A BURGOS, in Spagna, la profondità della terra custodisce un dialogo millenario che la scienza ha finalmente iniziato a decifrare attraverso il rigore della ricerca documentale. Il Complesso Carsico di Ojo Guareña, monumento naturale di eccezionale valore speleologico situato nella Merindad de Sotoscueva, ha rivelato i segreti della Sala Keimada, una camera situata nel terzo livello della Cueva Palomera, rimasta per decenni ai margini della ricerca accademica a causa delle estreme difficoltà di accesso che impongono ai visitatori di procedere carponi attraverso condotti alti appena venti centimetri. Un recente studio, pubblicato nel maggio 2026 sulla prestigiosa testata Journal of Archaeological Science: Reports e guidato dalla dottoressa Ana Isabel Ortega Martínez, ha stabilito che questo specus fu utilizzato come santuario per oltre undicimila anni, in una sequenza che abbraccia dal Paleolitico Superiore fino alla tarda Età del Ferro.
La scoperta, avvenuta originariamente nel 1976 per mano del Gruppo Espeleologico Edelweiss, è stata ora riletta sotto una nuova luce grazie a diciotto inedite datazioni al radiocarbonio effettuate con la tecnica della spettrometria di massa accelerata. I dati geocronologici indicano che la frequentazione umana della Sala Keimada non fu continua, bensì articolata in otto fasi distinte di attività simbolica, iniziate circa 13.700 anni fa. In questo luogo recondito, il λόγος del rito ha seguito un protocollo di «rispettosa addizione», dove ogni nuova generazione di visitatori ha aggiunto i propri segni grafici e le proprie strutture lasciando intatto il lavoro dei predecessori, manifestando una forma di cura spaziale che trascende i mutamenti culturali e sociali dei millenni.
Le prime tracce di questa sacralità risalgono al XIV millennio a.C., epoca in cui fu realizzato il pannello principale di pitture geometriche nere, caratterizzato da motivi triangolari che richiamano la tradizione dello Stile V del bacino del fiume Duero. Accanto a queste testimonianze parietali, gli archeologi hanno individuato una complessa struttura litica composta da due grandi lastre di calce, distaccatesi naturalmente dalla volta e collocate intenzionalmente in posizione verticale. La lastra principale, lunga un metro e mezzo, presenta un profilo ritoccato per assumere sembianze zoomorfe con il muso rivolto verso le pitture, una configurazione che trova parallelismi, seppur in dimensioni ridotte, nella grotta di Tito Bustillo nelle Asturie.
Con il passaggio all’Olocene, la camera ha continuato a esercitare il suo richiamo per le comunità del Neolítico, del Calcolitico e dell’Età del Bronzo. Risale a circa 7.500 anni fa la creazione di una testa zoomorfa incisa e profilata in nero, mentre in epoche successive i visitatori hanno modificato il suolo della grotta scavando buche con bastoni di legno, i cui resti sono rimasti miracolosamente preservati nel sedimento argilloso. L’ultimo grande evento rituale documentato risale a circa 2.100 anni fa, corrispondente al I secolo a.C., in un periodo immediatamente precedente la romanizzazione definitiva del territorio seguita alle Guerre Cantabriche. Al centro della sala, all’interno di una piccola vasca calcitica naturale nota come gour, sono stati rinvenuti i resti scheletrici di un piccolo maiale domestico di circa tre mesi, deposto accanto a una stalagmite quadrangolare che mostra segni di alterazione antropica.
Questa offerta votiva, legata al valore simbolico che il suino e il cinghiale rivestivano per le popolazioni dell’Età del Ferro, rappresenta l’atto conclusivo di una biografia rituale straordinaria. La ricerca, sostenuta finanziariamente dalla Giunta di Castilla y León e dal Ministero della Scienza e dell’Innovazione attraverso il progetto Un presente eterno: l’atemporalità dell’arte rupestre paleolitica diretto da Marcos García-Diez, conferma che il Complesso di Ojo Guareña non fu solo un habitat, ma un paesaggio cerimoniale dove l’uomo ha cercato per millenni il contatto con il sacro nelle pieghe più oscure della terra.





