Le principesse egizie che si addestravano con l’arco

L'analisi ai raggi X sui resti di alcune donne della famiglia reale, vissute a Dahshur quattromila anni fa, svela uno sviluppo muscolare inaspettato. Le armi sepolte nelle loro tombe non erano doni simbolici, ma venivano utilizzate realmente.

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Archaeologists excavating ancient ruins in a desert site, circular stone foundations exposed, with coins and pottery fragments nearby

A Dahshur, in Egitto, le antiche sepolture reali stanno restituendo un’immagine inedita delle donne di potere vissute circa quattromila anni fa. L’analisi ai raggi X condotta sui resti scheletrici di alcune principesse del Medio regno ha infatti rivelato adattamenti biomeccanici compatibili con una pratica frequente e intensa del tiro con l’arco. La scoperta, che riscrive il ruolo femminile all’interno della corte faraonica, suggerisce che le donne della famiglia reale non si limitassero a funzioni cerimoniali, ma si addestrassero attivamente all’uso delle armi.

I resti studiati appartengono a sei individui rinvenuti alla fine del XIX secolo dall’archeologo francese Jacques de Morgan sotto le piramidi del sito egiziano. Tra questi figurano quattro figlie del faraone Amenemhat II, identificate come le principesse Ita, Khenmet, Itaweret e, con ogni probabilità, Sathathormeryt, oltre alla principessa Noub-Hotep e al sovrano Hor. Nelle loro tombe, gli scavatori ottocenteschi avevano recuperato archi, frecce, mazze e un pugnale finemente decorato. Fino a oggi, gli studiosi ritenevano che questo arsenale rappresentasse un semplice dono simbolico per accompagnare i defunti nell’aldilà.

Il nuovo esame, coordinato dalla ricercatrice Zeinab Hashesh dell’Università di Beni Suef, ha ribaltato questa convinzione. Secondo i ricercatori, le armi scoperte nelle sepolture femminili erano strumenti utilizzati realmente. Le ossa di Ita e Itaweret, per esempio, mostrano forti inserzioni muscolari nella parte superiore del corpo, un segno evidente dell’uso abituale di strumenti pesanti o armi. Anche la principessa Khenmet, pur presentando un assottigliamento osseo al momento della morte, conservava legamenti particolarmente robusti.

«Il nostro studio indica fortemente che i membri della famiglia reale, in particolare le donne, partecipavano attivamente ad attività qualificate e fisicamente impegnative come il tiro con l’arco e la caccia», ha spiegato Hashesh, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Environmental Archaeology. La presenza di fratture cicatrizzate sugli scheletri offre inoltre preziose informazioni sia sui traumi subiti in vita da queste donne, sia sull’efficacia delle cure mediche disponibili all’epoca.

L’indagine sulle arciere reali si inserisce in un periodo di grande fermento per le ricerche egittologiche, che stanno modificando la comprensione di numerosi siti antichi. Proprio a Dahshur, dove sorgono la piramide rossa e quella romboidale volute dal faraone Snefru, un’altra squadra di studiosi ha recentemente ricostruito il paesaggio di 4500 anni fa utilizzando modelli digitali e immagini satellitari. I risultati sembrano indicare che l’area non fosse un deserto arido, ma fosse solcata da corsi d’acqua. In questa prospettiva, due imponenti strutture in pietra vicine alla piramide rossa non sarebbero state semplici rampe di costruzione, bensì dighe progettate per controllare le inondazioni stagionali e facilitare il trasporto fluviale dei massi.

L’eccezionale vitalità dell’archeologia egiziana ha portato alla luce, nelle ultime settimane, anche altre scoperte significative in tutto il Paese. Nell’oasi di Dakhla, sotto la sabbia del deserto, è riemersa un’intera città residenziale di epoca bizantina, risalente al IV secolo d.C.. L’insediamento conserva una fortezza, strade a griglia, forni e una grande basilica affiancata dalla casa di un diacono chiamato Tisous. Il ritrovamento di monete, utensili e oltre duecento iscrizioni su ceramica offre una testimonianza intatta della vita economica e sociale di quel periodo.

A Marina El Alamein, sulla costa mediterranea, gli archeologi hanno invece individuato diciotto tombe di epoca tolemaica e romana. All’interno del complesso funerario sono state rinvenute ventiquattro «lingue d’oro», sottili lamine deposte nella bocca dei defunti affinché potessero difendersi nel tribunale divino di Osiride. Nella vasta necropoli tebana, a Luxor, è stata scoperta la tomba di Paser, un uomo vissuto tremila anni fa durante l’epoca ramesside, le cui pareti conservano ancora scene di offerte alle divinità. Ulteriori sepolture di alti funzionari della XVIII dinastia sono state rintracciate a Saqqara, mentre nel Delta del Nilo, a Quesna, è stato esplorato un complesso funerario contenente centinaia di statuette rituali e ceramiche importate da Rodi.

Ogni frammento recuperato dalla sabbia o analizzato nei laboratori continua così ad arricchire il quadro di una civiltà estremamente sofisticata, svelando un antico Egitto in cui il ruolo delle donne, le capacità ingegneristiche e le connessioni culturali con il resto del Mediterraneo appaiono sempre più complessi e sorprendenti.

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Redazione