giovedì 26 Febbraio 2026
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La barca da diporto egizia di Strabone riemerge ad Alessandria

Alessandria, Egitto – Un eccezionale ritrovamento archeologico è emerso dalle acque al largo della costa di Alessandria, nei pressi del sito sommerso dove un tempo sorgeva il tempio di Iside sull’isola di Antirhodos. La scoperta riguarda i legni estremamente ben conservati di un’imbarcazione egizia da diporto, un tipo di vascello finora conosciuto solo attraverso descrizioni storiche e rappresentazioni artistiche, ma mai recuperato fisicamente.

L’annuncio è stato dato da Franck Goddio, ricercatore dell’Università di Oxford e dell’Istituto Europeo per l’Archeologia Subacquea (IEASM), che ha sottolineato come questo sia il I esemplare di un simile natante ad essere riportato alla luce. L’imbarcazione è stata datata alla prima metà del I secolo dopo Cristo.

Il vascello ritrovato presenta caratteristiche che richiamano le descrizioni fornite dallo storico greco Strabone, vissuto nel I secolo avanti Cristo. Strabone aveva documentato l’uso di queste imbarcazioni da parte della corte reale e dei partecipanti alle feste, descrivendo i loro viaggi verso celebrazioni che includevano una “estrema licenziosità”. Questo contesto storico suggerisce che l’imbarcazione appena scoperta fosse destinata a scopi lussuosi e cerimoniali per l’élite egizia del tempo.

L’immagine di una barca da diporto egizia appare anche nel famoso mosaico di Palestrina, un pregevole pavimento musivo situato nell’Italia centrale che illustra il corso del fiume Nilo. In tale raffigurazione, un’imbarcazione che misurava all’incirca 50 piedi (poco più di quindici metri) di lunghezza veniva impiegata per trasportare nobili impegnati nella caccia all’ippopotamo.

Tuttavia, il vascello scoperto ad Alessandria è significativamente più grande del modello raffigurato nel mosaico. Secondo le stime di Goddio, la lunghezza complessiva dell’imbarcazione sommersa raggiunge i 115 piedi, equivalenti a circa trentacinque metri. Le sue notevoli dimensioni lasciano ipotizzare che per la sua propulsione fossero necessari più di venti rematori.

Gli archeologi hanno potuto osservare dettagli distintivi della struttura: l’imbarcazione presenta una prua piatta e una poppa arrotondata. Goddio ha suggerito che questa particolare conformazione potrebbe aver facilitato le manovre in acque poco profonde. La combinazione di dimensioni imponenti e specifiche caratteristiche di design rende questo ritrovamento un reperto unico per comprendere la tecnologia navale e lo stile di vita della corte egizia in epoca romana.Oltre all’utilizzo profano per feste e svaghi reali, Goddio ha avanzato una suggestiva ipotesi sull’uso cerimoniale del vascello. Egli ha riflettuto sulla possibilità che questa imbarcazione facesse parte della solenne cerimonia navale nota come navigium Isidis. Durante questa processione, che celebrava la dea Iside, il corteo si sarebbe imbattuto in un vascello riccamente adornato, chiamato Navigium, il quale era concepito per incarnare la barca solare di Iside stessa, riconosciuta come la signora del mare. Il ritrovamento offre quindi una tangibile connessione sia con il mondo del lusso e del piacere della corte, sia con le complesse pratiche religiose dell’antico Egitto. L’esemplare, datato alla prima metà del I secolo, rappresenta una testimonianza fondamentale dei fasti e dei rituali che caratterizzavano la vita pubblica e privata in questa cruciale fase storica. L’eccezionale stato di conservazione dei legni rende possibile uno studio dettagliato che fornirà informazioni preziose sulla costruzione navale dell’epoca.

Pompei: scoperta archeologica smentisce Vitruvio e la sua ricetta per il calcestruzzo Romano

A Pompei, lo scavo di un cantiere antico, perfettamente conservato dall’eruzione del Vesuvio nel 79 E.V., ha fornito una prova inconfutabile di una tecnica di costruzione romana che per anni è stata oggetto di dibattito accademico. Questo sito, una vera e propria capsula del tempo che custodiva mucchi di materiali grezzi pronti all’uso e strumenti di lavoro, ha permesso ai ricercatori di confermare il metodo di “miscelazione a caldo” utilizzato dai Romani per creare il cemento che ha costituito la base del loro impero e che oggi, a duemila anni di distanza, continua a sostenere ponti, acquedotti e svariate strutture architettoniche.

Il calcestruzzo fu il fondamento della rivoluzione architettonica di Roma. Già nel 2023, il professore associato Admir Masic del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e i suoi collaboratori avevano pubblicato un documento che descriveva un processo produttivo che conferiva al cemento romano la sua incredibile longevità. Il loro studio iniziale, che aveva utilizzato campioni provenienti da un muro cittadino a Priverno, nell’Italia sudoccidentale, suggeriva che frammenti di calce fossero miscelati con cenere vulcanica e altri ingredienti secchi prima dell’aggiunta dell’acqua. Una volta aggiunta l’acqua a questa miscela secca, veniva prodotto calore, da cui il nome “miscelazione a caldo”.

Questo processo di miscelazione a caldo risultava fondamentale: mentre il calcestruzzo si solidifica, il calore generato intrappola e preserva la calce altamente reattiva sotto forma di piccoli elementi bianchi, simili a ghiaia, chiamati clasti di calce. È proprio la presenza di questi clasti che spiega la capacità del cemento romano di riparare sé stesso. Quando si formano delle fessure nel materiale, i clasti di calce si ridisciolgono e riempiono le crepe, dotando il cemento di proprietà autoriparanti.

Tuttavia, il processo descritto dal team di Masic entrava in apparente contraddizione con le descrizioni lasciate da Vitruvio, il celebre architetto romano del I secolo a.C.E.. Nel suo influente trattato, De architectura, il primo libro conosciuto sulla teoria architettonica, Vitruvio indicava che i Romani aggiungessero acqua alla calce per creare un materiale pastoso prima di miscelarlo con altri ingredienti. Questa procedura, che crea calce spenta, era diversa dal processo a caldo. Il professore Masic stesso aveva espresso difficoltà nell’ipotizzare che la descrizione di Vitruvio, un testo storico cruciale per il suo stesso interesse nell’architettura romana, potesse essere imprecisa.

