lunedì 2 Marzo 2026
Home Blog Pagina 14

Archeologia Subacquea. Un relitto greco ‘su guscio’ risalente al V secolo a.C. getta luce sulle antiche tecniche navali a Ispica

Al largo di Santa Maria del Focallo, nel territorio di Ispica in Sicilia, i fondali hanno restituito un nuovo prezioso reperto che getta luce sulla navigazione antica nel Mediterraneo. Un relitto greco, databile tra il VI e il V secolo avanti Cristo, è stato quasi completamente portato alla luce a soli sei metri di profondità. La scoperta è stata possibile grazie all’ultima campagna di archeologia subacquea condotta dal Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine insieme alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. L’attività ha avuto carattere multidisciplinare, coinvolgendo rilievi diretti, riprese fotogrammetriche e la creazione di un modello tridimensionale dell’antica nave.

La campagna di scavo, iniziata nel 2024, ha permesso ai ricercatori di portare alla luce la struttura dell’imbarcazione, che rientra nella tipologia denominata “su guscio”. In questa tecnica costruttiva, le tavole del fasciame erano saldamente collegate fra loro a funzione strutturale, mentre le ordinate avevano semplicemente un ruolo di rinforzo. Il quadro architettonico della nave siciliana si è rivelato particolarmente interessante grazie all’assemblaggio del fasciame, assicurato da incastri detti “mortase e tenoni”, che permettevano all’imbarcazione di mantenere una struttura autoportante. Con lo scavo in profondità, facilitato dall’impiego mirato di una sorbona ad acqua, è stato possibile avanzare di circa due metri rispetto alla precedente trincea, allargando ulteriormente l’area d’indagine fino ad esaurire il deposito archeologico.

Tra i reperti emersi ci sono pezzi di ceramica a figure nere, un piccolo unguentario, resti dell’albero della nave e un pezzo di cima, sorprendentemente conservato, trovato nei pressi dell’albero stesso. Particolarmente significativo è l’unguentario, dove è stata incisa in lingua greca la parola “NAU”, ovvero “nave”. Questo elemento epigrafico contribuisce ulteriormente a chiarire la funzione e la provenienza dell’antico relitto. Le nuove scoperte comprendono anche l’individuazione di altre parti fondamentali dell’ossatura della nave, come il paramezzale e una delle due ruote, cioè l’elemento curvo che prolunga il paramezzale verso l’alto, dettagli che aiutano a ricostruire il disegno originale dell’imbarcazione.

La campagna di ricerca, documentata attraverso video e rilievi fotogrammetrici, si è distinta per la collaborazione tra istituzioni e specialisti, coinvolgendo la Capitaneria di Porto di Pozzallo e il supporto logistico della “3PSUB”, che ha fornito i mezzi nautici necessari alle operazioni. Da segnalare il ruolo fondamentale di Antonino Giunta, pescatore subacqueo locale che ha segnalato il sito alla Soprintendenza del Mare, confermando la crescente importanza della collaborazione tra comunità ed enti scientifici nella tutela del patrimonio sommerso.

La squadra di lavoro ha visto impegnati Massimo Capulli dell’Università di Udine e Fabrizio Sgroi della Soprintendenza del Mare, insieme ad altre figure come Dario Innocenti e Lucrezia Maghet per l’ateneo friulano, Salvo Emma della Soprintendenza, Lisa Briggs e Peter Campbell per Sunk Costs Productions, e Paolo Ciacera per il supporto nautico. La sinergia tra ricerca scientifica e produzione cinematografica ha trovato massima espressione grazie al progetto “Shipwreck of Sicily”, docufilm prodotto in collaborazione con la Sikelia Productions di Martin Scorsese e Sunk Costs Productions, che ha finanziato la seconda campagna di studio sull’antico relitto greco di Ispica. Il film, girato in Sicilia negli ultimi due anni, racconterà non solo le indagini su questo relitto ma anche su quelli di Marausa II, delle Colonne di Taormina, Gela II e Ustica, evidenziando il valore dei reperti sommersi che costellano la costa siciliana.

Il progetto di ricerca si inserisce in un più ampio programma di collaborazione scientifica denominato “Kaukana Project”, avviato nel 2017 da Sebastiano Tusa e Massimo Capulli, con l’obiettivo di ricostruire in maniera diacronica il paesaggio sommerso e costiero della provincia di Ragusa. La ricerca abbraccia le testimonianze storico-archeologiche del litorale tra le antiche città di Ispica, Kaukana e Kamarina, componendo un mosaico prezioso per la conoscenza del patrimonio mediterraneo. Ogni frammento rinvenuto, ogni porzione di scafo ricomposto e ogni reperto studiato permette di arricchire la visione del passato, spingendo avanti le frontiere dell’archeologia subacquea e favorendo la conservazione della memoria storica collettiva.

L’emergere di questo relitto greco rappresenta quindi una tappa fondamentale per la riscoperta del patrimonio sommerso siciliano e mette in evidenza non solo le abilità costruttive degli antichi greci ma anche il valore della collaborazione tra istituzioni, esperti, cittadini e realtà produttive. Il futuro della ricerca subacquea in Sicilia appare promettente, segnato da uno spirito di condivisione e passione che unisce la conservazione del passato con le nuove prospettive della divulgazione scientifica e cinematografica.

Sicilia, 4000 anni fa: La scoperta che riscrive la dieta antica. Stufato di cavallo durante il rituale nell’Età del Bronzo

0

Sicilia, area ai piedi del monte Polizzello: un recente studio coordinato da Davide Tanasi, docente dell’Università della Florida del Sud e fondatore dell’Institute for Digital Exploration, ha cambiato il modo di concepire la presenza dei cavalli nella preistoria dell’isola. Un’indagine pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica internazionale rivela la più antica testimonianza documentata sull’impiego dei cavalli e sul consumo della loro carne in Sicilia durante l’Età del Bronzo, ribaltando ipotesi radicate dagli studiosi sui tempi e i modi con cui questo animale fu introdotto nel cuore del Mediterraneo.

