domenica 1 Marzo 2026
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Marchi di fabbrica romani scoperti su coppe Diatreta: le firme dei vetrai antichi

A New York City, negli Stati Uniti, la professoressa di storia dell’arte e soffiatrice di vetro della Washington State University, Hallie Meredith, ha fatto una scoperta intrigante sull’antica lavorazione del vetro romano, un dettaglio che era rimasto in bella vista per secoli. È accaduto nel febbraio del 2023, mentre la professoressa stava esaminando una collezione privata di coppe di vetro a gabbia romane, note come diatreta, presso il Metropolitan Museum of Art. Queste delicate opere d’arte di lusso sono state scolpite da un singolo blocco di vetro tra il 300 e il 500 dell’era comune e sono state oggetto di studio per la loro bellezza per oltre duecentocinquant’anni, durante i quali gli studiosi hanno dibattuto sulle tecniche di realizzazione, chiedendosi se fossero scolpite a mano, fuse o soffiate.

La rivelazione di Meredith non è stata il risultato di sofisticate tecniche di imaging o di tecnologie avanzate, ma di un semplice atto di curiosità dettato dalla sua formazione pratica: capovolgere uno dei vasi. Come ha spiegato la stessa Meredith, che pratica la soffiatura del vetro fin dai tempi dell’università, “Poiché sono stata formata come produttrice, ho continuato a voler capovolgere le cose”. Questo gesto ha permesso di notare dei motivi che, a detta sua, “tutti gli altri hanno letteralmente fotografato fuori dall’inquadratura”.

Sul lato opposto dell’oggetto tardo-romano, ha trovato dei simboli astratti a traforo – come diamanti, foglie o croci – scolpiti accanto all’iscrizione che augurava lunga vita al proprietario. I simboli, precedentemente considerati solo decorativi, secondo la ricerca di Meredith sono in realtà dei marchi di fabbrica: le firme dei laboratori e degli artigiani che intagliavano il vetro più complesso dell’impero.

Quella svolta in un museo si è rapidamente trasformata in un’indagine più ampia sulle modalità di lavoro degli artigiani romani. In due articoli recenti – uno pubblicato ad aprile sul Journal of Glass Studies e un altro a ottobre su World Archaeology – Meredith ha rintracciato gli stessi simboli su altri vasi intagliati, collegandoli a un linguaggio visivo condiviso dai vetrai tra il quarto e il sesto secolo dell’era comune. Tra le iscrizioni rinvenute su queste coppe ci sono messaggi augurali come BIBE MVLTIS ANNIS (Bevi, [possa tu vivere] per molti anni!), BIBE V[I]VAS I[..]A (Bevi, possa tu vivere I[..]a!), o in greco ΠΙΕ ΖΗCΑΙC ΚΑΛWC ΑΕΙ (Bevi, possa tu vivere sempre bene!).

La professoressa, studiando i segni degli strumenti, le iscrizioni e i frammenti incompiuti, ha potuto dimostrare che questi oggetti non erano realizzati da maestri solitari, bensì da squadre coordinate di incisori, lucidatori e apprendisti. Ciò che è emerso è una rete nascosta di produttori le cui firme, ignorate per secoli, stanno ora tornando visibili. La coppa diatretum, per esempio, iniziava come una forma grezza a pareti spesse, che veniva poi intagliata meticolosamente in due strati concentrici collegati da delicati ponti di vetro. Il risultato, una struttura reticolare che appare incredibilmente leggera, era una vera e propria impresa di design e resistenza. La ricerca di Meredith indica che questo lavoro richiedeva la collaborazione di specialisti multipli per settimane, mesi o addirittura anni. Per Meredith, i marchi astratti identificavano i laboratori collettivi, funzionando in modo molto simile a un marchio di studio moderno. Non si trattava di autografi personali, ma dell’equivalente antico di un “marchio”.

L’esperienza di Meredith come soffiatrice di vetro fornisce una prospettiva pratica alla sua ricerca, poiché conosce la consistenza del vetro fuso e la disciplina necessaria per modellarlo, un’esperienza che guida il suo approccio all’artigianato antico. Questa comprensione pratica è trasmessa anche nel suo corso alla WSU, Sperimentare l’Antica Produzione, dove gli studenti creano stampe tridimensionali di opere d’arte antiche, provano a cimentarsi nella lavorazione e utilizzano un’applicazione da lei progettata per smontare virtualmente i reperti. Come afferma la studiosa, l’obiettivo del corso è l’empatia, non la replica perfetta, poiché gli artigiani antichi possono essere compresi in modo diverso quando si sperimenta il loro processo produttivo.

Questa empatia alimenta la sua missione più ampia: restituire visibilità agli artigiani anonimi che hanno plasmato il mondo antico. Spesso, si tende a focalizzarsi sulle élite, ma quando le prove vengono assemblate, si scopre che si sa molto di più su questi artigiani di quanto si pensasse in precedenza. Questa tematica è approfondita nel suo prossimo saggio monografico, The Roman Craftworkers of Late Antiquity: A Social History of Glass Production and Related Industries, che sarà pubblicato da Cambridge University Press tra il 2026 e il 2027.Guardando al futuro, il prossimo progetto di Meredith unisce storia dell’arte e scienza dei dati. Collaborando con gli studenti di informatica della WSU, sta creando una banca dati ricercabile per tracciare la scrittura non standard – come errori di ortografia, alfabeti misti e iscrizioni codificate – su migliaia di oggetti portatili. Quello che i precedenti studiosi liquidavano come “scarabocchi” o gibberish potrebbe essere, secondo Meredith, la prova di produttori multilingue che adattavano gli schemi per nuovi tipi di pubblico. La ricerca di Meredith spinge gli studiosi a osservare i reperti antichi da una prospettiva rinnovata. Quando la luce sfiora il traforo di un diatretum, il vetro non solo rivela un prodigio di ingegneria, ma riflette anche le mani, l’abilità e l’immaginazione delle persone che lo hanno creato.

Archeologia Romana: la digitalizzazione svela i segreti del Vallo di Adriano

A Magonza, Germania, la Junior Professor Catherine Teitz vive quotidianamente immersa nel suo campo di studi. Non appena varca la soglia di casa, si trova sulle orme del passato: la sua residenza nel quartiere Kästrich sorge sull’impronta dell’antico accampamento legionario romano di Mogontiacum. Il suo tragitto abituale verso l’Istituto di Studi Antichi la porta a superare i resti di una porta cittadina di epoca tardo-romana e a costeggiare il tracciato dell’acquedotto. Addirittura, al suo rientro in treno, può ammirare il teatro romano, che un tempo era uno dei più vasti a nord delle Alpi. Per Teitz, insegnante e ricercatrice presso il Dipartimento di Archeologia Classica dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza (JGU) da maggio 2024, questa città è un luogo incredibilmente fortunato per la ricerca.

