Nell'oasi di Dakhla, situata nel deserto occidentale dell'Egitto, una campagna di scavo metodica e rigorosa ha restituito alla comunità scientifica internazionale i resti monumentali di un insediamento urbano fortificato risalente all'epoca tardoantica, la cui fioritura si colloca pienamente nel corso del IV secolo. Questo eccezionale ritrovamento, annunciato ufficialmente dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto il 7 luglio 2026, rappresenta una scoperta di straordinario valore storiografico per lo studio delle dinamiche insediative della periferia dell'Impero bizantino. L'eccezionale stato di conservazione delle strutture, realizzate. . .
Lo splendore dei principi piceni: nuova tomba scoperta a Sirolo
A SIROLO (AN), le indagini di archeologia preventiva promosse dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro e Urbino, condotte dalla società ArcheoLab in stretta collaborazione con il comune marchigiano, hanno permesso il rinvenimento di un complesso monumentale di eccezionale rilevanza storiografica. I reperti, ascrivibili interamente al VI secolo a.C., estendono sensibilmente i confini della già celebre necropoli picena del Conero, offrendo al contempo elementi ermeneutici inediti per comprendere le dinamiche sociali e i gruppi di potere che guidarono lo sviluppo di questo fulcro adriatico nell'antichità. . .
A chi davano la colpa delle epidemie nel Medioevo?
Le campane suonano a morto senza sosta, e quando smettono è perché non resta nessuno a tirarle. Per le strade si snodano processioni di uomini che si flagellano a sangue, mentre i carri raccolgono i cadaveri. È la metà del Trecento, la peste nera sta cancellando un terzo o più dell’Europa, e insieme al contagio corrono le voci. Si dice che siano gli ebrei ad avvelenare i pozzi. Si dice che i lebbrosi diffondano deliberatamente il male. Si mormora di streghe, di patti col diavolo, di persone viste ungere muri e porte con sostanze maligne.
In una società che non conosce i microbi, ma che è piena fino all’orlo di significati religiosi e sociali, l’epidemia non è mai soltanto un fatto biologico. È un evento che esige una spiegazione e, soprattutto, un responsabile. La domanda che attraversa tutto questo articolo è semplice e inquietante: quando arrivava un’epidemia, chi, o che cosa, veniva ritenuto colpevole?
La risposta non è unica, ed è proprio questo il punto. La mentalità medievale ragionava su più livelli sovrapposti, che convivevano senza contraddirsi. C’era la causa ultima, teologica. C’era la causa intermedia, naturale. E c’era la causa concreta, umana, quella che trasformava la paura in violenza. Per capire la caccia al colpevole bisogna percorrerli tutti e tre, perché è dal loro intreccio che nasce il sangue.
Se arriva la peste, qualcuno ha peccato
Il primo livello, quello di base, è teologico. Nella cornice mentale dell’uomo medievale nulla accade per caso, e meno che mai una catastrofe di quelle proporzioni. Un’epidemia che svuota le città non può essere un incidente della natura: è un castigo divino, la punizione per i peccati collettivi di una comunità, o una prova che Dio invia per mettere alla prova la fede dei suoi. Il flagello viene dall’alto, e ha un senso morale.
Da questa lettura discendono risposte coerenti. Si fa penitenza, pubblicamente e in massa. Si organizzano processioni per implorare misericordia. E soprattutto compaiono i flagellanti, confraternite di uomini che si spostano di città in città percuotendosi a sangue, convinti che il loro dolore volontario possa placare l’ira divina e riscattare i peccati di tutti. È una risposta logica, dentro quel quadro: se il male viene da una colpa, la via d’uscita è l’espiazione.
Ma qui si annida un paradosso che è anche la chiave di tutta la vicenda. La lettura teologica, in apparenza, diluisce la responsabilità: siamo tutti peccatori, la colpa è collettiva, nessuno è innocente e quindi nessuno è il colpevole. Solo che il panico non si accontenta di una colpa così diffusa. Mentre i morti si accumulano e l’espiazione non ferma il contagio, la domanda si fa più tagliente: se è un castigo, allora qualcuno deve aver peccato più degli altri, qualcuno deve aver attirato l’ira di Dio sull’intera comunità. È in questa torsione che la colpa collettiva si rovescia nel suo opposto: la caccia a chi è ritenuto più colpevole di tutti.
Malattia dell’aria, congiunzioni maligne
Accanto alla spiegazione teologica ne lavorava un’altra, che a noi suonerebbe più «scientifica», ma che ai contemporanei appariva pienamente compatibile con la prima. Era la spiegazione naturalistica, costruita con gli strumenti della medicina e dell’astrologia del tempo. La peste, secondo questi modelli, nasceva da un’aria corrotta, da esalazioni malsane, dai miasmi che ammorbano l’atmosfera e penetrano nei corpi. E quell’aria, a sua volta, poteva essere stata guastata da influssi astrali sfavorevoli, da congiunzioni di pianeti considerate maligne, in una catena causale che partiva dalle stelle e arrivava fino al singolo malato.
È fondamentale capire che questi modelli non erano affatto in concorrenza con la fede, come saremmo tentati di pensare. Funzionavano su un altro piano. Dio era la causa prima, ultima, il regista; l’aria corrotta e la congiunzione dei pianeti erano gli strumenti di cui si serviva per eseguire il castigo. Il cielo malato non escludeva il Cielo: ne era il mezzo. Così l’uomo colto poteva al tempo stesso pregare contro l’ira divina e ragionare di umori, venti e astri, senza percepire alcuna incoerenza tra le due cose.
E tuttavia anche questo livello apparentemente neutro conduceva, per una strada diversa, allo stesso esito. Perché se la malattia è nell’aria, se è l’aria a essere guasta, sorge spontanea una domanda che la mente impaurita non riesce a trattenere: e se qualcuno l’avesse guastata di proposito? Se quell’aria corrotta non fosse solo un fenomeno naturale, ma il risultato di un’azione deliberata, di un veleno sparso, di una contaminazione voluta? Anche la spiegazione dei miasmi, insomma, finisce per riportare alla ricerca dei colpevoli concreti. Da qualunque parte si parta, Dio o le stelle, si arriva agli uomini.
Se c’è un male, c’è un nemico

Ed eccoci al cuore oscuro della questione, dove la storia delle mentalità incontra la storia sociale nel modo più brutale. Quando la paura cerca un volto, lo trova, e quasi sempre lo trova tra chi era già ai margini, già sospetto, già odiato prima ancora che la peste arrivasse.
Le vittime principali furono gli ebrei. In molte città europee si diffuse l’accusa che avvelenassero pozzi, fontane, sorgenti per sterminare i cristiani. Era un’accusa senza alcun fondamento, ma micidiale, perché si innestava su un’ostilità preesistente e profonda. Gli ebrei erano percepiti come il nemico interno per eccellenza, estranei per religione, oggetto di antichi pregiudizi teologici, e al tempo stesso resi visibili e risentiti dal ruolo che in certe società ricoprivano nel prestito di denaro. La peste fece da detonatore: tra il 1348 e il 1349 intere comunità ebraiche furono massacrate o bruciate, in alcuni casi prima ancora che il contagio raggiungesse quelle città, segno che l’accusa serviva ben più a sfogare un odio che a fermare un morbo.
Accanto a loro, altri gruppi marginali. I lebbrosi, già emarginati e considerati impuri, furono sospettati di diffondere volontariamente le malattie, in un cortocircuito tra contaminazione fisica e contaminazione morale: chi era malato nel corpo veniva immaginato corrotto anche nell’anima e capace di voler corrompere gli altri. Mendicanti, vagabondi, stranieri, gente senza radici e senza protezione, finivano nella stessa rete di sospetto, colpevoli soprattutto di essere diversi e indifesi.
Poi c’erano gli untori, figure accusate di ungere muri, porte, panche, oggetti con unguenti pestiferi per spargere il contagio di proposito. Bastava poco per finire additati: un comportamento giudicato strano, il camminare rasente i muri, il guardarsi attorno con aria nervosa, il toccare qualcosa per caso. In un clima di sospetto totale, qualsiasi gesto poteva essere riletto come prova di un complotto, e il sospetto stesso bastava a condannare.
Infine le streghe, soprattutto nella lunga transizione verso la prima età moderna. Donne accusate di aver stretto patti col diavolo e di provocare con la loro malvagità malattie, epidemie, carestie, morti improvvise. Anche qui la catastrofe collettiva si scaricava su figure singole e vulnerabili, in larga parte donne, su cui pesava una diffidenza che intrecciava paura del corpo femminile, misoginia e sospetto verso il sapere non controllato.
Il filo che unisce tutte queste vittime è chiaro: l’epidemia non inventava nuovi odi, amplificava quelli che già esistevano. Antisemitismo, misoginia, paura del diverso e del marginale erano già lì, latenti; la peste fornì soltanto l’occasione e il pretesto per scatenarli con una ferocia altrimenti impossibile.
Tra teologia e scienza: chi cerca cause, non capri espiatori
Sarebbe però sbagliato, e profondamente ingiusto verso quell’epoca, ridurre tutto a isteria e caccia al nemico. Perché accanto a chi cercava colpevoli c’era anche chi cercava cause, e i due atteggiamenti convivevano nella stessa società.
Medici e autori colti si sforzavano di spiegare l’epidemia con gli strumenti che avevano, la medicina di tradizione galenica e l’astrologia, parlando di squilibri degli umori del corpo, di aria corrotta, di influenze del clima e degli astri. Erano spiegazioni in gran parte errate, certo, ma erano tentativi di ragionare sui meccanismi del male, non di dargli un volto umano da punire. Producevano consigli, regimi di vita, ipotesi, in un’attitudine che, per quanto limitata dai mezzi del tempo, somigliava più all’indagine che al linciaggio.
E ci fu di più. Alcuni testi, e in qualche occasione le stesse autorità religiose, cercarono di frenare le violenze contro ebrei e lebbrosi. Lo fecero con un argomento di disarmante buon senso: anche loro morivano di peste come tutti gli altri, dunque non potevano esserne i registi occulti, non aveva senso accusare di diffondere un male chi quel male lo subiva esattamente come i suoi accusatori. Fu una voce spesso troppo debole per fermare i massacri, ma esistette, e va ricordata.
Qui sta una sfumatura importante, che impedisce di liquidare quei secoli con sufficienza. Il Medioevo non fu solo superstizione e roghi. Fu anche, sia pure in modo intermittente e minoritario, lo spazio di tentativi di pensare le cause senza trasformarle in persone da bruciare. La ragione e la paura abitavano la stessa epoca, e talvolta la stessa città, contendendosi le menti.
Attribuire colpa per non sentirsi impotenti
Resta la domanda più profonda: perché? Perché, di fronte alla catastrofe, il bisogno di un colpevole si fa così irresistibile? La risposta tocca qualcosa che riguarda l’essere umano in quanto tale, non solo l’uomo del Trecento.
Individuare un responsabile, prima di tutto, riduce l’angoscia. È paradossalmente meno spaventoso pensare a un complotto, agli ebrei che avvelenano, alle streghe che maledicono, agli untori che spalmano veleno, che accettare l’idea di un caos biologico cieco, senza volontà, senza senso, contro cui non si può fare nulla. Un nemico, per terribile che sia, si può combattere, scoprire, punire. Un contagio invisibile e impersonale, no. Il complotto, in fondo, è una forma di consolazione: restituisce al disastro un significato e una direzione.
In secondo luogo, la violenza contro il capro espiatorio svolge una funzione simbolica precisa: raddrizza un ordine che si è infranto. Quando il mondo sembra impazzito, quando le regole consuete non valgono più e la morte colpisce a caso buoni e cattivi, punire qualcuno manda un messaggio rassicurante: il mondo ha ancora delle leggi, la colpa esiste, la giustizia funziona, c’è un legame tra male commesso e castigo. Bruciare un colpevole è un modo disperato per dire a se stessi che il cosmo morale non è crollato del tutto.
E c’è infine una dimensione apertamente politica. Indirizzare la rabbia popolare contro minoranze e gruppi marginali è anche un modo, consapevole o meno, per proteggere l’ordine sociale esistente. La furia che avrebbe potuto rivolgersi verso chi governava, verso le diseguaglianze, verso l’impotenza delle autorità, viene canalizzata su bersagli innocui per il potere: i deboli, i diversi, gli esclusi. Il capro espiatorio non serve solo a calmare l’angoscia individuale, ma a scaricare una tensione collettiva che, altrimenti, rischierebbe di travolgere chi sta in alto.
Dagli untori ai complotti del laboratorio

