Nel panorama delle reliquie cristiane legate alla Passione di Cristo, il Sudario di Oviedo occupa una posizione paradossale: è uno dei manufatti più studiati dalla sindonologia moderna, eppure rimane largamente sconosciuto al grande pubblico, oscurato dalla fama della Sindone di Torino. Conservato nella Cámara Santa della cattedrale di San Salvador a Oviedo, capoluogo delle Asturie nella Spagna nord-occidentale, questo panno di lino rettangolare — circa 84 × 53 centimetri — è venerato dalla Chiesa cattolica come il telo che avrebbe coperto il capo di Gesù di Nazareth dopo la deposizione dalla croce e durante il trasporto al sepolcro.
La tradizione cristiana si radica nel Vangelo di Giovanni (20,6-7), dove si descrivono, all’interno del sepolcro vuoto, il lenzuolo a terra e il «sudario che era stato sul suo capo, non per terra con i teli, ma avvolto in un luogo a parte». Storicamente, tuttavia, la presenza del telo a Oviedo è documentata con certezza soltanto dall’XI Secolo in poi, quando compare negli inventari delle reliquie custodite nell’Arca Santa della cattedrale. Questo scarto tra la tradizione orale — che rimanda al I Secolo — e le prove documentarie — che non risalgono oltre il Medioevo — rappresenta il nodo centrale di ogni discussione sull’autenticità della reliquia.
Qualsiasi approccio critico al Sudario di Oviedo non può prescindere dal distinguere tre livelli distinti: la descrizione materiale dell’oggetto, la sua storia documentabile, e il dibattito sull’autenticità in senso stretto. Mescolare questi piani, come spesso accade nella letteratura sia apologetica sia scettica, produce un discorso inaffidabile. Questo dossier si propone invece di tenerli separati, attribuendo a ciascuno il peso che le prove disponibili consentono.
Profilo materiale: descrizione tecnica del telo

Il telo è un rettangolo di lino non perfettamente regolare nelle dimensioni, di un colore tendente al bruno chiaro con macchie più scure visibili a occhio nudo. La struttura tessile è stata analizzata dalla studiosa Franca Pastore Trosello, che ha rilevato come le fibre siano state filate a mano con una torcitura a «Z», tecnica caratteristica dell’area siro-palestinese. La trama è ortogonale, ovvero a taffettà, a differenza della tessitura a spina di pesce della Sindone di Torino; le due tele presentano invece identico spessore delle fibre. Questa combinazione — stessa materia prima, stessa tecnica di filatura, trama diversa — ha orientato diversi studiosi verso l’ipotesi di manufatti prodotti in una medesima area geografica ma non dallo stesso telaio.
Ciò che rende il Sudario di Oviedo scientificamente rilevante non è un’immagine, che non esiste, ma la distribuzione e la composizione delle macchie. Gli studi condotti dall’Edices — Equipo de Investigación del Centro Español de Sindonología — a partire dal 1989 hanno documentato una serie quadruplice di macchie speculari su entrambi i lati del panno, compatibili con la sua piegatura attorno a un capo umano. Analisi chimiche e microscopiche hanno stabilito che la miscela di cui sono composte corrisponde a una parte di sangue e sei parti di liquido edematoso polmonare, la sostanza che si accumula nei polmoni in seguito a morte per soffocamento — la fisiologia tipica della crocifissione. Tra le macchie sono riconoscibili anche impronte di dita nella zona attorno a bocca e naso, interpretate come il gesto di chi cercava di arrestare il flusso di sangue, e puntini ematici compatibili con ferite da piccoli corpi appuntiti.
Una delle analisi più rilevanti è stata la ricostruzione delle posizioni assunte dal cadavere durante l’applicazione del telo. Secondo gli studiosi del Centro Spagnolo di Sindonologia, le macchie si sarebbero formate in almeno due momenti distinti: in una prima fase il corpo era in posizione verticale con il capo reclinato 70 gradi in avanti e 20 gradi verso destra — la postura tipica di un crocifisso — poi il cadavere fu spostato a formare un angolo di 115 gradi con la fronte appoggiata a una superficie dura, infine fu disteso supino e il telo rimosso. Alcune macchie sovrastano altre già asciutte, confermando che il contatto con il volto avvenne in più riprese.
