martedì 3 Marzo 2026
Home Blog Pagina 55

Massinissa di Numidia. Da nemico a più prezioso alleato di Roma

Massinissa fu sovrano del regno del Nord Africa di Numidia. La sua storia è particolare: da acerrimo nemico di Roma, responsabile della morte dei parenti di Scipione l’Africano, si trasformò in uno dei migliori alleati dello stesso Scipione e fu fondamentale durante la battaglia di Zama contro Annibale.

La presenza di Massinissa è stata di notevole importanza per la storia e l’espansione di Roma, rivelandosi un alleato insostituibile nel corso della conquista romana del Nord Africa

LA MAPPA DELL’IMPERO ROMANO VISTA DALLO SPAZIO! MAGNIFICA

La giovinezza e l’ostilità a Roma

Massinissa era il figlio di un capo del gruppo tribale dei Numidi, i Massili, di nome Gaia. Suo padre era alleato dei cartaginesi, tanto che Massinissa crebbe e passò tutta la sua infanzia e adolescenza a Cartagine. All’inizio della seconda guerra punica, Massinissa combattè dalla parte dei cartaginesi e in particolare contro Siface, il Re della tribù dei Masesili, nella Numidia occidentale, odierna Algeria, alleato con i romani.

Allora diciassettenne, Massinissa guidò con coraggio un esercito composto da truppe di numidi e di ausiliari cartaginesi direttamente contro l’esercito di Siface e ottenne una vittoria decisiva nel 215 a.C.

Dopo la sua prima vittoria contro Siface, Massinissa comandò la sua abile cavalleria numida contro i romani in Spagna, dove fu coinvolto nelle vittorie cartaginesi di Castulo e Ilorca nel 211 a.C.

A seguito dei suoi interventi risolutivi, Massinissa fu posto al comando della cavalleria cartaginese in Spagna e combattè una vittoriosa campagna di guerriglia contro il generale Publio Cornelio Scipione, il padre di Scipione l’Africano, durante il 208 e 207 a.C .

Massinissa ebbe la meglio e il padre e lo zio di Scipione l’Africano morirono sul campo di battaglia contro di lui.

Massinissa subì però anche il contrattacco romano, guidato da Scipione in qualità di vendicatore del padre e dello zio: Scipione e Massinissa si incontrarono in occasione della battaglia di Ilipa, dove il potere cartaginese in Spagna fu spezzato per sempre, in una delle più brillanti vittorie di Scipione l’Africano.

Quando il padre Gaia morì nel 206 a.C, tra Massinissa e suo fratello scoppiarono pesanti divergenze sull’eredità: la divisione tra di loro permise a Siface di approfittare della situazione e conquistare considerevoli zone della Numidia orientale a loro danno.

Massinissa, trovandosi in una situazione di difficoltà, e vedendo che l’esercito romano, dopo una prima fase di sofferenza, stava vincendo la guerra, decise di passare dalla parte di Roma, cedendo alle lusinghe di Scipione l’Africano, che aveva capito quanto la cavalleria numida poteva essere utile nel corso del conflitto.

La collaborazione con i romani

Massinissa iniziò a fornire preziose informazioni e supporto a Scipione, e gli promise di assisterlo nell’invasione del territorio cartaginese in Africa del nord.

Scipione riuscì a guadagnarsi definitivamente la fedeltà di Massinissa grazie ad una astuta mossa diplomatica: catturato il nipote di Massinissa, Massiva, glielo restituì senza riscatto. In questo modo Massinissa si convinse a passare definitivamente dalla parte dei romani, capendo che la collaborazione con loro era la strategia più adatta per riottenere il suo regno in Numidia.

I romani ringraziarono la sua fedeltà, sostenendo la pretesa di Massinissa al trono di Numidia contro Siface.

La prima occasione in cui l’esercito di Massinissa si alleò con Roma e diede prova di valore sul campo di battaglia, fu lo scontro dei campi Magni nel 203 a.C, vinto dai romani.

Nella successiva battaglia di Bagradas, Scipione riuscì a sconfiggere sia Asdrubale Giscone che Siface, e mentre il generale romano puntava su Cartagine, il suo braccio destro, Gaio Lelio, e lo stesso Massinissa inseguirono Siface, catturandolo nella città di Cirte e consegnandolo a Scipione.

Dopo la sconfitta di Siface, Massinissa sposò la moglie di lui, Sofonisba, ma Scipione, che non gradiva quella possibile unione, chiese che la donna fosse portata a Roma per sfilare nella parata trionfale in suo onore. Massinissa, per salvarla da tale umiliazione, le fece consegnare del veleno con cui la donna si uccise. Massinissa venne così riconosciuto come “pienamente fedele” dai romani, e Scipione lo confermò come Re dei Massili, sostenuto dal Senato romano.

Il ruolo decisivo nella battaglia di Zama

Nella battaglia di Zama, in cui Scipione affrontò Annibale sul campo di battaglia, Massinissa comandò la cavalleria di seimila numidi e tremila legionari.

La sua ala fu posizionata sulla destra del contingente romano: Scipione ritardò appositamente lo scontro per consentire gli uomini di Massinissa di raggiungerli e unirsi ai legionari. Nel bel mezzo della battaglia, fu proprio la cavalleria di Massinissa, dopo aver allontanato i cavalieri dei cartaginesi in fuga, a tornare sui suoi passi e schiantarsi alle spalle delle linee di fanteria cartaginesi, causando il collasso del contingente nemico.

Fu sostanzialmente questo l’evento che decise lo scontro in favore dei romani. All’indomani della battaglia di Zama, la seconda guerra punica era finita e per i suoi servizi Massinissa ricevette in dono tutti i regni che erano appartenuti a Siface divenendo assoluto Re di Numidia, con il pieno appoggio dei romani.

La Numidia di Massinissa

Massinissa era ora Re incontrastato sia della tribù dei Massili che dei Masesili. Mostrò per il resto della vita una fedeltà incondizionata a Roma e la sua posizione di potere in Africa fu rafforzata da una clausola contenuta nel trattato di pace tra Roma e Cartagine: Cartagine non poteva mobilitare un esercito né compiere azioni senza il permesso di Roma.

Questo permise Massinissa di invadere regolarmente il territorio cartaginese, senza che questi potessero opporre una qualche resistenza, senza scatenare la reazione di Roma .

Con il sostegno romano, Massinissa consolidò il proprio regno di Numidia, a ovest di Cartagine, stabilendo come capitale la città di Cirta.

L’obiettivo principale di Massinissa era quello di traghettare una società composta da tribù seminomadi in un impero più forte e stanziale. Per questo motivo, introdusse tecniche agricole proprie dei cartaginesi e costrinse diversi Numidi a stabilirsi come contadini.

Massinissa puntava ad estendere ulteriormente il suo dominio, a tutto danno di Cartagine, forte dell’alleanza con Romani. Ma le sue speranze andarono a scontrarsi con la politica estera dei romani, che avevano ormai deciso di consolidare il loro dominio nel nord Africa.

Le dispute territoriali tra Massinissa, che approfittava della situazione per attaccare, e i cartaginesi furono infatti arbitrate da una commissione romana guidata dal senatore Marco Porcio Catone il Vecchio.