Il suo focus accademico è incentrato sulle frontiere romane, sull’architettura e sulla pianificazione urbana. Lei sottolinea che è facile immaginare i Romani in una luce romantica, magari pochi soldati che osservano l’orizzonte da un muro. In realtà, l’amministrazione romana era una massiccia impresa logistica che richiedeva un’organizzazione meticolosa di persone, animali, materiali e cibo.

La sua passione per l’antichità ha radici lontane. Cresciuta a San Francisco, ha iniziato a studiare latino già alle scuole medie, un’opportunità insolita negli Stati Uniti dove si preferiscono di solito le lingue moderne. Quella lezione di latino si concentrava tanto sulla grammatica quanto sulla storia e la cultura romana, diventando la prima materia che Teitz abbia mai veramente amato. Successivamente, alla Brown University, ha studiato Classici e Archeologia, affiancando a questi studi un interesse pratico per il design degli spazi. Ha lavorato infatti nell’officina del teatro universitario come falegname, elettricista e light designer. Questo interesse le è rimasto: che si tratti di un forte romano o di un teatro, vuole capire come i luoghi funzionano quando sono in uso e come vengono abitati dalle persone.

Dopo il dottorato di ricerca in Archeologia Classica conseguito alla Stanford University, concentrandosi in particolare sugli insediamenti lungo il Vallo di Adriano, il confine settentrionale monumentale dell’Impero Romano in Britannia, Teitz ha ottenuto una borsa di ricerca presso la Commissione Romano-Germanica (RGK) dell’Istituto Archeologico Germanico a Francoforte. Qui, ha esplorato la storia della sua disciplina, tracciando le reti intellettuali e gli scambi tra l’archeologo britannico Eric Birley e la RGK attraverso la corrispondenza d’archivio. Ha scoperto che queste connessioni accademiche, che plasmarono gli studi sulle frontiere romane dagli anni ’20, perdurarono nonostante la Seconda Guerra Mondiale avesse interrotto le comunicazioni, e furono riallacciate rapidamente dopo la fine del conflitto.

Sebbene ora lavori a Magonza, il Vallo di Adriano non ha mai smesso di interessarla. Il suo lavoro la porta a muoversi tra la Germania e il nord dell’Inghilterra, dove continua la ricerca sul campo nei siti di Vindolanda e Corbridge, due luoghi tra i più significativi lungo il Vallo, ma sorprendentemente diversi. A Vindolanda, l’ambiente saturo d’acqua del suolo ha permesso la conservazione di materiali organici rari. Questo include migliaia di scarpe di cuoio, tessuti e soprattutto le celebri tavolette di legno che riportano lettere e registrazioni della vita quotidiana militare. Attraverso queste tavolette, si scopre che un decurione chiedeva più birra per i suoi soldati, mentre un’altra lettera menzionava l’invio al destinatario di calze, mutande e sandali.

A Corbridge, al contrario, gli archeologi hanno portato alla luce la vasta architettura in pietra del sito già nel 1906, lasciando dietro di sé rapporti dettagliati. Il luogo si trasformò nel tempo da forte iniziale a un insediamento vivace, dotato di mercati, officine ed edifici amministrativi. Teitz è affascinata dal fatto che un edificio romano era raramente statico. Veniva espanso, riparato o riadattato nel corso dei decenni e dei secoli, con nuove mura che sorgevano sulle vecchie fondamenta, un’evoluzione che andava dalle strutture in legno iniziali a quelle in pietra della tarda antichità. A Vindolanda, ad esempio, gli archeologi hanno identificato nove forti diversi stratificati l’uno sull’altro.

Gli archivi rivestono un ruolo centrale nel lavoro di Teitz. Molti scavi, come quelli di Corbridge, sono avvenuti più di un secolo fa, e i risultati furono registrati in appunti manoscritti, schizzi e fotografie. Spesso, questi documenti originali contengono dettagli che mancano nei rapporti pubblicati. Per recuperare e conservare queste preziose informazioni, la ricercatrice digitalizza questi dati storici e li integra nei moderni Sistemi Informativi Geografici (GIS). Questi sistemi digitali permettono di collegare le indagini attuali di un sito con la documentazione di scavo, inclusi i punti precisi di ritrovamento degli oggetti e le planimetrie degli edifici. In questo modo, è possibile tracciare modelli di sviluppo che sarebbero altrimenti svaniti con il tempo. Attualmente, Teitz sta creando il primo GIS completo per Corbridge, unendo i piani di scavo storici con i dati raccolti di recente.

Questa analisi va oltre i mattoni e le planimetrie; si concentra sulle persone. Le frontiere romane non erano confini rigidi. Erano luoghi dinamici, permeabili e socialmente eterogenei. Insieme ai soldati vivevano le loro famiglie, mercanti e artigiani, formando un’intera comunità ai margini dell’impero. All’interno dei forti e nei vici – gli insediamenti civili che si sviluppavano al di fuori – il piano ufficiale spesso colliddeva con le improvvisazioni della vita quotidiana. Teitz si interessa a domande su come un edificio si inseriva silenziosamente in una strada esistente o si spingeva audacemente nello spazio pubblico, poiché queste dinamiche lasciano tracce visibili nei reperti archeologici.

Un elemento fondamentale della sua ricerca è la logistica. Un sito militare non esisteva mai in isolamento. È essenziale chiedersi quante persone fossero necessarie per mantenere in funzione un forte, dove venivano immagazzinate le provviste e quale infrastruttura supportasse il tutto. I sistemi di frontiera romani erano vaste operazioni logistiche che coinvolgevano soldati, ma anche animali, artigiani e complesse reti di trasporto. Sebbene non si possa mai ricostruire completamente l’esperienza di chi visse all’epoca, Teitz ci incoraggia a immaginarla: il peso di un pacco di venti chilogrammi di un soldato, la distanza che poteva percorrere in un giorno, e la sensazione dei lunghi viaggi a cavallo.La professoressa valorizza molto la presenza immediata del patrimonio romano a Magonza e la solida rete di partner di ricerca, tra cui il Centro Leibniz per l’Archeologia (LEIZA). È inoltre coinvolta in disiecta membra, un progetto a lungo termine di 24 anni, finalizzato a documentare sistematicamente ogni singolo frammento architettonico in pietra romana presente in Germania. L’obiettivo è catalogare ogni pezzo, collegarlo alle strutture correlate e agli studiosi che le hanno studiate in un enorme database, per comprendere lo sviluppo dell’architettura e dell’urbanistica della Germania romana. Lo scorso anno, Teitz ha anche co-organizzato un workshop internazionale per studiosi all’inizio della loro carriera, provenienti da sette paesi. La ragione di questo impegno è chiara: i dati archeologici e i dettagli possono essere persi facilmente se nessuno li elabora, e non è possibile scavare il passato daccapo. È fondamentale coinvolgere i giovani studiosi perché mantengano viva questa informazione storica e trovino nuove metodologie per svilupparla.

Il bacio tra primati risale a 21 Milioni di anni fa, dice studio

Dagli istituti di ricerca di fama mondiale, inclusi quelli dell’Università di Oxford e del Florida Institute of Technology, giunge una nuova prospettiva sull’origine di uno dei comportamenti più intimi e universali: il bacio.

Un recente studio, condotto dalla ricercatrice Matilda Brindle e dal collega Stuart West, entrambi dell’Università di Oxford, affiancati da Catherine Talbot della School of Psychology del Florida Institute of Technology, suggerisce che l’attività del baciarsi sia drammaticamente più antica di quanto si fosse immaginato fino ad ora. Secondo i risultati di questa ricerca, il primo bacio scientificamente attestato risalirebbe a oltre ventuno milioni di anni fa.

Questo comportamento, che oggi associamo primariamente all’affetto o alla passione umana, non è affatto una esclusiva della nostra specie. Si tratta, in realtà, di un’attività molto comune e diffusa tra numerosi gruppi di ominidi, come gli scimpanzé, i bonobo, i gorilla e gli oranghi, che sono i primati più strettamente imparentati con l’Homo sapiens. Ma l’abitudine al contatto orale è stata riscontrata anche in specie evolutivamente più distanti, come i macachi e i babbuini. Considerata questa ampia distribuzione nel regno animale, è altamente probabile che baciarsi rappresenti un tratto filogenetico della nostra specie, un comportamento ereditato che era quasi sicuramente presente anche nelle specie estinte del genere Homo, inclusa l’Homo neanderthalensis.

Il team di ricercatori afferma che le evidenze raccolte suggeriscono che il bacio si sia evoluto in un periodo compreso tra 21,5 e 16,9 milioni di anni fa, trovando le sue origini negli antenati comuni delle grandi scimmie. Si può dunque tracciare la linea evolutiva di questa attività fino all’antenato condiviso tra l’Homo e gli altri ominidi, un individuo vissuto approssimativamente tra i 10 e i 20 milioni di anni fa.

Il bacio, per sua intrinseca natura, che implica il contatto diretto tra parti sensibili del corpo, è un’attività che comporta dei rischi significativi, potendo facilmente favorire il contagio e la trasmissione di malattie. Affinché un comportamento così rischioso sia stato conservato e tramandato attraverso la selezione naturale, deve necessariamente aver garantito benefici evolutivi che superassero i potenziali pericoli. La teoria più accreditata suggerisce che il bacio si sia sviluppato a partire dalla pre-masticazione.

La pre-masticazione è un’attività osservata in molte specie animali in cui gli adulti masticano il cibo per poi passarlo direttamente con la bocca alla prole. Non è affatto da escludere che questa forma di alimentazione assistita fosse praticata anche dagli antichi Sapiens e dai Neanderthal. Se si considera il bacio come un’antica sublimazione di questa pratica, esso scatena inevitabilmente sensazioni positive che ne hanno favorito la conservazione.

Per spiegare il mantenimento di questo tratto, i ricercatori hanno proposto diverse teorie. La teoria della selezione sessuale vede nel bacio un meccanismo evolutivo raffinato: esso fornisce un’opportunità per “saggiare” o valutare la compatibilità di un potenziale partner, oppure per aumentare l’eccitazione sessuale, migliorando così le possibilità di riprodursi. Parallelamente, esiste una teoria sociale che enfatizza il ruolo del bacio nella costruzione e nel rafforzamento dei legami interpersonali, agendo anche come strumento per favorire il rilassamento e contribuire alla risoluzione dei conflitti sociali all’interno del gruppo.

L’indagine sulla natura del bacio apporta dettagli sorprendenti anche alla relazione tra la nostra specie, Homo sapiens, e i nostri stretti cugini estinti, l’Homo neanderthalensis. Questa connessione inattesa passa proprio attraverso la cavità orale, dove entrambe le specie condividevano un particolare batterio del microbiota, denominato Methanobrevibacter oralis.

È noto che i Sapiens e i Neanderthal si separarono dal loro antenato comune, probabilmente l’Homo heidelbergensis, in un lasso di tempo stimato tra i 750.000 e i 450.000 anni fa. Ciò che risulta sbalorditivo è il dato genetico relativo al Methanobrevibacter oralis: il suo patrimonio genetico si è differenziato tra le due specie “solo” tra 143.000 e 112.000 anni fa.Questo ampio divario temporale tra la separazione delle specie e la differenziazione del batterio suggerisce che i Sapiens e i Neanderthal abbiano continuato a scambiarsi saliva, e quindi molto probabilmente baci, per un periodo prolungato di circa mezzo milione di anni. Questo lungo e intimo interscambio si sarebbe verificato specialmente nel Medio Oriente, l’area geografica dove le due popolazioni convissero per un lunghissimo arco di tempo. L’analisi di questo batterio, un marcatore silenzioso di antiche interazioni orali, illumina un capitolo inatteso della storia evolutiva umana. La condivisione prolungata di questo tratto specifico del microbiota dimostra che le dinamiche di contatto tra Homo sapiens e Neanderthal furono molto più intime e durature di quanto si potesse ipotizzare in precedenza. È la bocca, quindi, a fornire la prova biologica di una convivenza prolungata e di uno scambio che ha lasciato tracce indelebili nella storia di entrambe le popolazioni.

Egitto: la seduzione millenaria del Paese del Nilo

Il Paese del Nilo, con le sue meraviglie millenarie, è da secoli un oggetto del desiderio per esploratori e viaggiatori. Sebbene per molti le vacanze estive siano finite, l’inizio di ottobre e l’autunno rappresentano un periodo eccellente per dedicarsi a quel viaggio dei sogni a lungo desiderato. Temperature più gradevoli e prezzi più accessibili sono fattori che attirano sempre più persone a godersi il prezioso tempo libero fuori stagione. Migliaia di turisti visitano la destinazione ogni anno; anche se agosto, nonostante le temperature insopportabili, è il mese con il maggiore afflusso, l’autunno, con le sue condizioni climatiche più piacevoli, risulta particolarmente invitante. Coloro che si recano in queste terre oggi possono godere, tra le varie attività, di una crociera sul Nilo per ammirare le magnifiche vestigia del passato faraonico, e molti optano per la comodità di un viaggio organizzato.

L’idea di un viaggio organizzato in Egitto non è un’invenzione moderna, nonostante si possa credere il contrario. Già nel diciannovesimo secolo, un uomo d’affari britannico di nome Thomas Cook, universalmente considerato l’«inventore» del turismo di massa, aveva intuito il potenziale della destinazione. L’agenzia fondata da Cook, infatti, iniziò a vendere pacchetti turistici in Egitto a partire dal 1869. Le sue offerte erano pubblicizzate come «Crociere fluviali esclusive sul Nilo con l’autorizzazione del khedive», includendo nel prezzo sia l’alloggio in hotel che i trasferimenti, il tutto offerto a un costo piuttosto contenuto.

