A chi davano la colpa delle epidemie nel Medioevo?

Senza microbi ma con un mondo carico di significati religiosi e sociali, l'Europa colpita dalla peste cercò un responsabile. Lo trovò, nell'ordine, in Dio, nell'aria e negli altri. E l'ultimo passaggio fu il più sanguinoso.

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Folla medievale accusa un uomo davanti a un pozzo durante la peste nera, Medioevo

Le campane suonano a morto senza sosta, e quando smettono è perché non resta nessuno a tirarle. Per le strade si snodano processioni di uomini che si flagellano a sangue, mentre i carri raccolgono i cadaveri. È la metà del Trecento, la peste nera sta cancellando un terzo o più dell’Europa, e insieme al contagio corrono le voci. Si dice che siano gli ebrei ad avvelenare i pozzi. Si dice che i lebbrosi diffondano deliberatamente il male. Si mormora di streghe, di patti col diavolo, di persone viste ungere muri e porte con sostanze maligne.

In una società che non conosce i microbi, ma che è piena fino all’orlo di significati religiosi e sociali, l’epidemia non è mai soltanto un fatto biologico. È un evento che esige una spiegazione e, soprattutto, un responsabile. La domanda che attraversa tutto questo articolo è semplice e inquietante: quando arrivava un’epidemia, chi, o che cosa, veniva ritenuto colpevole?

La risposta non è unica, ed è proprio questo il punto. La mentalità medievale ragionava su più livelli sovrapposti, che convivevano senza contraddirsi. C’era la causa ultima, teologica. C’era la causa intermedia, naturale. E c’era la causa concreta, umana, quella che trasformava la paura in violenza. Per capire la caccia al colpevole bisogna percorrerli tutti e tre, perché è dal loro intreccio che nasce il sangue.

Se arriva la peste, qualcuno ha peccato

Il primo livello, quello di base, è teologico. Nella cornice mentale dell’uomo medievale nulla accade per caso, e meno che mai una catastrofe di quelle proporzioni. Un’epidemia che svuota le città non può essere un incidente della natura: è un castigo divino, la punizione per i peccati collettivi di una comunità, o una prova che Dio invia per mettere alla prova la fede dei suoi. Il flagello viene dall’alto, e ha un senso morale.

Da questa lettura discendono risposte coerenti. Si fa penitenza, pubblicamente e in massa. Si organizzano processioni per implorare misericordia. E soprattutto compaiono i flagellanti, confraternite di uomini che si spostano di città in città percuotendosi a sangue, convinti che il loro dolore volontario possa placare l’ira divina e riscattare i peccati di tutti. È una risposta logica, dentro quel quadro: se il male viene da una colpa, la via d’uscita è l’espiazione.

Ma qui si annida un paradosso che è anche la chiave di tutta la vicenda. La lettura teologica, in apparenza, diluisce la responsabilità: siamo tutti peccatori, la colpa è collettiva, nessuno è innocente e quindi nessuno è il colpevole. Solo che il panico non si accontenta di una colpa così diffusa. Mentre i morti si accumulano e l’espiazione non ferma il contagio, la domanda si fa più tagliente: se è un castigo, allora qualcuno deve aver peccato più degli altri, qualcuno deve aver attirato l’ira di Dio sull’intera comunità. È in questa torsione che la colpa collettiva si rovescia nel suo opposto: la caccia a chi è ritenuto più colpevole di tutti.

Malattia dell’aria, congiunzioni maligne

Accanto alla spiegazione teologica ne lavorava un’altra, che a noi suonerebbe più «scientifica», ma che ai contemporanei appariva pienamente compatibile con la prima. Era la spiegazione naturalistica, costruita con gli strumenti della medicina e dell’astrologia del tempo. La peste, secondo questi modelli, nasceva da un’aria corrotta, da esalazioni malsane, dai miasmi che ammorbano l’atmosfera e penetrano nei corpi. E quell’aria, a sua volta, poteva essere stata guastata da influssi astrali sfavorevoli, da congiunzioni di pianeti considerate maligne, in una catena causale che partiva dalle stelle e arrivava fino al singolo malato.

È fondamentale capire che questi modelli non erano affatto in concorrenza con la fede, come saremmo tentati di pensare. Funzionavano su un altro piano. Dio era la causa prima, ultima, il regista; l’aria corrotta e la congiunzione dei pianeti erano gli strumenti di cui si serviva per eseguire il castigo. Il cielo malato non escludeva il Cielo: ne era il mezzo. Così l’uomo colto poteva al tempo stesso pregare contro l’ira divina e ragionare di umori, venti e astri, senza percepire alcuna incoerenza tra le due cose.