La recente scoperta a Pompei di un cantiere attivo ha eliminato ogni ambiguità. I ricercatori, tra cui i primi autori Ellie Vaserman e James Weaver e la professoressa Kristin Bergmann, hanno analizzato campioni prelevati da cumuli di materiali grezzi secchi, una parete in fase di costruzione, muri strutturali completi e riparazioni in una parete preesistente. La prova cruciale è stata il ritrovamento di frammenti intatti di calce viva pre-miscelata con altri ingredienti in un mucchio di materiale grezzo secco, il primo passo fondamentale per la preparazione del cemento a miscelazione a caldo.

Attraverso studi di isotopi stabili, è stato possibile distinguere la calce miscelata a caldo dalla calce spenta descritta da Vitruvio. I risultati hanno rivelato che i Romani preparavano il loro legante prendendo calcare calcinato (calce viva), macinandolo, miscelandolo a secco con cenere vulcanica e solo successivamente aggiungendo acqua per creare la matrice cementizia.

Oltre a chiarire il processo di miscelazione, la ricerca ha caratterizzato anche i materiali vulcanici utilizzati. I ricercatori hanno analizzato le ceneri vulcaniche, inclusa la pomice, e hanno scoperto un’ampia varietà di minerali reattivi. Nel tempo, le particelle di pomice reagiscono chimicamente con la soluzione porosa circostante, creando nuovi depositi minerali che aggiungono ulteriore forza e capacità di riparazione al calcestruzzo, anche molti anni dopo la costruzione delle strutture monumentali.

Il professor Masic, che si è commosso ispezionando l’area di lavoro perfettamente conservata di Pompei, tanto da aspettarsi di vedere gli operai romani muoversi tra i materiali, sottolinea l’importanza scientifica e tecnologica di questa comprensione. Questo materiale straordinario è dinamico, reattivo, è sopravvissuto a terremoti, vulcani e alla degradazione degli elementi, guarendo sé stesso per migliaia di anni. La sua capacità di autorigenerarsi, in cui i pori negli ingredienti vulcanici vengono riempiti attraverso la ricristallizzazione, è un processo che i ricercatori moderni aspirano a replicare.

La ricerca non mira a copiare interamente il cemento romano, ma a tradurre alcune delle conoscenze antiche nelle moderne pratiche di costruzione. A tal fine, Masic ha fondato una compagnia, DMAT, che utilizza le lezioni apprese dal calcestruzzo romano per creare materiali moderni più durevoli. La durabilità di questo sistema dinamico, che è intrinsecamente riparatore, rappresenta l’obiettivo massimo per i materiali futuri. Riguardo a Vitruvio, si ipotizza che possa essere stato semplicemente male interpretato, dato che anche lui menzionava il calore latente durante il processo di miscelazione del cemento, un dettaglio che potrebbe effettivamente suggerire la miscelazione a caldo.

Il Mosaico di Rutland svela la versione perduta della Guerra di Troia

A Rutland, in Inghilterra, una delle scoperte romane più straordinarie degli ultimi cento anni ha rivelato non solo la presenza di un complesso di villa, ma anche un mosaico di eccezionale importanza nazionale. Scoperto nel 2020, durante il periodo di blocco dovuto al COVID-19, dal residente locale Jim Irvine nella sua fattoria di famiglia, questo mosaico, ora conosciuto come Mosaico di Ketton, è stato immediatamente celebrato come uno dei più significativi mai rinvenuti nel Regno Unito. La successiva indagine e gli scavi collaborativi condotti dall’Università di Leicester Archaeological Services (ULAS) e Historic England nel 2021 e 2022 hanno confermato l’importanza del sito, designato da allora come Monumento Programmato a causa della sua eccezionale rilevanza nazionale. Il mosaico, che è stato identificato come risalente al IV secolo dopo Cristo, raffigura la storia mitologica della Guerra di Troia.

Inizialmente, gli esperti avevano dato per scontato che le scene raffigurate fossero direttamente tratte dal poema epico più famoso sull’argomento, l’Iliade di Omero. Tuttavia, una nuova e dettagliata analisi condotta dai ricercatori dell’Università di Leicester ha stabilito in modo conclusivo che questa ipotesi era errata. Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Britannia, dimostra che l’opera in realtà attinge a una versione alternativa della storia, una narrazione che era andata perduta.

Il Mosaico di Ketton è strutturato attorno a tre momenti drammatici principali che vedono protagonisti l’eroe greco Achille e il principe troiano Ettore. Le scene raffigurate includono il duello tra i due eroi, il brutale trascinamento del corpo di Ettore e, infine, il commovente riscatto del corpo da parte del padre, Re Priamo. È proprio in questi dettagli che la narrazione si discosta dalle opere omeriche. Ad esempio, gli studiosi hanno notato che nel mosaico Ettore e Achille si affrontano a bordo di carri, un dettaglio non coerente con il racconto dell’Iliade, in cui i due eroi combattono invece a piedi.

Gli esperti ritengono ora che le scene narrative del mosaico derivino da una tragedia del drammaturgo ateniese Eschilo, vissuto ottocento anni prima della posa del mosaico. Questa opera, intitolata Frigi (Phrygians), è un testo perduto che evidentemente offriva una narrazione meno nota della Guerra di Troia. Sebbene i Romani avessero familiarità con diverse rivisitazioni della Guerra di Troia, il proprietario della villa di Ketton avrebbe goduto del prestigio derivante dall’esporre una delle versioni più ricercate. In particolare, l’ultima scena del riscatto, dove il corpo di Ettore viene letteralmente pesato contro l’oro e il Re Priamo carica una serie di bilance con vasi d’oro per eguagliarne il peso, è basata sulla trama della tragedia perduta di Eschilo. Jim Irvine, che ha scoperto il mosaico, ha commentato che la ricerca dettagliata rivela un livello di integrazione culturale nell’impero che si sta solo ora cominciando ad apprezzare.

La ricerca guidata dalla dottoressa Jane Masséglia, professoressa associata di Storia Antica all’Università di Leicester, ha evidenziato come il design del mosaico sia un’abile combinazione di schemi artistici che avevano circolato per centinaia di anni in tutto il Mediterraneo antico. Questo suggerisce che gli artigiani della Britannia romana fossero collegati al più ampio mondo classico più strettamente di quanto si credesse in precedenza. La dottoressa Masséglia ha scoperto che il pannello superiore del mosaico si basa su un disegno proveniente da un vaso greco risalente proprio all’epoca di Eschilo. I dettagli sono sorprendentemente precisi: elementi come la figura che ondeggia, lo scudo, il gruppo del carro, la figura che corre con le braccia tese e persino il serpente arrotolato sotto i cavalli provengono tutti dallo stesso schema di un vaso greco dell’antica Atene.

