martedì 3 Marzo 2026
Home Blog Pagina 51

Imperatore Galerio Valerio Massimiano

Gaio Galerio Valerio Massimiano, fu imperatore romano dal 305 al 311 d.C: il suo regno fu contraddistinto da una grande campagna militare, assieme al generale Diocleziano, contro l’impero dei sasanidi, che si concluse con il saccheggio della capitale Ctesifonte nel 299 d.C.

l’Imperatore Galerio si dedicò anche a combattere la popolazione dei Carpi, oltre il fiume Danubio, ottenendo due vittorie nel 297 e nel 300 d.C.

Imperatore Galerio
Gaio Galerio Valerio Massimiano

Sebbene fosse uno strenuo oppositore del Cristianesimo, religione in rapida ascesa, pose fine alla persecuzione di Diocleziano tramite un editto di tolleranza che venne promulgato nel 311 d.C a Serdica.

I primi anni e la carriera militare di Galerio

Galerio nacque vicino alla città di Serdica, attuale Sofia in Bulgaria, nella provincia romana della Dacia mediterranea, anche se alcuni studiosi ritengono che sia in realtà nato a Gamzigrad, attuale Serbia, dal momento che proprio in quel luogo decise di far costruire la sua tomba.

Suo padre era di origini della Tracia e sua madre Romula era una profuga della provincia della Dacia romana attaccata dalla tribù germanica dei Carpi. Nei suoi primi anni seguì l’esempio del padre, lavorando come pastore e mandriano.

Sì dedicò tuttavia abbastanza presto alla carriera militare, servendo come soldato sotto gli imperatori Aureliano e Probo: quando nel 293 d.C l’imperatore Diocleziano istituì il sistema della tetrarchia, che prevedeva la presenza di quattro imperatori in altrettante zone di influenza dell’impero, Galerio venne designato Cesare insieme a Costanzo Cloro, sposando la figlia di Diocleziano, Valeria.

Dopo essersi impegnato in alcune campagne militari contro le popolazioni dei Sarmati e dei Goti sul fiume Danubio, ricevette il comando delle legioni di stanza sui confini Imperiali orientali. Dopodiché venne inviato in Egitto per combattere le città ribelli di Busiris e Coptos.

Imperatore Galerio e la guerra contro la Persia

Imperatore Galerio campagne sasanidi
Campagne sasanidi di Galerio

A partire dal 294 d.C, Galerio fu impegnato contro la Persia. In quell’anno il figlio del Re Sapore I , Narseh, avviò una politica estera estremamente aggressiva. Narseh fece cancellare i nomi dei suoi predecessori dai pubblici monumenti, con l’obiettivo di essere ricordato come l’unico grande sovrano.

Nel 295 dichiarò guerra a Roma, invadendo l’Armenia occidentale e riprendendo alcune terre che erano state consegnate ai romani in seguito ad una pace stipulata nel 287 d.C. Secondo Ammiano Marcellino, l’unica fonte che ci racconta i dettagli di questa invasione, Narseh si spostò a sud della Mesopotamia romana, dove inflisse una durissima sconfitta proprio a Galerio, allora comandante delle forze orientali, in una regione posizionata tra Carre e Callinicum, odierna Siria.

Non sappiamo se Diocleziano, l’ideatore della tetrarchia e più importante dei quattro imperatori, fosse presente sul campo di battaglia. Sappiamo però che Diocleziano costrinse Galerio a sfilare di fronte al suo carro Imperiale.

Potrebbe trattarsi di un atto di rispetto da parte di Galerio nei confronti di Diocleziano, ma è più probabile che l’imperatore abbia deciso di punire il generale sconfitto dimostrando, soprattutto ai soldati, che il fallimento non era dovuto all’incapacità dell’esercito ma alla poca preparazione del suo comandante. Molto probabilmente questa fu una lezione che Galerio non dimenticò mai più.

Nella primavera del 298, l’esercito di Galerio venne rinforzato da nuovi contingenti che derivavano dalle frontiere del Danubio. Galerio guidò quindi una controffensiva, attaccando la Mesopotamia settentrionale attraverso l’Armenia.

Narseh scelse di compiere una ritirata strategica, ma cadde vittima di un errore: l’aspro terreno armeno era particolarmente favorevole alla fanteria romana, che poteva marciare e combattere con facilità, ma non altrettanto alla sua cavalleria sasanide. Così Galerio fu in grado di affrontare il nemico in due battaglie, dove ottenne delle importanti vittorie.

Durante il secondo scontro, la battaglia di Satala del 298 d.C, gli uomini di Galerio conquistarono l’accampamento di Narseh, rubando il suo tesoro, sequestrando sua moglie e tutto il suo harem. La moglie di Narseh venne condannata a vivere come prigioniera in un sobborgo della città di Antiochia, in modo che rappresentasse costantemente per i persiani il ricordo della vittoria romana.

Galerio avanzò quindi nella zona della Media, una regione dell’odierno Iran nord-occidentale, e dell’Adiabene, un antico regno della Mesopotamia settentrionale, ottenendo continue vittorie soprattutto a Teodosiopoli e a Nisibis, il primo ottobre del 298 d.C.

Scese poi con i suoi uomini lungo il fiume Tigri, catturando la capitale dei sasanidi, Ctesifonte, e visitando le rovine di Babilonia, prima di tornare in territorio romano attraverso l’Eufrate. Le fonti antiche non parlano esplicitamente di un saccheggio ai danni di Ctesifonte, ma si presume che sia avvenuto per via del sequestro della moglie e dell’harem di Narseh.

Imperatore Galerio e i negoziati di pace con la Persia

Narseh inviò degli ambasciatori a Galerio per supplicare di restituirgli la moglie e i figli, ma Galerio scacciò gli emissari sasanidi, ricordandogli come il predecessore di Narseh, Sapore, aveva trattato l’imperatore Valeriano una volta catturato.

I romani trattarono comunque con dignità la famiglia di Narseh, forse sull’esempio di Alessandro Magno, che si era comportato con rispetto nei confronti della famiglia del Re Dario III. Nella primavera del 299 iniziarono i negoziati di pace, presieduti sia da Diocleziano che da Galerio. Il loro segretario, Sicorio Probo, raggiunse Narseh per presentargli i termini dell’accordo.

Le condizioni di pace imposte dai romani erano abbastanza pesanti: la Persia cedette gran parte dei suoi territori a Roma, facendo dei fiumi Tigri il confine definitivo tra i due imperi. Ulteriori termini stabilivano che l’Armenia sarebbe tornata sotto la piena dominazione romana e che il forte Ziatha sarebbe valso come confine.

Tutta l’Iberia caucasica prestò giuramento di fedeltà a Roma e venne guidata da un incaricato romano. La città di frontiera di Nisibis diventò l’unico canale di commercio tra la Persia e Roma. Non solo, Roma potè esercitare il controllo sui cinque distretti territoriali della Persia, le satrapie: Ingilene, Sophanene, Aghdznik, Corduene e Zabdicene.

Con la sottomissione di questi territori, Roma avrebbe potuto contare su una roccaforte a nord di Ctesifonte, in modo da controllare, e all’occasione impedire, qualsiasi movimento delle forze persiane attraverso la regione.

Tiridate, Re filoromano, riguadagnò il suo trono e tutte le zone che erano state sotto la sua influenza.

Il regno di Galerio come Augusto

Imperatore Galerio Tetrarchia
La tetrarchia

Il sistema tetrarchico di Diocleziano prevedeva la presenza di due imperatori maggiori, gli Augusti, e due imperatori minori, i Cesari: ognuno di loro avrebbe governato in autonomia un quarto dell’impero. I due Augusti si sarebbero dovuti spontaneamente ritirare dal comando, lasciando che i Cesari diventassero i nuovi Augusti, i quali avrebbero nominato a loro volta due nuovi Cesari, in un meccanismo apparentemente perfetto che doveva risolvere il problema della successione Imperiale.

Dopo il ritiro di Diocleziano e del suo collega Massimiliano, Costanzo I e Galerio divennero i nuovi Augusti e Galerio dovette scegliere i due nuovi Cesari. Galerio pensò di promuovere due persone sulle quali aveva una forte influenza, in modo da mantenere il controllo su una porzione più ampia dell’impero.

Il primo fu Massimino Gaza, la cui madre era la sorella di Galerio. Si trattava di un giovane abbastanza inesperto e poco educato, che venne investito della Porpora Imperiale e assegnato al comando dell’Egitto e della Siria.

Il secondo fu Severo, un compagno d’armi di Galerio, che venne inviato a Milano per ricevere ufficialmente il controllo dell’Italia e dell’Africa.

Tecnicamente Severo riconosceva l’autorità del suo Augusto, ovvero Costanzo I, ma difatti la sua posizione era del tutto dovuta alla decisione del suo benefattore Galerio, il quale era riuscito ad ottenere il controllo su tre quarti dell’Impero.

Ma le speranze di Galerio furono presto deluse quando il suo collega Costanzo morì a York nel 306 d.C e le sue legioni elevarono suo figlio Costantino nella posizione di Augusto.

Valerio lo scoprì di sorpresa, quando ricevette una lettera personale da Costantino che lo informava della morte del padre, spiegando che l’insistenza delle sue truppe lo aveva praticamente obbligato ad accettare la Porpora Imperiale, prima che potessero sollevarsi problemi o presentarsi usurpatori al trono.

Secondo le fonti antiche, Galerio non riuscì a trattenere la sua delusione e la rabbia, minacciando di bruciare sia la lettera che colui che gliel’aveva spedita.

Ma poco dopo Galerio si rese conto che una guerra contro Costantino sarebbe stata per lui pericolosa. Costantino era stato suo ospite per qualche tempo nella città di Nicomedia, e Galerio aveva avuto modo di rendersi conto che le sue legioni gli erano straordinariamente fedeli.

Così, con un freddo calcolo politico, accettò che il figlio del suo defunto collega diventasse governatore delle province d’oltralpe, ma gli concesse solamente il titolo di Cesare, mentre il posto vacante come Augusto venne assegnato al suo favorito Severo.

Presto si presentò un nuovo problema: la necessità di aumentare la tassazione per rimpinguare le casse statali aveva portato Galerio ad ordinare un dettagliato censimento delle proprietà della popolazione italica. L’Italia era sempre stata esente da ogni forma di tassazione, come segno di riconoscenza nei confronti dei popoli italici che avevano permesso a Roma di diventare grande, ma Galerio ignorò questa tradizione e ordinò di tassare anche le popolazioni della penisola.

Si generò così una ondata di malcontento e di risentimento nei suoi confronti, che venne prontamente accolta e sfruttata da un nuovo pretendente al trono, Massenzio. 

Imperatore Galerio ordinò al collega Severo di marciare verso Roma, ma i soldati di quest’ultimo, appena vennero a sapere che il loro vecchio comandante e collaboratore di Diocleziano, Massimiano, era tornato a ricoprire il grado di Augusto, si ammutinarono e giustiziarono Severo.

Galerio fu costretto ad intervenire personalmente  per difendere il suo potere. Alla testa di un potente esercito che aveva raccolto nella zona della Illiria e dall’Oriente, penetrò in Italia per vendicare la morte di Severo e punire i ribelli.

Ma Massimiano aveva adeguatamente preparato il territorio dell’Italia, sbarrando le strade all’esercito di Galerio e creando un sistema di fortificazioni particolarmente efficiente. Così Galerio, rendendosi conto che la situazione andava complicandosi, tentò riconciliarsi con Massimiano inviando due ambasciatori per trattare i termini della pace.

Galerio ricordò a Massimiano e a Massenzio che avrebbero ottenuto molto di più della sua generosità piuttosto che attraverso una campagna militare.

Le offerte di Galerio vennero però respinte con fermezza e la sua amicizia rifiutata: Galerio iniziò a rendersi conto che il pericolo di essere ucciso dalle truppe ora fedeli a Massimiano era reale, e che presto avrebbe potuto fare la fine di Severo.

Inoltre, Massenzio e Massimiano avevano avviato una campagna di corruzione delle legioni illiriche, che rappresentavano la base del potere di Galerio, e ci stavano riuscendo perfettamente. Quando Galerio decise di ritirarsi dall’Italia, riuscì a malapena ad impedire ai suoi veterani di abbandonarlo e di consegnarlo al nemico.

Scampato il pericolo, Galerio, nel 308 d.C, decise di richiamare l’imperatore in pensione Diocleziano e di convocare assieme a lui anche Massimiano: si organizzò così un incontro ufficiale a Carnuntum, sul fiume Danubio, con l’obiettivo di ristabilire i ruoli gerarchici nell’impero.

Galerio lasciò al generale Licinio, suo amico personale e compagno militare di lunga data, il controllo della difesa del Danubio, promettendogli che sarebbe diventato Augusto in Occidente con Costantino come suo Cesare. In Oriente Galerio sarebbe rimasto l’Augusto, assieme a Massimino come suo Cesare.

Infine, Massimiano si sarebbe dovuto ritirare a vita privata, mentre Massenzio fu dichiarato un semplice usurpatore.

Il piano di Galerio fallì immediatamente: non appena la notizia della promozione di Licinio giunse in Oriente, Massimino, che governava le province dell’Egitto della Siria, rifiutò la sua posizione di Cesare e pretese lo stesso titolo di Augusto.

Così, ben sei imperatori “Augusti” rivendicavano il diritto di amministrare l’impero romano.

Negli ultimi anni Galerio si rese conto che i contendenti erano troppi, e dovette mano a mano rinunciare alla sua aspirazione di essere il sovrano supremo dei territori romani, anche se più volte il suo parere era quello più influente fra tutti.

Trascorse il resto dei suoi anni fra i divertimenti ma ordinò anche la costruzione di alcune importanti opere pubbliche come lo scarico delle acque superflue del lago Pelso nel fiume Danubio, oltre all’abbattimento delle immense foreste circostanti.

Imperatore Galerio e la persecuzione contro i cristiani

Imperatore Galerio persecuzione cristiani
Persecuzioni dei cristiani

Anche se le persecuzioni dei cristiani sono passate alla storia come volontà di Diocleziano, un più attento studio delle fonti dimostra che l’editto del 24 febbraio del 303 d.C, che diede il via ad una nuova serie di violenze, era piuttosto opera di Galerio.

L’imperatore era un fermo sostenitore delle antiche usanze e Dei pagani, e vedeva il cristianesimo come un pericolo.

Fu Infatti per netta insistenza di Galerio che vennero pubblicati gli ultimi editti di persecuzione, ovvero quelli che furono emanati il 24 febbraio del 303: questa politica di repressione durò per diversi anni, almeno fino all’editto di tolleranza di Nicomedia dell’aprile 311, che venne deciso dallo stesso Galerio durante la vecchiaia e probabilmente per via di una malattia.

Secondo il racconto delle fonti antiche, Galerio, ormai malato e prossimo alla morte, avrebbe chiesto ai cristiani di pregare per lui e di perdonarlo. Proprio in questa situazione sarebbe nata l’idea di concedere l’Editto di tolleranza. Dopo 6 giorni Galerio morì.

Dopo appena due anni, nel 313, Costantino e Licinio avrebbero legalizzato il cristianesimo nell’Impero, attraverso il famoso editto di Milano.

La morte di Galerio

Galerio morì alla fine del mese di aprile, o forse di maggio, del 311 d.C per una malattia raccapricciante, raccontataci sia da Eusebio che da Lattanzio, forse un cancro intestinale o una cancrena. Venne sepolto nel suo mausoleo a Gamzigrad, odierna Serbia, azione che fa pensare ad alcuni storici che quella fosse in realtà la sua città natale.

Nel sito archeologico sono stati ritrovati alcuni grumi che, ad una attenta analisi, risultano essere una cotta di ferro, probabilmente una Lorica Hamata. Potrebbe essere stata una armatura di maglia indossata dall’imperatore e bruciata durante il suo funerale.

Il sito dove venne sepolto Galerio è iscritto nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità dal giugno del 2007.

Crisi energetica in Inghilterra. Cosa c’è dietro?

0

Proprio mentre le economie sembravano tornare alla normalità, una crisi energetica ha colpito la Gran Bretagna, il resto dell’Europa e gran parte del mondo.

Il gas naturale, l’obiettivo principale di questa crisi, è cruciale per la generazione di elettricità, la gestione delle fabbriche e il riscaldamento delle case. È anche visto da alcuni come un combustibile di transizione lontano dal carbone altamente inquinante.

I prezzi del gas naturale sono aumentati di circa sei volte, a livelli record. L’aumento significa che il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ha raggiunto livelli stratosferici, facendo notizia in tutta Europa poiché i consumatori, colpiti dalla pandemia, sono ora colpiti da grandi aumenti nelle bollette domestiche e aziendali. Questi costi elevati stanno anche minando l’economia delle aziende che producono fertilizzanti, acciaio, vetro e altri materiali che richiedono molta elettricità.

La Gran Bretagna, il cui sistema energetico dipende fortemente dal gas, sta subendo alcuni dei colpi più duri, creando grossi grattacapi al governo del primo ministro Boris Johnson.

Johnson è già stato spinto a sovvenzionare una fabbrica di fertilizzanti ed è sotto pressione per fare di più per prevenire la chiusura delle fabbriche e la perdita di posti di lavoro. Ha anche utilizzato autisti militari nel tentativo di alleviare la carenza di benzina.

Il picco del prezzo del gas sta avendo anche reazioni geopolitiche. La Russia, il più grande fornitore di gas in Europa, è accusata di manipolare i prezzi. Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno avvertito Mosca di non cercare di sfruttare la crisi del gas per i propri fini. Questo potrebbe aprire la strada a maggiori esportazioni di gas naturale liquefatto dalla trivellazione di scisto negli Stati Uniti.

La domanda di energia è aumentata mentre l’economia mondiale si è risvegliata dagli arresti causati dalla pandemia. L’improvviso bisogno di gas naturale ha colto di sorpresa il settore energetico e i prezzi sono aumentati. L’avvicinarsi dell’inverno, la stagione principale del consumo di gas, ha aumentato ulteriormente i prezzi, poiché i paesi in Asia, Europa e Nord America si sono superati a vicenda per assicurarsi di avere il carburante per stare al caldo.

La Cina, il più grande importatore di gas al mondo, sta acquistando gas per alimentare le centrali elettriche e ridurre le emissioni di carbonio. Gli acquisti aggressivi della Cina stanno sottraendo gas all’Europa in un momento in cui le consegne dalla Russia, un fornitore chiave, sono state deludenti.

I paesi europei normalmente fanno scorta di gas in estate, quando i prezzi sono relativamente bassi. Non quest’anno. I livelli di stoccaggio europei sono bassi, rendendo i mercati così nervosi che ci sono state alcune delle oscillazioni più selvagge dei prezzi del gas che i commercianti abbiano mai visto.

No. Molti fattori hanno contribuito. Ma i mercati osservano molto da vicino il più grande fornitore per l’Europa e gli analisti affermano che i recenti segnali della Russia secondo cui manterrà una stretta presa sui flussi di gas verso l’Europa hanno svolto un ruolo importante nei recenti picchi di prezzo.

Molti di questi sono stati innescati da cose che i russi hanno effettivamente fatto“, ha affermato Trevor Sikorski, capo del gas presso Energy Aspects, una società di ricerca.

Il presidente russo Vladimir V. Putin sta cercando di usare la crisi energetica per i propri fini. Ha affermato che la crisi del gas si allenterà non appena i governi europei avranno approvato il Nord Stream 2, il gasdotto politicamente teso che corre sott’acqua dalla Russia alla Germania. Una volta operativo, il gasdotto rafforzerà probabilmente la presa di Gazprom, la compagnia russa del gas, sui mercati europei.

D’altra parte, alcuni analisti dubitano che il problema si risolverà non appena Unione Europea e Germania firmeranno il nuovo gasdotto. La Russia sta probabilmente affrontando una crisi, secondo Henning Gloystein, direttore dell’Eurasia Group, una società di ricerca politica. Come parte di un accordo con l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio per rafforzare i mercati durante la pandemia, alle società russe è stato ordinato di ridurre la produzione di petrolio e, di conseguenza, anche la produzione di gas è stata ridotta ed è stata lenta a riprendersi.

La Gran Bretagna sta pagando un prezzo per una combinazione di successi e fallimenti. Il paese ha in larga misura eliminato il carbone per la produzione di energia e ha sviluppato capacità nell’energia rinnovabile, in particolare nell’eolico offshore. Queste mosse riducono le emissioni di gas serra e aiutano a frenare il riscaldamento globale.

Ma chiudere le centrali a carbone mentre le vecchie centrali nucleari del paese stanno gradualmente chiudendo ha reso la Gran Bretagna dipendente dal gas per circa il 40% dell’elettricità del paese, molto più di qualsiasi altro combustibile. (In Francia, al contrario, le centrali nucleari forniscono circa il 70 percento dell’elettricità.) Non ha aiutato che le brezze che fanno girare le turbine eoliche della Gran Bretagna, che generano in media circa il 20 percento della potenza del paese, siano state insolitamente deboli negli ultimi mesi.

Quel successo nella politica climatica sta tornando a farsi sentire“, ha detto Gloystein.

La Gran Bretagna non è ancora abbastanza avanti nel suo passaggio all’energia pulita per sfuggire ai balzi dei prezzi mondiali del gas.

In questo momento non abbiamo davvero abbastanza energie rinnovabili per dare il massimo“, ha affermato Martin Young, analista di potenza presso Investec, una società di titoli. “Di solito è il gas a stabilire il prezzo“. Le pesanti tasse britanniche sulle emissioni di carbonio si aggiungono anche ai costi dell’elettricità, ha affermato.

Un incendio che ha messo fuori uso un grosso cavo che portava energia elettrica dalla Francia ha aggiunto ai guai. E a differenza di altri paesi europei, la Gran Bretagna non ha investito in impianti di stoccaggio del gas, consentendo invece la chiusura di un importante impianto di questo tipo nel 2017.

I consumatori ottengono qualche sollievo?

L’aumento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità viene trasferito ai proprietari di case, allungando i budget e costringendo i governi a intervenire. In Spagna, il governo di recente, in effetti, ha affermato che prenderà i profitti guadagnati sulla generazione di energia elettrica da eolico e solare per compensare i consumatori per i prezzi elevati del gas.

Circa 15 milioni di famiglie britanniche sono state recentemente colpite da aumenti dei prezzi dell’energia nell’ordine del 12% nell’ambito di un programma governativo per limitare i grandi rialzi dei tassi. Le tariffe limitate vengono riviste ogni sei mesi; la prossima revisione, ad aprile, è ampiamente prevista per portare a un salto più grande.

Un altro problema per i proprietari di case: molti fornitori di elettricità che offrivano ai clienti offerte a basso prezzo si sono trovati incapaci di rispettare i loro impegni ai prezzi correnti. Molte di queste società relativamente piccole sono crollate nelle ultime settimane e i conti dei loro stimati 1,7 milioni di clienti vengono venduti all’asta a società più forti. Nessuno perderà potere a causa di questi fallimenti aziendali, ma alla fine quei clienti pagheranno tariffe più elevate e le aziende che assumono i clienti saranno in grado di trasferire spese extra ai pagatori delle bollette.

La battaglia del Monte Gindaro: Ventidio Basso annienta i Parti

La battaglia del Monte Gindaro è uno scontro che si tenne nel 38 a.C, tra il generale romano Publio Ventidio Basso e il generale dei Parti Pacoro, figlio del Re Orode. La battaglia rappresentò una vittoria decisiva per l’esercito romano, e costituì una sorta di vendetta per la sconfitta subita da Marco Licinio Crasso a Carre, contro il generale partico Surena.

L’antefatto della battaglia del Monte Gindaro

Dopo che l’esercito romano guidato dal generale Marco Licinio Crasso aveva subito una pesantissima sconfitta nella battaglia di Carre, nel 53 a.C, i Parti avevano compiuto una serie di incursioni nel profondo del territorio romano d’Oriente.

Per contrastare gli attacchi era intervenuto il generale Gaio Cassio Longino, un sopravvissuto della battaglia di Carre, che in qualità di proquestore fu in grado di organizzare una forza militare in grado di difendere i confini romani.

Ma poco più tardi, nel 40 a.C, i Parti ritornarono sul posto con una forza militare ancora più grande e soprattutto con l’aiuto del ribelle romano Quinto Labieno, che fece passare dalla propria parte diversi legionari di stanza sui confini orientali.

In quel periodo storico, una gran parte delle truppe romane schierate in Siria erano ex repubblicani che avevano combattuto al servizio di Bruto e Cassio contro Marco Antonio: molti di loro passarono spontaneamente sotto il comando del loro compagno repubblicano Quinto Labieno, indebolendo ulteriormente i contingenti romani che dovevano proteggere i territori ad Oriente.

Marco Antonio, resosi conto della gravità della situazione, affidò il comando militare ad uno dei suoi migliori generali, Publio Ventidio Basso. Basso fece tesoro degli errori che Crasso aveva compiuto contro i Parti, e dotò il suo esercito di una grande quantità di arcieri e di frombolieri per controbattere le micidiali frecce Partiche.

Basso si rese conto inoltre che tutte le battaglie dovevano essere portate su un terreno collinare, dove la cavalleria dei Parti avrebbe avuto maggiori difficoltà a manovrare rispetto alle ampie distese tipiche del loro territorio.

Ventidio Basso attaccò e sconfisse Quinto Labieno assieme al generale dei Parti, Franipato, in una zona dell’Asia Minore. Labieno tentò di travestirsi da schiavo e di fuggire, ma venne prontamente catturato dalle forze di Ventidio Basso e immediatamente giustiziato.

Così i Parti furono costretti a ritirarsi presso il passo di Amanus, dove incontrarono ancora una volta le forze di Basso. I romani ottennero una nuova vittoria e i Parti furono costretti a ritirarsi dalla provincia di Siria.

