Nell’oasi di Dakhla, situata nel deserto occidentale dell’Egitto, una campagna di scavo metodica e rigorosa ha restituito alla comunità scientifica internazionale i resti monumentali di un insediamento urbano fortificato risalente all’epoca tardoantica, la cui fioritura si colloca pienamente nel corso del IV secolo. Questo eccezionale ritrovamento, annunciato ufficialmente dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto il 7 luglio 2026, rappresenta una scoperta di straordinario valore storiografico per lo studio delle dinamiche insediative della periferia dell’Impero bizantino. L’eccezionale stato di conservazione delle strutture, realizzate interamente in mattoni crudi e sigillate per oltre un millennio e mezzo dalle sabbie mobili del deserto, offre agli studiosi una nitida istantanea della vita quotidiana e dell’organizzazione sociale della chora egiziana.
Come illustrato con precisione dal professor Hisham El Leithy, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, l’elemento di maggiore rilevanza scientifica consiste nella complessa e razionale pianificazione urbanistica dell’insediamento. La città non si è sviluppata in modo spontaneo, bensì ricalca un preciso impianto a griglia regolare. Le principali arterie viarie, orientate lungo l’asse nord-sud, risultano intersecate perpendicolarmente da strade minori dirette da est a ovest, originando ampi spazi pubblici e piazze ortogonali. Al centro geometrico di questo tessuto urbano sorge una maestosa basilica cristiana, che fungeva da fulcro liturgico e amministrativo, affacciata direttamente sulla via principale della città. La presenza di un simile impianto geometrico dimostra l’esistenza di una solida autorità locale capace di gestire la progettazione architettonica e la ripartizione degli spazi anche in un contesto geograficamente isolato e climaticamente ostile.
Il dottor Mahmoud Massoud, direttore generale dell’Ispettorato delle Antichità di Dakhla e responsabile scientifico della missione di scavo, ha chiarito che l’abitato disponeva di tutte le infrastrutture necessarie alla sussistenza e alla protezione di una comunità pienamente autonoma. Lungo i confini esterni dell’area urbana sono state individuate le tracce archeologiche di due massicce torri di avvistamento inserite in una struttura fortificata caratterizzata da possenti mura perimetrali, edificate per garantire la sicurezza degli abitanti contro le scorrerie delle tribù nomadi del deserto. All’interno del nucleo residenziale, le unità abitative private manifestano un pregevole livello costruttivo, contraddistinte da ampi saloni di ricezione e solai con coperture a volta. All’interno di questi ambienti domestici, gli archeologi hanno rinvenuto forni per la panificazione, cucine e pesanti macine in pietra destinate alla trasformazione dei cereali.
La meticolosa analisi documentaria ha consentito di ricondurre alcune specifiche dimore a importanti membri della comunità locale. Di assoluto rilievo è l’identificazione della casa di un diacono della chiesa di nome Tisous, la cui parabola biografica si colloca nella seconda metà del IV secolo. Un’ulteriore struttura residenziale, appartenuta a un cittadino di nome Tabibos e datata ai primi decenni del medesimo secolo, presenta modifiche architettoniche interne di estremo interesse, le quali suggeriscono una sua funzione originaria quale domus ecclesia, ovvero un luogo di culto domestico e riservato antecedente alla definitiva edificazione della grande basilica cittadina.
Sotto il profilo filologico ed epigrafico, la scoperta più significativa è rappresentata dal rinvenimento di un corpus comprendente circa duecento ὄστρακα iscritti. Il dottor Diaa Zahran, capo del Settore delle Antichità Islamiche, Coptiche ed Ebraiche, ha confermato che i testi, redatti sia in caratteri greci sia in lingua copta, contengono una preziosa documentazione d’archivio formata da registri contabili, contratti di compravendita, transazioni commerciali e fitti carteggi privati. Questa mole di documenti d’archivio illumina la complessa rete di scambi commerciali che univa l’oasi alle grandi rotte carovaniere sahariane. A conferma della prosperità economica del sito si aggiunge il recupero di un cospicuo numero di monete bronzee con iconografie cristiane e di un nucleo di monete d’oro zecchino coniate sotto il regno dell’imperatore Costanzo II, al potere dal 337 al 361. Tali manufatti numismatici attestano la perfetta integrazione dell’insediamento nei circuiti monetari e finanziari dell’amministrazione imperiale bizantina.