La dottoressa Masséglia ha inoltre identificato altre sezioni del mosaico basate su disegni presenti su argenteria, monete e ceramiche molto più antiche, provenienti dalla Grecia, dalla Turchia e dalla Gallia. Un esempio notevole è un disegno identico, utilizzato su un vaso d’argento del primo secolo proveniente dalla Gallia romana, che raffigura Achille seduto accanto al suo scudo, circondato dalle sue guardie, e Priamo che carica le bilance con vasi d’oro. Tali elementi dimostrano che gli artigiani romano-britannici non lavoravano in isolamento, ma facevano parte di una rete più ampia di mestieri che tramandavano i propri cataloghi di modelli attraverso le generazioni. Per questo motivo, il Mosaico di Ketton unisce l’abilità artigianale romano-britannica con una chiara eredità del design mediterraneo. Rachel Cubitt di Historic England ha sottolineato che questa affascinante nuova analisi offre un quadro più complesso e sfumato degli interessi e delle influenze delle persone che abitavano la villa e l’intera Britannia romana in quel periodo storico. Anche la professoressa Hella Eckhardt dell’Università di Reading ha ritenuto la ricerca entusiasmante, poiché aiuta a capire come le storie degli eroi greci venissero trasmesse non solo attraverso i testi, ma anche tramite un repertorio di immagini creato da artisti che lavoravano con materiali diversi, dalle ceramiche ai mosaici.

Tomba romana sontuosa scoperta in Dordogna rivela lusso gallo-romano

A Lamonzie-Saint-Martin, nel dipartimento della Dordogna, Francia sudoccidentale, una recente campagna di scavo ha portato alla luce una sepoltura romana eccezionalmente ricca, offrendo uno scorcio significativo sulle pratiche funerarie e sulla stratificazione sociale tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. I ritrovamenti, condotti da ricercatori guidati da Frédéric Prodéo dell’Istituto Nazionale Francese di Ricerca Archeologica Preventiva (Inrap), includono un notevole assortimento di monete, gioielli d’oro e un anello iscritto.

La persona sepolta in questa tomba, definita “sontuosa” dagli studiosi, era stata sottoposta a cremazione. Il processo si è svolto direttamente sopra una fossa rettangolare, un tipo di sepoltura nota nel mondo romano come bustum. L’inumazione dei resti e del corredo è avvenuta immediatamente dopo la combustione, in un periodo compreso tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. La cura e la ricchezza degli oggetti deposti suggeriscono l’appartenenza del defunto a un individuo di elevato status all’interno della società gallo-romana dell’epoca.

Tra gli oggetti più affascinanti scoperti c’è un anello, purtroppo danneggiato dal fuoco della cremazione, che si ipotizza potesse recare inciso il nome del defunto. A impreziosire il ritrovamento legato a questo gioiello vi era un intaglio in cristallo di rocca. Questo prezioso elemento era inciso con un nome scritto in lingua greca. Gli esperti ritengono che l’intaglio fosse originariamente incastonato su un anello d’oro recuperato nelle immediate vicinanze. La compresenza di oggetti preziosi e di iscrizioni, in particolare in una lingua diversa dal latino come il greco, aggiunge un elemento di complessità e internazionalità al profilo del defunto, suggerendo collegamenti culturali o commerciali di ampio respiro.

La ricchezza del corredo non si limita ai metalli preziosi destinati all’ornamento personale. Tra i reperti, è stata rinvenuta una bulla. Questo è un particolare tipo di amuleto, noto per essere tradizionalmente indossato dai bambini maschi romani. I giovani lo portavano con sé fino al raggiungimento della maggiore età, fissata convenzionalmente al compimento del sedicesimo anno di vita. Il ritrovamento di tale oggetto in un contesto funerario di alto rango fornisce informazioni dettagliate sui rituali di passaggio e sulle credenze legate alla protezione infantile e familiare.

Il corredo funerario includeva anche numerosi oggetti di uso quotidiano o simbolico, disposti con precisione. In un angolo specifico della tomba è stato individuato un recipiente in ceramica. Accanto a questo, i ricercatori hanno trovato una fiala di vetro trasparente. Queste due presenze sono state collocate con cura in un angolo della fossa rettangolare, forse a scopo rituale. In altre aree della sepoltura sono state recuperate monete sia d’argento che di bronzo. L’accumulo di valuta metallica in una sepoltura così definita è un chiaro indicatore di opulenza e forse rifletteva una specifica usanza legata al viaggio nell’aldilà, dove le monete potevano servire da oboli.

Ulteriori elementi di pregio erano costituiti da sottili fogli d’oro. Questi frammenti sottili di metallo prezioso potrebbero aver avuto la funzione di decorare un oggetto accessorio, come una borsa o un astuccio. Tali decorazioni mobili suggeriscono che anche gli accessori personali, destinati ad accompagnare il defunto nell’oltretomba, fossero scelti per riflettere l’elevato status del proprietario. A ciò si aggiunge il rinvenimento di un insieme di cristalli tagliati a forma di losanga. Questi cristalli, distintivi per la loro forma geometrica regolare, sono stati ipotizzati come elementi decorativi applicati su un pezzo di cuoio.

Infine, gli scavi hanno portato alla luce un oggetto metallico che, pur essendo significativamente corroso, si presume possa essere stato un morso di cavallo. Se questa identificazione dovesse essere confermata dalle analisi di conservazione, la presenza di un elemento legato all’equitazione e al trasporto equino suggerirebbe non solo una notevole ricchezza, ma forse anche un ruolo sociale o militare di rilievo, che implicava l’uso o il possesso di cavalli.

La meticolosa catalogazione e l’analisi di tutti questi reperti, dalle monete alla bulla d’oro, fino all’intaglio in cristallo di rocca, permettono di delineare il ritratto di un individuo benestante e socialmente preminente della società gallo-romana. Lo studio di questo bustum a Lamonzie-Saint-Martin svela la dovizia materiale dei suoi abitanti e al contempo illumina le usanze e le credenze di un’epoca lontana, fornendo ai ricercatori uno spunto fondamentale per comprendere meglio la vita e la morte in una necropoli dell’antica Gallia, in linea con quanto studiato in altri contesti archeologici del sud-ovest della Francia.

