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I pretoriani. Il corpo di guardia dell’imperatore di Roma

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I pretoriani furono un corpo scelto dell’esercito romano dedicato alla protezione e alla salvaguardia dell’imperatore.

Ma non solo: formidabile strumento di potere, il corpo dei pretoriani arrivò a fare e disfare gli imperatori a loro piacimento, arrivando a detenere un grande potere nella successione alla guida dell’impero.

Le prime guardie del corpo

Senza dubbio la guardia pretoriana è una figura della storia romana che ha travalicato i secoli ed è conosciuta praticamente da tutti, anche da quelli che magari non hanno studiato la storia o non hanno interesse nel farlo. Se si pensa però che la troviamo addirittura in Star Wars dove viene “ricreata”, è facile capire come si tratti in realtà di un simbolo universale.

I pretoriani o soldati della Guardia pretoriana sono in pratica il servizio di protezione dell’imperatore: sebbene non istituiti ufficialmente con questo nome, corpi militari dal simile scopo sono già presenti ai tempi di Romolo.

Anche il primo Re di Roma infatti poté contare su delle guardie del corpo personali, così come durante la storia della Repubblica i principali magistrati e le cariche più importanti avevano delle guardie del corpo che li seguivano, che li accompagnavano e che li proteggevano specie quando vi erano problemi lungo le strade della città.

Cesare, per fare un altro esempio, aveva la sua Decima Legione a proteggerlo ma confidava anche nelle guardie del corpo germaniche che dimostrarono tutta la loro importanza quando evitarono la sua morte durante la battaglia di Durazzo.

Augusto e Tiberio. La nascita dei pretoriani

Chi creò uno stabile corpo di guardia pretoriana fu Augusto, il fondatore dell’impero. Una scelta dettata dalla necessità di proteggere se stesso e la sua carica permettendo il funzionamento corretto del Senato e di tutte quelle strutture politiche che permettevano la gestione dello Stato.

L’imperatore era la persona che possedeva il massimo potere militare e che doveva garantire il funzionamento dello Stato, una figura potente che doveva essere adeguatamente protetta. Nella guardia pretoriana entravano solo i migliori e si racconta, interpretando le fonti giunte fino a noi, che all’interno vi fossero anche gli speculatores, l’equivalente dei nostri agenti segreti.

Fu però Tiberio, il successore di Augusto, a renderli una entità militare definitiva ed istituzionale, richiamando le truppe sparse nella penisola italica e riunendole nei Castra Praetoria, la sede ufficiale, nei pressi di Roma. Il loro simbolo divenne quello dello Scorpione.

I pretoriani durante l’impero

Il corpo dei soldati pretoriani svolse un compito molto importante per tutta la dinastia giulio-claudia: difese gli imperatori, ma ne eliminò anche diversi quando questi mostravano di non essere più adatti a ricoprire il loro ruolo. Due esempi in tal senso: Caligola e poi Nerone.

I pretoriani quindi protessero, ma fecero e disfecero della politica romana in base al bisogno.

Il loro ruolo crebbe e si modificò sostanzialmente dopo Nerone che morì senza avere un successore: l’anno della sua morte viene tutt’ora ricordato come l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, si contesero militarmente il trono.

Fu solo con Vespasiano e la stabilizzazione dell’Impero che il potere dei pretoriani scemò in parte portando all’instaurazione di un periodo di pace, almeno fino a Marco Aurelio, della dinastia degli Antonini.

Marco Aurelio fu un grandissimo imperatore, ma tutti gli storici gli rimproverano di aver interrotto il meccanismo di adozione di un successore capace.

Marco Aurelio nominò suo figlio Commodo. Un capo non adeguato per Roma che dopo un iniziale appoggio venne ucciso dai pretoriani.

Il successivo momento di svolta nella storia dei pretoriani arriva con l’imperatore soldato Settimio Severio, originario dell’Africa del Nord, che sostituì i pretoriani, fino a quel momento prevalentemente italici, aprendo ai provinciali e accettando soldati provenienti dal Danubio, dalla Spagna e dall’Africa.

La fine dei pretoriani con Costantino

Nella prima metà del 200 d.C. I pretoriani trasformano l’elezione dell’imperatore in un vero e proprio business, che portò al periodo conosciuto come anarchia militare.

I pretoriani selezionavano un nuovo imperatore, il quale elargiva dei cospicui donativi in denaro e proprietà terriere, per assicurarsi il loro appoggio. Una volta ottenuti tutti i benefici, i pretoriani uccidevano il loro imperatore e ne cercavano immediatamente un altro per ottenere nuovi privilegi.

Le cose iniziano a cambiare con Diocleziano, che grazie ad una profonda revisione dello Stato romano, riuscì a riportare una certa stabilità.

La fine della guardia pretoriana si deve all’imperatore Costantino. Egli fu in realtà supportato dalle legioni di stanza in Britannia e dovette combattere contro il suo principale avversario, Massenzio nella decisiva battaglia di Ponte Milvio.

I pretoriani di entrambi i contendenti si affrontarono nel cuore di Roma, quando quelli di Massenzio ebbero la peggio, crollando da un ponte e annegando nel Tevere.

Il nuovo imperatore, conscio della pericolosità e di un corpo militare così potente, decise di sciogliere per sempre i pretoriani e istituire un tipo di protezione differente, le Scholae Palatinae, delle unità a cavallo, più adatte al modo di combattere di quei tempi e con meno potere sulla figura dell’imperatore.

Un corpo di elìte

Ma come erano organizzati i pretoriani? Come erano vestiti? Le fonti a riguardo non sono tantissime, ma quel che raccontano è che si trattava di soldati molto simili ai normali legionari: niente oro o porpora.

Quel che era diverso erano potere e soldi: avevano infatti privilegi più imponenti, una maggiore paga e potevano contare su donazioni “private”. Potevano contare, tra le altre cose, su una buona pensione e distribuzione di terre dopo solo 16 anni di servizio rispetto ai 20-25 degli altri militari.

Erano un corpo militare privilegiato ma erano anche chiamati a intervenire in città per aiutare i vigili a sedare le rivolte.

Nota divertente: il quartier generale dei pretoriani, il Castro Pretorio, è rimasto in funzione durante i secoli e ancora oggi è la sede delle unità di logistica dell’Esercito Italiano.

I nostri soldati, dunque, possono vantare di esercitarsi nel più antico “accampamento” militare della storia.

Pompei e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C

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L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C è senza dubbio uno degli avvenimenti più catastrofici del mondo antico: nel corso di pochi giorni, la forza esplosiva del vulcano incenerì le città romane di Pompei ed Ercolano, che rimasero “cristallizzate” per secoli.

Pompei città fiorente e piena di vita

L’antica Pompei venne fondata nel VIII secolo a.C dai greci, che per primi crearono degli insediamenti stabili nella zona. In poco tempo, per via della posizione geografica strategica e dei fiorenti commerci, Pompei divenne una città attiva, fiorente, bella da ogni punto di vista.

E così rimase anche sotto tutto il periodo di annessione a Roma, fino al I secolo d.C..

All’alba del 79 d.C, Pompei era una bellissima cittadina simile a quella che per noi sarebbe Napoli, mentre Ercolano, tipicamente turistica, era un centro paragonabile alla Portofino o alla Rimini degli anni ’60: il centro della movida, il luogo dove i romani benestanti andavano a riposarsi e a godere delle bellezze della costa.

Un luogo dove era possibile incontrare l’intero spaccato della società romana.