Animato dalla forte paura che Cartagine potesse rinascere, Catone convinse il Senato a distruggere la città.

Nel frattempo Massinissa continuava le sue incursioni e i cartaginesi, esasperati, armarono, senza il consenso dei romani, un nuovo esercito. Indignati per la loro condotta e per l’ennesima violazione dei patti, i romani reagirono, scatenando la terza guerra punica (149-146 a.C.)

Massinissa capì che i romani stavano conquistando tutto il territorio, e che il suo dominio nel Nord Africa non aveva speranze. Ma prima che potesse concepire ulteriori piani, morì all’inizio del 148 a.C .

Roma rimase l’unica grande potenza in grado di dominare sia il territorio di Cartagine che, attraverso un protettorato, quello della Numidia.

Dopo la morte di Massinissa il trono di Numidia fu occupato da Micispa, il quale ebbe due figli che presero il potere per un breve periodo prima di essere spodestati dal cugino, Giugurta. Alcuni discendenti più famosi di Massinissa furono Giuba I di Numidia e Giuba II.

Gaio Cassio Longino: l’assassino di Cesare, il più grande degli ultimi repubblicani

Gaio Cassio Longino fu il primo promotore della cospirazione per assassinare Giulio Cesare, nel 44 d.C.

Si tratta di una figura molto controversa della storia romana, odiata da molti appassionati per essere colui che ha portato Cesare alla morte. Eppure, si tratta di un personaggio di grande interesse e di un generale di primo livello che può essere considerato uno degli ultimi grandi repubblicani.

I primi incarichi e le campagne contro i Parti

Sappiamo poco dell’infanzia e della giovinezza di Cassio Longino. Le poche notizie che ci vengono riportate dalle fonti antiche ci parlano di Longino impegnato come questore nel 53 a.C, e del suo operato come generale sotto Marco Licinio Crasso.

Crasso, che fu pesantemente sconfitto dai Parti nella battaglia di Carre, vide l’annientamento di quasi tutto il suo esercito. Fu proprio Cassio a salvare gli ultimissimi soldati che scappavano dalla disfatta di Carre.

L’operato di Longino fu fondamentale anche negli anni successivi: incoraggiati dalla straordinaria vittoria che avevano ottenuto contro i romani, i Parti attaccarono più volte la Siria, e fu proprio Longino il generale in grado di respingere le loro incursioni ed evitare il completo collasso delle province romane orientali.

Divenne tribuno della plebe nel 49 a.C  e fu testimone dello scoppio della guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo. Per certi versi la guerra civile fu salvifica per Longino: il suo governatorato in Siria era stato più volte denunciato per estorsione ai danni di cittadini e di alcuni aristocratici.

Il processo sarebbe partito di lì a poco se la guerra civile non avesse interrotto tutti i procedimenti giudiziari, impedendogli di essere condannato .

Cassio durante la guerra civile

Longino si schierò apertamente dalla parte degli aristocratici, di Pompeo Magno, e di tutti coloro che si opponevano a Cesare, e che temevano l’arrivo di una dittatura. Fu infatti comandante della flotta di Pompeo. Ma dopo che questi fu definitivamente sconfitto da Cesare a Farsalo, in Tessaglia, Grecia , nel 48 a.C , Cassio capì rapidamente che la sua posizione era particolarmente pericolosa.

Per sua fortuna, Cesare stava attuando una strategia basata sulla clemenza, sul ricomporre le liti con i suoi nemici politici, e Cassio ne approfitto. Si riconciliò con Cesare, il quale lo nominò addirittura uno dei suoi generali.

La convivenza tra Cassio e Cesare tuttavia non fu affatto felice. Cesare, divenuto ormai padrone di Roma e unico dittatore a vita, distribuì una serie di cariche a tutti gli uomini, amici e nemici, che lo circondavano.

Nel 44 d.C, l’anno dell’assassinio di Cesare, Cassio fu nominato “Pretore peregrino”, e gli fu promesso il governatorato della Siria per l’anno successivo. Tuttavia, Cassio calcolò che quella carica fosse completamente inadeguata al suo ruolo, e forse addirittura una umiliazione.

Divenne in questo modo uno dei più attivi cospiratori contro Cesare, che considerava un assoluto pericolo per la repubblica. Nella mente di Cassio, Cesare andava eliminato, e fu infatti il primo cospiratore nel suo assassinio assieme a Marco Giunio Bruto.

Subito dopo il Cesaricidio, il 15 marzo del 44, Cassio cercò di ottenere il consenso, affermando di aver restituito la libertà al popolo romano. Ma Cesare era anche amato dai cittadini per le sue conquiste in Gallia e il risentimento della folla costrinse Longino a ritirarsi da Roma.

Cassio lasciò l’Italia e si recò in Siria, dove radunò subito un grande esercito mirato alla vittoria della causa repubblicana. Il suo primo avversario fu Publio Cornelio Dolabella, al quale era stata assegnata la provincia dal Senato e che si oppose pesantemente all’ingresso di Longino nella sua zona di influenza.

Nel frattempo nel 43 a.C, Marco Antonio, l’ex braccio destro di Cesare, Ottaviano, nominato nel testamento di Cesare come suo legittimo successore, e Marco Emilio Lepido formarono un accordo noto come “Secondo triumvirato”.

Uno degli obiettivi fondamentali del secondo triumvirato era quello di sconfiggere proprio l’esercito di Cassio e di Bruto.

La resa dei conti a Filippi

Cassio e Bruto unirono gli eserciti che avevano reclutato nel corso degli ultimi mesi, attraversarono l’Ellesponto e marciarono attraverso la Tracia, accampandosi in Macedonia, vicino alla città di Filippi per affrontare gli eserciti dei triumviri.

La strategia fondamentale di Cassio era quella di far morire di fame il nemico, che aveva delle linee di rifornimento più lunghe e per di più mal organizzate.

Tuttavia, i soldati premevano per uno scontro risolutivo. Nel corso della battaglia di Filippi, Bruto ebbe successo contro Ottaviano, riuscendo addirittura a conquistare il suo accampamento, ma Marco Antonio, con l’esperienza che aveva maturato al fianco di Cesare, riuscì ad aggirare l’accampamento di Cassio.

Cassio, vedendo che il nemico lo aveva conquistato nella sua roccaforte, credette che tutto fosse perduto: si rifugiò sulle alture di Filippi e da lì osservò il campo di battaglia: vedendo da lontano alcuni uomini muoversi verso di lui, fu convinto che si trattasse degli uomini di Marco Antonio che marciavano contro di lui per ucciderlo.

Per questo motivo, secondo le fonti antiche, avrebbe chiesto ad uno schiavo di ucciderlo per non cadere nelle mani dei nemici. In realtà, gli uomini appartenevano a Bruto, e stavano in realtà festeggiando la conquista dell’accampamento di Ottaviano. Per un terribile equivoco, Cassio avrebbe dunque considerato perduta la partita e si sarebbe fatto uccidere.

Si tratta di uno dei più grandi equivoci della storia antica, un episodio a tratti ridicolo, anche se esiste una seconda teoria secondo la quale il suo schiavo, Pindaro, lo avrebbe ucciso solamente per liberarsi da un padrone cattivo e autoritario, fuggendo di lì a poco .