Le analisi al microscopio hanno rilevato, oltre alle macchie ematiche, tracce di aloe e mirra nelle fibre del lino. La presenza di questi unguenti è coerente con le prescrizioni funebri ebraiche descritte nel Vangelo di Giovanni (19,39-40) e con le pratiche di imbalsamazione provvisoria documentate per la Palestina del I secolo, fornendo un elemento di contesto culturale che alcuni studiosi ritengono significativo anche se non probante.
Storia e tradizione: dal sepolcro a Oviedo
Quasi tutto ciò che sappiamo sull’itinerario della reliquia prima dell’XI Secolo proviene da una sola fonte: il Liber Testamentorum redatto da Pelagio, vescovo di Oviedo dal 1101 al 1130, morto nel 1153. Un documento così tardo, prodotto nel contesto di una sede episcopale che aveva tutto l’interesse a valorizzare il proprio patrimonio di reliquie, deve essere trattato con la prudenza metodologica riservata alle fonti agiografiche Medievali: prezioso per conoscere la tradizione, ma non autonomamente probante per ricostruire eventi del I Secolo. Con questa doverosa premessa, il racconto di Pelagio si articola in più tappe.
Secondo Pelagio, il Sudario sarebbe stato custodito a Gerusalemme insieme ad altre reliquie in un’arca di legno di cedro fino all’anno 614, quando la città fu conquistata dalle armate sasanidi di Cosroe II. In quell’occasione un monaco di nome Filippo avrebbe messo in salvo l’arca fuggendo verso Alessandria d’Egitto; quando anche l’Egitto cadde sotto i Persiani nel 616, Filippo avrebbe proseguito verso il Nord Africa e poi verso la penisola iberica, consegnando il prezioso contenuto a san Fulgenzio, vescovo di Ecija. La tradizione riferisce poi che la reliquia passò per le mani di san Leandro e di sant’Isidoro di Siviglia, arrivando infine a Toledo, capitale del regno ispano-visigotico, nell’orbita di sant’Ildefonso, consacrato vescovo nel 657.
Con l’invasione islamica della penisola iberica nel 711, la reliquia — sempre secondo la tradizione — fu trasferita verso nord per sottrarla al controllo arabo. Una versione del racconto parla di un trasferimento diretto a Oviedo; una seconda, ritenuta da alcuni storici più attendibile, colloca il telo nascosto in un eremitaggio sul monte Monsacro, a dieci chilometri da Oviedo. Verso l’840, il re Alfonso II delle Asturie — detto “il Casto” — avrebbe portato il Sudario nella città e fatto costruire appositamente la Cámara Santa all’interno del suo palazzo per custodire l’arca con le reliquie.
La cappella costruita da Alfonso II è uno dei pochi monumenti preromanici asturiani sopravvissuti intatti. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel dicembre 1998, essa costituisce tuttora il contenitore liturgico del Sudario. L’arca che custodisce le reliquie fu rivestita d’argento per ordine del re Alfonso VI di Castiglia e León dopo una ricognizione del contenuto avvenuta il 13 marzo 1075 — il primo documento d’archivio che menzioni esplicitamente il Sudarium Domini. È in questo documento, e nel rivestimento argenteo datato 1113, che si materializza la prima certezza storica sull’esistenza della reliquia a Oviedo.
Tra il presunto arrivo a Oviedo nell’840 e la menzione del 1075 si apre una lacuna di oltre due Secoli priva di attestazioni scritte certe. La storiografia critica considera questa lacuna, sommata all’unicità della fonte pelagiana per la parte precedente, come un limite strutturale di qualsiasi tentativo di ricostruire la “storia lunga” della reliquia. Non si può escludere che il Sudario sia stato fabbricato o acquisito nel periodo altomedievale iberico e che la tradizione della sua provenienza palestinese sia stata costruita retrospettivamente; non si può nemmeno escludere che la tradizione rifletta eventi reali. Allo stato attuale delle fonti scritte, la seconda ipotesi non è dimostrabile né confutabile per via documentaria.