La battaglia del monte Gindaro: svolgimento

Dopo aver subito una pesante battuta d’arresto, i Parti organizzarono una nuova invasione, sempre nella provincia di Siria, nel 38 a.C, guidati dal generale Pacoro, il figlio del Re Orode.

Ventidio, che aveva bisogno di guadagnare tempo per riorganizzare le sue truppe, giocò d’astuzia: fece arrivare un finto disertore da Pacoro, in quale informò il generale che sarebbe stato prudente attraversare il fiume Eufrate in una determinata zona.

Pacoro nutrì forti sospetti nei confronti di messaggero così prodigo di informazioni, decise di non fidarsi e scelse di attraversare il fiume molto più a valle: questo era esattamente quello che Ventidio sperava che accadesse. La deviazione decisa da Pacoro diede il tempo a Ventidio di preparare ulteriormente le sue forze per lo scontro.

I Parti poterono guadare l’Eufrate senza alcun disturbo da parte dei romani e procedettero incolumi verso la città di Gindaro, nella zona della Cyrrhestica: i Parti maturarono l’idea che i romani erano codardi e che avevano paura di loro, dal momento che non avevano minimamente tentato di fermare il loro percorso.

Quando arrivarono nei pressi della città, i Parti trovarono le legioni romane disposte in ordine di battaglia sui pendii di una collina. Non sappiamo se si trattò di un ordine di Pacoro o della semplice iniziativa dei soldati, ma l’esercito dei Parti attaccò il nemico immediatamente, salendo sui pendii della collina e attaccando l’avversario in salita.

Basso diede quindi ordine ai legionari di contrattaccare direttamente gli arcieri a cavallo dei Parti: se fossero stati ingaggiati rapidamente, senza avere il tempo di sfrecciare i loro dardi, sarebbero stati neutralizzati. I legionari si comportarono perfettamente, e arrivarono rapidamente ad un corpo a corpo con gli arcieri a cavallo, che dopo una breve mischia, batterono in ritirata, scendendo precipitosamente dalla collina ed investendo i loro compagni provocando grande scompiglio.

I Legionari erano pronti ad attaccare anche la cavalleria pesante dei Parti, che solitamente era di stanza ai piedi della collina, ma Ventidio li richiamò, sostituendoli con i suoi frombolieri, con l’obiettivo di investire la cavalleria pesante avversaria con un grandissimo numero di proiettili e di frecce, mirando soprattutto alla guardia personale dello stesso Pacoro.

I soldati romani riuscirono a identificare Pacoro, grazie alla sua armatura pregiata e vistosa: il generale partico venne raggiunto e ucciso insieme alla sua guardia del corpo.

La cavalleria partica sopravvissuta tentò di sfuggire alla furia dei romani, alcuni riuscendoci a malapena, altri morendo sul campo di battaglia.

L’esercito di Ventidio aveva così ottenuto una vittoria completa, che aveva scongiurato ulteriori attacchi Partici sul territorio.

Ventidio fu in grado anche di prevedere che i Parti avrebbero tentato di fuggire per la via da cui erano venuti e così posizionò la sua fanteria e cavalleria nel luogo che i superstiti avrebbero utilizzato per superare l’Eufrate: così, altri Parti in fuga vennero sistematicamente intercettati e catturati.

Ventidio avrebbe potuto inseguire ulteriormente i Parti per tutto il deserto, ottenendo una vittoria ancora più grande, ma scelse di ritirarsi per non incorrere nell’invidia di Marco Antonio, il generale più potente di quel periodo.

Marco Licinio Crasso. Vita dell’uomo più ricco di Roma

Marco Licinio Crasso è stato un politico, generale e aristocratico della Repubblica romana, tra gli uomini più influenti del periodo tardo repubblicano e uno degli più ricchi di tutta la storia antica.

Iniziò la sua carriera pubblica servendo come comandante militare sotto Lucio Cornelio Silla durante la guerra civile.

Una volta assunta la carica di dittatore, Silla emanò una serie di liste di proscrizione che permettevano di sequestrare tutti i beni dei nemici politici, e fu proprio sfruttando questa situazione che Crasso fu un grado di accumulare una enorme fortuna, che divenne ancora più ingente grazie ad una speculazione immobiliare su vasta scala.

Dopo aver fronteggiato la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco, arrivò al consolato della Repubblica romana assieme al suo principale rivale, Pompeo Magno.

Dopodiché, Crasso divenne patrono politico e finanziario di Giulio Cesare, nuova promessa della politica romana, e strinse assieme a lui e a Pompeo un accordo privato noto come “Primo triumvirato “.

Grazie a questa alleanza, Crasso, Cesare e Pompeo dominarono la repubblica romana, ma il patto degenerò dopo alcuni anni: Cesare acquistò notevole successo militare e una straordinaria ricchezza dopo la conquista delle Gallie, mentre Pompeo venne avvicinato dal Senato affinché difendesse la causa degli aristocratici.

Letteralmente invidioso dei successi politici e militari di Cesare e di Pompeo, Crasso pretese il comando di una spedizione contro la popolazione orientale dei Parti: nominato governatore della Siria romana, Crasso portò avanti una campagna fallimentare, che si concluse con una devastante sconfitta a Carre e la sua morte sul campo di battaglia.

La morte di Crasso significò automaticamente la fine dell’alleanza tra Cesare e Pompeo: senza la sua mediazione, le posizioni dei due divennero del tutto inconciliabili, e la situazione sfociò in una guerra civile, scatenata dal celebre attraversamento del fiume Rubicone da parte delle truppe di Cesare, atto che segna ufficialmente l’inizio della guerra civile.

La famiglia, la gioventù e la guerra civile di Marco Licinio Crasso

Marco Licinio Crasso era membro della gens Licinia, una famiglia di origine plebea che aveva conquistato notevole influenza politica nel corso del tempo. Il padre, Publio Licinio Crasso,  fu console nel 97 a.C e censore nel 89 a.C, e il fratello maggiore, Publio, nato nel 116 a.C, morì poco prima dello scoppio della guerra sociale.

Crasso aveva anche un fratello minore, che morì assieme a Publio Licinio Crasso, il padre, nell’inverno dell’87 a.C, quando furono braccati dai sostenitori del generale Gaio Mario, il leader della fazione dei Populares.

La vita di Crasso iniziò in una situazione di strapotere dei suoi nemici politici: Roma era sotto il controllo del generale Gaio Mario, leader della fazione avversa dei Populares, e del suo collega Lucio Cornelio Cinna.  I due imposero una serie di proscrizioni a tutti i senatori e cavalieri romani che avevano sostenuto il rappresentante degli aristocratici, Lucio Cornelio Silla, nel corso della guerra civile.

Nonostante l’improvvisa morte di Caio Mario, Cinna continuò a perseguitare gli avversari politici, il che costrinse Crasso a fuggire in Spagna dall’87 all’84 a.C, dove reclutò 2500 uomini per estorcere del denaro alle città locali e finanziare un proprio esercito privato.

Dopo aver saputo della morte di Cinna e della ripresa della guerra civile fra “sillani” e “mariani”, nell’84 a.C, Crasso si recò nella provincia romana d’Africa, con l’intento di unire le sue forze con quelle del generale Metello Pio, uno dei principali alleati di Cornelio Silla, ma il loro rapporto non funzionò.

Per questo scelse di imbarcare il suo esercito in mare, sbarcando in Grecia e unendosi direttamente agli uomini di Silla, che lo considerava uno dei suoi alleati migliori.

Crasso, assieme a Gneo Pompeo, combattè la battaglia della Piana di Spoleto, dove sconfisse il generale mariano Papirio Carbone.

Durante lo scontro decisivo fra sillani e mariani, la battaglia di Porta collina, Crasso comandava il fianco destro dell’esercito di Silla. Dopo quasi un giorno di combattimento, la battaglia stava volgendo negativamente per Silla, dal momento che il centro del suo esercito era sull’orlo del collasso.

Crasso, al contrario, era riuscito ad annientare il nemico davanti a lui e aveva inviato un messaggio a Silla, offrendo il supporto dei suoi uomini. Silla gli comandò di avanzare direttamente contro il centro dell’esercito nemico e utilizzò la notizia dell’arrivo degli uomini di Crasso per ridare coraggio alle sue truppe. 

La mattina seguente, la battaglia terminò in deciso favore dei sillani, il che fece di Silla il signore assoluto di Roma e di Crasso uno degli uomini chiave del nuovo sistema di potere.

La scalata alla ricchezza di Marco Licinio Crasso

Terminata la guerra civile, il primo obiettivo di Marco Licinio Crasso fu quello di ricostruire la fortuna della sua famiglia, che era stata notevolmente ridimensionata dalle multe di Gaio Mario e Cinna.

Silla aveva ideato un sistema di proscrizioni: si trattava di alcune liste di nemici politici che potevano essere uccisi senza subire conseguenze legali e i cui beni potevano essere confiscati.

Crasso fu uno dei più grandi acquirenti delle proprietà sequestrate ai proscritti.

La ricchezza di Crasso raggiunse, secondo Plinio, i 200 milioni di sesterzi, tra denaro contante, ville, terreni e altri beni immobili.

Plutarco, nella sua “Vita di Crasso “, afferma invece che la ricchezza di Crasso aumentò in questo periodo da meno di 300 talenti fino a 7.100 talenti, ovvero 229 tonnellate d’oro, per un valore odierno che si aggirerebbe attorno ai 13,3 miliardi di euro.

Un’altra importante fonte di guadagno per Crasso era quella di acquisire a poco prezzo degli edifici bruciati e crollati, a volte per scarsa manutenzione, a volte per mandato di alcuni piromani ai suoi ordini. 

Plutarco narra che Crasso aveva creato un piccolo esercito di 500 schiavi, che formalmente fungevano da vigili del fuoco, con il compito di incendiare le case più povere e richiedere ai loro proprietari di vendergliele ad un prezzo irrisorio. Se i proprietari avessero accettato la proposta, questi avrebbero immediatamente spento il fuoco ed eseguito il pagamento, mentre in caso contrario avrebbero lasciato bruciare il palazzo.

In questo modo, Crasso fu grado di comprare la maggior parte di Roma, utilizzando gli schiavi stessi per ricostruire i palazzi che aveva appena acquistato.

Parte della ricchezza di Crasso venne accumulata anche tramite attività legali, come il traffico degli schiavi e l’estrazione dell’argento dalle miniere.

Ad un certo punto della sua scalata alla ricchezza, Crasso aveva deciso di acquisire la proprietà di una meravigliosa villa che apparteneva ad una sacerdotessa Vestale, Licinia.  

Dal momento che le vestali non potevano avere rapporti sessuali, Crasso cominciò a corteggiare la sacerdotessa fino a che l’opinione pubblica non iniziò a pensare che questa avesse violato la prescrizione di rimanere vergine. Per aggravare la situazione, un magistrato evidentemente legato a Crasso, Plozio, indagò formalmente Licinia.

In questo modo, Crasso costrinse Licinia a vendergli la sua villa per ritirare le accuse.

Dopo aver accumulato una fortuna sconsiderata, Crasso iniziò a dedicarsi alla carriera politica. Il suo futuro pareva assicurato: era l’uomo più ricco di Roma, aveva un rapporto privilegiato con il dittatore Silla e la sua famiglia aveva ricoperto in passato magistrature importanti come quelle di console e pretore.

Ad ostacolare i suoi piani vi fu però l’ascesa del suo contemporaneo Pompeo Magno, generale che aveva mietuto diverse vittorie e che era diventato l’assoluto beniamino del popolo romano. 

La guerra di Crasso contro Spartaco

Crasso viene eletto pretore nel 73 a.C, ma il suo impegno assunse immediatamente un carattere militare nel contrastare la terza guerra servile (73 – 71 a.C.) guidata da Spartaco. Spartaco era un gladiatore della scuola di Capua che era diventato il capo di una rivolta su vasta scala che minacciava la sicurezza della Repubblica romana.

Crasso si offrì di equipaggiare a proprie spese le legioni che erano state sconfitte e promise di condurle alla vittoria. Inizialmente Crasso, che non era un generale illuminato, fece fatica a comprendere le mosse degli uomini di Spartaco e i suoi soldati iniziarono a disobbedire ai suoi ordini.

Fu in questa situazione che Crasso utilizzò una pratica estremamente crudele nota come “Decimazione“, ovvero l’esecuzione di un legionario ogni dieci, scelto per estrazione a sorte. Si trattava di una punizione estrema che da diverse decine di anni non era più praticata.

Seppure alcuni autori antichi, come Plutarco, condannano il gesto di Crasso, altri, come Appiano, confermano che la durissima punizione ebbe l’effetto di ricondurre gli uomini alla ragione. Come scrive Appiano “I legionari avevano più paura di deludere il loro generale che di affrontare il nemico.”

Dopo un vero e proprio inseguimento per tutta l’Italia, Spartaco si ritirò con i suoi soldati nel sud ovest della penisola: Crasso cercò di bloccare l’esercito avversario costruendo un enorme fossato e un bastione di grandissime dimensioni, attivando migliaia e migliaia di legionari nell’impresa. 

Nonostante questo enorme dispiegamento di forze, Spartaco, con una parte consistente del suo esercito, riuscì comunque a fuggire.

I suoi movimenti erano tuttavia bloccati: in aiuto di Crasso stavano arrivando degli altri eserciti al comando dei generali Varrone Lucullo e Gneo Pompeo. Spartaco decise quindi di combattere piuttosto che dover affrontare tre eserciti. Nell’ultima battaglia, che si tenne a ridosso del fiume Silarius, Crasso ottenne una vittoria decisiva, catturando 6000 schiavi dai contingenti di Spartaco.

Secondo il racconto di Plutarco, Spartaco si fece strada sul campo di battaglia cercando personalmente il confronto con Crasso, ma fu in grado di uccidere solamente due dei centurioni che costituivano la sua guardia del corpo. 

Dopo essersi opposto fieramente ai legionari romani, Spartaco venne ucciso armi in pugno e il suo corpo non venne mai più recuperato. Crasso, per dare una lezione esemplare a chiunque si fosse ulteriormente ribellato all’autorità romana, decise di crocifiggere i seimila schiavi che aveva catturato lungo la via Appia.

Nonostante Crasso avesse ottenuto la vittoria definitiva, Pompeo, giungendo con il suo  esercito giusto in tempo per abbattere un gruppo di gladiatori disorganizzati, riuscì a comunicare al Senato la notizia della vittoria prima di lui, prendendosi tutto il merito di quanto era avvenuto.

In particolare, Pompeo aveva fatto sapere ai senatori che era stato Crasso ad aver avuto ragione dell’esercito degli schiavi di Spartaco, ma che era stato lui stesso ad aver estirpato definitivamente la guerra dall’Italia. Crasso, notevolmente infastidito, non si permise di insistere per ottenere un Trionfo più grande di quello di Pompeo, dal momento che non vi era particolare onore nell’aver vinto un esercito di schiavi.

Questo, tuttavia, incrinò i loro rapporti.

I due avevano però lo stesso obiettivo: diventare consoli. Crasso era già stato pretore, come richiesto dalle leggi di Silla, e aveva tutto il diritto di puntare alla suprema magistratura della Repubblica. Pompeo, invece, non era mai stato né pretore né questore e aveva solamente 34 anni, ma aveva ideato un efficace programma politico volto a ristabilire la figura del tribuno della plebe, che le riforme di Silla avevano completamente svuotato di ogni potere.

Alla fine, il Senato scelse di nominarli entrambi come consoli.  Il loro consolato, tuttavia, fu particolarmente sfortunato: i dissidi tra i due bloccarono pesantemente le iniziative politiche l’uno dell’altro, e il clima stava diventando sempre più esposto ad episodi di violenza.

L’alleanza di Crasso con Pompeo e Cesare: il primo Triumvirato

Dopo il suo amaro consolato, Crasso venne eletto censore nel 65 a.C assieme a Catulo Capitolino, il figlio di un console. In questo periodo Crasso intravide in una giovane promessa della politica romana, Giulio Cesare, un valido alleato, che aveva la capacità di attrarre a sé un grande quantitativo di voti e di preferenze.

Crasso aiutò quindi Cesare ad ottenere il ruolo di Pontifex Maximus, elargendogli importanti quantità di denaro e pagando regolarmente i suoi debiti. La mediazione che Cesare fu in grado di compiere tra Crasso e Pompeo, componendo la loro lite e riportando l’armonia fra i due, portò alla formazione di un accordo privato noto come “Primo triumvirato”.

Secondo questo accordo, Pompeo e Crasso avrebbero sostenuto la candidatura di Cesare a console nel 59 a.C, e quest’ultimo, una volta ottenuto l’incarico, avrebbe fatto emanare una serie di leggi per redistribuire le terre ai legionari veterani di Pompeo, e avrebbe consentito a Crasso di ottenere delle importanti agevolazioni nelle province orientali, per accrescere ulteriormente il suo patrimonio.

L’accordo funzionò perfettamente: nel 55 a.C, mentre Cesare aveva iniziato la conquista delle Gallie, il triumvirato si riunì nuovamente negli accordi di Lucca per rinnovare gli accordi. Crasso e Pompeo vennero eletti nuovamente consoli e fu approvata una legge che assegnava la Spagna a Pompeo e la Siria a Crasso, per i cinque anni successivi.

La missione di Crasso con i Parti e la morte

Crasso ricevette il governatorato della Provincia di Siria come prevedevano gli accordi con Cesare e Pompeo. La Provincia gli avrebbe permesso di accrescere ulteriormente la sua già enorme ricchezza. Ma a Crasso questa non bastava. Sicuramente invidioso dei successi militari di Cesare e di Pompeo, Crasso voleva attraversare il fiume Eufrate e ottenere delle vittorie militari contro l’impero dei Parti.

I consiglieri militari di Crasso gli suggerirono di procedere a ridosso della costa per poter essere costantemente riforniti dalle navi e ottenere più facilmente dei rinforzi. Ma Crasso seguì alcune indicazioni da un capo locale, Ariamnes, che aveva assistito Pompeo nelle sue campagne orientali, e che gli aveva garantito che i Parti erano deboli e disorganizzati, e che un rapido attacco gli avrebbe permesso di vincere subito la guerra.

In realtà, si trattava di un’informazione falsa, ma Crasso decise, contrariamente al parere di tutto il suo stato maggiore, di proseguire nel bel mezzo del deserto partico.  Lontani da ogni fonte di acqua e disorientati, i legionari di Crasso persero immediatamente ogni speranza. Nel 53 a.C, le legioni di Crasso vennero sconfitte da una forza dei Parti numericamente inferiore, al comando del loro generale Surena.

Una volta di fronte al nemico, Crasso credette di poter utilizzare la tipica formazione a testuggine dei soldati romani per resistere alle frecce dell’avversario. Crasso riteneva che una volta terminata la scorta di dardi, i legionari avrebbero potuto passare ad un combattimento corpo a corpo. Ma alcune riserve di frecce che erano state tenute adeguatamente nascoste, permisero ai Parti di bersagliare i legionari per diverse ore, facendone strage.

Il figlio di Crasso, Publio, cercò di risolvere la situazione con un’ultima disperata carica di cavalleria contro il nemico: fu una autentica strage. Crasso vide il figlio morire sul campo di battaglia.

Il giorno dopo, i legionari chiesero a Crasso di venire a patti con Surena: abbattuto per la morte di suo figlio, il generale accettò di incontrare l’avversario in un luogo franco. Ma quando Crasso montò a cavallo per recarsi presso il campo dei Parti e avviare i negoziati di pace, il suo tribuno Ottavio sospettò che quest’ultimi avessero teso una trappola nei confronti del suo generale e afferrò il cavallo di Crasso per le briglie compiendo un movimento improvviso.

Ne nacque un tafferuglio con gli uomini di Surena durante il quale il generale romano venne ucciso. 

Il trattamento dei Parti nei confronti del corpo di Crasso fu orribile: secondo Dione Cassio, i Parti versarono dell’oro fuso nella gola di Crasso, per schernire la sua insaziabile fama di ricchezza.

Secondo altre fonti antiche, la testa di Crasso venne mostrata durante il matrimonio fra la sorella di Artavazde e Pacoro, il figlio ed erede del Re dei Parti, Orode II. Durante la rappresentazione della tragedia greca di Euripide “Le baccanti”, infatti, un attore avrebbe esibito la testa di Crasso, e gli avrebbe dedicato dei versi di scherno di fronte al pubblico intento ad applaudire.

Secondo Plutarco, i Parti ironizzarono anche sulla memoria di Crasso: un uomo che gli somigliava per corporatura ed aspetto fisico si vestì da donna e mimò la celebrazione del trionfo romano, prendendosi gioco del generale e delle tradizioni del popolo romano.

Il prefetto del pretorio: il capo dei pretoriani

Il prefetto del Pretorio era un’alta carica dello stato durante l’Impero romano. Nato come comandante della guardia pretoriana, il corpo speciale dell’esercito dedicato alla protezione dell’imperatore, la funzione del prefetto del Pretorio si estese gradualmente non solo a responsabilità militari, ma anche a cariche legali e amministrative. 

I Prefetti del pretorio divennero infatti i principali aiutanti dell’imperatore, e alcuni di loro si sostituirono di fatto alla figura dell’imperatore in momenti fondamentali della storia romana.

Sotto Costantino I, il potere del prefetto venne notevolmente ridimensionato e il suo ufficio fu trasformato in un incarico amministrativo civile. 

I Prefetti mantennero però delle funzioni importanti dal punto del governo territoriale e continuarono ad essere nominati nell’Impero romano d’Oriente fino al regno di Eraclio, nel VII secolo d.C

Dopodiché, i Prefetti del Pretorio vennero convertiti in semplici sovrintendenti dell’amministrazione provinciale, con poteri estremamente limitati rispetto a quelli che avevano avuto nei secoli precedenti.

Le ultime tracce dei Prefetti risalgono all’impero bizantino, attorno all’840 d.C

Il prefetto del pretorio durante l’impero

Durante la prima fase dell’Impero romano, le guardie del corpo dell’imperatore, i pretoriani, erano comandati da uno, due o anche tre prefetti, scelti direttamente dall’imperatore tra la classe dei cavalieri.  Non esistevano delle regole precise o dei requisiti legali per essere nominati, e la scelta veniva compiuta secondo le preferenze personali dell’imperatore.

A partire da Alessandro Severo, la carica fu aperta anche ai senatori e qualora la scelta fosse ricaduta su un membro della classe dei cavalieri, il nuovo eletto veniva immediatamente elevato al rango senatorio.

I Prefetti del Pretorio furono regolarmente nominati  fra generali o soldati dalla grandissima esperienza, spesso uomini che si erano fatti strada nell’esercito nel corso degli anni.

La particolare posizione occupata dal prefetto del Pretorio nel sistema statale romano diede a questa figura un potere a sè stante, e il prefetto del Pretorio divenne ben presto uno degli uomini più potenti di Roma.

Gli imperatori cercarono costantemente di controllare i pretoriani, a volte tramite un sistema di donazioni, a volte concedendogli degli aumenti di grado, ma nonostante questo, gli stessi pretoriani organizzarono diversi colpi di stato, che contribuirono ad un frequente ricambio nella successione imperiale.

Alla lunga, i pretoriani arrivarono a destabilizzare sistematicamente lo Stato romano, contrariamente al motivo stesso per cui erano stati fondati da Augusto.

Il prefetto del pretorio come amministratore finanziario

Oltre alle sue classiche funzioni militari, il prefetto del Pretorio sviluppò giurisdizione su altri aspetti più civili, fra cui l’intervento in caso di crimini, non in qualità di delegato ma come rappresentante ufficiale dell’imperatore. Soprattutto nei casi in cui si dimostrava palesemente incapace di svolgere il suo ruolo, il prefetto del Pretorio divenne di fatto il “facente veci” dell’imperatore.

Al tempo di Diocleziano, il prefetto del Pretorio era ormai diventato una specie di Primo Ministro.

Consapevole della loro funzione, Diocleziano operò una prima riforma di questo ufficio: nell’ambito della tetrarchia, il sistema di governo che aveva diviso l’Impero romano in quattro zone con altrettanti imperatori, ogni area aveva il proprio prefetto del Pretorio, con il compito di sovrintendere alle questioni militari e amministrative, mentre la funzione di protezione dell’imperatore venne delegata a gruppi di guardie del corpo.

Più tardi, l’imperatore Costantino, che per raggiungere il potere era stato costretto ad annientare proprio l’esercito dei pretoriani del rivale Massenzio, operò una ulteriore riforma di questa carica fondamentale.

I Prefetti “semplici” divennero responsabili dell’approvvigionamento logistico dell’esercito, senza il potere che aveva contraddistinto questa figura nei secoli precedenti,  mentre il capo della guardia pretoriana si trasformò in “direttore finanziario”, con il compito di redigere il bilancio globale dell’impero.

Divenne responsabile di tutti gli obblighi tributari che venivano imposti agli abitanti più ricchi dell’impero, e il suo parere era estremamente importante, tanto che nel 331 d.C, Costantino confermò che una sentenza emanata direttamente dal prefetto del Pretorio in ambito finanziario non poteva essere appellata.

In questa epoca storica, le capacità militari del capo della Guardia pretoriana divennero praticamente irrilevanti, e il vero requisito  per ricoprire l’incarico era una profonda conoscenza del diritto romano e ampie capacità di gestione e di amministrazione tributaria.

Sempre sotto Costantino I, l’istituzione del Magister militum privò del tutto il prefetto del Pretorio del suo carattere militare, e questa figura rimase la più alta carica civile dell’impero.

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, e la creazione dei regni romano barbarici, il prefetto del Pretorio mantenne sostanzialmente delle funzioni amministrative: sappiamo che il Re ostrogoto Teodorico il grande, suddito nominale della corte di Costantinopoli, mantenne intatta la figura e le funzioni che erano state stabilite in epoca classica.

La coppa di Licurgo: la nanotecnologia degli antichi romani

La coppa di Licurgo è una coppa di vetro dell’antica Roma datata IV secolo d.C realizzata con vetro dicroico, che mostra un colore diverso a seconda della sorgente dell’illuminazione. La coppa si presenta di colore rosso quando viene illuminata da dietro e verde quando illuminata davanti.

Si tratta dell’unico oggetto di vetro del periodo romano giunto integro fino a noi e dotato di queste caratteristiche straordinarie. La coppa di Licurgo è quella che mostra il cambiamento di colore più impressionante di tutti i reperti a nostra disposizione ed è stato descritto dai principali esperti del mondo come “il vetro più spettacolare del periodo antico che sappiamo essere esistito “.

La coppa costituisce anche un raro esempio di coppa diatrèta, realizzata con una gabbia di metallo che sorregge la tazza dove il vetro è stato accuratamente tagliato e molato per far risaltare la gabbia decorativa sulla superficie.

Il reperto è interessante anche sotto il profilo artistico: la maggior parte delle coppie di questo tipo è dotata di un semplice disegno geometrico astratto, mentre questo esemplare mostra una composizione di figure che racconta la leggenda del Re Licurgo che tentò di uccidere Ambrosia, seguace del Dio Dioniso. La ragazza viene trasformata in una liana che si attorciglia attorno al Re infuriato e lo soffoca fino ad ucciderlo.

L’effetto dicroico è stato ottenuto aggiungendo alle vetro delle nanoparticelle di oro e di argento disperse in maniera uniforme. Il processo utilizzato per ottenere questo risultato rimane assolutamente poco chiaro, ed è probabile che non sia stato né voluto né compreso dagli stessi produttori, i quali potrebbero aver raggiunto l’obiettivo con una contaminazione accidentale da parte di polvere d’oro e di argento macinata durante lavorazioni precedenti.

La quantità straordinariamente piccola di oro e di argento lascia pensare che i vetrai potrebbero non essersi nemmeno resi conto di quanto stavano realizzando. Comunque sia, l’effetto ottenuto è decisamente fuori dal comune.

La storia della Coppa di Licurgo

La coppa venne realizzata a Roma o ad Alessandria d’Egitto nel periodo dal 290 al 325 d.C in misura 16,5 cm x 13,2 cm. 

La coppa potrebbe essere stata destinata alle celebrazioni del culto del Dio Bacco, rito della vita religiosa romana ancora attivo intorno al 300 d.C. Una lettera presumibilmente dell’imperatore Adriano a suo cognato Serviano, citata nella biografia della Historia Augusta, ricorda esattamente il dono di due coppie dicroiche.

Il testo recita: “Ti ho inviato due coppe che cambiano colore, presentatemi dal sacerdote di un tempio. Sono dedicate a te e a mia sorella. Vorrei che tu li usassi nei banchetti nei giorni di festa”.

Date le eccellenti condizioni  di conservazione è probabile che, come tanti altri oggetti di lusso del periodo romano, sia sempre stata conservata fuori dalla terra: il più delle volte questi oggetti venivano mantenuti al sicuro nei tesori delle Chiese cristiane. In alternativa, potrebbe essere stata conservata e recuperata all’interno di un sarcofago.

La storia successiva della coppa è poco conosciuta: ne troviamo menzione solamente in una stampa del 1845, quando uno scrittore francese disse di averla vista “alcuni anni fa, nelle mani di M. Dubois”. Siamo certi che il magnate Lionel de Rothschild lo possedeva nel 1857 tanto che l’esploratore Gustav Friedrich Vagen lo vide nella collezione del Rothschild e lo descrisse in condizioni “barbare e degradate”.

L’attuale piede in bronzo dorato che fa da supporto alla coppa è stato aggiunto attorno al 1800, suggerendo che questo potrebbe essere uno degli oggetti prelevati dai tesori rubati durante la rivoluzione francese. 

Nel 1862 Rothschild lo prestò ad una mostra che si tenne all’attuale Victoria and Albert Museum, dopo di che, sparì dalla circolazione fino al 1950. Nel 1958 Lord Rothschild lo vendette al British Museum per ventimila sterline, di cui 2000 vennero donate alla fondazione Art Sound.

Nel 1958 il piede venne rimosso dai esperti del British Museum e fu ricongiunto alla coppa solo nel 1973.

La coppa fa ora parte del dipartimento di preistoria e storia dell’Europa del British Museum, esposta ed illuminata da dietro nella sala 50. Nel 2015 venne nuovamente esposta con un nuovo allestimento nella stanza 2A, con una sorgente luminosa mutevole che mostrava efficacemente il cambiamento di colore agli occhi dei visitatori. Nell’ottobre del 2015 il reperto è stato spostato nella sala 41.

L’iconografia della Coppa di Licurgo

La figura del Re di Tracia Licurgo, legato da una vite e nudo senza calzature, è affiancata a sinistra da Ambrosia, accovacciata, in scala notevolmente ridotta. Dietro di lei, uno dei satiri del Dio Dioniso (mostrato in forma umana) sta su un solo piede mentre si prepara a scagliare una grande roccia contro il Re Licurgo. 

Alla destra di Licurgo viene mostrata una figura del Dio Pan, e ai suoi piedi una pantera dall’aspetto più simile ad un cane, il tradizionale compagno di Dioniso, il cui volto è scomparso ma che presumibilmente stava per attaccare il Re, mordendolo al braccio destro.

Dioniso porta un Tirso, il bastone speciale del Dio e dei suoi seguaci: il suo abito ha una connotazione orientale, forse indiana, che riflette l’iconografia degli antichi greci, che attribuivano a questo Dio un’origine appunto orientale.

È stato suggerito da alcuni studiosi che questa scena, non molto comune nelle produzioni romane, fosse in realtà un riferimento alla sconfitta dell’imperatore Licinio, battuto da Costantino I nel 324 d.C. Un’altra ipotesi è che il cambiamento di colore dal verde al rosso rifletta il grado di maturazione dell’uva, il che si accorderebbe perfettamente con la rappresentazione della scena che coinvolge il Dio del vino.

L’immagine del Dio Dioniso e dell’attacco al Re Licurgo ha alcune rappresentazioni simili: il parallelo più vicino alla scena rappresentata sulla coppa è in uno dei mosaici absidali che si trovano nella villa del Casale in Piazza Armerina a Roma. Vi è anche un mosaico ad Antiochia sull’Oronte e una rappresentazione simile in un sarcofago del secondo secolo che si trova a Villa Parisi, presso Frascati.

C’è anche un mosaico pavimentale di Vienna che rappresenta il solo Re Licurgo attaccato dalla vite.

Le caratteristiche del vetro della Coppa di Licurgo

Per ottenere questo straordinario risultato, si stima sia stata aggiunta una parte di argento ogni 330 milioni parti di vetro, e una parte d’oro ogni 40 milioni parti di vetro.

Le particelle hanno un diametro di circa 70 nanometri e sono state incorporate nel vetro, e dunque non possono essere viste se non al microscopio elettronico a trasmissione: le dimensioni di queste particelle si avvicinano alle dimensioni della lunghezza d’onda della luce visibile, tanto da verificarsi un effetto noto come “Risonanza plasmonica di superficie “.

Le particelle formano una lega di argento e oro che influisce sulla luce: se illuminate da dietro, le minuscole particelle metalliche sono abbastanza grandi da riflettere la luce senza eliminare l’onda di trasmissione. Nella luce trasmessa, le particelle disperdono l’estremità blu dello spettro in modo più efficace rispetto all’estremità rossa: il colore rosso è dunque quello che “rimane” ed è quello osservabile ad occhio nudo.

La stessa cosa, ma con un effetto finale verde, avviene se la sorgente della luce è opposta.

L’interno della coppa e perlopiù liscio, ma dietro le figure principali il vetro è stato scavato più del necessario, dando un colore uniforme quando attraversato dalla luce. Questa è una caratteristica unica tanto che gli studiosi non credono in una azione volontaria da parte dei creatori, quanto da un incidente dovuto forse a un ripensamento in corso d’opera.

Forse per un incidente di fabbricazione che i vetrai sono stati costretti a correggere durante il tempo ha permesso, loro malgrado, di far risplendere la luce con ancora più efficacia.

Il grande incendio di Roma del 18 luglio 64 d.C. Tutta la storia

Il grande incendio di Roma fu un incendio urbano avvenuto il 18 luglio del 64 d.C, sotto l’imperatore Nerone.

L’incendio divampò nelle botteghe dei mercanti che si trovavano attorno al Circo Massimo, esattamente la notte del 19 luglio. Dopo 6 giorni l’incendio venne domato, ma prima che si potessero valutare i danni, questo si riaccese e continuò a bruciare per altri tre giorni.

All’indomani dell’incendio, due terzi della città di Roma erano andati completamente distrutti.

Secondo Tacito e soprattutto secondo la tradizione Cristiana successiva,  l’imperatore Nerone incolpò della devastazione la comunità cristiana presente in città,  dando inizio alla prima persecuzione dell’impero nei confronti dei Cristiani.

I precedenti incendi registrati nella città di Roma

Anche se l’incendio del 64 d.C fu particolarmente devastante ed entrò per sempre Nella  storia, Roma aveva una lunga tradizione di incendi precedenti. In particolare:

  • Nel 6 d.C,  un incendio distrusse la stazione dei Cohortes Vigiles
  • Nel 12 d.C venne distrutta la basilica Julia
  • Nel 14 d.C venne distrutta la basilica Emilia
  • Nel 22 d.C un incendio compromise gran parte delle strutture del Campo Marzio
  • Nel 26 d.C un incendio colpi il colle Celio
  • Nel 36 d.C un incendio distrusse gran parte del Circo Massimo

La dinamica del grande incendio di Roma del 64 d.C

Secondo lo storico Tacito, l’incendio divampò nelle botteghe dove erano immagazzinati alcuni beni infiammabili, ed in particolare nella regione del Circo Massimo, posizionata tra i colli Celio e Palatino, nel cuore di Roma.

La notte era ventosa e le fiamme si propagarono con particolare rapidità per tutta la lunghezza del Circo Massimo. L’incendio si estese ad un’area composta da strade strette e tortuose e attecchì soprattutto nei condomini vicini.

Roma era caratterizzata da grandi condomini, con poco spazio tra l’uno e l’altro, realizzati prevalentemente in legno, e dunque facilmente infiammabili.

In quella zona dell’antica Roma non c’erano inoltre dei grandi edifici con particolare spazio, come i templi, che potessero rallentare la diffusione delle fiamme.

L’incendio si diffuse poi lungo le pendici del Palatino e del Celio, ingrossandosi sempre di più.

La popolazione fuggì prima nelle zone che non erano ancora state colpite dall’incendio e poi nei campi aperti e nelle strade rurali che si trovavano nella campagna immediatamente circostante.

Diversi saccheggiatori e piromani avrebbero approfittato della situazione per appiccare ulteriori incendi secondari tramite il lancio di torce oppure, agendo in gruppo, ostacolando l’adozione delle misure necessarie per rallentare o arrestare l’avanzata delle fiamme.

Diverse fonti antiche, soprattutto Tacito, ci riportano la presenza di alcuni gruppi che appiccavano sistematicamente fuoco ai condomini non ancora invasi dalle fiamme ed interrogati sul motivo per cui si stavano comportando in quel modo, alcuni responsabili avrebbero detto di essere stati pagati per farlo.

Il fuoco si fermò spontaneamente dopo sei giorni di combustione continua. Tuttavia, prima che si riuscisse a capire esattamente da dove avevano avuto origine le fiamme, l’incendio si riaccese e bruciò per altri tre giorni.

Dei 14 distretti di Roma, tre furono totalmente devastati, altri 7 furono ridotti a cumuli di rovine bruciate e solamente quattro sfuggirono completamente ai danni provocati dalle fiamme. 

Tra i principali monumenti che vennero totalmente rasi al suolo dalla furia del fuoco vi fu il tempio di Giove Statore, la casa delle vestali, lo stesso palazzo di Nerone, la Domus transitoria. Anche una importante porzione del Foro venne totalmente rasa al suolo, una zona chiave della città dove vivevano e lavoravano ogni giorno ai senatori romani.

Il comportamento dell’imperatore Nerone

Nell’anno in cui scoppiò il grande incendio di Roma, il 64 d.C, l’imperatore in carica era Nerone. 

Nerone non godeva di una buona reputazione: dopo cinque anni di amministrazione illuminata, sostenuta dal suo principale consigliere, Seneca, avviò una serie di omicidi e diede il via ad un governo dominato dall’impulsività e dalla propria tirannia personale.

Tuttavia, secondo il resoconto di Tacito, al momento dello scoppio delle fiamme Nerone si trovava lontano da Roma, e precisamente nella città di Anzio.  Sembra che Nerone sia tornato al più presto in città prendendo subito quelle misure necessarie per fornire cibo agli sfollati, aprendo addirittura degli edifici pubblici e dei giardini privati per accogliere al meglio i rifugiati.

L’Imperatore si prodigò in una rapidissima ricostruzione: attraverso l’emanazione di nuove lungimiranti regole edilizie, Nerone avviò la ricostruzione dei principali monumenti che erano andati distrutti.

Queste misure furono accompagnate anche da alcune leggi volte a frenare gli eccessi della speculazione edilizia: probabilmente l’imperatore tenne conto che a provocare o ad esagerare l’incendio vi furono diversi piromani, mandati appositamente da imprenditori senza scrupoli.

Nerone colse l’occasione per tracciare un nuovo piano urbanistico di Roma, che ancora oggi si può scorgere nella pianta della città. Ricostruì gran parte dell’area distrutta e fece costruire un enorme complesso edilizio, sua residenza personale, nota come Domus Aurea, a sostituire la Domus transitoria che era stata mangiata dalle fiamme.

Le ipotesi sul reale andamento dell’incendio

Sull’incendio del 64 d.C abbiamo diversi resoconti storici.  I resoconti primari, ovvero quelli redatti dai testimoni oculari dell’incendio, appartenevano a Fabio Rustico, Marco Rufo e Plinio il Vecchio, ma purtroppo non sono sopravvissuti. Disponiamo infatti di tre fonti secondarie: Dione Cassio, Svetonio e Tacito.

Riassumendo le ipotesi sull’andamento dell’incendio, vi sono diverse versioni riguardanti la dinamica delle fiamme e il comportamento dell’imperatore Nerone.

L’ipotesi dell’incendio scatenato per distruggere la città

Una prima ipotesi si basa sulla congettura che Nerone abbia coltivato nel corso del tempo il profondo desiderio, completamente folle, di distruggere la città di Roma. Per questo motivo avrebbe inviato segretamente dei propri piromani che, fingendo di essere ubriachi, avrebbero appiccato le fiamme. Nerone avrebbe osservato dal suo palazzo, sul colle Palatino, la città di Roma che andava a fuoco, addirittura, secondo Dione Cassio, cantando e suonando la lira. 

Sempre relativamente a questa versione, vengono citati altri luoghi da cui Nerone potrebbe aver cantato, che sono la torre di Mecenate sull’Esquilino o un proprio palco privato in una delle sue residenze.

L’ipotesi dell’incendio per ricostruire Roma

Una seconda ipotesi indica un Nerone motivato a distruggere la città di Roma, ma non per il semplice gusto di vederla distrutta, quanto per poter aggirare la necessità di ottenere il permesso dal Senato e ricostruire la capitale a suo piacimento.

L’ipotesi secondo cui Roma si trovava fuori città

Secondo Tacito, l’incendio fu un puro incidente, dovuto certamente alla poca manutenzione da parte dell’imperatore, ma senza una volontà dolosa. Al momento dello scoppio dell’incidente, Nerone si sarebbe trovato nella sua villa di Anzio, del tutto estraneo alla partenza delle fiamme.

L’ipotesi della colpa riversata sui cristiani

Quest’ultima ipotesi attribuisce a Nerone la volontà di appiccare l’incendio a Roma. Tuttavia, volendo riversare la colpa su qualcun altro e scagionare se stesso dalle accuse, avrebbe preso come capro espiatorio la setta dei Cristiani, che apparivano già particolarmente impopolari ai cittadini romani e praticavano dei rituali abbastanza incomprensibili, che ben si prestavano alla sua accusa.

Marco Furio Camillo. Vita e leggenda del salvatore di Roma

Marco Furio Camillo (446-365 a.C) fu un generale e statista romano appartenente alla classe dei Patrizi. Secondo gli storici antichi Tito Livio e Plutarco, Camillo trionfò quattro volte contro i nemici dei romani, venne eletto per cinque volte dittatore e venne persino onorato del titolo di “Secondo fondatore di Roma”, dopo Romolo.

Giovinezza e primi incarichi di Marco Furio Camillo

Marco Furio Camillo nacque nel 446 a.C dalla Stirpe dei Furii Camilli, che erano originari della città Latina di Tusculum. Tusculum fu dapprima una acerrima nemica dei romani, ma già dal 490 a.C, quando le popolazioni appenniniche dei Volsci e degli Equi dichiararono guerra contro Roma, i tuscolani, a differenza della maggior parte delle città latine, offrirono il proprio supporto ai romani.

I Furii si integrarono molto presto nella società, cominciando ad essere ripetutamente eletti per una serie di cariche e magistrature via via sempre più importanti. Attorno al 450 a.C, i Camilli erano una delle più importanti famiglie romane, dotati di una profonda influenza sulla politica.

Il padre di Camillo era Lucius Furius Medulinus, un patrizio che era stato più volte nominato tribuno ed investito dei poteri consolari, mentre un altro parente di Camillo, Quintus Furius Paculus era stato eletto pontefice massimo, come ci racconta Plutarco.

In quel periodo, Roma era caratterizzata da una lotta tra classi sociali: da un lato i patrizi volevano tenere esclusivamente per loro il consolato, la più importante carica repubblicana, mentre i plebei premevano per poter accedere a questa fondamentale magistratura.

Una sorta di compromesso era stato raggiunto creando la figura del “tribuno consolare”: si trattava della carica meno prestigiosa del tribuno, e per questo più adatta ad una candidato plebeo, che aveva quasi gli stessi poteri di un console patrizio.

Il fatto che diversi appartenenti alla famiglia dei Camilli fossero riusciti a raggiungere la carica di tribuno consolare, dimostra il prestigio di cui godevano i parenti di Furio Camillo.

L’inizio della carriera militare di Furio Camillo

Camillo si era già distinto sul piano militare durante le guerre contro gli Equi e i Volsci. Venne eletto tribuno militare, mentre nel 403 a.C fu nominato censore assieme a Marco Postumio Albino. Durante la sua carica operò una ampia tassazione della popolazione per risolvere alcuni problemi finanziari che derivavano dalle incessanti e costosissime campagne militari degli ultimi anni.

Nel 406 a.C, Roma dichiarò guerra alla città etrusca di Veio, che già da diversi anni le contendeva il primato nel Lazio. La città di Veio era particolarmente sviluppata e si trovava in un luogo elevato e molto ben fortificato. Questo richiese ai romani l’inizio di un assedio che si prolungò per diversi anni.

Nel 401 a.C, mentre la guerra cominciava a diventare sempre più impopolare a Roma, e gli aristocratici iniziavano a domandarsi la reale utilità di quel conflitto, Camillo fu nominato tribuno con poteri consolari.

Assunse personalmente in comando dell’esercito e condusse in poco tempo due assalti a città vicine ed alleate di Veio, precisamente a Saleri e Capena, che opposero una strenua resistenza. Nel 398 a.C, Camillo riuscì a spezzare la resistenza di Capena e a saccheggiare la città.

Quando Roma subì delle gravi sconfitte, attorno al 396 a.C, nel decimo anno della lunga guerra contro Veio, i romani ricorsero alle abilità militari di Camillo, nominandolo dittatore e capo supremo dell’esercito.

Camillo sbaragliò i nemici nella battaglia di Nepete, una città oggi vicina a Viterbo, nel Lazio, e comandò l’assalto finale contro Veio.

Per ottenere questo straordinario risultato, Camillo ordinò di scavare il terreno per superare le mura nemiche: i romani furono in grado di infiltrarsi efficacemente attraverso il sistema fognario della città, sbucando all’interno del perimetro nemico e battendo gli avversari.

I romani riservarono a Veio un trattamento devastante: massacrarono l’intera popolazione maschile adulta e resero schiave tutte le donne e i bambini, saccheggiando la città.

Tornato a Roma, Camillo sfilò in processione e in trionfo su una quadriga, un carro trainato da quattro cavalli: i festeggiamenti popolari per la sua vittoria durarono per ben quattro giorni. Plutarco narra in maniera efficace la straordinarietà dei festeggiamenti riservati alla vittoria di Camillo:

“Camillo assunse su di sé sia poteri da magistrato civile che militare: nell’orgoglio e nella superbia del suo Trionfo, guidò per Roma un carro trainato da quattro cavalli bianchi, cosa che nessun generale né prima né dopo di lui fece. I romani considerarono questo tipo di processione un atto sacro, che veniva riservato solamente agli Dei. Ciò sconvolse i cuori dei suoi concittadini, che non erano abituati a tanta ostentazione.”

All’indomani della vittoria su Veio, la fazione politica dei popolari propose di trasferire la metà dei cittadini romani nella città appena conquistata. Questa operazione mirava a risolvere i gravi problemi di povertà che stavano affliggendo la popolazione, ma i patrizi si opposero fermamente a tale iniziativa, e anche Camillo diede parere negativo.

Con un’astuta mossa politica, Camillo prolungò volontariamente la votazione di questo provvedimento, impedendo che avesse attuazione.

Camillo si rese protagonista di un altro atto che danneggiò la sua reputazione: non ottemperò al giuramento di dedicare un decimo del bottino che aveva conquistato a Veio al santuario di Delfi in onore del Dio Apollo. I sacerdoti romani avvisarono che il suo diniego avrebbe dispiaciuto gli Dei, e così il Senato impose delle tasse straordinarie nei confronti dei cittadini per raccogliere rapidamente il necessario ad onorare la promessa di Camillo.

Dal momento che i Falerii, l’ultima grande popolazione ad opporsi alla crescente potere di Roma, stavano eseguendo delle nuove incursioni militari ai danni della città, Camillo venne nuovamente nominato tribuno consolare nel 394 a.C. Questo conflitto ebbe l’effetto di appianare momentaneamente il diverbio tra le diverse classi sociali di Roma, e unire tutti i cittadini contro un unico nemico comune.

Camillo assediò la città di Falerii e ottenne una nuova vittoria, ma questa volta non con la violenza.

In realtà, un traditore dei Falerii aveva proposto a Camillo di consegnargli la maggior parte dei ragazzi appartenenti alle famiglie aristocratiche della città, per spingere i suoi concittadini ad arrendersi. Camillo rifiutò sprezzante la proposta e il popolo dei Falerii, impressionato dalla grandezza del suo animo, decise di chiedere la pace a Roma.

Le popolazioni dell’intera penisola italiana vennero profondamente colpite dalle vittorie romane ottenute da Furio Camillo: anche gli Equi, i Volsci e la città di Capena inviarono degli ambasciatori per trattare la pace. Grazie all’intervento di Camillo, Roma aumentò il territorio sotto il suo controllo del 70%, e una buona parte della nuova terra conquistata venne distribuita ai cittadini più bisognosi.

Roma era così diventata la nazione più potente della penisola centrale.

L’esilio di Marco Furio Camillo

Nonostante le vittorie militari che avevano dato a Roma un nuova prospettiva, gli aristocratici iniziarono a muovere nei confronti di Furio Camillo delle accuse di appropriazione indebita: a Camillo venne contestato il fatto che nella città di Faleri non venne raccolto il bottino che ci si aspettava, e le accuse sospettavano che si fosse intascato gran parte delle ricchezze.

Inoltre, Camillo si era opposto alla redistribuzione delle terre che la popolazione romana aveva guadagnato conquistando Falerii, il che peggiorò ulteriormente la sua posizione politica.

Iniziarono dei processi contro Camillo per capire dove fosse finito il bottino: al termine del procedimento, Camillo venne riconosciuto colpevole e i magistrati gli proposero due opzioni, quella di pagare una multa o di andare in esilio.

Il generale, fortemente offeso dalle accuse mosse nei suoi confronti, scelse di abbandonare Roma, assieme alla moglie e a suo figlio Lucio, stabilendosi ad Ardea.

Camillo fu comunque condannato a pagare 1500 denari in contumacia.

Il ritorno dall’esilio e la guerra contro i galli di Brenno

Mentre Camillo si trovava in esilio, Roma dovette fronteggiare uno dei suoi peggiori nemici.

Le popolazioni dei Galli, che avevano già invaso gran parte dell’Etruria, raggiunsero la città di Clusium: gli abitanti di quel municipio si rivolsero immediatamente a Roma per chiedere un intervento militare. Gli ambasciatori romani, tuttavia, sottovalutarono il pericolo, provocando l’immediata reazione delle tribù galliche, che nel luglio del 390 a.C decisero di marciare direttamente contro Roma.

Dopo che l’intero esercito romano fu sconfitto nella battaglia dell’Allia, Roma si trovò indifesa di fronte agli invasori. L’intero esercito romano si ritirò nella deserta città di Veio, mentre la maggior parte dei cittadini scappò nella vicina città etrusca di Cere.

Una sola guarnigione romana oppose resistenza sul Campidoglio: i galli penetrarono all’interno della città, sfruttando le città vicine per ottenere continui rifornimenti.