E tuttavia anche questo livello apparentemente neutro conduceva, per una strada diversa, allo stesso esito. Perché se la malattia è nell’aria, se è l’aria a essere guasta, sorge spontanea una domanda che la mente impaurita non riesce a trattenere: e se qualcuno l’avesse guastata di proposito? Se quell’aria corrotta non fosse solo un fenomeno naturale, ma il risultato di un’azione deliberata, di un veleno sparso, di una contaminazione voluta? Anche la spiegazione dei miasmi, insomma, finisce per riportare alla ricerca dei colpevoli concreti. Da qualunque parte si parta, Dio o le stelle, si arriva agli uomini.

Se c’è un male, c’è un nemico

Folla accusa un uomo davanti a un pozzo medievale, capro espiatorio della peste

Ed eccoci al cuore oscuro della questione, dove la storia delle mentalità incontra la storia sociale nel modo più brutale. Quando la paura cerca un volto, lo trova, e quasi sempre lo trova tra chi era già ai margini, già sospetto, già odiato prima ancora che la peste arrivasse.

Le vittime principali furono gli ebrei. In molte città europee si diffuse l’accusa che avvelenassero pozzi, fontane, sorgenti per sterminare i cristiani. Era un’accusa senza alcun fondamento, ma micidiale, perché si innestava su un’ostilità preesistente e profonda. Gli ebrei erano percepiti come il nemico interno per eccellenza, estranei per religione, oggetto di antichi pregiudizi teologici, e al tempo stesso resi visibili e risentiti dal ruolo che in certe società ricoprivano nel prestito di denaro. La peste fece da detonatore: tra il 1348 e il 1349 intere comunità ebraiche furono massacrate o bruciate, in alcuni casi prima ancora che il contagio raggiungesse quelle città, segno che l’accusa serviva ben più a sfogare un odio che a fermare un morbo.

Accanto a loro, altri gruppi marginali. I lebbrosi, già emarginati e considerati impuri, furono sospettati di diffondere volontariamente le malattie, in un cortocircuito tra contaminazione fisica e contaminazione morale: chi era malato nel corpo veniva immaginato corrotto anche nell’anima e capace di voler corrompere gli altri. Mendicanti, vagabondi, stranieri, gente senza radici e senza protezione, finivano nella stessa rete di sospetto, colpevoli soprattutto di essere diversi e indifesi.

Poi c’erano gli untori, figure accusate di ungere muri, porte, panche, oggetti con unguenti pestiferi per spargere il contagio di proposito. Bastava poco per finire additati: un comportamento giudicato strano, il camminare rasente i muri, il guardarsi attorno con aria nervosa, il toccare qualcosa per caso. In un clima di sospetto totale, qualsiasi gesto poteva essere riletto come prova di un complotto, e il sospetto stesso bastava a condannare.

Infine le streghe, soprattutto nella lunga transizione verso la prima età moderna. Donne accusate di aver stretto patti col diavolo e di provocare con la loro malvagità malattie, epidemie, carestie, morti improvvise. Anche qui la catastrofe collettiva si scaricava su figure singole e vulnerabili, in larga parte donne, su cui pesava una diffidenza che intrecciava paura del corpo femminile, misoginia e sospetto verso il sapere non controllato.

Il filo che unisce tutte queste vittime è chiaro: l’epidemia non inventava nuovi odi, amplificava quelli che già esistevano. Antisemitismo, misoginia, paura del diverso e del marginale erano già lì, latenti; la peste fornì soltanto l’occasione e il pretesto per scatenarli con una ferocia altrimenti impossibile.

Tra teologia e scienza: chi cerca cause, non capri espiatori

Sarebbe però sbagliato, e profondamente ingiusto verso quell’epoca, ridurre tutto a isteria e caccia al nemico. Perché accanto a chi cercava colpevoli c’era anche chi cercava cause, e i due atteggiamenti convivevano nella stessa società.

Medici e autori colti si sforzavano di spiegare l’epidemia con gli strumenti che avevano, la medicina di tradizione galenica e l’astrologia, parlando di squilibri degli umori del corpo, di aria corrotta, di influenze del clima e degli astri. Erano spiegazioni in gran parte errate, certo, ma erano tentativi di ragionare sui meccanismi del male, non di dargli un volto umano da punire. Producevano consigli, regimi di vita, ipotesi, in un’attitudine che, per quanto limitata dai mezzi del tempo, somigliava più all’indagine che al linciaggio.