Un elemento spesso trascurato è il ruolo che il Sudario di Oviedo ha avuto nella geografia del pellegrinaggio medievale. La cattedrale di San Salvador era una tappa irrinunciabile del Camino de Santiago: il celebre detto medievale recitava «Chi va a Santiago e non al Salvatore, visita il servo e non il Signore». Questa centralità devozionale ha garantito alla reliquia una vitalità culturale e una continuità di attestazioni che, a partire dall’XI–XII Secolo, non ha subito interruzioni, rendendo Oviedo un polo di pellegrinaggio rivale della stessa Compostela.
Analisi scientifiche: datazione e studi forensi
Il test del carbonio-14, eseguito con campioni del telo, ha restituito una datazione al VII-VIII Secolo d.C. — intorno al 680 secondo alcuni laboratori. Questo risultato è cronologicamente compatibile con la fase “spagnola” della tradizione pelagiana, ma incompatibile con un’origine nel I Secolo d.C. Gli autenticisti contestano la datazione adducendo il problema della contaminazione dei campioni, un argomento già sollevato nel dibattito sulla Sindone di Torino. Antonio Alonso, membro dell’Instituto Nacional de Toxicología y Ciencias Forenses di Madrid — l’unico istituto laico e non confessionale ad aver esaminato il Sudario — ha affermato esplicitamente che «l’unica prova scientifica è quella del carbonio 14 e dice che la reliquia è falsa», pur riconoscendo che lo studio del telo rimane comunque scientificamente interessante indipendentemente dalla sua datazione.
Le analisi ematologiche hanno permesso di stabilire che il sangue presente sul telo è di gruppo AB. Questo dato è stato confermato in due campagne distinte, nel 1985 e nel 1993, dal sindonologo Pierluigi Baima Bollone. Il gruppo AB è relativamente raro in Europa occidentale ma più comune nell’area mediorientale, e la sua presenza è identica a quella rilevata sulla Sindone di Torino. Il medico legale Alfonso Sánchez Hermosilla dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università Cattolica di Murcia ha inoltre analizzato la composizione delle macchie, confermando la presenza di liquido pleurico e pericardico, e ha localizzato la ferita che produsse la macchia più rilevante nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tra la quarta e la quinta costola. Questa ferita, per angolatura e morfologia, risulta compatibile con un colpo di lancia inferto a un corpo crocifisso.
Il botanico svizzero Max Frei-Sulzer ha prelevato campioni di polvere dal Sudario a Oviedo nel 1979, identificando il polline di 13 specie vegetali. Successivamente il Centro Spagnolo di Sindonologia e la biologa Carmen Gómez Ferreras dell’Universidad Complutense di Madrid hanno ampliato l’identificazione a 25 tipi di polline, compatibili con un ambiente mediterraneo e in parte con la flora palestinese. La palinologa Marzia Boi dell’Università delle Isole Baleari ha inoltre osservato che il polline ritrovato nel Sudario presenta forti similitudini con quello identificato sulla Sindone, riconducibile al genere Helichrysum, pianta utilizzata anticamente negli unguenti funebri. Va tuttavia precisato che le limitazioni metodologiche degli studi palinologici su materiali antichi — difficoltà nell’identificazione della specie da pochi granuli, possibilità di contaminazione, impossibilità di escludere deposizioni successive al presunto momento originario — rendono queste prove suggestive ma non conclusive.
I tentativi di analisi del DNA sono stati condotti ma non hanno prodotto risultati utilizzabili: il materiale genetico risultava troppo frammentato. Questo dato non è di per sé dirimente, dato che la degradazione del DNA in campioni organici antichi è un fenomeno atteso e non implica nulla riguardo all’autenticità del telo. Potenziali progressi nelle tecniche di sequenziamento di DNA antico potrebbero in futuro riaprire questo fronte di ricerca.