Tuttavia, il desiderio di visitare l’Egitto affonda le radici in tempi ben più remoti. Secoli e persino millenni fa, popoli come i greci e i romani ambivano a conoscere il Paese, considerandolo l’epitome dell’esotismo. Lo storico greco Erodoto, ad esempio, compì un vero e proprio viaggio geografico e storico attraverso la terra dei faraoni, manifestando una profonda ammirazione per il luogo, immortalata nella celebre affermazione: «L’Egitto è un dono del Nilo». L’ammirazione non era limitata ai singoli visitatori; i greci, in generale, vedevano in Egitto addirittura l’origine della propria civiltà. Questa influenza è stata immortalata anche nei loro miti, come quello della giovane Io che si rifugiò in Egitto per sfuggire all’ira della dea Era, o la storia del matrimonio delle cinquanta figlie di Danao con i cinquanta figli di Egitto, gemello di Danao. Durante l’epoca arcaica, i contatti tra le due culture si intensificarono con la fondazione di Naucrati, una fiorente colonia greca nel delta del Nilo che divenne un importante centro commerciale.

Dopo la dominazione greca, nota come epoca tolemaica, seguita alla conquista di Alessandro Magno, i romani fecero la loro apparizione sulla scena egizia. Si ipotizza che Giulio Cesare sia stato il primo romano a godersi una crociera sul Nilo quando, in compagnia della sua amante regale, Cleopatra, intraprese un lungo viaggio sulla nave reale, permettendo all’orgogliosa sovrana di mostrargli le meraviglie del suo regno. Dopo la vittoria di Ottaviano, che sarebbe poi diventato l’imperatore Augusto, ad Azio nel 31 a.C., l’Egitto fu annesso come provincia romana. La sua posizione era particolare: era considerato patrimonio privato dell’imperatore regnante, il quale nominava direttamente il governatore, che ricopriva il rango di prefetto, e governava lui stesso il Paese assumendo il titolo di faraone.

Fu allora che i primi «turisti» romani iniziarono a riversarsi in Egitto, visitando con stupore i suoi imponenti monumenti. Tuttavia, l’interazione non era sempre semplice. Alcuni visitatori romani si comportavano in modo arrogante e poco ‘civilizzato’ e spesso non riuscivano a comprendere le usanze locali, giudicandole «barbariche». In particolare, i romani si stupivano e non capivano la pratica egizia di adorare divinità con teste di animali e di sacrificarne migliaia come offerte nei grandi luoghi di pellegrinaggio. Questo divario culturale poteva talvolta sfociare in situazioni pericolose. Lo storico Diodoro Siculo racconta il caso di un romano incauto che fu linciato dalla folla dopo aver accidentalmente ucciso un gatto. Il gatto era un animale estremamente venerato nell’antico Egitto, tanto che la sua morte all’interno di una famiglia era motivo di grande dolore e di un lungo lutto.

Nonostante i possibili pericoli in un paese così diverso e sconosciuto, i nuovi dominatori del mondo si sentivano autorizzati a fare ciò che volevano, un atteggiamento che purtroppo ricorda quello di molti turisti contemporanei. Essi non esitavano a lasciare un “bel” ricordo del loro passaggio sotto forma di graffito sui grandi monumenti faraonici, come i colossi di Memnone, e persino nelle tombe dei re ormai dimenticati. I romani erano noti per la loro propensione a lasciare scritte, come dimostrano le centinaia di esempi che si possono trovare a Pompei. Purtroppo, il loro esempio fece scuola, e in futuro molti viaggiatori entusiasti continuarono a lasciare frasi scritte per i posteri sui maestosi monumenti del Paese del Nilo.

Tra i visitatori, alcuni manifestavano un rispetto diverso, come l’imperatore Adriano, il grande viaggiatore. Adriano nutriva una profonda affinità per la cultura greca, ma era anche affascinato dall’Egitto, dove si recò accompagnato dal suo amato, il bellissimo Antinoo. Sfortunatamente, l’esperienza egiziana di Adriano fu segnata da un evento doloroso: il giovane Antinoo annegò nelle acque del Nilo durante la crociera imperiale. In memoria del suo amore perduto, Adriano fondò una città, Antinopoli, in onore del defunto. L’imperatore commemorò la sua esperienza egiziana anche nella sua villa romana a Tivoli, con la costruzione del magnifico stagno del canopo, un bacino decorato con splendide statue che raffiguravano il giovane efebo scomparso prematuramente.

Nonostante Roma avesse conquistato l’Egitto, il fascino di quest’ultimo finì per trionfare nella capitale dell’impero. Numerosi imperatori romani desiderarono decorare la città con elementi architettonici egizi per richiamare la grandezza e il potere che essi stessi incarnavano. Esempi lampanti sono gli obelischi che ancora oggi abbelliscono numerose piazze di Roma e, in seguito, anche Costantinopoli, quando questa divenne capitale imperiale. Ma non furono solo gli imperatori a contribuire all’integrazione di elementi egizi nel paesaggio romano. Se oggi si passeggia per Roma, vicino alle grandi terme costruite dall’imperatore Caracalla, è possibile imbattersi in una piramide. Si tratta della tomba di Gaio Cestio, un magistrato romano. Costruita tra il 18 e il 12 a.C. con mattoni e malta rivestiti di marmo, Cestio desiderò che il suo mausoleo di famiglia imitasse le grandi piramidi dell’antico Egitto.

Oggi, per quanto ne sappiamo, nessuno viene più sepolto all’interno di piramidi, ma i flussi di turisti che si recano in Egitto per visitare i suoi monumenti rimangono costanti. In cima alla classifica delle destinazioni turistiche imperdibili, il Paese del Nilo continua a occupare, oggi come un tempo, una posizione di assoluta preminenza.

Gerusalemme: scoperta archeologica conferma il Vangelo di Giovanni

A Gerusalemme, scavi archeologici condotti con attenzione sotto la Basilica del Santo Sepolcro hanno portato alla luce una scoperta di notevole impatto storico e religioso: tracce evidenti di un giardino antico adiacente al luogo tradizionale della crocifissione. Questo ritrovamento, avvenuto alcuni mesi fa, fornisce un’ulteriore, robusta conferma all’autorevolezza storica del Vangelo di Giovanni, un testo spesso al centro di dibattiti tra gli studiosi.

La meticolosa indagine archeologica, guidata dai ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, in particolare dalla professoressa Francesca Romana Stasolla, ha permesso l’identificazione di polline e residui vegetali. Queste tracce, risalenti a oltre duemila anni fa, includono materiali riconducibili a specie specifiche come ulivi e viti. La loro presenza conferma in modo straordinario una scena descritta in modo esclusivo e puntuale solo nel quarto vangelo.

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 19 e versetto 41, descrive infatti: «Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto». È precisamente questa evocazione di un’area verde nelle immediate vicinanze del Calvario e del luogo di sepoltura che sembra trovare oggi una precisa rispondenza nelle analisi archeobotaniche effettuate dagli scienziati.

I livelli di terreno analizzati sono stati inequivocabilmente ricondotti a un’area agricola. Questo contesto si colloca storicamente nella Gerusalemme pre-cristiana. All’epoca, l’area non faceva ancora parte della città fortificata sotto il regno di Erode, ma era, al contrario, un terreno coltivato situato all’esterno delle mura cittadine. Gli archeologi hanno rinvenuto anche specifiche strutture murarie basse, riempite di terra, che sono altamente indicative dell’uso del terreno per attività di coltivazione. La datazione del sito è chiaramente precedente all’epoca cristiana, mostrando che l’area era in uso ben prima che l’imperatore Costantino vi facesse costruire l’imponente basilica nel quarto secolo.

Questo riscontro archeologico è particolarmente significativo in quanto si concentra sul Vangelo di Giovanni. Tradizionalmente, questo testo è stato oggetto di scetticismo da parte di molti critici che lo considerano meno attendibile o meno vicino ai fatti rispetto ai vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca. Secondo questa visione critica, Giovanni sarebbe un testimone più teologico, più simbolico, e la sua stesura sarebbe avvenuta in un’epoca più tarda.

Tuttavia, già da tempo, un numero crescente di studiosi ha intrapreso un cammino per riabilitare completamente l’autore del quarto vangelo. Questa tendenza è stata evidenziata anche in riferimento all’opera del biblista Craig Blomberg, il quale ha sottolineato l’urgente necessità di una “quarta ricerca sul Gesù storico”, che attinga proprio a Giovanni, una fonte che, sebbene cruciale, è stata ampiamente trascurata o talvolta volontariamente ignorata.

Emergono prove che il Vangelo di Giovanni non solo fosse un testo completamente indipendente dalla tradizione sinottica, ma che in diverse occasioni riporti materiale che è non solo più antico, ma anche storicamente più attendibile rispetto agli altri vangeli. Esempi chiari di questa superiorità storica includono dettagli relativi alla figura di Giovanni Battista, alla corretta datazione dell’Ultima cena, e, crucialmente, alla datazione della morte di Gesù stesso.

Per supportare ulteriormente la sua antichità e coerenza, lo studioso B.D. Ehrman, docente presso la North Carolina University, ha avanzato l’ipotesi che alcune delle fonti che precedono il Vangelo di Giovanni derivino direttamente dai primissimi anni del movimento cristiano. Queste fonti sarebbero emerse nei primissimi giorni della comunità e sarebbero state in circolazione decenni prima che venisse redatto persino il Vangelo di Marco.

La riscoperta del giardino sotto la Basilica del Santo Sepolcro, con le sue precise tracce botaniche e strutture agrarie, offre quindi una notevole saldatura tra la narrazione evangelica e l’evidenza materiale. Mentre l’archeologia continua a svelare i dettagli del mondo antico, ogni ritrovamento che si allinea così precisamente con le descrizioni testuali rafforza la convinzione che, nonostante le sue sfumature teologiche e simboliche, il Vangelo di Giovanni meriti di essere considerato una fonte storica primaria e autorevole per comprendere gli eventi della Gerusalemme del primo secolo. Questa straordinaria armonia tra la terra e il testo sacro sottolinea la profondità e l’accuratezza delle informazioni contenute in quello che è uno dei documenti fondamentali della cristianità.

Scoperto ramo Nilo Ahramat usato per costruire piramidi Egizie

In Egitto, un mistero millenario che riguarda la logistica e la costruzione delle maestose piramidi potrebbe aver finalmente trovato una soluzione grazie alla moderna tecnologia di telerilevamento. Per secoli gli archeologi hanno ipotizzato l’utilizzo di una via d’acqua vicina per il trasporto dei massicci blocchi di pietra che costituiscono queste antiche strutture. Tuttavia, fino ad oggi, “nessuno era certo della posizione, della forma, delle dimensioni o della distanza di questo mega corso d’acqua al sito delle piramidi,” come ha specificato il professor Eman Ghoneim, uno degli autori dello studio.

Un team di ricerca dell’Università della Carolina del Nord a Wilmington, guidato dallo stesso Professor Ghoneim, ha scoperto che ben 31 piramidi potrebbero essere state costruite lungo un antico ramo del Nilo. Questo ramo, ormai nascosto sotto i terreni agricoli e le vaste distese del deserto, è stato meticolosamente mappato dagli scienziati.

Per svelare l’arcano, i ricercatori non si sono affidati solo a metodi tradizionali. Hanno utilizzato una combinazione sofisticata di strumenti e tecniche, incluse le immagini satellitari radar, le indagini geofisiche, le mappe storiche e, infine, l’analisi dei sedimenti. Questo lavoro ha permesso al team di “produrre immagini di come doveva apparire il corso d’acqua in passato”, rivelando “fiumi sepolti e antiche strutture” che scorrono precisamente ai piedi delle colline dove si concentra la “stragrande maggioranza delle piramidi dell’antico Egitto”. I risultati di questa importante ricerca sono stati pubblicati sulla rivista specializzata Communications Earth and Environment.

Il ramo fluviale scoperto è stato denominato Ahramat. Le sue dimensioni erano significative e vitali per l’impresa costruttiva. L’Ahramat era lungo circa 64 chilometri e la sua larghezza variava notevolmente, estendendosi tra i 200 e i 700 metri. Questo imponente corso d’acqua confinava con un totale di 31 piramidi, che furono erette in un periodo compreso tra circa 4.700 e 3.700 anni fa.

La dottoressa Suzanne Onstine, una dei coautori dello studio, ha sottolineato l’importanza di questa scoperta ai microfoni della BBC. La localizzazione del ramo fluviale e l’acquisizione di dati che ne confermano l’esistenza “ci aiuta a spiegare la costruzione delle piramidi”, in quanto il corso d’acqua poteva essere utilizzato in modo efficiente per il trasporto di blocchi pesanti, attrezzature e persone.

La vicinanza dell’Ahramat ai complessi piramidali fornisce un indizio decisivo: questo canale era quasi certamente “attivo e operativo durante la fase di costruzione delle piramidi”. Questa rete di trasporto fluviale spiega anche l’elevata densità di piramidi che caratterizza l’area tra Giza e Lisht (sito noto per le sepolture del Medio Regno), una zona che, nel presente, è diventata una parte praticamente inospitale del deserto del Sahara. La dottoressa Onstine ha inoltre chiarito che gli antichi Egizi erano in grado di “sfruttare l’energia del fiume per trasportare questi pesanti blocchi”, riducendo la necessità di ricorrere interamente al lavoro umano.

Il motivo per cui questo massiccio corso d’acqua è rimasto sepolto e sconosciuto per millenni è attribuibile a cambiamenti climatici drammatici. Gli scienziati ritengono che l’Ahramat sia stato gradualmente interrato a causa di una grave siccità prolungata e di tempeste di sabbia violente che si verificarono migliaia di anni fa. Questa ricerca offre una spiegazione chiara e basata sui dati per la logistica monumentale richiesta dalla civiltà egizia. La mappatura del fiume Ahramat ci permette di visualizzare un’antica geografia egizia molto diversa da quella moderna, dove le vie d’acqua naturali fungevano da autostrade essenziali per la costruzione di monumenti di portata eterna.

Frantoio romano gigante scoperto in Tunisia: il secondo più grande dell’Impero

Nella regione di Kasserine, in Tunisia, al confine con l’attuale Algeria, una missione archeologica internazionale sta portando alla luce i resti imponenti di un’attività produttiva di vitale importanza per l’Impero Romano. Gli scavi, concentrati nell’area dell’antica Cillium, hanno infatti identificato un impianto per la produzione di olio d’oliva che si distingue per le sue dimensioni colossali, riconosciuto come il secondo più grande frantoio romano di tutto l’Impero.

L’indagine archeologica, co-diretta dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, si focalizza su due antiche fattorie olivicole situate nel massiccio del Jebel Semmama. Il paesaggio circostante, caratterizzato da alte steppe e un clima continentale con significative variazioni di temperatura e precipitazioni modeste, rendeva la zona particolarmente adatta alla coltivazione degli ulivi. Questa risorsa agricola era fondamentale per l’economia dell’Africa Romana, una provincia che aveva fatto della Tunisia il principale fornitore di olio destinato a Roma.

Questa zona di confine dell’Africa proconsolare era storicamente abitata dai Musulamii, gruppi di origine numidica. Lontana dall’essere una regione isolata, essa fungeva da crocevia di scambi e incontri tra le autorità romane, i coloni veterani e le comunità indigene. Le strutture analizzate, che hanno operato in modo continuativo tra il III e il VI secolo dopo Cristo, offrono uno sguardo senza precedenti sull’organizzazione agricola e socioeconomica di queste aree di frontiera.

Il sito principale esaminato è Henchir el Begar, identificato dagli archeologi come l’antico Saltus Beguensis. Questo vasto complesso rurale era il centro di una grande tenuta nel distretto di Begua che, nel II secolo dopo Cristo, era di proprietà di un personaggio di spicco, il vir clarissimus Lucillius Africanus. Il luogo è altresì noto per una celebre iscrizione in latino (CIL, VIII, 1193 e 2358) che riporta una consultazione senatoria risalente al 138 dopo Cristo. Tale documento storico autorizzava l’organizzazione di un mercato bimensile, un evento di straordinaria importanza che scandiva la vita sociale, politica e religiosa dell’epoca.

L’insediamento di Henchir el Begar si estende su circa 33 ettari ed è suddiviso in due settori principali, denominati Hr Begar 1 e Hr Begar 2. Entrambe le sezioni sono dotate di impianti per la spremitura delle olive, completi di una grande vasca per la raccolta dell’acqua e diverse cisterne. Il settore Hr Begar 1 ospita l’impianto più vasto e imponente mai scoperto in Tunisia, classificato, come detto, al secondo posto per grandezza in tutto l’Impero Romano. Questa monumentale struttura, chiamata torcularium, era dotata di ben dodici torchi a leva. Il settore Hr Begar 2 preserva a sua volta un secondo impianto, sebbene leggermente meno esteso, fornito di otto torchi dello stesso tipo.

L’attività produttiva in questi settori è documentata per un lungo periodo, estendendosi dal III fino al VI secolo dopo Cristo. Il sito mostra un chiaro duplice scopo agricolo: oltre alla vasta produzione olearia, il ritrovamento in superficie di numerose macine in pietra e mulini evidenzia una produzione mista che includeva anche i cereali. Adiacente agli impianti di lavorazione, gli scavi hanno individuato un vicus rurale, il piccolo borgo dove risiedevano i coloni e, verosimilmente, parte della popolazione locale. Recenti indagini geofisiche, eseguite tramite radar a penetrazione di terra, hanno mappato una fitta e complessa rete di strutture residenziali e strade, confermando un’organizzazione sofisticata dello spazio rurale.

L’olio d’oliva rivestiva un ruolo essenziale nella vita quotidiana degli antichi Romani. Non era semplicemente un condimento per la cucina, ma era impiegato per la cura del corpo, negli sport, nella medicina e, se di qualità inferiore, come combustibile per l’illuminazione. Il Professor Sperti, che partecipa alla missione dal 2025 e ne è condirettore, sottolinea che gettare luce sulla produzione, la commercializzazione e il trasporto su larga scala di questo prodotto offre un’opportunità eccezionale per unire ricerca scientifica, valorizzazione del patrimonio e sviluppo economico.

La missione archeologica è frutto di una collaborazione scientifica internazionale avviata con successo nel 2023. È stata inizialmente promossa dalla Professoressa Samira Sehili dell’Università La Manouba, in Tunisia, e dalla Professoressa Fabiola Salcedo Garcés dell’Universidad Complutense de Madrid, in Spagna. A partire dal 2025, il Professor Sperti, vicedirettore del Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari, è entrato a far parte della direzione, ottenendo il riconoscimento istituzionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Questo sforzo congiunto rafforza la collaborazione tra Tunisia, Spagna e Italia, specialmente nel crescente ambito dell’archeologia della produzione, un settore in cui l’olio rimane un elemento distintivo delle civiltà mediterranee ancora oggi. Tra i reperti emersi dai livelli che vanno dall’età moderna all’epoca bizantina, spiccano un braccialetto decorato in rame e ottone, un proiettile in calcare bianco e alcuni frammenti di scultura architettonica, incluso un pezzo di torchio romano riutilizzato in un muro bizantino. Questa ricerca conferma l’importanza dell’archeologia come campo di eccellenza per comprendere il passato e il suo impatto duraturo.

LiDAR svela estesa rete stradale Romana in Gran Bretagna

In Devon e Cornovaglia, nel Sud Ovest della Gran Bretagna, gli archeologi dell’Università di Exeter hanno portato alla luce, per la prima volta, l’intera estensione di una rete stradale romana che collegava insediamenti significativi e forti militari in queste due contee, estendendosi fino alla più ampia provincia della Britannia. Questa scoperta è particolarmente rilevante perché, nonostante oltre settant’anni di studi accademici, le mappe pubblicate della rete viaria romana nel sud della Gran Bretagna sono rimaste sostanzialmente invariate, tutte concordi nell’indicare che a ovest di Exeter (l’antica Isca Romana), vi erano poche prove concrete di un sistema di strade a lunga percorrenza.

L’elemento che ha trasformato radicalmente questa comprensione è stata la recente disponibilità di una copertura completa di scansioni laser, raccolte nell’ambito del Programma Nazionale LiDAR (Light Detection and Ranging) dell’Agenzia per l’Ambiente. Questo programma è stato condotto tra il 2016 e il 2022 e ha coperto l’intera Inghilterra, con i dati resi disponibili attraverso la Piattaforma di Servizi Dati DEFRA. Il programma ha rivoluzionato la quantità di terreno mappato in Devon e Cornovaglia, che in precedenza si attestava solamente all’11%.

Inizialmente, il team di Exeter, lavorando con volontari pubblici, ha studiato le scansioni LiDAR ed è riuscito a mappare circa cento chilometri di strade aggiuntive. Tuttavia, il quadro generale rimaneva frammentato e discontinuo, con vaste aree della mappa prive di prove di strade romane. È qui che è intervenuto il dottor César Parcero Oubiña, specialista in tecnologie geospaziali applicate all’archeologia presso l’Istituto di Scienze del Patrimonio del Consiglio Nazionale delle Ricerche Spagnolo, che ha guidato la modellazione della rete. I ricercatori, tra cui il dottor Christopher Smart e il dottor João Fonte, specialisti in archeologia del paesaggio e del patrimonio dell’Impero Romano presso il Dipartimento di Archeologia e Storia di Exeter, hanno sviluppato un sofisticato modello predittivo di sistema informativo geografico (GIS) in grado di colmare in modo intelligente le lacune nella probabile disposizione della rete.

Questo modello ha utilizzato tecniche avanzate, come i “Percorsi a Costo Minimo” (Least Cost Paths), per calcolare i collegamenti ottimali tra due o più punti. Sono stati tracciati ‘nodi’ primari e secondari in tutte e due le contee. Questi nodi includevano fortificazioni militari permanenti, come i forti noti di Old Burrow e The Beacon a Martinhoe, e gli insediamenti di Exeter e North Tawton. Sono state poi calcolate le rotte più facili tra questi punti.

Uno dei risultati più sorprendenti rivelati dal modello è che, lungi dall’essere Exeter il principale centro nevralgico della rete, era invece North Tawton a sostenere connessioni strategicamente vitali con gli estuari soggetti a marea a nord e a sud di Bodmin e Dartmoor. Il team è tornato alle scansioni laser LiDAR e, grazie alle previsioni del modello, è stato in grado di identificare ulteriori tredici chilometri di strade romane entro una breve distanza da quanto predetto.

La fase finale della ricerca ha visto l’uso di reti di mobilità focale e corridoi di transito per estendere la rete stradale anche ad aree che si trovavano oltre i principali siti romani conosciuti nella regione. Questo ha suggerito l’esistenza di percorsi secondari o terziari alternativi al singolo percorso ottimale migliore. Tali estensioni hanno permesso di stabilire un certo numero di nuovi ‘punti terminali’, in particolare nell’estremo ovest della Cornovaglia e lungo la sua costa meridionale.

Per quanto riguarda la cronologia, il dottor Fonte suggerisce che la rete identificata sia probabilmente un amalgama di percorsi preistorici preesistenti, strade militari romane per campagne o ‘strade tattiche’ adottate formalmente nel sistema di comunicazione provinciale, e quelle costruite in tempo di pace in un contesto interamente civile. Questo modello evolutivo è sostenuto dal fatto che la rete non collega unicamente i forti romani e i loro entroterra direttamente – che sono spesso collegati da strade secondarie o di diramazione – ma appare servire uno scopo più ampio di quello richiesto dalla semplice fornitura militare.

La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Computer Applications in Archaeology, giunge alla conclusione che la motivazione principale per la creazione di questa rete era facilitare il transito di veicoli trainati da animali e aggirare quelle zone in cui era possibile il rischio di inondazioni. Il dottor Smart sottolinea che questa rete, identificata dalle scansioni e dalla modellazione GIS, può servire a prevedere la posizione di insediamenti che sono a noi ancora sconosciuti. Questa nuova prova archeologica per l’esistenza di una vasta rete stradale romana nel territorio dei Dumnonii impone una riconsiderazione del grado di investimento di capitale in infrastrutture e dello sviluppo di una gerarchia di insediamenti più complessa nel Sud Ovest britannico di epoca romana. La scoperta di North Tawton come nodo strategico e il tracciamento delle rotte fino all’estremo ovest della Cornovaglia modificano la percezione storica di quest’area come marginale, rivelando una regione con una pianificazione infrastrutturale molto più complessa di quanto precedentemente ipotizzato.

Dove sono finite le parti mancanti del Colosseo? Storia dei materiali scomparsi

A Roma, il Colosseo non cessa di suscitare domande e misteri. Fra questi, uno dei più affascinanti riguarda la sorte delle sue parti mancanti, un enigma che intreccia la storia dell’anfiteatro più celebre e la crescita della città nei secoli successivi alla caduta dell’Impero. Oggi chiunque si soffermi davanti all’imponente struttura può notare un vuoto evidente: la parte meridionale manca quasi completamente, mentre quella settentrionale si mostra ancora integra e riconoscibile nella sua grandiosità. Le ragioni di tale asimmetria vanno ricercate non solo nei crolli provocati da terremoti, ma soprattutto nei cambiamenti subiti da Roma tra Medioevo ed età moderna.

Le devastazioni iniziarono con le scosse sismiche, in particolare quelle tra il V e il VI secolo, che causarono gravi lesioni alle strutture che non poggiavano su solide fondamenta di roccia, soprattutto nel settore sudoccidentale. Le macerie si accumularono e la città, già avviata verso nuove esigenze urbanistiche, trovò in queste rovine una preziosa “riserva” di materiale edilizio. Il Colosseo divenne così un’enorme cava urbana: enormi blocchi di travertino furono asportati dalle arcate cadute per essere riutilizzati nella costruzione di palazzi nobiliari, basiliche, fragili tracciati stradali e strutture civili. Anche la celebre Basilica di San Pietro e il Palazzo Barberini devono parte dei loro materiali originari a queste spoliazioni.

Non solo la pietra trovò altri destini: le antiche grappe metalliche, che legavano i blocchi della facciata, furono divelte e fuse per realizzare armi e utensili già durante l’età medievale. Il monumento perse così gran parte del suo rivestimento originale, spogliato dal tempo e dagli uomini. Nei secoli tra il tardo Medioevo e il pieno Rinascimento, papi, aristocratici e persino artigiani romani si rifornirono senza scrupoli presso l’anfiteatro: Papa Nicolò V nel 1451 ne trasse in un anno almeno 2.500 carri colmi di travertino e tufo, trasportandoli nelle fornaci capitoline e rendendo il Colosseo vulnerabile e sfigurato rispetto alla sua originaria forma ovale.

Con il declino dell’Impero e la sempre crescente insicurezza politica, anche gli usi dell’anfiteatro mutarono profondamente. Nel corso del Basso Medioevo e nel Rinascimento, il monumento divenne gradualmente un luogo abitato e pieno di nuove funzioni: le sue arcate furono chiuse e suddivise in botteghe, artigiani e abitazioni. All’interno del Colosseo sorsero quartieri popolari, orti ed anche luoghi di culto, come la chiesa di San Giacomo e successivamente una cappella dedicata alla Madonna della Pietà. I potenti della città, come le famiglie Frangipane e Annibaldi, ne fecero una roccaforte militare, erigendo torri difensive e integrando le mura antiche con strutture più recenti per rafforzarne il carattere strategico e difensivo.

La progressiva appropriazione degli spazi e la trasformazione in fortificazione urbana andarono di pari passo con l’utilizzo spregiudicato dei materiali. L’anello esterno, che oggi si interrompe bruscamente soprattutto in corrispondenza di via di San Giovanni in Laterano e via dei Fori Imperiali, subì restauri già tra Sette e Ottocento, ma gli esperti sottolineano come questi interventi abbiano spesso cancellato tracce utili a comprendere le originarie tecniche costruttive e le trasformazioni storiche subite dal monumento romano per eccellenza.

Non minore è l’attenzione alla struttura sotterranea, dove le recenti campagne di scavo archeologico stanno riportando alla luce antichi corridoi e fondamenta che chiariscono ulteriormente le fasi di abbandono, le opere di restauro nei secoli e persino l’utilizzo pratico dei sotterranei durante i giochi gladiatori o le battaglie navali (naumachie). Alcuni blocchi rinvenuti venivano impiegati per sostenere il complesso sistema di pavimentazione mobile e le imponenti macchine sceniche. L’analisi degli ipogei offre un affaccio privilegiato sulle fasi domizianea e teodoriciana, che hanno segnato la storia e la funzionalità dell’edificio.

Sebbene la leggenda attribuisca la distruzione delle parti mancanti a invasioni barbariche o eventi catastrofici, la realtà storica parla di un progressivo smantellamento consapevole, riconducibile soprattutto alle scelte delle autorità e agli abitanti della città nel corso dei secoli. Oggi una visita al Colosseo significa interrogarsi su queste vicende, sulle mutazioni del paesaggio romano e su un passato fatto di recuperi, distruzioni e ricostruzioni. Il fascino dell’anfiteatro risiede anche in questi vuoti, simbolo di una Roma che nei secoli ha saputo reinventarsi tra memoria, necessità e potenti spinte di trasformazione urbana.

Egitto: Manufatto del I secolo con presunta citazione di Gesù

Al largo della costa egiziana, nelle acque dell’antico porto di Alessandria, è emerso un reperto che ha acceso un intenso dibattito tra gli studiosi di storia antica e di studi biblici. Si tratta di una ciotola di ceramica, soprannominata la “Coppa di Gesù” (o “Jesus’ Cup”), scoperta nel 2008 durante gli scavi condotti dall’archeologo marino francese Franck Goddio.

L’artefatto è stato recuperato in prossimità dell’isola sommersa di Antirhodos, che si ritiene fosse il luogo del palazzo di Cleopatra. La ciotola, sebbene manchi di un manico, è considerata ben conservata. La sua importanza cruciale risiede in un’iscrizione in greco che recita: “DIA CHRSTOU O GOISTAIS”. Alcuni specialisti hanno proposto di tradurre questa frase come “Attraverso Cristo il cantore”.

Se tale interpretazione fosse corretta, la ciotola potrebbe contenere il più antico riferimento conosciuto a Gesù Cristo al di fuori delle scritture cristiane. Ciò suggerirebbe che le narrazioni relative al ministero di Gesù si siano diffuse in Egitto entro pochi decenni dalla sua vita.

Il Nuovo Testamento offre un contesto cronologico rilevante: lo studioso Jeremiah Johnston ha suggerito che l’artefatto risalga probabilmente al primo secolo D.C., il periodo della crocifissione di Gesù. Johnston ha spiegato alla Trinity Broadcasting Network che la reputazione di Gesù era quella di guaritore, operatore di miracoli ed esorcista. Secondo Johnston, questo reperto fornisce prove di tale eredità. Egli ha anche osservato che, anche durante i soli tre anni del breve ministero di Gesù, altri invocavano il suo nome per il grande potere che esso possedeva.

Il contesto in cui la ciotola è stata ritrovata è significativo. Nel primo secolo, Alessandria d’Egitto era un cruciale crocevia spirituale. La città era un centro nevralgico dove le tradizioni ebraiche, pagane e protocristiane si mescolavano liberamente. In un ambiente così diversificato, le storie dei miracoli di Cristo sarebbero circolate ampiamente. Goddio stesso ha sottolineato come fosse molto probabile che ad Alessandria fossero a conoscenza dell’esistenza di Gesù, citando racconti di miracoli come la trasformazione dell’acqua in vino, la guarigione dei malati e la resurrezione.

Lo stesso Goddio ha ipotizzato che l’iscrizione potesse essere correlata alla divinazione. Ciotole analoghe sono state rinvenute insieme a statuette egizie utilizzate per la predizione del futuro, un rituale in cui l’olio veniva versato nell’acqua per invocare visioni. Invocare il nome di Cristo—già rispettato come operatore di miracoli—avrebbe potuto conferire maggiore autorità a tali riti.

Nonostante le affascinanti implicazioni, gli esperti rimangono profondamente divisi sul significato specifico della ciotola.

Alcuni studiosi propongono interpretazioni che non riguardano direttamente la figura storica di Cristo. Steve Singleton, per esempio, ha suggerito che il termine greco chrêstos significhi semplicemente “buono” o “gentile”. In base a questa lettura, l’iscrizione andrebbe tradotta come “[Dato] per gentilezza per i maghi”. Un’altra ipotesi è stata avanzata da György Németh dell’Università Eötvös Loránd, il quale ha proposto che la ciotola potesse essere stata usata per preparare unguenti. In questo scenario, Chrêstos o Diachristos farebbe riferimento a un balsamo per l’unzione piuttosto che a Cristo in persona.

Esistono anche interpretazioni che si concentrano su figure diverse. Bert Smith dell’Università di Oxford ha sostenuto che l’iscrizione potrebbe riferirsi a un uomo chiamato “Chrestos” collegato a una setta nota come Ogoistais. Klaus Hallof dell’Accademia di Berlino-Brandeburgo ha suggerito che il gruppo degli Ogoistais potesse essere legato ai culti di Hermes, Atena o Iside, facendo notare che le fonti antiche menzionano anche una divinità chiamata “Osogo” o “Ogoa”.

Indipendentemente da quale interpretazione prevarrà, se l’iscrizione si riferisse effettivamente a Gesù, il reperto rappresenterebbe una prova materiale significativa della sua figura. La scoperta della coppa di ceramica recuperata ad Alessandria evidenzia l’importanza cruciale della città come centro nevralgico di scambio culturale e religioso nei primi secoli dell’era volgare.