Quando un distaccamento di Galli si diresse verso ad Ardea, Camillo, che viveva da cittadino privato, organizzò di sua iniziativa le forze locali per difendere la città. Camillo disse ai combattenti che stavano accorrendo in suo aiuto, che i galli erano soliti sterminare i loro nemici sconfitti senza alcuna possibilità di pietà, per ottenerne la piena collaborazione.

Camillo osservò pazientemente il comportamento dell’esercito avversario ed individuò il momento migliore per attaccare: durante i festeggiamenti per l’ultimo bottino conquistato, i galli si erano ubriacati nel loro accampamento, ed erano deboli ed indifesi.

Camillo attese la notte, li attaccò a sorpresa e li sconfisse facilmente con grande spargimento di sangue. Camillo fu immediatamente acclamato da tutti gli altri esuli della Regione.

Un messaggero si intrufolò nel Campidoglio e contattò i senatori, informandoli dei successi di Camillo: questi lo nominarono dittatore per un anno, con il compito di liberare la città dall’assedio dei Galli.

Ottenuto l’incarico ufficiale, e prendendo come base operativa Veio, Camillo radunò un esercito di 12 mila uomini, richiamando guerrieri da tutta la regione.

I galli erano riusciti nel frattempo a conquistare la città di Roma, e il loro comandante, Brenno, aveva trattato la resa con i generali romani. Le condizioni di pace per terminare l’assedio imponevano ai romani di pagare 1000 libbre d’oro.

Secondo la tradizione, per aggiungere al danno la beffa, Brenno si divertiva a modificare il peso delle bilance per umiliare l’avversario. E quando i romani osarono lamentarsi del suo comportamento scorretto, Brenno avrebbe gettato la sua spada e la sua cintura sulla bilancia gridando in latino, per farsi ben capire, “Vae victis!” ovvero “Guai ai vinti!”.

Secondo alcuni storici romani, esattamente in quel momento Camillo arrivò con il suo esercito, e dopo aver posato la sua spada sulla bilancia avrebbe replicato alla frase di Brenno: “Non con l’oro ma con il ferro si riconquista la patria!”, prima di dare ordine ai suoi uomini di attaccare.

Ne seguì una sanguinosa battaglia per le strade di Roma, ma l’esercito non riusciva a combattere efficacemente nelle stradine e nei vicoli. Per questo motivo, sia i galli che i romani, decisero di lasciare la città e di combattere in campo aperto il giorno successivo. L’esercito di Camillo fu all’altezza delle sue speranze e l’avversario gallico fu messo in rotta.

Per la sua straordinaria vittoria, e per aver di fatto salvato Roma, i concittadini acclamarono Camillo come un “secondo Romolo”, un secondo fondatore della città.

Camillo eseguì dei sacrifici in onore degli Dei per la vittoria che gli avevano concesso e ordinò La costruzione di un nuovo tempio in onore del Dio Aio Locutio.

Nel bel mezzo dei festeggiamenti, si aprì un dibattito importante: alcuni aristocratici proposero di trasferire tutti i romani a Veio, per poter ricominciare da lì la storia del loro popolo. Camillo ordinò che la proposta venisse discussa in Senato, e sostenne con grande forza la permanenza a Roma. Il Senato approvò all’unanimità la posizione di Camillo e ordinò la ricostruzione della città.

Camillo, memore delle motivazioni che lo avevano portato all’esilio, propose di dimettersi dalla sua posizione di dittatore anche prima che il suo mandato fosse terminato, ma il Senato, temendo possibili rivolte dal parte della popolazione, rifiutò la sua proposta e lo pregò di mantenere l’incarico fino a che la situazione non fosse tornata alla piena normalità.

In questo modo, Camillo fu il magistrato che ricoprì la carica di dittatore più a lungo, almeno fino a Silla e a Giulio Cesare.

La nuova guerra contro i Volsci e gli Equi

La ricostruzione di Roma durò, secondo il racconto di Plutarco nelle sue “Vite Parallele”, almeno un anno. Proprio durante quel periodo, le già sconfitte popolazioni dei Volsci e degli Equi invasero il territorio romano. Contemporaneamente alcune popolazioni latine si ribellarono, mentre gli etruschi assediarono la città di Satricum, che era da anni alleata dei romani. Per fare fronte a tale crisi, Camillo venne nuovamente nominato dittatore con pieni poteri militari.

Gli eserciti nemici assediarono direttamente Roma, e Camillo prese immediatamente in mano la situazione sconfiggendo la maggior parte degli invasori nella zona del Monte Marcio, dando fuoco alle loro palizzate e compiendo un attacco durante le prime ore dell’alba.

Successivamente, l’esercito di Camillo si spostò verso sud-est per affrontare i Volsci nella battaglia di Mecio, non lontano dalla città di Lanuvio e ottenne un’importante Vittoria. Camillo potè quindi catturare la città di Bola, la capitale degli Equi, ottenendo la loro resa incondizionata.

Camillo cercò poi di conquistare la capitale dei Volsci, Anzio, ma questa volta non ottenne successo.

Il generale romano riuscì però a conquistare Satricum: quando giunse sul luogo con il suo esercito, la città era stata appena scacciata dagli Etruschi. Camillo utilizzò la stessa tecnica che aveva avuto successo contro i galli: attese che gli etruschi si lasciassero andare a festeggiamenti, e condusse un attacco a sorpresa, battendoli facilmente.

Dopo questa ulteriore campagna vittoriosa, il dittatore celebrò il suo trionfo a Roma. Attraverso le sue imprese, i romani avevano dimostrato a tutta l’Italia la loro forza militare e la loro capacità di reagire agli attacchi.

Il tribunato consolare

Nel 384 a.C, Camillo venne nuovamente eletto tribuno consolare. La sua carica fu turbata dal carismatico Marco Manlio Capitolino, che divenne il suo più grande detrattore e che era riuscito a radunare accanto alla sua figura tutti i plebei che desideravano un riscatto sociale.

Capitolino utilizzò un attacco politico estremamente pericoloso per Camillo: iniziò ad accusarlo di voler assumere la carica di Re, qualcosa che i romani tenevano profondamente sin dalla fine della monarchia.

Per fortuna di Furio Camillo, la sua accusa apparve talmente esagerata che Capitolino fu processato e giustiziato.

Ma nuovi venti di guerra si preparavano contro Roma: le tribù latine meridionali disprezzavano il comportamento che i romani avevano tenuto nell’ultima campagna militare. Anzio e molte città dei Volsci si riunirono in una Confederazione, comprese le città latine Preneste e Velitrae.

I nemici attaccarono la città di Satricum, uccidendo tutti i cittadini romani. Per questa nuova e pericolosa crisi, Camillo fu nominato tribuno consolare per la sesta volta.

La salute di Camillo iniziava a dare segni di cedimento, e il generale chiese di poter andare in pensione. La sua proposta venne tuttavia rifiutata dal Senato, che aveva bisogno ancora una volta del suo intervento.

Camillo decise allora che il suo comando sarebbe stato affiancato dal figlio Lucio: sul campo di battaglia Lucio cercò di comportarsi come un bravo generale, ma la complessità delle azioni militari era tale che Camillo fu costretto ad intervenire personalmente per sconfiggere il nemico.

Camillo si diresse poi a Satricum con il suo esercito e la città fu finalmente liberata.

Dal momento che molti prigionieri di guerra provenivano da Tuscolo, Camillo scelse di annettere la città senza ulteriore spargimento di sangue, e anzi i suoi cittadini furono dotati dei pieni diritti della cittadinanza romana. Questo trattamento di favore fu certamente dovuto al fatto che la stessa famiglia di origine di Camillo proveniva proprio da Tuscolo.

Dopo questi eventi, Camillo decise che si sarebbe ritirato definitivamente a vita privata.

La nuova carica di dittatore contro Velletri

Nonostante le sue intenzioni, Camillo venne nuovamente nominato dittatore per condurre la guerra contro Velletri. Ma le continue nomine a favore di Camillo avevano anche una finalità politica: i patrizi del Senato progettavano di utilizzare Camillo come leva contro le agitazioni dei plebei, dal momento che il conflitto tra le classi sociali era notevolmente peggiorato a causa di una grave crisi economica.

Il tema della possibilità da parte dei plebei di poter concorrere per il consolato era tornato violentemente alla ribalta: Camillo si schierò nuovamente dalla parte degli aristocratici e organizzò una falsa leva militare per impedire ai plebei di incontrarsi nelle assemblee e approvare un nuovo proposta di legge in tal senso.

I membri dell’assemblea plebea si accorsero delle macchinazioni di Camillo e proposero di punirlo costringendolo a dimettersi dalla sua carica di dittatore.

Ma appena giunta la notizia che i galli erano nuovamente in marcia verso il Lazio, tutti i cittadini misero da parte le loro divergenze: Camillo venne nominato dittatore per la quinta volta nel 367 a.C, e gli fu dato il compito di organizzare immediatamente la difesa di Roma.

Per iniziativa di Camillo, tutti i soldati romani furono dotati di una nuova armatura protettiva contro la più pericolosa arma Gallica, la loro spada pesante. Vennero infatti introdotti degli elmi di ferro e degli scudi cerchiati di ottone per resistere ai fendenti degli avversari.

Inoltre, Camillo dotò l’esercito romano di lunghe aste per poter tenere le spade del nemico a debita distanza.

L’esercito dei Galli si accampò presso il fiume Anio, carico del bottino appena catturato dalle città che avevano incontrato sul loro percorso. Posizionando le sue spie nei pressi dell’avversario, vicino ai Colli Albani, Camillo scoprì nuovamente la disorganizzazione dei Galli, dovuta alle continue feste in cui erano intenti.

Così, appena prima dell’alba, la fanteria leggera dei romani distrusse le difese galliche mentre la fanteria pesante e i picchieri attaccarono il nemico, facendone strage.

Dopo la battaglia, Velitrae decise di arrendersi volontariamente a Roma. Così Camillo potè tornare nella capitale per festeggiare un altro trionfo.

La soluzione del conflitto sociale e la morte di una leggenda

Dopo questa ennesima vittoria, la questione relativa al consolato per i plebei riesplose. I Patrizi si rifiutavano di scendere a compromessi e cercarono nuovamente protezione dietro la figura di Camillo. A questo punto, i plebei proposero addirittura di arrestare il dittatore, ma questo convocò tempestivamente una seduta del Senato e lo convinse a cedere finalmente alle richieste popolari.

Venne così emanata una delle più importanti leggi dell’intero diritto romano, la Licina Sextia, del 367 a.C, con cui finalmente anche i plebei potevano concorrere alla carica di console. Fu Inoltre creata una nuova magistratura aperta sia ai patrizi e ai plebei, la pretura.

L’istituzione della nuova magistratura venne seguita da celebrazioni di gioia generale: Camillo, che con il tempo aveva capito l’importanza di includere i plebei all’interno delle più alte cariche della Repubblica, ordinò la costruzione del Tempio della Concordia, che sarebbe sorto accanto al Foro romano.

Arrivato ad un età matura, furio Camillo rimase come uno dei Padri nobili della politica romana. Ma una mortale pestilenza che colpì Roma e decimò molti dei notabili e degli aristocratici, portò via anche Camillo, che morì nel 365 a.C.

La sua morte venne pianta amaramente da tutta la cittadinanza romana, che lo nominò, per sempre, “Secondo fondatore di Roma”.

Cosa fare dei simboli del passato?

0

Un interessante articolo sul New York Times pone una domanda molto curiosa a cui dare una risposta è davvero complesso. Riportiamo un estratto dell’articolo per comprendere subito l’argomento.

Gli antenati della mia famiglia, i Bibb, furono figure chiave nella fondazione dell’Alabama. Il mio prozio era il governatore territoriale, nominato da James Monroe, ed è stato eletto al governatorato dell’Alabama. Questi antenati avevano piantagioni e schiavi.

Possiedo un grande ed elegante ritratto di questo governatore proprietario di schiavi, William Wyatt Bibb (1781-1820). Questo ritratto occupava un posto d’onore nella casa della mia infanzia e campeggia sulla mensola del camino del mio soggiorno. Ho persino chiamato uno dei miei figli Wyatt in onore del governatore. In precedenza, non pensavo molto al ruolo della famiglia Bibb rispetto la schiavitù. Ora l’ho fatto, e ho dei dubbi sulla posizione del ritratto di un antenato che ora rappresenta un problema.

Questo articolo pone un problema molto importante: cosa fare del nostro passato?

Per “italianizzare” il quesito possiamo modificare il ritratto con un dipinto dedicato ad un nostro nonno, che per esempio aderì autonomamente al fascismo. Fu persona che non fece particolare male, ma sicuramente non si mosse in quella linea di ricerca della libertà che ora per noi sarebbe naturale e doverosa. Fu magari anche un buon nonno, ci ricordiamo anche di qualche momento reale visto da piccoli, e inoltre fu un buon padre. Ma ha quella macchia che non lo rende più una persona completamente pulita.

Che fare del suo ritratto? Buttarlo, rinnegare ciò che è stato per la nostra famiglia? O tenerlo e incorrere nelle ire di chi magari ricordando chi è ci imputa una commistione con gli ideali del passato?

