Chi appoggiò le Brigate Rosse? Complici e fiancheggiatori

Un viaggio nell'Italia degli anni di piombo, tra fiancheggiatori, ambiguità politiche e reti internazionali. Una storia da leggere con gli occhi dello storico, non del retore.

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Collage of black-and-white newspaper clippings featuring the words Brigate Rosse and a circular logo.

È la mattina del 16 marzo 1978. A Roma, in via Mario Fani, un agguato perfetto blocca la colonna dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. In poco più di novanta secondi, cinque uomini della scorta vengono assassinati. Moro viene caricato su un’auto e scompare per cinquantacinque giorni nel “carcere del popolo” delle Brigate Rosse. L’Italia scopre che qualcosa di enorme si è costruito nell’ombra: un’organizzazione armata capace di pianificare per mesi un’operazione di quella precisione, di muovere uomini e risorse in una grande città senza essere intercettata, di tenere prigioniero il leader di un partito di governo per quasi due mesi.

La domanda che affiora in quei giorni — e che non ha mai smesso di affiorare — è la stessa che ancora oggi agita dibattiti storici, processi parlamentari e polemiche giornalistiche: chi li ha aiutati? Chi ha tenuto aperta una porta, guardato dall’altra parte, fornito una casa, un documento, un’arma? Chi ha armato la mano dei terroristi non con il dito sul grilletto, ma con la copertura ideologica, l’omertà sociale, la solidarietà militante?

Questo articolo non cerca risposte semplici, perché di semplici non ce ne sono. Cerca invece di distinguere — con rigore storico — i diversi livelli di “appoggio” che hanno reso possibile l’esperienza delle Brigate Rosse. Senza semplificazioni, senza caccia alle streghe retroattive, ma anche senza minimizzare.

Chi erano le Brigate Rosse e cosa volevano

Le Brigate Rosse nascono ufficialmente nel 1970, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, in un’Italia sconvolta dall'”autunno caldo” del 1969: scioperi, occupazioni di fabbrica, scontri di piazza, un conflitto sociale di intensità senza precedenti nel dopoguerra. I fondatori sono Renato Curcio e Margherita Cagol, provenienti dal movimento studentesco dell’Università di Trento, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, ex militanti della Federazione Giovanile Comunista di Reggio Emilia, e Mario Moretti, tecnico sindacalista alla Sit-Siemens di Milano. Non sono marginali né disperati: sono giovani politicizzati, intellettualmente formati, convinti che la via parlamentare e riformista sia una trappola e che solo la “lotta armata rivoluzionaria” possa rompere l’immobilismo del sistema politico italiano.

L’ideologia è di matrice marxista-leninista con forti influssi guevaristi e riferimenti ai Tupamaros uruguaiani. La strategia si chiama “attacco al cuore dello Stato”: non colpire a caso, ma individuare i nodi del potere — magistrati, dirigenti di fabbrica, funzionari di polizia, politici — e golpeggiare con azioni rivendicate, capaci di dimostrare la “debolezza dello Stato borghese”. Nella storia delle BR, complessivamente, saranno inquisite 911 persone che a vari titoli fecero parte dell’organizzazione, e ulteriori 200-300 riconducibili a gruppi armati satellite. Le vittime accertate degli omicidi commessi tra il 1974 e il 1988 sono 86.

L’organizzazione si struttura in colonne regionali (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli) coordinate da una Direzione strategica, con cellule compartimentate: ogni militante conosce solo una cerchia ristretta di compagni, il che rende estremamente difficile penetrare l’organizzazione dall’esterno. È questa struttura a far capire perché avere una rete di appoggi non era un optional, ma una necessità strategica: case sicure, documenti falsi, veicoli intestati a terzi, depositi di armi erano il tessuto connettivo senza il quale l’organizzazione non avrebbe potuto sopravvivere.

Il mito del “popolo che li sosteneva”

Prima di analizzare chi li appoggiò davvero, è necessario smontare la semplificazione opposta: quella di chi, nel fuoco del dibattito politico degli anni Settanta — e qualche volta anche dopo — lasciò intendere che le Brigate Rosse rappresentassero una porzione significativa del sentimento popolare di sinistra, una sorta di “coscienza armata” del proletariato.