Scoperto a Baia un impianto termale romano legato a Cicerone

Baia, Golfo di Napoli. Nello scenario sottomarino del Parco Archeologico Sommerso di Baia, a soli tre metri di profondità, è emersa una scoperta di straordinaria importanza archeologica. Tra i resti sommersi dell’antico Portus Iulius, gli studiosi hanno riportato alla luce un impianto termale romano, un laconicum, ovvero una sauna, che si è conservato in modo sorprendente e che gli archeologi ipotizzano possa essere appartenuto alla villa del celebre oratore e politico Marco Tullio Cicerone.

L’eccezionale complesso termale, localizzato specificamente nella Zona B del Parco, fu individuato per la prima volta nel 2023 ed è stato ora documentato in ogni suo dettaglio strutturale. Il laconicum conserva ancora oggi il pavimento a mosaico, il cui segreto tecnico risiede nel sistema di riscaldamento sottostante. Questo pavimento poggia infatti sulle pilae del sistema suspensurae, un ingegnoso meccanismo termico messo a punto dai Romani. Le pilae erano piccole colonnine, costruite con mattoni o laterizi, che si ergevano per un’altezza variabile, generalmente tra i 60 e gli 80 centimetri, disposte con regolarità sul piano di calpestio della stanza. Su queste colonnine veniva poi appoggiato un secondo pavimento, chiamato suspensura, che rimaneva sollevato dal suolo, creando così una camera d’aria indispensabile per la circolazione del calore.

Il funzionamento del sistema era alimentato da una fornace, il cosiddetto praefurnium. L’aria calda e il fumo generati dalla combustione venivano convogliati sotto il pavimento, circolando liberamente nello spazio vuoto creato tra le pilae. Questo riscaldamento del pavimento per irraggiamento era solo la prima parte della tecnologia termale romana. Per garantire un riscaldamento uniforme dell’ambiente, i Romani avevano perfezionato il sistema inserendo nelle pareti dei tubi cavi di terracotta, noti come tubuli. Questi tubuli erano collegati all’intercapedine sotto il pavimento, permettendo all’aria calda di salire anche lungo le pareti e di riscaldare l’intera stanza, consentendo inoltre al fumo di fuoriuscire verso l’alto.

Accanto alle strutture di questo complesso termale sono stati recuperati vari frammenti di ceramica. Questi reperti potrebbero rivelarsi decisivi per datare con precisione la costruzione dell’impianto e, parallelamente, per comprendere le cause della sua distruzione. L’ipotesi che l’impianto appartenga alla Villa di Cicerone, una delle figure più affascinanti della tarda Repubblica romana, ha un fondamento storico. Cicerone, come gran parte dell’élite romana, era solito frequentare Baia, ricercata per il riposo e lo svago, e lasciò scritto in alcuni dei suoi lavori di possedere effettivamente una casa nella zona. Se questa suggestione venisse confermata dai futuri studi, getterebbe ulteriore luce su uno dei personaggi più influenti dell’antichità e sulla storia di questa città costiera.

Baia, situata sulla costa nord-occidentale del Golfo di Napoli, ha rappresentato per diversi secoli il culmine del lusso nel mondo romano. La tradizione narra che il suo nome derivi da Baio, il nocchiero di Ulisse, la cui tomba si credeva sorgesse proprio in quel luogo. Fin dal II secolo a.C., Baia era rinomata per le sue acque sulfuree, incanalate in un complesso sistema di condutture e camere, apprezzate per le loro proprietà curative. Tuttavia, a partire dal I secolo a.C., la città cambiò radicalmente fisionomia. Da centro termale votato alla salute, si trasformò rapidamente nella località di villeggiatura più esclusiva dell’aristocrazia romana, guadagnandosi il soprannome di “Las Vegas romana”.

Generali di spicco e politici influenti erano assidui frequentatori. Personaggi come Mario, Lucullo e Giulio Cesare, che possedeva una villa sull’altura dove oggi svetta il Castello Aragonese, si ritiravano a Baia per dedicarsi a banchetti e piaceri. La città divenne in seguito una vera e propria residenza imperiale con Augusto. Nerone vi fece costruire addirittura un palazzo, mentre Adriano scelse Baia per trascorrervi gli ultimi giorni della sua vita, spegnendosi qui nel 138 d.C. Il livello di sfarzo e di dissolutezza era tale che autori come Svetonio e Seneca la descrissero come “il luogo dove Roma si perdeva”. Non mancano episodi passati alla storia, come l’ordine impartito da Caligola, che nel 39 d.C. fece costruire un ponte galleggiante lungo quasi cinque chilometri tra Baia e Pozzuoli, nel tentativo di smentire una profezia che lo riteneva incapace di diventare imperatore.Il periodo di splendore iniziò a offuscarsi con l’arrivo delle invasioni barbariche e musulmane. Ciò che diede il colpo di grazia alla città furono i fenomeni naturali, ovvero i terremoti e la costante attività vulcanica dei Campi Flegrei. Questo bradisismo tra il XVI e il XVIII secolo provocò l’inabissamento progressivo di gran parte del centro abitato. Oggi, le rovine sommerse, che includono mosaici, statue e strade lastricate, sono accessibili ai visitatori attraverso immersioni guidate o tramite imbarcazioni dotate di fondo trasparente. Sulla terraferma rimane visibile il cosiddetto Tempio di Mercurio, un edificio caratterizzato da una cupola imponente di 22 metri di diametro, un primato architettonico che precede persino la costruzione del Pantheon di Agrippa, anche se la sua funzione originaria resta ancora un mistero. I lavori di scavo e recupero nel laconicum riprenderanno in autunno, concentrandosi sul restauro del mosaico, attualmente in parte coperto da concrezioni marine, e sull’analisi approfondita delle tracce di affreschi che un tempo decoravano le pareti del complesso. Ogni elemento che riemergerà sarà fondamentale per stabilire se si possa effettivamente attribuire la proprietà di queste terme private al grande oratore romano.

