Ai piedi della rupe tufacea di Orvieto, in località Campo della Fiera, una recente scoperta archeologica sta contribuendo a riscrivere la nostra conoscenza della civiltà etrusca e dei suoi luoghi di culto più importanti.
Durante le ultime campagne di scavo è emersa una straordinaria testa maschile in terracotta, a grandezza naturale, un tempo riccamente dipinta e poggiata su una base dello stesso materiale. Secondo le prime valutazioni del team di ricerca guidato dalla professoressa Simonetta Stopponi, docente di Etruscologia presso l’Università degli Studi di Perugia, il reperto potrebbe raffigurare Voltumna, la principale divinità del pantheon etrusco.
Il ritrovamento è avvenuto all’interno di un recinto sacro situato in una zona pianeggiante che, per secoli, aveva resistito ai tentativi di localizzazione da parte di archeologi e studiosi. Un’area a lungo esplorata senza successo che oggi, finalmente, restituisce indizi preziosi su uno dei centri religiosi più misteriosi dell’Etruria antica.
La scoperta della testa attribuita a Voltumna si inserisce in un contesto archeologico di straordinaria importanza, ormai riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come il leggendario santuario federale della lega delle dodici città etrusche.
Secondo le fonti antiche — tra cui lo storico romano Tito Livio — questo luogo rappresentava il cuore spirituale e politico dell’Etruria: qui, una volta all’anno, i delegati dei dodici popoli si riunivano per discutere le grandi decisioni comuni, eleggere i comandanti militari e prendere parte a solenni cerimonie religiose, accompagnate da fiere, mercati e giochi rituali.
Il reperto appena rinvenuto colpisce per la qualità eccezionale della lavorazione: l’imponente massa di capelli e i lineamenti accurati conferiscono al volto un’espressione di autorevole maestosità, perfettamente in linea con l’immagine di una divinità di rango superiore. Un’opera che sembra tradurre in forma materiale il prestigio e il potere simbolico di questo antico centro sacro.
Oltre alla testa del dio, gli scavi hanno riportato alla luce anche un grande tempio, lungo circa diciotto metri e largo dodici, che gli archeologi ritengono fosse l’edificio principale dell’intero complesso sacro. Poco distante è emerso un tratto della via sacra: una strada monumentale larga nove metri, risalente al VI secolo a.C., lungo la quale pellegrini e delegazioni ufficiali si incamminavano verso il cuore dell’area cerimoniale.
Sebbene la presenza di una villa moderna abbia in parte compromesso il tracciato originario, l’area finora esplorata — che supera i tre ettari — continua a restituire reperti di straordinario valore. Tra i più impressionanti spiccano enormi altari monumentali, costruiti con grandi blocchi sovrapposti e decorati da teste di ariete e di leone scolpite con un realismo sorprendente.
Particolarmente affascinante è anche un piccolo dettaglio tecnico: il ritrovamento di un occhio in bronzo e pasta vitrea, un elemento pensato per donare alle sculture uno sguardo intenso e “vivo”. Un accorgimento che rivela quanto fosse raffinata l’arte etrusca e quanto fosse importante, in questi spazi sacri, creare un forte impatto emotivo sui fedeli.
L’identificazione del sito con il santuario federale non si basa solo sulla grandiosità delle strutture emerse, ma è rafforzata anche da preziose testimonianze epigrafiche e letterarie. Una lunga iscrizione etrusca incisa sulla base di una statua menziona infatti il “luogo celeste”, un’espressione che gli archeologi moderni collegano direttamente all’antico nome del santuario.
A sostenere ulteriormente questa ipotesi interviene anche una fonte di epoca romana: il cosiddetto Rescritto di Spello, con cui l’imperatore Costantino I autorizzava gli Umbri a celebrare i propri giochi a Spello, evitando il pellegrinaggio verso Volsinii, identificata con l’odierna Orvieto.
Del resto, la straordinaria ricchezza dei materiali rinvenuti nel corso degli anni parla da sé: ceramiche greche, monete romane, gioielli e persino un raffinato pendente d’oro cavo a forma di ghianda — probabilmente usato come contenitore di profumo — raccontano una storia di frequentazione continua durata quasi duemila anni. Un arco di tempo impressionante, che conferma il ruolo centrale di questo luogo nella vita religiosa, politica ed economica dell’Italia antica.
L’area di Campo della Fiera presenta una stratificazione storica sorprendentemente complessa, che va ben oltre la fase etrusca. Le ricerche archeologiche hanno infatti messo in luce un sontuoso complesso termale di età romana, del quale è stato possibile ricostruire l’intero percorso balneare: dagli ambienti destinati ai bagni freddi e tiepidi fino alle camere di combustione utilizzate per il riscaldamento dell’acqua.
Proprio all’interno di questo settore è emersa una spilla di grande pregio raffigurante la lupa che allatta Romolo e Remo, un simbolo potentissimo dell’identità romana. Il ritrovamento conferma come il sito continuasse a godere di grande prestigio anche in epoca imperiale, quando sotto il governo di Augusto si assistette a una vera e propria rinascita degli antichi culti locali, integrati nella nuova ideologia religiosa di Roma.
Il passaggio all’età medievale è testimoniato dai resti della chiesa di San Pietro in Vetere, un edificio di grandi dimensioni costruito proprio sopra una precedente area sacra del santuario etrusco. Gli scavi hanno permesso di ricostruirne la pianta, riportando alla luce mosaici pavimentali e i resti di un vasto refettorio con il relativo chiostro, appartenenti al convento annesso.
Questo complesso cristiano riveste un’importanza storica particolare perché sorge nei pressi del luogo in cui Papa Urbano IV ricevette il corporale macchiato di sangue del celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un episodio che segnò profondamente la storia religiosa dell’area e che contribuì a rafforzare il valore simbolico di questo sito, già sacro da millenni.
Il lavoro archeologico a Orvieto è il frutto di un impegno scientifico continuo, che richiede investimenti costanti per la tutela delle strutture emerse e il restauro dei reperti. La visione della professoressa Simonetta Stopponi guarda al futuro: l’obiettivo è aprire progressivamente al pubblico l’area di Campo della Fiera, permettendo a questo straordinario patrimonio di essere conosciuto e valorizzato dalle nuove generazioni.
La testa di Voltumna, insieme alle monumentali architetture del santuario, restituisce oggi un’immagine concreta della grandezza della civiltà etrusca: un popolo che aveva trasformato la ricerca della perfezione in un vero e proprio rito religioso. Un’eredità culturale potente, che continua ad affiorare dalla terra umbra con un fascino intatto, ricordandoci quanto il passato sia ancora capace di parlare al presente.