A questo punto la tentazione sarebbe chiudere con un sospiro di sollievo: per fortuna noi siamo diversi, noi abbiamo la scienza. Ma è proprio qui che la storia si fa scomoda, perché le dinamiche che abbiamo descritto non appartengono soltanto al passato.
Le epidemie recenti lo hanno mostrato con chiarezza. Sono fiorite le teorie del complotto, la convinzione che dietro il contagio ci fosse una volontà nascosta, un piano, un laboratorio, un colpevole occulto da smascherare. Si è cercato un responsabile etnico o politico, additando di volta in volta un popolo, un paese, un gruppo. La paura ha alimentato la polarizzazione, la diffidenza verso il diverso, la ricerca di un nemico a cui imputare la sofferenza. Sono cambiate le spiegazioni scientifiche, abbiamo i microbi, i vaccini, i modelli epidemiologici, ma non è cambiato il bisogno profondo di dare un volto alla catastrofe, di trasformare un evento cieco in un’azione di qualcuno.
Alla domanda da cui siamo partiti, «a chi davano la colpa?», si può allora rispondere così: i medievali accusavano Dio, l’aria e gli altri, spesso esattamente in quest’ordine, salendo dalla causa ultima a quella più concreta e più sanguinosa. Conoscevano meno di noi i meccanismi della malattia, ma conoscevano benissimo, e forse meglio di noi, il funzionamento della paura. Il vero problema, guardando i loro roghi, non è compiacersi di quanto siamo progrediti. È chiedersi, con onestà, quanto in fondo siamo davvero diversi.
I romani praticavano sacrifici umani?
C’è un’immagine di Roma che teniamo cara più di quanto vogliamo ammettere. La Roma del diritto e della ragione, delle leggi scolpite e delle procedure, la civiltà che ci ha lasciato il vocabolario stesso della giustizia e che proprio per questo non avrebbe mai potuto abbassarsi a sgozzare un uomo su un altare. I sacrifici umani sono roba di altri: dei Cartaginesi che bruciavano i figli, dei Druidi e dei loro fantocci di vimini, dei popoli che il diritto non l’avevano ancora inventato. Roma no, Roma è diversa. Roma è pulita.
Poi si scava sul Palatino, si rilegge Livio, si controlla quando esattamente un sacrificio umano sia stato vietato per legge, e l’immagine comincia a incrinarsi. Perché i corpi ci sono. Le sepolture rituali ci sono. Le coppie di stranieri seppellite vive nel cuore della città ci sono, raccontate da uno storico romano che non riusciva a nasconderne l’imbarazzo.
La tesi di questo articolo è semplice e scomoda. I sacrifici umani a Roma esistono, eccome. Ma compaiono in momenti delimitati, alle fondazioni, nelle crisi estreme, nei riti di espiazione, e nel corso dei secoli si trasformano lentamente in un tabù: prima qualcosa di cui vergognarsi, poi un confine identitario, infine un reato.
Bambini sotto le mura: la violenza delle fondazioni
Gli scavi condotti sul Palatino e attorno ad esso hanno restituito, in corrispondenza delle fasi più antiche, deposizioni di infanti e di adulti collocate in relazione alla costruzione e al rifacimento delle mura e degli edifici sacri del primo nucleo urbano. Non sepolture ordinarie, ma resti posti là dove sorgeva il limite della città, in quel gesto che gli archeologi leggono come sacrificio di fondazione.
La logica è arcaica e diffusa in tutto il Mediterraneo: per dare solidità a un’opera, a un muro, a una soglia, si affida alla terra una vita, perché custodisca e protegga ciò che si sta costruendo. Gli Etruschi, da cui la Roma delle origini dipende molto più di quanto i manuali amino ricordare, conoscevano bene questa grammatica del sangue, e il mondo italico in cui Roma cresce non ne era estraneo. I primi Romani non erano i togati del Foro che immaginiamo: erano contadini e guerrieri di un piccolo centro tirrenico, immersi in un orizzonte religioso in cui il confine tra il sacro e il violento era sottilissimo.
È un’idea fastidiosa, e va detta senza addolcirla. Alle origini di una delle più grandi macchine giuridiche della storia non c’è una tavola di leggi, ma il rito che chiede una vita per fissare una pietra. Il diritto romano arriva dopo, molto dopo, e non cancella questo strato: lo seppellisce, letteralmente, sotto le proprie fondamenta.
Quando Roma ha davvero ucciso per gli dèi

Si potrebbe pensare che si tratti di residui preistorici, spazzati via dalla repubblica matura. E invece no. I casi più clamorosi e meglio documentati appartengono proprio all’età repubblicana, e nelle ore più drammatiche della sua storia.
L’episodio decisivo si lega al panico. Di fronte a minacce percepite come la fine di tutto, Roma seppellì vive nel Foro Boario, il mercato del bestiame, due coppie di stranieri, un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca. Accadde almeno una prima volta sotto la pressione di un’invasione gallica, e poi di nuovo nel momento più nero, all’indomani di Canne, quando Annibale aveva annientato l’esercito consolare e la città credeva di essere perduta. Livio racconta questi seppellimenti, ma il modo in cui lo fa è rivelatore: li definisce un rito ben poco romano, qualcosa di estraneo allo spirito della città. Lo storico, insomma, sente il bisogno di prendere le distanze proprio mentre annota il fatto, e quell’imbarazzo è già una parte della storia.
Nella stessa fase seguita a Canne si colloca un’altra cupa vicenda. Lo scandalo delle Vestali accusate di aver violato il voto, con la conseguente messa a morte, si intreccia con il bisogno disperato di riconquistare un favore divino che sembrava aver abbandonato Roma. La sconfitta non era solo militare: era il segno che gli dèi avevano voltato le spalle, e bisognava placarli a ogni costo, anche col sangue.
C’è poi una figura che merita un discorso a parte, perché complica la categoria stessa di sacrificio. È la devotio di Publio Decio Mure. Sul campo di battaglia il comandante, per salvare l’esercito che stava cedendo, si consacrava con una formula solenne agli dèi Mani e alla Terra, votando se stesso e i nemici alla morte, e poi si lanciava nella mischia a farsi uccidere. Formalmente non è un sacrificio umano imposto a una vittima inerme: è un’auto-immolazione rituale, scelta e cercata. Ma resta una vita offerta agli dèi per ottenere la salvezza della comunità, e i Romani la celebravano come l’atto più nobile possibile. La differenza, allora, non sta nel sangue versato, ma in chi lo versa e per chi.
Da tutto questo emerge una tensione che attraversa l’intera cultura romana. Da un lato la retorica del «noi queste cose non le facciamo»; dall’altro le fonti che testimoniano il contrario. E il punto più interessante è che la contraddizione non la scopriamo noi moderni: la sentivano già gli antichi, che compivano quei gesti percependoli come oltre il limite, ammessi soltanto quando il limite era saltato per primo.
97 a.C.: il Senato dice basta (almeno sulla carta)
Se Roma avesse davvero ignorato il sacrificio umano, non avrebbe avuto bisogno di vietarlo. E invece, in piena età tardo-repubblicana, un decreto del Senato stabilì che nessun uomo venisse immolato. La data che la tradizione ci consegna è il 97 a.C., e già di per sé è eloquente: si tratta di un divieto sorprendentemente tardo, segno che la pratica, per quanto eccezionale, era ancora abbastanza viva da meritare una proibizione formale.
Ma quel decreto non serviva solo a regolare il culto. Aveva una potente funzione identitaria. Vietare ufficialmente il sacrificio umano significava dire al mondo, e dire a sé stessi, che cosa Roma era e che cosa non era. Era un modo per tracciare la linea tra la civiltà e la barbarie, per collocarsi dalla parte giusta del confine. I Romani potevano così guardare dall’alto i popoli che accusavano di compiere quegli orrori, dimenticando con notevole comodità che fino a poco prima li avevano compiuti anche loro.
C’è poi una vasta zona grigia in cui la stessa distinzione tra sacrificio e altro diventa quasi impossibile da tracciare. L’esempio più potente sono le Vestali.
Quando una sacerdotessa di Vesta era giudicata colpevole di aver infranto il voto di castità, non veniva uccisa con la spada né strangolata, perché versare il sangue di una Vestale o metterle violentemente le mani addosso era inammissibile. Veniva invece condotta in una camera sotterranea presso una porta della città, con un po’ di pane, acqua, latte, olio e una lampada accesa, e lì murata viva. Sulla carta è una pena, l’esecuzione di una condanna giuridica. Nei fatti è qualcosa di molto più ambiguo: una donna consacrata, restituita alla terra con tutto un corredo rituale, in un gesto che placa una divinità offesa e riconcilia la città con il sacro che era stato contaminato. Pena o offerta? La risposta dipende da dove si decide di guardare.
E non è l’unico caso. Ci sono le uccisioni ritualizzate di prigionieri nei contesti bellici, i nemici strangolati nel carcere al culmine del trionfo, in un gesto che ha tutta l’aria di un’offerta agli dèi della vittoria. C’è la morte spettacolarizzata nelle arene, dove l’esecuzione si fa rito collettivo davanti a una città intera. Ci sono le esecuzioni pubbliche caricate di valenze religiose, in cui il condannato diventa qualcosa di più di un semplice criminale punito.
Il problema, allora, non è solo di Roma. È nostro, ed è concettuale. Chi decide dove finisce la pena capitale e dove comincia la morte rituale? Chi traccia la linea tra giustizia e sacrificio? Spesso quella linea non sta nei fatti, ma nelle parole che usiamo per raccontarli: la stessa morte diventa «esecuzione» quando vogliamo sentirci civili e «sacrificio» quando vogliamo condannare gli altri.
Fantocci nel Tevere al posto dei corpi

