A Meleda, in Croazia, le acque cristalline del mare Adriatico hanno appena restituito una delle testimonianze storiche più affascinanti e preziose degli ultimi decenni. Dopo quasi un ventennio di instancabili campagne di scavo subacqueo, gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di un relitto bizantino, incastonato nei fondali da oltre un millennio, il cui carico eccezionale promette di riscrivere la comprensione delle antiche rotte del bacino orientale. Questa straordinaria scoperta, che risale a un periodo di transizione compreso tra il VII e l’VIII secolo, rappresenta senza ombra di dubbio uno dei più importanti ritrovamenti aurei mai effettuati all’interno di un naufragio nel Mar Mediterraneo.
L’impresa è il formidabile coronamento di ben diciannove anni di indagini condotte dal dipartimento di archeologia subacquea dell’Hrvatski restauratorski zavod, l’ente croato per la conservazione e il restauro, che ha esplorato instancabilmente questo specifico tratto di costa dalmata. Le complesse operazioni marine sono state dirette con maestria dagli esperti Igor Miholjek e Pavle Dugonjić, i quali, partendo dalle primissime indagini avviate nel 2015, hanno coordinato nove distinte campagne di ricerca scientifica. Nel corso del tempo, l’affiatata équipe ha individuato ben venti imbarcazioni affondate appartenenti a epoche differenti, dal II secolo a.C. fino al XVI secolo; eppure, è indubbiamente questa nave bizantina a catturare ora l’attenzione del mondo accademico internazionale, in virtù dello stato di conservazione superbo e all’unicità assoluta dei manufatti portati in superficie.
Quando l’imbarcazione colò inesorabilmente a picco, cercando un riparo disperato nella pittoresca e protetta baia di Polače, l’Impero romano d’Oriente stava attraversando una delle sue crisi più oscure e travagliate. L’avanzata militare e le fulminee conquiste arabe avevano infatti da poco strappato a Costantinopoli vastissimi territori nevralgici nel Medio Oriente e nel Nord Africa, rendendo la tenuta politica e il controllo marittimo una sfida logistica quotidiana. Per molte generazioni, gli storici di tutto il mondo hanno dipinto questo turbolento lasso di tempo come un’era di progressivo e inesorabile disfacimento delle grandi reti commerciali. Tuttavia, le sabbie sommerse dell’isola croata ci narrano oggi una verità profondamente diversa, dimostrando che la complessa macchina amministrativa bizantina continuava a muoversi fiera e implacabile attraverso il mare.
Il ventre della nave ha custodito in segreto oltre seicento grammi di metalli preziosi, tra cui spiccano quattro magnifici corredi di cinture impreziositi da fibbie in oro massiccio, finemente decorate con smeraldi scintillanti, rubini purpurei e candide perle. Tali ornamenti squisitamente lussuosi non erano semplici merci da baratto, bensì fregi istituzionali destinati ad adornare esclusivamente le vesti dei più alti dignitari della corte. Fino a questo esatto momento, manufatti di simile pregio non erano mai stati rinvenuti nel vasto letto del Mediterraneo. A completamento di questo tesoro, gli studiosi hanno recuperato un numero ragguardevole di monete auree riconducibili a quattro sovrani della dinastia di Eraclio, un dettaglio probante che permette di collocare il disastro marittimo verso lo scorcio finale del VII secolo.
L’oggetto che più di tutti infiamma la curiosità intellettuale degli studiosi è un anello-sigillo aureo, recante con fierezza l’effigie di un imperatore. Un monile di tale fattura poteva appartenere in via del tutto esclusiva a un individuo collocato ai vertici assoluti della gerarchia politica o militare, una figura dotata della suprema autorità di autenticare documenti di stato tramite il timbro imperiale. La presenza di questo rarissimo artefatto suggerisce in maniera cristallina che a bordo viaggiassero passeggeri di enorme prestigio, trasformando l’evento nefasto nella prova tangibile dell’esistenza di intense relazioni diplomatiche, trasferimenti di personale elitario e di una capillare rete amministrativa ancora funzionante.
L’approfondita indagine ha evidenziato come l’imbarcazione trasportasse anche un cospicuo carico prettamente logistico, documentando in modo inequivocabile la spiccata vitalità economica delle storiche rotte adriatiche. Tra i resti incrostati di sale sono riaffiorate innumerevoli anfore da trasporto alimentare, antiche bilance impiegate per le ponderate transazioni mercantili, delicati gettoni in avorio e un raffinato vasellame in ceramica d’uso quotidiano, composto da eleganti brocche, ampie ciotole e piatti. Per sviscerare a fondo ogni implicazione di questa complessa rete di scambi, l’odierna campagna del 2026 si è avvalsa della preziosa collaborazione di docenti di caratura globale. Un team della Stanford University, guidato dallo stimato professor Justin Leidwanger, si sta occupando dello studio minuzioso delle ceramiche per ricostruire l’esatta origine doganale delle merci. Nel frattempo, esperti rinomati del calibro di Falko Daim e Levante Samu decifrano le complesse tecniche di lavorazione artigiana delle cinture auree, mentre le effigi sulle monete sono attualmente sotto la lente acuta del numismatico Željko Demo.
La tranquilla insenatura di Polače ha da sempre rappresentato un porto franco e sicuro per innumerevoli navigatori, come testimonia anche la vicinanza di un possente palazzo d’epoca tardoantica eretto per presidiare i traffici. Il meticoloso lavoro dell’archeologia ci regala così l’istantanea irripetibile e romantica di un mondo che, ben lungi dal soccombere passivamente agli eventi della storia, si reinventava continuamente, mantenendo ben saldo quel ponte millenario che da sempre unisce, in un abbraccio di sale e di oro, i destini dell’Occidente e dell’Oriente.