Crollo della Torre dei Conti: quattro indagati per disastro e omicidio colposo

Ai Fori Imperiali, a Roma, la vicenda del crollo della Torre dei Conti avvenuto lo scorso 3 novembre ha assunto una dimensione giudiziaria formale con i primi quattro indagati per il disastro che è costato la vita a un operaio. A circa un mese di distanza dall’evento che ha scosso il cuore storico della Capitale, l’inchiesta coordinata dalla Procura di piazzale Clodio ha individuato figure professionali chiave coinvolte nella progettazione e gestione del sito.

Le persone coinvolte in questo primo atto formale sono un ingegnere e tre architetti, tutti progettisti collegati ai lavori di restauro che interessavano l’edificio monumentale. Tra i quattro indagati figura anche il responsabile unico del progetto (RUP) del cantiere. Questi professionisti hanno ricevuto l’atto di elezione di domicilio in vista di accertamenti tecnici che i magistrati considerano irripetibili.

L’indagine è stata avviata in relazione a ipotesi di reato gravi. Si procede infatti per disastro colposo, ma anche per omicidio colposo e lesioni colpose. Il quadro accusatorio si basa sulla violazione delle specifiche norme antinfortunistiche, essenziali per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro. L’episodio del crollo ha avuto conseguenze drammatiche e fatali: Octay Stroici, operaio di 66 anni e di origini romene, è rimasto intrappolato sotto i detriti per oltre undici ore prima di perdere la vita. La sua morte rappresenta il fulcro del capo d’accusa relativo all’omicidio colposo.

L’ipotesi principale che guida gli inquirenti riguarda una possibile e grave mancanza nella valutazione dei pericoli strutturali che l’edificio presentava. La Torre dei Conti era, infatti, oggetto di lavori di restauro. La Procura ipotizza che la mancata analisi approfondita dei rischi dell’edificio abbia poi portato a una convalida del progetto non adeguata, compromettendo la stabilità della struttura.

Il pool di magistrati che coordina le attività è composto dai procuratori aggiunti Antonino Di Maio e Giovanni Conzo, affiancati dai pubblici ministeri Mario Dovinola e Fabio Santoni. Le indagini sul campo, volte a ricostruire la dinamica e le responsabilità, sono state delegate ai carabinieri.

Gli accertamenti irripetibili disposti dalle autorità giudiziarie mirano a raccogliere prove fondamentali prima che possano essere alterate o perdute. Una delle verifiche tecniche cruciali che potrebbe essere eseguita è l’analisi meticolosa delle macerie. Questa operazione consentirebbe di stabilire con precisione se e come eventuali difetti progettuali o di esecuzione abbiano contribuito al collasso della storica torre.

Le responsabilità che i magistrati stanno cercando di definire non si limitano al momento del crollo, ma risalgono alla fase iniziale di approvazione e gestione dei lavori. Si tratta di stabilire se le misure di prevenzione dei rischi, fondamentali quando si opera su strutture antiche e delicate in contesti ad alto rischio come un cantiere, siano state completamente ignorate o sottovalutate. Il coinvolgimento di tre architetti e un ingegnere, inclusa la figura apicale del responsabile unico del progetto, evidenzia come l’attenzione giudiziaria sia puntata sulle decisioni tecniche e amministrative che hanno preceduto e accompagnato l’intervento di restauro della Torre dei Conti. Questo sviluppo segna una fase decisiva nell’inchiesta, spostando il focus dal mero incidente all’accertamento di eventuali negligenze professionali e omissioni nella sicurezza che hanno avuto un impatto fatale.

Oppio nell’Antico Egitto: scoperta a Yale rivoluziona la farmacologia antica

Presso la prestigiosa collezione babilonese dell’Università di Yale, una scoperta eccezionale sta ridefinendo le nostre conoscenze sull’uso delle sostanze farmaceutiche nell’Antico Egitto. Un gruppo di ricerca specializzato nello studio delle conoscenze farmaceutiche dell’antichità, lo Yale Ancient Pharmacology Program (YAPP), ha identificato tracce inequivocabili di oppio all’interno di un piccolo vaso di alabastro risalente al V secolo avanti Cristo, un oggetto di ben 2500 anni. Questa indagine, condotta dal team di ricercatori guidati da Andrew J. Koh, ha permesso di stabilire per la prima volta l’identità di un preparato a base di oppiacei contenuto in un contenitore di questo specifico tipo risalente all’epoca egizia.

Lo YAPP, che applica un approccio multidisciplinare alle sue ricerche, aveva già esaminato in precedenza un vaso di Bes, risalente all’epoca tolemaica (IV-I secolo avanti Cristo), conservato nella collezione dell’Università di Tampa in Florida, che aveva a sua volta restituito tracce di sostanze psicotrope. Tuttavia, l’oggetto al centro di questa nuova indagine è un alabastron, un piccolo vaso comunemente impiegato nell’antichità per custodire profumi e unguenti, e che si colloca temporalmente durante il regno dell’imperatore persiano Serse I, il sovrano che regnò tra il 485 e il 465 avanti Cristo e che è storicamente noto per il suo tentativo di invasione della Grecia. Questa datazione colloca il vaso nel periodo di dominazione persiana sull’Egitto.

L’alabastron in questione non è un reperto comune; si distingue per caratteristiche uniche. È realizzato in calcite, misura ventidue centimetri in altezza e dieci in larghezza ed è impreziosito da un’iscrizione dedicatoria al Gran Re Serse. La sua specificità più notevole risiede nel fatto che l’iscrizione è redatta in quattro lingue differenti: accadico, la lingua dell’antica Mesopotamia, elamico, un idioma dell’antica Persia, il persiano e, naturalmente, l’egiziano. Un oggetto, dunque, che riflette perfettamente il crocevia culturale e politico dell’Egitto sotto l’impero achemenide.

Per identificare i residui delle sostanze che il vaso aveva contenuto per millenni, il gruppo di studio statunitense ha dovuto sottoporre il reperto a sofisticate analisi chimiche. L’obiettivo primario era individuare i biomarker molecolari, ovvero le tracce delle sostanze rimaste intrappolate nella porosità della calcite, il minerale di cui è composto l’alabastron. Per preservare l’integrità del vaso e non comprometterlo, i ricercatori hanno optato per un metodo non distruttivo. Hanno utilizzato un solvente che ha permesso di disciogliere le molecole residue in un liquido, evitando così qualsiasi tipo di prelievo invasivo o distruttivo.

Il campione liquido estratto è stato successivamente sottoposto a due passaggi analitici fondamentali: la gascromatografia e la spettrometria di massa. Queste tecniche avanzate hanno consentito di isolare le sostanze chimiche contenute e di identificarle con precisione. Dato che gli alabastra erano tipicamente usati per oli o fragranze, i ricercatori sono rimasti sorpresi dalla natura del contenuto molecolare.

I biomarker molecolari rilevati dalle analisi hanno segnalato la presenza di una serie specifica di alcaloidi provenienti dalla pianta del Papaver somniferum, ovvero il papavero da oppio. Tra queste sostanze sono state isolate la morfina, la codeina, la tebaina, la papaverina, la noscapina e l’idrocortanina. La coesistenza di tutti questi composti è un tratto distintivo esclusivo della pianta dell’oppio, un dato che segnala in modo inequivocabile che il piccolo alabastron conteneva al suo interno un preparato a base di oppio.

Sebbene l’uso di sostanze psicotrope nell’Antico Egitto fosse già stato attestato da anni in altri contenitori rinvenuti nei corredi tombali risalenti a diversi periodi storici, questa indagine condotta dallo YAPP rappresenta la prima volta in assoluto che la presenza di oppiacei viene confermata in un vaso di questo preciso modello. La scoperta apre nuove e stimolanti prospettive di studio sul ruolo e la diffusione di questi preparati.

Il gruppo di ricerca suggerisce che la diffusione degli oppiacei nell’Antico Egitto potrebbe essere stata molto più estesa di quanto si credesse in precedenza. Questi preparati potrebbero essere stati impiegati come analgesici per alleviare il dolore o come parte integrante di particolari rituali. Un indizio affascinante che supporta questa ipotesi affonda le radici nella storia dell’archeologia. Si fa riferimento al celebre ritrovamento effettuato da Howard Carter nel 1922: durante la scoperta della tomba di Tutankhamon (un periodo storico molto più antico rispetto all’alabastron studiato a Yale), Carter e i suoi collaboratori rilevarono all’interno di molti alabastra appartenenti al corredo del giovane faraone tracce di una sostanza di colore marrone, appiccicosa e molto odorosa. Il contenuto di questi vasetti fu analizzato negli anni Trenta del secolo scorso, ma le tecniche chimiche disponibili all’epoca non avevano la sensibilità e la precisione necessarie per riconoscere la natura esatta di queste sostanze, che furono genericamente definite come “profumi”. I ricercatori dello YAPP, basandosi sui risultati attuali, avanzano l’ipotesi che la descrizione fornita da Carter possa coincidere con l’aspetto dell’oppio essiccato.

La metodologia analitica non distruttiva e altamente sensibile utilizzata all’Università di Yale offre un percorso chiaro per future ricerche. Se un campione maggiore di alabastra di epoca egizia venisse sottoposto a queste analisi chimiche avanzate, si potrebbero rivalutare le conoscenze attuali in merito agli usi delle sostanze di questo genere nell’antichità, permettendo così di comporre un quadro più completo e dettagliato della farmacopea egizia.

Google Aeneas: L’AI decifra 176.000 iscrizioni latine per la Storia Romana

Nelle vaste aree archeologiche e tra i reperti dei musei di tutto il mondo, il passato romano parla ancora, spesso in un sussurro frammentario inciso su pietra. L’interpretazione delle antiche iscrizioni rappresenta per storici ed archeologi una sfida affascinante ma estremamente complessa. Queste preziose testimonianze del mondo antico sono frequentemente corrose dal tempo, giungono a noi in pezzi isolati o risultano totalmente decontestualizzate, rendendo l’opera di comparazione e analisi un lavoro minuzioso che può richiedere intere carriere accademiche.

Oggi, l’intelligenza artificiale (AI) entra prepotentemente in questo campo di studi, promettendo di accelerare notevolmente il processo di ricerca e di aprire finestre inedite sulla storia di Roma, un po’ come già accaduto per l’analisi di alcuni scritti biblici grazie a una tecnologia analoga. Il laboratorio di ricerca sull’AI di Google, noto come Google DeepMind, ha recentemente presentato Aeneas, un modello di analisi progettato in maniera specifica per supportare gli studiosi. Questo sistema sofisticato è stato creato con l’obiettivo di aiutare gli epigrafisti a comprendere pienamente, attribuire con maggiore certezza e, quando necessario, persino ricostruire i testi antichi. Aeneas si configura come un vero e proprio assistente digitale per l’epigrafista, andando ben oltre il semplice riconoscimento dei caratteri incisi.

La potenza di Aeneas risiede nella sua particolare capacità di trasformare ogni iscrizione che gli viene sottoposta in quella che i suoi sviluppatori definiscono una vera e propria “impronta digitale storica“. Questa impronta va oltre la mera registrazione delle parole superstiti del testo, incorporando invece informazioni fondamentali e altamente contestuali. Il sistema analizza la sintassi del testo, le formule standardizzate utilizzate nell’epoca e nella regione di provenienza, la sua probabile origine geografica e, elemento cruciale, la sua relazione intrinseca con altri testi già conosciuti e catalogati.

Per sviluppare tale livello di analisi, il modello Aeneas è stato addestrato su un archivio di dati monumentale. La sua base di apprendimento è costituita da oltre 176.000 iscrizioni latine. Questo patrimonio di conoscenza digitale condensa al suo interno decenni e decenni di meticoloso lavoro accademico svolto da generazioni di studiosi. Grazie a questa formazione massiccia e dettagliata, Aeneas è in grado di identificare connessioni profonde, sottili parallelismi e somiglianze che potrebbero facilmente sfuggire persino all’occhio esperto di un ricercatore particolarmente attento. Trovando queste correlazioni nascoste, l’AI aiuta in modo determinante a collocare ogni singolo frammento nel suo contesto storico più ampio e appropriato.

Il progetto Aeneas non emerge dal nulla, ma rappresenta un significativo passo evolutivo. È, infatti, un potenziamento di un precedente modello di successo chiamato Ithaca. Ithaca era stato sviluppato precedentemente per lo studio e l’analisi delle iscrizioni redatte in greco antico. Con Aeneas, la tecnologia compie un balzo in avanti, concentrando i suoi sforzi sul latino. Il nome scelto per l’attuale strumento, Enea, è un chiaro e consapevole omaggio al celebre eroe mitologico greco e romano, figura ponte tra le due grandi civiltà. Se Ithaca si focalizzava prevalentemente sull’operazione di restauro testuale dei documenti greci danneggiati, Aeneas è stato potenziato per offrire, oltre al restauro, un’analisi contestuale decisamente più ricca e complessa. Questo permette agli studiosi di attribuire significato anche a frammenti molto isolati, consentendo agli storici di trarre conclusioni più solide e fondate. Il modello ha già ampiamente dimostrato sul campo di essere più accurato e preciso rispetto ad altri sistemi generici di intelligenza artificiale addestrati sulla lingua latina, soprattutto quando si tratta di raggruppare le iscrizioni e classificarle in base al loro corretto periodo di datazione.In linea con la missione di sostenere attivamente la comunità scientifica globale, Google ha scelto di rendere Aeneas uno strumento completamente aperto. Questo significa che la tecnologia è disponibile gratuitamente per l’utilizzo di tutti coloro che ne possono beneficiare: una versione interattiva è già accessibile online, pensata per ricercatori, studenti, educatori e professionisti che operano nei musei. Inoltre, il codice sorgente completo e l’archivio di dati su cui il modello è stato addestrato sono stati messi a disposizione tramite la piattaforma GitHub gestita da DeepMind. La condivisione di questa tecnologia all’avanguardia segna un momento importante per l’epigrafia, trasformando la velocità e la profondità con cui si può interagire con le silenziose testimonianze lasciateci dall’antica Roma.

Tempio Venere Napoli: Svelati i segreti della costruzione romana anti-bradisismo

Nei Campi Flegrei, in Italia, un’area geologicamente plasmata dalla potenza del vulcanismo e dal fenomeno del bradisismo—il lento movimento di innalzamento e sprofondamento della superficie terrestre—si erge una struttura romana che ha sfidato il tempo e la geologia: il Tempio di Venere. Questo straordinario edificio, situato nell’area di Napoli, è sopravvissuto in modo sorprendente anche se la superficie terrestre intorno ad esso è sprofondata a causa dell’attività vulcanica. Attualmente, questo costante movimento del terreno, caratteristico della zona, ha abbassato la struttura fino a circa sei metri sotto l’odierna superficie. È proprio la sua notevole conservazione in un contesto così geologicamente dinamico ad aver acceso la curiosità dei ricercatori per decenni.

La struttura, denominata Tempio di Venere dopo la scoperta di una statua della dea romana dell’amore e del desiderio avvenuta nel 1595, fu costruita nel II secolo dopo Cristo. L’opera fu commissionata direttamente dall’Imperatore Adriano. Questo grande ambiente del tempio aveva una funzione sociale e igienica ben precisa: servire da edificio termale all’interno di un vasto complesso di bagni pubblici. I Romani attribuivano grande valore ai bagni caldi, considerandoli essenziali per la pulizia, il comfort e la socializzazione, spesso associandoli al benessere. Gli archeologi suggeriscono che Adriano possa aver costruito questo complesso termale proprio nel periodo in cui stava affrontando una malattia.

La resistenza del tempio, nonostante si trovi in un’area in costante movimento tettonico, ha spinto gli scienziati a indagare a fondo i geomateriali utilizzati nella sua costruzione. Sebbene studi precedenti abbiano dimostrato più volte quanto fossero avanzati i calcestruzzi e le malte romane, l’uso specifico di geomateriali locali rimaneva meno esplorato. Per affrontare questa lacuna e comprendere i segreti molecolari della resistenza della struttura, i ricercatori delle Università di Napoli e Chieti-Pescara hanno condotto uno studio dettagliato, pubblicato sulla rivista specializzata Geoheritage.

Per ottenere una comprensione completa, sono stati prelevati nove campioni diversi dalla struttura. Questi campioni includevano malta, mattoni, diversi tipi di pietra vulcanica, lava e persino l’efflorescenza. L’efflorescenza è quel rivestimento bianco che si forma sulle pareti quando i sali si spostano all’interno di un materiale poroso fino a raggiungere la superficie. I campioni sono stati sottoposti a un’analisi rigorosa utilizzando tecniche di laboratorio all’avanguardia. Inizialmente, è stata impiegata la petrografia, che fa uso di un potente microscopio ottico per studiare la struttura e la consistenza di ogni materiale. Successivamente, per svelare la loro precisa composizione minerale, è stata eseguita l’analisi di diffrazione a raggi X. Gli scienziati hanno utilizzato potenti microscopi e raggi X per identificare gli ingredienti chimici specifici e comprendere come si comportassero quando i costruttori romani li scelsero per erigere il tempio quasi duemila anni fa.

I risultati hanno rivelato che l’eccellente conservazione del Tempio di Venere non è stata casuale, ma è il frutto di una profonda e sofisticata conoscenza ingegneristica. I dati raccolti indicano che gli ingegneri romani erano estremamente consapevoli della geologia presente sotto le loro costruzioni. Sulla base di questa conoscenza, scelsero deliberatamente materiali che potessero aiutare la struttura a resistere all’attività geologica locale.

Le osservazioni microscopiche e chimiche hanno chiarito che le malte impiegate erano materiali a base di calce. L’ingrediente cruciale per la resistenza era l’aggiunta di una quantità significativa di particelle vulcaniche. Queste particelle non erano limitate solamente alle malte, ma sono state rilevate anche nella composizione dei mattoni, insieme a frammenti che ricordavano la sabbia. I ricercatori sono convinti che la presenza di questi solidi vulcanici all’interno del materiale da costruzione fosse un’aggiunta intenzionale e calcolata. La ricerca ha inoltre fornito la prova che una parte dei materiali non era strettamente locale. La scoria, una roccia vulcanica leggera spesso utilizzata nelle costruzioni e nell’architettura del paesaggio, è risultata essere stata importata dalla regione del Vesuvio. Questa meticolosa selezione di geomateriali, in particolare la combinazione di malte a base di calce con particelle vulcaniche mirate, inclusa la scoria importata, ha conferito al tempio una durabilità eccezionale nonostante il significativo e continuo sprofondamento del terreno circostante.

