senso, grazie alla quasi totale mancanza di zuccheri al suo interno.

La congiura di Catilina. Attentato a Roma

La congiura di Catilina è uno dei fatti più interessanti che abbiano caratterizzato la storia repubblicana di Roma: cosa successe? Questo cospiratore era davvero così malvagio come lo dipingevano?

La dittatura di Silla e le liste di proscrizione

Si era nel periodo della tarda Repubblica e le guerre civili tra Mario e Silla vennero vinte da quest’ultimo, che si pose a capo di Roma come dittatore dando il via a una riforma dello Stato Romano.

La riforma di Silla dava molto più potere al Senato e ridimensionava drasticamente il ruolo del tribuno della plebe, che in teoria doveva proteggere gli interessi del popolo, ma che venne quasi completamente neutralizzato.

Parimenti, Silla ideò le liste di proscrizione: degli elenchi contenenti i nomi dei nemici politici che potevano essere uccisi pubblicamente, le cui ricchezze sarebbero andate in parte allo stato e in parte al suo assassino.

Sotto la dittatura Sillana emersero, chiaramente, alcuni personaggi.

Uno di essi fu Gneo Pompeo, che si dimostrò subito un validissimo generale al punto di essere chiamato “Imperator” da Silla in segno di favoritismo. Era certamente il suo “pupillo”, e probabilmente il suo successore.

Il secondo fu Crasso che, grazie alle liste di proscrizione, diventò in breve l’uomo più ricco di Roma con un patrimonio sconfinato e interessi diramati in tutti i settori finanziari.

Vi fu poi il protagonista di questo racconto, ovvero Lucio Sergio Catilina che fin da subito mostrò una comprensione della situazione di sofferenza del popolo ma anche una indole violenta.

Basti pensare che per il suo tornaconto personale fece inserire il fratello nelle liste di proscrizione per poterlo eliminare e per non avere problemi di tipo legale.

Catilina e i tentativi di raggiungere il consolato

Tra gli uomini che emersero durante il regno di Silla, Catilina fu senza dubbio quello più spietato e il primo, una volta morto il dittatore, a tentare di prendere il potere in un momento in cui la politica romana era immersa nel caos.

In quel momento Catilina era governatore in Africa ma al termine del suo incarico decise di candidarsi al consolato. La sua candidatura fu però subito stroncata da accuse di brogli e malversazioni che lo riguardavano nel suo periodo di gestione dell’Africa: per un uomo come lui, così ambizioso, si trattò di uno smacco duro da accettare.

A breve distanza, un episodio altamente significativo.

Vennero eletti due consoli sui quali caddero subito delle accuse di brogli elettorali, che risultarono poi fondate: le votazioni vennero annullate e i due accusatori dei neoconsoli vennero insediati al loro posto.

I due, estromessi e defenestrati, iniziarono a meditare di uccidere i due consoli attraverso un complotto al quale molte persone decisero di aderire, tra i quali figurava anche Catilina.

Dopo poco però, l’idea di un attentato venne accantonata: non è chiara la motivazione, forse si trattava solo di minacce.

Svetonio che ne raccontò, disse che al complotto erano pronti a partecipare anche Crasso e Cesare, ma non vi sono prove ulteriori di tale evenienza. Si tratta, a ogni modo, di una idea abbastanza inverosimile dato che entrambi credevano in un approccio alla politica differente e non volevano ricorrere violenza, almeno in questa fase di Roma.

Questo appena raccontato può essere considerato un primo virtuale attentato pensato ma non compiuto da Catilina.

Passò del tempo e Catilina decise di candidarsi nuovamente per il consolato riponendo in questo ultimo tentativo tutte le sue speranze: in opposizione a lui vi era Cicerone, l’homo novus, colui che non aveva altri politici in famiglia e che rappresentava una totale novità.

Catilina aveva in questo caso delle buone possibilità di vittoria potendo contare tra le altre cose anche del supporto economico, stavolta dichiarato, di Crasso e di quello politico di Cesare.

Entrambi lo appoggiavano perché ne condividevano le idee: Catilina voleva combattere l’oligarchia senatoria, voleva andare contro i potenti e contro l’aristocrazia.

Ma un certo punto sia Crasso che Cesare si resero conto della reale portata delle idee di Catilina: questo voleva organizzare un colpo di stato, creare una monarchia e diventare dittatore.

Una visione grande e violenta che portò sia Cesare che Crasso ad abbandonare Catilina per non essere accomunati a un progetto di così importante gravità. Il consolato venne quindi ottenuto da Cicerone.

La congiura di Catilina

Una ennesima sconfitta che fece scattare in Catilina l’idea di dare vita a una rivoluzione armata mettendo in atto un piano ben preciso: grazie alla complicità di alcuni uomini a lui fedelissimi, in una data precisa, avrebbero dovuto  essere compiuti degli attentati nella città di Roma per eliminare i consoli e le personalità politiche importanti al fine di prendere immediatamente il potere.

E allo stesso tempo Manlio,  il suo più fedele seguace, avrebbe dovuto portare anche l’Etruria, luogo perfetto per il reclutamento di soldati e difficile da gestire, a insorgere contro il potere romano avvalendosi di un esercito armato.

catilinaria cicerone senato

La congiura di Catilina sembrava avere tutte le carte per andare in porto se non fosse che Cicerone venne avvisato della rivolta in costruzione da ben tre persone contemporaneamente: Fulvia, amante di uno dei congiurati e da Cesare e Crasso che, pur essendo avversari politici del console, non condividevano l’attacco che l’ex amico aveva intenzione di portare avanti.

Cicerone ebbe così modo e tempo di prendere delle contromisure per tutti gli attentati organizzati da Catilina, che vennero soffocati sul nascere insieme alla congiura.

Cicerone avvertì il Senato al quale mostrò una serie di lettere anonime in cui la congiura veniva presentata e svelata. Un incontro nel quale Catilina si presentò spavaldo e durante il quale Cicerone pronunciò nella quarta catilinaria la famosa frase “Fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza?”.

Le accuse misero sostanzialmente Catilina al muro: il senatore decise dapprima di tentare di difendersi, salvo poi lasciare il Senato per organizzare una vera e propria rivolta armata.

Un atto che nel 62 a.C. a Pistoia lo vide perdere sia la battaglia contro l’esercito consolare che la vita.

Una riforma mancata?

Sebbene sia Catilina una figura abbastanza discutibile nel comportamento e nei modi di fare politica, non bisogna cadere nell’errore di considerarlo solamente un pazzo e un violento che voleva prendere il potere.

Era sicuramente tutto questo, ma è stato anche un uomo politico capace di raggruppare un forte seguito tra coloro che non avevano più nulla, tra i proletari disperati, tra coloro che erano falliti o sommersi dai debiti.

La sua idea politica era quella di annullare tutti i debiti, di redistribuire le terre: Catilina era in poche parole l’espressione del malessere del popolo romano, di cittadini costretti a vivere situazioni insostenibili.

E’ espressione al contempo della corruzione e della politica arrotolata su se stessa, un segno della scontentezza radicata nel popolo e della ferita profonda  presente nella società romana della tarda Repubblica.

La caduta dell’impero romano spiegata in 5 minuti

La caduta dell’Impero romano, o meglio il crollo dell’impero romano di Occidente è una delle pagine più sofferte e discusse della storia di Roma: sono diverse le ragioni che hanno portato all’epilogo del più grande impero della storia umana.

In questo articolo spiegheremo in maniera estremamente semplificata le motivazioni del crollo, che possono essere successivamente approfondite.

Nei testi scolastici, ci è sempre stato insegnato che la colpa della caduta dell’Impero Romano sia stata dei barbari.

In altri testi, sembra che a compromettere la civiltà romana sia stato il Cristianesimo, una nuova religione in grado di indebolire lo “spirito romano”, come sostenne lo storico Edward Gibbon.

Soprattutto per ciò che riguarda la posizione di Gibbon è bene sottolineare che il grande studioso espresse questo concetto in una Londra anticlericale del 1700: un fattore che senza dubbio influenzò la sua posizione che non può essere, per quanto importante, considerata priva di errori.

In realtà, al netto delle principali teorie e spiegazioni su questo enorme fenomeno, vi sono soprattutto due concetti fondamentali da comprendere.

La gestione del potere

A causare la caduta dell’impero romano d’Occidente è stata soprattutto una scorretta gestione del potere.

Roma era infatti una società basata sul concetto del cittadino che faceva carriera all’interno della vita pubblica: un cursus honorum che consentiva all’uomo di contribuire allo Stato romano arrivando, tecnicamente parlando, dai gradini più bassi della società fino alle massime cariche dello Stato.

Alla base di tutto vi era un discorso di meritocrazia, per il quale il cittadino romano poteva, tra oneri e onori, arrivare addirittura a diventare imperatore.

Dove sorge il problema? Nel corso del tempo la politica romana si è avvitata sempre di più su sé stessa fino a portare la gestione del potere nelle mani di chi già deteneva il controllo militare.

Ogni personaggio importante della politica romana e gli imperatori che si sono succeduti, soprattutto sotto il periodo del dominato, potevano contare su legioni di fedelissimi soldati che li sostenevano.

Si arrivò addirittura a una situazione in cui l’impero veniva “comprato con soldi” e veniva trattato come se fosse stato una proprietà privata.

Passava da un imperatore all’altro in base agli innumerevoli intrighi di Palazzo che non avevano più niente a che fare con i cittadini: il potere smise di essere l’oggetto di una scalata meritocratica di tutti, ma diventò il prodotto di una serie di intrighi tra imperatori, soldati, generali e capipopolo con un totale scollegamento dalla figura del cittadino.

Il tramonto del cittadino soldato

ragioni della caduta dell'impero romano

Di pari passo, il concetto del cittadino soldato.

Roma è stata sempre forte perché era colma di cittadini e alleati pronti a prendere le armi per combattere: i privilegi che spettavano ai cittadini erano una forte spinta al “patriottismo” e alla voglia di scendere in campo per difendere i confini.

Durante il tardo periodo imperiale la figura del cittadino soldato smise di esistere: il romano diventò un suddito come tanti altri, come già accadeva nelle grandi monarchie orientali.

L’abitante dell’impero romano doveva solamente obbedire e non aveva più voce in capitolo su nulla: nessuno volle più impegnarsi per la difesa del territorio, costringendo i generali a selezionare barbari da schierare in cambio della cittadinanza.

Una riprova di questo si trova facilmente osservando il destino dell’altra parte dell’impero, quella orientale, che sopravvisse per mille anni rispetto alla pars occidentalis.

Oltre a godere di una maggiore vitalità economica, l’imperatore Eraclio eseguì una riforma del territorio dividendolo in distretti e organizzando la società in modo tale da dare una prospettiva di vita al cittadino, il quale non lesinerà di difendere il proprio impero a tutti i costi fino al momento della sua disfatta finale nel ‘400 di fronte alla potenza ottomana.

L’imbarbarimento dell’esercito ebbe certo il suo ruolo: inserire al suo interno forze che non avevano ancora avuto modo di romanizzarsi di certo ha fatto la sua parte, tanto quando il Cristianesimo, che deve essere però considerato un effetto collaterale secondario.

La Colonna Traiana: l’arte romana al suo massimo

La Colonna Traiana è uno dei monumenti più belli che turisti e romani hanno la possibilità di visitare all’interno della Città Eterna: un’opera originale per i suoi tempi che merita di essere conosciuta.

Sulla Colonna Traiana è rappresentata la spedizione militare di conquista in Dacia dell’imperatore Traiano: una campagna particolarmente ostica per la quale venne commissionata questa opera, al fine di celebrare il trionfo dell’imperatore e delle sue truppe.

Una storia raccontata nel marmo

Si tratta ovviamente di un monumento celebrativo chiamato a raccontare una storia: se la osserviamo a partire dalla base, la Colonna Traiana dipana davanti a noi un racconto in ordine cronologico, non caratterizzato da immagini messe a caso ma da una evoluzione dei fatti.

Il termine esatto per descrivere questa colonna è “coclide” per via della struttura a forma a spirale. E’ come trovarsi davanti a un fumetto fatto di bassorilievi inciso nella pietra.

La Colonna Traiana racconta una storia piuttosto emozionante: pur essendo l’autore (o gli autori sconosciuti), il racconto è stato scolpito nella colonna con l’intento di mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore.

Sono il pathos, l’emozione e il coinvolgimento i veri protagonisti: il racconto è proposto all’occhio dell’osservatore senza che si verifichino cali di attenzione, spesso addirittura sacrificando le principali regole artistiche.

Anche la prospettiva viene sacrificata per mantenere alta l’emozione: in molti punti di quest’opera ci si ritrova, ad esempio, a osservare legionari  alti come dei muri, non tenendo conto di nessuna regola.

Non è solo la prospettiva a essere ignorata sulla Colonna Traiana, ma si tratta di un particolare irrilevante per chi scolpisce: gli oggetti vengono resi più grandi di quello che sono e i paesaggi vengono ristretti in maniera innaturale a favore dell’emozione e a discapito della correttezza tecnica.

Il messaggio da recapitare giustifica l’artista nel prendersi delle licenze.

I valori romani nascosti nell’opera

Perché per riprodurre la spedizione in Dacia sulla Colonna Traiana ci si concessero queste “leggerezze artistiche”?

Il primo motivo è che la storia di questa campagna è una storia costruttiva. Le legioni romane che possiamo osservare non sono semplicemente truppe che combattono, ammazzano, distruggono e portano la morte ovunque passino.

Sulla colonna vengono infatti rappresentate molte scene di vita quotidiana: la costruzione di bastioni e di ponti di passaggio, la realizzazione di strade e molto altro.

Vi è alla base la volontà di far capire che la legione romana non è solamente veicolo di combattimento e morte ma è esportatrice della civiltà romana, attraverso la costruzione di infrastrutture.

La legione romana è il primo avamposto dell’impero: il suo atteggiamento costruttivo consente di portare la civiltà nel mondo.

La seconda ragione è il bisogno di realtà. Per quanto la Colonna Traiana sia un’opera celebrativa, l’Imperatore Traiano non vuole raccontare una storia fantasiosa: vuole che i cittadini possano osservare la realtà di ciò che è successo e quindi decide di non ritoccare la storia.

Non fa scolpire una realtà che rende i romani perfetti, esaltando le vittorie e minimizzando i fallimenti: senza alcun campanilismo è possibile osservare i legionari che vengono messi in difficoltà dai nemici o ancora un soldato romano che spacca la testa a un bambino.

Si tratta di un’opera che non rispetta le prospettive ma che riporta fedelmente la realtà. Un fattore molto importante per comprendere meglio il ragionamento romano e la vita romana del tempo.

Il terzo elemento importante che caratterizza la storia raccontata dalla Colonna Traiana coinvolge la pietà e il rispetto per il nemico.

Non importa che il nemico sia riprodotto mentre si arrende o si suicida per non perdere l’onore: l’avversario viene sempre rappresentato con fierezza per rendere giustizia al suo valore.

Osservando le varie scene della Colonna Traiana, ci si rende conto di essere davanti a una storia esternamente interessante e ad una incredibile testimonianza della vita e del pensiero romano.

La battaglia di Alesia. Giulio Cesare sottomette le Gallie

La battaglia di Alesia è uno scontro avvenuto tra le legioni romane di Giulio Cesare nelle campagne galliche, e le tribù guidate dal Re degli Arverni, Vercingetorige.

Rappresenta una delle più grandi vittorie di Giulio Cesare: un avvenimento che consegnò definitivamente la Gallia nella mani di Roma e che cambiò per sempre il destino dell’Europa.

Le campagne in Gallia e l’arrivo di Vercingetorige

Quando Giulio Cesare decise di conquistare la Gallia, perseguì una campagna puramente imperialistica e fece coincidere all’espansione di Roma anche il suo tornaconto politico ed economico.

Nel corso delle campagne galliche, Cesare compì una serie di operazioni militari straordinarie ricordate ancora oggi come uno dei momenti più alti dell’organizzazione bellica di Roma.

Uno degli elementi fondamentali che gli garantirono il successo, fu il fatto che le tribù galliche, notoriamente divise tra di loro, non furono quasi mai in grado di organizzarsi a dovere, alleandosi talvolta con Roma e sostenendola dal punto di vista degli approvvigionamenti.

La conquista della Gallia sembrava un processo quasi concluso, almeno fino al 52 a.C quando avvenne un colpo di coda proprio nel momento in cui sembrava che tutte le tribù fossero state sottomesse: Vercingetorige, capo degli Arverni, riescì nell’intento di unire tutte le tribù galliche contro il nemico comune.