Eppure qualcosa, nel lungo periodo, cambia davvero. E lo si vede in un rito tanto curioso quanto significativo. Ogni anno, a metà maggio, le Vestali gettavano dal ponte Sublicio nelle acque del Tevere una serie di fantocci di giunco legati a forma umana, gli Argei, ventisette o giù di lì. Figure di paglia scaraventate nel fiume al posto di uomini.
Gli stessi Romani non sapevano più con certezza che cosa significasse, e ne davano spiegazioni diverse e incerte. Ma una delle ipotesi più antiche e tenaci è che quei pupazzi avessero preso il posto di vittime in carne e ossa, che in origine si gettassero esseri umani e che col tempo il gesto fosse stato addolcito, sostituendo i corpi con dei simulacri.
Qui si vede all’opera un meccanismo antropologico universale. Il rito non si abolisce, perché interromperlo significherebbe spezzare la continuità con gli antenati e con gli dèi, e nessuna società lo fa volentieri. Si conserva quindi il gesto simbolico, consegnare qualcosa al fiume, restituire una figura umana alla divinità, ma si cambia ciò che si offre. La forma resta, la sostanza si fa accettabile. È il modo in cui Roma fa pace con il proprio passato senza rinnegarlo apertamente: tiene il rito e cambia la vittima, mantiene la liturgia e ne svuota l’orrore. L’evoluzione morale e religiosa della città passa, letteralmente, attraverso questi compromessi.
Rimettiamo insieme i fili. Roma è una società che ama pensarsi e rappresentarsi civile, e in larga misura lo è davvero. Ma alle sue origini, e nei momenti in cui tutto sembra crollare, non esita a usare la vita umana come offerta estrema, salvo poi raccontarsi che sono cose da barbari, da altri, da nemici. La civiltà che ammiriamo non è il contrario di questo lato oscuro: lo contiene, lo seppellisce sotto le mura e lo riscrive nelle proprie cronache fino a renderlo irriconoscibile.
Sarebbe comodo fermarsi qui, con il dito puntato contro gli antichi. Ma il meccanismo è troppo riconoscibile per chiudere così. Anche le nostre democrazie si raccontano enfatizzando il diritto, le procedure, i princìpi, e tendono a rimuovere i momenti in cui la violenza, quella dello Stato o quella di un gruppo, viene caricata di sacralità: il caduto che «non è morto invano», il nemico che va annientato per il bene di tutti, la vita offerta a una causa più grande e celebrata come dovere supremo. Cambiano le parole, non sempre la struttura.
Guardare ai sacrifici umani di Roma non serve a fare la morale agli antichi, che non possono più ascoltarci. Serve a una domanda più scomoda, rivolta a noi: quali sacrifici, oggi, continuiamo a compiere chiamandoli con altri nomi?
I tesori della tomba François tornano in Italia
A Vulci, nel Lazio, la terra aveva custodito per secoli uno dei più straordinari tesori pittorici della civiltà etrusca, rinvenuto nel lontano 1857 dall’archeologo francese Alessandro François. Oggi, dopo oltre un secolo di permanenza in mani private e complesse vicende collezionistiche, lo Stato italiano riafferma la propria sovranità sul patrimonio artistico antico attraverso un’operazione culturale di eccezionale rilievo istituzionale e scientifico. Il Ministero della Cultura ha infatti ufficializzato l’acquisizione definitiva dei celebri pannelli affrescati distaccati dalla Tomba François, strappandoli all’esclusività della collezione privata della nobile famiglia. . .
Legio II Augusta: storia della legione
La Legio II Augusta è una delle legioni romane più longeve e meglio documentate, con una storia che attraversa quasi cinque secoli, dalle guerre civili della tarda Repubblica fino al declino del limes britannico nel V secolo. Nacque probabilmente nel 43 a.C. come legione «Sabina», combatté a Filippi al fianco di Ottaviano e ricevette poi il titolo «Augusta» sotto il primo imperatore. Dopo aver domato la Cantabria in Spagna e presidiato il limes renano in Germania, la legione partecipò all’invasione della Britannia nel 43 d.C. e vi rimase per oltre tre secoli, costruendo la celebre fortezza di Isca Silurum (Caerleon). I suoi emblemi, il Capricorno, il Pegaso e il dio Marte, ne accompagnarono tutta la vicenda, fino alle ultime attestazioni nella Notitia Dignitatum a Richborough.
Origini della Legio II Augusta
Il contesto: guerre civili e la battaglia di Filippi
Le origini della legione restano in parte incerte, ma la ricostruzione più accreditata la fa nascere nel 43 a.C. per volontà del console Gaio Vibio Pansa, con reclutamento nella regione della Sabina, da cui il primo nome «II Sabina». Arruolata nel clima delle guerre civili seguite alla morte di Cesare, la legione passò sotto le insegne del Secondo Triumvirato e combatté a Filippi nel 42 a.C. contro Bruto e Cassio, per poi essere impiegata anche nell’assedio di Perugia. Dopo Azio la legione fu probabilmente congedata insieme a decine di migliaia di veterani, e alcuni di essi vennero poi incorporati nella nuova unità che avrebbe preso il nome di Legio II Augusta.
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Acquista il vessilloIl consolidamento sotto Augusto: le guerre cantabriche
La prima attestazione certa della legione risale al 26 a.C., quando fu impiegata da Augusto contro i Cantabri, nella Spagna settentrionale, in una delle campagne più dure del principato augusteo. Insieme alla Legio I Germanica contribuì alla fondazione della colonia di Acci e, secondo Plinio, fondò anche la città di Cartenna in Mauretania. Fu in questo periodo di stanziamento in Hispania Tarraconensis che la legione consolidò probabilmente il titolo onorifico legato al nome del principe.
Nome, titoli onorifici ed emblema della legione

Il significato del cognomen «Augusta»
Il titolo Augusta venne probabilmente concesso in occasione di una riorganizzazione o di una vittoria legata al principato di Augusto, secondo la consuetudine di legare il nome delle unità militari al princeps regnante. A differenza del cognomen «Parthica», che annunciava una missione futura, «Augusta» celebrava piuttosto il legame diretto e duraturo con il fondatore del principato.
Il titolo dinastico «Antonina»
In età severiana la legione ricevette anche l’epiteto Antonina, concesso sotto Caracalla o sotto Elagabalo per indicare un rapporto di particolare fedeltà e vicinanza all’imperatore. Come nel caso della I Parthica, anche qui la titolatura legionaria funzionava da strumento di propaganda dinastica, capace di legare simbolicamente l’unità militare alla casa regnante del momento.
Gli emblemi: Capricorno, Pegaso e Marte
La Legio II Augusta portò tre emblemi nel corso della sua storia: il Capricorno, segno zodiacale legato ad Augusto, il Pegaso, concesso probabilmente sotto Vespasiano, e il dio Marte. Il Capricorno compare scolpito sull’arco trionfale di Orange, eretto proprio per celebrare il ruolo della legione nella repressione della rivolta gallica del 21 d.C., mentre resti epigrafici da Caerleon e dal vallo di Antonino confermano l’uso di Pegaso e Marte come insegne distintive dell’unità.
Le campagne militari della Legio II Augusta
Le guerre cantabriche in Hispania
Il primo grande impegno bellico della legione fu la guerra contro i Cantabri e gli Astures, condotta tra il 29 e il 19 a.C. per completare la conquista della penisola iberica. Fu una campagna lunga e logorante, condotta in un territorio montano e ostile, che segnò la definitiva affermazione del potere romano in Hispania.
Germania: le campagne di Germanico e la tempesta del Mare del Nord
Dopo il disastro della Legio XIX a Teutoburgo nel 9 d.C., la II Augusta fu trasferita in Germania Superiore, vicino a Moguntiacum (Magonza), per rafforzare il fronte renano. Nel 15 d.C. partecipò alle campagne di Germanico contro le tribù dei Catti e dei Cherusci, ma al ritorno l’esercito fu colto da una violenta tempesta sulle coste del Mare del Nord, un episodio narrato con vivida drammaticità da Tacito negli Annales.
L’invasione della Britannia e la rivolta di Boudica
Nel 43 d.C. la legione, guidata dal futuro imperatore Vespasiano, fu una delle quattro unità impiegate nell’invasione della Britannia voluta da Claudio, distinguendosi nelle campagne contro le tribù dei Durotriges e dei Dumnonii nel sud dell’isola. Durante la rivolta di Boudica nel 60-61 d.C. la legione non intervenne in soccorso del governatore Suetonio Paolino: il prefetto del campo Poenio Postumo, mancando all’appello, si suicidò per l’onta di aver privato la sua unità della gloria conquistata dalle altre legioni.
La guerra dei quattro imperatori e le campagne scozzesi di Severo
Nell’Anno dei Quattro Imperatori (69 d.C.) una vessillazione della legione combatté prima per Otone e poi per Vitellio a Bedriacum, prima di passare dalla parte di Vespasiano. Oltre un secolo più tardi, sotto Settimio Severo, gran parte della legione fu spostata in Scozia per la campagna pittica del 208-211 d.C., presidiando la base avanzata di Carpow.
Basi, spostamenti e guarnigioni

Da Argentoratum a Isca Silurum
Dopo la parentesi germanica ad Argentoratum (Strasburgo), la legione si stabilì definitivamente in Britannia, passando per Exeter e Glevum (Gloucester) prima di fissare la sua sede permanente a Isca Silurum, l’odierna Caerleon in Galles, dal 74/75 d.C.. Qui costruì una fortezza in pietra che rimase occupata per oltre due secoli, oggi visitabile insieme alle terme e all’anfiteatro romano annessi.
Carpow e il ritorno a Caerleon
Durante le campagne scozzesi di Severo la legione si spostò temporaneamente a Carpow, sul fiume Tay, per poi tornare a Caerleon sotto Severo Alessandro, dove risulta ancora attestata nel 255 d.C.. Questo andirivieni testimonia la flessibilità operativa della legione, impiegata sia come guarnigione stabile che come forza di spedizione ai margini settentrionali dell’Impero.
Struttura interna e comando della Legio II Augusta
Un comando di rango senatorio: da Vespasiano ad Agricola
Diversamente dalle legioni partiche di Severo, la II Augusta mantenne il tradizionale comando di rango senatorio affidato a un legatus legionis, tra cui figurano nomi illustri come Vespasiano stesso e, come tribuno militare, il futuro governatore Gneo Giulio Agricola. Le liste di comandanti attestati, che coprono quasi tre secoli, fanno della II Augusta una delle legioni meglio documentate sotto il profilo epigrafico dell’intero esercito romano.
Vita di frontiera in Britannia
Stanziata a lungo a Caerleon, la legione fornì distaccamenti per il servizio sul Vallo di Adriano, per la costruzione del Vallo Antonino nel 139 d.C. e per il seguito del governatore a Londinium. La vita della legione in Britannia fu quindi scandita da un doppio ruolo, quello di guarnigione fissa nel proprio quartiere gallese e quello di forza mobile impiegata lungo tutta l’isola.
Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Augusta
Tacito, l’epigrafia e l’arco di Orange
La fonte letteraria più importante resta Tacito, che narra sia la tempesta germanica sia il comportamento della legione durante la rivolta di Boudica. A questo si aggiunge una ricca documentazione epigrafica, dalle lapidi funerarie di Argentoratum ai rilievi del Capricorno sull’arco trionfale di Orange, che confermano il legame della legione con i propri emblemi.
La Notitia Dignitatum
Come per la I Parthica, anche per la II Augusta la fonte tardoantica decisiva è la Notitia Dignitatum, che collocando la legione a Richborough sotto il comando del Conte del Litorale Saxonico permette di seguirne la traccia fino agli inizi del V secolo.
Ultime attestazioni e destino tardoantico
Richborough e l’abbandono di Caerleon
Nel corso del III secolo la fortezza di Caerleon fu progressivamente abbandonata a favore di una nuova collocazione costiera a Richborough, nel Kent, funzionale alla difesa del litorale contro le incursioni saxoni. Questo trasferimento segna il passaggio della legione da unità di occupazione interna a componente del sistema difensivo del cosiddetto Litorale Saxonico.
Una legione del tardo impero
Come molte unità di antica formazione, anche la II Augusta attraversò la profonda riorganizzazione dell’esercito tardoantico, senza che sia possibile stabilire con certezza una continuità diretta tra l’unità menzionata nella Notitia Dignitatum e la legione delle origini repubblicane. Resta il fatto che il suo servizio, tra Hispania, Germania e Britannia, si estese per un arco temporale fra i più lunghi dell’intero esercito romano.
Eredità e percezione moderna della Legio II Augusta

Il fascino di una legione «britannica»
La Legio II Augusta occupa un posto speciale nell’immaginario storico legato alla Britannia romana, grazie al ruolo di Vespasiano come comandante e alla lunga permanenza a Caerleon, oggi uno dei siti archeologici militari più visitati del Galles. La sua vicenda ha ispirato anche la narrativa storica contemporanea, dai romanzi di Lindsey Davis a quelli di Simon Scarrow, ambientati proprio tra le file di questa legione.
Perché studiare la II Augusta
Studiare la Legio II Augusta significa ricostruire l’intera parabola della conquista romana della Britannia, dal 43 d.C. fino all’abbandono del limes nel V secolo, passando per Cantabria, Germania e Scozia. Chi voglia confrontarla con altre unità numerate allo stesso modo troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio I Parthica, alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica e alla Legio I Germanica: unità che condividono logiche di fondazione diverse ma raccontano insieme l’evoluzione dell’esercito imperiale.
Domande frequenti (FAQ)
Chi fondò la Legio II Augusta? Fu probabilmente arruolata nel 43 a.C. dal console Gaio Vibio Pansa in Sabina, e ricevette il titolo «Augusta» in età augustea.
Perché si chiama «Augusta»? Il titolo deriva quasi certamente da una vittoria o riorganizzazione avvenuta sotto il principato di Augusto.
Quali erano gli emblemi della Legio II Augusta? Capricorno, Pegaso e il dio Marte, attestati su monumenti come l’arco di Orange e su iscrizioni britanniche.
Dove era di stanza la Legio II Augusta? La sede principale fu Isca Silurum (Caerleon, Galles) dal 74/75 d.C., dopo tappe in Hispania, Germania e altre località britanniche.
Contro chi combatté la Legio II Augusta? Cantabri e Astures in Spagna, tribù germaniche sul Reno, popolazioni britanniche durante la conquista e i Pitti sotto Settimio Severo.
Fino a quando esistette la Legio II Augusta? È attestata fino agli inizi del V secolo, quando la Notitia Dignitatum la colloca a Richborough sotto il comando del Conte del Litorale Saxonico.
Legio II Adiutrix Pia Fidelis: storia della legione
La Legio II Adiutrix Pia Fidelis è una delle legioni più longeve e geograficamente mobili dell’esercito imperiale romano: nata dai marines della flotta di Ravenna, divenne per secoli il presidio della frontiera danubiana. La sua storia attraversa quasi quattro secoli di storia romana, dai tumulti del 69 d.C. fino agli albori del IV secolo, intrecciandosi con campagne in Britannia, Dacia, Partia e Germania.
Origini e contesto storico
La Legio II Adiutrix nacque in uno dei momenti più caotici della storia di Roma: l’Anno dei quattro imperatori (69 d.C.). Quando Vespasiano emerse come unico sovrano legittimo, si trovò a gestire un esercito frammentato e una flotta — la Classis Ravennatis — i cui marinai avevano combattuto dalla sua parte contro Vitellio. La scelta di Vespasiano fu brillante: trasformare quei fedeli marinai in legionari regolari, fondando così nel 70 d.C. la nuova legione.
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Acquista il vessilloIl nome Adiutrix — letteralmente “ausiliaria” o “che soccorre” — riflette la natura stessa della sua fondazione: una legione creata per rinforzare l’esercito in un momento di crisi. Il soprannome Pia Fidelis (“pia e fedele”) fu concesso immediatamente da Vespasiano in riconoscimento della lealtà dimostrata durante la guerra civile. Non era un titolo onorifico guadagnato sul campo, ma una dichiarazione d’identità: questa legione era, fin dal primo giorno, un’unità politicamente affidabile.
Nome, numero e titoli onorifici

Il nome completo della legione è Legio II Adiutrix Pia Fidelis, e ogni sua componente ha un significato preciso:
- II — il numero di serie nella lista delle legioni imperiali
- Adiutrix — “ausiliaria/soccorritrice”, riferimento alla sua origine come corpo di rinforzo
- Pia Fidelis — “pia e fedele”, titolo concesso da Vespasiano per la lealtà in guerra civile
- Iterum Pia Fidelis — titolo aggiuntivo attestato in alcune fonti epigrafiche, a indicare una seconda dimostrazione di fedeltà
- Constans — ulteriore titolo ricevuto sotto Claudio il Gotico nel III secolo
Il numero “II” la distingue chiaramente dalla Legio I Adiutrix, legione gemella fondata pochi anni prima da Galba nel 68 d.C. con marinai della flotta di Miseno. Le due legioni Adiutrices condividono l’origine navale ma ebbero storie e teatri operativi completamente diversi: la I rimase prevalentemente sul Reno, la II si spostò progressivamente verso il Danubio.
Principali campagne militari
La rivolta batava e la Britannia (70–87 d.C.)
La prima missione della II Adiutrix fu immediata e decisiva: reprimere la rivolta batava di Giulio Civile in Germania Inferiore. Nell’estate del 70 d.C., sotto il comando di Quinto Petillio Ceriale, la legione combatté insieme alla VI Victrix, XIV Gemina e XXI Rapax sconfiggendo Civile nei pressi di Xanten. Subito dopo, seguì Ceriale in Britannia per sedare la ribellione dei Briganti guidata da Venuzio, stazionando prima a Lindum (Lincoln), poi a Deva (Chester).
Durante il governatorato di Gneo Giulio Agricola (77–83 d.C.), la legione combatté contro gli Ordovici e occupò l’isola di Mona (Anglesey), servendo anche come riserva strategica nelle campagne di conquista della Scozia. Erano anni formativi: la II Adiutrix si affermò come uno dei corpi più solidi dell’esercito britannico.
Le guerre daciche (87–106 d.C.)
Nell’87 d.C., la legione fu richiamata dal continente per partecipare alle guerre daciche di Domiziano. Si trattò di un salto geografico enorme — dalla Britannia al basso Danubio — che segnò il definitivo cambio di teatro operativo per la II Adiutrix. Durante queste campagne, tra il 94 e il 95 d.C., prestò servizio come tribuno militare nella legione il giovane Publio Elio Adriano, futuro imperatore. Nell’estate del 106 d.C., la legione partecipò all’assedio della capitale dacia Sarmisegetusa, punto culminante delle guerre traianee.
Nell’87 d.C., la legione fu richiamata dal continente per partecipare alle guerre daciche di Domiziano. Si trattò di un salto geografico enorme — dalla Britannia al basso Danubio — che segnò il definitivo cambio di teatro operativo per la II Adiutrix. Durante queste campagne, tra il 94 e il 95 d.C., prestò servizio come tribuno militare nella legione il giovane Publio Elio Adriano, futuro imperatore. Nell’estate del 106 d.C., la legione partecipò all’assedio della capitale dacia Sarmisegetusa, punto culminante delle guerre traianee.
Pannonia, Partia e le guerre marcomanniche (II–III sec. d.C.)
Dopo le guerre daciche di Traiano (101–106 d.C.), la II Adiutrix si stabilì definitivamente ad Aquincum (Budapest), che divenne la sua base permanente per i secoli successivi. Da lì, inviò vexillationes in numerose campagne:
- Guerra partica di Lucio Vero (162–166 d.C.), in Mesopotamia
- Guerre marcomanniche di Marco Aurelio (171–173 e 179–180 d.C.), con la celebre iscrizione di Laugaricio (Trenčín, odierna Slovacchia) che attesta la presenza dell’855 milites della legione sul terreno
- Campagna di Caracalla contro gli Alemanni (213 d.C.)
- Campagna di Gordiano contro i Sasanidi (238 d.C.)
Nel 193 d.C., durante le guerre civili dell’Anno dei cinque imperatori, la II Adiutrix sostenne Settimio Severo nella sua marcia su Roma, dimostrandosi ancora una volta una legione politicamente influente.
Basi, spostamenti e guarnigioni

La storia geografica della II Adiutrix è quella di una progressiva migrazione da ovest a est, seguendo le priorità strategiche dell’impero:
| Periodo | Base | Regione |
| 70–71 d.C. | Nijmegen (Ulpia Noviomagus) | Germania Inferiore |
| 71–77 d.C. | Lindum (Lincoln) | Britannia |
| 77–87 d.C. | Deva (Chester) | Britannia |
| 87–102 d.C. | Acumincum / Sirmium | Pannonia/Dacia |
| 102–106 d.C. | Singidunum (Belgrado) | Dacia |
| 106 d.C.–IV sec. | Aquincum (Budapest) | Pannonia Inferiore |
Aquincum non fu solo una base militare: attorno al campo legionario si sviluppò una vera città, di cui oggi rimangono importanti tracce archeologiche nel cuore di Budapest. I soldati della II Adiutrix furono impiegati anche in lavori civili: costruirono edifici pubblici a Mursa (Osijek) e strade tra Budapest e Belgrado sotto Caracalla.
Struttura interna e vita quotidiana
Come ogni legione imperiale, la II Adiutrix era strutturata in 10 coorti per un totale di circa 5.000–6.000 effettivi, con l’aggiunta di unità di cavalleria e reparti ausiliari. La sua origine navale lasciò tracce nell’identità visiva della legione: alcune stele funerarie mostrano un tridente con delfini, simbolo del retaggio marittimo dei fondatori.
Il reclutamento, inizialmente basato su marinai dell’Italia settentrionale, divenne progressivamente locale dopo il trasferimento ad Aquincum. Le iscrizioni funerarie di Chester e Lincoln attestano soldati provenienti da Apro, Savaria e Forum Iulii, testimoniando la varietà geografica del corpo. La vita religiosa della legione è documentata da numerose dediche a Giove, Sol Invictus e alle divinità orientali, riflesso delle campagne in Partia e Siria.
Simboli, insegne e identità visiva

I simboli ufficiali della Legio II Adiutrix Pia Fidelis erano due, entrambi di grande significato:
- Capricorno — simbolo zodiacale di Augusto, adottato da molte legioni augustee come segno di legittimità imperiale
- Pegaso — il cavallo alato, concesso da Vespasiano come insegna specifica della legione, probabilmente in riferimento alla velocità e alla capacità di “volare” da un teatro operativo all’altro
Alcune fonti epigrafiche aggiungono il cinghiale come ulteriore simbolo, mentre le stele di Chester documentano il già citato tridente con delfini, eco diretta della sua nascita come corpo di fanteria di marina. L’aquila legionaria (aquila), naturalmente, era comune a tutte le legioni romane e costituiva il simbolo sacro per eccellenza, custodito con la vita dall’aquilifer.
Dibattiti storiografici
L’origine esatta del reclutamento
La questione del reclutamento iniziale non è completamente risolta. Tacito indica i marines della Classis Ravennatis, ma alcuni studiosi hanno proposto che il reclutamento sia stato condotto da Sesto Lucilio Basso, comandante delle flotte, o in alternativa da Gneo Giulio Agricola. La rapidità con cui la legione ottenne lo status di iustae legionis — documentata da un diploma del 7 marzo 70 d.C. — è indice di quanto Vespasiano avesse urgenza di regolarizzare i nuovi corpi.
Il rapporto con la Legio I Adiutrix
Le due legioni Adiutrices sono spesso confuse, tanto nelle fonti antiche quanto nella letteratura moderna. La I Adiutrix fu fondata da Galba nel 68 d.C. con marinai della flotta di Miseno, la II da Vespasiano nel 70 d.C. con marines di Ravenna. Entrambe ricevettero il titolo Pia Fidelis, il che ha generato confusioni epigrafiche. Lo studioso B. Lörincz ha dedicato un’analisi sistematica alla distinzione tra le due unità nel volume Les légions de Rome sous le Haut-Empire (2000).
La permanenza ad Aquincum
La storiografia moderna discute se la permanenza secolare ad Aquincum abbia progressivamente trasformato la II Adiutrix in un corpo territoriale più simile a una guarnigione che a una legione mobile. Le evidenze mostrano una tensione costante tra la funzione di presidio fisso e quella di forza di proiezione rapida, documentata dalle numerose vexillationes inviate in teatri lontanissimi dalla base pannonica.
Domande Frequenti (FAQ)
Cosa significa Legio II Adiutrix Pia Fidelis?
Il nome significa “Seconda Legione Ausiliaria, Pia e Fedele”. Adiutrix allude alla sua nascita come corpo di rinforzo; Pia Fidelis è il titolo concesso da Vespasiano per la fedeltà durante la guerra civile del 69 d.C.
Da chi fu fondata e quando?
Fu fondata dall’imperatore Vespasiano nel 70 d.C., reclutando i marinai della flotta di Ravenna (Classis Ravennatis) che avevano sostenuto la sua causa contro Vitellio.
Qual era il suo simbolo?
I simboli ufficiali erano il Capricorno e il Pegaso. Alcune stele funerarie documentano anche un tridente con delfini, retaggio dell’origine marittima della legione.
Dove combatté principalmente?
La II Adiutrix operò in Germania Inferiore, Britannia, Dacia e Pannonia. La sua base permanente dal 106 d.C. fu Aquincum, l’odierna Budapest.
Va confusa con la Legio I Adiutrix?
No. Le due legioni hanno origini distinte: la I Adiutrix fu fondata da Galba con marines di Miseno, la II Adiutrix da Vespasiano con marines di Ravenna, due anni dopo.
Quale imperatore servì nella II Adiutrix?
Il futuro imperatore Adriano prestò servizio come tribuno militare nella legione intorno al 94–95 d.C., durante le campagne daciche di Domiziano.
Legio I Parthica: storia della legione
La Legio I Parthica è la più orientale e una delle più «giovani» tra le legioni che portano il numero I. La creò Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle II e III Parthica, per la sua grande guerra contro l’Impero dei Parti. Conquistata e saccheggiata Ctesifonte, la capitale nemica, l’imperatore organizzò la nuova provincia di Mesopotamia e vi lasciò di guarnigione proprio la I Parthica, che si insediò nella fortezza di Singara. Da lì, per oltre due secoli, la legione presidiò il fronte più caldo e instabile dell’Impero, dapprima contro i Parti e poi contro i Sasanidi, fino agli assedi disperati del IV secolo e alle ultime attestazioni nel V. Il suo emblema, il centauro, ne accompagna tutta la storia, comparendo persino sulle monete coniate a Singara.
Origini della Legio I Parthica
Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica
La nascita della legione si colloca nel pieno dell’ambiziosa politica orientale di Settimio Severo, il fondatore della dinastia dei Severi salito al potere dopo le guerre civili del 193 d.C. Consolidato il trono, l’imperatore rivolse le sue attenzioni a oriente, dove l’Impero dei Parti rappresentava da sempre il grande rivale di Roma. Per condurre questa guerra Severo non si limitò a impiegare le legioni esistenti, ma ne arruolò di nuove appositamente, segno della scala e dell’importanza che attribuiva all’impresa. La Legio I Parthica nasce dunque come strumento di una precisa volontà espansionistica verso il Vicino Oriente, in funzione anti-partica fin dal nome.
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Acquista il vessilloUna delle tre legioni «Parthicae»: I, II e III
Un tratto fondamentale è che la I Parthica non nacque da sola, ma come parte di un trittico. Severo creò contemporaneamente tre legioni gemelle, la I, la II e la III Parthica, concepite come un blocco per la campagna orientale. I destini delle tre unità si separarono però rapidamente. Dopo il successo della guerra, la I e la III Parthica rimasero in Oriente a presidiare la nuova provincia di Mesopotamia, mentre la II Parthica fu trasferita in Italia, ad Albano presso Roma, dove svolse un ruolo del tutto inedito: quello di riserva strategica stanziata nella penisola, la prima legione di stanza in Italia da secoli. Capire la I Parthica significa quindi inquadrarla in questo progetto severiano di rafforzamento simultaneo del fronte orientale e del controllo del cuore dell’Impero.
Nome, titoli onorifici ed emblema della legione

Il significato del cognomen «Parthica»
Il cognome Parthica rimanda direttamente alla guerra contro i Parti per la quale la legione fu creata. È un titolo «di programma», che fissa nel nome stesso dell’unità la sua ragion d’essere e il suo teatro operativo. Rientra in una logica simile a quella di altri cognomi geografici o etnici dell’esercito romano, ma con una sfumatura particolare: più che celebrare una vittoria già ottenuta, in origine il nome annunciava la missione futura. La I Parthica nasceva insomma con una destinazione scritta sulla propria insegna.
Titoli dinastici: Severiana Antoniniana e la falsa adozione
Come molte legioni di età severiana, anche la I Parthica portò epiteti onorifici legati alla casa regnante. È stato proposto che il suo nome completo fosse Legio I Parthica Severiana Antoniniana. Dietro questa titolatura si nasconde un’operazione politica significativa: Settimio Severo, salito al trono dopo una guerra civile, si proclamò retroattivamente figlio adottivo di Marco Aurelio, inserendosi così nella prestigiosa dinastia degli Antonini per legittimare il proprio potere. Questa adozione fittizia poté riflettersi anche nel nome delle nuove legioni, che richiamavano tanto i Severi quanto gli Antonini. È un piccolo esempio di come la titolatura legionaria fosse anche uno strumento di propaganda dinastica.
L’emblema del centauro
L’emblema della Legio I Parthica era il centauro, la creatura mitologica metà uomo e metà cavallo, simbolo che condivideva con le altre legioni partiche di Severo. Questo emblema non è solo una ricostruzione moderna, ma è documentato in modo diretto e prezioso dalla numismatica: il centauro compare infatti sul rovescio di monete coniate a Singara, la base della legione, in particolare sotto l’imperatore Gordiano III nel III secolo. La presenza del simbolo sulla monetazione locale conferma il forte legame tra la legione e la città che la ospitava, e fa del centauro uno degli emblemi legionari meglio attestati. Alcune fonti associano alla legione anche il segno zodiacale del Capricorno, secondo la consuetudine di collegare le unità a un segno astrale.
Le campagne militari della Legio I Parthica
La campagna partica e il sacco di Ctesifonte
Il battesimo del fuoco della legione fu la stessa guerra per cui era stata creata. La campagna partica di Settimio Severo, condotta tra il 197 e il 198 d.C., fu un successo militare di grande risonanza: l’esercito romano penetrò in profondità nel territorio nemico e arrivò a conquistare e saccheggiare Ctesifonte, la capitale dell’Impero dei Parti, sull’altra sponda del Tigri. Fu uno dei momenti di massima espansione di Roma verso oriente. All’indomani della vittoria, l’imperatore organizzò i territori conquistati nella nuova provincia di Mesopotamia e vi lasciò la I e la III Parthica come guarnigione permanente, con il compito di prevenire ribellioni e di proteggere le province orientali da nuove offensive.
Il presidio della Mesopotamia e i fronti del III secolo
Stabilita in Mesopotamia, la Legio I Parthica divenne una delle unità chiave del fronte orientale, in una regione che restò per tutto il III secolo un’area di scontro permanente. La legione, o suoi distaccamenti, prese parte alle ripetute spedizioni romane in Oriente, comprese quelle legate a Caracalla e, più tardi, alla guerra che Severo Alessandro condusse contro la nuova potenza emergente, l’Impero sasanide, che intorno al 224 aveva soppiantato i Parti. Reparti della legione risultano inoltre inviati in altre province, come la Licia, la Cilicia e la Cirenaica, secondo la consueta pratica delle vessillazioni distaccate. La I Parthica fu insomma un perno della difesa romana in una delle aree più contese dell’Impero, dove il confine non conobbe quasi mai una pace duratura.
Le guerre contro i Sasanidi e l’assedio di Singara
Con l’ascesa dei Sasanidi, ben più aggressivi dei Parti, la pressione sul fronte mesopotamico si fece drammatica, e la fortezza di Singara divenne uno dei punti più contesi dell’intero limes orientale. La città fu teatro di scontri ripetuti e di assedi nel corso del IV secolo. Il momento decisivo per la legione arrivò nel 360, quando il re sasanide Shapur II attaccò Singara: la Legio I Parthica difese il proprio campo, ma senza successo, e la fortezza cadde. È un episodio emblematico della crisi del fronte orientale romano in quel periodo, segnato da una serie di rovesci di fronte alla rinnovata potenza persiana.
Basi, spostamenti e guarnigioni

Singara, fortezza di frontiera
La base storica della Legio I Parthica fu Singara, l’odierna area di Sinjar nel nord dell’Iraq, dove la legione fu stanziata fin dalla creazione della provincia di Mesopotamia e dove rimase per secoli. Singara era una piazzaforte di confine in posizione esposta, avamposto romano proiettato verso il territorio nemico, e proprio per questo destinata a un ruolo militare di primo piano e a un destino travagliato. Il legame tra la legione e la sua città è testimoniato, come si è visto, anche dalla monetazione locale con l’emblema del centauro. Presidiare Singara significava tenere una sentinella avanzata sul fronte più pericoloso dell’Impero.
Da Nisibis a Costantina: gli ultimi spostamenti
La caduta di Singara nel 360 segnò l’inizio dell’ultima fase della storia della legione, fatta di ripiegamenti successivi lungo il limes orientale. Dopo la disfatta, la Legio I Parthica fu trasferita a Nisibis, importante città di frontiera, dove rimase fino al 363. In quell’anno, dopo la fallimentare spedizione persiana dell’imperatore Giuliano, il suo successore Gioviano fu costretto a cedere Nisibis ai Sasanidi in cambio della pace, e la legione dovette spostarsi nuovamente. La sua nuova sede divenne Costantina, dove le fonti la collocano ancora nel V secolo. Questa sequenza di trasferimenti, da Singara a Nisibis a Costantina, racconta in filigrana l’arretramento progressivo della frontiera romana in Oriente sotto la spinta persiana.
Struttura interna e comando della Legio I Parthica
Una legione «nuova»: il comando equestre
La Legio I Parthica condivideva la struttura di base di una legione imperiale, con le sue coorti, le sue centurie e i suoi ufficiali, ma presentava una caratteristica amministrativa peculiare, tipica delle creazioni severiane. A differenza delle legioni tradizionali, comandate da un legatus di rango senatorio, le legioni partiche risultano poste al comando di prefetti di rango equestre. È un dettaglio non marginale, perché riflette la tendenza, accentuata da Severo, a sottrarre il controllo militare diretto al ceto senatorio e ad affidarlo a uomini dell’ordine equestre, più legati alla persona dell’imperatore. Le fonti tardoantiche, come la Notitia Dignitatum, confermano in effetti che la legione era retta da un prefetto, subordinato al comandante militare della Mesopotamia.
Reclutamento e vita di frontiera
Sul reclutamento originario della legione gli studiosi non concordano del tutto: alcuni ritengono che i primi soldati fossero arruolati in area balcanica, in Macedonia e Tracia, altri propendono per un reclutamento orientale, più vicino al teatro operativo. Qualunque fosse la provenienza iniziale, la legione si radicò profondamente in Mesopotamia, dove la vita di frontiera era scandita dalla difesa delle piazzeforti, dalle opere di fortificazione e dalla costante tensione con il nemico persiano. A differenza delle legioni del Reno o del Danubio, immerse in un contesto di romanizzazione di lungo periodo, la I Parthica operò in una regione di confine estremo, contesa e culturalmente complessa, il che ne fa un osservatorio privilegiato sulla frontiera orientale dell’Impero.
Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Parthica
Le testimonianze letterarie e la numismatica
La conoscenza della legione poggia su un intreccio di fonti diverse. Sul versante letterario, la creazione delle tre legioni partiche e la campagna di Settimio Severo sono ricordate dalla storiografia di età imperiale, e gli eventi del IV secolo, in particolare le guerre persiane e gli assedi di Singara e Nisibis, sono narrati dagli storici tardoantichi che si occuparono delle campagne di quel periodo. Un ruolo di rilievo spetta però alla numismatica: le monete coniate a Singara, con l’emblema del centauro e i ritratti imperiali, offrono una testimonianza diretta e datata dell’identità e della presenza della legione, e sono tra le fonti più preziose per ricostruirne il profilo.
Epigrafia e Notitia Dignitatum
Accanto alle monete, l’epigrafia documenta la presenza della legione e dei suoi soldati nelle varie sedi e province in cui operò, comprese le attestazioni dei distaccamenti inviati altrove. Per la fase tardoantica, la fonte fondamentale è la Notitia Dignitatum, il grande documento amministrativo dell’Impero, che all’inizio del V secolo colloca ancora la I Parthica sul limes mesopotamico, nelle sedi di Nisibis e Costantina, sotto il comando di un prefetto alle dipendenze del dux della Mesopotamia. È proprio questa convergenza di monete, iscrizioni e documenti ufficiali a permettere di seguire la legione lungo i suoi due secoli e più di servizio.
Ultime attestazioni e destino tardoantico
La resa di Nisibis e la fine sul limes orientale
La parabola finale della Legio I Parthica è strettamente legata al destino della frontiera orientale romana nel IV secolo. La caduta di Singara nel 360, il ripiegamento su Nisibis e infine la cessione di quella città ai Sasanidi nel 363 raccontano un progressivo arretramento di Roma di fronte alla potenza persiana. La legione sopravvisse a questi rovesci spostandosi a Costantina, ma il suo orizzonte si era ormai ristretto a una difesa sempre più affannosa di un confine in continua erosione. Le ultime menzioni nel V secolo la mostrano ancora attiva, ma in un contesto profondamente mutato rispetto ai trionfi severiani delle origini.
Una legione del tardo Impero
La I Parthica appartiene a quella categoria di legioni che, nate in piena età imperiale, attraversarono la grande trasformazione dell’esercito romano tardoantico. In quel periodo le unità tradizionali venivano riorganizzate, ridotte negli effettivi e inserite in un sistema difensivo nuovo, in cui la distinzione tra truppe di frontiera e truppe di manovra ridefiniva il ruolo di ciascuna. La sopravvivenza del nome della legione fino al V secolo non implica necessariamente la continuità della grande unità delle origini, e anche in questo caso conviene mantenere la prudenza che la documentazione tardoantica impone. Resta il fatto che la legione di Severo presidiò il fronte orientale per un arco di tempo eccezionalmente lungo.
Eredità e percezione moderna della Legio I Parthica
Il fascino della legione partica oggi
La Legio I Parthica affascina oggi gli appassionati di storia romana per la sua collocazione su uno dei fronti più drammatici e meno «occidentali» dell’Impero. La sua vicenda evoca il lungo duello tra Roma e le potenze iraniche, dai Parti ai Sasanidi, uno scontro di civiltà che attraversa secoli e che ha alimentato un immaginario ricco di assedi, fortezze del deserto e battaglie ai confini del mondo conosciuto. L’emblema del centauro e le monete di Singara offrono inoltre agganci concreti e suggestivi, capaci di dare un volto a una legione altrimenti lontana nel tempo e nello spazio.
Perché studiare la I Parthica
Studiare la Legio I Parthica significa illuminare aspetti dell’esercito romano che le legioni più antiche raccontano meno bene: la politica militare dei Severi, l’innovazione del comando equestre, l’organizzazione del fronte orientale e il lungo confronto con il mondo persiano. La sua storia mostra come Roma creasse nuove legioni per progetti specifici, le legasse alla propaganda dinastica e le impiegasse per decenni a difesa di confini estremi. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «prime» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica, alla Legio I Germanica, alla Legio I Augusta e alla Legio I Minervia: unità che condividono il numero I ma appartengono a epoche, fronti e logiche diverse, e che insieme raccontano l’intera evoluzione dell’esercito imperiale.
Domande frequenti (FAQ)
Chi fondò la Legio I Parthica? La legione fu costituita dall’imperatore Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle II e III Parthica, in vista della sua guerra contro l’Impero dei Parti.
Perché si chiama «Parthica»? Il cognome rimanda alla guerra contro i Parti per la quale la legione fu creata. È un titolo che fissa nel nome stesso dell’unità il suo fronte e la sua missione.
Qual era l’emblema della Legio I Parthica? L’emblema era il centauro, documentato anche sul rovescio di monete coniate a Singara sotto Gordiano III. Alcune fonti associano alla legione anche il segno del Capricorno.
Dove era di stanza la Legio I Parthica? La sua base principale fu Singara, nell’odierna area di Sinjar in Iraq, nella provincia di Mesopotamia. Dopo la caduta di Singara nel 360 fu trasferita a Nisibis e poi a Costantina.
Contro chi combatté la Legio I Parthica? Nata per la guerra contro i Parti, presidiò poi la Mesopotamia e combatté a lungo contro l’Impero sasanide che ai Parti era subentrato, partecipando alle campagne orientali del III e IV secolo.
Fino a quando esistette la Legio I Parthica? È attestata sul limes orientale fino al V secolo, quando la Notitia Dignitatum la colloca ancora a Nisibis e Costantina sotto il comando di un prefetto, alle dipendenze del dux della Mesopotamia.
Legio I Minervia: storia della legione
La Legio I Minervia è la legione che porta scolpito nel nome il legame con una divinità. La fondò Domiziano nell’82 d.C. per la guerra contro i Catti, e la pose sotto la protezione di Minerva, la dea che l’imperatore venerava più di ogni altra. Stanziata a Bonna, l’odierna Bonn, divenne per oltre due secoli una delle colonne dell’esercito del Reno. Si coprì di gloria reprimendo la rivolta di Saturnino, da cui ottenne il titolo di «pia e fedele», combatté le guerre daciche di Traiano sotto il comando di un futuro imperatore, Adriano, e rimase attiva sulla frontiera renana fino al IV secolo. Una legione nata da una guerra germanica e cresciuta all’ombra della sua dea protettrice.
Origini della Legio I Minervia
Il contesto: Domiziano e la guerra contro i Catti
La nascita della legione si lega a un progetto preciso di Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia. All’inizio degli anni Ottanta del I secolo l’imperatore si preparava a una grande offensiva contro i Catti, una delle più temibili popolazioni germaniche stanziate oltre il Reno. Per condurre questa guerra servivano forze fresche, e così, con ogni probabilità nell’82 d.C., Domiziano arruolò una nuova legione, destinata fin da subito al fronte germanico. La campagna contro i Catti sarebbe scattata la primavera successiva. La Legio I Minervia nasce dunque come strumento di una precisa strategia imperiale sul limes settentrionale, non come unità di emergenza.
Edizione da collezione
Il vessillo della Legio I Minervia
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Acquista il vessilloUna legione «flavia»: fondazione e primo nome
Il nome completo originario della legione sembra essere stato Legio I Flavia Minervia, e in questa doppia denominazione si condensano due omaggi. Flavia richiamava la gens di appartenenza dell’imperatore, la famiglia Flavia, segno che si trattava di una creazione dinastica legata direttamente alla casa regnante. Minervia rimandava invece a Minerva, la divinità prediletta da Domiziano, posta a protezione della nuova unità. La fondazione si inserisce in un riassetto delle forze sul Reno: secondo un’ipotesi diffusa, l’arrivo della nuova legione a Bonna si collega al trasferimento della Legio XXI Rapax da quella base a Mogontiacum, l’odierna Magonza, intorno all’83. La piazza di Bonna, che in passato era stata presidiata anche dalla Legio I Germanica, trovava così un nuovo, duraturo occupante.
Nome, titoli onorifici ed emblema della legione