C’era il foro, dove si svolgevano le contrattazioni e i comizi politici che rappresentava il centro della vita cittadina, tanto che qualsiasi novità veniva prima discussa al suo interno e poi diffusa dovunque.

Altrettanto importante era il Tempio di Giove, in stile puramente italico e dall’ampio porticato, la cui immagine è giunta a noi grazie al dipinto scoperto in una casa patrizia, dove la gente pregava e si riuniva.

Dal Tempio di Apollo, pieno di statue e finemente decorato, conosciuto come luogo di arte, religione e cultura fino alle Terme, Pompei era una città abbastanza avanzata il cui anfiteatro, ancora oggi visibile, serviva sia per assistere a spettacoli classici sia per ospitare il mercato cittadino.

Curiosamente, proprio l’anfiteatro fu sede di uno scontro violento fra tifoserie opposte, molto simile a quelli che avvengono tuttora negli stadi, tra pompeiani e nocerini.

In quella occasione, dopo dei feroci tafferugli e decine di persone ferite che si riversarono nelle strade, l’organizzatore dei giochi venne esiliato e il Senato di Roma punì la violenza vietando giochi a Pompei per ben 10 anni.

L’esplosione del Vesuvio e la tragedia

Le prime avvisaglie della grande devastazione avvennero nel 62 d.C.:

Improvvisamente, ci furono dei rapidi terremoti che fecero crollare qualche cornicione e danneggiarono qualche casa: niente di straordinario per i romani che sapevano che la Campania era un luogo soggetto ad eventi sismici.

La tragedia avvenne ben 17 anni dopo, nel 79 d.C.. Plinio il giovane, che all’epoca aveva 17 anni e fu testimone da Capo Miseno dove risiedeva in quel momento, fece risalire il giorno della tragedia al 24 agosto, raccontandolo in una serie di lettere a Tacito trenta anni dopo.

Con molta probabilità ricordò male: scavi archeologici riportarono alla luce monete con impressa l’immagine di Tito: molto probabilmente si trattò del 24 ottobre del 79 d.C.

Il Vesuvio, che per secoli era stato totalmente silenzioso e quiescente, eruttò improvvisamente, liberando nell’aria una colonna di materiale, di fumo e di particolato di pietra pomice, a formare un gigantesco “albero di pino” (come ce lo racconta Plinio) alto 30 km, che raggiunse addirittura la stratosfera terrestre.

Nelle ore successive, questa colonna iniziò a far piovere detriti sulle località circostanti: prima del sottile pulviscolo, mano mano fino a delle pietre anche molto pesanti.

La popolazione scappò immediatamente, e la maggior parte delle persone si sarebbe potuta salvare se il disastro non avesse avuto una sorta di “pausa”, un lasso di tempo durante il quale il Vesuvio sembrò stranamente fermarsi.

I ricchi cittadini di Pompei si convinsero a tornare indietro per cercare i parenti e recuperare i gioielli, prima di allontanarsi definitivamente. Una scelta che si rivelò fatale.

Fu così che la vera tragedia colpì gli abitanti di Pompei: circa sei ore dopo l’inizio dell’attività vulcanica, all’improvviso, una bollente nube piroclastica partì dalla sommità del Vesuvio e si abbatté a 160km orari sulla città, bruciando all’istante qualsiasi cosa sulla sua strada.

La nube distrusse e carbonizzò Pompei ed Ercolano a quattro minuti dall’esplosione, uccidendo duemila persone all’istante. Alchè, nelle giornate successive, il continuo “piovere” di materiale lavico ricoprì come un velo, il resto delle abitazioni.

I primi ritrovamenti e i calchi di Pompei

popolazione scappa pompei

Le due città erano andate completamente distrutte. Nonostante l’imperatore di allora, Tito, si sia prodigato in tutti gli aiuti possibili, la totale ricostruzione delle città apparve uno sforzo inutile.

La zona fu così abbandonata a se stessa, e Pompei conservò per lungo tempo la memoria di quella tragedia.

Un nuovo capitolo nella storia di Pompei, si aprì inaspettatamente nel 1748 quando le prime spedizioni archeologiche iniziarono a trovare dei reperti.

Mano mano, la comunità archeologica si rese conto del possibile tesoro celato in quel luogo.

Ma si dovette arrivare al 1863 per scoprire, appieno, tutti i resti e il valore di Pompei.

In quel momento il direttore degli scavi era Giuseppe Fiorelli.

I suoi colleghi responsabili degli scavi, riferirono di aver trovato delle ossa in perfetto stato di conservazione all’interno di alcune zone vuote nella roccia.

Fiorelli ebbe allora una formidabile intuizione: inserire all’interno delle cavità che contenevano le ossa del gesso liquido, per ottenere dei veri e propri “calchi” dei corpi coperti dal materiale roccioso e vulcanico.

Fu così’ che nacquero i celebri calchi di Pompei e fu possibile osservare da vicino la storia dei suoi cittadini, drammaticamente cristallizzati nel momento della loro morte.

Le espressioni, le pose, gli ultimi affannosi abbracci tra le persone: tutto è giunto fino a noi come immagine indelebile degli ultimi istanti di vita di questi individui.

Scene strazianti che meritano rispetto, di persone uccise mentre tentavano di proteggersi a vicenda.

Tullo Ostilio, il Re Guerriero di Roma

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Tullo Ostilio fu il terzo re di Roma e il suo mandato fu tra i più sanguinari che la città conobbe in questo suo primo periodo di esistenza.

Tullo Ostilio, il re romano della guerra

Tullo Ostilio venne scelto alla morte di Numa Pompilio dal Senato, il quale era alla ricerca di una personalità influente che fosse in grado di gestire una città come Roma in continuo sviluppo.

La scelta cadde su Tullo Ostilio perché suo nonno aveva combattuto al fianco di Romolo e la sua nomina fu accettata a furor di popolo: presentava un programma politico popolare di redistribuzione delle terre e di ampliamento dei confini che piaceva molto ai cittadini.

Ma a differenza del suo predecessore, Tullo Ostilio decise di dedicarsi completamente alla guerra e il primo è più importante conflitto è quello contro Albalonga, la città di origine di Romolo e Remo.

Il duello degli Orazi contro i Curiazi

Quelle che per anni erano state solo piccole schermaglie tra le due località, diventarono una guerra vera e propria. Ad un certo punto, dato l’enorme costo di vite che la guerra comportava, entrambe le fazioni scelsero di affidare il destino del conflitto ad una disfida fra i loro più forti combattenti.

Era lo scontro tra Orazi e Curiazi.

Di comune accordo, i romani scelsero tre combattenti, i tre fratelli Orazi, mentre gli albani gli fronteggiarono i tre fratelli Curiazi e organizzarono un duello.

Ad avere la meglio inizialmente furono i Curiazi: rimase in vita un solo combattente di Roma, che però, messo alle strette, dimostrò di essere intelligente e furbo.

L’Orazio superstite fece finta di scappare, costringendo gli albani a inseguirlo, dividendoli e riuscendo ad abbatterli singolarmente uno dopo l’altro: un esempio della forza guerriera, dell’intelligenza ma anche della brutalità romana.

Ma non solo: episodio nell’episodio, il fratello Orazio che aveva vinto, dimostrò un senso dello stato che andava oltre ogni limite.

Sua sorella, promessa sposa dell’ultimo Curiazio ucciso, non trattenne la commozione e pianse per la perdita dell’amato. Suo fratello lo considerò come un alto tradimento, a livello familiare oltre che civile, e la uccise conficcandole il gladio nel petto, pubblicamente.

Questo avvenimento rappresentò un vero e proprio problema di ordine pubblico per Tullo Ostilio che nominò due magistrati per sottoporre l’uomo a giudizio: complice l’intervento del padre dei fratelli, l’uomo non venne condannato a morte ma al giogo e al pagamento di una multa salata.

Roma vinse così su Albalonga, ma la pace non durò a lungo.

Nonostante la disfida dei Oriazi e dei Curiazi avesse definito le sorti della guerra, Fufezio, monarca degli albani, non rispettò i patti e chiese aiuto agli Etruschi per attaccare la città capitolina.

Seguirono nuovi scontri durante i quali i romani vinsero di nuovo. Fufezio, colpevole di non aver rispettato i patti, venne legato a due quadrighe trainate da cavalli, le quali, allontanandosi in sensi opposti, squartarono orribilmente il re albano.

Le conquiste e la drammatica morte

Tullo Ostilio combatté anche contro la città di Fidene e contro i Sabini, incapace di trattenere la sua voglia di conquista. La sua morte avvenne presumibilmente per via di una pestilenza che ebbe luogo in quegli anni, anche se i romani tramandarono che nel momento in cui il Re chiese aiuto a Giove per guarire, questi, indispettito dalla mancanza di sufficiente sacrificio agli dei, lo fulminò con una delle sue saette.

Il Dio non avrebbe infatti accettato che Tullo Ostilio si fosse concentrato solo sulle guerre e sulla sua sete di sangue smettendo di prestare attenzione alle esigenze delle divinità che, per questo, avevano deciso di colpire la città di Roma con una forte pestilenza.

Vi è anche un’ulteriore storia legata alla morte del terzo re di Roma: si dice infatti che Anco Marzio, quello che divenne poi il suo successore, fosse spinto da così tanto desiderio di salire al potere da assumere dei sicari per ucciderlo.

Una storia che è consigliabile considerare come uno dei “gossip” dell’antica Roma giunti fino a noi: Anco Marzio, analogamente a Numa Pompilio, fu un re pacifico, conscio che dopo Tullo Ostilio la società romana avrebbe bisogno di tranquillità e di riforme sociali che la facessero crescere davvero.

Sembra quindi strano che possa aver deciso di prendere il potere con la forza.

Tullo Ostilio lasciò al suo successore una Roma sicuramente più forte di tantissime vittorie, ma bisognosa di una ampia riorganizzazione sociale, necessaria a crescere ulteriormente e ad ampliare il proprio potere nel Lazio.

Numa Pompilio. Il secondo Re di Roma

Numa Pompilio, il secondo re, è una figura meravigliosa di cui parlare: il suo governo, così diverso da quello di Romolo, fece conoscere a Roma un lungo periodo di pace, ricchezza e tranquillità.

Numa Pompilio, il re della Pace

Romolo, al termine della sua vita terrena, ascese secondo la tradizione al cielo durante una tempesta e il Consiglio del Re, i Patres, cercarono in ogni modo di prendere in mano la gestione delle cariche pubbliche stabilendo un’oligarchia: vennero fermati dalla necessità di trovare una figura amata dal popolo che mantenesse la pace.

Trovare un nome sul quale sia i Sabini che i Romani fossero d’accordo non fu semplicissimo: i primi volevano Velesio, i secondi Proculo.

La quadra si trovò proprio con Numa Pompilio: un romano ma sposato con la figlia di Tito Tazio, re dei sabini e dunque una figura equidistante e potenzialmente in grado di mettere d’accordo tutti quanti.

E’ importante sottolineare che al momento della sua elezione a monarca Numa Pompilio possedeva già un’ottima reputazione ed era considerato un nome di prestigio da tutta la popolazione.

Cosa decise di fare Numa Pompilio? Astenersi completamente dalla guerra. Il re si rese infatti conto che la società romana necessitava di essere stabilizzata e crescere in un clima di pace e tranquillità.

Per raggiungere tale obiettivo decise di usare la religione e più precisamente il timore religioso come strumento di coesione e organizzazione.

La nascita degli ordini religiosi romani

È sotto Numa Pompilio che vengono creati i principali ordini religiosi della storia di Roma.

Il primo collegio sacerdotale creato fu quello dei Flàmini: sacerdoti dedicati a uno specifico Dio. Per ogni divinità esisteva il flamine corrispondente e i più importanti erano la Triade Capitolina, coloro che si occupavano di Giove, Marte e Quirino (Romolo).

Maggiore era l’importanza del flamine più alte erano le sue restrizioni: ecco che quello dedicato a Giove possedeva il potere più grande ma non aveva pressoché libertà nei movimenti a differenza di quella progressiva degli altri due componenti della Triade Capitolina.

Numa istituì anche 12 flàmini minori, sempre importanti ma meno prestigiosi. Creò anche il collegio sacerdotale delle Vergini Vestali: esse ebbero un ruolo vitale per Roma, con il compito di tenerne acceso il fuoco sacro. Queste sacerdotesse erano legate alla Dea Vesta, dovevano rimanere vergini e preparare i cibi che sarebbero stati usati nelle cerimonie religiose.

Si trattava di un ruolo importante e che portava grandi privilegi, come quello di poter fare testamento, ma queste donne speciali non potevano far spegnere il fuoco o avere relazioni sessuali: in entrambi i casi era prevista la morte.

Fu istituito, sempre durante il regno di Numa Pompilio, anche l’ordine degli Auguri, sacerdoti dedicati a interpretare i segni degli Dei senza i quali i romani non prendevano decisioni.

Erano chiamati a interpretare i segni del cielo (tuoni, fulmini, nuvole e qualsiasi altra manifestazione) e i segni degli animali, partendo dai rettili fino ad arrivare ai polli, sfruttati quando si aveva bisogno di responsi veloci.

vergini vestali dea vesta

I Salii, altro ordine fondato dal secondo Re di Roma, erano coloro che decidevano quando era tempo di stare in pace e quando bisognava fare la guerra e in base al loro responso i cittadini seguivano ordini e tradizioni differenti. Erano in grado di decidere se gli uomini dovessero considerarsi cittadini o soldati.

I Feziali erano invece dei sacerdoti che dovevano controllare che venisse rispettato il diritto internazionale o il diritto di guerra. Prima di attaccare una popolazione vicina bisognava infatti rispettare delle dinamiche ben precise: ad esempio i feziali erano coloro che prendevano l’asta e lanciavano simbolicamente nel territorio nemico per dichiarare guerra, tradizione romana durata per moltissimi secoli.

Infine ma non per importanza, vi erano i Pontefici, chiamati a far andare d’accordo i vari sacerdoti tra di loro.

La morte di Numa Pompilio

Numa Pompilio, a differenza di molte figure importanti romane, morì di vecchiaia dopo un lungo regno di pace e prosperità e merita di essere ricordato anche per l’istituzione del calendario di 12 mesi che tutt’oggi utilizziamo: inizialmente infatti per i romani un anno era composto da 10 mesi, con inizio a marzo.

Al suo interno vennero istituiti sia i giorni fasti, favorevoli a qualsiasi attività e quelli nefasti, nei quali diverse azioni erano sconsigliate.

Come avveniva la crocifissione: la micidiale pena di morte

La crocifissione è un supplizio proprio del mondo antico. Uno dei metodi più rozzi, barbari e dolorosi di condannare a morte un essere umano.

Anche nell’antica Roma, la crocifissione faceva parte delle pene che potevano essere comminate da un tribunale, con alcune varianti che dipendevano dalla colpa.

Origini e condanna alla croce

La crocifissione è una pratica che trova le sue origini molto prima dei romani. Ne abbiamo alcune testimonianze già nel mondo babilonese.

