A Pompei gli studiosi hanno svelato una nuova ricostruzione scientifica in bronzo del Canone di Policleto, considerato da sempre una delle massime espressioni dell’arte greca antica. L’operazione segna l’inizio di un programma mirato alla valorizzazione delle storiche matrici in gesso dell’ex Fonderia Chiurazzi, salvate dall’acquisizione del Parco Archeologico per scongiurarne la definitiva dispersione sul mercato internazionale.
Realizzato originariamente intorno al 440 a.C., nel pieno del V secolo a.C., il capolavoro rappresenta la formulazione più matura dell’ideale classico fondato su armonia e proporzione. Del bronzo greco, tuttavia, si è persa ogni traccia. La sua complessa eredità è sopravvissuta esclusivamente grazie alle oltre cinquanta copie e varianti di epoca romana, molte delle quali affiorate proprio dagli scavi dell’Italia centro-meridionale e dell’area vesuviana. Fu nel 1863 che lo studioso Karl Friedrichs riconobbe in una statua rinvenuta nella Palestra Sannitica pompeiana una replica del celebre Doriforo di Policleto. Quell’intuizione inaugurò la critica delle copie, un innovativo metodo comparativo che avrebbe permesso agli studiosi di recuperare l’aspetto di innumerevoli sculture antiche andate distrutte.
Oggi, a distanza di oltre un secolo dai primi tentativi di ricostruzione filologica del primo Novecento, il nuovo progetto introduce due profonde novità. La prima riguarda l’aspetto cromatico: la fusione restituisce il colore originario del bronzo, allineandosi alle ormai solide prove scientifiche secondo cui le opere antiche erano policrome e non di quel bianco idealizzato tramandato dalla tradizione neoclassica.
La seconda e più dirompente scoperta riguarda l’identità stessa della figura. Secondo l’équipe di ricerca, l’uomo ritratto non stringeva tra le mani una pesante lancia, bensì un giavellotto, un’arma più leggera che per questa occasione è stata ricostruita utilizzando legno, cuoio e metallo. I risultati sembrano indicare una prospettiva storica inattesa: se l’interpretazione dovesse trovare conferma, il Canone e il Doriforo potrebbero non coincidere affatto, smentendo una convinzione radicata e ancora oggi riportata nei testi scolastici.
Per raggiungere questo risultato, gli archeologi hanno combinato due fonti distinte. Il corpo riproduce la celebre copia marmorea scoperta nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei, reputata la più completa tra quelle superstiti. Il volto, invece, ricalca i lineamenti di un raffinato busto bronzeo recuperato nella Villa dei Papiri di Ercolano, un esemplare giudicato qualitativamente più vicino alla fattura del perduto originale greco.
Il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha posto l’accento sull’importanza di non isolare l’arte greca dai contesti romani che l’hanno preservata, sottolineando come case, ginnasi e fori della Campania antica siano determinanti per comprendere a fondo questi capolavori. Il recupero delle matrici, ha spiegato il direttore, obbedisce inoltre a una necessità pratica e simbolica: i calchi si deteriorano se non vengono impiegati, offrendo una limpida metafora del patrimonio classico, destinato a logorarsi se non viene mantenuto vivo nella cultura contemporanea.
La creazione della statua si è così trasformata in un grande cantiere di archeologia sperimentale. Questo ha permesso di indagare da vicino i processi produttivi legati alla fusione a cera persa, sostenendo al contempo le antiche competenze artigianali campane che rischiavano di scomparire. Rimane ora da osservare come la comunità scientifica internazionale accoglierà l’ipotesi del giavellotto, un dettaglio apparentemente minore che promette di aprire un nuovo, vasto capitolo nella comprensione della statuaria antica.