Vercingetorige utilizzò la tattica della terra bruciata, tagliando i rifornimenti alle truppe romane, anche se questo aveva un grosso costo per le stesse tribù galliche che dovevano bruciare i loro raccolti.

Fino al momento in cui ebbe un primo scontro con Cesare, a Gergovia, una zona molto ben fortificata e capitale della tribù degli Arverni.

Nonostante un assedio ben congegnato, Cesare subì uno smacco e fu costretto a ritirarsi, in quella che viene ricordata come la prima grande sconfitta di Cesare in Gallia.

In realtà, Vercingetorige avrebbe voluto continuare una guerra di logoramento, ma le instabili tribù galliche premevano per un confronto diretto, il che modificò pesantemente la strategia adottata fino a quel momento.

Allo stesso tempo, con la sua ben nota velocità, Cesare attaccò il cuore della rivolta gallica. Il campo di battaglia si spostò così verso Alesia, dove Vercingetorige si era bloccato e barricato con le sue truppe.

A questo punto, Cesare diede il via a uno dei più importanti assedi della sua carriera militare facendo costruire un’enorme serie di fortificazioni attorno alla rocca, la circonvallazione: strutture estremamente complesse che ancora oggi sono considerate un capolavoro d’ingegneria.

Vercingetorige tentò d’inviare contingenti di cavalleria per cercare di spezzare le linee romane, ottenendo solo una pesante sconfitta: resosi conto di aver bisogno di aiuto, inviò i suoi cavalieri a chiedere soccorso e milizie a tutte le altre tribù galliche.

Una vera e propria chiamata alle armi su vastissima scala.

Cesare capì che la situazione si era fatta molto particolare: mentre il suo esercito stava assediando Vercingetorige, tutte le tribù della Gallia stavano convergendo ad Alesia per colpirlo alle spalle.

Per questo motivo, decise di costruire un’altra serie di immani fortificazioni, stavolta per difendersi da un attacco esterno, chiamata controvallazione, per resistere all’orda barbarica che stava accorrendo in aiuto di Vercingetorige.

La doppia fortificazione non era un’idea di Cesare: era già stata utilizzata nell’assedio di Siracusa, diversi secoli prima. Ma nel caso di Alesia possiamo certamente dire che questa tecnica venne portata al suo massimo.

Una brutta pagina di storia merita di essere ricordata per ciò che concerne Alesia. Dopo le prime settimane di assedio, le donne e i bambini che si trovavano in città vennero cacciati fuori dalla roccaforte da Vercingetorige perché colpevoli di consumare cibo e acqua.

Cesare, per non correre rischi, decise di non accoglierli e una piccola massa umana rimase intrappolata in una zona franca fra i due eserciti.

Uno stallo che portò centinaia di persone a morire di fame tra le urla e la disperazione, davanti agli occhi impietosi di entrambi gli schieramenti.

Alesia. L’attacco di cavalleria

primo giorno battaglia alesia

Sono tre gli attacchi dei Galli che vennero scagliati ad Alesia: il primo avvenne di giorno e fu portato avanti prevalentemente dalla cavalleria.

Le truppe di Vercingetorige vennero schierate a occidente: la cavalleria fu intervallata dalla fanteria e dagli arcieri che insieme costituirono una linea di attacco importante e pericolosa.

Cesare rispose a questa linea di assedio con la sua cavalleria ingaggiando una battaglia feroce dove per tutta la giornata le forze si equivalsero in quanto a potenza d’attacco.

Il condottiero gallico fece partire allo stesso tempo un attacco dall’interno di Alesia verso l’esterno, ma l’iniziativa non ottenne i risultati sperati, giungendo in ritardo in battaglia.

Fu la cavalleria germanica, la più forte in assoluto tra le fila romane, a risolvere la situazione attaccando sul fianco le truppe galliche e costringendole alla ritirata.

Alesia. L’attacco notturno

secondo giorno battaglia alesia

La seconda battaglia sul campo di Alesia avvenne invece di notte: i galli aspettarono il favore delle tenebre per attaccare, proponendo essenzialmente lo stesso schieramento del primo “round”.