Il significato del cognomen «Minervia»
Il cognome Minervia indica che la legione era posta sotto la speciale protezione di Minerva, dea della saggezza e della guerra strategica. Si tratta di un caso particolare nella titolatura legionaria: mentre molti cognomi rimandano a un fronte di servizio, a una caratteristica o a un imperatore, qui il riferimento è a una divinità tutelare, scelta per la devozione personale di Domiziano. Minerva non era un simbolo qualunque per quell’imperatore, che ne aveva fatto quasi una protettrice del proprio regno, e legare a lei una legione significava caricare l’unità di un valore religioso e propagandistico forte fin dal primo giorno.
Pia Fidelis: la rivolta di Saturnino e il titolo di fedeltà
Il titolo onorifico più importante della legione fu guadagnato sul campo, in un momento drammatico. Nell’89 d.C. il governatore della Germania superiore, Lucio Antonio Saturnino, si ribellò a Domiziano. L’esercito della Germania inferiore, di cui la Legio I Minervia faceva parte insieme alla VI Victrix, alla X Gemina e alla XXII Primigenia, accorse verso sud, fino a Mogontiacum, e schiacciò la rivolta. Come ricompensa per la fedeltà dimostrata, Domiziano concesse a queste legioni il titolo di Pia Fidelis Domitiana, «pia e fedele a Domiziano».
La vicenda ebbe un seguito significativo. Quando, nel 96 d.C., Domiziano fu assassinato e colpito dalla damnatio memoriae, il suo nome divenne impronunciabile, e così l’epiteto «Domitiana» fu eliminato dal titolo della legione, insieme al riferimento dinastico «Flavia». Da quel momento l’unità si chiamò semplicemente Legio I Minervia Pia Fidelis. È un piccolo capolavoro di adattamento politico: si conservava il merito della fedeltà, pia fidelis, ma si cancellava ogni traccia dell’imperatore caduto in disgrazia.
Gli emblemi: Minerva, l’ariete e i simboli della dea
Coerentemente con il suo nome, l’emblema principale della legione era un’immagine di Minerva, la dea protettrice. Accanto alla figura della divinità, le fonti attestano come simbolo legionario anche l’ariete, verosimilmente legato al segno zodiacale sotto il quale la legione fu fondata, secondo una pratica comune che associava le unità a un segno astrale. Nella sua iconografia comparivano inoltre attributi tipici di Minerva, dall’elmo agli emblemi protettivi della dea. Vale la pena segnalare che le fonti moderne non sono del tutto concordi sui simboli secondari, e che qualche divergenza riguarda proprio l’identificazione del segno zodiacale: un margine di incertezza fisiologico per un’iconografia ricostruita a partire da monete, rilievi e reperti. L’elemento certo e distintivo resta comunque la presenza della dea, che fa della I Minervia un caso quasi unico di legione «teologica», identificata con la propria protettrice celeste.
Le campagne militari della Legio I Minervia
La guerra cattica e la rivolta di Saturnino
Il primo impiego della legione fu, come si è detto, la guerra contro i Catti voluta da Domiziano, combattuta sul fronte germanico a partire dall’83 d.C. Si trattava di operazioni volte a spingere in avanti e a mettere in sicurezza la linea del Reno superiore, nello stesso teatro in cui, in quegli stessi anni, operava anche la Legio I Adiutrix. Pochi anni dopo, nell’89, arrivò la prova decisiva della fedeltà: la repressione della rivolta di Saturnino, che fruttò alla legione il titolo pia fidelis. Queste due imprese, una rivolta verso l’esterno e una verso l’interno, definiscono fin da subito il profilo dell’unità: una legione di frontiera capace di battersi tanto contro i nemici di Roma quanto contro chi minacciava l’ordine imperiale.
Le guerre daciche di Traiano e il comando di Adriano
Il capitolo più celebre della storia della Legio I Minervia è la partecipazione alle guerre daciche di Traiano (101-106 d.C.), le grandi campagne che portarono alla conquista del regno di Decebalo. La legione fu impegnata, secondo le fonti, in una forza operativa che comprendeva reparti di altre unità renane, e il suo emblema con la figura di Minerva compare addirittura tra i simboli scolpiti sulla Colonna Traiana a Roma, il monumentale racconto per immagini della conquista.
A rendere ancora più memorabile questa fase è il nome del suo comandante nell’ultima parte della guerra: la legione fu infatti guidata da Adriano, il futuro imperatore. Comandare la I Minervia in Dacia fu una tappa significativa nel percorso di un uomo destinato a salire al trono e a segnare profondamente la storia dell’Impero. Concluse le campagne, la legione tornò alla sua base di Bonna, riprendendo il servizio sul Reno.
Fronti orientali e guerre marcomanniche nel II secolo
Nel corso del II secolo la Legio I Minervia, pur restando ancorata alla sua sede renana, fornì ripetutamente distaccamenti per le grandi imprese imperiali lontane dal Reno. Reparti della legione presero parte alla guerra partica di Lucio Vero (162-166 d.C.) sul fronte orientale e, subito dopo, alle guerre marcomanniche di Marco Aurelio (166-180 d.C.), il lungo e durissimo conflitto sul medio Danubio che impegnò l’Impero per oltre un decennio. La logica era quella tipica dell’epoca: la legione manteneva il presidio della propria frontiera, ma inviava vessillazioni dove la crisi era più acuta, contribuendo alle operazioni su più teatri contemporaneamente.
Le guerre civili severiane e il III secolo
Con la fine del II secolo e l’apertura delle guerre civili che portarono al potere i Severi, la Legio I Minervia confermò la propria vocazione di unità fedele al vincitore. Nel 193 sostenne Settimio Severo nella corsa al trono, tanto che l’imperatore fece coniare una moneta in suo onore, e prese parte alle successive campagne severiane in Oriente. Nel corso del III secolo la legione accumulò ulteriori epiteti onorifici legati ai diversi imperatori, da quelli di età caracalliana a quelli del regno di Severo Alessandro, secondo la consuetudine dei titoli «dinastici» che premiavano la lealtà di volta in volta. Furono decenni difficili, segnati da invasioni e instabilità lungo il Reno, e la legione vi fu costantemente impegnata nella difesa di una frontiera sempre più sotto pressione.
Basi, spostamenti e guarnigioni

Bonna, la città della legione
A differenza di molte altre unità dalla storia errabonda, la Legio I Minervia ebbe una sede straordinariamente stabile: Bonna, l’odierna Bonn, in Germania inferiore, a una giornata di marcia a sud di Colonia, capitale della provincia. Qui la legione si insediò fin dalla fondazione e qui rimase, come presidio principale, fino al IV secolo. Questo radicamento secolare fece di Bonna, in un certo senso, la «città della legione»: attorno alla fortezza crebbero insediamenti civili, attività economiche e una comunità legata in mille modi alla presenza dei soldati. La continuità tra l’unità e il suo campo è uno dei tratti più notevoli della sua vicenda.
Cantieri, cave e attività edilizie sul Reno
La vita della legione a Bonna non fu fatta solo di guerra. La Legio I Minervia fu intensamente impegnata in attività di costruzione e di estrazione, tipiche del modo romano di presidiare un territorio. Insieme alla Legio XXX Ulpia Victrix, stanziata poco distante presso Xanten, partecipò a numerosi lavori militari ed edilizi, compreso lo sfruttamento di cave di pietra. Strade, fortificazioni, edifici pubblici e infrastrutture portano la firma del lavoro legionario, e vessillazioni della legione risultano impiegate anche in cantieri lontani. È la dimensione meno spettacolare ma fondamentale della vita di una legione di frontiera, quella che ha lasciato le tracce materiali più durature sul terreno.
Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Minervia