Il confronto con la Sindone di Torino

Il confronto sistematico tra Sudario di Oviedo e Sindone di Torino è stato avviato a partire dagli anni ’60 del Novecento da monsignor Giulio Ricci, uno dei pionieri della sindonologia. Gli studi successivi hanno identificato una serie di corrispondenze ritenute dagli autenticisti difficilmente spiegabili come coincidenza. Le macchie sul Sudario presentano una compatibilità «molto buona» con l’immagine del volto impressa sulla Sindone, secondo lo studioso Giulio Ricci. Alan Whanger avrebbe contato oltre cento punti di congruenza tra le figure. L’impronta del naso, misurabile su entrambi i teli, risulta avere la medesima lunghezza di otto centimetri.
La corrispondenza più rilevante emersa dagli studi più recenti riguarda la ferita al costato. Nel Sudario di Oviedo è presente una macchia morfologicamente simile a quella che nella Sindone di Torino sembra causata da una ferita nel costato destro, circondata da un alone di fluido cadaverico compatibile con liquido pericardico e pleurico. Sia sulla Sindone che sul Sudario questa ferita presenta un’angolatura orizzontale, non verticale, e il gruppo sanguigno è AB in entrambi i casi. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, ha commentato che «sino ad oggi non sono emerse contraddizioni» tra le risultanze dei due teli e che «pare rafforzarsi l’ipotesi che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo».
Non tutto coincide. La trama del tessuto è diversa — ortogonale per il Sudario, a spina di pesce per la Sindone. Crucialmente, gli studi palinologici di Frei-Sulter suggeriscono che i due teli abbiano percorso itinerari distinti nel corso della storia: i pollini del Sudario indicano un percorso via Nord Africa e Spagna, mentre quelli della Sindone suggeriscono un passaggio attraverso la Turchia e l’Europa orientale. Questo dato è compatibile sia con l’ipotesi dell’origine comune — due teli che si sarebbero separati già in epoca antica — sia con l’ipotesi che i pollini di ciascun telo riflettano semplicemente ambienti geografici diversi in cui i manufatti sono stati prodotti o conservati.
Nonostante frequenti fraintendimenti nella comunicazione popolare, il Sudario di Oviedo non è mai stato definito dalla scienza né dalla teologia cattolica come un’immagine acheropita, ovvero un’immagine formata miracolosamente senza intervento umano. Il telo mostra unicamente tracce derivanti dal contatto fisico con sangue umano e fluidi corporali: nessuna immagine, nessun fenomeno che ecceda la fisiologia della morte e della manipolazione del cadavere. In questo differisce profondamente dalla Sindone, sulla quale è impressa una figura che la scienza non è ancora riuscita a spiegare meccanicamente.
Il Sudario nel sistema delle reliquie cristiane
Nella letteratura devozionale e sindonologica contemporanea il Sudario di Oviedo è spesso inserito in un sistema a tre elementi che comprende anche la Sindone di Torino e il Volto Santo di Manoppello. Quest’ultimo, conservato nella Basilica dell’omonimo paese abruzzese, è un velo sottilissimo — tradizionalmente identificato con il «velo della Veronica» — che reca l’immagine di un viso maschile con capelli lunghi e barba, visibile identicamente da entrambi i lati. Secondo studi condotti dal sacerdote Enrico Sammarco e da suor Blandina Paschalis Schlömer, la sovrapposizione cronologica delle tre immagini — prima la Sindone, poi il lino di Oviedo, infine il Volto Santo — produrrebbe un unico volto in cui ferite, proporzioni anatomiche e segni della Passione risulterebbero sovrapposti. Il dato del gruppo sanguigno AB sarebbe comune a tutti e tre i manufatti.
La Chiesa cattolica non si è espressa con un giudizio definitivo sull’autenticità di nessuno dei tre oggetti, coerentemente con la posizione già espressa da Giovanni Paolo II riguardo alla Sindone: si tratta di materia scientifica, non di fede, e la Chiesa affida agli scienziati il compito di indagare, invitando a operare «senza posizioni precostituite» e con «rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti». Il Sudario di Oviedo è venerato come reliquia e il calendario liturgico prevede tre esposizioni pubbliche annuali: il Venerdì Santo, il 14 settembre (Festa del Trionfo della Croce) e il 21 settembre (Festa di san Matteo).
Valutazione critica e prospettive di ricerca
Separando il certo dal probabile e dall’indimostrato, è possibile tracciare un bilancio onesto. Ciò che è documentato con certezza: il telo esiste fisicamente, è conservato a Oviedo da almeno il 1075 (primo inventario scritto); le macchie sono di sangue umano di gruppo AB misto a liquido edematoso polmonare; la struttura tessile è coerente con tecniche di produzione dell’area siro-palestinese tra il 400 a.C. e il 500 d.C.; la datazione al radiocarbonio indica il VII-VIII Secolo; alcune corrispondenze morfologiche con la Sindone di Torino sono statisticamente significative.
Ciò che rimane aperto e, allo stato attuale, non dimostrabile: l’identificazione del proprietario del sangue; l’itinerario della reliquia prima dell’XI Secolo; la validità dell’obiezione della contaminazione rispetto alla datazione al radiocarbonio; la spiegazione della compatibilità con la Sindone (che potrebbe essere il risultato di manipolazione da parte di artigiani che conoscevano entrambi i manufatti, oppure la conseguenza dell’origine comune). La presenza di un istituto laico — l’Instituto Nacional de Toxicología y Ciencias Forenses — che ha giudicato la datazione al radiocarbonio affidabile aggiunge un elemento di pressione critica che gli autenticisti non hanno ancora soddisfacentemente risolto.
Le prospettive di ricerca più promettenti includono: una nuova campagna di datazione con prelievi multipli e metodologie anti-contaminazione aggiornate; l’analisi del DNA antico con tecniche di nuova generazione (NGS — sequenziamento di nuova generazione) che potrebbero estrarre informazioni da frammenti molto degradati; approfondimenti palinologici con commissioni di esperti indipendenti che rianalizzino i campioni di Frei-Sulter; modellizzazioni tridimensionali delle macchie per confronti metrici più precisi con la Sindone. La collaborazione tra istituti confessionali e laici, finora limitata, sarebbe metodologicamente auspicabile per garantire l’affidabilità delle conclusioni.
Al di là della questione dell’autenticità nel senso stretto, il Sudario di Oviedo mantiene un valore storico indiscutibile come manufatto altomedievale legato alla civiltà Asturiana del IX–XI Secolo, come oggetto di devozione continua da quasi mille anni, come uno dei poli del pellegrinaggio Medievale Iberico e come terreno di confronto interdisciplinare tra medicina legale, palinologia, chimica tessile e storia religiosa. Qualunque conclusione si raggiunga sull’origine del sangue che macchia le sue fibre, il telo di Oviedo parla con voce propria — e quella voce merita di essere ascoltata con rigore.
Fonti
- Associazione Volto Santo Ruvo, Il telo di Oviedo (2022) — descrizione tecnica e analisi scientifiche
- Lorenzo Bianchi, Il Sudario di Oviedo, 30Giorni, n. 4 – 2009 — storia, tradizione e studi forensi
- Avvenire, Marco Bonati, Quei forti legami tra la Sindone e il Sudario di Oviedo (2017) — studi di Sánchez Hermosilla e dichiarazioni di Zaccone
- Giacomo Roggeri Mermet, Gli studi palinologici sulla Sindone e sul Sudario di Oviedo, Alleanza Cattolica / Cristianità n. 431 (2025) — palinologia, studi di Frei-Sulter, Boi, Marinelli
- Aleteia IT, Ecco gli unici tre sudari al mondo venerati come reliquie di Cristo (2018) — comparazione tra i tre teli
- Veronica Route, 711 (2021) — itinerario storico e ricostruzione posturale
- TV2000, Tre immagini per lo stesso volto di Uomo (2022) — sistema dei tre teli