I dati storici smentiscono questa narrativa in modo netto. I grandi partiti e i sindacati di sinistra — PCI, PSI, CGIL — non solo non appoggiarono le BR, ma ne furono i più decisi avversari politici e ideologici. Le BR stesse, nei loro documenti interni, definivano il PCI “il principale partito controrivoluzionario” e Berlinguer un “traditore della classe operaia”: l’establishment della sinistra era un nemico, non un alleato. Non si tratta di dettaglio secondario: significa che l’intera sinistra organizzata — con i suoi milioni di iscritti, i suoi circoli, le sue fabbriche — era schierata contro le Brigate Rosse, non al loro fianco.

La “simpatia” esistette, ma fu di natura diversa e molto più limitata: si trattava di una comprensione generica per alcune istanze sociali (la critica al capitalismo, la lotta operaia, la rabbia contro lo Stato), che non si traduceva affatto in sostegno alla lotta armata. Lo storico Sabino Acquaviva stimò in circa 300.000 persone l’area di “simpatizzanti” nel senso più largo del termine, ma si trattava di persone che potevano condividere vagamente un linguaggio politico, non di fiancheggiatori operativi. Un numero enorme in termini assoluti, microscopi co rispetto al corpo sociale complessivo.

I diversi livelli di “appoggio”

Il termine “appoggio” è una parola ombrello che copre realtà radicalmente diverse. Per fare chiarezza storica, bisogna distinguere almeno quattro livelli.

Appoggio ideologico e culturale: le ambiguità del linguaggio

Fotografie segnaletiche in bianco e nero di quattro membri delle Brigate Rosse, tre uomini e una donna, ritratti in posa frontale come in un documento identificativo delle forze dell'ordine

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in una parte dell’intellettualità e del giornalismo italiano di sinistra si diffuse un atteggiamento di ambiguità sistematica verso la lotta armata. Non si trattava di giustificazione aperta, ma di un’incapacità — o di un rifiuto — di condannare nettamente. La formula “compagni che sbagliano” — con cui una parte della sinistra moderata etichettò i terroristi, intendendo separare le “cause giuste” dai “metodi sbagliati” — fu forse la più emblematica di questa zona grigia.

Questa ambiguità aveva radici culturali profonde: la tradizione della Resistenza armata, il mito del partigiano combattente, il lessico marxista della “lotta di classe” si prestavano, se riletti in modo distorto, a offrire una cornice narrativa in cui la violenza politica potesse apparire come una continuazione estrema di battaglie legittime. Alcune riviste di area extraparlamentare, certi ambienti universitari, una frangia di intellettuali che preferivano il silenzio alla condanna esplicita, contribuirono a creare quello che gli storici hanno chiamato il “clima” favorevole all’estremismo: non un appoggio diretto, ma un habitat culturale in cui le BR riuscivano a reclutare e a presentarsi come avanguardia rivoluzionaria.

Appoggio logistico e organizzativo: la rete reale

Questo è il livello più concreto e documentato. Le BR non erano un’organizzazione astratta: avevano bisogno di case, auto, soldi, documenti falsi, depositi di armi e di armi vere. E tutto questo venne fornito da una rete di fiancheggiatori che si estendeva ben al di là dei militanti clandestini.

Chi erano questi fiancheggiatori? Una parte veniva dall’area del movimento operaio e studentesco radicalizzato: militanti di organizzazioni extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio o Autonomia Operaia che, pur senza aderire formalmente alle BR, fornivano copertura, informazioni, connessioni. Un’altra parte era sorprendentemente insospettabile: professionisti, impiegati, persone con una vita ordinaria che mantenevano contatti con i brigatisti per convinzione politica, affetto personale o paura. Un caso particolarmente rivelatore emerse a Genova tra l’ottobre e il dicembre del 1978, quando una squadra speciale della questura individuò un gruppo di professionisti che avrebbero costituito una cellula occulta di appoggio logistico e intellettuale alle BR: i loro nomi vennero secretati e nessuno fu mai formalmente perseguito.

Il caso di Francesco Berardi all’Italsider di Genova mostra un altro aspetto: i brigatisti si infiltravano nelle fabbriche, usavano operai come “postini” per distribuire materiale propagandistico, costruivano reti capillari dentro i luoghi di lavoro. Fu proprio la denuncia di questo meccanismo da parte dell’operaio e sindacalista Guido Rossa — che segnalò Berardi ai carabinieri nel 1978 — a costare la vita a Rossa stesso: il 24 gennaio 1979 un commando BR lo uccise sotto casa a Genova.

Il PCI e i grandi partiti: chi NON appoggiò le BR

È cruciale, per la correttezza storica, ribadire con forza quanto già accennato: nessuna delle grandi forze politiche italiane appoggiò le Brigate Rosse. Al contrario, il PCI di Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti più attivi nella lotta al terrorismo, convinto che cedere ai ricatti delle BR avrebbe significato legittimarle come soggetto politico e indebolire la democrazia. La stessa decisione di Berlinguer di appoggiare la “linea della fermezza” durante il sequestro Moro — contro ogni trattativa — fu assunta con piena consapevolezza delle sue implicazioni politiche e umane.

Il PCI anzi promosse attivamente la vigilanza operaia contro i brigatisti nelle fabbriche, invitando gli iscritti a denunciare i sospetti. L’uccisione di Guido Rossa fu anche la risposta delle BR a questa politica: un messaggio di terrore rivolto a chiunque, anche nelle file del movimento operaio, si opponesse alla loro penetrazione. Come ha scritto lo storico Sergio Luzzatto, quella morte “annunciava la sconfitta politica delle Brigate Rosse, segnava la fine della loro illusione di conquistare il favore delle classi lavoratrici”.

Il capitolo dei “doppi giochi”: servizi segreti, piste internazionali, zone d’ombra

Questo è il terreno più scivoloso, dove è indispensabile separare con nettezza i fatti documentati dalle ipotesi storicamente plausibili e dalle speculazioni prive di riscontro.

Le BR ebbero connessioni internazionali concrete, ricostruite attraverso indagini giudiziarie e atti parlamentari. In particolare, è accertato il contatto con organizzazioni palestinesi — in primo luogo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) — che fornirono armi e addestramento. Nel settembre 1979, un carico di armi palestinesi fu consegnato alle BR sulle spiagge di Venezia, come risulta dall’inchiesta del giudice Carlo Mastelloni. Il nodo di coordinamento internazionale passava in parte per la scuola di lingue Hyperion di Parigi, fondata nel 1977 da militanti legati all’ala dura delle BR, utilizzata come copertura per la logistica del terrorismo internazionale. Parigi fu per decenni un rifugio per i latitanti italiani, protetti da una politica francese di non estradizione.

Più complessa è la questione del rapporto tra terrorismo rosso, terrorismo nero e apparati dello Stato. La cosiddetta “strategia della tensione” — documentata per il terrorismo nero con stragi come piazza Fontana (1969), piazza della Loggia (1974) e la strage di Bologna (1980) — riguarda primariamente l’estrema destra neofascista e non le BR. Esistono tuttavia ipotesi, emerse in alcune commissioni parlamentari e inchieste giudiziarie, su possibili infiltrazioni nei gruppi armati di sinistra da parte di apparati dei servizi segreti, con finalità di controllo o provocazione. Queste ipotesi restano in parte sub judice e in parte storicamente non conclusive: vanno citate, ma senza presentarle come certezze.

Lo storico Miguel Gotor e altri accademici che hanno lavorato sul caso Moro avvertono che la tendenza alla “dietrologia” — spiegare tutto con i complotti — è tanto distorsiva quanto la semplificazione opposta. La realtà storica è spesso più banale e più terrificante al tempo stesso: un’organizzazione con una struttura rigida, militanti ideologizzati, una rete di appoggi reale ma circoscritta, e uno Stato che per anni faticò a capire la minaccia.

Il caso Moro come lente di ingrandimento

Fotografia in bianco e nero di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, seduto davanti a uno striscione con la scritta Brigate Rosse e la stella a cinque punte, durante il sequestro del 1978

Il sequestro di Aldo Moro — 16 marzo 1978, via Fani; 9 maggio 1978, ritrovamento del corpo in via Caetani — è la storia in miniatura di tutti i nodi del problema.

Da un lato, l’operazione mostra le capacità operative reali delle BR: un’organizzazione che aveva pianificato nei dettagli per mesi, che disponeva di una rete logistica efficiente in una grande città, che era riuscita a pedinare la scorta di Moro per settimane senza essere scoperta. Questo era possibile solo con una rete di appoggi funzionante e discreta.