Questo studio approfondito non si limita a illuminare l’ingegno costruttivo dei Romani, ma offre spunti di applicazione pratica per il presente e il futuro. I risultati chimici ottenuti rappresentano una vera e propria “guida” per la scienza dei materiali moderna. Il sapere acquisito potrebbe infatti aiutare a sviluppare nuovi materiali da costruzione, adottando le tecniche e i principi utilizzati dai costruttori romani. Inoltre, una comprensione così dettagliata della tecnologia costruttiva romana è fondamentale per migliorare le strategie di conservazione e restauro per il Tempio di Venere e per altri siti storici romani che si trovano ad affrontare le sfide poste da ambienti geologicamente attivi.

Marchi di fabbrica romani scoperti su coppe Diatreta: le firme dei vetrai antichi

A New York City, negli Stati Uniti, la professoressa di storia dell’arte e soffiatrice di vetro della Washington State University, Hallie Meredith, ha fatto una scoperta intrigante sull’antica lavorazione del vetro romano, un dettaglio che era rimasto in bella vista per secoli. È accaduto nel febbraio del 2023, mentre la professoressa stava esaminando una collezione privata di coppe di vetro a gabbia romane, note come diatreta, presso il Metropolitan Museum of Art. Queste delicate opere d’arte di lusso sono state scolpite da un singolo blocco di vetro tra il 300 e il 500 dell’era comune e sono state oggetto di studio per la loro bellezza per oltre duecentocinquant’anni, durante i quali gli studiosi hanno dibattuto sulle tecniche di realizzazione, chiedendosi se fossero scolpite a mano, fuse o soffiate.

La rivelazione di Meredith non è stata il risultato di sofisticate tecniche di imaging o di tecnologie avanzate, ma di un semplice atto di curiosità dettato dalla sua formazione pratica: capovolgere uno dei vasi. Come ha spiegato la stessa Meredith, che pratica la soffiatura del vetro fin dai tempi dell’università, “Poiché sono stata formata come produttrice, ho continuato a voler capovolgere le cose”. Questo gesto ha permesso di notare dei motivi che, a detta sua, “tutti gli altri hanno letteralmente fotografato fuori dall’inquadratura”.

Sul lato opposto dell’oggetto tardo-romano, ha trovato dei simboli astratti a traforo – come diamanti, foglie o croci – scolpiti accanto all’iscrizione che augurava lunga vita al proprietario. I simboli, precedentemente considerati solo decorativi, secondo la ricerca di Meredith sono in realtà dei marchi di fabbrica: le firme dei laboratori e degli artigiani che intagliavano il vetro più complesso dell’impero.

Quella svolta in un museo si è rapidamente trasformata in un’indagine più ampia sulle modalità di lavoro degli artigiani romani. In due articoli recenti – uno pubblicato ad aprile sul Journal of Glass Studies e un altro a ottobre su World Archaeology – Meredith ha rintracciato gli stessi simboli su altri vasi intagliati, collegandoli a un linguaggio visivo condiviso dai vetrai tra il quarto e il sesto secolo dell’era comune. Tra le iscrizioni rinvenute su queste coppe ci sono messaggi augurali come BIBE MVLTIS ANNIS (Bevi, [possa tu vivere] per molti anni!), BIBE V[I]VAS I[..]A (Bevi, possa tu vivere I[..]a!), o in greco ΠΙΕ ΖΗCΑΙC ΚΑΛWC ΑΕΙ (Bevi, possa tu vivere sempre bene!).

La professoressa, studiando i segni degli strumenti, le iscrizioni e i frammenti incompiuti, ha potuto dimostrare che questi oggetti non erano realizzati da maestri solitari, bensì da squadre coordinate di incisori, lucidatori e apprendisti. Ciò che è emerso è una rete nascosta di produttori le cui firme, ignorate per secoli, stanno ora tornando visibili. La coppa diatretum, per esempio, iniziava come una forma grezza a pareti spesse, che veniva poi intagliata meticolosamente in due strati concentrici collegati da delicati ponti di vetro. Il risultato, una struttura reticolare che appare incredibilmente leggera, era una vera e propria impresa di design e resistenza. La ricerca di Meredith indica che questo lavoro richiedeva la collaborazione di specialisti multipli per settimane, mesi o addirittura anni. Per Meredith, i marchi astratti identificavano i laboratori collettivi, funzionando in modo molto simile a un marchio di studio moderno. Non si trattava di autografi personali, ma dell’equivalente antico di un “marchio”.

L’esperienza di Meredith come soffiatrice di vetro fornisce una prospettiva pratica alla sua ricerca, poiché conosce la consistenza del vetro fuso e la disciplina necessaria per modellarlo, un’esperienza che guida il suo approccio all’artigianato antico. Questa comprensione pratica è trasmessa anche nel suo corso alla WSU, Sperimentare l’Antica Produzione, dove gli studenti creano stampe tridimensionali di opere d’arte antiche, provano a cimentarsi nella lavorazione e utilizzano un’applicazione da lei progettata per smontare virtualmente i reperti. Come afferma la studiosa, l’obiettivo del corso è l’empatia, non la replica perfetta, poiché gli artigiani antichi possono essere compresi in modo diverso quando si sperimenta il loro processo produttivo.

Questa empatia alimenta la sua missione più ampia: restituire visibilità agli artigiani anonimi che hanno plasmato il mondo antico. Spesso, si tende a focalizzarsi sulle élite, ma quando le prove vengono assemblate, si scopre che si sa molto di più su questi artigiani di quanto si pensasse in precedenza. Questa tematica è approfondita nel suo prossimo saggio monografico, The Roman Craftworkers of Late Antiquity: A Social History of Glass Production and Related Industries, che sarà pubblicato da Cambridge University Press tra il 2026 e il 2027.Guardando al futuro, il prossimo progetto di Meredith unisce storia dell’arte e scienza dei dati. Collaborando con gli studenti di informatica della WSU, sta creando una banca dati ricercabile per tracciare la scrittura non standard – come errori di ortografia, alfabeti misti e iscrizioni codificate – su migliaia di oggetti portatili. Quello che i precedenti studiosi liquidavano come “scarabocchi” o gibberish potrebbe essere, secondo Meredith, la prova di produttori multilingue che adattavano gli schemi per nuovi tipi di pubblico. La ricerca di Meredith spinge gli studiosi a osservare i reperti antichi da una prospettiva rinnovata. Quando la luce sfiora il traforo di un diatretum, il vetro non solo rivela un prodigio di ingegneria, ma riflette anche le mani, l’abilità e l’immaginazione delle persone che lo hanno creato.