Come era organizzata la legione
La Legio I Minervia condivideva la struttura tipica di una legione del primo e medio Impero: un corpo di circa cinquemila o seimila uomini, articolato in dieci coorti suddivise in centurie, comandate dai centurioni, vera spina dorsale dell’esercito. Al vertice stava il legatus legionis, comandante di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal praefectus castrorum, responsabile dell’accampamento e della logistica. Attorno alla legione operavano le truppe ausiliarie, reparti di fanteria e cavalleria reclutati tra i provinciali. Tra i comandanti della I Minervia spicca, come si è visto, Adriano, futuro imperatore, a testimonianza di come il comando di questa legione potesse rappresentare una tappa di prestigio nel percorso politico e militare dei membri dell’élite romana.
Vita nei castra di Bonna
La vita quotidiana nei castra di Bonna era scandita da addestramento, marce, esercitazioni, turni di guardia e dai già ricordati lavori di costruzione. A questa dimensione pratica si affiancava una vita religiosa intensa, in cui il culto di Minerva doveva occupare un posto speciale, data l’identità stessa della legione, accanto al culto delle insegne, degli dèi romani e dell’imperatore. Le numerose iscrizioni e lapidi ritrovate nell’area di Bonn, tra cui dediche e monumenti funerari di legionari, restituiscono il volto concreto di questa comunità militare, fatta di uomini che per generazioni nacquero, servirono e morirono all’ombra della fortezza renana. La I Minervia non fu solo un reparto da combattimento, ma una presenza stabile che plasmò per secoli un pezzo di territorio.
Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Minervia
Le testimonianze letterarie ed epigrafiche
La conoscenza della legione poggia su un intreccio di fonti. La sua fondazione è ricordata da Cassio Dione, che ne attribuisce la creazione a Domiziano. Gli storici di età imperiale forniscono il contesto delle guerre cattichee e della rivolta di Saturnino, mentre la vicenda delle campagne daciche e del comando di Adriano è ben documentata dalla tradizione relativa al futuro imperatore. Accanto alle fonti letterarie, un ruolo centrale spetta all’epigrafia: le iscrizioni, le dediche e i monumenti funerari attestano la presenza della legione, i suoi titoli onorifici e i nomi dei suoi soldati, permettendo di seguirne le tracce nel tempo e nello spazio.
Archeologia di Bonn e iconografia della Colonna Traiana
Sul piano materiale, l’archeologia di Bonn offre un contesto di grande valore per ricostruire la vita della fortezza e della legione che vi risiedette per secoli, con resti di strutture, iscrizioni edilizie e reperti oggi in parte conservati nei musei renani. A questa documentazione si aggiunge la straordinaria testimonianza iconografica della Colonna Traiana, dove l’emblema della legione compare tra i simboli delle unità impegnate nelle guerre daciche. È questa convergenza di fonti scritte, epigrafiche, archeologiche e figurative a rendere la I Minervia una delle legioni meglio conoscibili dell’esercito imperiale, e a permettere di distinguere i dati solidi dalle ricostruzioni più ipotetiche.
Ultime attestazioni e destino tardoantico

La I Minervia nel tardo Impero
La Legio I Minervia vanta una longevità notevole. Le testimonianze documentarie la collocano ancora attiva nella regione del Reno fino alla metà del IV secolo, segno di una continuità di presidio che attraversa quasi tre secoli. In questa fase tardoantica, però, l’esercito romano stava cambiando profondamente: le grandi legioni venivano spesso suddivise in reparti più piccoli e mobili, e la rigida distinzione tra truppe di frontiera e truppe di manovra ridefiniva il ruolo delle unità tradizionali. Anche la I Minervia fu inevitabilmente coinvolta in questa trasformazione.
Trasformazioni e fine
Come per molte legioni di antica tradizione, anche per la I Minervia la fine non fu un evento improvviso e datato con precisione, ma una lenta metamorfosi. Il nome e parte degli effettivi sopravvissero nella nuova organizzazione militare tardoantica, in un’epoca in cui la pressione delle popolazioni germaniche sul Reno si faceva sempre più forte e il sistema difensivo dell’Impero d’Occidente entrava in crisi. Ricostruire questa fase finale richiede prudenza, perché la documentazione si dirada e le continuità nominali non garantiscono continuità reali. Resta il fatto che la legione di Minerva fu, per la sua intera esistenza, una delle sentinelle più durature della frontiera renana.
Eredità e percezione moderna della Legio I Minervia
Il fascino della legione di Minerva oggi
La Legio I Minervia gode oggi di una buona notorietà tra gli appassionati di storia romana, alimentata dalla divulgazione, dalle rievocazioni storiche e dai gruppi di living history, alcuni dei quali ne portano direttamente il nome. A renderla affascinante concorrono diversi elementi: il legame con Minerva e con la figura controversa di Domiziano, il titolo pia fidelis conquistato contro un usurpatore, il comando di Adriano nelle guerre daciche e il lungo radicamento a Bonn, città che conserva ancora memoria della sua presenza. È una di quelle legioni in cui la grande storia imperiale si intreccia con un luogo preciso e con destini individuali che possiamo seguire attraverso le iscrizioni.
Perché studiare la I Minervia
Studiare la Legio I Minervia significa ripercorrere l’intera parabola dell’esercito imperiale attraverso una sola unità: la nascita dinastica sotto Domiziano, le guerre germaniche, la fedeltà premiata, le grandi campagne daciche, il servizio su fronti lontani e infine la trasformazione tardoantica. La sua vicenda illumina temi cruciali come il rapporto tra esercito, religione e potere imperiale, il ruolo dei titoli onorifici e la funzione del limes renano. Chi voglia approfondire le altre legioni «prime» troverà utili confronti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica, alla Legio I Germanica e alla Legio I Augusta, unità con cui la I Minervia condivide il numero ma non la storia.
Domande frequenti (FAQ)
Chi fondò la Legio I Minervia? La legione fu costituita dall’imperatore Domiziano, con ogni probabilità nell’82 d.C., in vista della sua campagna contro la tribù germanica dei Catti. Il nome completo originario sembra essere stato Legio I Flavia Minervia.
Perché si chiama «Minervia»? Il cognome rimanda alla dea Minerva, divinità prediletta da Domiziano, posta a protezione della legione. È uno dei rari casi in cui una legione prende il nome da una divinità tutelare anziché da un fronte o da un imperatore.
Qual era l’emblema della Legio I Minervia? L’emblema principale era un’immagine della dea Minerva. Accanto a essa è attestato come simbolo anche l’ariete, verosimilmente legato al segno zodiacale della fondazione. La figura di Minerva compare anche tra i simboli scolpiti sulla Colonna Traiana.
Che cos’è il titolo «Pia Fidelis»? È il titolo onorifico, «pia e fedele», ottenuto dalla legione nell’89 d.C. per aver contribuito a reprimere la rivolta del governatore Saturnino. In origine era Pia Fidelis Domitiana, ma dopo l’assassinio di Domiziano e la sua damnatio memoriae l’epiteto legato all’imperatore fu eliminato.
Dove era di stanza la Legio I Minervia? La sua base principale fu Bonna, l’odierna Bonn, in Germania inferiore, dove rimase dalla fondazione fino al IV secolo, lungo la frontiera del Reno.
Chi comandò la Legio I Minervia nelle guerre daciche? Nella fase finale delle guerre daciche di Traiano la legione fu comandata da Adriano, il futuro imperatore, per il quale il comando rappresentò una tappa importante nella carriera.
Legio I Italica: storia della legione
La Legio I Italica è una delle legioni più singolari dell’esercito romano fin dalla nascita. La costituì Nerone nel 66 d.C., reclutando esclusivamente Italici di statura imponente, alti almeno sei piedi romani, con un progetto grandioso: una spedizione verso l’Oriente e le porte del Caucaso. L’imperatore la chiamava con orgoglio «falange di Alessandro Magno».
Quella campagna non ebbe mai luogo, travolta dalla crisi che portò alla caduta di Nerone, e la legione finì per combattere nelle guerre civili del 69 d.C. al fianco di Vitellio. Sopravvissuta alla sconfitta, fu trasferita sul Danubio, dove a Novae trovò la sua casa per oltre tre secoli, fino al V secolo. Il suo emblema, il cinghiale, ne fissa bene il carattere: tenace, robusto, difficile da abbattere.
Origini della Legio I Italica
La nascita della legione si colloca in un momento ambizioso del regno di Nerone. Conclusa la lunga contesa con i Parti per il controllo dell’Armenia, l’imperatore accarezzava nuovi progetti di espansione verso oriente, in direzione del Caucaso e delle cosiddette «porte caspie», i passi che separavano il mondo mediterraneo dalle steppe. Per questa impresa serviva una forza nuova, e Nerone decise di arruolarla appositamente. La Legio I Italica nasce dunque non per tappare una falla, ma come strumento di una visione politica e militare, segno della volontà imperiale di proiettare Roma verso confini ancora più lontani.
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Acquista il vessilloIl tratto più celebre della legione riguarda i suoi primi soldati. Le fonti antiche, da Svetonio a Cassio Dione, ricordano che fu arruolata esclusivamente con reclute italiche alte almeno sei piedi romani, una selezione fisica eccezionale che doveva conferirle un aspetto monumentale. Proprio per questo Nerone la battezzò con un nome carico di suggestione: phalanx Alexandri Magni, la «falange di Alessandro Magno», evocando l’esercito del grande conquistatore macedone e le sue imprese verso l’Asia. Il cognome «Italica» allude invece all’origine italica di quei primi legionari, ed è la firma identitaria che la legione avrebbe portato per tutta la sua lunga esistenza.
Il destino, però, smontò rapidamente il progetto di Nerone. La grande spedizione orientale non partì mai: lo scoppio della rivolta giudaica e, soprattutto, la crisi politica che investì l’imperatore travolsero ogni piano. All’inizio del 68 d.C. la rivolta del governatore della Gallia, Giulio Vindice, dirottò la legione verso occidente, e l’unità che era stata concepita per marciare sulle orme di Alessandro si ritrovò a presidiare la Gallia, arrivando giusto in tempo per assistere alla fine della rivolta. Poco dopo Nerone si tolse la vita, e il suo successore Galba inviò i soldati a Lugdunum, l’odierna Lione. La legione nata per l’Oriente era ormai risucchiata nel gorgo delle guerre civili occidentali.
Nome, titoli onorifici ed emblema della legione