Il gruppo di ricerca, composto da esperti in antropologia come Robert Tykot e studiosi di archeologia preistorica come Enrico Greco, ha preso in esame un ricco insieme di materiali emersi dagli scavi presso Polizzello, risalenti al terzo millennio avanti Cristo. Nella zona, considerata nevralgica per la ricostruzione delle antiche società dell’isola, sono stati recuperati soprattutto frammenti di ceramica riferibili a recipienti da cucina e oggetti d’uso comune, tra cui catini, anfore e coppe impiegate in rituali di convivialità. Tra questi spicca un grande bacino su piede che, per dimensioni e collocazione, sembra essere stato il fulcro di una pratica collettiva dove veniva condiviso e distribuito del cibo a base di carne equina, probabilmente uno stufato tradizionale destinato a segnare momenti speciali della comunità.

La ceramica analizzata ha restituito tracce importanti anche dal punto di vista antropologico e simbolico. Oltre agli strumenti di uso quotidiano, il sito ha infatti restituito un grande fallo in terracotta, la cui funzione sembra legata a ritualità ricorrenti associate alla fertilità e al rinnovamento, secondo le interpretazioni offerte dal direttore degli scavi. Questi reperti mostrano dunque la molteplicità di significati che la cultura preistorica siciliana attribuiva sia all’animale domestico che agli oggetti del vivere quotidiano, tra esigenze di sostentamento e aspira­zioni rituali.

Decisivo nel percorso di ricerca si è rivelato lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni. Sebbene la scoperta archeologica risalga al 2005, solo nel 2024 è stato possibile applicare avanzati esami proteomici sui residui organici trattenuti nei vasi. Questa tecnica d’avanguardia ha permesso al team del laboratorio di Tanasi di individuare la presenza inequivocabile dell’albumina sierica equina, proteina ematica caratteristica del cavallo, attestando senza margine d’errore il consumo di carne equina da parte delle antiche comunità sicule. Una tale evidenza spinge oggi a rivedere tutti i paradigmi sul percorso di addomesticamento e sfruttamento del cavallo in questa parte del Mediterraneo, aprendo nuovi scenari sulle pratiche alimentari e sull’organizzazione dei gruppi insediati sulle alture siciliane.

Lo stesso ritrovamento solleva inoltre questioni di portata più ampia. Oltre a ridisegnare il quadro della presenza del cavallo nell’isola, esso getta nuova luce sulle relazioni culturali, sulle dinamiche economiche e sulle modalità rituali delle società preistoriche. Il fatto che la scoperta sia avvenuta in corrispondenza di oggetti legati a cerimonie collettive suggerisce una dimensione pubblica, partecipata e forse sacra del consumo di carne equina, che potrebbe aver avuto una funzione identitaria e propiziatoria nella vita delle antiche comunità locali. Gli studi etnografici aiutano a ipotizzare che attorno a questi momenti potessero ruotare preghiere, canti e danze, anche se il dettaglio delle pratiche resta sul piano delle ipotesi.

Non meno rilevante è l’impatto di questa scoperta sulla prospettiva storica degli scambi e delle influenze esterne in Sicilia. Una presenza così precoce del cavallo solleva interrogativi sulle vie di trasmissione delle innovazioni tra culture diverse del Mediterraneo antico, favorendo nuove ricerche sulle connessioni tra l’isola e le aree circostanti. L’insieme delle testimonianze – dalla ceramica rituale ai resti proteici – contribuisce così a restituire un mosaico complesso, dove si intrecciano alimentazione, pratiche religiose e strategie di sopravvivenza in un ambiente impegnativo ma ricco di stimoli.

Il lavoro della squadra coordinata da Tanasi, che in passato aveva già ottenuto risonanza internazionale per l’individuazione del vino preistorico nel complesso ipogeo di Monte Kronio e per le analisi sulle sostanze psicotrope in recipienti egiziani antichi, si inserisce alla perfezione in questa tradizione di ricerca interdisciplinare, dimostrando quanto le nuove tecnologie possano rivoluzionare la comprensione del passato.

Il risultato di Polizzello non si esaurisce quindi nella rivelazione di una data o di una semplice dieta, ma apre una finestra sulle strategie di resilienza, sulle identità culturali e sulla mutevole geografia umana della Sicilia di quattromila anni fa. La scoperta invita storici, archeologi e appassionati a confrontarsi con una preistoria mediterranea molto più dinamica, aperta a scambi tecnologici e rituali che attendono ancora di essere pienamente esplorati.

Leicester, uno scrigno di storia: Nuovi scavi svelano due millenni di vita urbana tra case romane, forni e un’antica prigione.

0

A Leicester, una delle città più antiche dell’Inghilterra, recenti scavi archeologici hanno aggiunto nuovi capitoli alla storia del territorio svelando quasi duemila anni di continuità urbana. Gli archeologi dell’Università di Leicester hanno condotto le indagini nell’area della piazza centrale del mercato, un luogo che da secoli rappresenta il cuore pulsante delle attività civiche e commerciali. I lavori, legati al progetto di riqualificazione della piazza, stanno offrendo una visione inedita sulla stratificazione storica della città e sulle trasformazioni vissute dall’epoca romana fino alla modernità.

Durante gli scavi sono emerse due abitazioni romane ben conservate, considerate tra i reperti più significativi del sito. Le strutture, databili a quasi 2.000 anni fa, offrono uno spaccato sulla vita privata e quotidiana degli abitanti di Leicester in età imperiale. Accanto alle case è stato rinvenuto un raro forno romano, testimonianza preziosa dell’attività artigianale e industriale che caratterizzava la città. Il ritrovamento di un’infante sepolto circa 1.900 anni fa rappresenta uno degli aspetti più toccanti dell’intervento: questa scoperta permette agli archeologi di approfondire le pratiche funerarie romane e di cogliere il valore dato all’infanzia nell’antica società.

Gli scavi si sono spinti oltre il periodo romano, mettendo in luce stratificazioni successive che narrano la continuità dell’insediamento nel corso dei secoli. Sono state individuate tracce dell’epoca anglosassone e medievale, con pavimentazioni collegate alla prima versione storica della piazza del mercato. Ogni livello di scavo ha rivelato segni delle varie trasformazioni subite dall’area, restituendo una sorta di “fetta di torta archeologica”, come descritto dagli stessi studiosi, dove ogni strato testimonia una generazione diversa di commercianti, artigiani e cittadini.

Un altro elemento di straordinario interesse riguarda il ritrovamento dei resti di un antico sotterraneo, che le fonti del XVI secolo descrivevano come una prigione degradante e inumana. Quella che gli studiosi identificano oggi come la “camera di Gainsborough” era parte di un edificio civico che ha svolto molteplici funzioni nel corso del Medioevo. Qui si tenevano processi giudiziari, riunioni del sindaco, banchetti e celebrazioni pubbliche, fino alla demolizione della struttura avvenuta intorno alla metà del Settecento. Questo ritrovamento getta nuova luce sugli aspetti più bui, ma anche su quelli istituzionali e cerimoniali della vita urbana.

L’intervento degli archeologi dell’Università di Leicester, reso possibile dal programma di recupero della piazza, sta così riscrivendo gli equilibri delle conoscenze sulla città. Lo studio e il recupero degli oggetti rinvenuti – piatti, oggetti in metallo, frammenti di costruzione, resti umani – arricchiscono il quadro delle attività produttive e delle abitudini alimentari e sociali dei diversi periodi storici. Le analisi condotte sul posto e nei laboratori universitari consentono di stabilire datazioni sempre più precise e di approfondire i rapporti tra Leicester e il contesto regionale, spiegando come la città si sia inserita nelle dinamiche economiche, culturali e politiche dell’Inghilterra dalle origini a oggi.

Il progetto di scavo, tuttora in corso, ha un valore eccezionale anche per la partecipazione della comunità locale e per l’attenzione mediatica suscitata dalle scoperte. Le autorità cittadine e i responsabili del progetto intendono valorizzare i risultati, integrandoli nei percorsi di visita e negli spazi museali cittadini. La narrazione della Leicester antica si arricchisce così di dettagli inaspettati, che offrono sia agli studiosi sia ai visitatori la possibilità di immergersi nei processi di formazione e trasformazione di una delle piazze più vivaci e rappresentative d’Inghilterra.

Queste scoperte confermano la centralità di Leicester nella storia britannica e offrono l’opportunità di ridefinire gli orizzonti della ricerca sulle città europee. Lo scavo della piazza centrale non è solo un’impresa di recupero archeologico, ma anche un modello virtuoso di collaborazione tra università, amministrazione e cittadini, volto a garantire che il passato continui a dialogare con il presente e a stimolare nuove domande sulla nostra eredità culturale.

Monte San Giorgio. Scoperto fossile di Lariosauro con pelle intatta che riscrive la storia del nuoto preistorico

0

Sul Monte San Giorgio, tra Italia e Svizzera, un’équipe di ricercatori ha portato alla luce un fossile che promette di arricchire profondamente la conoscenza dei rettili marini triassici. Si tratta di un esemplare di Lariosaurus valceresii, predatore acquatico vissuto circa 240 milioni di anni fa nel Triassico medio, ritrovato in una straordinaria condizione di conservazione nella zona di Val Mara, nel Canton Ticino. Questo luogo, già inserito tra i patrimoni dell’UNESCO per l’eccezionalità dei reperti paleontologici, si conferma dunque culla di scoperte di rilievo mondiale.

La particolarità del reperto, catalogato con il codice MCSN 8713 e ora custodito al Museo cantonale di storia naturale di Lugano, consiste nella presenza di pelle fossilizzata praticamente su tutto il corpo dell’animale. Una condizione che consente agli studiosi di osservare, per la prima volta, la silhouette completa di un lariosauro, un rettile acquatico la cui etimologia richiama il Lago di Como, da cui prende il nome. A firmare la ricerca pubblicata sulla rivista Swiss Journal of Palaeontology sono tre studiosi italiani: Silvio Renesto, Cinzia Ragni e Fabio Magnani, impegnati rispettivamente presso l’Università dell’Insubria, l’Università di Torino e il museo di Lugano.

Proprio grazie all’eccezionale conservazione dei tessuti molli, è stato possibile analizzare dettagli particolarmente rari nel panorama dei fossili mesozoici. Le zone in cui sono ancora visibili porzioni di pelle hanno la consistenza di una pellicola di carbonio e svelano dettagli delle squame – sub-rettangolari, larghe fino a tre volte la loro lunghezza e non sovrapposte ma affiancate, una struttura affine a quella dei coccodrilli odierni piuttosto che alle lucertole. Il fossile mostra anche mani e piedi palmati, privi di artigli e completamente avvolti nella membrana, suggerendo una morfologia dell’arto più vicina a quella dei coccodrilli che alle forme pinnate di altri rettili acquatici come i plesiosauri.

L’esemplare di Lariosaurus valceresii rinvenuto è quasi completo: mancano solo alcune parti del cranio e presenta uno spostamento delle vertebre caudali, ma offre un quadro morfologico estremamente dettagliato dell’animale. I paleontologi sono riusciti a dedurre che questo rettile, lungo meno di un metro, era un predatore molto abile grazie a una muscolatura robusta, specialmente agli arti anteriori. Le nuove evidenze raccolte suggeriscono che il suo stile di nuoto fosse molto simile a quello delle foche attuali, caratterizzato da scatti veloci in acqua, una scoperta che sposta l’attenzione dalla precedente ipotesi che vedeva la coda come principale mezzo di propulsione, tipica ad esempio delle iguane delle Galapagos.