E ci fu di più. Alcuni testi, e in qualche occasione le stesse autorità religiose, cercarono di frenare le violenze contro ebrei e lebbrosi. Lo fecero con un argomento di disarmante buon senso: anche loro morivano di peste come tutti gli altri, dunque non potevano esserne i registi occulti, non aveva senso accusare di diffondere un male chi quel male lo subiva esattamente come i suoi accusatori. Fu una voce spesso troppo debole per fermare i massacri, ma esistette, e va ricordata.

Qui sta una sfumatura importante, che impedisce di liquidare quei secoli con sufficienza. Il Medioevo non fu solo superstizione e roghi. Fu anche, sia pure in modo intermittente e minoritario, lo spazio di tentativi di pensare le cause senza trasformarle in persone da bruciare. La ragione e la paura abitavano la stessa epoca, e talvolta la stessa città, contendendosi le menti.

Attribuire colpa per non sentirsi impotenti

Resta la domanda più profonda: perché? Perché, di fronte alla catastrofe, il bisogno di un colpevole si fa così irresistibile? La risposta tocca qualcosa che riguarda l’essere umano in quanto tale, non solo l’uomo del Trecento.

Individuare un responsabile, prima di tutto, riduce l’angoscia. È paradossalmente meno spaventoso pensare a un complotto, agli ebrei che avvelenano, alle streghe che maledicono, agli untori che spalmano veleno, che accettare l’idea di un caos biologico cieco, senza volontà, senza senso, contro cui non si può fare nulla. Un nemico, per terribile che sia, si può combattere, scoprire, punire. Un contagio invisibile e impersonale, no. Il complotto, in fondo, è una forma di consolazione: restituisce al disastro un significato e una direzione.

In secondo luogo, la violenza contro il capro espiatorio svolge una funzione simbolica precisa: raddrizza un ordine che si è infranto. Quando il mondo sembra impazzito, quando le regole consuete non valgono più e la morte colpisce a caso buoni e cattivi, punire qualcuno manda un messaggio rassicurante: il mondo ha ancora delle leggi, la colpa esiste, la giustizia funziona, c’è un legame tra male commesso e castigo. Bruciare un colpevole è un modo disperato per dire a se stessi che il cosmo morale non è crollato del tutto.

E c’è infine una dimensione apertamente politica. Indirizzare la rabbia popolare contro minoranze e gruppi marginali è anche un modo, consapevole o meno, per proteggere l’ordine sociale esistente. La furia che avrebbe potuto rivolgersi verso chi governava, verso le diseguaglianze, verso l’impotenza delle autorità, viene canalizzata su bersagli innocui per il potere: i deboli, i diversi, gli esclusi. Il capro espiatorio non serve solo a calmare l’angoscia individuale, ma a scaricare una tensione collettiva che, altrimenti, rischierebbe di travolgere chi sta in alto.

Dagli untori ai complotti del laboratorio

Presunto untore accusato di spalmare veleno su un muro medievale durante la peste

A questo punto la tentazione sarebbe chiudere con un sospiro di sollievo: per fortuna noi siamo diversi, noi abbiamo la scienza. Ma è proprio qui che la storia si fa scomoda, perché le dinamiche che abbiamo descritto non appartengono soltanto al passato.

Le epidemie recenti lo hanno mostrato con chiarezza. Sono fiorite le teorie del complotto, la convinzione che dietro il contagio ci fosse una volontà nascosta, un piano, un laboratorio, un colpevole occulto da smascherare. Si è cercato un responsabile etnico o politico, additando di volta in volta un popolo, un paese, un gruppo. La paura ha alimentato la polarizzazione, la diffidenza verso il diverso, la ricerca di un nemico a cui imputare la sofferenza. Sono cambiate le spiegazioni scientifiche, abbiamo i microbi, i vaccini, i modelli epidemiologici, ma non è cambiato il bisogno profondo di dare un volto alla catastrofe, di trasformare un evento cieco in un’azione di qualcuno.

Alla domanda da cui siamo partiti, «a chi davano la colpa?», si può allora rispondere così: i medievali accusavano Dio, l’aria e gli altri, spesso esattamente in quest’ordine, salendo dalla causa ultima a quella più concreta e più sanguinosa. Conoscevano meno di noi i meccanismi della malattia, ma conoscevano benissimo, e forse meglio di noi, il funzionamento della paura. Il vero problema, guardando i loro roghi, non è compiacersi di quanto siamo progrediti. È chiedersi, con onestà, quanto in fondo siamo davvero diversi.

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Niccolò Giraudo
Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità.