Nel cuore dell’Auvergne, sul plateau di Corent, gli archeologi hanno individuato un edificio che potrebbe aver ospitato una delle più grandi officine monetarie conosciute dell’antichità. La scoperta arriva dalla campagna di scavo 2026 nell’oppidum degli Arverni, il popolo gallico legato alla figura di Vercingetorige, e riguarda un complesso monumentale precedente alla conquista romana della Gallia.
Le ricerche, dirette dall’archeologo Matthieu Poux dell’Università Lumière Lyon 2 e condotte nell’ambito del laboratorio LUERN, proseguono un’indagine iniziata nel 2024. Due anni fa, nello stesso settore di Corent, era stato riconosciuto un primo laboratorio destinato soprattutto alla produzione di monete in bronzo. La campagna di quest’estate ha però rivelato una struttura di scala e carattere molto diversi.
La campagna 2026, svolta tra luglio e settembre, era stata programmata proprio per completare l’esplorazione del quartiere artigianale e verificare l’esistenza di ulteriori officine legate alla produzione monetaria. L’obiettivo comprendeva anche l’individuazione della viabilità che serviva questa parte della città. Il nuovo complesso, quindi, non è emerso da un ritrovamento isolato, ma da una ricerca mirata costruita sui risultati della stagione 2024.
Il nuovo edificio occuperebbe circa 500 metri quadrati e sarebbe delimitato da un possente muro in pietra lungo almeno quaranta metri. Lungo il suo margine sono emersi piccoli ambienti organizzati in serie, alcuni dotati di focolari o fornaci e collegati a sistemi per l’approvvigionamento dell’acqua. L’architettura in muratura appare insolita rispetto alle costruzioni lignee più comuni negli insediamenti gallici e richiama modelli di tipo mediterraneo.
L’interpretazione come officina monetaria deriva soprattutto dagli oggetti rinvenuti negli ambienti di lavoro. Gli archeologi hanno recuperato piccoli strumenti in pietra, ceramica e ferro, tra cui elementi interpretabili come incudini, ceselli e martelli. Su alcuni restano tracce minute di metalli preziosi, comprese particelle dorate e argentate. A differenza del laboratorio scavato nel 2024, dove erano stati trovati numerosi scarti e flan monetari mal riusciti, nel nuovo edificio quasi non compaiono residui metallici: un dettaglio che potrebbe indicare una gestione molto rigorosa delle materie prime.
Uno dei reperti più significativi è un disco di piombo sul quale sono state impresse due matrici monetarie. L’immagine corrisponde a una variante di statere arverno con un cavallo, un auriga e una ruota di carro, tipo noto sulle emissioni in oro e argento. Il disco potrebbe essere stato utilizzato per verificare il disegno dei conii prima della battitura delle monete vere e proprie, suggerendo un controllo preliminare della qualità.
Un altro indizio riguarda la presenza di numerosi frammenti di selce. Gli studiosi ricordano che la silice, combinata con sale in particolari procedimenti metallurgici, poteva essere impiegata per separare oro e argento presenti nell’elettro, una lega naturale. È ancora troppo presto per stabilire se a Corent si svolgesse l’intero ciclo produttivo, dalla preparazione del metallo alla moneta finita, ma l’ipotesi è ora al centro delle analisi specialistiche.
La scoperta ha conseguenze che vanno oltre la storia della tecnologia monetaria. Corent era uno dei principali centri degli Arverni nei decenni precedenti alla guerra gallica. Il sito ha già restituito un grande santuario, un emiciclo destinato alle assemblee, quartieri artigianali e abitazioni. Da anni gli archeologi discutono se l’oppidum possa essere considerato la vera capitale politica degli Arverni prima dell’ascesa di Gergovia.
La produzione di monete in bronzo, argento e forse oro rafforzerebbe il ruolo economico e istituzionale di Corent. La coniazione non era soltanto un’attività artigianale: richiedeva accesso ai metalli, competenze tecniche, controllo dei pesi e dei tipi iconografici e, soprattutto, un’autorità capace di garantire il valore delle emissioni. Un centro monetario monumentale inserito nel cuore dell’oppidum sarebbe quindi un indizio importante dell’organizzazione politica della comunità.
Gli stessi ricercatori mantengono però prudenza. L’estensione reale dell’officina, la cronologia precisa delle diverse fasi e il ruolo di ogni ambiente dovranno essere verificati con nuove campagne e analisi di laboratorio. Anche il confronto tra Corent, Gergovia e il vicino sito di Gondole resta aperto: le datazioni disponibili non permettono sempre di distinguere eventi separati da pochi decenni.
Il confronto con la campagna del 2024 è particolarmente utile. Il primo atelier aveva restituito flan, prove di conio e scarti di lavorazione, cioè gli indizi tipici di una produzione monetaria riconoscibile archeologicamente. Il complesso del 2026 sembra invece appartenere a una fase più strutturata, nella quale l’organizzazione degli spazi e la possibile lavorazione di metalli preziosi suggeriscono un livello produttivo diverso e forse più controllato.
La campagna 2026 cambia comunque il quadro. Non mostra una Gallia preromana fatta soltanto di piccoli laboratori dispersi, ma un possibile centro produttivo pianificato, specializzato e strettamente connesso al potere. Se le prossime analisi confermeranno la produzione di monete preziose su larga scala, Corent offrirà una testimonianza eccezionale della complessità economica degli Arverni alla vigilia della conquista di Cesare.