E’ una domanda a cui dare una risposta univoca è difficile. Certamente la storia, perché di questo si tratta, non va vista e analizzata con i canoni morali e legislativi di oggi. Ma tenere in salotto un dipinto di qualcuno lo fa diventare un nostro simbolo odierno?

E’ la stessa domanda per cui in molte parti del mondo stanno togliendo l’immagine di Cristoforo Colombo che da navigatore e da scopritore di nuove terre non si limitò per nulla ad usare la schiavitù e ad uccidere. Nel suo tempo era considerato normale, era una pratica accettata. Con lo sguardo di oggi non è più possibile vederlo come una brava persona, come un esploratore dai buoni sentimenti. Dobbiamo eliminarne ogni sua traccia. Però stiamo giudicando la storia con un animo diverso da quello del tempo.

Non si tratta di pochi anni o decenni, stiamo parlando di centinaia di anni, e di una società completamente diversa.

I simboli e le immagini antiche quindi fanno di noi delle cattive persone? Se abbiamo una foto di Gengis Khan siamo dei brutali guerrieri?

Il commercio su larga scala di schiavi nel medioevo era principalmente confinato al sud e all’est dell’Europa.

La schiavitù nell’Europa altomedievale era così comune che la Chiesa cattolica la proibì ripetutamente, o almeno l’esportazione di schiavi cristiani in terre non cristiane, come ad esempio al Concilio di Coblenza (922), al Concilio di Londra (1102) ( che mirava principalmente alla vendita di schiavi inglesi all’Irlanda) e il Consiglio di Armagh (1171). La servitù della gleba, al contrario, era ampiamente accettata. Nel 1452 papa Niccolò V emanò la bolla pontificia Dum Divers, concedendo ai re di Spagna e Portogallo il diritto di ridurre in schiavitù perpetua i “saraceni (musulmani), pagani e ogni altro miscredente“, legittimando la tratta degli schiavi a seguito della guerra. L’approvazione della schiavitù in queste condizioni fu riaffermata ed estesa nella sua bolla Romanus Pontifex del 1455.

Alla luce di questo, se un nostro antenato fosse riconducibile al tempo ed ebbe schiavi? Lo cancelliamo dal nostro albero genealogico? Oppure decidiamo che allora era una procedura “normale”?

Il ragionamento è molto complesso, ma va fatto.

Antinoo: il bellissimo amante dell’imperatore Adriano

Antinoo (110-130 d.C) fu un giovane della Bitinia, una antica provincia romana situata nell’odierna Asia minore, che intrecciò una relazione sentimentale e omosessuale con l’imperatore Publio Elio Adriano. Il ragazzo accompagnò l’imperatore durante i suoi viaggi attraverso le province orientali dell’impero, e alla sua tragica morte, avvenuta per annegamento nelle acque del Nilo, la sua figura venne divinizzata, raggiungendo per un certo periodo una popolarità simile a quella di Gesù.

La giovinezza di Antinoo e l’incontro con l’imperatore Adriano

Di Antinoo abbiamo poche informazioni: sappiamo che nacque nel 110 d.C, nella città di Claudiopolis, che si trovava in Bitinia, una provincia romana situata nell’Asia minore che corrisponde all’odierna Turchia nord-occidentale.

Molto probabilmente il ragazzo era di buona famiglia e di estrazione nobile: non abbiamo delle specifiche fonti che ce lo indicano in maniera inequivocabile, ma il fatto che abbia partecipato a degli eventi pubblici alla presenza dell’imperatore Adriano e che abbia avuto modo di interloquire con lui, lo colloca certamente presso una famiglia moderatamente agiata.

L’imperatore Adriano impiegò gran parte del suo tempo a viaggiare per tutto l’impero, e da innamorato dell’arte della cultura greca, nel 123 d.C era intento a visitare le zone orientali dei possedimenti romani.

Una delle tappe fondamentali del suo viaggio fu la città di Nicomedia, che l’imperatore scelse di visitare in quanto era stata appena colpita da una grave terremoto ed erano stati stanziati dei fondi per la ricostruzione delle principali infrastrutture e dei più importanti templi della zona.

Mentre supervisionava personalmente l’andamento dei lavori, durante un’occasione pubblica, l’imperatore incontrò probabilmente il giovane Antinoo.

Evidentemente in quella occasione l’imperatore si innamorò del ragazzo: la loro relazione, secondo la cultura romana, poteva essere accettata. La sessualità dei romani prevedeva la presenza di rapporti omosessuali senza particolari condanne. Quello che era veramente importante era che la persona dal maggiore rango sociale possedesse sessualmente il compagno di estrazione più bassa e non viceversa, affinchè non perdesse la sua virilità.

Adriano aggiunse così Antinoo al suo seguito e probabilmente gli fece frequentare una scuola di formazione nota come “Paedogogium“, dove i ragazzi imparavano la danza, il canto, e tutto quello che poteva far divertire l’imperatore durante la normale vita di corte.

Coloro che riuscivano a superare questa scuola, avevano il vantaggio di poter entrare in contatto, se non direttamente con l’imperatore, almeno con i membri più importanti dell’aristocrazia senatoria o in generale della nobiltà romana.

La convivenza tra Adriano e Antinoo

Dopo aver frequentato il suo corso di formazione, Antinoo divenne probabilmente un partner fisso di Adriano, tanto che alcune fonti ci informano che nel 125 d.C viveva stabilmente presso la villa dell’imperatore a Tivoli. L’abitazione di Adriano a Tivoli era assolutamente straordinaria: si trattava della ricostruzione, in scala minore, di tutti i luoghi che il regnante aveva visitato durante la vita. La villa era dotata di meravigliosi templi, di laghi artificiali, larghi boschi e costruzioni di finissima fattura.

Nel 127 d.C, Adriano era in viaggio in Italia e Antinoo molto probabilmente lo accompagnò. Nonostante l’età si facesse sentire e Adriano iniziasse ad accusare i sintomi di una malattia non meglio identificata, l’imperatore raggiunse nel 128 la Grecia e affrontò assieme al giovane amante una serie di iniziazioni religiose tipiche del mondo greco.

Dopodiché il viaggio dell’imperatore proseguì verso le province di Giudea e di Siria per poi arrivare in Egitto, dove i due presero dimora nell’agosto del 130 d.C

Il soggiorno di Adriano e Antinoo in Egitto fu particolarmente prolifico: sappiamo che i due andavano regolarmente a caccia insieme, che condividevano gran parte della giornata e che si lasciavano andare a divertimenti, anche lussuriosi.

Alcuni frammenti testimoniano come l’imperatore, in compagnia del ragazzo, avrebbe fatto visita sia alla tomba di Pompeo Magno, che proprio in Egitto era stato ucciso nel corso della guerra civile contro Giulio Cesare, sia al sarcofago di Alessandro Magno, che ai tempi rappresentava una visita obbligata per chiunque si recasse in Egitto.

Famosi sono le cacce ai leoni che Adriano e Antinoo facevano insieme: sembra addirittura che Adriano, in una occasione, abbia salvato la vita di Antinoo uccidendo un leone poco prima che questo caricasse il suo giovane compagno.

Dopodiché, Adriano e Antinoo decisero di prolungare il loro viaggio risalendo il fiume Nilo, come due veri innamorati.

La morte di Antinoo

Proprio in Egitto, la giovane vita di Antinoo conobbe fine. Sembra che nelle ultime settimane, Adriano si sia avvicinato alla pratica di alcuni riti magici. Forse il suo interesse era legato ai sintomi della sua malattia, e Adriano cercava un rimedio che potesse alleviare le sue sofferenze. Oppure, l’interesse dell’imperatore era rivolto alla questione più filosofica e religiosa che caratterizzava l’antica cultura egizia.

I due raggiunsero la città di Eliopoli, dove ebbero modo di visitare il famoso santuario di Thot e di prepararsi per celebrare la festa di Osiride. Esattamente il 22 ottobre del 130 d.C, mentre i due stavano festeggiando sul Nilo, il cadavere del giovane Antinoo venne ritrovato tra le acque del fiume.

Le fonti ci riferiscono che l’imperatore Adriano fu afflitto dalla fine del suo giovane amante, e sembrò dimostrare un accorato e sincero dolore.

La versione ufficiale riguardo la morte di Antinoo è quella di annegamento dovuta ad incidente. Sembra infatti che Antinoo, che era a bordo di una delle navi dell’imperatore, sia caduto accidentalmente nelle acque del Nilo e che non sia riuscito a guadagnare la riva.

Esistono però delle altre fonti antiche che propongono delle versioni alternative: la prima è quella di Dione Cassio, che oltre a citare la tesi dell’annegamento, parla di un possibile sacrificio. L’imperatore Adriano, probabilmente per essere liberato dalla sua malattia, avrebbe sacrificato la vita del giovane Antinoo come patto con gli Dei egizi.

In altre parole, il corpo del giovane sarebbe stato utilizzato per rendere efficaci gli incantesimi e le divinazioni che erano state fatte dai maghi egizi.

Anche un’altra fonte antica, in particolare Aurelio Vittore, scrive che aldilà della tesi dell’annegamento, i maghi avrebbero chiesto all’imperatore di sacrificare una vita che per lui fosse importante, e la scelta sarebbe ricaduta disgraziatamente sul ragazzo. Adriano avrebbe così prolungato la sua vita attraverso il sacrificio del giovane.

L’ultima fonte antica, la Historia Augusta, che a volte si lascia andare a dei pettegolezzi, sembra riassumere la presenza di diverse voci. Alcune parlavano dell’annegamento, altre del sacrificio per dei rituali magici, altre ancora di una eccessiva sensualità ed eccitazione di Adriano che sarebbe sfociata in tragedia.

Le interpretazioni sulla morte di Antinoo si sprecano, e la mancanza di dettagli sulla sua morte rendono questo, probabilmente, un mistero che non avrà mai definitiva soluzione. È anche possibile che Antinoo, più che essere una vittima sacrificale di Adriano, si sia offerto spontaneamente di sacrificare la propria vita per guarire il suo amato compagno.

La divinizzazione e il culto di Antinoo

Comunque sia andata la morte del giovane, Adriano attuò un processo di divinizzazione, per trasformare il suo sfortunato amante in un vero e proprio Dio. Adriano diede ordine di costruire una intera città a nome del ragazzo nota come Antinopolis, e che riprendeva, quanto a struttura urbanistica, i modelli classici delle città egizie.

Sembra che l’intenzione di Adriano fosse quella di seppellire Antinoo proprio nel centro della città a lui dedicata, ma per motivi non meglio identificati, scelse di riportare il feretro del ragazzo nella sua villa a Tivoli. Probabilmente non era ancora pronto per liberarsi della salma del giovane.

Adriano ordinò anche la costruzione di una importante quantità di statue che onoravano Antinoo come un Dio, con l’intenzione di sdoganare un vero e proprio culto del ragazzo. Antinoo venne collegato ai rituali della festa di Osiride e dall’Egitto il culto si diffuse abbastanza rapidamente in tutta la zona della Grecia, raggiungendo anche la città di Roma e le province dell’Africa settentrionale.

Il suo culto si espanse con particolare velocità: probabilmente la triste storia del ragazzo faceva facilmente presa nel cuore dei credenti, e soprattutto il fatto che un giovane mortale fosse elevato a Dio rendeva facile credere in una vita nell’aldilà.

Non sappiamo esattamente come si svolgevano i culti in onore di Antinoo, se venissero effettuati pellegrinaggi presso la sua tomba o la sua figura sia divenuta anche oggetto di divinazione secondo le più comuni pratiche orientali. Sappiamo però che la sua figura iniziò ad avere notevole successo, e che i credenti portavano regolarmente del cibo e si esprimevano in preghiere presso le oltre 2000 statue che vennero realizzate nel corso del tempo, e che i sacerdoti nei suoi templi onoravano il suo culto regolarmente.

Il culto di Antinoo, tuttavia, non riuscì ad attecchire e a fiorire nel lungo periodo: non conosciamo esattamente le motivazioni, probabilmente la sola spinta alla divinizzazione del ragazzo risiedeva nei provvedimenti ordinati da Adriano, i quali, dopo la sua morte, iniziarono ad ottenere un effetto via via sempre minore.

La figura di Antinoo gareggiò per un certo tempo con quella emergente di Gesù Cristo: il punto in comune fra i due è che entrambi erano stati degli uomini mortali, che con caratteristiche e attraverso storie diverse, erano ascesi al cielo diventando degli Dei.

La storia successiva, dall’Editto di Teodosio in poi, portò alla sistematica distruzione di tutti quei culti che potevano rappresentare un pericolo per il cristianesimo, e fu esattamente in quel periodo storico che le innumerevoli statue di Antinoo vennero abbattute.

La figura di Antinoo, non essendo riuscita a diventare un Dio del mondo antico, rimane ancora oggi estremamente affascinante, sia per la sua giovane età, sia come bandiera dell’amore omosessuale, e sia come storia, adatta ad esplorare le profondità dell’animo umano.