In questo caso, l’immenso attacco venne ammortizzato con difficoltà dai romani che si trovarono a dover difendere con tutte le proprie forze le fortificazioni.

Per tentare di distruggere questa barriera romana i galli utilizzarono di tutto: frecce, sassi, giavellotti. I soldati di Vercingetorige compirono molteplici attacchi simultanei in più punti, scatenando una risposta altrettanto forte da parte dei romani che risposero al fuoco utilizzando anche la loro temibile artiglieria.

Erano armi davvero micidiali: studi recenti hanno evidenziato come le biglie di ferro lanciate dalle fionde romane erano tranquillamente paragonabili a pallottole di una 44 magnum.

Anche nel corso di questa seconda giornata di battaglia, Vercingetorige cercò di attaccare dall’interno, ma di nuovo sbagliò i tempi: a rivelarsi ottimo alleato di Cesare, in una battaglia dove la crudeltà e la fierezza di entrambi i popoli la fecero da padrona, fu il sorgere del sole.

La luce permise ai romani di calibrare con maggiore precisione i propri colpi, costringendo i Galli a ritirarsi nuovamente.

L’attacco dal monte Rea

terzo giorno battaglia alesia

Il terzo e ultimo giorno di battaglia ad Alesia vide cambiare la situazione in campo: tutti, soprattutto le tribù galliche, si giocarono il tutto e per tutto.

Impegnandosi in un’attenta ricognizione delle fortificazioni romane, i Galli si accorsero che esisteva un punto debole finora non sfruttato: in corrispondenza del monte Rea, a nord delle fortificazioni romane.

Si trattava di un’altura così imponente e così alta, intervallata da fiumi, da non consentire il completamento della struttura di difesa nella zona settentrionale.

I capi galli decisero quindi di selezionare 60 mila tra i loro soldati più forti e coraggiosi e li posizionarono, nascosti, dietro il monte Rea per attaccare nel momento giusto.

Al terzo giorno di scontri si verificò un attacco multiplo: il primo avvenne, come sempre, ad occidente e frontale alle fortificazioni, il secondo da settentrione, dal Monte Rea, e proprio nel punto più debole della barriera romana.

Il terzo, dall’interno e portato avanti dallo stesso Vercingetorige e questa volta perfettamente sincronizzato.

Fu in questo momento che le difese romane iniziarono a scricchiolare seriamente.

Ma avvenne qualcosa d’incredibile che portò un esercito attaccato in tre punti e bisognoso di approvvigionamenti alla vittoria.

Giulio Cesare, che si trovava nella parte meridionale del territorio attorno ad Alesia, scese direttamente in campo.

Percorse tutta quanta la linea di fortificazioni di Alesia, incoraggiando, dando ordini ai centurioni e spronando i soldati fino ad arrivare proprio nella zona più calda dei combattimenti, davanti al monte Rea.

Il suo intervento personale fu decisivo: grazie anche alle truppe che lo accompagnavano e a quelle giunte sul campo ai comandi del suo braccio destro, Tito Labieno, Cesare riuscì a ribaltare la situazione, attaccando le fanterie scelte dei galli e costringendoli alla resa.

La resa di Vercingetorige e il trionfo di Cesare

Vercingetorige, secondo la tradizione, dopo aver indossato la sua corazza più bella, uscì con il suo cavallo e percorse solennemente un piccolo sentiero, avvicinandosi alle truppe romane che lo osservavano con estrema attenzione.

Il generale gallico, entrò nell’accampamento romano, compì tre giri attorno a Cesare, seduto vicino alla sua tenda. Poi, posizionatosi davanti al suo nemico esclamò: “Hai vinto un uomo forte, o uomo fortissimo”.

E gettò a terra le armi, rimanendo muto e accettando la sconfitta.

Il destino fu molto duro con Vercingetorige. Vide il suo popolo arrendersi ai romani, e rimase carcerato fino al ritorno di Cesare a Roma, quando, durante il trionfo, venne strangolato pubblicamente.

Il popolo gallico entrò negli anni successivi nell’orbita romana senza più la capacità di opporre una serie resistenza alle legioni romane.

Ma bisogna tributare a Vercingetorige il più grande onore delle armi, per essere stato uno dei nemici più forti che si contesero un posto nella storia con il grande Giulio Cesare.