martedì 3 Marzo 2026
Home Blog Pagina 3

Gallipoli: stanziati 780 mila euro per il recupero del prezioso relitto romano e del suo carico

Nelle acque di Gallipoli, lungo la costa ionica che si allunga verso Mancaversa, i fondali marini custodiscono una scoperta di grande valore: il relitto di un’antica nave oneraria romana, risalente al primo secolo avanti Cristo.

Per riportare alla luce questa preziosa testimonianza del passato mercantile del Mediterraneo, e per garantirne la sicurezza, il Consiglio superiore dei Beni culturali ha approvato un finanziamento consistente di 780.000 euro, destinato specificamente alle operazioni di scavo e recupero. Questa cifra rappresenta la parte più significativa di un più ampio piano triennale di lavori pubblici (2025-2027) dedicato al patrimonio storico della provincia di Lecce, che prevede uno stanziamento totale di 870.000 euro.

Immersa a circa quaranta metri di profondità, a sud di Gallipoli, precisamente nei pressi di Posto li Sorgi, giace il relitto di un’antica imbarcazione. Si tratta di un mercantile di grandi dimensioni per l’epoca, i cui resti lignei superstiti ne suggeriscono una lunghezza di circa venti metri. Il sito archeologico è noto agli studiosi dal 1991, anno in cui sono state avviate le prime indagini sistematiche. Oltre alla struttura della nave, il fondale conserva intatti due gruppi di ancore in ferro e una quantità impressionante di anfore: centinaia di esemplari che ci offrono una chiara testimonianza dei traffici marittimi che animavano l’epoca romana.

Grazie alle ricerche di storici e archeologi, oggi sappiamo che la nave trasportava probabilmente vino, destinato ai mercati di Francia o Spagna. Il suo viaggio si concluse in modo drammatico: una tempesta improvvisa o forse un attacco affondarono l’unità con tutto il suo carico. Con il passare dei secoli, il relitto si è depositato sul fondo marino, e le anfore degli strati superiori, staccandosi e franando, hanno causato l’ulteriore interramento dei resti in legno. Questo fenomeno, paradossalmente, ha contribuito a preservare il legname sotto i sedimenti marini.

L’intervento di recupero è diventato una vera e propria urgenza, vista la fragilità intrinseca dei siti archeologici sommersi. La Soprintendenza per la tutela del patrimonio culturale subacqueo non perde di vista quest’area, che è finita sotto la lente d’ingrandimento anche del Nucleo tutela patrimonio culturale di Bari, parte dell’Arma dei Carabinieri. Le autorità hanno quindi intensificato i controlli e le indagini, impiegando esperti subacquei per scongiurare furti o danneggiamenti. Al momento, sull’area interessata dal ritrovamento vige un divieto assoluto di immersione per tutelare l’integrità del cantiere archeologico e garantire la sicurezza delle operazioni future.

L’importanza di questo intervento è stata messa in evidenza dal deputato Saverio Congedo, che si è detto soddisfatto per l’attenzione mostrata dal Ministero della Cultura verso il patrimonio del Salento. Lo stanziamento approvato sotto la guida del ministro Alessandro Giuli non riguarda solo il relitto ionico, ma tocca anche altri elementi cruciali della cultura locale. Oltre ai fondi destinati al recupero della nave romana, sono stati stanziati circa 92.000 euro per il progetto “Città parallela”, il cui obiettivo è la valorizzazione del cimitero monumentale di Lecce.

Il recupero del carico e la successiva valorizzazione del relitto sono parte di una strategia più ampia per rendere la provincia di Lecce un polo di attrazione culturale. L’obiettivo delle istituzioni è trasformare queste scoperte in occasioni concrete per visitatori e studiosi, offrendo uno sguardo approfondito sulle antiche rotte commerciali che univano la Puglia al mondo romano. Le anfore ancora in posizione e la possibilità di recuperare elementi della struttura in legno offrono una rara opportunità di studiare le tecniche di costruzione navale e le modalità di stivaggio delle merci in uso oltre duemila anni fa.

Nei prossimi mesi, il lavoro degli esperti si concentrerà su una fase cruciale: lo scavo e la messa in sicurezza dei materiali. Si tratta di un processo delicato che richiede grande abilità tecnica e l’impiego di attrezzature speciali, indispensabili per operare a ben quaranta metri di profondità. Non appena estratti, i reperti saranno sottoposti a immediati trattamenti conservativi. Questo passaggio è fondamentale per evitare che il deterioramento, causato dal brusco passaggio dall’ambiente marino a quello atmosferico, comprometta il loro stato. Grazie a questa operazione, un capitolo fondamentale della storia marittima locale sarà finalmente restituito al pubblico, rafforzando la posizione del Salento come punto di riferimento nazionale per l’archeologia subacquea.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Scoperto l’acquedotto romano di Padova: il segreto dell’Arzeron della Regina

A Grantorto, Villafranca Padovana e nel rione di Montà a Padova sono riemerse le tracce di una straordinaria opera idraulica, a lungo dimenticata. Le recenti indagini della Soprintendenza, condotte tra il 2017 e il 2024, hanno permesso di mappare con precisione il percorso dell’antico acquedotto romano che alimentava l’antica città di Patavium. Per secoli, sia gli abitanti che gli studiosi avevano interpretato un imponente rilievo di terra, noto come Arzeron della Regina, come una semplice strada sopraelevata o un argine contro le inondazioni del fiume Brenta. Eppure, i nuovi dati archeologici e geomorfologici hanno rivoluzionato queste convinzioni: l’Arzeron ha finalmente rivelato la sua vera natura, quella di monumentale supporto per una condotta idrica concepita con eccezionale ingegneria.

Le indagini dirette da Matteo Frassine della Soprintendenza e Simonetta Bonomi, in collaborazione con i docenti del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, hanno portato alla luce un’imponente struttura che si estendeva per circa ventiquattro chilometri. Il punto di partenza di questa opera è stato localizzato nella suggestiva area delle risorgive, in una località nota come Fontanon del Diavolo, nel comune di Gazzo Padovano.

Da queste sorgenti naturali sgorgava un’acqua di eccellente qualità, purificata naturalmente dai sedimenti della pianura, e con un flusso notevolmente costante durante tutto l’anno. Un dettaglio tecnico di grande interesse è la temperatura dell’acqua, che si manteneva tra i dodici e i diciotto gradi: questa caratteristica impediva all’acqua di congelare all’interno della condotta, anche nei rigidi inverni che si verificavano nell’antichità.

L’infrastruttura si sviluppava su due tratti principali. Nei primi dodici chilometri, la condotta correva sottoterra, mantenendo una pendenza costante calcolata con precisione millimetrica dagli ingegneri romani. Arrivata in località Boschiera, a ovest di Piazzola sul Brenta, l’opera cominciava a innalzarsi sopra il terrapieno dell’Arzeron della Regina. Questo accorgimento permetteva all’acqua di mantenere la quota necessaria per scorrere spontaneamente verso il centro urbano. Gli scavi condotti a Villafranca Padovana hanno portato alla luce quarantatré strutture quadrangolari, allineate per oltre duecento metri. Queste basi, realizzate in mattoni e malta, erano le fondamenta di circa duemilacinquecento pilastri inseriti all’interno dell’argine. Su questo sistema di sostegno era collocata la condotta vera e propria, una struttura in muratura larga sessanta centimetri, che veicolava l’acqua fino a Padova.

Uno degli aspetti più affascinanti emersi dallo studio geologico riguarda la straordinaria stabilità del terreno su cui fu costruito l’Arzeron. Il professor Alessandro Fontana ha infatti chiarito che l’area non viene allagata dal fiume Brenta da circa ventimila anni, smentendo definitivamente l’ipotesi che il terrapieno avesse una funzione di difesa dalle piene. Gli ingegneri romani, con la loro proverbiale saggezza, scelsero intenzionalmente questa zona così affidabile e sfruttarono una leggera altura naturale per assicurare una pendenza media ideale di circa settanta centimetri per chilometro. Grazie a questa ingegneria meticolosa, l’acquedotto era in grado di convogliare un flusso d’acqua notevole, stimato tra i cento e i centocinquanta litri al secondo, una portata paragonabile a quella dei grandi sistemi idrici delle principali metropoli dell’impero.

L’acquedotto completava il suo percorso sopraelevato nel rione di Montà, raggiungendo un’altezza di circa diciassette metri sul livello del mare. Grazie a questa notevole elevazione, l’acqua aveva l’energia necessaria per percorrere gli ultimi tre chilometri e mezzo e arrivare alle zone più alte del centro di Padova, che all’epoca si trovavano tra gli attuali Palazzo della Ragione e Piazza del Duomo. Questo dislivello era fondamentale perché permetteva la successiva distribuzione capillare dell’acqua, un bene prezioso, a tutte le fontane, le terme e le abitazioni private della città natale dello storico Tito Livio. Le ricerche indicano che la costruzione di questa imponente opera sia avvenuta nell’ultimo quarto del primo secolo avanti Cristo, un periodo che coincide perfettamente con la grande fase di espansione e urbanizzazione monumentale della Padova romana.

Questa scoperta non solo getta nuova luce sull’Arzeron della Regina, ma ci permette di guardare con occhi diversi anche ad altre strutture simili nella regione veneta. Gli esperti ipotizzano, ad esempio, che un altro rilevato di terra chiamato Lagozzo, che collegava le risorgive alla città romana di Altino, possa aver avuto la stessa funzione acquedottistica. Si tratterebbe di una singolare tecnica costruttiva adottata dai Romani: invece delle imponenti arcate aeree visibili altrove, in queste aree, come in alcuni siti in Belgio e nei Paesi Bassi, preferirono costruire lunghi argini in terra per sostenere le condutture dell’acqua.

Il ritrovamento di questi dati archeologici, unito a moderne simulazioni idrauliche, chiude un cerchio storico lungo millenni. L’Arzeron della Regina non è più solo un misterioso rilievo di campagna, ma diventa il simbolo di un’ingegneria idraulica che sapeva dialogare perfettamente con la geomorfologia della Pianura Padana. Il fatto che alcuni tratti si siano conservati sotto le attuali strade e che i resti siano visibili a Montà, ci offre una preziosa testimonianza: l’intervento umano in antichità ha saputo valorizzare le risorse naturali in modo duraturo ed efficace, assicurando per secoli la salubrità e lo sviluppo della comunità urbana di Padova.

Image Credit: https://www.archaeoreporter.com/it/2026/01/09/a-caccia-dellacquedotto-romano-perduto-il-ritrovamento-a-padova-allarzeron-della-regina/

Pesci fossili: svelata la vita sociale di 50 milioni di anni fa

A Katsuyama, una piccola città nella Prefettura di Fukui, è iniziata una straordinaria ricerca che ha permesso di svelare i segreti della vita sociale acquatica di un’epoca lontanissima. Tutto è partito dal Museo del Dinosauro, dove il biologo Nobuaki Mizumoto ha scoperto una lastra di scisto calcareo grigiastro con un reperto eccezionale: un intero banco di pesci fossilizzato.

La roccia, che proviene dalla famosa Formazione di Green River negli Stati Uniti, ci offre una finestra sulla vita che pullulava nei grandi laghi del Wyoming, Colorado e Utah durante l’Eocene. Questo complesso geologico è rinomato in tutto il mondo per la sua incredibile capacità di preservazione. Il merito è dei fondali lacustri poveri di ossigeno, un ambiente perfetto che ha protetto i resti dalla decomposizione e dai predatori.

La lastra in questione, che misura cinquantasette centimetri in lunghezza e trentasette in altezza, è una vera e propria fotografia preistorica, contenente le impronte di ben duecentocinquantanove esemplari della specie estinta Erismatopterus levatus.

Questi piccoli esemplari, lunghi tra i dieci e i ventitré millimetri, erano chiaramente dei giovani o delle larve, considerando che gli adulti di questa specie raggiungevano abitualmente i sei centimetri. L’identificazione è stata possibile grazie a un’analisi dettagliata delle pinne dorsali: due spine e sei o sette raggi molli, oltre alla posizione delle pinne pelviche, collocata nella zona sub-toracica.

Ciò che ha sbalordito i ricercatori è stata la disposizione degli animaletti sulla pietra, un allineamento quasi perfetto con la quasi totalità dei pesciolini rivolta nella stessa direzione. Un simile ordine non è casuale: suggerisce un movimento coordinato, una vera e propria strategia di sopravvivenza collettiva.

Per confermare questa ipotesi, i ricercatori hanno elaborato un migliaio di simulazioni informatiche. I risultati sono stati inequivocabili: i pesci non si erano aggregati passivamente dopo la morte, ma stavano nuotando attivamente, seguendo precise regole sociali.

Uno studio affascinante ha rivelato che questi antichi organismi adottavano due regole base per l’auto-organizzazione: si tenevano a distanza dai vicini più prossimi per evitare di scontrarsi, ma al tempo stesso restavano uniti ai compagni più lontani per non disperdersi. Questo complesso comportamento sociale, dunque, ha radici evolutive che risalgono a ben cinquanta milioni di anni fa.

La scena è stata congelata nel tempo da un evento catastrofico e improvviso che non ha lasciato scampo al gruppo. L’ipotesi più accreditata è il crollo di una duna sabbiosa in acque poco profonde, un incidente che in pochi istanti avrebbe sommerso e sigillato il banco. Non manca, però, chi propone una dinamica diversa: i pesci potrebbero essere rimasti intrappolati in una fitta rete di alghe filamentose che, appesantendosi con i sedimenti, sarebbe affondata dolcemente, depositando gli animali in modo ordinato sul fondo.

Le antiche acque dei laghi Gosiute e Uinta nascondevano pericoli: erano l’habitat di temibili predatori come i grandi Diplomystus o i Mioplosus. Per questo, nuotare in gruppo era una strategia di sopravvivenza vitale per i giovani pesci, che potevano così sfruttare l’effetto di “confusione sensoriale” per disorientare gli aggressori.

Il banco fossile ritrovato lo dimostra: la sua forma allungata e la maggiore densità al centro sono caratteristiche tipiche delle strategie anti-predatorie. Gli individui si stringevano al centro, cercando posizioni protette per ridurre il rischio di essere catturati. Solo otto esemplari nel reperto mostrano una direzione diversa rispetto alla massa, un dettaglio che potrebbe essere dovuto a piccoli movimenti durante la sepoltura o a tentativi individuali di fuga.

Immaginate il paesaggio dell’Eocene: un ambiente subtropicale, con temperature così miti da essere l’habitat ideale per coccodrilli e foreste rigogliose di palme e sicomori. È in queste acque che nuotavano i piccoli pesci come l’Erismatopterus levatus.

La Formazione di Green River, la cui geologia ci racconta questa stabilità climatica, è composta da strati di fango calcareo così fine da aver conservato reperti incredibili, come le delicate membrane alari degli insetti o persino le impronte delle piante con i segni dei morsi dei parassiti.

In questo scenario, il ritrovamento di un intero banco di Erismatopterus levatus è un indizio fondamentale. Dimostra infatti che le interazioni sociali non sono affatto una “novità” dell’evoluzione. Sono una strategia biologica collaudata ed efficace che funziona e resiste da milioni di anni.

La scoperta di questo reperto è avvenuta quasi per caso. Mizumoto, un esperto di comportamento animale che solitamente studia i termitai, era in vacanza quando ha riconosciuto il valore scientifico della lastra. Grazie alla collaborazione tra istituzioni giapponesi e americane, una semplice curiosità museale si è trasformata in un momento cruciale per la paleontologia comportamentale.

Questo fossile non ci restituisce una statica immagine di pietra, ma la foto di un vero e proprio balletto coordinato di un gruppo di esseri viventi. Le analisi statistiche lo hanno confermato: l’orientamento uniforme del gruppo, cioè la direzione comune, era impressionante, raggiungendo livelli di polarizzazione simili a quelli che si osservano oggi in specie marine come le aringhe.

Osservare questa istantanea del passato ci permette di comprendere quanto sia profonda l’eredità dei comportamenti collettivi nella storia della vita. Ogni minuscolo pesce fossilizzato nello scisto calcareo partecipava a un sistema sociale regolato da principi elementari ma estremamente efficaci, gli stessi che ancora oggi garantiscono la sopravvivenza di innumerevoli specie. Questo reperto non è solo un affascinante oggetto da museo, ma un capitolo cruciale per ricostruire l’evoluzione della socialità animale.

Gli scienziati ora sperano di scoprire altri esempi di questi comportamenti “cristallizzati” dal tempo, magari coinvolgendo altri gruppi faunistici come crostacei o mammiferi, per tracciare una mappa completa del percorso evolutivo della coordinazione di massa. Resta l’emozione di contemplare un istante di cinquanta milioni di anni fa: un movimento collettivo interrotto all’improvviso e preservato per millenni, che continua a svelarci come la vita abbia imparato a cooperare per affrontare le sfide del mondo esterno.