Bruto, rimasto solo sul campo di battaglia, salutò Cassio come “L’ultimo dei romani” e provvide a farlo seppellire.

Gaio Cassio Longino rappresenta effettivamente uno degli ultimi grandi romani repubblicani: straordinario generale, dotato di un particolare carisma, e assoluto protagonista della battaglia di Filippi dalla parte dei repubblicani.

Con la sua morte si conclude quasi una grandissima tradizione di generali repubblicani in favore dei triumviri, dinamica che avrebbe portato, di lì a pochi anni, alla nascita del principato di Augusto e poi dell’impero.

L’influenza degli Etruschi sui Romani: così l’Etruria plasmò Roma

Ci fu un popolo che influenzò i romani come nessun altro: gli Etruschi.

La civiltà etrusca è stata una delle prime civiltà, dal 900 a.C al 100 a.C , ad abitare e plasmare in maniera consistente la zona dell’Italia che va dalla Toscana al Lazio.

Si tratta di un popolo poco conosciuto, che è stato in gran parte dimenticato, fino a quando alcuni ritrovamenti archeologici non hanno rivelato una cultura complessa, uno stato potente e  una raffinatezza unica.

Gli etruschi diedero un contributo decisivo alla storia dell’Europa, plasmando per molti modi la “primissima Roma”, e lasciando un’eredità consistente, che i romani non avrebbero mai dimenticato.

Gli etruschi, prima grande potenza Italica

Gli etruschi risiedevano nell’antica Italia, nella zona dell’odierna Toscana e Lazio settentrionale. La loro civiltà, preceduta probabilmente da quella che gli archeologi chiamano Villanoviana, fiorì dal 1000 a.C al 100 a.C.

Erano dotati di una lingua e di una cultura uniche rispetto al panorama del loro periodo, e sembra che la società etrusca fosse composta sostanzialmente da un aristocrazia guerriera che governava una più vasta popolazione rurale.

La ricchezza del popolo etrusco si basava quasi sicuramente su ricche risorse naturali: l’Etruria era infatti ricca di rame e di oro e tutto il paesaggio era costellato da miniere.

Gli etruschi avevano un ottimo grado di conoscenze tecniche e di metallurgia ed erano rinomati per la capacità di lavorare i metalli e per la loro abilità nel creare oggetti di ceramica.

Le loro capacità spaziavano in diversi campi, raggiungendo grandi risultati persino nell’arte, diventando scultori e artisti di straordinario livello, per il loro periodo. Gli etruschi erano anche conosciuti come ottimi marinai, che navigavano regolarmente il Mediterraneo e che avevano a disposizione delle conoscenze avanzate di navigazione e orientamento in mare.

Il dominio dei Re Etruschi su Roma

Una civiltà fiorente come quella etrusca non poteva non scontrarsi con una città stato in piena espansione come Roma. La città di Roma era altresì molto attraente per gli Etruschi, che in questo modo avrebbero avuto una ottima base strategica nel Lazio, un nuovo accesso al mare e un confine più avanzato verso l’Italia meridionale.

In pieno periodo monarchico Romano, gli Etruschi presero il controllo completo della città, anche se non vi sono elementi certi e alcuni aspetti si perdono tra storia e leggenda.

Secondo le Storie di Tito Livio, Tarquinio Prisco fu il primo re Etrusco di Roma e fu il successore dell’ultimo Re di origine latina. Si trattò di un monarca aggressivo e bellicoso che tuttavia, grazie ad una serie di campagne militari di notevole successo, allargò notevolmente il territorio di Roma, anche se in seguito fu assassinato da una congiura di Palazzo.

Anche il Re di origine etrusca Servio Tullio fu fondamentale per Roma: abile condottiero e capo della Lega Latina, la più importante alleanza militare dell’Italia centrale in quel periodo, Servio Tullio diede a Roma un notevole e insostituibile impulso, soprattutto per aver operato il primo censimento della storia romana, e aver elaborato una riforma militare e sociale che avrebbe costituito tasselli fondamentali della società romana.

Sempre di Servio Tullio sono le omonime mura, le mura Serviane, che costituirono per secoli una difesa fondamentale per la città e di cui, ancora oggi, rimangono alcune tracce .

L’ultimo Re di Roma, etrusco, sarebbe stato Tarquinio il Superbo, capace di instaurare un regime dittatoriale insopportabile per i romani, che si sarebbero ribellati e avrebbero compiuto una serie di battaglie, giungendo infine ad abbattere la monarchia e a sostituirla con la Repubblica.

L’impatto dei Re Etruschi nello sviluppo di Roma

I re Etruschi furono dei grandi costruttori e furono capaci di dare un notevole impulso nel trasformare Roma da un piccolo insediamento ad una vera e propria città stato.

Gli etruschi erano grandi ingegneri e costruttori eccezionali. Probabilmente i romani impararono molto da loro, soprattutto a livello di urbanistica e di ingegneria: una prova evidente si riscontra nello stile architettonico romano, che risente certamente degli Etruschi, soprattutto per la loro più nota soluzione architettonica: l’arco.

I Tarquini costruirono a Roma anche una serie di fognature che furono fondamentali per lo sviluppo della città. Vennero inoltre prosciugate diverse paludi che circondavano la zona e questo permise ai Romani di diminuire le epidemie e coltivare più terra per sfamare la crescente popolazione.

Non ultimo, molti degli edifici e delle più antiche opere pubbliche romane sono certamente riconducibili al periodo Etrusco. Questo significa che l’intervento degli Etruschi fu importante per plasmare l’urbanistica della prima Roma, aiutando i romani a creare quegli spazi fondamentali che sarebbero diventati il centro della loro vita cittadina e politica successiva.  

L’influenza degli Etruschi nella religione Romana

Si sa poco della natura della religione etrusca, e di conseguenza è molto complesso stabilire l’esatta influenza della religione etrusca su quella romana. Sappiamo però certamente che i romani adottarono diverse divinità e riti Etruschi, incorporandoli nei loro culti in maniera stabile.

Gli etruschi trasmisero ai Romani alcune tradizioni fondamentali, come l’interpretazione dei segni divini e le profezie, e delle figure religiose come gli indovini. Ad esempio, furono gli etruschi a dare ai Romani la figura dell’Aruspice: si trattava di sacerdoti in grado di interpretare la volontà degli Dei attraverso l’esame degli organi degli animali sacrificati, il volo degli uccelli ma anche il modo con cui alcuni polli sacri mangiavano il loro cibo.


Fu inoltre il re etrusco Tarquinio Prisco ad acquistare da una antichissima e nota indovina, la Sibilla Cumana, i cosiddetti “Libri Sibillini”, che divennero una letteratura profetica consultata da generali e imperatori romani fino agli ultimi anni dell’Impero Romano d’Occidente.

Anche dopo la cacciata dei Re Etruschi e la proclamazione della Repubblica, le tradizioni di questo grande popolo influenzarono in maniera determinante i romani.