Ma secondo i più autorevoli studi papirologici, sarebbero stati i Cartaginesi a formalizzare i dettagli della crocifissione e ad utilizzarla in maniera sistematica come condanna penale.

I romani, così, importano da Cartagine questo micidiale tipo di supplizio e lo includono nell’ordinamento giuridico. Nel 247 a.C, Tito Livio ci parla per la prima volta di 25 schiavi condannati alla crocifissione: la più antica conferma di questa pratica presso i romani.

La sofferenza e l’umiliazione propria di questa pena capitale era tale che secondo le leggi romane, non poteva essere applicata ai cittadini e nemmeno ai soldati, ma solamente agli schiavi, ai ribelli e ai sediziosi.

La condanna e la flagellazione

A deliberare una condanna alla crocifissione provvedeva un giudice, il più delle volte un pretore, ma anche un altro magistrato o carica con autorità penale.

Al termine del giudizio, si pronunciavano le parole: “Sia crocifisso!” e si emetteva il “Titulus“, ovvero la motivazione della condanna che sarebbe stata scritta su un cartello, apposto sopra la croce.

Il primo atto era la comparsa di due esecutori, o tortores, che provvedevano a spogliare completamente il condannato e a legarlo ad un palo o ad una colonna, per poi fustigarlo alla presenza del giudice.

Si utilizzava in quel caso una frusta a due o tre lembi di cuoio, dove ogni striscia era dotata di pezzi di osso, metallo o legno per acuire il dolore e le lacerazioni inflitte.

Il suppliziato veniva così colpito circa 20 volte, ferendolo in maniera orribile ma senza compromettere la sua integrità fisica, in modo che fosse abbastanza in forze per proseguire con la procedura di crocifissione.

Rivestito e scortato dai soldati, il condannato veniva portato all’esterno ed era costretto a portare sulle spalle, con le braccia legate, il palo orizzontale che sarebbe stato utilizzato per la sua crocifissione.

Iniziava così una vera processione per tutta la città: molto spesso la gente insultava, malediva e lanciava piccoli oggetti al condannato, mortificandolo in ogni maniera, e umiliandolo pubblicamente.

Il suo percorso sarebbe inevitabilmente finito fuori dalle mura della città, dal momento che per legge nessuna crocifissione poteva essere eseguita entro il perimetro cittadino.

La crocifissione

Accompagnato in una zona deserta, il condannato trovava quasi sempre i pali verticali già saldamente impiantati.

I suoi aguzzini lo spogliavano e potevano sequestare e dividersi a loro piacimento gli abiti e i suoi ultimi averi, prima di inchiodarlo.

Si iniziava ad inchiodare le mani: il chiodo veniva fissato nei palmi o più spesso nei polsi, per avere maggiore resistenza, il condannato veniva poi issato sulla croce e si terminava con un ulteriore chiodo fissato nei due piedi accavallati uno sull’altro.

In realtà, se il suppliziato si fosse sorretto solamente sulle mani e sui piedi sarebbe presto caduto dalla croce: per questo era previsto che sotto le sue gambe si trovasse una piccola sporgenza, tale da farlo sedere a cavalcioni e permettergli di rimanere in posizione.

Iniziava così, una devastante agonia che, secondo le fonti, poteva durare anche alcuni giorni.

L’agonia sulla croce

Il principale problema del suppliziato, oltre all’iniziale terribile dolore per l’inserimento dei chiodi, era il peso della gabbia toracica che in quella posizione veniva fortemente compressa e gli impediva di respirare.

Per cercare di riprendere fiato, era così costretto a issarsi sulle mani ma soprattutto spingere con le gambe inchiodate, subendo un misto di senso di soffocamento e di lancinanti dolori che creavano un mix davvero micidiale.

Alcuni soldati presidiavano la zona, per evitare che parenti e amici potessero soccorrerlo: per il condannato non c’era scampo.

Nel corso del tempo, il dolore e il terrore aumentava e le energie mancavano sempre di più. Dopo una straziante agonia, il crocifisso moriva per collasso cardiocircolatorio e per dissanguamento.

Peggiorare il dolore o alleviare la sofferenza

Durante questo agghiacciante processo, esistevano dei metodi per peggiorare ulteriormente il dolore del condannato.

Attraverso alcune sostanze medicamentose che rimarginavano le ferite, ma soprattutto dei miscugli di mirra o di posca (acqua e aceto) si poteva risvegliare il suppliziato, facendogli percepire ancora di più il dolore e acuendo le sue sensazioni.

Al contrario, esistevano due metodi per dimostrare un minimo di pietà nei confronti del morituro: il primo, anche se paradossale, era quello di spezzargli le gambe. In questo modo il condannato non poteva più fare leva su di esse e il soffocamento giungeva molto prima, accorciando di alcune ore le sue pene.

Il secondo, più definitivo, era un colpo di grazia al costato, all’altezza del cuore, che lo avrebbe ucciso in pochi minuti, terminando le sue sofferenze.

L’abolizione della crocifissione

La crocifissione fu una pena capitale in vigore per tutta la storia romana, sia repubblicana che imperiale. Dobbiamo il suo termine all’imperatore Costantino.

Il primo imperatore cristiano, che traghettò l’impero romano verso la nuova confessione religiosa, fu un grandissimo riformatore. Nel 341 d.C., Costantino abolì la crocifissione dall’elenco delle pene che potevano essere inflitte da un tribunale pubblico, “per rispetto di Gesù“, che secondo la tradizione era stato giustiziato esattamente con questo terribile rito.

La crocifissione continuò ad essere praticata così solamente nel mondo orientale.

Fonti

  • CRUCIFIXION – By: Kaufmann Kohler, Emil G. Hirsch
  • Giovanna D. Merola; Amalia Franciosi, Manentibus titulis: studi di papirologia ed epigrafia giuridica, Satura Editrice, 2016
  • Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù, Mondadori, 1962

Il saluto romano. Come ci si salutava nell’antica Roma?

Il braccio alzato e la mano distesa di fronte a sè: un saluto ampiamente identificato con il nazifascismo e chiamato volgarmente “saluto romano”.

Ma i romani si salutavano veramente così? No. Studiandone le origini si può scoprire che il gesto che identifichiamo con questo nome, non è legato alla storia romana come si potrebbe pensare.

In realtà non si possiedono fonti antiche che ci confermino dettagliatamente il modo con cui i romani si salutassero.

Si deve pensare che probabilmente si abbracciassero o che si stringessero la mano o gli avambracci, perché questo significava che non avevano delle armi in pugno.

Il braccio alzato non apparteneva, per quanto sappiamo, alla vita civile, ma ad altre situazioni più codificate.

Il saluto di tipo militare

In quali occasioni allora i romani potevano alzare il braccio?

A volte poteva capitare che gli imperatori o i generali alzassero il braccio per compiere alcuni gesti sacri nei confronti dei propri uomini e del proprio esercito, come vediamo in diversi bassorilievi come la colonna traiana.

L’imperatore poteva alzare il braccio per salutare solennemente i suoi soldati, oppure nel momento in cui doveva graziare un sottoposto, il braccio veniva alzato e poi abbassato come ad “accompagnare”, per esprimere il concetto del perdono.

Ne è una dimostrazione il gesto che è possibile osservare nella statua equestre di Marco Aurelio. Insomma, il movimento di un generale e non un saluto a braccio teso.

I movimenti nell’arte oratoria

Una seconda situazione nella quale i romani avrebbero potuto alzare il braccio è legata agli oratori e all’arte oratoria: quest’ultima non comprendeva solo la capacità di parlare ma anche di gesticolare e di muovere il proprio corpo in modo tale da risultare più convincente.

Quintiliano arriva addirittura a farci conoscere delle norme a riguardo: mentre si parla il braccio non va mai sollevato oltre gli occhi perché creerebbe un fastidio alla vista e non deve essere abbassato sotto la cintura pena sembrare troppo impostati o rigidi.

In nessun caso si hanno prove del saluto romano a braccio rigido e teso.

Il chiasmo nelle statue

Molta confusione viene creata dalle statue romane giunte fino i nostri giorni: diverse mostrano il personaggio che riproducono con il braccio alzato.

Questo è un retaggio dell’arte greca a cui quella romana si ispira. Più nello specifico si parla della struttura a chiasmo, che prevede una forma generale caratterizzata da una gamba tesa (sulla quale la figura si appoggia) e braccio alzato corrispondente da un lato e gamba e braccio a riposo dall’altro. Un modo semplice per creare armonia e dinamicità nel posizionamento.

Le statue quindi hanno il braccio teso soprattutto per riprodurre la plasticità tipica del corpo umano.

Fare il saluto romano è reato?

Il saluto a braccio teso dei romani è quindi un falso storico creato nel 1914 da Gabriele D’Annunzio, per l’occasione autore e consulente del kolossal Cabiria.

E’ lui che sdogana questo tipo di saluto, poi ripreso dalla propaganda fascista e standardizzato: si racconta che all’inizio nemmeno i gerarchi fascisti volessero utilizzarlo.

Altri ne identificano l’origine in un dipinto di Jacques-Louis David del 1784 che riprende il “Giuramento degli Orazi”, con i tre eroi che alzano il braccio teso, che tuttavia fa riferimento ad un solenne giuramento militare, e non ad un saluto civile.

A livello legale è reato fare il saluto romano? Dipende dalla situazione e soprattutto dalle intenzioni.

Se il saluto romano esprime approvazione singola e personale per la storia e l’ideologia fascista, non essendoci il reato di opinione, non è considerabile illegale.

Ad esempio, se ci si trova davanti a una tomba di un gerarca fascista e si fa il ben noto gesto, secondo la Corte di Cassazione non è un reato: si tratta di un segno celebrativo e della libera espressione di una propria convinzione.

Al contrario, per la legge Scelba, il saluto romano è reato quando la sua esecuzione viene svolta soprattutto in gruppo e/o nell’ambito di una organizzazione che mostra la volontà di apologia del fascismo e la potenziale ricostituzione di un nuovo partito fascista.

È perseguibile chi, ad esempio, fa il saluto romano nell’ambito di una manifestazione politica o che lo accompagna ad altri evidenti segni (tatuaggi, bandiere, fasci littori e simboli) condivisi da un gruppo di persone.

La battaglia della Trebbia. Annibale sconfigge i romani

La battaglia della Trebbia (o del fiume Trebbia) è uno scontro avvenuto il 18 dicembre del 218 a.C. durante la seconda guerra punica, fra le legioni romane del console Tiberio Sempronio Longo e quelle cartaginesi guidate da Annibale.

In quella zona i Romani subirono la prima grande sconfitta della Seconda Guerra Punica un generale che dimostrò uno sconfinato talento sul campo di battaglia.

Annibale attraversa le Alpi e raggiunge l’Italia

All’alba del conflitto con Annibale, i romani credevano di dover ripetere ciò che era avvenuto nel corso della prima guerra punica: pensando di scontrarsi prevalentemente sul mare, disposero una ingente flotta e schierarono il grosso delle loro legioni in Sicilia, pronte per attaccare il Nord Africa.

Annibale li sorprese tuttavia impegnandosi nel suo celebre viaggio attraverso l’Europa e varcando le Alpi: presi totalmente alla sprovvista, i romani partirono all’inseguimento del condottiero cartaginese incontrandolo una prima volta in battaglia sul fiume Ticino, scontro nel quale partecipò il padre di quello che sarà poi noto come Scipione l’Africano.

Nonostante Annibale abbia segnato una vittoria, la Battaglia del Ticino, rimase tuttavia una schermaglia di poco conto.

Fu nella battaglia della Trebbia che Roma subì la prima grande disfatta ad opera di un generale in grado di unire ad una profonda conoscenza del territorio la psicologia del nemico.

Annibale mostrò di possedere una ampia capacità di disporre e gestire gli uomini e di prevedere i movimenti tattici dell’avversario.

Le mosse di Annibale e il tranello a Sempronio Longo

annibale stuzzica i nemici

Per comprendere come si svolse la battaglia della Trebbia è necessario prima di tutto avere una idea chiara del posizionamento delle varie componenti dei due eserciti. 

Da una parte, sulla destra nell’immagine, vi sono i Castra Scipionis e Castra Sempronis, accampamenti con soldati rispettivamente guidati da Scipione, il quale aveva già incontrato i cartaginesi nella battaglia del Ticino e Sempronio Longo, richiamato dalla Sicilia a dare manforte alle truppe romane schierate al nord.

I due comandanti non erano concordi sulla strategia da seguire: Scipione preferiva attendere e studiare il suo nemico, Sempronio voleva attaccare subito per porre fine immediatamente il conflitto.

I due generali avevano il comando dell’esercito a giorni alterni: Sempronio decise per l’attacco alla prima occasione utile, costringendo l’altro comandante a seguirlo.

Dal canto suo Annibale, all’interno del suo accampamento, posto sulla sinistra del territorio, studiò adeguatamente la zona e decise di nascondere alcuni soldati guidati dal fratello minore Magone, esperti e valorosi, nei pressi di Rivergaro, arretrati rispetto agli accampamenti romani e abilmente nascosti.

Nel frattempo, decise di giocare la sua partita anche dal punto di vista psicologico: fece infatti uscire la cavalleria dall’accampamento con il compito di andare a provocare il nemico.

Le truppe di cavalleria si avvicinarono per farsi notare dalle sentinelle dell’accampamento dei Romani, portando Sempronio a fare ciò che lui desiderava: far uscire all’attacco i Velites, coloro che erano adibiti al lancio di frecce, sassi e giavellotti insieme alla cavalleria romana.

Il continuo “mordi e fuggi” di Annibale nei confronti delle truppe romane ebbe l’effetto sperato: i velites sprecarono munizioni, la cavalleria romana si stancò, e Sempronio Longo decise di attaccare, senza preparare adeguatamente i suoi soldati.

La disposizione per la battaglia

Entrambi gli eserciti vennero mobilitati e tutti i soldati uscirono dall’accampamento, ma con una importante e sostanziale differenza: mentre i soldati di Annibale avevano riposato, avevano dormito bene, avevano fatto una robusta colazione e si erano spalmati di olio e di grasso contro il freddo, i soldati romani, che si erano precipitati direttamente fuori dall’accampamento, erano completamente a digiuno, non erano totalmente coperti dalle loro corazze, erano stati mobilitati in tutta fretta e avevano freddo.

Sempronio, per di più, prese una decisione errata: fece attraversare in queste condizioni la Trebbia ai suoi soldati, facendoli arrivare sul campo di battaglia bagnati, infreddoliti e stanchi.

La battaglia della Trebbia vide i romani schierati nella loro formazione classica con i Velites davanti, i legionari al centro e la cavalleria classicamente schierata a destra e a sinistra.

Anche Annibale schierò davanti i suoi velites, posizionando la fanteria al centro, con gli elefanti ai lati della fanteria e la cavalleria sia all’estremità sinistra che a quella destra.

La battaglia

La differenza tra lo stato di salute dei due eserciti si vide immediatamente, appena le due parti entrarono in contatto.

La battaglia si aprì con il consueto scontro fra velites, ma quelli romani dimostrarono ben presto di essere stanchi ed inefficaci e si ritirarono subito nelle retrovie.

Nel frattempo, le cavallerie si scontrarono con i propri avversari e lo stesso fece la fanteria.

La cavalleria cartaginese, più riposata e fresca, mise quasi subito in fuga quella romana.

Non appena ebbe terminato questo compito e trovandosi alle spalle dei romani, caricò sul retro la fanteria di Longo.

Proprio in quel momento, le truppe di Magone, sapientemente tenute da parte, sbucarono all’improvviso e colpirono anche loro da dietro i romani, inglobandoli in una morsa circolare e perfetta.

Nonostante il totale accerchiamento, i soldati romani riuscirono comunque a bucare le file dell’avversario, e a filtrare attraverso lo schieramento dei nemici.

I superstiti si rifugiarono nella vicina città di Piacenza, sicuramente graziati da Annibale, che pare non fosse intenzionato a compiere uno sterminio totale, non infierendo su soldati che si erano comunque dimostrati molto valorosi in campo.

ritirata romana a piacenza

Le conseguenze

La battaglia della Trebbia segnò una vittoria netta per il comandante cartaginese.

Purtroppo i romani non si resero conto della caratura del loro avversario. La sconfitta della Trebbia fu attribuita esclusivamente alla superficialità di Sempronio Longo, e il Senato provò dapprima a bloccare la discesa di Annibale braccandolo sugli Appennini, e concedendogli poi una ulteriore battaglia, quella del lago Trasimeno, e quella di Canne. Entrambe sconfitte.

Un radicale cambio di strategia avvenne solo grazie a Quinto Fabio Massimo, che pensò di seguire Annibale senza affrontarlo in campo aperto e con Publio Cornelio Scipione, che portò effettivamente la cultura militare romana ad un nuovo livello, dimostrandosi capace di affrontare le tattiche del cartaginese.

Questa battaglia è un esempio del genio di Annibale che merita rispetto: Roma è stata grande ad avere il privilegio di affrontare un nemico del genere, conquistandosi la gloria di batterlo.

Le navi da guerra romane e le tattiche navali del mondo antico

La potenza di Roma si espresse anche e soprattutto sul mare.

I romani erano considerati navigatori di “acque dolci” come i fiumi del Lazio o dell’entroterra, ed effettivamente, quando arrivarono alla prima guerra punica contro i Cartaginesi, che avevano al contrario secoli di tradizioni navali alle spalle, sembravano destinati a soccombere.

Non potrete nemmeno lavarvi le mani nel mare“, avvertirono da Cartagine.

E invece, i romani svilupparono la più potente flotta navale del mondo antico, diventando i completi dominatori del Mediterraneo, che venne ribattezzato “Mare Nostrum” o anche “Il lago privato di Roma“.

Tutto questo fu possibile grazie alle straordinarie caratteristiche delle navi romane, e alle tattiche di combattimento, in cui la marina militare dell’Antica Roma toccò punte di eccellenza assoluta.

La bireme

La bireme era così chiamata per via dei due ordini di remi di cui disponeva.
Lunga circa 23 metri e larga 3, la bireme era l’unità più piccola dell’intera flotta navale, e veniva utilizzata per il trasporto di uomini, di alcune merci e di equipaggiamento, oppure con funzioni di avanscoperta o ricognizione.

Non si tratta di una imbarcazione particolarmente armata: notiamo solamente a prua un accenno di “rostro”, o sperone in legno, accompagnato, come tutte le navi da guerra, da scritte benauguranti o piccole immagini sacre.

Aveva a disposizione due vele: la prima, al centro della carena, la più grande, e una seconda più orientata verso la prua.

Sulla poppa, oltre che al timone per governare la direzione, anche la postazione del comandante, accompagnata dallo stendardo della legione di appartenenza.

La liburna

Si trattava di una variante della bireme, con delle caratteristiche abbastanza simili ma con un perfetto bilanciamento e particolarmente adatta a dei rapidi cambi di direzione.

L’idea della liburna era venuta ai romani dai pirati. Nella zona della odierna Croazia, vi erano delle aree chiamate Istria, Liburnia e Dalmazia. Erano terre dominate da terribili ed efficienti pirati, che avevano sviluppato proprio questo tipo di imbarcazioni per compiere le loro scorrerie.

Osservandole, Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Ottaviano Augusto, aveva pensato di copiarne lo stile.

Furono queste imbarcazioni ad essere decisive nella battaglia di Azio nel 31 d.C, lo scontro che consegnò il potere definitivo nelle mani di Augusto ai danni di Marco Antonio e di Cleopatra.

La trireme

Con 40 metri di lunghezza e 5 metri e mezzo di larghezza, e tre file di remi, la trireme era l’unità da combattimento più nota e abbondante nella flotta romana.

La sua funzione era di combattimento e di mischia: erano le prime ad entrare in contatto durante uno scontro navale e la versione certamente più abbondante.

Sulla prua, appena sotto il pelo dell’acqua, un vero e proprio rostro. Si trattava di uno sperone realizzato in bronzo o in ferro, studiato per colpire e bucare il fasciame della nave avversaria. Vicina al rostro, altri due speroni più piccoli, che avevano il compito di allargare lo squarcio e peggiorare il danno dopo il colpo.

Sempre vicino alla prua, un piccolo ponticello d’assalto. Era una specie di scala realizzata in legno e con dei pioli, al termine della quale era posizionata una punta acuminata, perfetta per incastrarsi una volta calata.

La nave si avvicinava, abbassava il ponticello e agganciava inesorabilmente l’imbarcazione avversaria. Attraverso il ponte, i soldati romani potevano passare e trasformare la battaglia da navale a corpo a corpo, dove eccellevano particolarmente.

Lungo il bordo della nave correva anche una sporgenza che permetteva di ospitare dei legionari, anche questa una idea che favoriva l’abbordaggio degli avversari.

Ma non solo: lungo tutto il ponte della nave erano posizionate delle piccole ma efficaci armi di artiglieria. Le più comuni erano certamente gli scorpioni, delle strutture maneggevoli che consentivano di scagliare una freccia o un giavellotto ad incredibile velocità e potenza.

Similmente, gli onagri: erano delle piccole costruzioni in legno e metallo che lanciavano delle palle di piombo o di ferro contro le navi che si avvicinavano ad una certa distanza.

Insomma: tutta la nave rappresentava una vera e propria piattaforma di tiro che rendeva estremamente pericolosa la trireme.

Verso la poppa, si trovava anche una piccola torretta rinforzata: era il luogo dove si appostavano degli arcieri, che erano efficacemente nascosti dallo sguardo dei nemici, ma che potevano tenere sotto tiro chiunque capitasse entro la gittata di un normale arco romano.

Sul fondo, sempre la posizione del comandante e lo stendardo della legione.

La quadrireme

Era una l’unità navale immediatamente successiva alla trireme, entrata in servizio a partire dal principato di Augusto.

Con quattro ordini di remi, aveva un potente rostro, e al posto di un semplice ponticello di assalto, era dotata questa volta di un vero e proprio piccolo corridoio, formato da un paio di assi di legno e un corrimano per evitare di cadere in acqua, spinti dai nemici.

Una costruzione snella ed efficiente che dava molta stabilità e consentiva di far passare un grande numero di soldati in poco tempo.

Le vele erano sempre due, ma più grandi e posizionate in maniera più centrale lungo la carena.

Rimangono invariate le armi di artiglieria, mentre la torretta degli arcieri è ancora più alta e fortificata. A volte potevano essere addirittura due.

In poppa, sempre il comandante e l’insegna della legione.

La quinquireme

Con cinque file di remi, era lunga 48 metri e larga 8 e mezzo.

Assomigliava molto alla quadrireme ed era quella che più risentiva dell’influsso dell’ingegneria cartaginese, da cui i romani copiarono abbondantemente.

Era leggermente più veloce della quadrireme e costituiva l’unità armata più grossa ed imponente della flotta.

I corvi potevano essere due: uno a prua e l’altro a poppa, per un abbordaggio da due punti contemporaneamente.

L’esareme

Era una nave di grandissima stazza con sei ordini di remi.

In realtà non veniva utilizzata per il combattimento, ma per il trasporto dell’ammiraglio e degli ufficiali delle legione. Era la nave del generale, che ispirava fiducia nelle altre unità e guidava l’intera operazione militare.

Non era dotata di un corvo, ma di due alte torri di guardia con un grande numero di soldati e di arcieri a protezione dello stato maggiore dell’esercito.

Aveva una sola, grande vela quadrata di colore porpora: il colore dei generali.

La caudicaria

Questa nave serviva per i trasporti, sia per mare che per fiume.

Si trattava di una grossa nave dalla carena bassa e piatta, una vera e propria chiatta, perfetta per trasportare una grande quantità di qualsiasi cosa.

Dai soldati, all’equipaggiamento e alle armi, ma anche macchine di artiglieria o di assedio, fino a torrette rinforzate in ferro o costruzioni imponenti.

Quando doveva scaricare, era abitudine attaccare una serie di buoi o animali da traino ad uno dei due bordi dell’imbarcazione, per avvicinarla alla riva e inclinarla leggermente, in modo da favorire lo sbarco delle attrezzature più pesanti.

Le tattiche navali della Roma antica

Una volta schierate in mare, la navi romane seguivano una serie di tattiche fondamentali che derivavano dall’esperienza greca e che vennero poi ottimizzate dai generali nel corso del tempo.

Mentre sulla terra si tende a posizionare il nucleo più forte dei propri uomini al centro e sull’ala destra, in mare era il contrario. La navi più potenti erano posizionate sulle ali, mentre il centro costituiva la parte più mobile e “liquida” dello schieramento.

Di norma, erano le navi più agili e maneggevoli a dare il via al combattimento, seguite da quelle più pesanti che intervenivano in un secondo momento.

L’affondo con il rostro

Il primo e più elementare metodo di attacco era quello di speronare la nave avversaria sul fianco attraverso il rostro, sfasciando la costruzione e facendo imbarcare acqua al nemico.

Le operazioni dei rematori venivano saggiamente organizzate e coordinate con i comandi che venivano impartiti dall’alto.

Il colpo di rostro doveva essere ben calibrato: doveva sicuramente avere una forza sufficiente per forare le protezioni dell’imbarcazione avversaria e creare uno squarcio sufficientemente ampio.

Ma se la forza propulsiva fosse stata eccessiva, il rostro si sarebbe addirittura conficcato e le due navi sarebbero rimaste incastrate. Cercando di disincagliarsi, la nave attaccante avrebbe potuto perdere il rostro e imbarcare acqua a sua volta.

L’attacco era quindi paragonabile ad una “pugnalata” ben assestata che doveva però ritrarsi altrettanto efficacemente per non diventare una azione controproducente

Il periplo

Il periplo era una tecnica da utilizzare quando si disponeva di un numero superiore di imbarcazioni rispetto all’avversario e quest’ultimo si posizionava in una sola fila di navi.

Dal momento che la propria fila di unità, schierate ordinatamente, era più lunga di quella dell’avversario, si cercava di avvicinarsi e di far convergere i propri fianchi su quelli del nemico, per circondarlo.

In questo modo si inglobava completamente il nucleo di navi nemiche che senza scampo venivano affondate.

Era la prima e più elementare tecnica che si tentava di utilizzare in mare

Il periplo con variante

Quando le proprie navi erano in inferiorità numerica, il periplo andava adattato ad una situazione di svantaggio.

In questo caso il nemico aveva una fila di navi più lunga rispetto alla propria. Si cercava allora di utilizzare le proprie ali per attaccare e tenere impegnate le ali dell’avversario.

Al centro, invece, le imbarcazioni tenevano la prua dritta contro il nemico in modo da mantenere una posizione normale, ma indietreggiavano con una mossa calcolata, per dare l’impressione che stessero perdendo terreno ed attirare le navi avversarie in un imbuto, in una trappola.

Quando la fila avversaria era stata divisa sostanzialmente in tre, le navi centrali invertivano la marcia e si facevano sotto.

Così, la forza numerica del nemico veniva compensata dividendone le forze.

Il Diekplous

Tecnica sopraffina e molto insidiosa.

A fronte di un nemico che schierava la proprie navi in una sola fila, si creava per contro una colonna, in fila indiana, di imbarcazioni che puntavano al centro dell’avversario.

Quando la prima nave della fila stava per entrare in contatto, un lato dei rematori iniziava di punto in bianco a remare all’indietro, mentre l’altro manteneva l’andatura in avanti.

Questa azione provocava un rapidissimo “giro” della nave di 90 gradi che andava rasente al nemico e ne rompeva i remi. La nave poi si allontanava e la seconda della fila si accaniva sull’imbarcazione colpita, che senza una parte della rematura aveva una possibilità di movimento alquanto limitata.

Se qualche altra nave nemica avesse tentato di andare in soccorso, le altre unità in fila avrebbero ripetuto la stessa manovra.

L’obiettivo era rompere lo schieramento avversario in due, e renderlo più debole.

Per questa tattica esistevano alcune contromisure. La prima era quella di avvicinare le navi le une alle altre per togliere lo spazio necessario alla manovra.

La seconda era quella di posizionare le proprie navi su due file, in modo che la seconda fila avrebbe potuto attaccare le navi in colonna. Questo, però, significava restringere il fronte della proprie navi, ed esporre lo schieramento al pericolo di periplo classico.

Il cerchio

Quando l’avversario aveva un numero soverchiante di unità e non vi erano i presupposti per vincere, si adottava una misura di estrema difesa, in attesa di poter fuggire o dei rinforzi.

Le navi venivano posizionate in cerchio con la prua rivolta verso l’esterno. In questo modo, ci si chiudeva letteralmente “a riccio” e il primo che avesse cercato di avvicinarsi sarebbe stato ripetutamente attaccato da una serie di rostri in sequenza.

I falsi miti su Roma Antica. Le leggende da sfatare

Non tutto quello che viene raccontato su Roma e la sua storia corrisponde alla realtà: molti esempi che si tendono a dare come veritieri e scontati sono in realtà falsi miti tramandati travisando le informazioni a disposizione, a partire dall’uso dei pollici fino ad arrivare a Nerone incendiario.

Pollice in su o pollice in giù?

Uno dei falsi miti più diffusi riguardanti l’antica Roma riguarda il fatto che si usasse il pollice verso per condannare.

La leggenda vuole che se l’Imperatore all’interno dell’arena o del Colosseo avesse mostrato il pollice in alto la persona sarebbe stata salva mentre se lo avesse rivolto in basso sarebbe morta.

Le fonti di Roma antica in realtà non confermano niente di tutto ciò, anzi.

Alcuni studi relativi all’epoca hanno portato a galla indizi dai quali sembrerebbe che avvenisse esattamente il contrario: il pollice in alto è simile a una spada, quindi rivolgerlo in alto sarebbe sinonimo di morte mentre porlo verso il basso significherebbe rinfoderare la spada, e quindi salvare la vita di chi è in attesa del verdetto.

Nerone, l’incendiario con la cetra

Altro mito duro a morire nella società attuale è quello che vorrebbe l’imperatore Nerone aver dato fuoco a Roma per poi osservarla bruciare suonando la cetra.

Questo luogo comune è più recente di altri riguardanti l’Impero Romano e deriva direttamente dai film di Hollywood che hanno esacerbato la figura del despota in questione.

La città di Roma venne effettivamente quasi rasa al suolo nel 64 d.C. a causa di un incendio che ne colpì varie zone: il punto è che Nerone non era nemmeno presente in città e non diede nessun ordine di appiccare il fuoco.

La realtà storica dei fatti vuole i cittadini romani chiedersi in gran numero cosa fosse successo e “incolpare” Nerone perché oltre che imperatore era edile della città e quindi responsabile per la sicurezza del popolo.

L’imperatore poi ne approfittò per dare la colpa alla setta dei Cristiani che in quel periodo si prestavano ai suoi occhi particolarmente bene come capro espiatorio.

I soldati romani con il pennacchio

Cosa dire poi della raffigurazione dei soldati romani? Non tutti avevano il pennacchio in testa: questo era un tratto distintivo esclusivamente dei centurioni.  E non era nemmeno rosso, come non erano rossi i mantelli quando presenti nella dotazione del soldato.

Nella Roma antica ottenere il colore porpora non era né semplice né economico: era quindi impensabile che si potessero produrre facilmente migliaia di mantelli rossi da distribuire ai soldati i quali, tra l’altro, non avevano bisogno di questo tipo d’indumento.

Un altro mito favorito dalla rappresentazione cinematografica di questa figura tanto quanto quella del gladiatore.

Chi “studia” la storia romana attraverso i film tende a pensare che i romani fossero praticamente tutti gladiatori: non è così.  Certo, tendenzialmente questi combattenti erano schiavi, ma potevano essere anche vip o ricchi.

Erano persone che frequentavano le scuole gladiatorie ed erano gestiti dai lanisti. Non era una vita facile quella del gladiatore e non veniva scelta da molti come possibilità di carriera.

I romani che vomitavano per mangiare di nuovo

Un altro mito su Roma da sfatare? Spesso i romani vengono dipinti come dei pazzi invasati che mangiavano fino a scoppiare salvo poi vomitare e mangiare nuovamente.

Questa è ovviamente una rappresentazione altamente fuorviante, derivante dal fatto che all’interno degli anfiteatri esistessero delle strutture chiamate “vomitoria” che, a dispetto di quel che si possa pensare, non erano luoghi dove dare di stomaco per poi rincominciare a rimpinzarsi.

Si trattava piuttosto di passaggi appositamente creati per far defluire la folla attraverso dei canali controllati e non pesare troppo sulle scalinate. Insomma, un modo per muoversi e gestire gli spazi in maniera sostenibile.

Certo, alcune opere raccontano e raffigurano grandi banchetti romani, ma si tratta i casi isolati ed estremi che spesso venivano presi ad esempio o riprodotti per condannare un comportamento eccessivamente lascivo.

In conclusione Roma era ben diversa da come le leggende metropolitane la vogliono dipingere: prima di convincersi di qualcosa riguardo la sua storia è bene consultare fonti attendibili.

La costruzione delle strade romane

Le strade di Roma sono tuttora uno degli elementi più riconoscibili della civiltà romana: come venivano costruite? Conoscere questo passaggio della storia di Roma è importante sia dal punto di vista storico che da quello ingegneristico.

Le funzioni delle strade nel mondo romano

Erano tre, sostanzialmente, le motivazioni per le quali le strade venivano costruite.  

La prima era di tipo militare: le legioni che conquistavano per la prima volta un territorio avevano bisogno delle strade per permettere un passaggio ordinato e sicuro dei soldati al suo interno.

Ovviamente man mano che la provincia veniva conquistata e romanizzata subentrava anche la seconda ragione per la quale le strade venivano costruite: la possibilità di avere delle vie di comunicazione di facile sfruttamento.

I romani, all’avanguardia come sempre, avevano infatti dato vita a un servizio postale: le comunicazioni non erano solo verbali, ma anche scritte e i postini del tempo avevano bisogno di strade che consentissero di recapitare i messaggi nei punti più disparati dell’Impero.

Specialmente durante l’epoca d’Augusto il sistema basato sullo sfruttamento delle strade funzionava in maniera egregia e consentiva di favorire le comunicazioni senza dover passare per boschi in condizioni selvagge.

La terza motivazione, non meno importante delle precedenti, era legata al passaggio delle merci, soprattutto quando la stabilità delle province era ormai consolidata.

Basta pensare all’importanza delle strade nel sistema commerciale moderno per rendersi conto di quanto potesse essere basilare la loro esistenza ai tempi dei romani.

Le fasi di costruzione di una strada romana

Come costruivano le strade i romani?  Senza dubbio erano le costruzioni nelle quali eccellevano, anche grazie ad una progettazione ed esecuzione che passavano per fasi ben precise, che hanno consolidato nel corso del tempo e che hanno permesso loro di ottenere risultati straordinari.

La prima cosa che facevano i romani era quella d’individuare l’itinerario della strada. Gli esperti compivano delle esplorazioni e cercavano di capire dove potesse essere più comodo e utile che la strada passasse: ovviamente in presenza di ostacoli naturali si tendeva ad allungare il percorso della stessa per poterla costruire con più facilità e ottenere una semplificazione del lavoro per gli operai.

È importante sottolineare che al fine di rendere il livello della strada sempre omogeneo i romani erano pronti a scavare gallerie oppure a riempire dei terreni bassi ove necessario.

Dopo l’esplorazione del territorio e la decisione dell’itinerario, entravano in campo gli ingegneri, i mensores che avvalendosi di uno strumento specifico tracciavano gli angoli retti e definivano in maniera geometrica la griglia della strada.

Questi addetti eseguivano i calcoli fondamentali che permettevano alla strada di avere sempre una struttura sana, lineare e sempre uguale in tutte le sue parti, dall’inizio alla fine.

Finiti i calcoli, arrivava il momento del primo scavo, il quale serviva per arrivare alla parete di roccia sottostante o comunque a un punto rigido che potesse essere la base ideale per la successiva costruzione.

Sebbene a seconda dei territori e delle epoche siano state registrate piccole variazioni, il primo passaggio per la costruzione di una strada romana passava per l’utilizzo degli aratri che tracciavano due solchi paralleli che poi venivano rinforzati con delle pietre poste a margine a creare una sorta di muretto.

Si procedeva quindi a scavare in profondità per ottenere uno scavo profondo, pulito, omogeneo e solido al quale si applicavano quattro strati composti in modo differente.

Il primo strato era costituito da grossi massi e pietre che venivano legati insieme dal cemento: il più importante e forte. Il secondo era composto sempre da massi e sassi, più piccoli dei precedenti e legati dalla calce al fine di poter assicurare alla strada il drenaggio dell’acqua.

Veniva poi posto un terzo strato chiamato “nucleus” ed era quello composto da “breccia”, ovvero sassolini di ghiaia compattati che garantivano solidità e stabilità orizzontale e un quarto, quello dove le persone avrebbero camminato e le bighe e i carri sarebbero passati, ottenuto con il posizionamento di grandi sassi piatti e lunghi.

Un leggero declivio assicurava il fluire dell’acqua ai margini della strada per evitare allagamenti.