Monte San Giorgio, teatro di questa scoperta straordinaria, è noto da tempo per la ricchezza dei suoi giacimenti di fossili triassici, che includono pesci e numerosi rettili marini. Tuttavia, finora nessun lariosauro aveva restituito una simile quantità di informazioni sui tessuti molli e sulle caratteristiche cutanee. Precedenti ritrovamenti eccellenti provenivano principalmente dal versante italiano del Monte San Giorgio, mentre questo nuovo esemplare è stato portato alla luce nel territorio svizzero, durante una spedizione del 2023 condotta dal Museo cantonale di Storia Naturale di Lugano nell’area della Kalkschieferzone – nota come Calcare di Meride – una formazione geologica laddove si trovano spesso fossili triassici di grande rilievo.

L’importanza di questo fossile travalica l’oggetto dello studio stesso. Consente, attraverso lo stato di conservazione della pelle e la struttura degli arti, di fare luce sull’ecologia, sul comportamento e sull’adattamento dei rettili marini triassici, in un periodo in cui il pianeta era popolato da una sorprendente varietà di rettili acquatici, terrestri e volanti. La scoperta contribuisce a ridefinire le strategie di nuoto e le abitudini predatorie di questi animali, confermando che il Mesozoico non fu soltanto l’era dei dinosauri, ma anche di gruppi differenti e altrettanto evoluti come i mosasauri, gli pterosauri e gli stessi notosauri a cui appartiene il lariosauro.

L’esemplare, illustrato dagli studiosi Renesto, Ragni e Magnani, rappresenta dunque una pietra miliare per la paleontologia europea e accresce il valore del patrimonio di Monte San Giorgio, già celebrato nella comunità scientifica internazionale. Il ritrovamento dimostra come ricerche accurate e nuove tecnologie di analisi possano restituire informazioni inedite anche su animali vissuti centinaia di milioni di anni fa, aiutando a ricostruire sempre più nel dettaglio la storia naturale del nostro pianeta.

Israele. La scoperta di un tesoro di monete a Huqoq svela l’ultima rivolta ebraica contro Roma

0

HUQOQ, ISRAELE – Una scoperta eccezionale ha riportato alla luce un tesoro numismatico unico, gettando nuova luce su uno degli episodi meno studiati della storia ebraica antica. Nel corso di una campagna di scavi condotta nel sottosuolo della località di Huqoq, nella Basso Galilea, un’équipe di archeologi israeliani ha estratto da una complicata rete di gallerie sotterranee un gruzzolo di monete bronzee risalenti al IV secolo d.C., accuratamente nascoste dai loro proprietari più di milleseicento anni fa. Questi passaggi e camere erano stati realizzati dagli ebrei locali tra il I e il II secolo per garantire rifugio durante le frequenti rivolte contro l’impero romano, testimonianza materiale della costante tensione vissuta dalla comunità di Huqoq.

In un primo momento, gli studiosi hanno pensato che il tesoro potesse essere stato occultato durante i periodi burrascosi della Grande Rivolta tra il 66 e il 70 d.C. o della più tardi rivolta di Bar Kokhba tra il 132 e il 135 d.C., due eventi che hanno segnato la storia della Giudea e rappresentano momenti chiave della resistenza ebraica contro il dominio romano. Tuttavia, un’analisi più attenta dei reperti numismatici ha rivelato una sorpresa notevole: sulle facce delle monete sono impresse le effigi di Costanzo II e Costante I, due imperatori che hanno regnato ben più tardi, a metà del IV secolo. Questo indizio permette di collocare il nascondiglio delle monete in un’urgenza assai diversa rispetto alle rivolte più note, associandolo alla cosiddetta Rivolta di Gallus del 351-352 d.C.—l’ultimo tentativo armato della comunità ebraica della regione di opporsi alle direttive imperiali.

La Rivolta di Gallus si colloca in un periodo travagliato per la Galilea e tutto l’impero romano, un’epoca segnata da instabilità politica e religiosa. Nei primi decenni del IV secolo, la dominazione romana era ormai saldo, ma nelle province orientali, le tensioni covavano appena sotto la superficie. L’insurrezione, scoppiata durante il governo del cesare Costanzo Gallo, sarebbe stata brutalmente stroncata dalle legioni, lasciando un’impronta profonda nella memoria collettiva delle comunità locali. Finora, però, le prove archeologiche dirette relative a questo episodio erano quasi inesistenti, rendendo il ritrovamento delle monete di Huqoq un elemento di enorme valore per la comprensione del periodo.

Le monete, perfettamente conservate, offrono un affascinante scorcio su quell’epoca di incertezza, quando gli abitanti cercarono rifugio e sicurezza non solo con la fuga nei cunicoli sotterranei, ma anche affidando le proprie ricchezze a nascondigli abilmente celati. Gli archeologi hanno sottolineato come proprio questa capacità di preservare anche modesti tesori, unita alla conoscenza della geografia locale e alla creazione di reti di gallerie e rifugi, rappresenti una delle caratteristiche più rilevanti della resistenza ebraica nel corso delle reiterate crisi dell’età tardo-antica.

Il ritrovamento è stato reso possibile grazie a tecniche di scavo stratigrafico particolarmente raffinate, necessarie per operare in ambienti fragili e profondi, dove anche il più piccolo errore può compromettere materiali di inestimabile delicatezza. La ricostruzione minuziosa dei livelli di utilizzo delle singole camere e dei tunnel ha permesso di datare con ragionevole precisione sia i lavori di scavo originali sia il momento in cui le monete sono state occultate. Questo lavoro, svolto a stretto contatto con esperti di numismatica e storia tardo-romana, ha confermato la natura straordinaria della scoperta: si tratta di uno dei rarissimi indizi materiali riconducibili in modo diretto a una rivolta poco documentata dalle fonti.

Gli studiosi hanno inoltre messo in evidenza il valore storico del deposito, che dimostra come il senso di insicurezza diffuso tra le popolazioni ebraiche della Galilea fosse ancora acuto nel IV secolo, ben dopo la fine delle grandi rivolte. L’abitudine di ricorrere a nascondigli segreti durante le crisi era stata dunque tramandata, probabilmente rinvigorita dalla memoria collettiva degli scontri precedenti. Le condizioni conservative delle monete, unite alla loro posizione nascosta in un punto difficilmente accessibile del sistema sotterraneo, suggeriscono un gesto dettato dalla paura e dall’urgenza, compiuto in un momento di estremo pericolo, in cui non fu poi più possibile tornare a recuperare il tesoro.

Questo nuovo tassello aggiunge ulteriore complessità allo studio delle dinamiche sociali e religiose della Galilea tardoantica, restituendo dignità storica a un evento a lungo rimasto nell’ombra sia delle grandi narrazioni storiche sia delle ricerche archeologiche. Il rinvenimento delle monete di Huqoq restituisce voce al trauma vissuto dalle comunità locali e permette agli studiosi di arricchire la ricostruzione della tenace resistenza che caratterizzò la popolazione ebraica anche nei secoli successivi alla caduta del Secondo Tempio.

Olanda, la maschera del passato. Ritrovata in un cimitero romano una lucerna teatrale in perfetto stato di conservazione

0

A Cuijk, nei Paesi Bassi, è emersa una testimonianza eccezionale del passato romano grazie agli scavi condotti nell’antico insediamento di Ceuclum. Gli archeologi impegnati nella campagna di ricerca hanno infatti portato alla luce una lampada a olio – lucerna – risalente al II secolo, realizzata a forma di maschera teatrale e conservata in uno stato sorprendente. Questa scoperta, considerata dagli studiosi uno dei ritrovamenti più significativi negli ultimi anni nei Paesi Bassi, rappresenta un oggetto unico sia per la raffinatezza della manifattura sia per il valore simbolico attribuito alla maschera della commedia.

La lampada è stata rinvenuta nel più vasto cimitero romano mai identificato nella regione del Brabante, una zona storicamente situata tra i confini degli attuali Paesi Bassi e Belgio. L’area era strategica nell’antichità grazie alla presenza del fiume Mosa, che la collegava agli importanti centri di Maastricht e Nimega, favorendo lo sviluppo del commercio e lo scambio culturale. Durante le indagini archeologiche, iniziate nel mese di giugno, sono state individuate oltre settanta tombe corredate da monete, vasi ceramici, gioielli e oggetti d’uso quotidiano, testimonianza della ritualità funeraria e della ricchezza della comunità locale.

Quella che colpisce maggiormente è proprio la lampada teatrale, descritta dall’archeologo Johan van Kampen come “unicum” per l’eccezionale stato di conservazione e le decorazioni insolite rispetto agli altri reperti della zona, con motivi mai identificati prima nei contesti olandesi. La lampada, destinata probabilmente a essere collocata all’interno della tomba per guidare idealmente il defunto nel suo passaggio all’aldilà, costituiva sia una fonte materiale di luce sia un elemento di significato metaforico. Secondo gli studiosi, la funzione era quella di rischiarare letteralmente e simbolicamente l’oscurità del viaggio post mortem, trasmettendo sicurezza e protezione al defunto.

La necropoli di Ceuclum si estende per oltre cinque ettari e si distingue non solo per la vastità, ma anche per la preservazione quasi integrale dei corredi funerari. Le cause di questa straordinaria conservazione vengono attribuite all’accurata disposizione degli oggetti e al rapido ricoprimento dei sepolcri con sabbia, che ha protetto i materiali dai danni ambientali e dalle contaminazioni moderne. Oltre ai pezzi realizzati localmente, gli archeologi hanno individuato reperti che appaiono importati, segno delle vivaci relazioni commerciali esistenti tra le province settentrionali dell’Impero romano e le regioni più centrali.

La presenza della maschera teatrale come decorazione non è casuale: nella Roma antica la maschera era simbolo delle arti sceniche e della vitalità delle rappresentazioni pubbliche, ma aveva anche un legame profondo con i rituali funerari e le credenze sulla vita ultraterrena. Il Brabante, durante l’epoca romana, era un territorio di confine, dove attività militari e civili si intrecciavano, arricchendo il tessuto sociale di influenze culturali differenti. In questo ambiente si svilupparono fattorie, ville e presidi militari che attestano non solo la prosperità economica della regione, ma anche la piena integrazione con la tradizione romana.

Le testimonianze archeologiche di Ceuclum gettano nuova luce sul tema delle tradizioni funerarie, rilevando la cura e l’attenzione dedicata ai defunti da parte dei vivi. Ogni oggetto, dalla moneta ai gioielli più raffinati, racconta il desiderio di accompagnare i morti con tutto ciò che avrebbe potuto agevolare il viaggio nell’ignoto. La lampada a olio – con la sua forma teatrale e il suo inestimabile valore artistico – è la sintesi di questo rapporto, tramandando nei secoli una storia fatta di spiritualità, arte e relazioni sociali.

L’eredità romana del Brabante, spesso trascurata rispetto ai grandi insediamenti come Maastricht e Nimega, viene oggi rivalutata nell’ambito della ricerca archeologica per il ruolo che ha rivestito nella diffusione delle pratiche, dei culti e degli stili artistici. Ogni oggetto ritrovato costituisce non solo un documento del passato, ma anche uno stimolo per approfondire le connessioni tra la comunità locale e le correnti principali dell’Impero romano. La scoperta della lampada a olio a forma di maschera teatrale segna una pagina importante per l’archeologia dei Paesi Bassi, offrendo nuove prospettive sugli scambi culturali, sull’arte funeraria e sui simboli che hanno accompagnato le generazioni antiche nei momenti più delicati dell’esistenza.

Lecce. Scoperto un sistema difensivo bizantino che usava i monumenti romani come fortezza

0

Lecce è di nuovo protagonista nel panorama archeologico nazionale grazie a una recente scoperta che getta nuova luce sugli intrecci storici della città pugliese. Nella zona compresa tra piazza Sant’Oronzo e via Alvino, a pochi metri dalle rovine dell’anfiteatro romano, gli scavi avviati dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio hanno messo in evidenza le tracce di un articolato sistema difensivo di età bizantina. Sin dall’inizio della campagna, gli archeologi hanno riscontrato la presenza di poderose strutture murarie che suggeriscono la trasformazione dell’area in una fortificazione durante l’Alto Medioevo.

Le indagini hanno restituito una sequenza di elementi strutturali senza precedenti per il sito. Il fulcro della scoperta è costituito da un muro largo 3,7 metri e conservato in altezza per oltre due metri. Realizzato con la tecnica detta “a sacco”, ovvero grazie a un riempimento di terra e pietrisco racchiuso tra due paramenti di blocchi, spesso recuperati direttamente dalle antiche strutture dell’anfiteatro e da altri monumenti cittadini, il muro è stato identificato come parte di un’estesa opera di fortificazione urbana. Secondo gli studiosi, queste opere, databili tra il V e il VI secolo d.C. sulla base delle stratigrafie rinvenute, segnarono una svolta epocale nella funzione dell’antico edificio romano.

In una seconda fase costruttiva, sempre riconducibile all’età bizantina, alla muratura fu aggiunta una torre circolare di circa 12 metri di diametro, in posizione strategica. Questa torre, anch’essa edificata con materiali di reimpiego, appare come elemento rafforzativo dell’intero sistema difensivo, a protezione del centro cittadino in un’epoca di profonde turbolenze politiche e militari. I ricercatori sottolineano che il mutamento d’uso dell’anfiteatro fu favorito dal progressivo abbandono delle attività spettacolari dovuto anche alla diffusione del cristianesimo, sancita definitivamente dall’editto dell’imperatore Onorio nel 404, che vietò i giochi gladiatori.

Il fenomeno, tutt’altro che isolato, trova interessanti confronti in diverse città del bacino mediterraneo in cui gli antichi monumenti di epoca romana furono parzialmente smantellati o riadattati per esigenze di difesa collettiva. Le evidenze raccolte confermano che Lecce, dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, divenne centro nevralgico del potere bizantino in Terra d’Otranto. La presenza di un kastron, termine che indica una cittadella fortificata e sede del potere civile e militare greco-orientale, indica l’importanza strategica della città nel tessuto politico dell’epoca.

I risultati delle indagini attuali sono stati resi noti in modo dettagliato dalla Soprintendenza e dalle amministrazioni coinvolte. Oltre alle strutture murarie, sono emersi importanti resti di pilastri perimetrali, tracce della cavea e setti radiali dell’antico anfiteatro, che illustrano il processo graduale di integrazione tra le esigenze difensive altomedievali e le preesistenze monumentali della città romana. Simili adattamenti sono stati già documentati dal geografo Guidone, che agli inizi del XII secolo descrisse una Lecce profondamente cambiata, nella quale la popolazione si raccoglieva intorno ai resti monumentali ormai trasformati in baluardo contro i pericoli esterni.

Il confronto tra le nuove evidenze archeologiche e le scoperte risalenti ai primi decenni del Novecento, in particolare quelle attribuite a Cosimo De Giorgi nei pressi dell’attuale Banca d’Italia, lascia intravedere l’esistenza di un ampio sistema urbano fortificato, finora solo ipotizzato. Questo sistema avrebbe sfruttato le stratificazioni edilizie della Lecce romana per dar vita a una cittadella armata, capace di resistere a incursioni e conflitti caratteristici dell’età della transizione. La presenza di tali fortificazioni suggerisce inoltre la centralità di Lecce tra i centri pugliesi che seppero reinterpretare l’eredità imperiale in chiave difensiva e politica nei secoli successivi.

Gli esperti coinvolti nelle indagini sottolineano come la scoperta offra una chiave di lettura preziosa sul rapporto tra monumentalità antica e nuove funzioni urbane nei secoli della tarda antichità e dell’alto medioevo. Le indagini e gli studi continueranno nei prossimi mesi, con il coinvolgimento di numerosi istituti universitari e scientifici, per approfondire le relazioni tra la città, il territorio e il potere bizantino. Lecce si conferma così crocevia di culture, capace di sorprendere e rivelare ancora oggi aspetti poco noti del suo passato, lasciando intravedere quanto ancora la stratigrafia urbana possa arricchire la conoscenza storica e identitaria della città.

Il fischietto di Amarna. Antico reperto fa luce sul controllo dei lavoratori nell’Egitto dei faraoni.

0

Nella città egiziana di Amarna, l’antica Akhetaten fondata dal faraone Akhenaton sulle rive del Nilo, una scoperta archeologica di rara suggestione getta nuova luce sul controllo e sulla quotidianità dei lavoratori delle necropoli faraoniche. Durante le ricerche condotte nel villaggio conosciuto come Stone Village, localizzato ai margini orientali dell’insediamento, è emerso un piccolo fischietto realizzato da un osso di zampa di vitello. Sebbene il ritrovamento risalga al 2008, solo oggi la sua identificazione precisa e il suo significato storico sono stati svelati grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista International Journal of Osteoarchaeology.

Il manufatto, risalente a oltre 3300 anni fa, rappresenta la prima testimonianza nota di un fischietto osseo proveniente dall’antico Egitto. La sua provenienza, una costruzione in pietra apparentemente utilizzata come punto di riposo o stazione per il personale di sorveglianza, ha portato gli studiosi ad avanzare una nuova ipotesi sul controllo sociale e sulla sicurezza all’interno delle comunità legate ai grandi cantieri funerari reali. Il villaggio, abitato dagli operai addetti all’edificazione delle tombe reali, sorgeva proprio in prossimità di una necropoli costantemente sorvegliata da una forza di polizia dedita a impedire intrusioni e furti.

La particolarità del fischietto, ricavato da una falange di vitello ancora giovane, è la presenza di un foro praticato lungo tutto l’osso, probabilmente realizzato con uno strumento appuntito. Per escludere ogni dubbio sull’uso dell’oggetto, gli archeologi si sono avvalsi di avanzate tecniche di microscopia digitale e macrofotografia, esaminando attentamente la superficie per individuare segni di usura o lavorazione compatibili con una funzione sonora. In aggiunta, hanno creato una fedele replica utilizzando una falange bovina moderna, scoprendo che soffiando sull’apertura il manufatto emetteva un singolo suono, acuto e penetrante.

Gli studiosi hanno escluso che il pezzo potesse essere un elemento musicale decorativo o parte di un gioco, a causa dell’assenza di tracce riconducibili all’uso ludico o ornamentale e della produzione di un’unica nota poco adatta a uno strumento musicale. L’oggetto non presenta nemmeno i segni tipici delle figurine o dei contenitori. La semplicità del suono – un’unica vibrazione breve e squillante – sembra perfettamente funzionale all’attività di chi doveva attirare rapidamente l’attenzione, segnalare una presenza sospetta o richiamare l’ordine tra i lavoratori. La posizione strategica della scoperta, all’ingresso di una zona ad accesso limitato e altamente controllato dalle autorità del tempo, avvalora fortemente l’ipotesi di un utilizzo da parte della polizia di sorveglianza.

L’aspetto forse più affascinante dello studio non risiede solamente nella funzione tecnica dell’oggetto ma nel suo impatto sulla vita psicologica e sociale di una comunità sottoposta a sorveglianza costante. Il suono improvviso di un fischietto nel silenzio del deserto egiziano poteva costituire non solo un segnale pratico, ma anche un monito per i lavoratori e gli abitanti, rafforzando l’idea di un controllo sempre presente sulla società. L’analisi archeologica suggerisce così che anche strumenti apparentemente banali possano illuminare aspetti profondi delle dinamiche di potere esercitate all’interno degli insediamenti legati alla costruzione delle dimore eterne dei faraoni. Gli archeologi sottolineano come il significato simbolico e sociale di questi oggetti sia spesso sottovalutato, mentre sono invece elementi preziosi per comprendere la realtà giornaliera delle persone comuni nell’antico Egitto.

L’importanza del rinvenimento va ben oltre il valore materiale dell’oggetto: invita a rivolgere maggiore attenzione ai contesti meno monumentali, come i villaggi operai e i luoghi domestici, spesso considerati marginali rispetto alle grandi tombe e ai templi. Ogni nuovo dettaglio emerso da questi siti può infatti arricchire la narrazione storica e offrire un’immagine più vivida e completa della vita all’ombra delle piramidi. Gli studiosi sono inoltre convinti che molte altre scoperte attendano ancora di essere portate alla luce, soprattutto grazie all’analisi di materiali finora trascurati o la cui funzione resta da decifrare. Così, dalla ricostruzione della socialità quotidiana all’indagine dei sistemi di controllo e comunicazione interna, il piccolo fischietto di Amarna si trasforma in una preziosa chiave di lettura per il passato, capace di restituire voci e suoni al mondo perduto dell’antico Egitto.

Svizzera. Ad Aegerten riemerge un antico ponte romano, capolavoro d’ingegneria dell’epoca.

0

Aegerten, nella regione del Canton Berna in Svizzera, è divenuta recentemente il palcoscenico di una scoperta archeologica di rilievo: i resti di un ponte romano in legno, antichissimo, sono riemersi dal letto di un fiume ormai scomparso durante i lavori di modernizzazione delle infrastrutture locali. Il ritrovamento, seguito dalle indagini degli archeologi svizzeri, ha offerto una finestra affascinante sulla sofisticata ingegneria romana e sulle strategie logistiche adottate in epoca imperiale per gestire le vie di comunicazione e i commerci nelle province settentrionali.

L’antico ponte attraversava il fiume Thielle, un corso d’acqua che nell’epoca romana rivestiva un’importanza decisiva per gli scambi e le comunicazioni nell’area alpina. Durante i lavori di scavo sono emersi oltre 300 pali di quercia appartenenti alla struttura originaria del ponte, testimonianza della portata e della solidità dei progetti di ingegneria dell’epoca. A confermare l’antichità della costruzione è stata l’analisi dendrocronologica, che ha permesso di stabilire una datazione precisa: la prima edificazione risale attorno al 40 a.C., subito dopo la sottomissione della tribù celtica degli Elvezi da parte dei Romani. Il ponte ha conosciuto numerosi interventi di manutenzione e potenziamento lungo un arco temporale di circa quattro secoli, a testimonianza della sua importanza strategica e della vitalità delle rotte di collegamento tra le varie posizioni militari e civili della zona.

Petinesca, cittadina collocata nelle immediate vicinanze del ponte e oggi identificata con la moderna Studen, si trovava allora al limite di ciò che era uno snodo nevralgico della cosiddetta “Transversale del Giura”. Questa vasta rete di comunicazione romana rappresentava un asse fondamentale per il passaggio di truppe, merci e informazioni tra le regioni dell’Impero, collegando accampamenti militari e insediamenti strategici dislocati lungo i confini settentrionali.

L’eccezionale stato di conservazione di parte della struttura lignea si deve alla particolare posizione del ponte e alle condizioni del suolo, che hanno protetto le componenti organiche dall’azione distruttrice del tempo. Le analisi dettagliate dei pali di quercia non hanno soltanto fornito dati sulla cronologia del manufatto, ma hanno anche consentito agli studiosi di approfondire tecniche costruttive specifiche e pratiche relative alla gestione del legname in epoca romana. La scelta della quercia, ad esempio, rispondeva a esigenze di grande resistenza e durabilità, considerando la necessità di affrontare correnti, gelo invernale e il peso degli intensi traffici.

Durante le ricerche nell’antico alveo del fiume, gli archeologi hanno rinvenuto una serie di oggetti che testimoniano sia la vita quotidiana che l’attività commerciale in transito sulla struttura. Tra i reperti recuperati spiccano ferri di cavallo, asce, monete, chiavi, un forcone da pesca e un raro pialletto da falegname, ancora dotato di elementi metallici e parti in legno. Alcuni di questi oggetti potrebbero essere caduti accidentalmente dalle mani di coloro che attraversavano il ponte, mentre altri possono essere stati gettati intenzionalmente nel fiume, forse come offerte rituali legate a culti locali o a superstizioni tipiche delle popolazioni di frontiera.

Il ponte di Aegerten rappresenta un elemento emblematico della capacità romana di dialogare con territori altrettanto complessi quanto vitali per l’economia e il controllo dell’Impero nelle province. La scoperta contribuisce a ridisegnare in modo più tridimensionale la mappa delle infrastrutture viarie romane, esaltando l’integrazione tra tecnologie costruttive e adattamento ai contesti ambientali alpini. Analizzando i resti e i reperti, gli esperti stanno gradualmente ricostruendo non solo il tracciato del ponte, ma anche stili di vita, commerci e connessioni in un’area che, nonostante la distanza dai grandi centri urbani, era intensamente collegata alla rete imperiale.

Le informazioni emerse da Aegerten aprono nuove prospettive sugli aspetti gestionali e tecnici dei Romani, restituendo voce a una storia millenaria sepolta nei sedimenti e suggerendo nuove direzioni per la ricerca archeologica nelle regioni del nord delle Alpi. Iniziative come questa non solo arricchiscono il patrimonio culturale svizzero, ma rafforzano il dialogo tra scienza, memoria storica e identità europea, ponendo al centro l’ingegno e la visione progettuale di una civiltà che ha saputo plasmare il paesaggio tanto quanto la propria eredità culturale.

San Giovenale. La tecnologia svedese digitalizza trecento tombe etrusche

0

A San Giovenale, tra dolci colline e sentieri poco battuti dell’Italia centrale, il lavoro instancabile di archeologi, tecnici e ricercatori svedesi viene oggi premiato da una rivoluzione digitale: quasi trecento tombe a camera etrusche sono ora accessibili a studiosi, appassionati e cittadini di tutto il mondo tramite un portale innovativo che unisce passato e futuro. Al di là delle barriere fisiche che per secoli hanno lasciato questi ipogei ai margini dell’esperienza diretta, oggi la tecnologia apre nuovi orizzonti e trasforma la fruizione di uno dei patrimoni archeologici più preziosi della penisola.

Il progetto, frutto di anni di collaborazione tra l’Università di Göteborg e l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, offre una panoramica senza precedenti sulla necropoli di San Giovenale. Non si tratta soltanto della pubblicazione di fotografie o di semplici mappe: plumb bobs e pizzigrammi sono stati affiancati da scansioni laser, modelli tridimensionali e sofisticati database che raccolgono e aggiornano le informazioni raccolte fin dal secolo scorso dalle varie missioni archeologiche. Grazie a queste nuove tecnologie, l’esplorazione delle tombe diventa non solo accessibile, ma anche immersiva, permettendo una visione dettagliata delle strutture interne, dei corredi funerari e delle decorazioni che avrebbero altrimenti richiesto lunghi e faticosi viaggi, nonché un’adeguata preparazione fisica.

La realtà virtuale aggiunge una dimensione ulteriore all’esperienza di visita. Chiunque può muoversi tra le camere funerarie, osservare da vicino dettagli architettonici, incisioni e affreschi, condividendo percorsi che un tempo erano appannaggio esclusivo di pochi archeologi specializzati. In questi ambienti, dove il tempo sembra sospeso, si respira ancora la polvere delle antiche civiltà, mentre la luce filtrata dalle aperture si intreccia ai dati digitali, consentendo analisi avanzate e la possibilità di estrarre nuovi dati anche da reperti poco visibili all’occhio nudo. Sfiorare con lo sguardo le pareti di queste camere, risalenti a più di 2500 anni fa, rappresenta oggi una possibilità concreta non solo per gli studiosi, ma anche per il grande pubblico e per le istituzioni scolastiche.

L’Istituto Svedese di Roma, vero motore propulsivo dell’archeologia etrusca in Italia sin dal 1925, conserva nella sua biblioteca uno dei maggiori archivi mondiali dedicati a questa civiltà. Le grandi campagne di scavo in Etruria Meridionale degli anni ’50 hanno visto la partecipazione attiva e appassionata di Gustavo VI Adolfo di Svezia, sovrano e cultore di archeologia, che fino al termine della sua vita ha sostenuto e guidato le esplorazioni insieme a gruppi di studiosi internazionali. Ancora oggi gli esperti e gli studenti si avvalgono delle risorse dell’istituto per consultare materiali, mappe e documenti che, integrati alle nuove scansioni digitali, offrono un quadro aggiornato e continuamente arricchito delle scoperte avvenute nel territorio.

La piattaforma digitale nasce per offrire un’interfaccia intuitiva e accessibile a chiunque voglia approfondire la storia di San Giovenale. Si può “visitare” ogni tomba, conoscere le particolarità costruttive, esplorare virtualmente le camere e passaggi e confrontare fotografie d’epoca con riprese e modelli più recenti. L’obiettivo è creare una rete di conoscenze che superi i confini geografici e favorisca non solo la ricerca accademica, ma anche la divulgazione culturale e la partecipazione diretta di scuole, università e curiosi.

Il progetto si distingue per la dimensione del coinvolgimento didattico: dal 2026 gli studenti dell’Università di Göteborg parteciperanno direttamente alle fasi di raccolta dati, alle operazioni di scansione 3D e alla pubblicazione online delle scoperte, fianco a fianco con gli archeologi dell’Istituto Svedese. Questo connubio di formazione e ricerca crea occasioni di scambio tra giovani ricercatori e studiosi più esperti, delineando uno scenario futuro in cui il patrimonio etrusco potrà essere studiato, condiviso e valorizzato anche da chi non può percorrere fisicamente i sentieri polverosi di San Giovenale.

L’apertura del portale segna una svolta fondamentale per la conoscenza della civiltà etrusca, perché offre la possibilità di preservare digitalmente un patrimonio fragile, minacciato dal tempo e dal rischio di dimenticanza. In un mondo dove la tecnologia spesso è chiamata a sostituire la presenza fisica, questa iniziativa consente invece di affiancarla e potenziarla, proteggendo così le testimonianze più preziose del passato e rendendole fruibili a livello globale. San Giovenale, i suoi ipogei e i ricordi delle campagne di scavo svedesi tornano al centro della scena scientifica e culturale grazie al dialogo tra memoria, ricerca e innovazione.