Una traccia indelebile fino al periodo tardo repubblicano

Fino a tutto il periodo repubblicano, la popolazione etrusca si mescolò con quella romana, fornendo un grandissimo quantitativo di agricoltori, soldati, tasse, armi. La zona dell’Etruria fu, per esempio, fondamentale per il reclutamento di soldati durante la seconda guerra punica, a dimostrazione di quanto quel popolo e quel territorio erano ancora fondamentali anche secoli dopo la loro conquista.

Gli Etruschi possono essere perfettamente considerati i predecessori dei romani, sia per l’influenza sul territorio italico che per la raffinatezza della cultura e della società.  

Gli studi moderni non ci permettono di affermare con certezza che gli Etruschi aprirono la strada al completo dominio romano sul mondo, ma certamente elementi fondamentali della società romana non possono non essere ricondotti agli Etruschi, verso i quali i romani sono debitori di tasselli insostituibili della loro società.

Recovery: Hahn, per arrivo prefinanziamento 2-3 settimane

0

“L’Italia ha chiesto complessivamente 190 miliardi e ci saranno anticipi di 25 miliardi e suppongo che nelle prossime 2-3 settimane i soldi saranno trasferiti”. Lo ha detto il commissario Ue al bilancio Johannes Hahn ad Agorà su Rai3 interpellato sui tempi per l’erogazione del prefinanziamento del Recovery Fund.

“La buona notizia è che l’Italia si è preparata molto bene, il suo programma è stato ottimamente preparato. Per questo sono molto sicuro che gli investimenti saranno positivi, ma l’accento ora va posto sull’attuazione, sulla messa in atto”, ha aggiunto. “La cosa più importante è l’attuazione: nell’iniettare questi soldi nell’economia creando posti di lavoro. In quel caso ho fiducia che anche l’Italia possa dare l’esempio”, ha detto Hahn.
    In tema di vaccini, Hahn ha osservato: “Io posso solo sottolineare quello che ha detto il presidente del consiglio Draghi, l’importante è che la gente si vaccini. La nostra impressione è che ci siano persone riluttanti, ma servono più persone vaccinate per poter creare un’immunità di gregge. Ora abbiamo abbastanza vaccini, ma la gente deve continuare ad andare a vaccinarsi”. 

L’Eneide di Virgilio. Riassunto efficace dell’epica opera romana

L’Eneide è un poema epico latino scritto dal 30 al 19 a.C dal poeta romano Virgilio.

Si tratta di un’opera organizzata in 12 libri, composta in esametri, di cui circa 60 versi sono rimasti incompiuti, che raccontano la storia della leggendaria fondazione di Lavinium, città madre di Alba Longa e quindi di Roma, da parte di Enea, profugo della guerra di Troia.

Venne composta sotto il periodo del principato di Augusto e rappresenta una delle principali opere epiche romane giunte fino a noi.

Mappa della massima estensione dell’impero romano visto dallo spazio

Il riassunto dell’ Eneide: la fuga da Troia e la relazione con Didone

Sul Mare Mediterraneo Enea e i suoi compagni fuggono dalla città di Troia, che è stata distrutta dai Greci. Enea e i suoi salpano per l’Italia, dal momento che Enea è stato informato dagli Dei che il suo destino è fondare una nuova grande città in Occidente.

Mentre viaggiano alla ricerca della loro destinazione, una violenta tempesta li porta fuori rotta e li costringe ad uno sbarco di fortuna sulle coste libiche di Cartagine.

Didone, fondatrice e Regina di Cartagine, li accoglie e li salva. In questa situazione Enea inizia a raccontare a Didone la lunga e dolorosa storia dei viaggi e dei pericoli affrontati fino a quel momento, in un flashback molto lungo.

Enea racconta del sacco di Troia, che pose fine alla guerra dopo dieci anni di assedio da parte dei Greci. Racconta di come i troiani vennero ingannati dal famoso cavallo di legno, presentato come un dono di pace ma che a loro insaputa ospitava soldati greci nascosti nel suo ventre.

Racconta di essere fuggito della città in fiamme, portando sulle sue spalle il padre Anchise e che gli Dei gli hanno rivelato un glorioso futuro che li attende in Italia e di aver tentato per due volte di costruire una nuova città, ma di essere stato scacciato da cattivi presagi e pestilenze.

Queste storie impressionano grandemente la regina Didone la quale, dopo che suo fratello ha ucciso suo marito, è scappata per fondare una nuova città. La regina si innamora perdutamente di Enea e i due vivono un meraviglioso idillio per un breve periodo, fino a quando gli Dèi intervengono, ricordando ad Enea il suo dovere.

Enea decide di salpare ancora una volta: Didone, devastata dal suo abbandono, decide di uccidersi, costruendo un’enorme pira con il legno delle navi di Enea, arrampicandosi su di essa e lasciandosi trafiggere dalla spada che Enea aveva portato con sé.

Il riassunto dell’Eneide: i giochi in Sicilia e lo sbarco in Italia

Mentre i troiani si dirigono verso l’Italia, il maltempo li fa deviare verso la Sicilia, dove colgono l’occasione per tenere dei giochi in onore del padre di Anchise, morto qualche tempo prima.

Le donne che li accompagnano, stanche di quel lunghissimo viaggio, tentano di bruciare le navi, ma un acquazzone spegne puntualmente gli incendi, a dimostrazione che gli Dei vogliono che si compia il destino di Enea. Dopo essere stato rinvigorito dalla visita del padre in sogno, Enea riparte nuovamente verso l’Italia .

Giunto in territorio Italico, Enea scende negli inferi, guidato dalla Sibilla di Cuma, una famosa indovina, per reincontrare suo padre. In quell’occasione, il padre gli mostra la storia futura e gli conferma il destino della fondazione di Lavinium. Compresa appieno l’importanza della sua missione, Enea ritorna dagli inferi e ordina ai Troiani di risalire la costa fino alla regione del Lazio.

L’arrivo dei Troiani è inizialmente pacifico. Il re Latino, sovrano di quel territorio, gli offre immediatamente ospitalità. Egli spera che Enea si riveli lo straniero che, secondo una profezia, doveva sposare sua figlia Lavinia per fondare una nuova grande dinastia.

Ma la moglie di Latino, Amata, ha altri piani. Ella vuole che Lavinia sposi Turno, un principe locale. Amata e Turno coltivano così inimicizia verso i troiani appena arrivati.

Nel frattempo Ascanio, il figlio di Enea, caccia un cervo che era invece un animale gradito dai pastori locali: ne scoppierà una tremenda rissa dove moriranno diverse persone. Turno, approfittando di questo episodio, inizia una feroce guerra contro Enea .

Il riassunto dell’Eneide: lo scontro finale con Turno

Enea, come suggerito dal Dio fluviale Tiberino, risale il fiume Tevere verso nord per cercare l’appoggio militare delle tribù vicine. Durante questo viaggio, sua madre, la Dea Venere, discende dai cieli per donargli delle armi, forgiate direttamente dal Dio Vulcano .

Mentre Enea è lontano, Turno attacca. Enea, tornato sul posto, trova i suoi compatrioti coinvolti in una feroce battaglia. Durante questi scontri spietati, Turno riesce ad uccidere Pallade, figlio di un alleato di Enea, Evandro. Enea si scatena così in una furia violenta e uccide molti altri nemici nel corso della giornata.

Le due parti concordano una tregua per poter seppellire i morti e i capi Latini si incontrano per decidere se continuare la guerra. Per risparmiare ulteriori inutili carneficine propongono un duello corpo a corpo tra i due capi, Enea e Turno .

Enea viene ferito alla coscia ma nello scontro finale ha la meglio su Turno. Al termine del racconto, Enea è sul punto di risparmiare la vita di Turno, ma ricordando la morte di Pallade, decide di finirlo. L’anima di Turno fugge indignata tra le ombre ed Enea, sposando Lavinia, fonderà la città di Lavinium ottemperando al destino degli Dei.

I modelli di riferimento dell’Eneide

Il principale punto di riferimento di Virgilio fu Omero. La storia del viaggio di Enea, raccontata nei primi sei libri, è chiaramente modellata sull’Odissea, con molti passaggi che imitano il testo greco e che in alcuni casi lo traducono direttamente. Mentre la descrizione della guerra, che caratterizza gli ultimi sei libri, abbonda di episodi modellati chiaramente sull’Iliade.

Virgilio però riuscì anche a modellare la leggenda della nascita di Roma ottenuta con il volere degli Dei. Il racconto dell’Eneide reinterpreta e ripropone un antico mito indoeuropeo che vede il conflitto tra gli Dei della sovranità e gli Dei della fecondità, che termina puntualmente con l’unione di due razze divine.

Nello sviluppo di questo tema da parte di Virgilio, Enea e i suoi alleati, possono essere visti come rappresentanti degli Dei della sovranità e della guerra, mentre i latini rappresenterebbero gli Dei della fecondità.

La Cina si esercita vicino Taiwan

0

La China Maritime Safety Administration (MSA) ha dichiarato completate le esercitazioni che la Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo aveva iniziato quattro giorni fa nel Mar Cinese Orientale, al largo della costa della provincia di Zhejiang.

La Cina aveva pubblicato un messaggio vietando a tutte le navi di avvicinarsi per via dell’uso di proiettili reali (live-fire). L’aspetto più importante è che l’area di esercitazione si trova a soli 243 chilometri da Taiwan, e queste prove belliche arrivano dopo che da alcune settimane l’attenzione attorno all’isola è cresciuta.

Taiwan è oggetto delle preoccupazioni internazionali, con il Giappone che ha inserito la Repubblica di Cina tra gli elementi da tenere in osservazione prioritaria per la propria sicurezza nazionale. Tokyo è concretamente preoccupata dal rischio che tra le acque dello stretto che divide l’isola dal Mainland possa esplodere un conflitto tra Cina e Stati Uniti.

Pechino ha messo in chiaro che la riconquista di quella che considera una provincia ribelle è qualcosa da ottenere anche con l’uso della forza entro il 2049, data del centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

L’esercitazione non era stata annunciata in precedenza, ed è effettivamente possibile che sia stata organizzata con lo scopo di contrastare la progressione delle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan. In particolare, un episodio recente ha fatto infuriare Pechino perché rappresenta l’aumento di queste connessioni: un aereo da trasporto militare statunitense – un C-146A Wolfhound – era atterrato all’aeroporto Songshan di Taipei il 15 luglio.

Marco Tullio Cicerone: la vita del più grande oratore romano

Marco Tullio Cicerone è stato uno dei più grandi uomini romani. Statista, avvocato, studioso, scrittore e politico tra i più influenti del suo periodo, tentò invano di sostenere i principi della Repubblica Romana durante la fase finale delle guerre civili.

La sua più grande eredità non è solamente il grandissimo impegno politico che ha profuso nel corso della sua vita, ma soprattutto i suoi scritti. che includono libri di retorica, orazioni, trattati filosofici e lettere, che sono fonte preziosissima per capire al meglio il suo periodo storico.

Nonostante a livello puramente politico abbia “perso la partita”, di fronte a personaggi più spregiudicati come Gneo Pompeo e Giulio Cesare, Cicerone rimane uno dei più grandi romani, che ha lasciato una profonda impronta nell’ultimo periodo della Repubblica.

I primi anni, il consolato e la congiura di Catilina

Cicerone nacque ad Arpino, una piccola città in provincia dell’odierna Frosinone. La sua famiglia riuscì a fargli ottenere una vasta e ricca educazione sia a Roma che in Grecia.

Prestò servizio militare nell’89 a.C, sotto Pompeo Strabone, il padre di Pompeo Magno, e da subito si dedicò all’arte oratoria e alla professione di avvocato.

La sua prima apparizione pubblica nei tribunali avvenne nell’ 81 a.C, quando difese Publio Quinzio. Dopo i primi successi, ottenne altri incarichi prestigiosi difendendo Sesto Roscio, vincendo sistematicamente le cause ed iniziando la sua carriera pubblica come questore nella Sicilia occidentale nel 75 a.C.

In qualità di pretore, nel 66 a.C, tenne il suo primo importante discorso politico attaccando Quinto Lutazio Catulo e i principali ottimati: il suo obiettivo era conferire a Pompeo, di cui aveva capito le potenzialità, il comando della campagna militare contro Mitridate VI, Re del Ponto, una zona che corrisponde all’Anatolia nord-orientale.

Rapidamente Cicerone entrò in simbiosi con Pompeo, con il quale condivideva l’odio per un altro politico: Marco Licinio Crasso, uno dei più ricchi romani.

Dal momento che un altro personaggio politico, Catilina, stava tentando di ottenere il potere con metodi poco legali, nel 63 a.C il Senato spinse per la sua elezione a console, a garanzia del funzionamento della Repubblica.

Appena nominato console, si oppose alla legge agraria di Servilio Rullo, una mossa che era a favore dell’assente Pompeo, impegnato nelle campagne militari in Oriente.

Ma la sua preoccupazione principale fu quella di scoprire e rendere pubbliche le macchinazioni di Catilina che, dopo essersi candidato alle elezioni consolari del 63 a.C, iniziò a compiere insurrezioni armate in Italia e incendi dolosi a Roma per prendere il potere con la forza.

Cicerone si impegnò a fondo per persuadere il Senato del pericolo: finalmente, il 22 ottobre del 63 a.C riuscì a far proclamare contro Catilina il “Senatus Consultum Ultimum”, un provvedimento gravissimo che dichiarava Catilina nemico del Popolo Romano.

L’8 novembre, dopo essere scampato ad un attentato alla sua vita organizzato dai partigiani di Catilina, tenne un celebre discorso contro di lui in Senato. Fu in questa occasione che Cicerone pronunciò delle parole passate la storia: “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”.

Catilina, dopo aver tentato una difesa, lasciò Roma quella stessa notte. Di lì a poco, Catilina verrà affrontato dagli eserciti consolari nella battaglia di Pistoia, dove perse la vita.

Dopo aver raccolto prove a carico dei congiurati, si aprì un dibattito senatoriale per condannare a morte quanti erano stati ritenuti responsabili.

Sebbene l’emergente Giulio Cesare si fosse opposto alla condanna a morte senza processo, la spinta di Cicerone e di un altro aristocratico emergente, Catone, portò i congiurati ad essere giustiziati sotto la responsabilità di Cicerone.

Cicerone impedì infatti ai congiurati di appellarsi al popolo, violando apertamente un diritto dei cittadini romani, e annunciò semplicemente alla folla la loro morte con la parola “Vixerunt”, “Sono morti” , ricevendo immediatamente una grande ovazione.

Fu in quella occasione che fu considerato e chiamato per la prima volta “Padre della Patria”, per la sua straordinaria opera di difesa delle istituzioni repubblicane.

Cicerone e il primo triumvirato

Il clima politico si fece rapidamente più complesso e pericoloso. I tre uomini più potenti di quel periodo, Cesare, Crasso e Pompeo, ordirono, superando alcune inimicizie tra di loro, un’alleanza politica segreta, nota come il primo Triumvirato.

Cicerone considerò quell’accordo incostituzionale e pericoloso, definendolo “mostro a tre teste”, e rifiutò categoricamente l’invito di Cesare di unirsi a loro.

Rimasto fuori dalla trama dei tre, Cicerone capì di essere in pericolo e a marzo, deluso dal rifiuto di Pompeo di aiutarlo, fuggì da Roma.

Dopo qualche giorno Cicerone subì le conseguenze della sua scelta: Publio Clodio, personaggio vicino a Cesare, propose un disegno di legge che vietava l’esecuzione di un cittadino romano senza processo. Cicerone era la prima vittima del provvedimento, in quanto colpevole di non aver concesso il processo ai catilinari.

Fu così costretto all’esilio, prima a Tessalonica, in Macedonia , e poi nella zona dell’Illirico, odierna Croazia.

La carriera politica di Cicerone ebbe quindi un momentaneo arresto fino a quando, nel 57 a.C, grazie all’intercessione di Pompeo, che si sentiva colpevole di averlo abbandonato, e del tribuno Tito Annio Milone, fu richiamato, precisamente il 4 agosto, a Roma.

Cicerone sbarcò a Brindisi e fu acclamato lungo tutto il suo percorso verso la Capitale, dove arrivò un mese dopo.

Nell’inverno del 57 a.C Cicerone tentò di allontanare Pompeo dalla sua alleanza con Cesare. Pompeo decise però di ignorare il consiglio di Cicerone e rinnovò il suo patto con Cesare e Crasso a Lucca nell’aprile del 56 a.C.

Cicerone, rendendosi conto della potenza di quei tre uomini, cedette momentaneamente dai suoi ideali e accettò di schierarsi con Il triumvirato. In un discorso pronunciato in Senato, il “De provinciis consularibus“, Cicerone fece capire che, pur non facendo parte del Triumvirato e rimanendo scettico sulla questione, avrebbe comunque smesso di ostacolare l’operato di Cesare, Crasso e Pompeo.

Per questo motivo, una parte dell’aristocrazia gli voltò le spalle, e fu costretto ad abbandonare la vita pubblica.

Negli anni successivi si dedicò alla redazione di diversi testi di natura politica e retorica: il De oratore, il De Re Publica e il De legibus.

Nel 52 a.C si convinse a lasciare Roma per governare la Provincia di Cilicia, nell’Anatolia meridionale, per un anno.

Si credeva che la provincia sarebbe stata presto invasa dalla popolazione orientale dei Parti: il pericolo non si concretizzò mai, ma Cicerone si impegnò per sopprimere le incursioni dei briganti, che mettevano a rischio la sicurezza del territorio.

Dopo il suo lavoro, Cicerone si aspettava che il Senato gli avrebbe concesso il trionfo, una parata militare in onore dei più grandi generali romani, ma i senatori si limitarono ad un ringraziamento pubblico.

Cicerone durante la guerra civile

Quando Cicerone tornò a Roma, Pompeo e Cesare avevano ormai rotto la loro alleanza e stavano lottando l’uno contro l’altro per assumere il potere. Cicerone si trovava alla periferia di Roma quando Cesare, violando i trattati e giocandosi il tutto per tutto, attraversò il fiume Rubicone e invase Italia, dando inizio alla guerra civile contro Pompeo.

Mentre Cesare conquistava una città dopo l’altra, Cicerone incontrò Pompeo fuori Roma, il 17 gennaio, e accettò un incarico per conto suo, supervisionando il reclutamento di nuovi soldati in Campania.

Nonostante Pompeo avesse deciso di lasciare l’Italia per raggiungere i Balcani ed organizzare l’esercito contro Cesare, Cicerone decise di rimanere a Roma.

Cicerone rimase solo contro Cesare, ormai padrone dell’Italia. Il 28 marzo dello stesso anno, Cesare lo raggiunse nella sua villa e lo pregò di collaborare con lui.

Cicerone spiegò senza mezzi termini che Cesare doveva terminare immediatamente la guerra, e sciogliere il suo esercito come dimostrazione di fedeltà al Senato. Erano condizioni che Cesare non poteva assolutamente accettare. Contrariato e sibilando minacce, Cesare lasciò la villa di Cicerone.

Fu quello il momento in cui Cicerone, forse, diede la più alta prova di coraggio della sua esistenza.

Gli ultimi mesi di Cicerone: stritolato dal secondo Triumvirato

Vinta la guerra civile contro Pompeo, Cesare divenne l’unico signore di Roma: Cicerone rimase volutamente in disparte e anche lo stesso Cesare scelse di non operare ritorsioni contro di lui.

Cicerone fu testimone, tuttavia, del crescente odio nei confronti di Cesare, che aveva accumulato su di sé troppo potere. Cesare morì sotto i pugnali dei congiurati nelle famosi idi di marzo del 44 a.C

Cicerone non fu coinvolto nella congiura e non era presente in Senato quando fu assassinato.

Il 17 marzo, a pochissimi giorni dalla morte di Cesare, parlò in Senato a favore di un’amnistia generale, ma poi preferì tornare alla scrittura di trattati filosofici e aiutare suo figlio, che studiava retorica ad Atene.

Cicerone non riusciva però a rimanere lontano dalla politica di Roma: osservando la situazione, si rese conto della rapida ascesa di Ottaviano, il nipote e ora figlio adottivo di Cesare. In un primo momento Cicerone aveva sottovalutato quel ragazzo, ma ben presto capì le potenzialità di questo nuovo protagonista.

Così, scelse di appoggiare Ottaviano e di schierarsi pesantemente contro Marco Antonio, l’ex braccio destro di Cesare, che stava gestendo il potere in maniera assolutamente personale.

Alcune sue celebri orazioni contro Marco Antonio, note come Filippiche, vennero pronunciate in Senato con straordinaria durezza e rappresentarono una presa di posizione netta ed irrevocabile.

Ma questa scelta gli si ritorse contro.

Sebbene Marco Antonio e Ottaviano fossero nemici, furono ad un certo punto costretti a intavolare una pace di comodo per sconfiggere Bruto e Cassio, i cesaricidi, che si stavano organizzando con un esercito in Oriente.

Ebbene, la condizione fondamentale da parte di Marco Antonio per collaborare con Ottaviano era l’eliminazione fisica di Cicerone: secondo le fonti, Ottaviano cercò per tre giorni di salvare la vita a Cicerone, ma tutti i suoi sforzi si rivelarono inutili e alla fine, per convenienza politica, fu costretto ad acconsentire alla sua esecuzione.

Cicerone fu catturato e ucciso dai partigiani di Marco Antonio a Caietae, il 7 dicembre del 43 a.C. La sua testa e le sue mani furono esposte sui rostri, la tribuna degli oratori nel foro di Roma.

Cicerone, sebbene sconfitto e ucciso per un errore di calcolo politico, rappresenta uno degli ultimi grandi repubblicani romani.

In ultima analisi, Cicerone riuscì a ritagliarsi una posizione tutta sua: la sua famiglia non apparteneva esattamente alla fazione degli ottimati, ma fu comunque sempre verso la parte degli aristocratici.

Strinse accordi con le più grandi personalità politiche del suo tempo, fu il punto di riferimento assoluto per alcuni anni del periodo tardo repubblicano e fu in grado di opporsi a Cesare nel suo momento di massimo potere militare.

La principale eredità di Cicerone sono certamente i suoi scritti politici e retorici, che ci danno un affresco straordinario del periodo della tarda Repubblica e costituiscono una fonte irrinunciabile, su cui si basa gran parte della nostra conoscenza di quel periodo.

Scandalo spyware in Ungheria

0

Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, era già visto come poco democratico. In quasi una dozzina di anni al potere, ha trasformato la nascente democrazia liberale della sua nazione in una spina nel fianco dell’Unione Europea. I critici accusano Orban di presiedere uno “stato mafioso post-comunista”, in cui i media sono dominati dai suoi alleati, i tribunali sono pieni di suoi lealisti, la mappa elettorale manipolata a favore del suo partito di destra Fidesz e una rete di cleptocratici il patronato risale al primo ministro.

Poi c’è la sua politica: Orban si definisce il grande illiberale del continente e si erge incessantemente sui mali percepiti dell’immigrazione, del multiculturalismo, del femminismo e dell’integrazione europea. È stato più volte accusato di divulgare antisemitismo, islamofobia, omofobia e sentimenti anti-rom. Una nuova legge ungherese anti-LGBTQ ha così irritato le controparti europee di Orban che il primo ministro olandese Mark Rutte ha dichiarato in una recente riunione dei leader dell’UE che l’Ungheria dovrebbe lasciare il blocco se non può rispettare i diritti degli omosessuali. Come al solito, Orban si è fatto beffe del rimprovero morale , condannando l'”approccio coloniale” di Rutte.

Il quadro è diventato ancora più torbido sulla scia delle rivelazioni tentacolari del Progetto Pegasus. Il Washington Post, insieme ad altri 16 media partner in tutto il mondo, è stato in grado di scoprire come lo spyware di livello militare prodotto dal gruppo NSO, un’azienda israeliana, è stato utilizzato per tenere traccia di numerosi dissidenti, giornalisti, attivisti per i diritti umani e influenti politici e uomini d’affari in più di 50 paesi. (NSO ha affermato di non avere “alcuna conoscenza” delle attività di intelligence dei clienti e in seguito si è impegnata a indagare su potenziali casi di violazioni dei diritti umani.)

Dei 37 smartphone che i giornalisti investigativi hanno stabilito essere stati presi di mira dallo spyware Pegasus – che funziona in modo invisibile e può essere utilizzato per una miriade di scopi, tra cui leggere i messaggi e le e-mail del bersaglio, tracciare i suoi movimenti, accendere di nascosto la fotocamera del telefono e intercettare le loro chiamate – almeno cinque appartenevano a individui in Ungheria. Inoltre, più di 300 numeri di telefono ungheresi sono comparsi su un elenco di circa 50.000 numeri di smartphone che includeva alcuni selezionati per la sorveglianza utilizzando Pegasus, la tecnologia sviluppata da NSO e concessa in licenza a governi stranieri.

L’Ungheria si trova in notevole compagnia. Il Marocco e la più grande democrazia del mondo in India sono tra quelli ora sotto esame per aver apparentemente usato questa tecnologia sui giornalisti. (Entrambi i paesi hanno affermato che tutta la sorveglianza è conforme alle rispettive leggi.) Per Budapest, la situazione potrebbe portare a un’altra resa dei conti con Bruxelles, poiché il suo apparente uso di questi metodi di sorveglianza è “una presa in giro delle ampie protezioni della privacy digitale dell’Unione Europea”.

“Sebbene i numeri ungheresi rappresentino una piccola parte del totale, si distinguono perché l’Ungheria è un membro dell’Unione Europea, dove la privacy dovrebbe essere un diritto fondamentale e un valore sociale fondamentale e dove le tutele per giornalisti, politici dell’opposizione e avvocati sono teoricamente forti”, hanno spiegato . “Ma in Ungheria, Polonia, Slovenia e altrove in Europa, alcune di queste garanzie vengono annullate e a Budapest, tale ripristino è stato accompagnato dall’uso di uno strumento di spionaggio insolitamente potente”.

Gli obiettivi ungheresi includono importanti giornalisti indipendenti Szabolcs Panyi e Andras Szabo. “Sono trattati come una minaccia, come una spia russa, un terrorista o un mafioso”, ha detto Panyi, un partner nelle indagini e un giornalista ostinato noto per la sua audace copertura del governo di Orban. L’esame forense del suo telefono ha rivelato che era stato compromesso più volte dallo spyware Pegasus.

Il ministro degli Esteri ungherese ha negato l’uso di questa tecnologia nella sorveglianza dei civili. In una conferenza stampa lunedì, il ministro della giustizia ungherese Judit Varga è stato un po’ più evasivo. “L’Ungheria è uno stato governato dallo stato di diritto e, come ogni stato decente, nel 21° secolo ha i mezzi tecnici per svolgere i suoi compiti di sicurezza nazionale”, ha detto ai giornalisti . “Sarebbe un problema serio se non avessimo questi strumenti, ma vengono utilizzati in modo lecito”.

Lucio Domizio Aureliano: l’imperatore romano che restaurò il mondo

Aureliano, il cui nome esteso era Lucio Domizio Aureliano, è stato un imperatore romano che governò dal 270 al 275 d.C. Venne chiamato “Restitutor Orbis” per la sua capacità di riunire l’impero, domando una serie di rivolte e risolvendo delle gravi emergenze militari in un territorio praticamente disintegrato e sotto la pressione delle invasioni esterne.

Aureliano è uno di quei personaggi che ha cambiato la storia di Roma, e ha garantito la sopravvivenza dell’Impero d’Occidente per ulteriori secoli, lasciando un’impronta indelebile nella storia Europea.

La strada verso il controllo dell’impero

Aureliano nacque in una città vicino al fiume Danubio, sul confine settentrionale dell’impero. Sin da ragazzo si affermò come ufficiale nell’esercito. La sua vita cambiò nel 260 d.C, quando le pressioni delle tribù sui confini romani e la completa incapacità dei governanti di gestire la situazione, fecero crollare le frontiere dell’impero e misero Roma in gravissima crisi.

Aureliano, che a quel tempo era già un generale affermato, guidava regolarmente la cavalleria dell’allora Imperatore Gallieno. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, nel 268 d.C, il nuovo imperatore divenne Claudio, amico e conoscente di Aureliano.

Claudio riuscì a sopprimere rapidamente la ribellione dell’usurpatore Aureolo, ma dopo un regno di soli 18 mesi, morì in circostanze misteriose.

Il fratello di Claudio, Quintillo, prese il suo posto, ma dopo tre mesi anche lui morì ucciso: nel settembre del 270 d.C, le truppe proclamarono Aureliano come nuovo e legittimo imperatore.

Aureliano si trovava di fronte a una serie di emergenze militari straordinarie: le tribù barbariche stavano premendo pesantemente sui confini, vi erano parecchie riforme interne estremamente urgenti e la società romana era profondamente fiaccata da una serie di problemi economici, finanziari e da una crisi monetaria.

Gli interventi militari di Aureliano: la riconquista di Palmira e dell’Impero delle Gallie

Aureliano, da ottimo generale qual’era, iniziò rapidamente a ripristinare l’autorità romana in tutta l’Europa.

Il suo primo impegno fu quello di respingere la tribù dei Vandali dalla Pannonia, odierna Europa centrale, e dopo una serie di battaglie fu anche in grado di espellere le tribù germaniche degli Alemanni e degli Iutungi dall’Italia settentrionale, dove questi erano sconfinati e dove stavano mettendo a ferro e fuoco le principali città del nord Italia.

Addirittura, gli Iutungi vennero inseguiti attraverso il fiume Danubio e ricacciati nei loro territori di origine.

Tornato a Roma, Aureliano dovette sedare una serie di ribellioni della popolazione stremata dalla fame. L’Imperatore si rese conto che le incursioni delle tribù del Nord erano ormai all’ordine del giorno, e Roma non era più quella di un tempo, capace di difendersi da sola con il proprio esercito.

Aureliano capì che Roma doveva essere ormai protetta da una nuova gigantesca cinta muraria, con una tendenza che anticipa le dinamiche del Medioevo. Per questo venne costruita una cinta muraria di dimensioni ciclopiche, che ancora oggi porta il suo nome e che consentì alla città di Roma di resistere per secoli.

Nel 271 d.C, Aureliano si impegnò per recuperare il controllo delle province orientali. 

La regina Zenobia, a capo della città carovaniera di Palmira, assieme a suo figlio Vaballato, aveva attuato ormai da anni una secessione pericolosa, e mirava a mantenere il controllo delle linee commerciali orientali. Aureliano sconfisse per due volte Zenobia e la costrinse alla resa, conquistando la città.

Aureliano marciò poi sul fiume Danubio, dove sconfisse la tribù dei Carpi.

Nel 274 d.C, Aureliano si spostò per confrontarsi contro Tetrico, l’imperatore dell’impero delle Gallie, una ampia porzione delle province romane occidentali che si era autogestita in maniera autonoma rispetto a Roma, e che aveva proclamato una propria indipendenza.

L’impero delle Gallie ormai controllava la Gallia, la Spagna e la Britannia. Messo alle strette dall’incursione di nuove tribù germaniche e da cospirazioni interne, Tetrico concluse un trattato segreto con Aureliano, secondo cui durante la battaglia decisiva si sarebbe ritirato dal campo abbandonando i suoi uomini.

Per questo motivo, l’esercito di Tetrico, rimasto improvvisamente senza capo, venne rapidamente sconfitto da Aureliano. L’imperatore ricompensò Tetrico con un governatorato nella zona della Lucania, ma solo dopo averlo fatto marciare a Roma nel suo trionfo, al fianco della regina Zenobia.

In questo modo, in pochissimi anni, Aureliano aveva nuovamente restituito Roma se stessa, riportando tutti i territori che andavano disfacendosi sotto il controllo di un’autorità centrale.

Nel 274 d.C, Aureliano prese una coraggiosa decisione: diede ordine di ritirare le truppe romane dalla zona della Dacia e di reinsediare soldati e coloni a sud del fiume Danubio.

Aureliano aveva capito che questi confini erano essenziali per la sopravvivenza a lungo termine dell’impero, ma che questi non potevano più essere occupati come era stato fino a quel momento: adesso era necessario avere dei confini più corti e difendibili.

Aureliano come amministratore

Aureliano non fu solamente un generale eccezionale, ma anche un amministratore severo ed estremamente lungimirante.

Aumentò la distribuzione di cibo gratuito a Roma, come non aveva fatto nessun altro imperatore prima di lui. In questo modo diminuì la probabilità di rivolte e risollevò migliaia di persone dall’indigenza in cui versavano da anni.

Tentò anche di risolvere una crisi monetaria che affliggeva l’impero, attraverso la riforma della principale moneta d’argento del suo tempo, che da più di 40 anni si andava degradando. La sua iniziativa ebbe purtroppo un successo limitato, in quanto non fu accompagnata da riforme sostanziali.

Sotto l’aspetto religioso, Aureliano cercò di imporre il culto dell’imperatore protetto dal “Sole invitto”, “Sol Invictus” , creando così una figura di Imperatore-Dio sulla terra, anticipando per certi versi alcune riforme che verranno condotte più tardi dall’imperatore Costantino.

La morte di Aureliano

All’inizio del 275 d.C, mentre Aureliano marciava con il suo esercito per una nuova campagna militare contro la Persia, fu assassinato, per motivi non ber noti, da un gruppo di ufficiali.

Non conosciamo esattamente i motivi per cui decisero di uccidere Aureliano: probabilmente, secondo alcuni frammenti nelle fonti antiche, potrebbero essere stati indotti in errore, sospettando erroneamente che Aureliano volesse giustiziarli per qualche motivo.

La morte di Aureliano privò l’impero romano di una guida di straordinario carisma, che soprattutto sotto l’aspetto militare, stava risolvendo diversi problemi importanti. Il governo romano fu affidato alla sua vedova, Ulpia Severina, finché, dopo un periodo di sei mesi, il Senato nominò al trono l’anziano Marco Claudio Tacito.

L’impero tuttavia, versò rapidamente nel caos e nella devastazione, e conobbe una ripresa solamente all’arrivo dell’imperatore Diocleziano, nel 284 d.C.

Gkn: al via sciopero e manifestazione a Firenze

0

Al via questa mattina in piazza Santa Croce a Firenze la manifestazione e lo sciopero generale territoriale dell’area metropolitana fiorentina indetto da Cgil, Cisl e Uil a sostegno della vertenza della Gkn, contro la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio (Firenze) e il licenziamento dei 422 dipendenti annunciati dalla proprietà.
    Alcune centinaia di persone erano già in piazza, prima delle ore 9, in attesa dell’avvio della manifestazione che prevede sei interventi di lavoratori e lavoratrici dal palco, insieme ai tre interventi della segretaria generale di Cgil Firenze Paola Galgani, del segretario generale di Cisl Firenze-Prato Fabio Franchi e del coordinatore Uil area fiorentina Leonardo Mugnaini.

“Firenze difende il lavoro” è lo slogan dello sciopero generale (dalle 9 alle 13) che negli ultimi giorni ha registrato numerose adesioni: associazioni, delegazioni dalle fabbriche, rappresentanti di partiti saranno in piazza per “il ritiro di tutti i licenziamenti, per la dignità del lavoro, per la tutela del tessuto industriale, per un sistema economico basato sui diritti, la legalità e il rispetto del lavoro”, spiega una nota.