Image Credit: https://www.focus.it/scienza/scienze/un-banco-di-pesci-di-50-milioni-di-anni-fa

Colosseo: una nuova arena tecnologica tra tutela e spettacolo

A Roma il Colosseo si prepara a riscoprire la sua vocazione originaria di grande spazio per lo spettacolo. Un progetto ambizioso prevede la realizzazione di una nuova pavimentazione tecnologica, pensata per ospitare eventi dal vivo e offrire ai visitatori un’esperienza del tutto inedita. Grazie al via libera del governo italiano, sarà possibile tornare a osservare il monumento dal suo centro esatto, una prospettiva che mancava da oltre cent’anni. L’iniziativa segna una svolta nel modo di gestire i siti archeologici della capitale: l’obiettivo è trovare un equilibrio tra la tutela rigorosa delle strutture antiche e una fruizione culturale più vicina alle esigenze del pubblico contemporaneo.

Il progetto nasce dall’esigenza di proteggere gli ipogei, l’intricato sistema di gallerie e ambienti sotterranei in cui, nell’antichità, gladiatori e animali attendevano il loro ingresso nell’arena. Questi spazi, estremamente delicati, sono rimasti esposti alla pioggia, allo smog e agli sbalzi climatici dalla fine dell’Ottocento, quando gli archeologi decisero di rimuovere il pavimento originale per studiare le strutture e i passaggi nascosti sottostanti. La nuova pavimentazione funzionerà come una sorta di copertura protettiva: da un lato impedirà all’acqua di continuare a danneggiare le antiche murature, dall’altro garantirà una ventilazione controllata, fondamentale per la conservazione del sito.

Il contratto per la progettazione e la realizzazione dell’opera, dal valore di circa diciotto milioni e mezzo di euro, è stato affidato a un team di specialisti guidato da una società di ingegneria milanese, affiancata da architetti con una lunga esperienza nel restauro e nella valorizzazione dei beni storici. La nuova arena sarà costruita utilizzando materiali tecnologicamente avanzati, scelti per garantire leggerezza, solidità e sostenibilità ambientale. La superficie calpestabile, che coprirà un’area di circa tremila metri quadrati, sarà realizzata in legno di pino trattato con un processo di acetilazione: una modifica chimica che ne aumenta la resistenza all’usura, ai batteri e ai funghi, senza ricorrere a sostanze tossiche. Questa soluzione assicura una lunga durata nel tempo e una manutenzione più semplice, contribuendo al contempo a ridurre l’impatto ecologico complessivo dell’intervento.

Dal punto di vista tecnico, la nuova pavimentazione sarà formata da centinaia di lamelle mobili, capaci di ruotare e scorrere grazie a un sofisticato sistema meccanico. Questa flessibilità consentirà alla luce naturale di raggiungere gli ambienti sotterranei e favorirà un corretto ricambio dell’aria. Il controllo del microclima sarà affidato a un sistema intelligente di monitoraggio, basato su sensori e algoritmi di intelligenza artificiale, che gestirà ventiquattro unità di ventilazione meccanica collocate lungo il perimetro dell’arena. In questo modo l’aria degli ipogei potrà essere completamente rinnovata in circa trenta minuti, mantenendo temperatura e umidità entro valori ottimali per la conservazione delle antiche strutture in pietra.

Il progetto include anche un sistema per la raccolta dell’acqua piovana, che verrà convogliata e riutilizzata per alimentare i servizi igienici del monumento, permettendo una gestione più efficiente delle risorse idriche. Ogni componente della nuova struttura sarà completamente reversibile: in futuro, la pavimentazione potrà essere rimossa senza lasciare segni permanenti né arrecare danni alle mura originali. Il peso dell’intera installazione sarà distribuito sulle antiche fondamenta romane grazie a speciali strati isolanti, realizzati con materiali polimerici e tessuti non tessuti. Questi elementi sono stati progettati per evitare qualsiasi reazione chimica con la muratura storica e per attenuare le vibrazioni causate dal passaggio dei visitatori, contribuendo così alla tutela del monumento.

Per quanto riguarda l’uso del Colosseo come spazio per lo spettacolo, le autorità hanno precisato che non si trasformerà in una sede per grandi concerti di massa. Gli eventi previsti avranno un alto valore culturale e si svolgeranno su scala contenuta, con un’attenzione particolare alla musica classica, all’opera e alle esecuzioni orchestrali. L’intento è quello di offrire esperienze raccolte e rispettose del luogo, con un numero limitato di spettatori che potrebbe restare al di sotto delle mille persone per ciascuna serata. Gli esperti hanno inoltre analizzato con cura l’impatto delle vibrazioni sonore, stabilendo la necessità di filtrare le frequenze più basse, in particolare quelle inferiori ai duecento hertz, per evitare fenomeni di risonanza che potrebbero mettere a rischio la stabilità delle antiche strutture.

L’acustica dell’anfiteatro, pensata in origine per valorizzare la voce umana e il fragore delle folle, si è rivelata sorprendentemente adatta anche a esaltare in modo naturale i suoni orchestrali e il canto. Ogni esibizione potrà così trasformarsi in un’esperienza capace di creare un legame profondo tra la storia del monumento e le espressioni dell’arte contemporanea. Nonostante le voci circolate nei mesi scorsi su una possibile apertura a gruppi di musica moderna e di grande richiamo internazionale, il Ministero della Cultura ha ribadito che la priorità resta il rispetto della solennità del luogo. Gli spettacoli saranno programmati attraverso calendari ufficiali e realizzati in collaborazione con fondazioni culturali, per garantire che ogni iniziativa sia pienamente coerente con il prestigio dell’Anfiteatro Flavio.

L’apertura alle esibizioni serali consentirà al monumento di rivelare un volto inedito, più silenzioso e suggestivo, illuminato in modo da valorizzarne le forme e la storia. L’obiettivo è promuovere un turismo più consapevole, capace di apprezzare il valore archeologico del sito senza scivolare in una logica di sfruttamento commerciale eccessivo. L’integrazione di tecnologie avanzate, come i sensori per il monitoraggio della salute strutturale e la pavimentazione a scomparsa, trasforma quella che per secoli è stata una rovina statica in una struttura “viva”, in grado di raccontare la propria evoluzione nel tempo. Il ritorno dell’arena non rappresenta dunque solo un intervento di recupero estetico, ma il ripristino della funzione comunicativa e sociale che il Colosseo ha svolto fin dalla sua inaugurazione, nell’ottanta dopo Cristo, sotto l’imperatore Tito. Grazie a una gestione attenta dei flussi e a una vera e propria tutela tecnologica del monumento, la grandezza di questa icona del mondo antico potrà essere compresa più a fondo da chi avrà il privilegio di camminare al suo interno.

Image Credit: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Interno_del_Colosseo.jpg

Karnak, scoperto un nuovo lago sacro: novità nei riti a Luxor

Luxor, nel sud dell’Egitto, è stata recentemente al centro di una scoperta che getta nuova luce sulle pratiche religiose dell’antico Egitto. Nel grande complesso templare di Karnak, una missione archeologica formata da studiosi egiziani e cinesi ha portato alla luce un lago sacro rimasto per migliaia di anni fuori dai documenti ufficiali e dalle mappe degli archeologi.

Il bacino si trova nel settore settentrionale dell’area sacra, dedicato a Montu, la divinità falco legata alla guerra e all’energia solare. Fino a poco tempo fa, questa zona appariva ai visitatori come un semplice accumulo di rovine e vegetazione incolta, senza lasciare intuire l’importanza che doveva avere in passato.

Il lago, un bacino artificiale situato a ovest del tempio di Maat, è particolarmente interessante perché rappresenta il primo caso noto di un sistema con due laghi sacri all’interno dello stesso recinto templare di Karnak. Infatti, esso è perfettamente allineato lungo l’asse nord-sud con un altro serbatoio già conosciuto, ma finora poco studiato. Questa scoperta contribuisce ad ampliare la nostra comprensione dell’organizzazione rituale e simbolica di uno dei complessi religiosi più importanti dell’antico Egitto.

Il risultato di questa scoperta è il frutto di un lavoro lungo e meticoloso durato otto anni, iniziato nel 2018 grazie alla collaborazione tra l’Istituto di Archeologia dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e il Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto. Le ricerche si sono svolte in condizioni tutt’altro che semplici: gli archeologi hanno dovuto confrontarsi con strati di sabbia fangosa, polvere compatta e una falda acquifera molto superficiale, che ha reso particolarmente complessa l’indagine delle parti più profonde della struttura.

Nonostante queste difficoltà, il lago sacro è emerso in uno stato di conservazione sorprendentemente buono. La struttura ha una forma rettangolare, con dimensioni di circa sei metri e mezzo per sei, per una superficie complessiva che supera i cinquanta metri quadrati. La sua costruzione rivela l’elevato livello di competenza tecnica degli antichi egizi: le pareti sono state realizzate combinando mattoni crudi, mattoni rossi e blocchi di arenaria, utilizzati soprattutto lungo il lato meridionale per rafforzare la struttura e proteggerla dall’erosione provocata dalle variazioni del livello dell’acqua.

Un dettaglio architettonico particolarmente significativo è la scalinata in arenaria collocata sul lato orientale del bacino. I gradini consentivano ai sacerdoti di raggiungere l’acqua per svolgere le abluzioni rituali, un passaggio fondamentale prima di accedere agli spazi più sacri del tempio.

Durante lo studio della scala, gli archeologi hanno individuato tra i blocchi un elemento in arenaria che in origine faceva parte di una porta del tempio di Maat, risalente alla XXV dinastia. Si tratta di un chiaro esempio di reimpiego dei materiali, una pratica molto diffusa nei cantieri edilizi del Tardo Periodo.

Le analisi strutturali hanno inoltre rivelato che il lago sacro non rimase immutato nel tempo, ma fu oggetto di numerosi interventi di restauro e manutenzione, dalla XXX dinastia fino all’epoca romana. Questo dato dimostra quanto il bacino abbia continuato a svolgere un ruolo centrale nella vita rituale del complesso templare per molti secoli.

Oltre alle strutture in muratura, lo scavo ha restituito numerosi reperti che aprono nuove prospettive sulla vita rituale dell’antica Tebe. Nei pressi del lago sacro sono state infatti rinvenute decine di mandibole di bovini: resti animali che indicano la pratica di sacrifici rituali probabilmente legati al culto della dea Maat, simbolo di armonia, ordine e giustizia. La presenza di queste ossa a ridosso dell’acqua rafforza il legame simbolico tra i riti di purificazione e l’offerta agli dèi.

Nella stessa area, gli archeologi hanno inoltre indagato uno spazio dedicato al culto di Osiride. Qui sono emerse tre cappelle votive e numerose statuette raffiguranti il dio della rinascita, realizzate in materiali diversi e di varie dimensioni. Alcune di queste figure mostrano una cura sorprendente nei dettagli, come barbe ornate con frammenti di lapislazzuli, un elemento che testimonia non solo il valore religioso, ma anche quello economico delle offerte lasciate dai fedeli.

La scoperta ha inoltre consentito di chiarire meglio il ruolo della Divina Adoratrice di Amon, una figura sacerdotale femminile dotata di un enorme potere sia religioso sia politico, attiva tra la XXV e la XXVI dinastia. Nell’area del lago sacro e delle cappelle dedicate a Osiride sono stati rinvenuti frammenti di iscrizioni e blocchi riconducibili a queste principesse reali, a conferma del fatto che il distretto di Montu rappresentasse un centro di patronato di primaria importanza durante l’Epoca Tarda.

La presenza di due laghi sacri disposti parallelamente all’interno dello stesso complesso suggerisce inoltre un’organizzazione rituale molto articolata. È probabile che ciascun bacino fosse destinato a divinità specifiche o a differenti momenti dei rituali di purificazione. Questo assetto riflette bene la complessità teologica del periodo, caratterizzato da una continua interazione tra i culti di Montu, Maat e Osiride, che convivevano e si intrecciavano all’interno di uno dei più importanti centri religiosi dell’antico Egitto.

Per arrivare a questi risultati, la missione ha fatto ricorso anche a tecnologie avanzate messe a disposizione dal team cinese. Tra queste spicca il cosiddetto badile di Luoyang, uno strumento tradizionale che permette di sondare il sottosuolo in modo poco invasivo, individuando la presenza di muri e fondazioni sepolte senza ricorrere subito allo scavo estensivo.

Un contributo fondamentale è arrivato anche dalla fotogrammetria tridimensionale, che ha consentito di documentare con grande precisione l’orientamento dei blocchi e lo stato di conservazione delle strutture, nonostante le difficili condizioni ambientali di Luxor, tra luce mutevole e vento costante. I reperti mobili recuperati nel corso delle otto campagne di scavo saranno trasferiti al Museo di Luxor, dove verranno esposti al pubblico.

Nel frattempo, le indagini sul campo proseguiranno con l’obiettivo di consolidare le pareti del lago e di stabilire con maggiore accuratezza la data della sua prima costruzione, una volta risolti i problemi legati alla falda acquifera grazie a nuovi sistemi di drenaggio. Questo nuovo capitolo della ricerca archeologica a Karnak apre prospettive inedite sullo studio dei paesaggi sacri legati all’acqua e sottolinea, ancora una volta, il ruolo fondamentale della cooperazione internazionale nella tutela del patrimonio culturale mondiale.

Image Credit: https://siviaggia.it/notizie/scoperta-lago-sacro-karnak-egitto/573550/

Sardegna: il ciclone Harry fa riemergere tombe fenicie a Domus de Maria

Sulla costa sud-occidentale della Sardegna, a Domus de Maria, la natura ha recentemente riportato alla luce tracce sorprendenti del passato. Il passaggio del ciclone Harry, un evento meteorologico di straordinaria intensità che ha interessato l’isola tra il 19 e il 23 gennaio 2026, ha avuto effetti particolarmente violenti lungo il litorale. Le forti mareggiate hanno eroso in modo significativo le spiagge sabbiose, modificandone profondamente l’aspetto.

Proprio questa intensa azione erosiva, che ha asportato diversi metri di sedimenti dalle dune costiere, ha permesso l’emersione di importanti reperti archeologici nella spiaggia di Sa Colonia. Un fenomeno inatteso, ma non raro, che dimostra come eventi naturali estremi possano talvolta rivelare testimonianze rimaste sepolte per secoli.

Il ciclone è stato seguito con attenzione dagli studiosi dell’Università di Ferrara e dal gruppo di ricerca specializzato nelle dinamiche costiere, che lo hanno descritto come un vero e proprio uragano mediterraneo, caratterizzato da una durata eccezionale. Il sistema ciclonico è rimasto quasi stazionario tra il bacino Tirrenico e quello Ionio per circa settantadue ore, generando onde di oltre sedici metri di altezza, come rilevato dalla boa di monitoraggio situata nel canale tra Sicilia e Malta.

La violenza del mare ha agito sulla spiaggia di Sa Colonia con un effetto sorprendentemente selettivo, rimuovendo gli strati di sabbia più recenti fino a portare alla luce i livelli archeologici compatti dell’antica città di Bithia. Nel pomeriggio del 21 gennaio 2026, una volta superata la fase più intensa della tempesta, sono emerse con chiarezza due tombe fenicie ancora intatte, accompagnate da numerosi frammenti ceramici dispersi sull’arenile.

Il ritrovamento è avvenuto in un’area periferica dell’antico abitato, a conferma di una pratica tipica della cultura fenicia: collocare le necropoli lungo la costa, in luoghi facilmente raggiungibili dal mare ma fisicamente separati dagli spazi della vita quotidiana.

Tra i reperti individuati dal personale della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio si riconoscono anfore da trasporto, probabilmente destinate in origine al vino o all’olio, e raffinati vasi in ceramica che facevano parte del corredo funebre, deposti per accompagnare i defunti nel loro viaggio nell’aldilà.

Questa scoperta crea un suggestivo collegamento con quanto avvenne esattamente cento anni prima, nel 1926, quando una mareggiata di pari violenza riportò alla luce i primi resti della necropoli di Bithia, richiamando l’attenzione dell’archeologo Antonio Taramelli. Anche allora fu il mare, con la sua forza distruttiva, a svelare un frammento importante della storia più antica del territorio.

La città di Bithia fu fondata dai Fenici intorno al 720 a.C. in una posizione strategica, sul promontorio dominato dall’attuale torre di Chia. Dotata di un porto fluviale e naturalmente protetta dai rilievi montuosi circostanti, la città crebbe nel tempo fino a diventare un centro di rilievo prima in età punica e poi in epoca romana. L’abbandono definitivo avvenne tra il IV e il V secolo d.C., probabilmente in seguito alle incursioni saracene che interessarono le coste dell’isola.

Le sepolture emerse recentemente contribuiscono ad ampliare la conoscenza delle pratiche funerarie del sito, documentando una lunga evoluzione nel tempo. Si va dai riti di cremazione in fosse o in ciste di pietra, tipici della fase fenicia più antica, fino alle tombe a cassone realizzate con grandi lastre litiche, caratteristiche dell’età punica. Un patrimonio di informazioni preziose che aiuta a ricostruire la storia e le trasformazioni di una comunità affacciata sul Mediterraneo per oltre un millennio.

Se a Domus de Maria il ciclone ha avuto l’effetto inatteso di rivelare testimonianze del passato, nel vicino comune di Pula le conseguenze sono state ben più drammatiche. Il sito archeologico di Nora ha infatti subito danni strutturali molto gravi a causa della violenza del mare e del vento.

Le onde hanno colpito con particolare intensità i settori più esposti a est e a sud, causando smottamenti nell’area delle terme di Levante e accumulando grandi quantità di detriti marini sul foro romano e nel quartiere punico. A rendere la situazione ancora più critica è stata la forza del vento, che ha superato i cento chilometri orari, abbattendo numerosi pini secolari presenti nell’area.

La caduta degli alberi ha provocato la perdita di porzioni importanti della stratigrafia archeologica: le radici, strappate dal terreno, hanno trascinato con sé frammenti di mosaici e parti di strutture murarie antiche. Anche il sistema di protezione della scogliera situata sotto il Tempio di Esculapio ha riportato danni significativi, aumentando il rischio di instabilità dell’intero promontorio.

Un bilancio pesante che evidenzia quanto i siti archeologici costieri siano vulnerabili di fronte a eventi meteorologici sempre più estremi.

Le autorità sono intervenute con rapidità per proteggere sia i siti archeologici sia i reperti appena emersi. L’area della spiaggia di Sa Colonia è stata subito delimitata e messa in sicurezza dai Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cagliari, con il supporto delle stazioni territoriali e del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale. Un’azione tempestiva, indispensabile per prevenire episodi di sciacallaggio e garantire la tutela dell’area, oggi sorvegliata anche attraverso sistemi di controllo a distanza.

Parallelamente, i Carabinieri Subacquei hanno effettuato un’ispezione dei fondali davanti alla spiaggia, con l’obiettivo di individuare e recuperare eventuali materiali archeologici trascinati in mare dalla forza delle onde durante la tempesta.

La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio ha avviato le procedure di archeologia d’urgenza, che prevedono il recupero immediato dei reperti per proteggerli dai danni causati dalla cristallizzazione dei sali una volta esposti all’aria. Dopo il rinvenimento, gli oggetti vengono immersi in apposite vasche di desalinizzazione e accuratamente documentati mediante fotogrammetria digitale, prima di essere trasferiti nei laboratori specializzati per le operazioni di restauro.

Il valore scientifico di questi ritrovamenti è particolarmente elevato, perché permette di osservare in modo diretto l’evoluzione del paesaggio costiero del Sulcis tra il VII e il IV secolo a.C. Si tratta di nuove e importanti tessere che contribuiscono a ricostruire la storia più antica di questo tratto di Sardegna e dei popoli che lo hanno abitato.

Molti dei reperti emersi saranno presto esposti nella Casa Museo di Domus de Maria, che già conserva una significativa collezione di manufatti provenienti dal territorio. Tra questi figurano lucerne, piatti e la ricostruzione di una tomba fenicio-punica, strumenti preziosi per avvicinare il pubblico alla storia e alle pratiche culturali del passato.

La gestione dell’emergenza ha richiesto un intenso lavoro di coordinamento tra le amministrazioni comunali, le istituzioni accademiche e il governo regionale. Sono stati inoltre stanziati fondi specifici sia per il restauro delle strutture danneggiate nel sito di Nora, sia per l’avvio di nuove indagini archeologiche scientifiche nell’area di Chia, con l’obiettivo di trasformare un evento distruttivo in un’importante occasione di conoscenza e tutela del patrimonio culturale.

Il fenomeno delle cosiddette mareggiate archeologiche evidenzia un paradosso emblematico del nostro tempo. Da un lato, i cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza di eventi estremi rappresentano una seria minaccia per la conservazione del patrimonio costiero; dall’altro, la stessa forza distruttiva del mare può diventare uno strumento inatteso di scoperta, riportando alla luce testimonianze rimaste sepolte per millenni sotto le dune.

In questo contesto, la rapidità di intervento delle istituzioni assume un ruolo decisivo: riuscire ad agire entro le prime ventiquattro ore dall’evento può fare la differenza tra la perdita irreversibile dei reperti e la loro salvaguardia.

La ricerca scientifica guarda ora al futuro attraverso lo sviluppo di modelli predittivi, pensati per individuare altri tratti di costa particolarmente vulnerabili, dove eventuali tempeste potrebbero rivelare nuovi frammenti della civiltà fenicia. Un approccio che consente di trasformare il rischio in conoscenza e di assicurare che la memoria di questi antichi navigatori continui a essere studiata, protetta e trasmessa alle generazioni future.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Pompei: le nuove scoperte tra iscrizioni inedite e disegni infantili

Nel quartiere dei teatri di Pompei, lungo un passaggio stretto e allungato — circa ventisette metri di lunghezza per tre di larghezza — che collega l’area monumentale alla via Stabiana, una recente indagine archeologica ha riportato alla luce aspetti finora nascosti della vita quotidiana antica.

Questo spazio, scavato per la prima volta nel 1794, sembrava ormai aver svelato tutto ciò che aveva da raccontare. E invece, grazie all’impiego di metodologie multidisciplinari legate all’informatica umanistica, gli studiosi hanno individuato quasi trecento iscrizioni, settantanove delle quali completamente inedite.

Il risultato è stato possibile grazie all’uso dell’imaging a trasformazione di riflettanza, una tecnica avanzata di fotografia computazionale che combina numerose immagini riprese con diverse angolazioni di luce. In questo modo è possibile mettere in evidenza i minimi rilievi dell’intonaco e rendere nuovamente leggibili incisioni, graffi e disegni al carboncino che a occhio nudo erano ormai invisibili.

Il progetto di ricerca, chiamato Voci di corridoio e realizzato grazie alla collaborazione tra l’Università della Sorbona, l’Università del Québec a Montréal e il Parco Archeologico di Pompei, si è concentrato su questo passaggio stretto, che in antico funzionava come un vero e proprio luogo di incontro e di socialità.

Le pareti, decorate con una fascia inferiore rossa e una centrale gialla, separate da una sottile linea nera, custodiscono quello che può essere definito un archivio spontaneo di emozioni, pensieri e relazioni. Tra le scoperte più interessanti spicca una dichiarazione d’amore incompleta con la scritta Erato amat, cioè “Erato ama”. Il nome Erato, spesso associato a schiave o donne affrancate, è inciso con un tratto che ricorda quello dei manifesti elettorali dipinti sui muri della città.

Non lontano compare anche la parola suom, una forma arcaica del pronome maschile, in uso fino all’età repubblicana. Questo dettaglio suggerisce che l’abitudine di lasciare scritte sulle pareti del corridoio non fosse episodica, ma si sia protratta per secoli, ben prima della catastrofica eruzione del 79 d.C.

Altre scritte restituiscono un’immagine sorprendentemente vivace della mobilità urbana e delle relazioni personali. Un passante di fretta, ad esempio, ha lasciato un saluto alla sua amata Sava, chiedendole di continuare a ricambiare il suo affetto. Un’altra iscrizione riporta invece la preghiera di Methe, serva di Cominia, che invoca la protezione della Venere Pompeiana per l’amore che prova verso Cresto.

Accanto alle emozioni e ai legami personali, il corridoio conserva anche tracce della presenza militare e della varietà etnica della città. Alcune scritte citano i Tertiani, soldati che gli epigrafisti identificano come appartenenti alla terza legione Gallica, stanziata in Campania durante l’inverno tra il 69 e il 70 d.C. Ancora più sorprendente è la scoperta di una dozzina di firme in safaitico, una scrittura proto-araba usata da truppe ausiliarie provenienti dal Vicino Oriente romano. Un ritrovamento raro, che conferma come Pompei fosse un autentico crocevia di popoli e culture diverse.

Spostandosi nella Regio IX, l’Insula dei Casti Amanti ha offerto testimonianze straordinarie legate al mondo dell’infanzia. In alcuni ambienti, come la Casa del secondo cenacolo colonnato, sono stati scoperti disegni al carboncino realizzati da bambini, tracciati a un’altezza che va da circa venti centimetri fino a un metro e mezzo dal pavimento. Proprio quest’ultima quota suggerisce che i piccoli autori si siano arrampicati sui ponteggi utilizzati per i lavori di restauro della casa, probabilmente per imitare le attività degli adulti.

Le scene rappresentate colpiscono per la loro durezza: combattimenti tra gladiatori, cacce alle belve con cacciatori armati di lancia che affrontano cinghiali, e persino un pugile a terra nel momento della sconfitta. Grazie al contributo di specialisti in neuropsichiatria infantile, è stato possibile stabilire che questi disegni non sono frutto di fantasia, ma riflettono ricordi visivi diretti di spettacoli visti nell’anfiteatro.

Accanto a queste immagini, compaiono anche figure umane stilizzate, definite “cefalopodi”, in cui braccia e gambe partono direttamente dalla testa. Si tratta di una fase tipica dello sviluppo del disegno infantile, riconosciuta dagli psicologi come universale nei bambini tra i cinque e i sette anni, che rende queste testimonianze ancora più preziose per comprendere la vita quotidiana della Pompei antica.

In un’altra abitazione della stessa area, la Casa dei Pittori al lavoro, è venuto alla luce l’affresco del cosiddetto “bambino incappucciato”. Si tratta probabilmente di un ritratto commemorativo, dedicato a un figlio scomparso, raffigurato come un viaggiatore diretto verso l’oltretomba e circondato da simboli carichi di significato, come l’uva e i melograni.