Dall’altro, quei cinquantacinque giorni mostrano quanto profondo fosse l’isolamento politico delle BR nel Paese reale. Alla domanda di Moro di aprire una trattativa per la sua liberazione, la risposta fu un no quasi unanime: DC, PCI, governo Andreotti, presidenza della Repubblica. L’unica voce significativa a favore di una trattativa umanitaria fu quella del PSI di Bettino Craxi. Le piazze non si mossero in difesa delle BR. Il mondo operaio tacque. Le grandi chiese e i leader morali del Paese condannarono senza ambiguità. Per quanto la vicenda fosse circondata da zone d’ombra sui “mandanti politici” e sulle “mani che non si mossero” per salvare Moro, il corpo sociale italiano non si identificò mai con i suoi assassini.

La morte di Moro fu, paradossalmente, l’inizio della fine per le BR: non perché lo Stato avesse vinto sul campo, ma perché quella scelta — uccidere il simbolo del dialogo tra cattolici e comunisti — rivelò a un’ampia platea quanto le BR fossero un’organizzazione al di fuori di qualsiasi orizzonte politico riconoscibile.

Dopo gli anni di piombo: cosa rivelarono i pentiti

La sconfitta militare delle BR arrivò nei primi anni Ottanta, attraverso una combinazione di polizia scientifica più efficace, leggi sui pentiti e confessioni che spezzarono la catena del silenzio. Il primo grande pentito fu Patrizio Peci — nome di battaglia “Mauro” — arrestato a Torino nel febbraio 1980. Le sue dichiarazioni portarono alla cattura di decine di ex compagni e permisero di ricostruire la struttura gerarchica delle BR, la divisione in ruoli, le azioni compiute. Peci stesso pagò un prezzo enorme: le BR sequestrarono e uccisero il fratello Roberto, in risposta alla sua collaborazione.

Ciò che emerge dai verbali dei pentiti — Peci ma anche altri come Antonio Savasta, protagonista del sequestro del generale americano James Lee Dozier nel 1981 — è un quadro preciso della rete dei fiancheggiatori: numericamente limitata, geograficamente concentrata, motivata più dall’ideologia che dal denaro, e soprattutto composta da persone che non pensavano di essere “criminali” ma “militanti”. Questa auto-percezione è forse l’elemento più inquietante: non una criminalità organizzata che vende servizi al miglior offerente, ma una sub-cultura politica che aveva trasformato il terrorismo in un’identità.

Alla fine di questo percorso, la risposta alla domanda del titolo non può essere semplice. Ma può essere onesta.

Nessuna grande forza politica — partiti, sindacati, istituzioni — appoggiò le BR. Il PCI, che sarebbe stato il candidato più ovvio per simpatia ideologica, fu tra i loro avversari più decisi. La DC, la principale vittima politica della lotta armata, li combatté con la linea della fermezza.

Esistette una rete di fiancheggiatori reale ma ristretta: militanti radicalizzati, professionisti ideologizzati, piccoli ambienti di movimento che fornirono coperture logistiche, case, documenti, armi. Non erano “il popolo”, non erano “la sinistra”: erano una minoranza militante con una cultura politica propria e distorta. VI fu una zona grigia culturale e intellettuale più ampia, fatta di ambiguità, silenzi, condanne tardive e formule ambigue come “compagni che sbagliano”, che permisero alle BR di operare più a lungo in un habitat socialmente non del tutto ostile.

Ci furono anche connessioni internazionali documentate con organizzazioni palestinesi e reti europee di supporto al terrorismo, che fornirono armi e addestramento. Esistono, infine, zone d’ombra non completamente chiarite sulle infiltrazioni degli apparati di sicurezza, sulle informazioni che circolavano e non venivano condivise, sui “segreti di Stato” che ancora oggi coprono alcune carte di quel periodo.

La domanda “chi appoggiò le BR?” è in fondo la domanda sulla vulnerabilità di una democrazia in crisi: un Paese in cui la modernizzazione rapida aveva prodotto fratture sociali enormi, in cui il conflitto politico si era radicalizzato fino all’uso delle armi, in cui una minoranza risoluta aveva trovato la sua finestra di opportunità proprio nelle contraddizioni di quel sistema. Capire questo — non giustificarlo — è il compito della storia. L’Italia ci ha messo decenni. Non è ancora del tutto finita.

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Francesco Salassa
Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale.