Caverna svela le pratiche degli aborigeni di 25.000 anni fa

L'analisi archeobotanica dei fitoliti rivela una complessa stratificazione di pratiche cerimoniali perdurate per oltre venticinque millenni. Intere graminacee venivano trasportate nel ventre della grotta per alimentare fuochi a bassa temperatura, confermando con assoluto rigore scientifico le antiche memorie etnografiche sulle liturgie sacre dei guaritori tradizionali.

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Aerial view of a terraced quarry with white and beige steps beside a narrow green water channel.

A CLOGGS CAVE, nell’entroterra carsico dell’East Gippsland in Australia sud-orientale, un consorzio di accademici in perfetta sinergia con la GunaiKurnai Land and Waters Aboriginal Corporation ha dissotterrato una narrazione botanica silente, incisa a imperitura memoria nelle ceneri del tempo. Questo maestoso recesso di calcare, profondamente incastonato nelle viscere della terra a diciassette metri di altezza sulla piana del fiume Buchan, custodisce le inestimabili vestigia di occupazioni umane continue. Le indagini stratigrafiche, condotte con meticolosa precisione nei pozzetti archeologici denominati P35 e R31, hanno rivelato una cronologia sbalorditiva, documentando la frequentazione ininterrotta della caverna a partire da un periodo temporale compreso tra il 27.390 e il 24.760 anni fa, per giungere in successione stratigrafica fino al Tardo Olocene. L’antro, isolato dalla luce e dominato da un perpetuo silenzio, non rappresentava affatto un mero rifugio per la banale sussistenza alimentare o un rifugio venatorio, bensì un sacrario ritirato per l’espletamento di atti cerimoniali di eccezionale rilevanza metafisica. Attraverso lo studio pionieristico dei fitoliti, i microscopici e incorruttibili corpi di silice biogenica secreti dai tessuti vegetali, la ricerca ha svelato la precisa e deliberata introduzione di intere piante all’interno dell’oscurità sotterranea.

I fitoliti, grazie alla loro intrinseca e formidabile resistenza al disfacimento organico in un ambiente chimicamente neutro o debolmente alcalino come quello della caverna, costituiscono un tracciante inestimabile per l’archeobotanica contemporanea. Il progetto di indagine, vigorosamente sostenuto dall’Australian Research Council, si è prefissato l’arduo compito di distinguere tra i residui vegetali introdotti da agenti atmosferici, gli accumuli causati dalla fauna cavernicola, e i depositi generati per esclusivo volere dell’agire antropico. Un elemento di notevole disturbo analitico era rappresentato dagli abbondantissimi coproliti dell’opossum australiano, classificato nella nomenclatura tassonomica come Trichosurus vulpecula, un onnivoro dalla dieta botanica assai generalista. L’esame ottico e chimico dei sedimenti archeologici ha tuttavia restituito una concentrazione formidabile di particelle silicee in uno stato di palese carbonizzazione termica, un segno indubbio di prolungata esposizione al calore. Tali minuscoli frammenti bruciati, e finanche strutturalmente fusi, risultano del tutto assenti negli escrementi fossili degli animali, fornendo la prova inconfutabile che innumerevoli fasce vegetali furono introdotte e in seguito consumate dalle fiamme per sola mano degli Antichi Antenati GunaiKurnai.

Ciò che emerge con fulgida chiarezza dall’osservazione al microscopio polarizzatore è la rigorosa e premeditata selezione botanica operata dalle popolazioni indigene. Le specie prescelte per varcare la soglia del sito appartengono quasi nella loro totalità alla famiglia delle Poaceae, le comuni graminacee. La presenza di forme silicee articolate perfettamente intatte, che conservano la complessa architettura originaria dell’epidermide fogliare o delle fragili infiorescenze, attesta che le piante venivano estirpate nella loro assoluta interezza, includendo intenzionalmente le parti non edibili. Una volta depositate sulla nuda roccia, esse alimentavano decine di focolari dal calore sapientemente contenuto, fuochi di superficie che hanno lasciato in eredità stratificazioni di cenere finissima e lenticolare, ma che risultano quasi totalmente privi di carbone ligneo e di pseudomorfi di frassino derivanti da pesanti essenze arboree. La manifesta e totale assenza di legname, unita al riverbero di fiamme a temperature rigidamente moderate, ricalca in maniera speculare le autorevoli testimonianze etnografiche redatte dai pionieri nel XIX secolo.

I resoconti storici di quell’epoca registrarono con dovizia di particolari l’impiego massiccio e teatrale di cenere, fumo denso ed erbe spontanee nelle sacre liturgie dei mulla-mullung, considerati «uomini e donne di straordinaria sapienza» e venerati guaritori. Durante le fasi più solenni, i cerimonieri venivano ritualmente cosparsi di cenere e ornati con elaborati serti di graminacee. Nelle stratigrafie temporali più arcaiche del sito, risalenti a oltre dodicimila anni or sono, gli scavi hanno persino portato alla luce dei focolari in miniatura, impreziositi da levigati bastoncelli di Casuarina cunninghamiana oppure di Casuarina glauca, cosparsi di grasso animale. L’armonica integrazione di tali reperti materiali con l’imponente mole di dati palinologici delinea i solenni contorni di un paesaggio interiore votato al misticismo. In questa cosmologia, la natura trascendeva l’utilità quotidiana per assurgere a supremo canale di magia e connessione spirituale. Le antiche ceneri, lette mediante l’inflessibile vaglio della scienza, restituiscono alla storiografia il peso ineluttabile di una civiltà che, per decine di millenni, ha saputo infondere un maestoso λόγος (logos inteso come “senso” o “ordine”) in ogni singolo filo d’erba offerto in dono alle fiamme.

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Redazione