Questa dimensione privata, delicata e al tempo stesso tragica, convive però con le tracce concrete di una città in pieno fermento. Al momento dell’eruzione, infatti, la casa era un vero e proprio cantiere: mucchi di calce, blocchi di tufo e tegole accatastate negli atrii testimoniano un’intensa attività edilizia. Pompei, lontana dall’essere una città immobile o decadente, era allora attraversata da un’energia costruttiva continua, impegnata a riparare i danni provocati dai terremoti che avevano colpito la città negli anni precedenti.

Sempre nella stessa area, lo scavo dell’Insula 10 ha portato alla luce il cosiddetto Salone Nero, una raffinata sala da banchetto le cui pareti erano affrescate su fondo scuro, una scelta pratica pensata per attenuare le tracce di fumo prodotte dalle lampade a olio. Le decorazioni raccontano episodi della guerra di Troia, come l’incontro tra Paride ed Elena o il tentativo di Apollo di sedurre Cassandra, trasformando l’ambiente in uno spazio di grande suggestione narrativa oltre che estetica.

Su queste pareti eleganti è stato individuato anche un graffito con la scritta Hic et ubique, “qui e ovunque”. Si tratta di una formula augurale tipicamente pompeiana, dalla sorprendente fortuna culturale: il suo eco arriva fino alla liturgia e alla letteratura moderna, tanto da essere citata persino da William Shakespeare nell’Amleto.

Accanto al Salone Nero si apre infine la cosiddetta stanza blu, un ambiente a carattere sacro decorato con un pregiatissimo pigmento di origine egizia. L’uso di un colore così raro e costoso è un chiaro indicatore dell’elevato status sociale dei proprietari, e conferma ancora una volta il livello di ricchezza e raffinatezza raggiunto da Pompei poco prima della sua fine.

Il futuro della conservazione di questo straordinario patrimonio — che comprende oltre diecimila iscrizioni disseminate in tutta la città — passa oggi dalla realizzazione di una piattaforma digitale tridimensionale. Questo strumento consentirà a studiosi di tutto il mondo di collaborare nella lettura, nello studio e nella tutela di superfici fragili, costantemente minacciate dall’erosione atmosferica.

Parallelamente, iniziative come Pompei per tutti assicurano che le nuove scoperte siano accessibili a ogni visitatore, grazie a sistemi di passerelle sospese pensati per coniugare inclusione e protezione dei resti archeologici.In questo modo Pompei continua a raccontare la propria storia attraverso le voci di persone comuni, soldati provenienti da terre lontane e bambini. Sono frammenti di vite che la cenere ha custodito per secoli e che solo le tecnologie moderne permettono oggi di ascoltare e comprendere fino in fondo.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Indonesia: scoperta la pittura rupestre più antica al mondo

Sull’isola di Muna, nella parte sud-orientale dell’Indonesia, è stata individuata quella che oggi è considerata la pittura rupestre più antica mai scoperta. Si tratta dell’impronta di una mano umana, datata ad almeno 67.800 anni fa: una scoperta straordinaria che arretra in modo significativo l’origine delle prime forme di espressione artistica della nostra specie.

L’opera si trova all’interno della grotta calcarea di Liang Metanduno, un luogo già frequentato dai turisti ma che ha rivelato, sotto strati apparentemente ordinari, tracce di pigmenti di un’epoca remotissima, ben oltre quanto si ipotizzava in precedenza.

Lo studio è stato condotto da un team internazionale di archeologi indonesiani e australiani. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nel gennaio 2026 sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, contribuendo a riscrivere una parte fondamentale della storia delle origini della creatività umana.

L’immagine è stata realizzata con una tecnica molto antica e sorprendentemente semplice: l’artista preistorico appoggiava la mano alla parete rocciosa e soffiava attorno un pigmento minerale — con ogni probabilità ocra rossa — usando la bocca o una sorta di cannuccia. In questo modo si otteneva un contorno “in negativo”, lasciando impressa sulla roccia la sagoma della mano.

Questa impronta, però, non è una mano qualunque. A renderla davvero speciale è un dettaglio raro: le dita sembrano essere state intenzionalmente modificate per apparire più sottili e appuntite, quasi come artigli. Un aspetto che la distingue nettamente da molte altre pitture rupestri simili rinvenute in varie parti del mondo.

Secondo gli studiosi, questa scelta non sarebbe casuale, ma carica di significato simbolico. Potrebbe riflettere l’idea di un legame profondo tra l’essere umano e il mondo animale, una relazione percepita come essenziale nelle società preistoriche. Non si tratterebbe nemmeno di un caso isolato: l’abitudine di alterare la forma delle mani nelle pitture rupestri sembra essere stata una tradizione locale diffusa e duratura in questa regione dell’Indonesia, tramandata e ripetuta per decine di migliaia di anni.

Per stabilire con precisione l’età di questo reperto, il team di ricerca guidato da Maxime Aubert della Università Griffith ha fatto ricorso a una tecnica di datazione molto sofisticata, basata sulla cosiddetta serie dell’uranio.

In pratica, invece di analizzare direttamente il pigmento — cosa spesso impossibile — gli studiosi hanno studiato minuscoli depositi di calcite formatisi sopra l’immagine nel corso di migliaia di anni. Queste concrezioni, note come “popcorn di grotta” per la loro forma irregolare, si accumulano lentamente sulle pareti rocciose solo dopo la realizzazione della pittura.

Ed è proprio questo il punto chiave: poiché i depositi minerali sono successivi all’opera, la loro età indica un limite minimo certo. In altre parole, la pittura deve essere almeno tanto antica quanto lo strato di calcite che la ricopre.

Grazie all’uso di un sistema di ablazione laser, i ricercatori sono riusciti a prelevare campioni minuscoli — grandi appena cinque millimetri — senza danneggiare l’opera. Analizzando con estrema precisione il decadimento radioattivo dell’uranio in torio all’interno di questi campioni, è stato possibile ottenere una datazione affidabile e sorprendentemente accurata, che ha contribuito a ridefinire le origini dell’arte umana.

Questa scoperta è particolarmente importante per ricostruire le grandi migrazioni umane avvenute durante il Pleistocene. L’Sulawesi, infatti, avrebbe svolto un ruolo cruciale come vero e proprio ponte geografico per le popolazioni di Homo sapiens che, partendo dall’Asia continentale, si spostavano gradualmente verso il Sahul, l’antico continente che riuniva l’Australia, la Nuova Guinea e la Tasmania.

Il fatto che in questa regione fosse già presente, quasi 68.000 anni fa, un’arte così elaborata e carica di significati simbolici indica che i primi gruppi umani arrivati nell’area possedevano capacità cognitive e artistiche molto sviluppate. Si tratta di un elemento che cambia radicalmente le ipotesi precedenti, secondo cui tali abilità sarebbero emerse più tardi in queste zone del pianeta.

I dati emersi rafforzano inoltre il cosiddetto modello della “cronologia lunga” delle migrazioni: gli antenati degli attuali aborigeni australiani avrebbero attraversato l’arcipelago indonesiano migliaia di anni prima di raggiungere la loro destinazione finale, stabilendosi in Australia già intorno a 65.000 anni fa. Un viaggio lento e complesso, accompagnato fin dall’inizio da una sorprendente ricchezza culturale.

Fino a poco tempo fa, il titolo di arte rupestre più antica era attribuito ad alcune grotte europee, dove erano stati scoperti segni pittorici associati ai Neanderthal e datati a circa 64.000–65.000 anni fa. La scoperta avvenuta in Indonesia non solo supera questi record, ma ribalta anche una convinzione radicata: quella secondo cui la cultura figurativa avrebbe avuto un’origine esclusivamente europea.

Già prima di questa nuova datazione, l’isola di Sulawesi aveva restituito testimonianze artistiche di straordinaria importanza. Tra queste figuravano la celebre pittura di un cinghiale risalente a 45.500 anni fa e una complessa scena di caccia narrativa datata a circa 51.200 anni fa, considerate per lungo tempo tra le più antiche espressioni figurative conosciute.

Con la nuova scoperta, la grotta di Liang Metanduno si conferma come un vero e proprio archivio della creatività umana. Questo spazio è stato utilizzato in modo continuativo per almeno 35.000 anni, accumulando immagini che raccontano epoche molto diverse tra loro. Accanto alle pitture più antiche, infatti, compaiono raffigurazioni relativamente recenti — barche, uccelli e guerrieri a cavallo — risalenti ad appena 4.000 anni fa.

Nel suo insieme, il sito mostra come l’arte rupestre non sia il frutto di un’unica tradizione culturale, ma il risultato di un impulso creativo condiviso e sviluppato in più parti del mondo, lungo un arco di tempo sorprendentemente ampio.

La ricerca, coordinata da studiosi come Adhi Agus Oktaviana e Adam Brumm, mette in luce il ruolo centrale delle isole dell’Indonesia come autentico crocevia culturale nella storia dell’umanità. Lontane dall’essere semplici territori di passaggio, queste isole sembrano aver ospitato comunità capaci di espressioni simboliche straordinariamente avanzate.

Gli studiosi non escludono che altre specie umane oggi estinte — come i Denisoviani, diffusi in varie aree dell’Asia — possano aver interagito con i nostri antenati. Tuttavia, le caratteristiche estremamente raffinate della sagoma di mano rinvenuta a Liang Metanduno indicano con forza che si tratti dell’opera di Homo sapiens.

La trasformazione intenzionale di una mano umana in una forma che richiama un artiglio animale richiede infatti un livello elevato di pensiero astratto e simbolico. Una capacità che rivela una sorprendente maturità intellettuale e che avvicina questi artisti preistorici, vissuti decine di migliaia di anni fa, alle popolazioni umane contemporanee. Un segno evidente che le radici della nostra creatività e del nostro modo di dare significato al mondo sono molto più antiche — e condivise — di quanto si sia a lungo immaginato.

Questo importante traguardo dell’archeologia apre ora nuove prospettive di ricerca in aree del sud-est asiatico ancora poco esplorate. Gli scienziati sono convinti che molte altre grotte, disseminate sulle isole vicine, possano conservare testimonianze ancora più antiche, rimaste invisibili fino a oggi e pronte a essere studiate grazie alle moderne tecniche di laboratorio.

L’appello degli studiosi è chiaro: continuare a esplorare questi paesaggi carsici, spesso difficili da raggiungere ma straordinariamente ricchi di tracce del passato. Solo ampliando le indagini sarà possibile ricostruire in modo più completo come le tradizioni artistiche siano nate, si siano diffuse e abbiano dialogato tra loro, intrecciandosi fin dalle origini con la storia più profonda dell’umanità.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Pompei: i segreti del sistema idrico tra igiene e inquinamento

Pompei continua a sorprendere: il passato riaffiora grazie a indagini scientifiche sempre più avanzate, capaci di raccontare in modo nuovo la vita quotidiana dei suoi abitanti di duemila anni fa. Un recente studio condotto da un team dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza si è concentrato su un aspetto fondamentale della città antica, il sistema di gestione dell’acqua, con particolare attenzione alle Terme Repubblicane, il più antico complesso termale pubblico, costruito intorno al 130 a.C.

Analizzando i depositi di carbonato accumulati nel tempo all’interno di tubature, torri idriche, pozzi e vasche, i ricercatori sono riusciti a ricostruire l’evoluzione delle infrastrutture idriche urbane. I risultati hanno rivelato uno scenario sorprendente, che si discosta dall’immagine idealizzata dell’efficienza romana e restituisce una realtà più complessa e dinamica, fatta di adattamenti, cambiamenti e soluzioni pratiche alla gestione di una risorsa essenziale come l’acqua.

Le analisi geochimiche condotte dal gruppo di ricerca guidato dalla dottoressa Gül Sürmelihindi e dal professor Cees Passchier hanno fatto emergere un dato poco rassicurante: nelle fasi più antiche della storia di Pompei, le condizioni igieniche delle terme lasciavano molto a desiderare. Prima della realizzazione del grande acquedotto in età augustea, infatti, gli impianti termali erano riforniti esclusivamente da pozzi profondi che pescavano direttamente dalla falda sotterranea.

Quest’acqua, dopo aver attraversato strati di origine vulcanica, risultava fortemente mineralizzata e di qualità piuttosto scadente, al punto da non essere considerata adatta nemmeno all’uso alimentare. A ciò si aggiungevano le difficoltà tecniche legate all’estrazione: il prelievo dai pozzi era lento e complesso, rendendo quasi impossibile un ricambio frequente dell’acqua nelle vasche. Di conseguenza, mantenere livelli adeguati di pulizia rappresentava una sfida costante per le terme della Pompei più antica.

Per portare l’acqua dalle profondità del sottosuolo fino alle vasche delle terme, i pompeiani si affidavano a ingegnosi ma faticosi sistemi meccanici azionati esclusivamente dalla forza umana. Il compito ricadeva sugli schiavi, costretti a camminare all’interno di grandi ruote a tamburo, simili a enormi pedane mobili, che mettevano in funzione i dispositivi di sollevamento.

Si trattava di un lavoro lento e massacrante, tanto che gli studiosi ritengono probabile che l’acqua delle vasche venisse sostituita al massimo una volta al giorno. In ambienti frequentati quotidianamente da centinaia di persone, che condividevano per ore gli stessi spazi e la stessa acqua, un ricambio così sporadico favoriva una rapida contaminazione. Le terme, dunque, potevano trasformarsi facilmente in luoghi ricchi di batteri e impurità, offrendo un’immagine ben diversa da quella di efficienza e igiene impeccabile che spesso associamo alla civiltà romana imperiale.

L’analisi degli isotopi stabili e degli elementi in traccia ha consentito agli studiosi di individuare con chiarezza il momento di svolta: il passaggio da un sistema di approvvigionamento basato sui pozzi a quello garantito dall’acquedotto, avvenuto nel corso del I secolo d.C. L’arrivo dell’acqua corrente segnò una vera rivoluzione per Pompei, assicurando una quantità d’acqua nettamente superiore. Questo rese possibile un ricambio più frequente nelle vasche pubbliche e offrì alla popolazione un’acqua potabile di qualità decisamente migliore.

Tuttavia, i benefici non furono privi di effetti collaterali. Anche con l’introduzione dell’acquedotto emersero nuove criticità legate alla salute pubblica. Le analisi hanno infatti rivelato concentrazioni elevate di metalli pesanti, come piombo, zinco e rame, nei depositi di carbonato formatisi durante le fasi di ristrutturazione delle terme. Un segnale che, accanto ai progressi tecnologici, portarono con sé anche nuovi rischi, spesso invisibili agli occhi degli antichi abitanti della città.

La presenza di questi metalli nell’acqua era legata alla sostituzione di caldaie e tubature durante i lavori di ammodernamento delle strutture. In modo quasi paradossale, proprio gli interventi pensati per migliorare le terme finivano per aumentare, almeno temporaneamente, la tossicità dell’acqua: le nuove componenti metalliche rilasciavano infatti piombo, zinco e rame nei circuiti idrici.

Un altro risultato interessante proviene dallo studio degli isotopi dell’ossigeno, che ha fornito indicazioni sulla temperatura dell’acqua. Dopo le fasi di rinnovamento, i campioni mostrano un aumento del calore nelle vasche delle Terme Repubblicane. Questo dato suggerisce che i sistemi di riscaldamento fossero diventati più efficienti oppure che fosse stata incrementata la quantità di acqua calda immessa negli impianti, con l’obiettivo di rendere l’esperienza dei bagnanti più confortevole e piacevole.

Oltre a rivelare informazioni preziose sull’igiene e sulle tecnologie idriche, lo studio dei depositi presenti nei pozzi ha aperto una prospettiva del tutto inattesa sull’attività del Vesuvio molto prima della celebre eruzione del 79 d.C. Nei sedimenti calcarei, infatti, i ricercatori hanno individuato insoliti andamenti ciclici nel rapporto tra gli isotopi del carbonio.

Secondo gli studiosi, queste variazioni sarebbero legate a cambiamenti nella quantità di anidride carbonica di origine vulcanica che si dissolveva nelle acque sotterranee. Un indizio importante, che suggerisce come il vulcano fosse già attivo e in grado di influenzare l’ambiente circostante attraverso emissioni gassose periodiche, ben prima dell’evento catastrofico finale. Dati di questo tipo non solo arricchiscono la nostra conoscenza della storia di Pompei, ma offrono anche strumenti preziosi per comprendere meglio il comportamento dei vulcani nel lungo periodo.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America, mostra come i depositi di calcare, spesso considerati semplici incrostazioni da rimuovere, siano in realtà veri e propri archivi naturali. Al loro interno è conservata una sorta di memoria chimica, capace di registrare ogni cambiamento avvenuto nel sistema idrico nel corso del tempo.

Queste tracce raccontano non solo l’evoluzione delle infrastrutture, ma anche le trasformazioni sociali, tecnologiche e perfino geologiche di una delle città più famose dell’antichità. La ricerca mette così in luce un aspetto fondamentale della storia di Pompei: il progresso tecnologico non fu un percorso lineare e privo di difficoltà, ma il risultato di un continuo adattamento. Un equilibrio sempre instabile tra crescita della popolazione, bisogno di servizi pubblici più efficienti e la convivenza con un territorio vulcanico attivo, complesso e imprevedibile.