Il significato del cognomen «Italica»
Il cognome Italica rimanda con chiarezza all’origine dei suoi primi effettivi, reclutati in Italia. È un dato non banale: in un’epoca in cui l’esercito attingeva sempre più alle province, sottolineare l’italianità della legione aveva un valore simbolico e propagandistico, richiamando un legame diretto con il cuore dell’Impero. Lo stesso cognome sarebbe stato poi attribuito ad altre legioni di reclutamento italico create in seguito, come la II e la III Italica di Marco Aurelio, segno che «Italica» era diventato un marchio riconoscibile di una certa idea di esercito.
Gli emblemi: il cinghiale (e il toro)
L’emblema principale della Legio I Italica era il cinghiale, animale che incarnava forza, ferocia e resistenza, qualità che ben si addicevano a una legione di uomini scelti per la loro prestanza fisica. Il cinghiale compare su monete legate alla legione emesse in età imperiale, in particolare sotto Settimio Severo e più tardi sotto Gallieno. Accanto al cinghiale, le fonti e la documentazione iconografica attestano, con minore frequenza, anche il toro, un secondo simbolo associato all’unità. Lo stesso Gallieno, nel III secolo, fece coniare per la legione monete con una figura più insolita, una sorta di cavallo marino mitologico. La compresenza di più emblemi non è eccezionale nella storia delle legioni, e nel caso della I Italica il cinghiale resta comunque il segno distintivo per eccellenza.
I titoli onorifici di età imperiale
Nel corso della sua lunga vita la legione accumulò una serie di epiteti onorifici, molti dei quali tipici del III secolo. Si tratta in larga parte di titoli «dinastici», legati alla fedeltà mostrata verso un imperatore o una casata regnante, come Antoniniana, Severiana e Gordiana, riferiti rispettivamente alla dinastia di Caracalla, a quella dei Severi e a Gordiano III. A questi si affianca, nella tradizione, l’epiteto pia fidelis, «pia e fedele», che premiava la lealtà dimostrata in momenti politicamente delicati. Questi titoli vanno letti come riconoscimenti revocabili e spesso temporanei, che fotografano il rapporto della legione con il potere imperiale di volta in volta al comando, più che come decorazioni permanenti.
Le campagne militari della Legio I Italica
L’anno dei quattro imperatori e la seconda battaglia di Bedriacum
Il battesimo del fuoco della legione avvenne, paradossalmente, in una guerra tra Romani. Nel 69 d.C., il convulso anno dei quattro imperatori, la Legio I Italica si schierò con Vitellio, l’imperatore sostenuto dalle armate occidentali. Il momento decisivo fu la seconda battaglia di Bedriacum, combattuta presso Cremona il 24 ottobre del 69 contro le forze fedeli a Vespasiano. Le fonti ricordano che la legione combatté con valore, ma questa volta la sorte fu avversa: i vitelliani furono sconfitti e Vespasiano si avviò a diventare l’unico padrone dell’Impero.
È interessante notare come, nello stesso scenario cremonese e nello stesso anno, un’altra legione «prima», la Legio I Adiutrix, avesse combattuto pochi mesi prima dalla parte opposta, al fianco di Otone. Due legioni gemelle per numero e per epoca di nascita, entrambe creazioni dell’ultima fase neroniana, si ritrovarono così su fronti contrapposti delle stesse guerre civili: un piccolo esempio di quanto fosse frammentata la lealtà dell’esercito in quei mesi drammatici.
Il trasferimento in Mesia e le guerre daciche
Nonostante la sconfitta, Vespasiano non punì la legione, ma la impiegò dove serviva di più. Nel 70 d.C. la Legio I Italica fu inviata in Mesia, sul basso Danubio, prendendo il posto della Legio VIII Augusta nel campo di Novae. Iniziava così la fase più lunga e stabile della sua storia, quella di guardiana della frontiera danubiana. Già sotto Domiziano la legione fu coinvolta nelle prime guerre contro i Daci, con un distaccamento presente alla battaglia di Tapae nell’88 d.C.
L’impegno proseguì e si intensificò con le grandi guerre daciche di Traiano (101-106 d.C.), in cui reparti della legione parteciparono alla conquista del regno di Decebalo. In questo periodo Novae fu ricostruita in muratura e numerosi veterani furono insediati nelle colonie della regione, contribuendo alla romanizzazione del territorio. La legione divenne così non solo uno strumento di guerra, ma anche un motore di colonizzazione e sviluppo del medio e basso Danubio.
Campagne partiche e fronte danubiano nel II-III secolo
Nei decenni successivi la Legio I Italica continuò a fornire distaccamenti per le grandi imprese imperiali, dalla campagna partica di Traiano (114-117 d.C.) alle guerre lungo il limes nel corso del II secolo. Con l’avvento dei Severi, alla fine del II secolo, la legione sostenne Settimio Severo nella sua ascesa al potere, tanto che l’imperatore fece coniare una moneta in onore della I Italica. Sotto Caracalla, nel III secolo, la legione fu impegnata in importanti opere di fortificazione del confine danubiano, partecipando alla costruzione di un sistema difensivo che si sviluppava a partire dalla zona di Novae. Per tutto questo periodo l’unità rimase una delle colonne portanti della difesa romana sul Danubio, alternando il servizio di frontiera all’invio di vessillazioni sui fronti più caldi dell’Impero.
Basi, spostamenti e guarnigioni

Dalla Gallia alla Mesia: l’arrivo a Novae
La traiettoria geografica della legione è netta: nata per l’Oriente, fu dirottata in Gallia durante le guerre civili, e da lì, dopo la sconfitta vitelliana, fu trasferita in modo stabile sul Danubio. Il 70 d.C. segna lo spartiacque: l’arrivo in Mesia, provincia compresa tra il basso Danubio e i monti dei Balcani, e l’insediamento a Novae, presso l’odierna Svištov, nella Bulgaria settentrionale. Qui la legione subentrò alla Legio VIII Augusta e fece del campo la propria sede permanente, un legame così duraturo da identificare per secoli il sito con la presenza della I Italica.
Novae, fortezza sul basso Danubio
Novae non fu un semplice accampamento, ma una vera e propria fortezza legionaria e, nel tempo, un centro urbano e logistico di primo piano sul limes danubiano. La sua posizione era strategica: controllava un tratto cruciale del fiume, sorvegliava i passaggi verso il territorio romano e fungeva da base per le operazioni verso la Dacia e oltre. Ricostruita in pietra in età traianea, dotata di tutte le strutture tipiche di un grande campo legionario, Novae rappresenta oggi uno dei siti archeologici più importanti per la conoscenza dell’esercito romano sul Danubio. La logica del suo presidio era quella di un crocevia militare, commerciale e simbolico, dove la frontiera dell’Impero si faceva concreta e visibile.
Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Italica
Come era organizzata la legione
La Legio I Italica condivideva la struttura tipica di una legione del primo e medio Impero: un corpo di circa cinquemila o seimila uomini, articolato in dieci coorti suddivise in centurie, comandate dai centurioni, vera spina dorsale dell’esercito. Al vertice stava il legatus legionis, comandante di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal praefectus castrorum, responsabile dell’accampamento e della logistica. Attorno alla legione operavano le truppe ausiliarie, reparti di fanteria e cavalleria reclutati tra i provinciali, che fornivano mobilità e competenze complementari rispetto alla fanteria pesante. Un tratto peculiare delle origini della legione, almeno nella prima fase, era la selezione fisica dei suoi uomini, scelti per la statura eccezionale che aveva ispirato il soprannome di «falange di Alessandro».
Vita nei castra di Novae: cantieri, archeologia, culti
La vita quotidiana a Novae era fatta solo in parte di combattimenti. Gran parte delle energie della legione era assorbita da lavori di costruzione e manutenzione: fortificazioni, strade, ponti e acquedotti, ma anche edifici monumentali all’interno del campo. Gli scavi archeologici condotti a Novae, frutto di lunghe campagne internazionali, hanno riportato alla luce le terme, gli alloggi della truppa, il quartier generale e persino un ospedale militare, restituendo un quadro straordinariamente dettagliato della vita di guarnigione. A questa dimensione pratica si affiancava quella religiosa: i legionari onoravano le insegne, gli dèi del pantheon romano e l’imperatore, come testimoniano gli altari dedicati a varie divinità ritrovati nell’area. La I Italica non fu dunque solo una macchina da guerra, ma una comunità stabile che per secoli abitò, costruì e diede forma a un pezzo di frontiera.
Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Italica
Le testimonianze letterarie
La legione è ben documentata dalle fonti letterarie di età imperiale. La sua fondazione è ricordata da Svetonio, che riporta il dettaglio delle reclute italiche di sei piedi, da Cassio Dione e da Tacito, che ne segue le vicende nelle guerre civili del 69 d.C. È proprio Tacito, nel racconto dell’anno dei quattro imperatori, a restituirci la legione in azione a fianco di Vitellio e nella battaglia presso Cremona. Queste testimonianze, incrociate tra loro, permettono di ricostruire con buona affidabilità sia le circostanze della nascita sia il ruolo nelle convulse vicende politiche di fine secolo.
Epigrafia, monete e archeologia di Novae
Accanto alle fonti scritte, la conoscenza della Legio I Italica poggia su una ricca documentazione materiale. Le iscrizioni e gli altari ritrovati a Novae e lungo il Danubio attestano la presenza della legione, i nomi dei suoi soldati e i culti praticati. Le monete emesse in onore dell’unità, soprattutto in età severiana e sotto Gallieno, ne tramandano gli emblemi e i titoli onorifici. Infine, l’archeologia di Novae offre un contesto materiale di eccezionale valore, che fa di questa fortezza uno dei laboratori privilegiati per studiare l’organizzazione, l’ingegneria e la vita quotidiana di una legione romana di frontiera. È questa convergenza di fonti diverse a rendere la I Italica una delle legioni meglio conoscibili dell’intero esercito imperiale.
Ultime attestazioni e destino tardoantico

Novae e Sexaginta Prista nel tardo Impero
La straordinaria longevità della legione è uno dei suoi tratti più notevoli. Ancora all’inizio del V secolo la Legio I Italica è attestata lungo il Danubio, segno di una continuità di presidio che attraversa quasi quattro secoli. In questa fase tardoantica, però, l’unità non era più la grande legione compatta delle origini: risulta divisa in due tronconi, uno ancora stanziato a Novae e l’altro a Sexaginta Prista, presso l’odierna Ruse. Questa frammentazione riflette la profonda riorganizzazione dell’esercito romano nel tardo Impero, quando le grandi legioni vennero spesso suddivise in reparti più piccoli e mobili.
Dalla legione del limes alle truppe comitatensi
La trasformazione della legione si inserisce nel più ampio mutamento della macchina militare romana tra III e V secolo, con la distinzione tra truppe di frontiera, stanziali, e truppe di manovra. Secondo le ricostruzioni moderne, parte della I Italica fu progressivamente integrata in formazioni di tipo comitatense, cioè appartenenti agli eserciti mobili da campagna, mentre il nome continuava a comparire nei documenti amministrativi tardoantichi. Anche per questa legione, dunque, la fine non fu un dissolvimento improvviso, ma una lenta metamorfosi che ne disperse l’identità unitaria pur conservandone a lungo il nome e la memoria sul Danubio.
Eredità e percezione moderna della Legio I Italica
Il fascino della legione di Nerone oggi
La Legio I Italica gode oggi di una notevole popolarità nell’immaginario legato a Roma antica, alimentata dalla divulgazione, dalle rievocazioni storiche e dai contenuti online dedicati all’esercito imperiale. A renderla affascinante concorrono diversi elementi: l’origine come «falange di Alessandro Magno» voluta da Nerone, la selezione dei legionari per la statura, l’emblema del cinghiale e, soprattutto, l’eccezionale ricchezza del sito di Novae, che permette di toccare con mano la vita di una legione. È una di quelle unità che, più di altre, consentono di passare dalla storia raccontata nei libri ai resti concreti lasciati sul terreno.
Perché studiare la I Italica
Studiare la Legio I Italica significa seguire l’intera parabola dell’esercito imperiale romano attraverso una sola unità: la nascita ambiziosa sotto Nerone, il coinvolgimento nelle guerre civili, il lungo servizio di frontiera sul Danubio, la partecipazione alle grandi guerre daciche e partiche, fino alla trasformazione tardoantica. La sua vicenda illumina temi cruciali come il rapporto tra esercito e potere imperiale, la funzione del limes danubiano e il ruolo delle legioni nella romanizzazione delle province. Chi voglia approfondire le altre legioni «prime» troverà utili confronti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Germanica e alla Legio I Augusta, unità con cui la I Italica condivide il numero ma non il destino.
Domande frequenti (FAQ)
Chi fondò la Legio I Italica? La legione fu costituita dall’imperatore Nerone, che le consegnò l’aquila il 20 settembre del 66 d.C. (alcune fonti indicano il 22 settembre, o l’anno 67). Era destinata in origine a una spedizione in Oriente che non ebbe mai luogo.
Perché si chiama «Italica»? Il cognome rimanda all’origine dei suoi primi soldati, reclutati esclusivamente in Italia. Nerone, colpito dalla loro statura imponente, soprannominò la legione «falange di Alessandro Magno».
Qual era l’emblema della Legio I Italica? L’emblema principale era il cinghiale, simbolo di forza e tenacia, attestato anche su monete imperiali. Meno frequentemente compare anche il toro come secondo simbolo dell’unità.
Dove era di stanza la Legio I Italica? Dal 70 d.C. fu stabilita a Novae, presso l’odierna Svištov in Bulgaria, in Mesia inferiore, lungo la frontiera del basso Danubio. Novae rimase la sua base principale per secoli, fino al V secolo.
In quali campagne combatté la Legio I Italica? Combatté per Vitellio nella seconda battaglia di Bedriacum (69 d.C.), poi nelle guerre daciche di Domiziano e di Traiano, nella campagna partica di Traiano e in numerose operazioni lungo il limes danubiano tra II e III secolo.
Fino a quando esistette la Legio I Italica? È attestata sul Danubio ancora all’inizio del V secolo, in una fase in cui era ormai divisa tra Novae e Sexaginta Prista e in via di trasformazione nelle nuove formazioni dell’esercito tardoantico.