Il quadro che emerge da queste nuove scoperte restituisce un’immagine di Pompei molto più umana e complessa di quanto si sia soliti immaginare. Un luogo in cui l’ingegneria doveva confrontarsi quotidianamente con i limiti del lavoro manuale e in cui la salute pubblica era costantemente messa alla prova: prima da condizioni igieniche precarie, poi, paradossalmente, dall’inquinamento da metalli introdotto proprio dai tentativi di migliorare le infrastrutture.

Ricerche di questo tipo continuano a offrire strumenti fondamentali per comprendere come le società antiche gestissero le risorse naturali e affrontassero le sfide dell’urbanizzazione. In un’epoca priva delle conoscenze della microbiologia moderna, soluzioni ingegnose e compromessi erano l’unico modo per convivere con problemi che oggi diamo spesso per scontati.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Fano: ritrovata la leggendaria Basilica progettata da Vitruvio

Piazza Andrea Costa, a Fano, è diventata il centro di una scoperta straordinaria: proprio qui è stata finalmente risolta una delle questioni più affascinanti dell’architettura antica. Dopo più di cinquecento anni di studi, dibattiti e ipotesi, i resti archeologici emersi durante i lavori di riqualificazione del centro storico sono stati identificati con certezza come la celebre basilica descritta da Vitruvio nel suo trattato Sull’architettura.

La scoperta ha un valore eccezionale a livello internazionale. Si tratta infatti dell’unico edificio che il famoso architetto e ingegnere romano, vissuto nel I secolo a.C., affermò esplicitamente di aver progettato e realizzato di persona. Un ritrovamento che non solo arricchisce il patrimonio culturale di Fano, ma getta anche nuova luce su una figura fondamentale della storia dell’architettura occidentale.

La struttura è venuta alla luce in un’area collocata di fronte all’antico foro cittadino, che in età imperiale era conosciuta come Colonia Giulia Fanestre. Le ricerche archeologiche hanno rivelato i resti di un edificio pubblico di dimensioni imponenti e di straordinaria ricchezza decorativa.

Gli scavi hanno messo in evidenza muri spessi oltre un metro e mezzo, originariamente rivestiti da eleganti lastre di marmo importato, nelle tonalità del verde e del rosa. Anche i pavimenti, realizzati in marmo policromo, e le solide fondazioni in pietra arenaria e malta di calce raccontano il ruolo centrale che questo edificio doveva avere nella vita politica e civile dell’antica Fanum Fortunae.

Tra i ritrovamenti più affascinanti spicca un frammento di iscrizione marmorea che conserva ancora tracce della sua originaria colorazione rossa. Su di esso sono ben visibili le lettere “V” e “I”, che potrebbero appartenere al nome dell’architetto oppure a una dedica legata alla famiglia imperiale, aggiungendo un ulteriore elemento di suggestione a una scoperta già di per sé eccezionale.

Il confronto tra ciò che è emerso dagli scavi e quanto descritto da Marco Vitruvio Pollione nel quinto libro della sua opera è apparso subito sorprendente: secondo gli studiosi, la corrispondenza è così precisa da poter essere misurata addirittura al centimetro.

Vitruvio descriveva una basilica con pianta rettangolare, circondata da un colonnato regolare: otto colonne lungo i lati maggiori e quattro su quelli minori. Un elemento decisivo per confermare l’esatto orientamento dell’edificio è stato il ritrovamento della quinta colonna d’angolo, un dettaglio chiave che ha permesso di collocare con sicurezza l’intero complesso tra le due piazze principali dell’antica area urbana.

Le colonne rinvenute hanno dimensioni notevoli: un diametro di circa cinque piedi romani, equivalenti a circa un metro e mezzo, e un’altezza stimata intorno ai quindici metri. Erano addossate a pilastri e paraste portanti, una soluzione architettonica particolarmente avanzata per l’epoca, pensata per sostenere una galleria superiore destinata al passaggio dei cittadini. Un ulteriore segno dell’ingegnosità tecnica e della modernità del progetto vitruviano.

L’edificio adottava una soluzione architettonica particolarmente innovativa per il suo tempo, oggi nota come ordine gigante. In questo sistema, le colonne si sviluppavano in un unico slancio verticale, abbracciando entrambi i piani della basilica e arrivando fino a sostenere le capriate del tetto. Una scelta audace, che consentiva di rendere gli ambienti interni più luminosi e di amplificare l’effetto di grandiosità dello spazio, superando i modelli architettonici tradizionali dell’epoca.

All’interno della navata centrale — che secondo le fonti antiche misurava centoventi piedi in lunghezza e sessanta in larghezza — era collocato anche un sacello destinato al culto dell’imperatore, noto come Santuario di Augusto. La presenza di questo spazio sacro, dedicato a Augusto, rappresentava un potente messaggio simbolico: le funzioni civili e l’amministrazione della giustizia venivano poste sotto la tutela ideale dell’autorità imperiale.

Questa fusione tra dimensione politica e religiosa conferiva alla basilica un carattere del tutto speciale, trasformandola non solo in un luogo pubblico, ma in un vero e proprio emblema del potere e dell’ordine romano.

Il lavoro di ricerca è stato coordinato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, in collaborazione con il Centro Studi Vitruviani e l’Università Politecnica delle Marche. Un ruolo centrale lo ha avuto il professor Paolo Clini, che per decenni ha lavorato alla ricostruzione virtuale del monumento attraverso tecniche di archeologia sperimentale e rilievi digitali ad altissima precisione. Oggi, i modelli tridimensionali elaborati nei suoi studi hanno trovato una conferma concreta nei dati emersi dallo scavo.

Già in precedenza, l’impiego di strumenti tecnologici avanzati come il radar a penetrazione terrestre e le scansioni laser aveva segnalato la presenza di anomalie significative nel sottosuolo. Tuttavia, solo lo scavo stratigrafico ha permesso di verificare direttamente queste ipotesi, riportando alla luce le stesse pietre posate da Vitruvio circa duemila anni fa.

La costruzione della basilica può essere datata intorno al 19 a.C., in un periodo di straordinario fermento edilizio per la città. È la stessa fase storica che vide sorgere anche le mura urbane e la grande porta monumentale dedicata ad Augusto, a conferma del ruolo strategico e simbolico che Fano ricopriva all’interno del mondo romano.

La storia del complesso è segnata anche da momenti drammatici, legati al lento declino della civiltà romana. La basilica venne probabilmente distrutta nel VI secolo d.C., durante le invasioni gotiche che sconvolsero la penisola italiana. In particolare, il sito fu coinvolto nei violenti scontri tra le truppe del re Vitige e l’esercito bizantino guidato dal generale Belisario, nel quadro della lunga guerra per il controllo dell’Italia.

Gli scavi archeologici hanno restituito una stratigrafia complessa, capace di raccontare ciò che avvenne dopo la distruzione dell’edificio. Nei secoli successivi, l’area venne progressivamente riutilizzata, e sopra le imponenti strutture marmoree della basilica furono realizzate sepolture di epoca altomedievale.

Tra queste, una scoperta ha colpito in modo particolare gli archeologi: i resti di una madre e di un bambino sepolti insieme, stretti in un abbraccio. Un ritrovamento che va oltre il dato storico e architettonico, restituendo al sito una dimensione profondamente umana e ricordando come, anche nei luoghi simbolo del potere e della monumentalità romana, si intreccino storie di vita, sofferenza e affetti.

La valorizzazione di questo straordinario patrimonio è oggi al centro di un ampio progetto sostenuto dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’obiettivo condiviso dalle autorità locali e dal Ministero della Cultura è quello di realizzare un percorso di scavi aperti, che consenta a cittadini e visitatori di seguire da vicino il lavoro degli archeologi e di assistere in tempo reale alla ricostruzione della storia della città.

L’iniziativa ambisce a trasformare Fano in un punto di riferimento internazionale per lo studio dell’architettura antica, rendendo finalmente accessibile un monumento che per secoli è esistito solo attraverso le descrizioni dei testi classici. La scoperta di Piazza Andrea Costa, infatti, non rappresenta un episodio isolato, ma offre una chiave di lettura decisiva anche per interpretare altre evidenze note da tempo, come le strutture conservate sotto l’attuale chiesa di Sant’Agostino.

Grazie a questi nuovi dati, diventa possibile ricostruire con maggiore chiarezza l’intero assetto monumentale del foro romano di Fano. L’identità della città ne esce profondamente rafforzata, legandosi in modo indissolubile alla figura di Marco Vitruvio Pollione, l’uomo che ha fissato i principi di bellezza, solidità e funzionalità destinati a influenzare l’architettura e il pensiero costruttivo di tutta la cultura occidentale.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.